LE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO - Meeting di Rimini

LE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO

Le politiche attive del lavoro

Workshop in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Partecipano: Stefano Colli-Lanzi, Presidente e CEO di GI Group; Giuseppe Guerini, Presidente Federsolidarietà di Confcooperative; Gianni Rossoni, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro Regione Lombardia; Francesco Verbaro, Segretario Generale Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Introduce Massimo Ferlini, Vice Presidente Compagnia delle Opere.

 

MASSIMO FERLINI:
Allora, io darei inizio a questo confronto. Vedo che le politiche attive del lavoro attirano molta attenzione, anche dopo la lezione che don Pino ha fatto e che ha portato tutto il Meeting alla riflessione sul tema di quest’anno: è la spinta che il cuore e la ragione ci danno a portare avanti le iniziative che abbiamo. Le politiche attive nel lavoro le abbiamo messe al centro della discussione, sicuramente perché quest’anno, e nel corso della crisi economica, sono state un tema molto caldo. Soprattutto per noi, è stato un tema caldo di esperienza, di lavoro, di impegno, nel cercare di rispondere in primo luogo al bisogno di lavoro che è esploso nel corso di questa crisi. E’ esploso perché la gente cercava lavoro, perché lo stava perdendo, perché c’era bisogno di dare sostegno al reddito, sostegno alla ricollocazione, a cercare nuovi posti di lavoro, a cercare anche di fare compagnia a chi rimaneva senza lavoro, a cercare nuovi percorsi di ricollocazione lavorativa per guardare di nuovo con fiducia alla possibilità di rendersi utile, di partecipare con senso compiuto al proprio lavoro e alla propria quotidianità. In questo, le politiche attive del lavoro del nostro Paese hanno segnato sicuramente la capacità di dare una risposta ai problemi che la crisi metteva davanti.
Dico la risposta, perché si è messa al centro la possibilità, attraverso un insieme di legislazioni talvolta “in deroga”, rispetto alla norma, di estendere, attraverso una collaborazione tra Stato e Regioni, anche a tutti quei settori economici e alle imprese di dimensioni che non erano previste precedentemente, la possibilità di utilizzare strumenti di sostegno al reddito, di sostegno a percorsi formativi, in modo tale da tenere collegati tra loro l’impresa, che attraversava un periodo di crisi, e il posto di lavoro ai lavoratori che rischiavano, altrimenti, di passare direttamente alla disoccupazione. Questa fase, solo parzialmente si è chiusa. Ha dato però a tutti una grande lezione: quella della necessità di avere una strumentazione che, come abbiamo detto più volte parlando di politiche del lavoro, abbia al centro del problema una persona. Una persona che esprime un suo bisogno, un suo desiderio, la possibilità o meno di continuare a esercitare un ruolo attivo che richiede strumenti che gli permettano di proseguire in questo suo essere attivo, nella volontà di essere attivo dentro alla società, portando avanti il suo obiettivo professionale. Quasi tutte le politiche che, nel corso di questo periodo, sono legate al Welfare, hanno ruotato intorno a questo problema della centralità della persona, di come sostenere il desiderio della persona di essere attiva all’interno della società, sia quando è di fronte a un proprio desiderio, alla volontà di migliorare la propria condizione all’interno del mondo del lavoro, dello studio, dei percorsi di formazione, sia quando ha un problema legato alla salute o al bisogno di assistenza sociale o familiare, sia quando ha problemi occupazionali.
Questa è la rete di salvataggio, la strumentazione per superare il periodo, il passaggio di difficoltà o di desiderio, in modo tale che vi sia, come si diceva un tempo, il passaggio da lavoro a lavoro e non invece percorsi interrotti. Tutta questa strumentazione ruota intorno alla possibilità reale della persona di avere una propria volontà di essere attiva. Quindi, è un percorso educativo e formativo, in primo luogo a mettere in atto strumenti che sostengano questa volontà di essere attivi da una parte, e dall’altra quegli interventi di sostegno rispetto ai momenti e ai periodi di bisogno. Il mix di politiche attive e di politiche passive nasce da qui. Questo ci ha portato a fare tante esperienze reali, concrete, nel corso di questo anno.
Vi presento i quattro relatori che abbiamo invitato. Saluto in primo luogo Stefano Colli-Lanzi, Presidente e CEO di GI Group, che è il più grosso gruppo italiano tra le Agenzie del Lavoro; Giuseppe Guerini, Presidente di Federsolidarietà di Confcooperative, che ci porterà l’esperienza delle politiche attive fatte dalla cooperazione sociale nel nostro Paese; anche di lui potrei dire è l’operatore leader del settore; l’Assessore Gianni Rossoni, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia che – lo dico da lombardo, ma credo che sia riconoscimento comune – è stata la Regione più innovativa dal punto di vista legislativo, appena prima della crisi, e quindi ha sperimentato nel corso della crisi strumenti nuovi con cui confrontare, con cui mixare le politiche attive e le politiche passive sul lavoro nel corso di questi ultimi mesi; infine, il dottor Francesco Verbaro, Segretario Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che saluto. Francesco Verbaro ha assunto questo ruolo poco prima della crisi. Prima rivestiva il governo del Personale, se così posso dire, dei dipendenti pubblici. Vi ringrazio intanto per la partecipazione e per il contributo che vorrete dare al nostro dibattito. Do la parola adesso a Stefano Colli-Lanzi.

STEFANO COLLI-LANZI:
Grazie. Quando si parla di politiche attive, mi viene in mente innanzitutto una questione che mi sembra decisiva, non solo per il mercato del lavoro ma in generale, e cioè che la crisi ci sta mettendo di fronte alla necessità di considerare le risorse che abbiamo come un bene prezioso da utilizzare il più possibile, per generare, se possibile, altre risorse. Abbiamo la necessità di distinguere tra risorse utilizzate e consumate, e risorse investite per la costruzione di ricchezza, non solo del presente ma anche del futuro. La crisi oggi ci mette in condizione di guardare a questa alternativa con grande urgenza, con grande attenzione, perché abbiamo scarsità di risorse. Anche in campo pubblico, l’ultima Finanziaria ha tagliato e taglierà molte risorse che si pensava di poter utilizzare per varie cose, magari anche per la politica. Le aziende private sono in difficoltà, molte hanno dovuto chiudere, altre hanno dovuto tagliare, ristrutturare per poter sopravvivere: c’è quindi la necessità di crescere dal punto di vista della produttività e di utilizzare le risorse che abbiamo nel modo migliore possibile. Modo migliore significa concepirle in una logica di investimento. Leggevo del dott. Passera, che è intervenuto qui al Meeting e ha parlato della necessità di investire in strutture, della necessità di investire in riforme che sono anche poco costose, cioè, migliorare le condizioni perché uno possa fare meglio, stare meglio, dare di più.
