L’AVVENTURA DI PINOCCHIO - Meeting di Rimini

L’AVVENTURA DI PINOCCHIO

L’avventura di Pinocchio

In collaborazione con ConLegno, FederlegnoArredo, Rilegno. Con Franco Nembrini, Insegnante.

 

EMILIA GUARNIERI:
Buonasera a tutti! Questa è – ormai lo stiamo imparando – la sala dove il Meeting quest’anno ha voluto proporre qualcosa di diverso e di oltre rispetto al dibattito, al dialogo o alla tavola rotonda. Questa sera siamo di fronte ad una – lo vedete, perché qui il tavolo è un po’ diverso dai tavoli delle conferenze – performance, che è a metà fra la lettura, la drammatizzazione, il racconto, la testimonianza. Abbiamo proposto ad un amico storico del Meeting, al Professore Franco Nembrini, conosciuto, conosciutissimo, di immaginarsi di essere nel suo studio televisivo e una volta tanto di avere tanto pubblico davanti e non solo quello collegato con la televisione, e di venirci a riproporre qualcosa del suo Pinocchio, della sua avventura di Pinocchio. Franco Nembrini credo che non abbia bisogno di presentazioni, io dico solo: Franco Nembrini, Professore di Lettere, è stato Preside, ha creato scuole, le ha dirette, ha scritto libri, fa conferenze, fa trasmissioni televisive. Cos’altro vi devo dire? Una cosa sola mi interessa, mi piace dire: Franco nasce come uno che parla per insegnare, parla perché altri vengano tirati su – come si dice – da quello che lui dice. E a me pare che anche le sue trasmissioni televisive abbiamo questo tipo di connotazione. Franco è un insegnate sempre, qualunque cosa faccia, anche quando scrive i libri o quando fa le trasmissioni televisive. Stasera Pinocchio. Pinocchio è un altro personaggio che non ha bisogno di presentazioni. Lo abbiamo portato in scena vicino a Franco. Ringraziamo il Parco Collodi, che ce lo ha prestato. Dicevo, Pinocchio non ha bisogno neanche lui di presentazioni, non ha bisogno soprattutto che si spieghino i nessi che ha con ciò di cui stiamo ragionando in questi giorni. La questione della vita è ereditare per diventare uomini. Nessuno come Pinocchio ha avuto il problema di diventare un uomo, da burattino a diventare un uomo. Credo che quindi questo tema, questo personaggio, questa storia possa anch’essa aiutarci ad entrare dentro il tema di quest’anno. Vi dico l’ultimissima cosa: perché ringraziamo il Parco Collodi? Perché ringraziamo tutti quelli che a vario titolo aiutano il Meeting? Perché il Meeting senza la dedizione, il lavoro, l’impegno, la generosità, gratuità di tutti noi che lavoriamo, di tutti quelli che ci prestano i “Pinocchi”, di tutti quelli che vengono qui a parlare gratuitamente, noi non faremmo più il Meeting. Quest’anno, proprio perché la vita è sempre più dura, stiamo lanciando in maniera molto forte – penso, che ve ne sarete accorti – il “Dona ora”, cioè la possibilità per tutti di contribuire alla costruzione del Meeting attraverso le donazioni. Troverete i desk del “Dona ora” in tanti dei padiglioni del Meeting. Si può donare solo presso i desk dedicati e solo presso i volontari che indossano la maglietta verde del “Dona ora”. Adesso buon, come possiamo dire?, buona visione no, perché non è una trasmissione, buon ascolto no, perché non è solo una conferenza, buon incontro con Franco e Pinocchio.

FRANCO NEMBRINI:
Mi sono fatto aiutare a introdurre l’argomento. Giusto per stabilire un nesso tra un lavoro che c’è stato, una proposta che c’è stata, e la lettura di stasera con immagini che mi sembrano molto belle, molto evocative. Il tempo è poco e riuscire a dare un’idea della straordinaria ricchezza di questo testo mi è evidentemente difficile, abbiate pazienza, provo a lanciare qualche segnale, qualche indicazione, qualche suggerimento di una lettura che poi farete voi a casa. Pinocchio è uno dei tre libri, dico sempre – i miei amici lo sanno –, uno dei tre libri che hanno accompagnato la mia vita, perché l’ho incontrato presto, insieme a Dante e insieme al Miguel Mañara. L’ho incontrato presto come credo, tutti gli italiani, cioè l’ho letto da bambino, gustandone la storia, la creatività, l’inventiva straordinaria di Collodi, ma senza rintracciare particolari significati, se non un qualche richiamo un po’ moralista al dover essere buoni. Poi è accaduto, come è accaduto a tanti altri amici, di imbattermi in un libro, e per correttezza, per omaggio al suo autore lo voglio proprio ricordare e far vedere. Mi sono imbattuto in questo libro del compianto cardinal Biffi. Scritto e pubblicato negli anni 70, un commento teologico, Le avventure di Pinocchio, che lui ha voluto intitolare Contro maestro Ciliegia. A me ha salvato la pelle perché in quell’anno cominciavo ventenne a insegnare religione e, hai voglia te, sembra facile, ma cosa insegni quando insegni religione? Boh, ero molto in difficoltà. Ero giovane, giovanissimo, mi capita d’estate di incrociare questo libro che mi ha risolto il problema. Avevo il programma di un anno intero, di letture che sarebbero durate un anno intero e che avevano, attraverso il linguaggio della fiaba, della favola, mettevano a tema proprio tutto quello che io intendevo insegnare, raccontare, evocare nei miei alunni. La vita come avventura, la vita come un’avventura meravigliosa. Viene da dire, la vita come battaglia, forse Dante direbbe la vita come guerra per cercare di diventar se stessi, per cercare di diventare uomini. E così per otto anni ho insegnato religione leggendo queste pagine straordinarie che non ho più smesso di leggere in realtà perché, come vedremo stasera, ci sono immagini così incisive, in alcuni testi ci sono immagini così incisive, così chiare, così forti che ti accompagnano sempre, prima o dopo tornano a galla a illuminare il presente, a illuminare quello che stai vivendo.
