LE FORZE CHE CAMBIANO LA STORIA SONO LE STESSE CHE CAMBIANO IL CUORE DELL’UOMO

Partecipano: Mary McAleese, Presidente d’Irlanda; Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli. Introduce John Waters, Editorialista de The Irish Times.

 

EMILIA GUARNIERI:
Buon pomeriggio a tutti, do il benvenuto anche a nome di tutti gli organizzatori del Meeting a Sua Eccellenza Monsignor Martin, appena arrivato, il Primate d’Irlanda che è venuto proprio per salutare la Presidente. A nome Suo, a nome di tutte le autorità presenti, di tutto il pubblico do il benvenuto a Mary McAleese, Presidente della Repubblica d’Irlanda.
Gentile Presidente, la ringraziamo per la Sua presenza al Meeting che ci onora e ci tocca profondamente, proprio in quanto rappresenta una tappa estremamente significativa di quel rapporto con lei che si è sviluppato ed è cresciuto in questi anni nel contesto e nel rispetto dell’alto ruolo istituzionale di rappresentanza del suo popolo che ella riveste. Quando nel gennaio di quest’anno lei ha ricevuto nella sua residenza a Dublino la delegazione del Meeting, alcuni di noi hanno avuto per la prima volta l’onore di conoscerla, ma altri, come gli amici Margaret e Mauro Biondi, come l’amico giornalista John Waters godevano già della sua cordiale amicizia, ma ancora una volta è potuto accadere, come ormai accade sempre più frequentemente nella storia del Meeting, che da un rapporto e da una amicizia si possa generare una trama sempre più vasta di relazioni importanti e significative. Noi ben ricordiamo che fu proprio in quella occasione che parlando di politica e di rapporti internazionali, lei Presidente sottolineò che se le relazioni tra coloro che determinano le sorti degli uomini e dei popoli avessero il carattere non solo di rapporti tra istituzioni, ma divenissero a pieno titolo relazioni tra persone, probabilmente anche i grandi conflitti e le grandi contraddizioni troverebbero un approccio diverso. Fu proprio questa sua affermazione che ci suggerì il titolo che le abbiamo proposto e che la ringraziamo di avere accettato: Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo, e il cuore è quel fattore naturale che nessun uomo ha scelto di darsi ma dal quale chiunque, se è leale con se stesso, non può non riconoscere di essere definito. E’ questo cuore che spinge l’uomo a desiderare cose grandi, a cercare la verità, che lo rende capace di stupirsi di fronte al Mistero della realtà, che gli da il gusto di tendere alla meraviglia, “to the wonder”, come dice Kavanagh, il grande poeta irlandese che anche noi abbiamo imparato a conoscere e ad amare dopo che l’amico Waters ce ne ha proposto la lettura al Meeting del 2007, ma la meraviglia, lo stupore, la speranza, suggerisce ancora Kavanagh, si raggiungono attraverso la fatica, attraverso il lavoro. “Per una crepa troppo ampia non passa alcuna meraviglia, solo una stanza oscura, il pane nero e il tè senza zucchero potranno ridonarci la bellezza gloriosa dell’animo di un bambino”. Queste sono le suggestive immagini del poeta che ci suggeriscono come la speranza di una novità si nutra di fatica e di lavoro. Costruire ponti è il motto che lei ha scelto appunto per la sua Presidenza e che pare proprio indicare come la ricerca della pace, del bene nelle relazioni tra gli uomini passano attraverso il lavoro tenace e faticoso di una costruzione, riconoscendo e valorizzando la diversità dell’altro, che l’altro sia il compagno di lavoro o il popolo diverso per storia, religione, cultura. Questa fatica, questo lavoro operoso nel riconoscimento valorizzatore della diversità è l’opposto di quell’individualismo che, come di recente diceva don Carrón, la modernità pare adottare come risposta all’inevitabile tensione tra l’io e la comunità, quell’ individualismo che vede nell’altro solo una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità e che si nutre ultimamente di un inganno, perché è un inganno, inganno di pensare che si possa essere felici a prescindere dagli altri. Anche l’esperienza del Meeting, le storie, le persone che abbiamo incontrato ci hanno insegnato che la risposta più adeguata a questa drammatica quanto realistica tensione tra uomini o tra popoli, la risposta a questa tensione non può essere trovata nella lotta o nella contrapposizione, ma neppure in una tolleranza indifferente, quanto piuttosto nel riconoscimento di quell’unico fattore che tutti gli uomini hanno in comune, appunto il cuore. L’amicizia tra i popoli, che il Meeting intende contribuire a costruire, ha come suo fondamento il riconoscimento di questo fattore inestirpabile e oggettivo da cui ognuno è costituito. Investire sul cuore, affermare la libertà e la dignità dei desideri è spesso una lotta, innanzitutto con se stessi e subito dopo con ogni forma di potere politico, economico o culturale che volesse strappare l’uomo da se stesso, omologandolo e riducendo la realtà umana al proprio scopo. Diceva don Giussani che quando il potere mira solo al suo scopo deve cercare di governare il desideri dell’uomo, perché il desiderio è l’emblema della libertà. La bellissima ballata irlandese che spesso anche noi cantiamo The fields of Fathernay, racconta di un uomo che durante la grande carestia che colpì il paese a metà dell’800 aveva rubato perché i bambini potessero ancora vedere l’alba, ora lo attendono i lavori forzati nella lontana Australia, ma prima che la nave salpi attraverso il solitario muro del porto, l’uomo saluta la giovane sposa ricordando i lontani campi di Fathernay, quando guardavano gli uccelli volare e avevano sogni e canzoni da cantare. Quei desideri, quei sogni, quelle canzoni ora non sono né cancellati, né sconfitti, perché la giovane sposa Mary crescerà i loro figli con dignità ed egli vivrà sperando e pregando per il suo amore. Ci ha commosso questo canto, e lo amiamo e lo cantiamo perché esprime quel desiderio di cose grandi che porta l’uomo a sperare e ad attendere gridando, anche se talora inconsapevolmente, che ciò che lo costituisce è il suo rapporto con l’Infinito. Tutto dell’attività umana è generato da questo rapporto ed è per questo che le forze che cambiano la storia sono proprio le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. A lei gentile Presidente e al giornalista John Waters che le proporrà poi anche alcune domande lo sviluppo di questo tema che abbiamo scelto come introduttivo della XXXIa edizione del Meeting.