Mi viene in mente l’esempio della Spagna del 1500, 1400, che ha trovato l’oro e se lo è mangiato, invece di utilizzare la ricchezza per generare ulteriore ricchezza. Noi siamo un Paese un po’ decadente, abbiamo grandissime risorse, non solo economiche, però dobbiamo considerare la necessità di utilizzarle per costruire il bene comune, il bene futuro, non solo per mangiarci sopra. Chiaro che anche nel campo del lavoro è più facile dare sussidi che creare condizioni migliorative del sistema: più facile, più immediato, dà risultati più visibili, immediati a tutti, non richiede un grandissimo pensiero, però non è sufficiente, non basta. E’ stata utilissima l’azione pronta e molto realistica del Governo e della Regione nel supportare una crisi che è stata particolarmente violenta, che ha avuto la necessità di interventi anche in termini di sussidio, per sostenere la difficoltà della gente che rimaneva senza lavoro, delle aziende che restavano senza commesse. Ma ci rendiamo conto che questo tipo di logica non regge perché ha le gambe corte? Ad un certo punto, le risorse disponibili per i sussidi finiscono, e allora che si fa?
Qui si innesta il tema delle politiche attive, che puntano a favorire l’occupabilità rispetto alla difesa del posto di lavoro. In una logica di società fatta di persone responsabili, libere di costruire il loro lavoro, la loro posizione, il loro percorso, il tema non è quello di garantire il sussidio, di garantire il posto di lavoro, perché non c’è la possibilità e non c’è spazio, non avrebbe senso rispetto alla libertà della persona. Il punto è favorire, supportare la mossa della persona, perché sia in grado di costruire, di costruirsi condizioni di occupabilità, diventi più efficace, più efficiente, più qualitativo, il mercato e la possibilità per la persona di trovare lavoro in modo adeguato. I due strumenti fondamentali che possono servire oggi, sono due grandi macroattività inerenti alla costruzione dell’occupabilità: da una parte, parliamo di formazione, cioè di tutto quello che è la costruzione delle competenze della persona, perché la persona sia in grado di essere attrattiva nei confronti di enti e aziende; dall’altra parte, parliamo del funzionamento del mercato, perché quanto più il mercato funziona, è efficiente ed efficace, tanto più, a parità di condizioni, l’occupabilità cresce.
In particolare, parliamo quindi di mercato di ricerca, di selezione, di lavoro temporaneo, l’attività di placement, di supporto alla ricollocazione, a volte detto anche outplacement, cioè di aiuto specifico alle persone che cercano lavoro. E’ il meccanismo opposto, se vogliamo, a quello della ricerca di selezione. Normalmente, la ricerca di selezione opera nel senso che l’azienda cerca la persona e la società, l’intermediaria, aiuta l’azienda a trovarla. Nel caso della ricollocazione professionale, c’è l’azienda che supporta la persona a trovare lavoro nel momento in cui si trova in difficoltà. A parità di condizioni, riduce lo stock dei disoccupati, riduce lo stock del disagio.
Partendo dal lavoro temporaneo, le agenzie del lavoro si sono trovate investite, non solo dalla legge ma anche dalla natura del loro lavoro, di un ruolo fondamentale di snodo, all’interno del mondo del lavoro, un intermediario fondamentale per facilitare gli incontri, domanda e offerta. Le agenzie del lavoro, che normalmente vengono identificate come agenzie di erogazione, di somministrazione a tempo determinato, in realtà oggi sono soggetti che operano nel campo della somministrazione a tempo indeterminato, che è tutt’altro che precarizzante, peraltro operano nel campo della ricerca di selezione. Ad esempio, si sono trovate investite dalla crisi in questo ruolo di soggetto più titolato di altri ad aiutare persone in difficoltà, a facilitare il loro ingresso nel campo del lavoro.
All’interno di questa configurazione, per esempio, GI Group, la nostra realtà, ha un’azienda, si chiama IBM Italia, che si dedica solo alla ricollocazione professionale. E qui serve magari dire due punti velocissimi su quello che è il mercato della ricollocazione oggi, su come si è sviluppato questo servizio di supporto. In particolare, si è sviluppato in un privato, per ora abbastanza circoscritto, fatto da aziende al servizio di multinazionali, cioè aziende che all’estero, nei mercati anglosassoni, conoscevano meglio questo servizio ed erano portate ad utilizzarlo. In che senso? Il mercato del privato è fatto in questo modo: aziende che licenziano, individualmente o collettivamente, persone, trattano – all’interno della negoziazione per il licenziamento individuale o collettivo – non solo la buona uscita ma anche l’erogazione, la sponsorizzazione di un servizio di supporto alla ricollocazione, così che la persona che si trova senza lavoro, licenziata, messa in mobilità, oltre ad avere un sussidio diretto si trova ad essere supportata da un ente professionale per un reperimento più facile di un nuovo posto di lavoro. Questo è il caso del privato: aziende che licenziano e che decidono, che negoziano di sponsorizzare, di supportare questa attività di ricollocazione.
Però ci sono anche tante altre persone che si trovano senza lavoro, per vari motivi, che non hanno questo tipo di sponsor: normalmente la prima soluzione al problema è l’esistenza di un mercato che assuma, in ogni caso. Nel momento della crisi c’è stato un calo dei posti di lavoro, per cui c’è stato uno stock di disoccupati molto più alto del normale. Ci si è resi conto di quanto possa essere utile affiancare persone in difficoltà con enti professionali, anche nel caso in cui non ci sia questo sponsor: e qui ci si addentra nel caso della ricollocazione pubblica, dove il pubblico sponsorizza la persona che si trova senza lavoro e le paga un servizio di supporto alla ricollocazione, perché sia facilitato a reperire un nuovo posto di lavoro. Queste sono le due fenomenologie.
Velocissimamente, voglio farvi vedere due numeri sull’esperienza del privato. GI Group lavora mediante IBM Italia, che da circa 15 anni è la società leader del mercato della ricollocazione. C’è la “ricollocazione individuale”, “quadri dirigenti”, ad esempio, cioè i casi dei licenziati in cerca di lavoro, persone individuali, non licenziamenti collettivi. Nel 2007 avevamo circa 300 candidati, sia “dirigenti” che “quadri”, nel 2008 un po’ di più, nel 2009 ancora di più. Vedete? “Percentuale di successo” vuole dire percentuale di persone che hanno trovato un nuovo posto di lavoro: 96, 98, 96, 97, 95, 94 sono variazioni relative alla percentuale di successo, che è enorme. Età media, 46, 43: quindi, quando si dice “over 40, oddio, cosa succede?”, stiamo parlando mediamente di persone oltre i quarant’anni, e dei mesi necessari alla ricollocazione: 6, 5, 5, 4, 6. Pensate che normalmente, quando si trattano delle buone uscite per il licenziamento, si parla nell’ordine delle 6, 8, 12, 20 mensilità, a seconda dei casi. Il costo di un’azione di outplacement è nell’ordine di grandezza delle due mensilità e quest’azione porta mediamente a un successo entro i 5, 6 mesi. Fino al 2008, era per circa il 70% lavoro dipendente, meno nel 2009: vedete che cala il riassorbimento attraverso il lavoro dipendente? Si alza invece la percentuale di riassorbimento attraverso il tempo determinato, e si alza anche il riassorbimento attraverso le partite IVA, piuttosto che la auto-imprenditorialità. Quindi, la crisi non ha portato a una diminuzione del successo, ha portato a una diminuzione degli assorbimenti attraverso il tempo indeterminato, e ha aumentato invece i tempi determinati e le ricollocazioni attraverso fenomeni di auto-imprenditorialità. Però, il problema è se vogliamo cercare un lavoro o se ci interessa cercare un posto a tempo indeterminato, è una domanda che dobbiamo farci. Bene, sempre nell’ambito dei quadri dirigenti, è interessante vedere che la provenienza al 70% è dalle multinazionali. Chi oggi ha in mente questo strumento, è soprattutto la multinazionale, al 16% quella grande italiana, al 16% la medio-piccola, invece l’1% sono le pubbliche: diciamo che c’è una forte maggioranza di attenzione allo strumento, per ora, da parte delle multinazionali.