Una sola brevissima premessa che è quella che lo stesso Biffi mette all’inizio del libro e cioè la legittimità di una interpretazione che fa di Pinocchio la metafora dell’uomo ma dell’uomo così come è stato conosciuto, vissuto, realizzato nella grande avventura cristiana da duemila anni a questa parte. Collodi molto probabilmente non intendeva fare questa lettura teologica ma senza volerlo la suggerisce a ogni riga, a ogni passo, a ogni pagina. Operazione secondo me assolutamente legittima perché lo è di tutte le grandi opere d’arte, l’arte è esattamente questo: che il lettore, quello che guarda la scultura, la pittura, quello che ascolta la musica mette del suo in quello che sta guardando, leggendo, ascoltando perché quello che nasce è un dialogo tra te e l’autore, tra te e lo scultore, tra te e l’artista e in qualche modo l’opera d’arte è sempre riscritta da chi la legge, da chi la guarda. E allora l’ipotesi che Biffi stesso propone all’inizio del libro a me è parsa da subito straordinariamente convincente. Collodi, siamo nel 1880 circa, fa professione di ateismo, assume posizioni a volte molto laiciste nei confronti soprattutto della Chiesa ma quando decide di parlare ai bambini è come se ciò che aveva ereditato dai suoi, da sua madre in particolare, quel sentimento della vita, delle cose, della realtà che il cristianesimo ha lasciato come substrato al nostro popolo, emergesse, insomma emergesse il Collodi bambino quando cerca di parlare al cuore dei bambini, quando ormai cinquantenne si converte a scrivere letteratura per l’infanzia. All’inizio sapete che pensava di aver scritto quattro scemenze, le manda all’editore chiamandole “queste bambinate”, l’editore che invece doveva avere fiuto, le pubblica a puntate nel giornale dei bambini, hanno un successo clamoroso tanto che, questa va raccontata subito, tanto che quando al capitolo sedici, a metà dell’avventura Pinocchio muore impiccato alla quercia grande, quella puntata esce con la parola “fine”. Per Collodi la storia era finita ma cosa succede? Succede che i bambini scrivono alla redazione del giornale lamentando che la cosa sia finita così, esigendo che Pinocchio riviva. L’editore manda a prendere Collodi e lo costringe a proseguire la storia e alla domanda “ma come faccio? Pinocchio è morto” l’editore risponde “fallo risorgere” e così è nata una delle pagine più incredibilmente, clamorosamente indicative di quella cultura cristiana che dicevo prima, che rende interessante e in qualche modo giustifica la lettura di Biffi, l’interpretazione di Biffi. Io faccio così, contrariamente a quello che avevo pensato vi leggo subito la pagina in questione per farvi capire quello che intendo dire, poi riparto dall’inizio perché ci sono momenti in cui vengono i brividi. Collodi, tutto quello che volete voi, ma quando deve immaginare certi momenti non può che ricorrere all’antico linguaggio cristiano, a parole conosciuto, a immagini già familiari al popolo, forse ai bambini e ai ragazzi in modo particolare. Sentite, lo ricorderete, sentite come racconta e descrive la morte di Pinocchio impiccato alla quercia grande: “intanto s’era levato un vento impetuoso, di tramontana che soffiando e mugghiando con rabbia sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suonava a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasmi e il nodo scorsoio stringendosi sempre di più alla gola gli toglieva il respiro. A poco a poco gli occhi gli si appannavano e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando aspetta e aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo e balbettò quasi moribondo “o babbo mio, se tu fossi qui” e non ebbe fiato per dire altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito”. Si può dire tutto quello che si vuole ma ha una coscienza cristiana, a una coscienza cristiana vengono i brividi quando legge quel “babbo mio se tu fossi qui”. “Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?” Ecco basterebbe questa pagina a farci dire che Biffi ci ha azzeccato, allora la storia di Pinocchio può essere veramente riletta come la grande avventura dell’uomo, la grande avventura dell’uomo che creato, generato da un padre, deve lottare, deve essere consapevole di sé, deve riguadagnarsi quello che gli è stato dato dal padre in una alternativa che si gioca tutti i giorni. Chi ha voluto realizzare questo minimo essenziale di scenografia, ci ha azzeccato. Tutta l’alternativa è qui ma il problema è che tutti i giorni questa alternativa ci sfida. Pezzi di legno, oggetti, gamba di tavolino nella migliore delle ipotesi o burattini meravigliosi vivi, vivi, burattini meravigliosi che sappiano ballare, tirare di scherma, fare i salti mortali. E con i quali il padre possa immaginare di trascorrere l’eternità, perché Geppetto dice proprio così: “perché con questo burattino voglio girare il mondo”. E all’alternativa di ogni giorno in questo senso mi convince la lettura di Biffi e mi ha aiutato in tanti anni riprendere queste pagine nella loro assoluta semplicità così radicali nella sfida che ci fanno.