JOHN WATERS:
Buon pomeriggio, ho incontrato tredici anni fa Mary McAleese nel corso della campagna dove poi ha ottenuto il titolo di Presidente, c’è stato un dibattito al Trinità College e mi è stato chiesto per un qualche motivo di partecipare anche se io non ero candidato, ero l’unica persona non candidata e non riuscivo a pensare come mai ero stato interpellato, mi sentivo un pochettino come Zelig nel film di Woody Allen, dove praticamente si era contestualizzato nei vari momenti storici, dove stava appunto insieme ai grandi leader ed eccomi di nuovo qui anche oggi. Quello che mi ha colpito di Mary McAleese, oltre alle cose che già si sapevano, e cioè che era sicuramente una brillante avvocato, veramente una persona quasi impegnata in una crociata, la cosa che mi ha colpito di lei è stata la sua capacità di affezionarsi, di stabilire delle relazioni immediatamente a livello umano, non proprio politico: non era il suo un tentativo di raggiungere gli altri per motivi politici, era proprio una connessione, un rapporto con gli altri immediato e umano, sempre così. E nei tredici anni che sono trascorsi da quell’evento sono successe tantissime cose nel nostro paese, molte cose buone, alcune meno buone, però io credo che avvicinandoci alla fine di questo secondo mandato di presidenza che avrà termine l’anno prossimo, possiamo dire che alla fine, in ultima analisi, le cose sono andate bene, oltremodo bene e positivamente e io credo che una parte, proprio, importante di questo sia stata dovuta alla presenza di Mary McAleese. E il motivo è questo: non è una funzione manageriale, un ruolo manageriale il suo, è proprio una gestione famigliare, un rapporto famigliare. Lei è una quasi una sorella per tutti, è una madre, questa è la sensazione che abbiamo di lei. I leader non vengono dal nulla, non è che arrivano da un processo veramente complesso, arrivano dalla gente, dai desideri della gente, alle volte sono buoni, alle volte meno, però non è una cosa casuale che ci sia un certo leader e per questo motivo io veramente ritengo che possiamo dire in maniera del tutto semplice rispondendo alla domanda: Come mai Mary McAleese è diventata Presidente d’Irlanda? Possiamo dire che in maniera veramente profonda l’abbiamo scelta, l’abbiamo scelta noi, l’abbiamo vista, l’abbiamo guardata, le abbiamo detto un sì, un sì, sì ancora sì. Adesso possiamo guardare a ritroso e dire che è stato un completarsi di un conflitto che è durato per tanti anni. E’ importante tutto questo per capire il rapporto di questa donna con la nostra popolazione, non voglio entrare adesso nei dettagli storici, perché questo proprio mi richiederebbe centinaia d’anni, pero c’è una cosa che si può dire relativamente alla psicologia di una nazione. L’Irlanda è praticamente una nazione dove ha avuto sede un conflitto per tanti anni, una nazione divisa da un confine, con due popolazione che hanno idee completamente diverse di sé, persone che sono cresciute come me, per esempio, distanti dal conflitto, ne sono state toccate comunque dal punto di vista psicologico e tutte queste cose, tutti questi fattori hanno poi provocato il perpetrarsi di un conflitto che poteva andare avanti sulla base di motivi politici e non solo. C’era praticamente una psicologia del conflitto che continuava e io credo che Mary McAleese abbia rappresentato un elemento importante in tutto questo discorso, perché ci ha riportato al nostro senso di appartenenza comune. Lei veniva dalla zona di conflitto, era una persona che ha sempre tentato in ogni modo di reinventarsi, ha sempre tentato non di negare la realtà che aveva vissuto ma ha continuato a parlare di questa realtà, delle cose che erano successe e quindi ha cercato di arrivare ad una riconciliazione; non ha cercato di diluire la sua esperienza storica, ha cercato di offrire invece questa sua esperienza come rassicurazione agli altri del fatto che la storia sarebbe stata sempre rispettata. Questo ha rappresentato un punto essenziale in tutto questo processo, ogni parte del conflitto si è sentita rassicurata nella propria esperienza, nella propria storia e queste sono alcune delle caratteristiche che abbiamo apprezzato di lei. Abbiamo capito subito, intuitivamente, che questa donna aveva, presentava queste caratteristiche, abbiamo capito subito che poteva rappresentare un elemento vitale in termini pratici, simbolici, ma anche psicologici, insieme, al suo marito, anche lui coinvolto in questo processo di riconciliazione in maniera veramente molto profonda. E quindi, abbiamo detto un sì a Mary McAleese, proprio perché l’abbiamo riconosciuta, l’abbiamo riconosciuta come la persona che ci serviva, la persona di cui avevamo bisogno in questo preciso momento. Io ho le mie idee naturalmente, penso che appunto Mary McAleese abbia le proprie radici nel cuore dell’Irlanda, da cui vengo anche io, il cuore proprio dell’Irlanda. E’ una Presidente veramente meravigliosa e io intendo questo in diversi sensi, in diversi modi. Effettivamente sappiamo che il mondo si può dividere in meraviglia e regole. Se guardiamo la politica, è molto contraddistinta dalle regole, è molto caratterizzata appunto da una mentalità basata sulla accusa, sulla contraccusa, ecc.. Mary McAleese invece viene da un altro mondo, viene da una specie di mondo della meraviglia, a lei piace proprio vivere, lo capite subito appena le parlate, capite che le piace fare la Presidente, le piace incontrare la gente, ad essere a contatto con la gente, ha questo senso di affetto per gli altri, che è in grado di passare oltre qualsiasi barriera linguistica. Quindi è tante cose questa donna, è una donna che ha costruito ponti, che ha guarito ferite, è una sorella, non è una direttrice, una manager. C’è un aneddoto, non so se sia vero, penso di sì però, spero che almeno lo sia e lo voglio dire, ed è questo: Ecco in questo momento c’è appunto una stagione sportiva molto importante, una specie di hockey, anche il football e le finali verranno fra poche settimane per tutti questi sport e ho sentito dire che prima delle partite viene presentata la Presidente alle squadre, dà la mano a tutti componenti delle squadre in gioco e mi è stato detto di fatto che sempre prima della partita lei sa dopo avere strette le mani ai componenti della squadra chi vincerà, pensate. Quindi avete già un idea della persona con cui abbiamo a che fare, lei sa già tutto in partenza, quindi, signori e signore, è veramente un grande onore presentarvi Mary McAleese.