Nella slide successiva, parliamo invece di impiegati. Abbiamo finora parlato di quadri dirigenti, della crème della società e questo non dice nulla sulla base. Parliamo di impiegati: impiegati vuol dire “non quadri” e sotto i “quadri”, quindi il livello medio-basso. Parliamo, sempre per l’esperienza di GI Group, di circa 1000, 1100 candidati all’anno, percentuale di successo 97, 97, 95; età media un po’ bassa, 39, 40, rispetto a prima; mesi medi, anche meno, però: 5, 4, 4, 5. Maggiormente assorbiti dal lavoro dipendente, in questo caso: sono più giovani, meno titolati, evidentemente hanno più spazio per entrare in azienda a livello di lavoro dipendente. C’è una forte crescita del tempo determinato – vedete l’ultimo anno? -, questo è un problema, ma è un problema relativo perché comunque pensate a una persona che deve rientrare nel mercato del lavoro, non può non considerare il tempo determinato come una possibilità. Andiamo avanti velocemente. Ecco qua, potrebbe essere interessante: normalmente, nella ricollocazione, solo il 14.9% aumenta le condizioni retributive, circa il 40, 45% mantiene le condizioni retributive e parecchie persone perdono, a livello retributivo. Normalmente si tratta di percorsi accidentati, non ideali. L’ideale di percorso di una persona è fare una bella ricollocazione, evidentemente, ma la cosa fondamentale a mio parere è proprio la tempistica e l’efficacia della vicenda.
Ultima slide velocissima, parliamo invece di “ricollocazione collettiva”, di licenziamenti collettivi, di massa: e quindi parliamo di impiegati o di operai. Qui abbiamo gestito circa 1500 candidati all’anno, tra operai e impiegati, e abbiamo una percentuale di successo leggermente più bassa, siamo all’85%. Se nella ricollocazione individuale c’è un percorso di accettazione individuale, nel collettivo c’è un po’ più di massificazione del processo: le percentuali di successo sono comunque molto alte, anche il caso della ricollocazione attraverso il lavoro dipendente qui è altissimo, parliamo di 94, 95%. L’ultimissima slide ci dice che – dai sondaggi che abbiamo fatto, sia dalle indagini di IBM sugli impiegati e sui dirigenti, sia da quelle di Unioncamere – emerge che il mercato è ancora molto poco trasparente. Cioè, risulta che circa l’80% delle posizioni di lavoro non sono evidenti, non sono trasparenti, sono nascoste, e che quindi l’azione dell’intermediario nel portare la persona verso l’opportunità di lavoro è fondamentale, perché aiuta a mettere in evidenza ciò che ancora non è chiaro.
Dobbiamo lavorare perché aumenti la visibilità di queste posizioni, il mercato deve essere più efficiente, le persone devono poter vedere più facilmente le opportunità di lavoro, non si possono perdere mesi semplicemente perché non si vedono. Però è chiaro che ogni mercato funziona, oltre che con strumenti tecnologici, anche con intermediari, qualsiasi mercato funziona con gli intermediari: è perciò fondamentale che tra la persona e l’azienda ci sia qualcuno che aiuti questo collegamento. Questo per dire che quello che vediamo come dati non è casuale. Solo per fare un esempio, è uscito un progetto, che speriamo vada in porto, di consiste nel finanziare le ricollocazioni portate a buon fine dalle agenzie per il lavoro.
L’agenzia per il lavoro GI Group oggi ha 250 filiali, fa ricerca e selezione, fa lavoro temporaneo, però si deve misurare con i dati della ricollocazione, deve pensare a un investimento in termini di metodologia, di cultura aziendale, di dedizione di personalità ad hoc, perché il mestiere della ricollocazione è un mestiere vicino alla ricerca e selezione, vicino al lavoro temporaneo, ma è un approccio diverso: banalmente, come dicevo prima nella ricerca e selezione normalmente l’attenzione è sull’azienda, qui l’attenzione è sulla persona. Perciò è diverso come approccio ed è diverso anche come metodo di lavoro. Cosa auspichiamo? Da un lato, si può intervenire sugli investimenti e le infrastrutture per riformarli. Le riforme costano poco, quindi sono le prime ad essere considerate. Io penso per esempio che sospingere in qualche modo, anche attraverso l’approccio normativo, le aziende che gestiscono crisi aziendali a doversi misurare con processi di ricollocazione sarebbe sensato. Sarebbe giusto costringere l’azienda che licenzia a mettere una parte dei soldi per pagare una società che aiuti quelli che vengono licenziati a trovare lavoro. Mi sembra una cosa sensata per il sistema, nel senso di responsabilizzare l’azienda che licenzia. Come imprenditore, mi è capitato di licenziare, il problema fondamentale è che il problema venga risolto e insieme responsabilizzare la persona, perché bisogna capire se vogliamo costruire una civiltà del sussidio per cui anche essere licenziati o cambiar lavoro possa essere a volte una fortuna. Non parlo delle fasce più basse ma, in certe fasce più alte, essere licenziati diventa quasi il jackpot della vita. Dobbiamo puntare sulla responsabilizzazione della persona: io che ti creo un problema, ti metto anche in condizione di essere aiutato a risolverlo, e finché non l’abbiamo risolto rimango al tuo fianco.
Dall’altra parte, invece, c’è l’azione pubblica, che già si è vista a sprazzi durante la crisi: non solo le politiche passive ma la logica delle politiche attive. C’è questo bonus della Finanziaria, ci sono state attività, soprattutto da parte di Regione Lombarda, che hanno presentato davvero una punta avanzata della capacità innovativa, della volontà di rendere il sistema più efficiente, non solo per il presente ma anche per il futuro. Su questo diventa fondamentale, da una parte, che il pubblico, nel momento in cui decide di investire risorse su certi piani, lo faccia in modo trasparente, in modo minimamente pianificabile, così da consentire agli operatori che devono in qualche modo seguire queste politiche, di strutturarsi, di costruire, di investire a loro volta in infrastrutture che poi rimangano nel tempo. Pensate a cosa potrebbe essere questo bonus della Finanziaria: rendere possibile a diverse società che fanno tutt’altro di investire in termine di formazione, di organizzazione, per avere oggi, ma anche in futuro, competenze e capacità di sviluppo di questa attività di supporto alla ricollocazione.