Primo capitolo interessantissimo perché inutile. È una stranezza su cui io ho meditato, cioè, un personaggio questo maestro Ciliegia protagonista del primo capitolo, succedono delle cose, alla fine arriva Geppetto, il pezzo di legno così com’è passa da Ciliegia a Geppetto e Geppetto comincia a lavorare il suo burattino. Ma la storia non poteva cominciare da lì? Geppetto trova nella sua bottega un pezzo di legno e decide di farsi il burattino. Perché questo strano capitolo iniziale con un personaggio che non verrà mai più ripreso? Maestro Ciliegia scompare e non ritorna più, io l’unica cosa che riesco a dire è che è bello e che dice una cosa che suona tanto come premessa, come condizione della lettura. Un po’ permettetemelo, i miei amici dicono che con l’età sono diventato un po’ monotematico, sarà che con il tempo in realtà restano a galla le cose che contano e il resto, grazie a Dio va giù, ma un po’ come il primo canto della Divina Commedia, che fa da prologo a tutta l’opera, dice di una condizione necessaria per entrar nel viaggio, qui uguale. Bisogna non essere come Maestro Ciliegia per capir qualcosa della vicenda di Pinocchio e perciò della vita e della promessa che è la vita. <<“ C’era una volta....” “Un re! diranno subito i miei piccoli lettori.” “No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.” Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio>>. Lancio delle osservazioni, non posso commentarle a lungo, abbiate pazienza, ma questo “capitò” fa venire i brividi, perché c’è una concezione della vita per cui la vita capita, le cose capitano, sarebbero frutto del caso. Invece Geppetto lo va a cercare quel pezzo di legno, è voluto quel pezzo di legno, fin da prima che diventi qualcos’altro, è desiderato, è cercato. Appena lo trova Maestro Ciliegia commenta “Questo legno è capitato a tempo”, di nuovo è capitato. Insomma ricorderete un po’ la storia, questo pezzo di legno non è solo un pezzo di legno, ha dentro qualcosa, qualcosa che non si spiega coi suoi antecedenti materiali. Ognuno di noi ha in sé qualcosa che non è riducibile ai suoi antecedenti biologici, psicologici, storici, familiari, pur importantissimi. C’è qualcosa in ognuno di noi che è parte del mistero, del grande mistero, del grande mistero di Dio. Solo che il Maestro Ciliegia da materialista convinto, moderno, modernissimo, razionalista convinto non può ammettere che un pezzo di legno possa esser di più. Ma bisogna proprio che ce lo immaginiamo: ognuno di noi può guardar la sua vita e guardar quella degli altri e c’è tutta una cultura che guarda ognuno di noi, se pensate alle grandi ideologie, la mostra del ’17 che c’è qui al Meeting, che cosa sono state? Sono state il frutto di una cultura così: di gente che ha detto dell’uomo e di sé “Non è altro che ciò che io scientificamente rilevo, vedo, dimostro, gli antecedenti, appunto, biologici. “Com’è breve questa vita per la scienza” dice quell’altro, il Miguel Mañara. C’è un modo di guardar le cose, la realtà, il mondo che è così come un pezzo di legno di cui io so già tutto, non riesco a immaginare che se comincio a lavorarlo questo pezzo di legno si metta a parlare, cioè abbia dentro una cosa che è di più di quel che io posso immaginare o dimostrare. C’è dentro una cosa viva, colorata, grande. E si possono, in nome di questo principio si son creati i gulag, si è creato il grande male di questi due secoli che ci hanno preceduto. Ma è andata proprio così, lui quando prova a lavorarlo sente una vocina, ma gli viene anche il dubbio: “ma vuoi mica che questo pezzo di legno abbia imparato a parlare?”. Ma si ribella, si ribella perché se fosse così dovrebbe ribaltare tutto, dovrebbe mettersi a servire ciò di cui invece si sta servendo, perché quando nell’altro percepisci il Mistero, tu ti metti in ginocchio, tu cominci a servirlo, non a servirtene. E allora gli viene il dubbio giusto, ma fa la sua professione di fede razionalista, “che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere, questo legno, eccolo qui, è un pezzo di legno da caminetto come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco c’è da far bollire una pentola di fagioli”. E allora? “O dunque, che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, peggio per lui, e così dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità, contro le pareti della stanza”, una violenza inaudita, per mettere a tacere quel che non rientra negli schemi. E guardate che non è solo, diciamolo, non è l’ideologia nazista o comunista di cui sto parlando, sto parlando del modo di trattarsi moglie e marito, sto parlando del modo di trattare i figli, che te la sai sempre giusta, è come da ricondurre sempre tutto a quel che già sai invece di vivere un’apertura, una curiosità, che ti contraddice, ti fa far fatica, ma che bello è andar dentro a vedere cosa di grande c’è lì dentro, e che miseria è invece volerlo a tutti i costi ridurre a quello che sai già.
Ti tocca prenderlo e sbatacchiarlo contro le pareti, per forza; che sia un’urgenza religiosa in un mondo dichiarato ateo o che sia una urgenza o una debolezza in un rapporto, in un’educazione che sa già dove deve andare. fatto sta che il capitolo è segnato, anzi il personaggio di Maestro Ciliegia è segnato da una parola: paura. La paura delle cose, la paura della realtà, la paura della vita, la paura di quel che eccede la nostra comprensione, è l’ultima parola del capitolo: il suo viso, siccome poi la realtà è ostinata e la voce continua a venir fuori, l’ultima scena è appunto il pezzo di legno che dice “smetti, tu mi fai il pizzicorino sul corpo” e questa volta il povero Maestro Ciliegia cadde giù fulminato, e quando riaprì gli occhi si trovò seduto per terra: “e il suo viso pareva trasfigurito. E la punta del naso gli era diventata turchina dalla gran paura”. Paura. Quanta paura governa e domina i nostri rapporti, quante volte vince la paura perché non cediamo a quel che di grande abbiamo davanti. Quando arriva Geppetto, è tutta un’altra questione: Geppetto vuole quel pezzo di legno, lo desidera, lo cerca, è la grande ipotesi su cui lavora Biffi, che quel Geppetto – tra l’altro diminutivo di Giuseppe, che è un certo santo che ha avuto un certo ruolo – arriva lì e sa di volere una cosa grande, la cerca, la prende in braccio, se la porta a casa e comincia a farlo diventare quello che dovrà essere. È incredibile come Collodi abbia potuto inventare una fiaba dove c’è un falegname che lavora del legno, è ancora un pezzo di legno per metà, gli ha fatto solo la testa e le braccia e lo chiama figlio, figlio, figliolo. Vengono in mente tutti i salmi, mi viene in mente mezza Bibbia.