MARY MCALEESE:
Vi riunite qui oggi, decisi a costruire ponti di rispetto nei confronti degli altri, in un mondo che troppo spesso si accontenta di costruire dei bunker nei quali noi ci nascondiamo o ci guardiamo con meschinità, luoghi in cui pericolosamente demonizziamo l’alterità dell’altro; siete qui perché credete che gli esseri umani siano capaci di addolcire i propri cuori, cuori di pietra, cambiando la direzione, il corso della storia che noi abbiamo costruito, passando dalla oscurità alla luce. L’esperienza sia recente che del passato ci indica che l’uomo, noi, abbiamo spesso sconvolto il corso della storia con grandi mali, abuso di potere, èlitismo, anche sconvolgente indifferenza, ma qui a Rimini noi crediamo che la bontà e la grandezza di cui è capace il cuore dell’uomo sia molto più potente rispetto alla malvagità di cui noi stessi siamo capaci, noi crediamo che ci sia qualcosa di più, noi crediamo che il nostro destino come uomini rimanga disatteso nella misura in cui siamo vittime o pratichiamo attivamente la cultura della demonizzazione. Oggi pomeriggio, nella vostra compagnia, vorrei analizzare la storia dell’Irlanda, il mio paese, e parlare delle forze che attualmente stanno cambiando la nostra lunghissima storia, storia di secoli di divisioni e conflitti politici, mentre ci stiamo muovendo verso il consenso e i rapporti di buon vicinato. Il Primo Presidente dell’Irlanda, Douglas Hyde disse: “L’odio è una passione negativa, è un elemento di distruzione potente, molto potente, ma non serve per costruire. L’amore, d’altro lato è come la fede, esso può spostare le montagne e noi abbiamo montagne da smuovere con la nostra fede”. L’Irlanda ha una lunga e triste storia che ha portato a dei rapporti assai disastrati all’interno dell’isola e nei rapporti tra l’Irlanda e la Gran Bretagna. Ironico notare che tutti i protagonisti di questi conflitti erano cristiani, pur tuttavia il rancore tra protestanti e cattolici, tra i nazionalisti irlandesi e gli unionisti britannici era veramente velenoso e tale veleno si è trasmesso di generazione in generazione e questo per secoli, e non è un caso che il movimento che è sorto per correggere questi rapporti disastrati e per liberarsene abbia funzionato meglio nell’ultimo secolo rispetto a quanto fatto nei precedenti secoli. La mia generazione è stata la prima a trarre beneficio da un più ampio accesso alla istruzione. Mia madre, mio padre hanno smesso di studiare quando non erano ancora adolescenti, quindi non hanno avuto la possibilità di essere istruiti, ma la mia generazione è stata molto fortunata. E’ stata la prima generazione a crescere con le parole della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclama la dignità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. La mia è la prima generazione dopo i terribili e inutili massacri delle due Guerre Mondiali, la prima generazione a vedere il crollo dei vecchi imperi che sono spariti e la prima a vedere il diffondersi della democrazia nel mondo. L’Irlanda è entrata nell’Unione Europea nel 1973, l’Unione Europea quel eccezionale viaggio di collaborazione tra nazioni che si erano combattute per secoli le une contro le altre. Sin da allora la maggior parte dei cittadini europei, inclusi gli inglesi e gli irlandesi, ecco noi abbiamo vissuto profondamente radicati nella cultura di reciproca demonizzazione. Ora pero le dinamiche sono cambiate, sono state fatte cambiare e questi cambiamenti alla base avevano una ferma volontà di riconciliazione tra nazioni, erano basate sul rispetto reciproco. Un’altra cosa importante: il rispetto della dignità innata di ogni essere umano. Questa nuova Europa doveva essere costruita dal rispetto dei diritti umani. Alcuni vedono le forze che hanno dato origine all’Unione Europea come un pragmatismo intelligente, etico, umano, motivato sia dal proprio interesse, sia dall’altruismo; altri e io sono una di essi, la considerano la pratica della disciplina dell’amore, non un amore sentimentale, piuttosto un amore per l’altro. Quell’amore che vuole comunicare la verità all’altro, ma vuole anche ascoltare quando l’altro racconta la propria verità, alla ricerca del dialogo sempre allo scopo di riconciliarci. E’ un processo di conversione che non è evangelico, nel senso che si vuole convertire l’altro, convincerlo a pensare come penso io, un processo di conversione che però ci consente, nelle nostre differenze, di convergere gli uni con gli altri come amici, come vicini, come collaboratori, non come nemici. Ogni giorno, nella vostra vita, nella mia vita, nelle nostre vite, c’è una storia taciuta di miliardi di miliardi di azioni quotidiane, basate sull’amore, la gentilezza e la generosità, senza di esse la nostra vita sarebbe inutile, caotica, esse sono la roccaforte contro le vicissitudini della vita, sono alla base del benessere, della compassione, dell’ispirazione, del coraggio. Noi ci basiamo su queste piccole azioni per sperare, avere fede nell’umanità, tuttavia le dinamiche tra nazioni e tra i diversi gruppi di interessi all’interno delle nazioni, di tanto in tanto ci fanno vedere che viviamo un mondo con grande disaffezione, dove la nostra capacità di amare, la nostra capacità di curarsi degli altri è scollegata e questo è avvenuto quando ci siamo incrociati con coloro che demonizziamo o che demonizzano noi. Scolleghiamo l’amore proprio nel momento in cui esso è più necessario. I trattati costitutivi dell’Unione Europea hanno voluto invertire questa funesta dinamica, allo stesso modo gli odierni cittadini dell’Irlanda, dell’Irlanda del Nord, della Gran Bretagna hanno compiuto un lodevole sforzo per invertire questo circolo vizioso, lo hanno fatto grazie a un trattato che chiamiamo l’accordo del Good Friday del 1998 ed è stato veramente un accordo che dà voce a quelle persone che dicono: non vogliamo ripetere il ciclo vizioso della storia, non vogliamo che tutte le ferite accumulate nella storia ci impediscano di curarci gli uni degli altri. Per il futuro noi vogliamo rapporti nuovi che ci possano garantire libertà, rispetto, giustizia, uguaglianza