La premialità deve accompagnarsi in qualche modo al finanziamento della domanda e non dell’offerta. Noi non vogliamo più ricevere dal pubblico sussidi; noi vogliamo essere sfidati. C’è bisogno che soggetti privati vengano sfidati ad un risultato. C’è il problema della ricollocazione, tu aiuti a ricollocare? Bene, ti premio se ricollochi, non ti premio per le ore di lavoro che hai fatto, perché se no non andiamo più a casa. Ti premio per quante persone ricollochi, per il tipo di persone che ricollochi, per il tempo che impieghi a farlo. Abbiamo visto molto importante e decisiva l’idea della Regione Lombardia di finanziare la persona, invece dell’azienda: io do i soldi alla persona che ha bisogno, e la persona sceglie da chi andare. Ha un problema da risolvere: nella misura in cui c’è trasparenza e visibilità del mercato, decide da chi andare, e preferisce la realtà che è in grado di dare i migliori risultati. Sono alcuni spunti, alcune sollecitazioni, è un mondo assolutamente nuovo, siamo in frontiera, quindi mi zittisco e lascio la parola all’illustre relatore qui presente.

MASSIMO FERLINI:
Ringrazio Stefano perché, a partire dal suo esempio, dall’esempio dei numeri dell’esperienza del suo gruppo, ci ha fatto toccare con mano come quando parliamo di libertà di scelta, libertà di fare, di come coniugare libertà e responsabilità, le nostre parole possano non essere semplicemente slogan, appelli generici o emotivi, ma portare a sviluppare, anche nel pieno dell’analisi della crisi, due proposte che mi pare tocchino alcune questioni di discussioni aperte. Una, come assicurare più trasparenza al mercato, al fine di potersi muovere da lavoro a lavoro o per sostenere i passaggi da lavoro a lavoro con più celerità e con più certezza. L’altra, come coinvolgere nella responsabilità i soggetti privati, che è un aspetto di mobilitazione delle risorse, necessario in una fase di risorse scarse, ma che secondo me va oltre il problema di trovare qualche risorsa in più e di mantenere un sistema aperto, perché tende a mobilitare la responsabilità sociale in una fase in cui era rimasta un po’ oscurata. Adesso chiedo a Guerini, che viene dalla holding di quelli che si occupano della fase più difficile, se questi spunti corrispondono o se ne richiedono altri e ulteriori precisazioni.

GIUSEPPE GUERINI:
Intanto, grazie per questa interessantissima opportunità. Sicuramente, le due proposte centrali dell’intervento che ha fatto cenno al tema della trasparenza e al tema della responsabilità sono fondamentali anche nell’esperienza della cooperazione sociale. Do qualche numero per dare l’idea delle dimensioni. Le cooperative sociali che aderiscono a Federsolidarietà-Confcooperative sono 5.600 in Italia: 1.600 sono cooperative sociali di inserimento lavorativo, cioè hanno come oggetto sociale la realizzazione di un’attività imprenditoriale, la più diversificata, con l’obiettivo di inserire almeno il 30% della forza lavoro fra persone svantaggiate, individuate dalla legge 381 in quattro categorie. Sono i disabili psichici e fisici, pazienti psichiatrici, i detenuti o gli ex detenuti, i minori soggetti ad alcuni provvedimenti dell’Autorità. Sono persone difficili da collocare al lavoro, che portano sulle spalle un carico aggiuntivo di difficoltà nell’inserimento.
Nei nostri vent’anni di storia, dal punto di vista del riconoscimento normativo abbiamo avuto una crescita esponenziale. Le cooperative sociali sono riconosciute dal ’91, ma la prima cooperativa sociale viene costituita alla fine degli anni ’60 in provincia di Brescia, la cooperativa “San Giuseppe” che, fondata da Filippini, si propone di rispondere al problema di dare una opportunità di essere attive nella propria comunità, nel proprio paese, a persone svantaggiate, a persone disabili, a ragazzi in difficoltà. Un gruppo di persone dice: “Diamo loro un’opportunità di riscatto, di reinserimento attraverso il lavoro”. Calcoliamo che, dalla fine degli anni ’60 – il ’66, il ’67 erano gli anni dell’esperienza di Filippini -, ci sono voluti più di venti anni per riuscire ad avere il riconoscimento normativo come cooperativa sociale, per diventare un sistema imprenditoriale che realizza inserimenti lavorativi.
Attualmente, nelle nostre cooperative sociali lavorano circa 190.000 persone. Il dato interessante è che, in Italia, nelle cooperative sociali aderenti a Federsolidarietà, nonostante la crisi, siamo riusciti a tenere sul dato occupazionale. E questo vale in generale per tutte le cooperative. È un dato che abbiamo messo in evidenza anche recentemente, nella nostra assemblea come Confcooperative, il 14 luglio scorso. A fronte di una perdita di fatturato, riusciamo a tenere sul dato occupazionale. Dicevo, 184.000 i lavoratori al 2008 nelle nostre cooperative sociali, tra questi, 45.000 lavorano in cooperative sociali di inserimento lavorativo, e quasi 15.000 sono lavoratori svantaggiati, cioè portatori di uno svantaggio reale, importante, difficilmente collocati. Siamo ai margini del mercato del lavoro.
Che cosa ha fatto sì che questa esperienza imprenditoriale avesse successo? Tutto sommato, se consideriamo che si tratta di imprese generalmente con una bassa capitalizzazione, che si fondano su un apporto molto spontaneo, che spesso parte da una spinta di tipo volontaristico, dal volontariato, che cosa ha fatto emergere il successo? La responsabilità. Adesso sono anche sollecitato dall’intervento di questo pomeriggio di don Stefano Alberto, che ha spiegato il perché del titolo di questa edizione del Meeting. Quando un gruppo di persone parte da sé, dal proprio cuore, dice: “Mi assumo la responsabilità di fare qualcosa che sia il paradigma che mi auguro sposi questo Paese, non per fare tante cooperative, per carità, sono già tante, ma per fare diventare vera l’espressione politiche attive del lavoro”.
Noi veniamo da una stagione in cui abbiamo fatto del lavoro uno strumento per avere lo stipendio. Ma il lavoro è nato, anche etimologicamente, per dare. Se riparto da questa affermazione e mi faccio interrogare come persona, parto da me, dal perché faccio questa cosa, perché faccio il cooperatore. Diceva prima don Stefano: “Che io faccia il lavapiatti o guidi la Chiesa cattolica mondiale, l’importante è che quello che faccio parta dal mio cuore”. Quella esperienza che fa muovere, appunto, una persona a dare un contributo, è il paradigma che dobbiamo provare a far nascere in questo Paese. Non voglio fare la parte di quello filogovernativo, ma il Piano Triennale del Lavoro del Ministro Sacconi è molto interessante, perché ha dentro questa possibilità, ci chiede questa cosa. Credo che il Piano potrà avere successo, al di là degli strumenti, se non sarà il Piano di Lavoro del Governo, ma se sarà il piano di lavoro mio, di ciascuno di noi, che dice: “Io, che cosa faccio per fare le politiche attive? Come ripenso al mio modo di stare nel lavoro in questo Paese? Mi faccio ingaggiare, ho voglia di metterci la mia disponibilità?”.