Nel capitolo terzo, quello dove comincia l’atto della creazione da parte di Dio, andrebbe letto tutto perché sono proprio i passi della creazione, la materia, lo spirito, il nome, il nome dato alle cose, che nome gli metterò, “fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e lo guardavano fisso, fisso”; si muovevano e lo guardavano fisso. Si muovevano o lo guardavano fisso? Ma è proprio lo sguardo dell’uomo che si muove, si muove dentro tutta la realtà, scandaglia tutto, tutto abbraccia, tutto vorrebbe conoscere, ma fissando, tentando di fissare quella presenza che tutto fa vivere e che tutto giustifica, pensate nel meraviglioso “si muovevano, ma lo guardavano fisso fisso”, fissi gli occhi negli occhi del padre.
C’è un’interlocuzione simpatica, spiritosa: “la bocca non era ancora finita di fare che cominciò subito a ridere a canzonarlo”; “smetti di ridere” la bocca smise di ridere ma ancora cacciò fuori la lingua, Geppetto va avanti, gli fa il collo, le spalle, le braccia, le mani, appena finite le mani, il burattino gli porta via il berretto, la parrucca. “Pinocchio, rendimi subito la mia parrucca” e Pinocchio invece se la mette in capo, poi la lascia cadere, a quel garbo insolente e derisorio Geppetto si fece triste e voltandosi verso Pinocchio gli disse: “birba di un figliuolo – è ancora metà ciocco di legno come quello lì – birba di un figliuolo” e si asciugò una lacrima. Il dolore di Dio, il dolore di Dio davanti alla libertà che l’uomo usa male, che l’uomo usa contro, contro se stesso; quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio: “me lo merito – disse allora fra sé – dovevo pensarci prima. Oramai è tardi”. Vi giuro che se mi chiedeste qual è la parola che mi ha impressionato di più, che ho più in mente, che più volte al giorno mi torna in mente di Pinocchio, vi risponderei questa: “oramai è tardi”. Oramai è tardi, perché quando Dio ha fatto l’uomo, lo ha fatto con un atto d’amore così totale, così radicale che ne pagherà tutte le conseguenze. Fino alla morte di croce: “oramai è tardi”. L’incredibile fedeltà di Dio, che di fronte al nostro male, alla nostra dimenticanza, al nostro tradimento non molla, non molla: “oramai è tardi”. Dovevo pensarci prima, adesso si va fino in fondo e fino in fondo per Dio vorrà dire fino in cima al Calvario. Un amico albanese, convertitosi recentemente, gli hanno spiegato un po’ com’è la storia, gli elementi fondamentali del Cristianesimo, e digiuno com’era di simboli e parole cristiane gli è capitato un crocifisso e sopra ha visto che c’era la scritta INRI; non sapendo né di latino né di greco si è chiesto “ma cosa vorrà dire?”, pensava che fosse italiano, ha riflettuto su quello che gli avevano detto di Dio e del figlio Gesù Cristo morto per noi e per i nostri peccati, e ad un certo punto dice: “ah, sì, certo ho capito, io non ritorno indietro”. È la più bella interpretazione che ho trovato io finora della parola INRI sulla croce, in italiano almeno, io non ritorno indietro. Dio non ritorna indietro, non si pente, va fino in fondo. Va fino in fondo nell’amore per quest’uomo che accompagna passo passo, “quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza, finché infilata la porta di casa saltò nella strada e si dette a scappare. E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere perché correva come una lepre, finché lo ferma il carabiniere”, lo ricorderete; mi voglio fermare un attimo su questa immagine, Dio che crea l’uomo e l’uomo che fugge dalla casa paterna.
Tutta la storia di Pinocchio è questa storia, è la storia della salvezza, è la storia dell’umanità e del suo tentativo di tornare alla casa del Padre, di tornare a essere quello per cui era stato concepito, a tornare a essere quel figlio della stessa natura “pinta della nostra effigie” – dice Dante – nel vedere l’immagine dell’incarnazione dentro il cuore di Dio, della stessa natura, figlio in carne ed ossa perciò del Padre che lo attende. In questo senso, leggere le avventure di Pinocchio, cioè le cose che poi gli capitano è leggere la nostra vita, ci sono gli accidenti, i tradimenti, e le possibili soluzioni, e gli istanti di memoria “ah se fossi stato” e i lunghi periodi di dimenticanza che sono le nostre giornate, che sono la nostra vita.
Quando leggevo in questi giorni il titolo del Meeting, “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, è esattamente Pinocchio, ma è esattamente la storia di ciascuno di noi, che deve ritrovare. Cosa abbiamo ereditato dai nostri padri? Cosa ha ereditato Pinocchio da Geppetto, anche se nasce come burattino, anche se nasce dalla materia, dal legno, cosa ha ereditato? Un inestinguibile desiderio, un inestinguibile desiderio di essere definitivamente figlio di chi lo ha voluto. Una tensione ideale, è una promessa, ecco, l’uomo nasce, eredità da suo padre, e suo padre da suo padre, l’essere al mondo come promessa di bene, come promessa di felicità e Pinocchio questa cosa la sente.