e pace a tutti. Il trattato dell’Unione Europea e l’accordo del Good Friday non rappresentano un grande fastello di nobili ma vuote dichiarazioni o aspirazioni, ogni parola, ogni concetto è il risultato di lunghe e spesso amare discussioni. Questi accordi sono un modello, un modello di pensiero e di azione. La cosa più importante, visto che ci conoscono e sanno che avremmo rifuggito un impegno, è che è stato costituito un complesso apparato di istituzioni, leggi, strutture affinché ogni giorno si possa operare per attuare questi valori concordati. È stato quindi avviato un processo che ci consenta di riprendere il controllo del timone della storia e che possa garantire che le forze della storia non rimangano più in balia delle forze del male. Le voci dei demonizzatori ora sono state messe alla gogna, sono state domate dall’opera delle architetture istituzionali che ribadiscono il rispetto per tutti. La cosa più importante è che le istituzioni hanno il sostegno della stragrande maggioranza dei nostri cittadini, si tratta di una grande massa critica, quindi siamo una generazione privilegiata, viviamo direttamente il momento della costruzione di una nuova e affascinante storia. Certo questo processo non è sempre gradevole; a volte è caotico, è difficile, a volte rischia di fallire, a volte è un incubo e spesso coloro che si occupano dei negoziati per raggiungere il consenso hanno più problemi a persuadere i propri sostenitori che non i propri oppositori. Tuttavia, nonostante le discussioni, le false partenze, gli stalli, la struttura del nostro accordo del Good Friday è, come l’Unione Europea, molto più intriso di speranze di ogni singola cosa che è venuta prima. È straordinario, in un periodo di tempo brevissimo molti degli antichi problemi, problemi spinosi di conflitto politico sono scomparsi. Per decenni abbiamo lottato sulle azioni delle forze di polizia; anche la polizia è cambiata, e adesso ha il sostegno di tutti i cittadini. Per anni abbiamo vissuto con la cultura del paramilitare, questa cultura sta sparendo; per anni abbiamo convissuto con terribili conflitti e tensioni tra cattolici e protestanti, tra il Nord e il Sud dell’Irlanda e nell’Irlanda del Nord. Ecco, questo ora è cambiato e questo non per caso, non per una coincidenza ma grazie alla coraggiosa leadership, all’impegno di tutte queste comunità che lottavano contro le divisioni. La nostra isola formalmente è divisa in due parti, per complicare ulteriormente le cose, io sono nata a Belfast, nell’Irlanda del Nord e quella parte dell’Irlanda è ancora parte del Regno Unito. Spero che lo capiate, perché io sono la presidente dell’ Eire, non dell’Irlanda del Nord, la Repubblica indipendente d’Irlanda. Questi rapporti tra l’Irlanda indipendente e la Gran Bretagna sono cambiati radicalmente e non sono mai andati così bene come oggi. Per straordinaria coincidenza, io che sono nata nell’Irlanda del Nord e mi piace moltissimo naturalmente perché è casa mia, vengo qui davanti a voi come Presidente della Repubblica dell’Irlanda e così vi parlo. Qui innanzi c’è il mio vicino, è l’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, Francis Campbell, siede qui davanti, è un buon vicino, entrambi siamo fan della stessa squadra di calcio che vincerà il prossimo mese, se Dio vuole. Naturalmente vi sono ancora persone dedite, vincolate alla violenza. Pur tuttavia la cosa interessante di oggi è che quando queste persone cercano di ostacolare il processo di pace, provocano una potente controreazione da parte della gente che mostra solidarietà, gente che fino a poco tempo fa non era per nulla solidale, ora queste persone manifestano una formidabile solidarietà. La cosa che mi affascina è il processo, questo processo di conversione, passando da cuori di pietra a cuori che sono in grado di abbracciare il nemico. Questo processo richiede tempo, pazienza e capacità di resistenza, in particolare quando ci sono degli stalli e delle opposizioni. Esso richiede qualcosa che va ben aldilà della speranza, richiede una fede incrollabile nelle possibilità di cambiamento che si sono schiuse, nel credere che l’amore sarà più potente dell’odio. Sono cresciuta a Belfast, come dicevo, una città divisa in un Paese diviso; sono cattolica e i vicini erano protestanti. Le nostre storie personali hanno sottolineato e ribadito sempre la differenza, le cose che ci separavano, ci è stato insegnato sin da bambini a non fidarci gli uni degli altri, a credere solamente nella nostra propria versione delle cose e naturalmente nella nostra versione delle cose della storia non c’era spazio per la versione degli altri, ad eccezione della misura in cui noi sapevamo che quella parte era sbagliata, e pertanto i vicini vivevano vicini, fianco a fianco, in un atteggiamento di ignoranza infida e abbietta, un’ignoranza infida dell’altro. Vivevamo in compartimenti stagni e questa divisione occultava un’altra importantissima parte della nostra vita: il fatto che eravamo vicini e lo saremmo rimasti sempre, per sempre; avevamo una storia condivisa, avevamo problemi comuni, eravamo dipendenti gli uni dagli altri, questa storia nascondeva anche le enormi opportunità sprecate, tutte quelle possibilità che avevamo gettato via trascurando le possibilità di collaborazione. Ma voci coraggiose cominciarono a chiedersi perché, queste voci cominciarono a dire: “Non possiamo trovare un modo per superare tutto questo?”