Da questo punto di vista, la storia della cooperazione sociale ha dentro questo ingaggio, questa scommessa. E ci sono alcuni elementi che hanno fatto scaturire questo successo dal punto di vista imprenditoriale perché, se guardiamo i numeri, i valori in sé, i punti di partenza, è un successo imprenditoriale. La cooperativa di cui sono Presidente è una cooperativa sociale che nasce intorno a un’emergenza, all’emergenza rifiuti in Comune. C’era da andare a raccogliere con il trattore il cartone e gestire la piattaforma ecologica. Una persona assunta, nel 1995, un cittadino straniero, per altro: oggi questa cooperativa fa 4.700.000 Euro di fatturato, gestisce i servizi di igiene ambientale, inserisce, dà lavoro a 124 persone, più di 40 delle quali sono svantaggiate, più del 30% gli svantaggiati certificati. In realtà, in questa cooperativa lavorano persone che sono svantaggiate ai sensi della normativa europea per il lavoro, perché hanno più di 45 anni, perché hanno bassa scolarità, perché sono lavoratori stranieri, perché provengono da un percorso di crisi e di licenziamento.
E da poco sono Presidente di un’associazione che fa parte della gloriosa storia di Confcooperative: ma ancora oggi, uno dei motivi di soddisfazione maggiore è quando vado in cooperativa e vedo i miei colleghi, i miei collaboratori, vedo uscire i camion, vedo l’officina, perché è in questa dimensione del lavoro, è nel ridare dignità e forza al lavoro, la scommessa che dobbiamo cercare di assumere tutti quanti. In questo senso, voglio accettare anche la sfida che lancia il Ministro Sacconi con il suo Piano per il Lavoro. E’ una sfida di tutti.
Apro ora una piccola parentesi sull’altro settore importante delle cooperative, le cooperative sociali di servizio, che occupano la restante parte di oltre 130.000 persone che lavorano. Anche qui, un lavoro pregiato, perché si tratta per più del 70% di lavoratrici donne. Si tratta in moltissimi casi di lavori che consentono un’alta flessibilità, sono infatti a part-time, sono lavori di cura. Però sono ancora pochi. Se consideriamo che le nostre 5.500 cooperative generano circa 200.000 posti di lavoro, se pensiamo che, negli ultimi dieci anni, chi ha realizzato in questo Paese circa 800.000 posti di lavoro sono state le famiglie italiane, che hanno dato un’opportunità di lavoro a 800.000 badanti circa – queste sono le stime -, allora, vedete che il problema delle politiche attive del lavoro è un problema che interessa tutti, non è più solo il problema delle aziende, di Marchionne, dei tre operai da riammettere o non da riammettere, del giudice, no, è un problema che riguarda tutti quanti. E fra l’altro diventa particolarmente interessante perché incrocia un altro tema fondamentale, che è quello del benessere delle famiglie, della continuità assistenziale, del lavoro di cura. Allora, vediamo che potenziale e che grado di coinvolgimento e di interrogativi ponga la questione lavoro coniugata alla questione welfare del nostro Paese.
Ci sono tre grandi famiglie di elementi che, secondo me, è importante tenere in considerazione. Il primo è quello motivazionale: dobbiamo rilanciare con forza nel nostro Paese una sfida motivazionale al lavoro come esperienza del dare e non solo come esperienza dell’avere, costruire condizioni strutturali. Il lavoro e le politiche attive del lavoro si fanno con una forte valenza territoriale. Da questo punto di vista, un’attenzione di tipo federalista alle politiche del lavoro è indispensabile. L’esperienza lombarda è particolarmente significativa. La costruzione di reti: non si fanno politiche attive del lavoro con soggetti monotematici. Si fanno solo se si costruiscono reti che sanno costruire forti connessioni, collegamenti, che fanno emergere anche la trasparenza. Se, appunto, l’80% degli scambi di lavoro rimane nascosto, se costruisco delle reti, se ho reti di collaborazione, ho la possibilità di aumentare la visibilità degli scambi di lavoro.
La personalizzazione. Non si fanno politiche del lavoro se non si lavora a partire dalla persona, ma è già stato detto. E poi la capacità di integrare strumenti diversi. Uno dei grandi limiti che abbiamo sviluppato nella nostra interpretazione delle politiche attive del lavoro, nei decenni che abbiamo alle spalle, è stato quello – spero di non offendere nessuno – del sistema formativo. Quanti soldi dei Fondi Strutturali Europei abbiamo speso in progetti di formazione che non partivano dalla persona? La scommessa della Dote, che è ancora tutta da mettere a frutto, da migliorare, parte dalla persona, e non è il piano standard di formazione. Integrando strumenti diversi: le politiche attive del lavoro hanno bisogno di integrare strumenti diversi, non solo formazione, perché abbiamo fatto per troppi anni politiche attive del lavoro facendo interventi formativi.
Servono infine le condizioni amministrative e anche fiscali, che consentano questo successo. La cooperazione sociale ha avuto un particolare successo quando è uscita dalla forzatura che, nel ’66, ’67, Filippini faceva andando al tribunale di Brescia, insistendo per fare omologare la cooperativa di solidarietà sociale come sottospecie di cooperativa di lavoro. C’è bisogno di non fare forzature, di avere un contesto normativo, anche un po’ creativo, che ti consenta di fare questa cosa. Quindi, creatività dal punto di vista normativo. E serve anche un vantaggio fiscale, che è molto più efficace del sussidio, del contributo, dello strumento premiale, che pure sono importanti, fondamentali. Sono queste le condizioni che hanno fatto avere successo alle cooperative sociali, e che ritengo possano essere utili per lanciare un Piano delle politiche attive del nostro lavoro. Grazie.

MASSIMO FERLINI:
Grazie, Guerini, per il richiamo alla territorialità, alla personalizzazione, alla necessità di integrare servizi diversi che caratterizzano le politiche del lavoro. Giusto anche il richiamo al sostegno, alla capitalizzazione della cooperazione sociale. Do la parola all’assessore Rossoni, che ha guidato sia la parte legislativa che attuativa, nel corso di questi anni, di quelle che sono state, a mio parere, le iniziative più innovative dal punto di vista della sperimentazione di politiche attive del lavoro.