Dico subito del finale, proprio perché lo teniate d’occhio nel mentre leggo alcuni episodi, quel finale che è stato accusato, da certa critica, di essere la tomba moralista della vicenda di Pinocchio; un famoso attore italiano mi disse a tavola che gli pareva che l’unica vera bugia di Pinocchio fosse l’ultima frase: “come sono felice di essere diventato un ragazzino perbene”, io non ce l’ho fatta e gli ho detto quello che pensavo. Perché mi sembra ingiusto, quel “perbene” lì è di più del perbenismo di cui lo si accusa, è Pinocchio che si accorge di essere fatto per il bene, e che tutta la vita, tutte le sue avventure, i suoi errori anche erano in fondo perché cercava il bene; direbbe quell’altro, il Miguel Mañara: “perché non ho scoperto prima di avere un cuore buono?”. Ecco, Pinocchio fa tutto quel che fa, nel bene e nel male, sbagliando, cadendo, tornando, per questo: perché ha una tensione dentro al bene, con la B maiuscola, perché le cose siano un po’ più buone, che il mondo sia un po’ più vero, un po’ più bello, un po’ più giusto, che la sua vita si compia, si compia secondo quella promessa che è presentita fin dall’inizio, fin dalla nascita, un presentimento di bene. Ecco, è quello il punto di arrivo.
Allora da questo punto di vista si capisce ogni singola vicenda del burattino, perché ogni vicenda è un aspetto, mette a fuoco un tema, chiarisce qualcosa della nostra vita e delle nostre tentazioni, una a una, meravigliose. Pensare che la vita, per esempio, possa risolversi con un miracolo – non sto parlando male dei miracoli, eh! Capitemi bene! ma il gatto e la volpe trascinano Pinocchio al campo dei miracoli, al campo dei miracoli, dove magicamente avverrebbe che sepolte, seppellite le quattro monete che ha, il mattino dopo, ma che il mattino dopo, il quarto d’ora dopo, troverebbe un albero pieno di 2000 zecchini d’oro, ma che dico 2000, 100.000! Pensare che la vita conosca scorciatoie, miracoli in questo senso, falsi miracoli, inganni, menzogne, facili scorciatoie, rispetto al giorno per giorno, rispetto alla sfida del quotidiano che rischia di spezzarti le gambe, ma che porta in sè quella promessa di bene cha va raccolta ogni giorno in ogni circostanza, in ogni particolare, è una pagina che da sola dice cosa è la moralità della vita e quali le tentazioni in cui incorriamo sempre.
Ma non posso non dirvi, almeno non leggervi, il capitolo che mi commuove di più: Pinocchio scappa, il carabiniere lo piglia, la storia del carabiniere… il carabiniere lo piglia, dovrebbe far giustizia, è l’istituzione che dovrebbe garantire la giustizia e quindi, prendere Pinocchio, riconsegnarlo al padre.
Solo che è lì con Pinocchio afferrato per il naso e si fa intorno un gruppo di persone che Collodi, acutamente definisce, i curiosi e i bighelloni (io ogni tanto faccio la battuta che mi sembra un gruppo di giornalisti ma è una battuta che faccio ogni tanto così per ridere) che montano l’opinione pubblica e cominciano a insinuare dubbi che non avrebbero ragione: “ma quel Geppetto lì, però, guardate che sembra un buon uomo ma… chissà se lo porta a casa…, capace che lo ammazza di botte, insomma stiamo…” il carabiniere sente a destra, sente a sinistra e a chi da ragione? Alla pubblica opinione. Lascia in libertà Pinocchio e trascina Geppetto in prigione.
Pinocchio corre a casa finalmente libero, e lì, ce ne sarebbe, l’illusione che la vita non dipendendo finalmente più da nessuno, la vita come assenza di legami, la vita come posso finalmente fare gli affari miei, possa risolversi ed essere più felice, liberatosi del padre eterno, 200 anni fa, poi liberatisi dei padri ideologici, ora ci stiamo liberando anche dal padre biologico, il risultato mi sembra che, come diceva il grande Woody Allen, “Dio è morto e io stesso mi sento poco bene. Dio è morto, Marx pure e io stesso mi sento poco bene”.
Mi hanno raccontato che a Mosca, o in Ucraina, non ricordo comunque da quelle parti, era comparsa negli anni d’oro una scritta con su “Dio è morto” firmato Nietzsche; poi dopo qualche anno qualcuno ha scritto sotto, “anche Gesù è morto” firmato Marx o qualcosa del genere e poi c’era una terza scritta che diceva “stanno meglio”, firmato Gesù, scritta più o meno il giorno di Pasqua. “Stanno meglio firmato Gesù”, questa è l’idea, ma siamo in un tempo in cui non siamo sicuri della terza frase, dovremmo cominciare a scriverla noi altri sui muri.
Fatto sta che Pinocchio che pensa di aver risolto il problema si ritrova con un mondo che gli diventa ostile, prima era tutto chiaro, solare, “intanto incominciò a farsi notte, e Pinocchio ricordandosi che non aveva mangiato nulla sentì un’uggiolina allo stomaco, comincia ad avere fame e chiede e cerca e non c’è nulla, il gran nulla, proprio nulla. E intanto la fame cresce e cresce, <>”. Vi ricordate? “nella casa di mio padre anche i servi hanno di che mangiare e io qui muoio di fame”. Muore di fame, il grillo parlante lo ha schiantato contro il muro con una martellata, cioè quella voce che gli diceva, “torna da tuo padre” perché è lì la grandezza della vita, trova un uovo esce un pulcino che gli fa marameo, “era una nottataccia d’inverno, tuonava forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco”, la natura diventa ostile, il mondo diventa, l’uomo sente il mondo contro di sé, lo sente cattivo, va in paese a cercare qualcosa da mangiare, “ma trovò tutto buio e tutto deserto, le botteghe erano chiuse, le porte di casa chiuse, le finestre chiuse e nella strada nemmeno un cane, pareva il paese dei morti”.