. E oggi abbiamo scoperto che la capacità umana di compiere il bene spontaneamente può aprirci un futuro meraviglioso, nel momento in cui smettiamo di essere meschini, malvagi nei confronti degli altri e tentiamo di operare con rispetto gli uni con gli altri. È interessante notare che quando l’Irlanda e il Regno Unito hanno deciso di riunirsi nel 1973 al seggio della Unione Europea, uno da colonizzatore, l’altro da colonizzato ed era un rapporto veramente scompaginato, pur tuttavia, grazie alla collegialità del tavolo dell’Unione Europea, si è sviluppata una sincera e calorosa amicizia. E si piacquero, lavorarono bene insieme e, cominciando a lavorare insieme sui programmi europei, si resero conto che avevano buona fiducia reciproca che consentiva loro di lavorare insieme per risolvere i problemi di violenza e guerra nell’Irlanda del Nord. Chiaramente all’inizio non vennero grandi successi, pur tuttavia ogni passo insegna qualcosa. E’ interessante notare che nei trenta/quarant’anni che erano passati il linguaggio politico cominciò a cambiare, il linguaggio del discorso politico era sempre stato rude, brutale, quelle cose che non servono, che non contribuiscono a una soluzione reciproca. Piano piano il linguaggio politico cambiò, si ammorbidì, divenne più aperto e io credo che questo sia dovuto in gran parte all’operato del senatore George Mitchell, il santo, il martire inviato dagli Stati Uniti come inviato speciale ed è la persona che presiedette ai negoziati che portarono all’accordo del Good Friday. E il linguaggio politico si ammorbidì e anche i paramilitari, sentendo questo nuovo tono, questo nuovo linguaggio, iniziarono a farsi convincere, capirono che avrebbero potuto costruire una strategia alternativa per realizzare le proprie ambizioni politiche, una strategia che non avrebbe previsto violenza, ma che sarebbe stata basata sul dialogo e molti di loro piano piano divennero i principali sostenitori del dialogo e i sostenitori della costruzione del consenso. Chiaramente non fu una facile conversione come quella sulla via di Damasco. Il filosofo irlandese del XVIII° secolo Edmund Burke diceva: “Non disperare; ma se ti capita di farlo, continua a lavorare nella disperazione”. Io credo che questo ben descriva il processo per mutare i cuori dalla guerra alla pace, dall’odio all’amore. Le parole iniziali dell’accordo del Good Friday recitano: “Crediamo di aver negoziato un’opportunità di grande portata storica per un nuovo inizio”. E io credo che questo sia veramente ciò che è stato fatto, un nuovo inizio, un nuovo inizio. Dai tempi dell’accordo del Good Friday gli anni sono stati difficili, ci sono stati alti e bassi, ci sono stati incredibili atti di violenza intesi a minare la determinazione dei costruttori di pace, e una cosa che abbiamo appreso è che la pace non si costruisce mai stando a guardare, ci vogliono operai, ci vogliono persone che dedicano il loro impegno alla costruzione della pace, perché le nostra partecipazione vigile e attenta da cittadini è assolutamente fondamentale se vogliamo eliminare le forze dell’odio e vogliamo lasciarcele alla spalle. Queste forze sono ancora attive, presenti ed effettivamente possono vantare secoli di orrido successo; esse vorrebbero che insegnassimo ai nostri figli ad odiare, vorrebbero che insegnassimo loro ad odiare perché questo è ebreo, questo è islamico, questo è cattolico, questo è protestante o rom, odiarlo perché è nero, bianco, gay, emigrato o donna. Vorrebbero persuaderci ad essere le tossine delle nostre case, sul luogo di lavoro, nelle strade, quelle tossine che rendono meschina e terribile la vita degli altri; vorrebbero che fossimo coloro che fanno sentire a disagio un giovane omosessuale; vorrebbero che mio figlio fosse quello che lancia le pietre al figlio di un emigrato. Queste sono le persone che vorrebbero rendere miserevoli gli altri a causa dell’odio e dell’indifferenza. I bambini che vivono nelle zone di povertà, di conflitto, ecco, questi bambini si chiedono: “Ma c’è qualcuno lì fuori che si interessa a me o no? E i cristiani che dicono di amarsi gli uni gli altri?”. Il linguaggio dell’odio sostiene il caos in cui queste persone vivono. Il miglior antidoto è un amore attivo e coraggioso, che sfida le forze dell’ignoranza, perché entrambe sono in grado di fare la storia. L’una in negativo l’altra in positivo. Nei tredici anni da quando sono presidente dell’Irlanda ho visto molta storia positiva fatta dall’uomo della strada, dall’uomo più comune. Io so che quando si scrive la storia si citano i grandi nomi ed è giusto che sia così.
Tuttavia il lavoro, l’operato alla base, nelle case, sui posti di lavoro, di quelle persone che hanno subito l’odio, le persone che sono in grado di parlare con i colleghi, il marito, gli amici, il capo non parlano parole d’odio. Non sono parole accettabili e questo è l’unico modo per arrestare la tossina dell’odio, fare la voce che parla più forte degli altri e non accetta il passare dell’odio. Winston Churchill disse che questo processo, il cambiare la storia, è un processo che implica, e mi piace questa espressione, implica il passare da un insuccesso a un insuccesso senza perdere il proprio entusiasmo. Io penso che qui al Meeting, ecco voi sapete benissimo che l’idea che ispira questo Meeting, sarebbe solo una bella idea, a meno che un gruppo di persone, di volontari, anno dopo anno non si sia impegnato a costruirla, svilupparla, sostenerla con amore e passione. Chi può dire, magari, molti cuori sono cambiati qui e altrove grazie al Meeting. Leonardo Da Vinci disse: “sono stato dotato dell’urgenza del fare”. Conoscere non è sufficiente, bisogna applicarsi; volere non è sufficiente, bisogna fare e quindi il Meeting fa. Grazie Rimini per quello che fate
Vorrei salutarvi con un ultimo pensiero: Gandhi, con grande eleganza, disse: “Sia il cambiamento ciò che volete vedere nel mondo”. Io credo nel cambiamento, credo nel potere del cambiamento, credo nel potere dell’amore. nella disciplina dell’amore. Queste parole non sono certo nuove, sono parole che noi tutti conosciamo, ci sono state insegnate, le abbiamo apprese dalle nostre madri, dai genitori, dagli insegnanti. Abbiamo studiato i comandamenti, magari non ci abbiamo creduto abbastanza, però la cosa più importante in assoluto è l’amore e noi siamo le mani che possono operare quell’amore. Se vogliamo che l’amore funzioni e si attui in questo mondo, allora noi dobbiamo essere i suoi strumenti, le mani di questo amore. Noi siamo la forza che cambierà la storia e se lo facciamo, se lo facciamo con amore, se rifiutiamo di stare a guardare, se agiamo, allora i cambiamenti che auspichiamo avverranno, con il tempo verranno. Se Dio vuole. Dio vi benedica. Grazie della vostra attenzione.