GIANNI ROSSONI:
Grazie per l’invito e per gli spunti che gli altri hanno dato. In modo molto schematico e breve, vorrei cercare di dare il senso di come Regione Lombardia abbia affrontato questa situazione di difficoltà, di crisi. Abbiamo visto la bellissima mostra assieme a Fiorenzo, è stata un momento molto importante, ci fa riflettere: anche lì, alla fine il tema dell’uomo è il tema vero, l’uomo con le sue responsabilità e il suo desiderio di fare. Abbiamo cercato di affrontare questa crisi finanziaria, economica, diventata occupazionale, mirando a una tenuta sociale: e debbo dire che in questo ci ha aiutato la Legge 2/2009, di norma nazionale, l’Accordo Stato-Regione. Ma soprattutto questa situazione di crisi ci ha permesso di sperimentare un modello. In Lombardia, già a partire dagli anni 2007/2008, abbiamo messo in campo validissimi collaboratori con la misura LaborLab, misura del Ministero del Lavoro finalizzata al tema dell’occupazione. Il riferimento era l’Agenda di Lisbona e avevamo come Regione ancora qualche piccola distanza rispetto agli over 50 e al mondo femminile, alle donne.
Qual è stata la novità? Il modello. Nel ’95 Formigoni aveva messo al centro della sua azione la persona e le sue libertà. Abbiamo cercato di sostanziare questa intenzione, di declinare questa centralità della persona e abbiamo detto: questo modello deve fare in modo che la persona possa avere il reddito ma, contemporaneamente, abbiamo cercato di abbinare il lavoro a delle politiche attive, cioè di formazione. Questa esperienza fatta con LaborLab e con altre azioni ci ha permesso di sperimentare in questa crisi. Ricordo che nell’ottobre 2008 il Presidente convocò il Tavolo per la Competitività dove c’erano due obiettivi: uno, non fermare i motori delle aziende; due, creare la cabina di regia dei soggetti economico-sociali per cercare di governare gli effetti di una crisi che si prefigurava devastante semplicemente sul versante occupazionale. Questo modello che mette al centro la persona, politiche passive e politiche attive, ha trovato poi nello strumento della Dote una risorsa per la persona. Poi riprenderò questo concetto, ma il tema della responsabilità, che è stato citato anche da chi mi ha preceduto, è importante quando hai di fronte una persona che vuole ricollocarsi, una volta espulsa da un percorso produttivo.
Il tema della dote risponde ai bisogni di quella persona. E’ stato questo che ha generato anche una tenuta sociale, grazie ad un lavoro di responsabilità di tutti i soggetti chiamati in causa, istituzionali, sindacali, datoriali. Da parte di tutti questi soggetti c’è stata una responsabilità, una chiamata, una risposta positiva. Da dove viene la tenuta sociale? Intanto, dalla cassa integrazione in deroga, che ci auguriamo venga rinnovata, perché abbiamo bisogno di continuare ad avere questa possibilità. Però a luglio avevamo 80.000 persone in percorsi di riqualificazione: lavoratori delle piccole, piccolissime imprese, artigianato, commercio, servizi. Da queste, abbiamo un 86% di soddisfazione per l’utilizzo dello strumento Dote, il 51% è tornato a lavorare, o dove era o in altri posti. Abbiamo un 9,5% di persone che ancora sono senza lavoro: un dato rilevante, anche in una situazione come quella del 2009 e parte del 2010.
Sono elementi che ci dicono che questo modello, questa modalità riassunta in un Accordo Stato-Regione, ha dato buoni risultati e una buona tenuta sociale. Ma noi, oltre a queste risorse dell’Accordo Stato-Regione – 8 miliardi nel biennio 2009/2010, abbiamo messo in campo anche un altro strumento. Se è vero come è vero che la Legge 2 del 2009 aveva allargato molto le tutele, avevamo e abbiamo in Regione Lombardia anche persone che non avevano tutele e abbiamo messo in campo una risorsa di 112 milioni di euro che sono servite per 20.000 doti a 6.000 euro circa, 3.000 euro di reddito e 3.000 euro di politiche attive. Cioè, abbiamo cercato la tenuta sociale anche rivolgendoci a quelle figure non comprese nella Legge 2. Ma abbiamo fatto un altro passaggio. Abbiamo dei diplomati, dei laureati, da due anni ancora fuori dal mercato del lavoro: abbiamo messo in campo una risorsa Dote Formazione, fino a 5.000 euro, per diplomi post laurea e a 90 giorno dalla conclusione del percorso formativo il 35% è nel mercato del lavoro.
Questi dati sono significativi per quello che rappresentano, per il contesto socio-economico che abbiamo alle spalle e per la bontà di uno strumento che abbiamo messo in campo: la Dote che, oltre a essere la declinazione di una politica, è anche il segno di una trasparenza in termini di responsabilità. Non è il bando ma la Dote che diamo alla persona, la persona che liberamente si rivolge dove vuole per cercare di rientrare in un mercato libero.
Questi sono gli elementi della tenuta sociale, per il 2009 e parte del 2010. Cosa abbiamo davanti oggi? Il Presidente ha iniziato la legislatura in aula con due parole: sviluppo e lavoro. Allora abbiamo riconvocato la cabina di regia perché dobbiamo porci il problema dell’occupazione, non solo genericamente: dobbiamo mettere in campo anche strumenti che possano generare sviluppo e quindi lavoro. Possono essere gli strumenti di attrattività per un territorio, possono essere la differenziazione degli strumenti, può essere anche affrontare in termini concreti una contrattazione secondaria a livello territoriale o aziendale, se è vero come è vero che vogliamo incrementare i salari per aumentare la produttività, che è il tema vero, per avere una competitività maggiore nel sistema delle imprese.
Allora, la contrattazione è un tema su cui noi ci vogliamo confrontare con le parti sociali. Ma abbiamo anche un’altra modalità, vogliamo andare là dove c’è il bisogno, lanciare una grande azione territoriale: piani territoriali che mirino a far giocare il ruolo di attore vero a tutti i soggetti istituzionali, sociali e del sistema delle agenzie e degli operatori accreditati. Una delle cose che abbiamo fatto in questa Regione è stato mettere sullo stesso piano soggetti pubblici e privati, purché accreditati, con dei controlli ex post. Già due anni abbiamo accreditato operatori con un controllo ex-post: se tu mi dichiari che hai i requisiti, io vengo e controllo; se non li hai, vai fuori dal sistema.
Il nostro obiettivo è il reinserimento, dobbiamo mettere in campo politiche che mirino veramente al reinserimento. Allora, ecco che il tema della Dote è un dato di responsabilità: dobbiamo fare in modo che le persone si sentano responsabilizzate, rispetto a un percorso che può essere di formazione, un mix di formazione e servizi al lavoro, o può essere semplicemente servizi al lavoro, perché abbiamo da parte degli operatori d’azienda la capacità di fare i bilanci delle competenze. Non c’è bisogno di fare 300 ore di formazione per forza, quando invece ci sono altre priorità. I servizi sono lo strumento per accompagnare le persone che vogliono usufruire della Dote rispetto alle loro esigenze.