“E allora preso dalla disperazione e dalla fame”, quando si leggono queste pagine ai ragazzi a scuola capiscono perché se vanno a ubriacarsi alla sera è perché hanno questo sentimento del mondo intorno a loro, “pareva il paese dei morti”. Va a suonare un campanello, non si capisce con il vecchietto di sopra che pensa che sia, invece che un affamato, uno scavezzacollo, gli butta un catino d’acqua in testa così se ne torna solo affamato, bagnato fradicio, infreddolito, cosa fa?
Arriva a casa e si appoggia i piedi perché si asciughino su un caldano pieno di brace accesa, immagine terribile della vita, della giornata, dell’incoscienza con cui possiamo vivere la giornata. Sentite cosa dice: “coi piedi sulla brace lì si addormentò e nel dormire i piedi gli presero fuoco e adagio adagio si carbonizzarono e diventarono cenere, e Pinocchio seguitava a dormire e a russare come se i suoi piedi fossero quelli di un altro”.
Si può vivere così, si può vivere sognando, si può vivere di pensieri, si può vivere di illusioni, si può vivere di sogni mentre la realtà nella vita vera brucia, giorno per giorno diventa cenere, e tu dormi e russi e sogni come se i tuoi piedi, i tuoi piedi, il tuo corpo la tua vita fosse quella di un altro.
È una cosa che dice di tanta quotidianità nostra, dei nostri ragazzi, “Pinocchio seguitava a dormire e a russare come se i suoi piedi fossero quelli di u altro”. Ma se uno si sta consumando e non se ne accorge, e non lo vede, non lo sa, anzi, sogna, pensa di essere nel mondo migliore possibile, cosa si fa? Cosa deve accadere quando siamo così perché ci si possa svegliare?
Per me è la pagina più bella e descrittiva di che cosa è il cristianesimo, perché dice: “finalmente”, sta bruciando e non se accorge, “finalmente sul far del giorno si svegliò” ma non perché si è svegliato lui, “si svegliò” perché qualcuno aveva bussato alla porta, questo è Dio, che incessantemente bussa alla nostra porta, sempre, sempre cerca una fessura per entrare, un minimo di disponibilità e sempre ci viene incontro e ci riscuote dal sonno, dal non vedere, dallo sprofondare nel nulla senza nemmeno accorgercene.
“Io non so ben ridir come io vi entrai, tant’era pien di sonno a tal punto che la verace via abbandonai” vi ricordate? Uguale, ma qui, come è chiaro che se ne vien fuori per un incontro, perché qualcuno ti viene a prendere, perché qualcuno bussa, perché Dio bussa sempre, o bussa o suona il campanello o fa suonare il cellulare, qualcosa fa, arriva, bussa e ti fa tirare su la testa.
“Chi è?” domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi: “chi è? Cosa sta succedendo, chi mi chiama”. Son qui al Meeting, chi mi chiama: “cosa volete da me?” Cioè cosa vuoi da me attraverso questi amici, chi mi chiama? “Sono io”, più evangelico di così, sono io rispose una voce, quella voce era la voce di Geppetto. Solo che qui scatta il dramma, incredibile perché: Pinocchio entrando in casa aveva tirato il paletto, cioè chiuso la porta, non ce n’è per nessuno, Dio non può entrare. Geppetto continua a urlare: “Pinocchio, aprimi!”. Il povero Pinocchio, vorrebbe, vorrebbe pensiamo ai nostri figli e agli alunni a scuola, vorrebbero ma non ce la possono fare, hanno i piedi bruciati. Pinocchio salta in piedi per correre incontro al padre e aprirgli la porta ma fa un capitombolo e si ritrova sul pavimento senza potersi muovere, non ha i piedi, non ha più mezza gamba.
È una situazione apparentemente di stallo, cosa si fa? A chi toccherà? Tra il figlio con i piedi bruciati impossibilitato anche se in fondo lo desidera, impossibilitato ad aprire la porta al padre, alla madre a chi gli vuol bene. Insomma a chi tocca l’iniziativa, chi deve far qualcosa? Noi. L’adulto, è quello che se non può entrare dalla porta, viva Dio, entra dalla finestra. Geppetto si deve inventare la strada per raggiungere il figlio lontano: questa cosa è l’incarnazione, Dio entra nella storia dell’uomo in un modo inimmaginabile, strano, straordinario.
Geppetto credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino pensò bene di farla finita e arrampicatosi su per il muro entrò in casa dalla finestra. Chi di noi di fronte ad un figlio che fa tribolare ha questo pensiero: come raggiungerlo? Il suo cuore è buono, glielo ha dato Dio.
Non sa neanche di volere il bene, ma è fatto per il bene e non può una serie di circostanze di educazione ricevuta, di influenze sociali, non può, ha i piedi bruciati, a chi tocca perdonare, a chi tocca trovare la strada su per il muro ed entrare dalla finestra per raggiungerlo. “Da principio voleva dire voleva fare, poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi e presolo subito in collo si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine e con i lucciconi che gli cascavano giù gli disse singhiozzando: <>”. Pinocchio è ancora lì con i piedi bruciati ma il padre lo raccoglie, lo perdona e lo ricostruisce. È un’immagine della paternità vera, o comunque della paternità che Dio esercita per ciascuno di noi, ha esercitato nella storia inventandosi l’incarnazione.