JOHN WATERS:
Ringrazio la Presiedente per questo bellissimo discorso, che ha descritto un bellissimo processo, un viaggio che è visibile nell’ambito politico. E’ un viaggio che comincia dal cuore, che è spinto dal cuore attraverso la storia. Visto che incomincia dal cuore, lei ha visto questo cambiamento nella sua vita politica?

MARY MCALEESE:
Sì, sicuramente sì, perché ho dovuto io elaborare in prima persona tutti questi principi, io credo nel perdono, nella riconciliazione, nell’amore. Quando avevo diciotto anni ho avuto esperienza diretta proprio a casa, in famiglia, di quella che era appunto la violenza tra varie sette, tra vari gruppi nelle strade. Sempre dobbiamo porci un quesito personale: come rispondiamo a questi attacchi fisici su noi stessi? Ecco, a quel punto bisogna proprio rispondere a questa domanda e capire quali considerazioni si devono trarre da questi esempi. Io mi considero molto fortunata, perché consapevolmente ho deciso di non abbracciare la violenza, altri attorno a me lo hanno fatto e credo ne abbiano tratto conseguenze devastanti. Quindi sulla base di questi principi bisogna scegliere ed è stato bello per me potere scegliere, avere una scelta, avere un’opzione: quella dell’amore. Sono veramente grata a coloro che mi hanno introdotto all’amore, sono grata ai miei genitori, sono grata anche ai preti della mia parrocchia, alle suore domenicane, a tutte le persone che hanno avuto un effetto su di me, mi hanno praticamente introdotto alla possibilità dell’amore come strumento molto più potente della rabbia e in qualche modo questo ha generato questo sentimento in me. Io sono la più vecchia di nove bambini e sicuramente se sei la più vecchia, sei sempre tentata di porre la pace tra tutti.