Su questo abbiamo anche qualche esempio, qualche buona prassi: abbiamo l’azienda Colombo, che addirittura sta accompagnando le persone in esubero rispetto a una loro ri-collocazione, con risorse anche private, la Fatebenefratelli di San Colombano che, oltre all’80% di politiche di sostegno al reddito, ha messo in campo un altro 20% per quelle persone che, attraverso un percorso di riqualificazione, potessero essere reinserite. Poi cito il Jeremy, che è servito a sostenere i lavoratori soci delle cooperative ma anche il lavoro di riqualificazione, proprio alla luce delle sotto-capitalizzazioni del sistema cooperativo. Abbiamo bisogno, anche alla di buone prassi, di una capacità del sistema territoriale di cogliere che c’è bisogno anche di investire in novità, e vedo qua una delle persone che ha diretto un progetto sul lavoro. A Bergamo abbiamo già sul territorio delle opportunità che ci aiutano a cogliere il bisogno e a mettere in campo quella politica del welfare per cui il lavoro può essere veramente una risposta personale. Dobbiamo liberare il lavoro: è un argomento sul quale non possiamo che essere attenti.
L’ultima considerazione, oltre al reimpiego complessivo: il tema dei giovani per cui dobbiamo utilizzare tutte le forme dell’apprendistato e riscoprire anche il ruolo formativo dell’impresa stessa. Si può imparare lavorando L’articolo 48 e l’articolo 50 dell’alta formazione sono sicuramente gli strumenti che vogliamo attualizzare per cercare di rendere disponibili ai giovani le opportunità che permettano loro di entrare nel mercato del lavoro. Sono gli obiettivi che vogliamo avere alla luce delle buone prassi che abbiamo svolto nel 2009 e 2010: impegnarci a dare attuazione a quelle due parole, sviluppo e lavoro, perché solo attraverso lo sviluppo si genera lavoro e quindi occupazione. Grazie.

MASSIMO FERLINI:
Grazie all’assessore Rossoni. Si è sentito molto, in questa ultima parte del suo intervento, il desiderio di passare ad una fase in cui l’esperienza fatta nel frenare il bisogno di lavoro, dentro la crisi, divenga un momento di attacco, una risposta per lo sviluppo, con nuovi lavori che liberino il lavoro, che nel frattempo era rimasto imprigionato nella crisi. Do la parola adesso a Francesco Verbaro, Segretario Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a cui non chiediamo le risposte relative alle cose che ci siamo detti, ma di rispondere agli spunti, alle occasioni che questo confronto credo abbia messo sul tavolo. Una riflessione profonda sull’esperienza fatta e su quale progetto ci aspetta come impegno al superamento della crisi. Prego.

FRANCESCO VERBARO:
Ringrazio il personale del Meeting per avere collaborato con me a organizzare questo evento. Fortunatamente, molte risposte sono arrivate da chi mi ha preceduto, il che ci fa dire che il tema di questa sera, le politiche attive, è solo apparentemente tecnico. Rientra in realtà in quel ragionamento sul nuovo modello di welfare, che il Governo ha il compito di organizzare e nell’ambito del quale entrano anche le politiche attive per il lavoro. Il racconto di un’esperienza di cambiamento, di cambiamento reale, nella fase di crisi non solo economica ma anche culturale, cioè le esperienze che ho sentito raccontare ma anche le cose messe in atto in questi ultimi due anni, sono effettivamente frutto di un ragionamento che, già partito, è stato fortemente accelerato. Qui mi piace recitare una frase presente nella mostra dell’economia e della crisi, una frase di Albert Einstein: dice che senza crisi non ci sono sfide e senza sfide la vita è una routine; che dalla crisi riaffiora il meglio di ciascuno, perché senza crisi ogni vento è una carezza.
Proprio da questa frase partono alcune riflessioni su come dobbiamo disegnare, partendo dalla crisi, il nostro diverso modello di welfare, dove le politiche attive sono una parte importante, dove non si guarda più alle fasi della vita in maniera statica – alla fase della educazione, della formazione, poi del lavoro e della previdenza – ma tenendo presente l’intera vita della persona, soprattutto in fase di transizione, cioè di cambiamenti. La famosa presa in carico della persona significa appunto la cura di questa persona, il suo accompagnamento nelle fasi di transizione. La crisi ci dice anche che ci sono tante crisi: il cambiamento sarà continuo, repentino, tanti i mutamenti a cui l’essere umano sarà sottoposto, molteplici i contesti sociali e politici. Pertanto, dobbiamo fare una politica del capitale umano che sia alla base del nuovo welfare, che aiuti l’essere umano a superare le diverse fasi di transizione, guardandole in maniera integrata. Cioè, pensando al lavoro e alla previdenza quando fa educazione e quando fa formazione, e non – come è successo in questi anni – guardando a queste fasi in maniera separata.
Quante volte, anche per un errore culturale, si è detto: intanto ti prendi un titolo di studio, intanto ti formi, poi pensiamo a quello che sarà il lavoro? Quante volte e quanto questa frase ha creato, non solo cattivo orientamento, cattiva formazione, ma anche tanti disoccupati? Proprio là si mostra in maniera eclatante, evidente, che abbiamo bisogno di una visione diversa che chiami in causa non solo tutti i soggetti che devono operare a livello di welfare – quindi, chiaramente le istituzioni, il Ministero, le Regioni, il pubblico impiego, i soggetti privati e pubblici – ma anche in una funzione integrata. Nella visione statica di welfare, che prima abbiamo conosciuto, il soggetto attendeva il sussidio, l’intervento, in una fase particolare della vita. Ora abbiamo una visione dinamica, dove è il soggetto che si dà da fare, il soggetto che viene responsabilizzato nella scelta del corso di studio, già nella visione del lavoro che deve avere.
Qui c’è anche un ragionamento di cornice culturale, che è comparso sul Libro Bianco e su altri strumenti. Quando programmiamo il cosiddetto lavoro accessorio, il voucher è quello che serve per migliorare il lavoro occasionale: lo abbiamo allargato anche agli studenti durante il periodo di vacanza, ragionando sull’idea di promuovere la cultura del lavoro nel giovane, proprio per alternare il momento di educazione, il momento di formazione e il momento lavorativo, per creare cultura del lavoro, cultura del lavoro bianco, cultura della contribuzione. Anche perché, chiaramente, bisogna guardare al momento della contribuzione già all’inizio, aumentare la cultura della retribuzione, della previdenza, in una visione integrata.
Ecco quindi una serie di strumenti messi in campo, strumenti di vario genere, culturali e giuridici, che ci aiutano a collocare lo strumento delle politiche attive del lavoro in una visione diversa di welfare. Stiamo parlando di un ragionamento diverso, che mette in discussione il ruolo del pubblico e del privato nella società e nell’individuo, e il modo in cui interagiscono, in maniera diversa, più responsabilizzata, dinamica. Perché sono sottoposti a un cambiamento continuo, non sono ruoli statici, così come il singolo che si responsabilizza non può dire: io ho scelto questo tipo di studio, per cui mi attendo il lavoro al quale mi sono formato cinque o sei anni fa. Aumenta la responsabilità dei singoli, oltre a quella delle istituzioni, in maniera diversa.