E poi cosa vi devo dire ormai devo chiudere, ci sarebbe da… l’osteria. Faccio dei flash e chiudiamo abbiate pazienza: c’è il capitolo 13, l’osteria del gambero rosso, ma pensate che idea, non so se Collodi ci abbia pensato, ma a pensarla è incredibile, è il capitolo dove Pinocchio, che rincontra più volte il grillo parlante redi vivo sotto forme diverse, Pinocchio manifesta la sua decisa intenzione di andare avanti, tanto che il finale del capitolo è questo: “non ti fidare ragazzo mio”, dice il grillo parlante, stavolta nella versione di un piccolo animaletto, una specie di lucciola, “non ti fidare ragazzo mio di quelli che ti promettono di farti ricco dalla mattina alla sera, o sono matti o sono imbroglioni. Dai retta a me, torna indietro”. E Pinocchio: “no, voglio andare avanti”. “Guarda che l’ora è tardi”. “Voglio andare avanti”. “Guarda che la nottata è scura”. “Voglio andare avanti”. “Guarda che la strada è pericolosa”. “Voglio andare avanti”.
E finisce il capitolo con queste quattro ripetizioni: “voglio andare avanti”. Solo che siamo all’osteria del gambero rosso, l’unico animale che quando va avanti va indietro. L’osteria del gambero rosso, come gli è venuta l’idea a Collodi di far affermare a Pinocchio, che vuole seguire il gatto e la volpe, fargli dire quattro volte “voglio andare avanti”, nell’unico posto dove quando si va avanti in realtà si va indietro.
E come non ricordare allora il nostro, Heliot: “in una civiltà le campane capovolte, la chiesa dileggiata, in una civiltà che cammina all’indietro progressivamente” allora c’è da chiederselo per la propria vita e per tante cose che succedono attorno a noi se tutto sia davvero progresso e non sia invece un vero progresso, cioè un vero andare avanti il suggerimento del grillo: “torna indietro”, cioè torna indietro, torna alla casa del padre. Torna dove c’è chi ti aspetta, torna a casa perché questo ritorno è l’unico vero progresso che nella storia può essere realizzato e tante volte invece chiamiamo progresso un ritorno all’indietro, un camminare all’indietro progressivamente. E poi c’è la vita della chiesa rappresentata dalla fata Turchina e poi c’è l’ira di Dio.
Chiudo, mi è stato posto un limite rigido che non avete idea, chiudo però con questa cosa perché è troppo, dal punto di vista educativo, la fine della storia. Alla fine della storia Pinocchio sapete che si ritrova nella pancia del pesce cane, ovviamente il riferimento alla balena di Giona, insomma è come se avesse vissuto tutta una parabola discendente, disumanizzante fino a toccare il fondo, ma proprio là nel fondo comincia la riscossa e la vita riprende e si salva perché nella pancia del pesce cane, trova Geppetto.
Io sono assolutamente commosso quando leggo queste pagine perché al di là della macro interpretazione, l’umanità che ritrova il padre e quindi torna escatologicamente a essere se stessa; ma qui dal punto di vista educativo, dal punto di vista pedagogico c’è una cosa che è la fine del mondo, il rovesciamento dei ruoli, che mi ha fatto dire tante volte da educatore che c’è una cosa grande nella vita che è innamorarsi, una più grande ancora che è sposarsi, una più grande ancora che è diventar padri e madri, che è quella cosa che per tanti anni ho pensato fosse il vertice dell’umanità, dell’espressione compiuta dell’umano. Più della generazione che cosa c’è? Solo molto tardi, da grande, ho visto, mi è successo di vivere una cosa che è più grande ancora e che auguro veramente a tutti come l’esperienza più incredibile che si possa fare nella vita, e cioè quella non solo di diventar padre dei propri figli, ma ad un certo punto di poter diventare figli dei propri figli.
Figli dei propri figli e lo dico perché mi è successo ma lo dico perché parliamo male di questa generazione di ragazzi e dovremmo smetterla, perché è una generazione fragile, confusa, ma coraggiosa. Magari fragile nel senso che ha una scarsa tenuta nel tempo, ma io vedo di quelle cose che non vedevo da tempo: figli che veramente si caricano in spalla i loro genitori e ridanno la vita al padre e alla madre. Ragioni di speranza al padre e alla madre, un po’ come se, un po’ come fa Pinocchio, un po’ come se uno fa il “gasusa” e aspetta che il figlio diventi grande per dirgli: “guarda che io sono andato in montagna, ne ho fatte! Quando diventi grande ti porto”.
E quando sei pronto, quando sei pronto, finalmente sto figlio è pronto! Dai che andiamo ti porto in cima alla montagna, solo che il padre non si è accorto che intanto è invecchiato e cosa può succedere? Che quando parte tutto gasato per dire al figlio vieni che ti faccio vedere io come si fa. Proprio a metà del percorso, proprio il padre scoppia, non ce la fa. Non si è accorto che aveva perduto le forze e allora vede il figlio di vent’anni che dice: “papà, non ce la fai più? Tranquillo ti porto io, monta su! Ti porto in spalla” Enea e Anchise, “ti porto io non fa niente se non ce la fai, capisco che puoi non farcela, ti porto io. Ma tu continua a indicarmi la strada”. Io ti porto, ma tu continua a fare il padre, debole, fragile finchè vuoi, ma continua a essermi padre, continua a indicarmi la strada, perché la paternità è questa, offrire ai figli la certezza di una strada, non la certezza della propria bravura, la certezza di una strada e così il nostro Pinocchio, ma proprio evangelicamente si offre al padre come via di salvezza, in una pagina che resta tra le più commoventi al mondo. Prima il perdono quando si vedono: “voi mi avete già perdonato vero babbo mio?” Cioè mi vuoi bene così come sono? “Quant’è che siete chiuso qui dentro?” “Da tanto”. E Geppetto dice, non c’è niente da fare, qui dal pesce cane non si scappa mica. Come non si scappa dice Pinocchio: “che importa scappiamo dalla bocca del pesce cane gettandoci a nuoto in mare”.
“E tu parli bene caro Pinocchio, ma io non so nuotare”. “E che importa? Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io che sono un buon nuotatore vi porterò fino alla spiaggia”. “Illusioni ragazzo mio”, come facciamo noi con i figli – stai attento adesso pensa a studiare, che idee, ci penseremo un’altra volta, pensa alle cose concrete – e lui il Pinocchio che dice a Geppetto suo padre: “provatevi e vedrete”. “venite e vedrete”. “E senza dire altro Pinocchio presa in mano la candela e andando avanti per far lume disse al suo babbo: venite dietro a me e non abbiate paura”. Scritto così: “venite dietro a me e non abbiate paura”. È Gesù! Ora bisogna sapere che il pesce cane soffriva di asma quindi ogni tanto apriva la bocca, arrivano lì dove c’è la bocca, “Pinocchio affacciandosi al principio della gola e guardando in su, guardò in alto, potè vedere al di fuori di quella bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato”.
Guardò in alto e vide già le sue spalle… il finale “uscimmo fuori a rivedere le stelle”, vede un pezzo di cielo stellato e dice al babbo è il momento di fuggire “coraggio babbo, arriveremo”. Il babbo è un po’ cinico, continua a dire no, non ce la facciamo. Ma lui se lo porta in spalla e lo porta in salvo. Lo porta in salvo e solo alla fine nell’ultimissimo capitolo tornerà finalmente a essere, tornerà, diventerà quello che è chiamato ad essere figlio in carne e ossa di suo padre.
A me questa conclusione, mi fa dire come si fa a ridurre il povero Pinocchio che dice: “come son contento di essere diventato un ragazzino perbene” a considerarlo una conclusione moralistica. Dopo questo percorso uno che prende in spalla suo padre dicendogli “venite e vedrete, non abbiate paura”, e diventa per l’intervento di nuovo, ultimo e definitivo della fata Turchina, cioè della chiesa e delle sue medicine, cioè dei sacramenti, diventa definitivamente in carne e ossa figlio di suo padre, se dice di sé, “sono un ragazzino perbene”, dico che si può solo interpretarlo: adesso so di essere nato per il bene, per la bellezza, adesso so qual è la promessa per cui sono venuto al mondo. E così, siccome, finisco davvero, la domanda non so voi ma io ce l’ho, cioè vien su la domanda che cosa abbiamo ereditato dai nostri padri, cos’è che abbiamo ereditato ma dobbiamo riconquistare? Questa coscienza di essere venuti al mondo con una promessa di bene, di essere fatti per il bene e che la vita non può tradire questa promessa se noi siamo fedeli ad essa.
Se noi abbiamo occhi per guardare, orecchie per sentire, curiosità sufficiente per andare incontro alla realtà e guardare quel che di nuovo c’è dentro, perché c’è dentro sempre qualcosa di nuovo.
E allora alla domanda che ci facevamo con alcuni amici in questi giorni che uno dice, ero a Madrid con i nostri amici in Spagna quando è successo l’attentato di Barcellona e intanto mi telefonava Ernest dalla Sierra Leone raccontandomi che erano lì a raccogliere dal fango i morti con le mani. Stavano, quattro giorni fa, cinque giorni fa stavano ancora scavando con le mani nel fango in metri cubi di fango, tirando fuori non i morti, i pezzi di corpo morto, e uno dice, e poi c’è l’amico che fa fatica, e tu stesso che ti tremano le gambe. E uno dice: “ma cosa c’è da festeggiare?” No? L’Innominato: “cos’hanno da far festa tutta sta gente?” Cosa c’è da festeggiare?
Perché in una condizione così la chiesa mi fa pregare, per chi tra di noi prega ancora. Non mi chiede prima se la mia vita è una vita da sfigato o è una vita che va tutto bene. Non mi chiede niente, mi dice di pregare così, tutti i giorni: “Benedetto il Signore Dio di Israele”. Benedetto, ma se tu cominci la giornata con una telefonata di Ernest cosa c’è da benedire? Poi nel caso non l’avessi capita, verso metà giornata: “l’anima mia magnifica il Signore” e dagli, “ma cosa c’è da magnificare con la giornata che ho dovuto passare” e prima di andare a letto: “ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace”. Benedire, magnificare, dormire in santa pace, ma come si fa? Si fa! Si fa perché: “ha visitato e redento il suo popolo, perché ha fatto grandi cose, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Ecco tutta la vicenda di Pinocchio a me mi aiuta a star così, ad accusare il colpo della mia debolezza, dei miei tradimenti, delle mie tentazioni del gatto e la volpe, del gambero rosso, del ciuchino, di lucignolo del paese dei balocchi, e però riscuotermi sempre perché il grillo parlante, quella coscienza, la memoria ce l’ho e vien su, e la devo ascoltare.
Insomma mi aiuta a vivere, vi auguro che se vi ho messo in corpo almeno un po’ di curiosità anche a voi, rileggere continuamente Pinocchio vi aiuti a vivere.
Grazie.

Data

22 Agosto 2017

Ora

19:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Illumia C3
Categoria