JOHN WATERS:
Ha parlato di conversione, una parola bella ma molto forte che viene dal cuore.

MARY MCALEESE:
Crescendo ho acquistato la consapevolezza del fatto di vivere in un luogo dove la gente sarebbe stata più felice, più contenta se tutti avessimo pensato nello stesso modo. Sono sempre stata consapevole di questo fatto, cioè che in una società divisa la gente vuole che si dicano le cose che sono in linea col proprio pensiero. Io mi sono resa conto del fatto che bisogna trovare il modo di vivere in maniera umana, insieme, pur pensandola diversamente, perché se aspettiamo, se continuiamo ad aspettare che ciascuno si converta al punto di vista dell’altro, questa è una ricetta che porta solo alla paralisi, cosa che appunto si è verificata nel nostro caso. Quindi il processo di conversione, il processo di conversione a cui mi riferisco è diverso dal nostro concetto di evangelizzazione cristiana, è una conversione del cuore, una conversione del cuore ad uno spazio molto più ampio nel quale possiamo raccogliere tutta l’alterità, tutti gli altri, indipendentemente da quanto sia complesso e caotico questo, però dobbiamo trovare spazio per gli altri, accogliere gli altri, nel nostro cuore. E’ questo che intendo dire.

JOHN WATERS:
Per quanto riguarda la fase, l’ambito politico, sappiamo che la politica è piuttosto cinica attualmente circa le modalità in cui possiamo convertire questa energia del cuore anche nella vita pubblica. Don Giussani diceva come Paolo VI che la politica è la più alta forma di beneficenza, di carità.

MARY MCALEESE:
Questo è ancora vero oggi, in questa età così cinica. Questo vale per la politica e dobbiamo crederlo. Penso che siamo proprio in un momento in qui questo ci mette alla prova, perché siamo politicamente in un momento molto critico, siamo davanti alla crisi finanziaria, abbiamo una crisi anche nell’ambito della chiesa e questo per esempio ci porta a delle problematiche che hanno a che fare con l’etica, con la fiducia. Ecco, cercando di risolvere queste problematiche, mi riferisco in particolare alla crisi economica e finanziaria, sappiamo tutti che non si tratta solo di una crisi relativa al denaro, all’economia, alla finanza, è una crisi più profonda, è una crisi che riguarda la morale, che riguarda l’egoismo, l’avidità, l’incapacità di abbracciare tutte le conseguenze delle nostre azioni. Quindi in questo momento non è solo questione di tappare i buchi introducendo nuove regolamentazioni, che sono pure importanti, ma dobbiamo affrontare il discorso di quello che succede all’interno del cuore dell’uomo, e questo ci apre delle nuove opportunità, per la politica, per i politici, per la gente, ci può offrire l’opportunità di andare oltre al cinismo, per scoprire quello che è possibile dal punto di vista umano, dal punto di vista morale, una volta compresa la nostra stupidità, i nostri insuccessi, e i nostri fallimenti. Adesso dobbiamo intraprendere un processo di creazione di un’architettura economica che sia, diciamo, accettabile dal punto di vista umano, seguendo appunto quello che ci detta il cuore umano con anche implicazioni divine.

JOHN WATERS:
La politica richiede di per sé l’arte del possibile, l’arte pragmatica, bisogna sempre scegliere il meno peggio dei mali, quello che molto spesso non soddisfa nessuno. In questo contesto, com’è che un politico cristiano si può applicare a questa idea di difendere il valore intrinseco dell’essere umano? Ecco, nei focus groups, nei sondaggi, si parla sempre delle opinioni di massa, come il politico può applicare questa etica cristiana del rispettare l’integrità dell’uomo?

MARY MCALEESE:
I politici non sono diversi da tutti quanti noi, fanno delle scelte, queste scelte si basano sul mondo interno, cioè su quello che si è, che si crede. Molto spesso si parla della politica del possibile; onestamente quando guardo non so, l’Irlanda del nord, bèh sono contenta del fatto che ci siano persone capaci di trovare consenso e compromessi e sono grata del fatto che i politici riescano a trovare, come per magia, delle parole che riescono a far conciliare due parti che in qualche modo si odiano. E’ un’arte magica e secondo me ha proprio provocato effetti magici. D’altro canto la politica deve promuovere il bene comune, trovare parole di compromesso, e questa è una cosa che tutta la politica e tutti i politici devono fare, cioè devono essere a servizio del bene comune, devono essere in grado di trovare in qualsiasi modo possibile il modo di portare avanti il bene comune, quindi non guardare soltanto l’interesse specifico della persona ma del popolo. Non si servono soltanto coloro che ci hanno votato ma il popolo intero, la nazione, l’umanità nel suo complesso. Io credo che bisogna riuscire a credere questo e la gente deve anche farsi sentire, perché la gente non è senza voce. In fondo i politici che si hanno sono quelli che si eleggono.

JOHN WATERS:
Naturalmente la politica nel passato, nel nostro paese e anche altrove, è stata dominata dalla crisi finanziaria che preoccupa molto la popolazione. Anche a livello di dibattiti privati, di conversazioni private, abbiamo avuto un’altra crisi una crisi, penso allo scandalo della Chiesa cattolica irlandese. Il cuore umano, il cuore dell’uomo è molto importante in tutte queste questioni, non si tratta solo di questioni politiche ma di qualche cosa che veramente entra nella nostra vita di tutti i giorni. Perciò, questi crolli, questi problemi come li considera?

MARY MCALEESE:
Naturalmente noi tutte vorremmo non fosse mai successo, nessuno si sente a proprio agio, però a questo punto cosa facciamo, come riconciliamo, come facciamo guarire, come creiamo dei giusti contesti in modo che in futuro queste cose non possano più avvenire di nuovo con la stessa facilità con cui sono avvenute in passato? E’ una prova che dobbiamo sostenere, una prova che ci troviamo davanti noi, noi chiamati a costruire un futuro migliore. Adesso il cuore della gente è ferito, c’è una bellissima poesia d’amore antica scritta da una donna che venne amaramente abbandonata da un uomo. Avviene anche in Irlanda questo: le donne vengono abbandonate dagli uomini. In questa poesia, nell’ultima strofa, questa donna dice come si sente ed è una bellissima poesia che dice: mi hai tolto l’oriente, mi hai tolto l’occidente, mi hai tolto tutto ciò che era innanzi a me, mi hai tolto tutto ciò che stava dietro me, mi hai tolto la luna ed il sole e ho paura, ho paura che tu mi abbia tolto anche Dio.
Ecco io credo che tutto questo descriva la nostra situazione attuale, e qualcuno, qualcuno deve prendere questo cuore spezzato e riportarlo alle possibilità dell’amore, della redenzione, alla speranza. Non si può vivere così per sempre, non si può vivere con il cuore spezzato, con questo senso di abbandono per tutta la vita. Dobbiamo credere che questa giovane donna potrà un giorno scrivere un’altra poesia, una poesia d’amore, di un amore migliore e più vero e questo è il nostro compito di oggi, questo è il compito abbiamo: scrivere questa poesia per tutti noi, quindi riportare Dio, la Speranza, la Fede. Abbiamo il meraviglioso Vescovo di Dublino, qui con noi, che sta facendo un’opera meravigliosa, Dio lo benedica, siamo fortunati perché abbiamo veramente dei campioni tra di noi.

JOHN WATERS:
Un altro tipo di conversione, è una conversione nuova questa. Lei e il suo gruppo mi avete ricordato un poema di Dylan Thomas che dice:
“La forza che per la verde miccia spinge il fiore
Spinge la mia verde età; che frantuma le radici degli alberi”
Questo ci indica che tutto è collegato. Questa è la religione, effettivamente la religione è proprio questo, un tutto collegato e Dylan Thomas si descrive come un poeta che scrive poemi in lode di un Dio nel quale non crede. Questo descrive i giorni nostri; le persone sono colpite dalla bellezza del mondo, però sembra che nella nostra cultura questo non avvenga. Mi chiedo, lei, come donna, come presidente, come madre, come avvocato, in che modo pensa di reintrodurre la dimensione dell’assoluto nella cultura che è stata soffocata per certi versi?

MARY MCALEESE:
Abbiamo vissuto in un’era di grande egoismo, di egocentrismo, un tempo di individualismo forse, forse la crisi finanziaria ci ha insegnato o ci ha fatto vedere quant’è grande quella menzogna. Con la questione dei mutui subprime che hanno scatenato la crisi mondiale ogni persona sa che fa parte di una rete, che la collega a tutti. Non la vedeva due o tre anni fa, vedeva solo la propria Ferrari, ora non c’è più, magari non ha più neanche il posto di lavoro. Ora questa persona sa, come sappiamo bene tutti noi, che fa parte di una rete. Avete presente la tela del ragno? Tiratene un piccolo filamento e l’intera rete si muoverà, non solo quel piccolo filamento. Io credo che abbiamo appreso un’ importante lezione del fatto che c’è questa connessione tra tutti noi. Se ora non riusciamo a capire questo, naturalmente le generazioni future ci riterranno responsabili del fallimento. Certo i problemi finanziari devono essere risolti con l’aiuto internazionale, perché sono problemi internazionali, quindi dobbiamo lavorare insieme. I problemi nazionali non li possiamo risolvere da soli. Se continuiamo ad agire per settori, per compartimenti, perderemo; ce la faremo solamente lavorando insieme, con il reciproco sacrificio. Io credo che siamo tutto sommato fortunati di questa esperienza. Abbiamo appreso importanti lezioni e continueremo a farlo. Grazie a questo abbiamo una fenomenale opportunità di rifare un mondo migliore. Questo è il compito che ci spetta.

JOHN WATERS:
Signora Presidente, siamo stati qui ad ascoltarla, a parlarle, ecco ho delle sensazioni di grande gioia, ma anche un po’ d’ansia. Ecco so che scadrà il suo mandato il prossimo anno e so che comunque lei rimarrà con noi, ma con tutto il mondo, non solo con noi. Magari potrebbe venire a farsi eleggere in Italia, cosa ne dice?

MARY MCALEESE:
No, no, dopo questo mandato, basta, grazie.
Grazie a tutti.

(Trascrizione non non rivista dai relatori)

Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo

Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo

Data

22 Agosto 2010

Ora

17:00

Edizione

2010

Luogo

Auditorium B7
Categoria