In questi due anni siamo intervenuti sulle politiche passive cercando di sostenere il reddito di molti soggetti, ampliando anche il bacino dei soggetti colpiti dalla crisi, per aiutarli con sussidi, tanto che la Legge 185, la Legge 2, in convenzione, poi il Decreto Legge 78/2009 pongono nuovi strumenti per trattenere i lavoratori nell’impresa. Lo stesso dicasi per il bonus nella Legge Finanziaria, per una serie di interventi di cornice che hanno ampliato fortemente le misure volte ad accompagnare e sostenere economicamente i soggetti colpiti da redditi bassi. Insieme, ci sono anche una serie di strumenti volti a realizzare quella infrastruttura delle politiche attive, cioè di politiche che aumentino l’occupabilità rispetto alla vita lavorativa, che sarà caratterizzata da tante transizioni: non un lavoro, ma tanti lavori.
Aumentare l’occupabilità, ridurre i tempi di disoccupazione, i tempi di ricerca del lavoro, richiede un insieme di infrastrutture nazionali, regionali e locali, comunque un aumento dei soggetti. La responsabilità nazionale, rispetto alla funzione sociale delle agenzie del lavoro, richiede cornici diverse. Responsabilizzazione per chi fa formazione: oltre al grande accordo sugli ammortizzatori in deroga, Stato-Regione hanno fatto un accordo importante sulla formazione professionale, partendo dall’analisi di ciò che è stata la formazione professionale in questi anni. Diceva prima Guerini che la formazione professionale non si occupava delle persone. Con una battuta, dicevamo qui che si occupava delle persone ma di quelle sbagliate, cioè dei formatori e non dei formati, ragionando sul fatto che la formazione va rivista perché è uno dei pilastri del nuovo modello di welfare. Una formazione mirata, che deve partire da concetti banali, cioè la conoscenza del capitale umano e delle sue competenze, senza grandi analisi sofisticate, la conoscenza dei fabbisogni professionali del nostro tessuto economico, che ripartiremo in nazionale, regionale e locale.
Da un lato, l’Accordo Stato-Regioni-parti sociali sulla formazione professionale prevede il potenziamento di questi strumenti, di queste infrastrutture, le porte di accesso, l’indirizzo delle comunicazioni obbligatorie, per poter sapere cosa fanno i lavoratori, cosa sanno i lavoratori, e conoscere quali siano le opportunità. Quindi, un’infrastruttura di conoscenza di dati sui mercati del lavoro, perché ricordiamoci dei mercati del lavoro, e ovviamente una conoscenza delle persone, del capitale umano. Quindi, una infrastruttura come il lancio della Borsa Lavoro, in un’ottica meno burocratica e più semplificata, come strumento che crea, sì, trasparenza, per sapere chi è il soggetto che cerca, cosa cerca in giro, cosa cerca come opportunità, trasparenza rispetto all’infrastruttura che deve avere la collaborazione di soggetti pubblici e privati. Qui salta la differenza tra pubblico e privato perché viene messa al centro la funzione, la funzione dell’orientamento, dell’intermediazione, della ricollocazione, che devono fare i soggetti pubblici e privati rispetto a incentivi ma soprattutto rispetto a una funzione che già il quadro normativo richiama.
E’ positivo il fatto che anche le Province, recentemente, si sono impegnate a migliorare i servizi, dopo anni in cui abbiamo investito tanto. Ma normalmente il sistema riguarda in maniera integrata tanti soggetti: riguarda l’università, gli enti bilaterali, l’informazione, chiaramente sotto la regia delle Regioni rispetto ai propri territori. Il quadro che emerge è una situazione in cui aumentano i soggetti, in cui viene migliorata l’infrastruttura per conoscere meglio i fabbisogni, le imprese, i lavoratori e le loro competenze. Lo scopo è semplificare la normativa e liberare il lavoro, come dice il Piano Triennale per il Lavoro, che vuole essere una cornice culturale per tutti, da una serie di elementi: l’incompetenza dei lavoratori – e anche qui c’è un problema culturale profondo rispetto al ruolo della formazione, liberare il lavoro dalle inefficienze amministrative e burocratiche, da un’attitudine che hanno le nostre amministrazioni, di tutelare paradossalmente la privacy, il dato del disoccupato ma di non difenderlo dalla inoccupabilità. E’ un paradosso tutto nostro, tutto italiano. Ancora, liberare il lavoro dalla insicurezza, dalla illegalità, da una serie di schemi tradizionali statici, contrari a una visione che prova ad affrontare il mutamento che è continuo, rispetto al mercato del lavoro, a una economia che è comunque in cambiamento.
Noi avremo tante crisi, nel senso di tanti cambiamenti da gestire, non sarà questo l’unico fenomeno con cui dovremo confrontarci. Questo deve aiutarci a fare quel passaggio definitivo di cambiamento, rispetto alla riflessione che c’è in corso. Da questo punto di vista, sono tante le iniziative positive sul territorio, sia per opera delle agenzie del lavoro che per altro. Credo importante – e chiudo – provare a superare soprattutto un retaggio culturale: le politiche attive, rispetto alle politiche passive, sono diverse nel tessuto, per un dato di fondo. Le politiche passive spesso dipendono da un unico soggetto, l’INPS, la Regione, il Ministero, con la cassa in deroga, con il sussidio. Le politiche attive dipendono non solo dal buon funzionamento di tanti soggetti, dalla formazione all’intermediazione, all’orientamento, all’università, ai centri per l’impiego, alle agenzie per il lavoro, ma, ancora di più, dalla capacità di questi soggetti di cooperare, di lavorare insieme sul territorio, il famoso partenariato locale e regionale.
Temi più complessi che però costituiscono la vera sfida alla crisi, cioè la sfida culturale. E qui, forse è giusto chiudere con l’altro stimolo che ci viene dal Meeting, con la bellissima mostra sull’Ulisse di Dante, che mette in evidenza questa grande positività, la capacità di abbandonare il proprio Mediterraneo, di superare le colonne d’Ercole, cioè i propri limiti, la propria visione amministrativa, personale. Ecco, le politiche del welfare, le politiche attive, richiedono un superamento dei nostri Mediterranei: forse questa è la grande sfida che dobbiamo raccogliere dalla crisi, ma anche da questo processo di cambiamento in corso. Grazie.

MASSIMO FERLINI:
Ringrazio il dottor Francesco Verbano. Ritengo che sia stato un ottimo dibattito, che abbia messo sul tavolo spunti di riflessione, per chi opera nel settore delle politiche attive del lavoro, risposte ai bisogni del lavoro molto utili per quello che dobbiamo fare. Voglio concludere col ringraziare il Ministero del Lavoro per avere contribuito, assieme al Meeting, a promuovere l’incontro, e voglio anche rubare qualcosa dal Piano Triennale per il Lavoro, “Liberare il lavoro per liberare i lavori”, la citazione introduttiva di un nostro amico. “La risorsa più nuova della società contemporanea non è costituita dalla terra o dalle fonti energetiche ma da uomini adeguatamente motivati a cercare liberamente di offrire risposte agli infiniti bisogni propri e degli altri, sostenuti da una solida cultura del lavoro libero”. E’ una citazione di Marco Martini che per primo ha contribuito a sviluppare il pensiero con cui poi, soprattutto in Lombardia, abbiamo continuato portando innovazione nelle politiche del lavoro. Grazie e arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria