LA PREGHIERA NELLA VITA DEGLI EBREI E DEI CRISTIANI - Meeting di Rimini

LA PREGHIERA NELLA VITA DEGLI EBREI E DEI CRISTIANI

Partecipano: Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alon Goshen-Gottstein, Direttore dell’Elijah Interfaith Institute.

 

LA PREGHIERA NELLA VITA DEGLI EBREI E DEI CRISTIANI
Ore: 19.00 Sala Mimosa B6
Partecipano: Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alon Goshen-Gottstein, Direttore dell’Elijah Interfaith Institute.

STEFANO ALBERTO:
Buonasera, benvenuti a questo incontro che si inserisce non appena nella tradizione del Meeting, che ha sempre visto fin dall’inizio momenti di confronto, di espressione di un legame tra l’esperienza cristiana e l’esperienza ebraica, ma più profondamente nella storia del nostro Movimento, nella coscienza a cui don Giussani ci ha sempre educato, nel non vedere la tradizione, la storia del popolo ebraico, la fede del popolo ebraico come qualcosa di staccato, come qualcosa di lontano dalla nostra esperienza, ma di vedere nella loro fedeltà, nella coscienza di un’Alleanza che resta per sempre con il Signore, la radice di uno sguardo pieno di consapevolezza storica e pieno di positività verso la realtà. Giussani ci ha sempre detto “sono i nostri fratelli maggiori” e la grazia dell’incontro con Cristo non toglie la radice comune di quell’avventura iniziata nella storia, nel tempo: uno spazio preciso, con la chiamata, con la scelta di Abramo, il nostro padre comune. L’incontro di questa sera non vuole essere qualche cosa di scientifico, ma senza venire meno alla precisione che l’argomento richiede, vuole essere un dialogo che nasce sicuramente da un’amicizia, dall’amicizia di Alon con il Meeting. Il metodo che abbiamo scelto, che abbiamo provato a impostare, a verificare in qualche incontro precedente, consiste nel provare, rispondendo a domande che lui ha suggerito, sono 5 o 6 domande, nel provare a testimoniarci reciprocamente che cos’è per noi la preghiera, che cosa significa questa dimensione così decisiva dell’esistenza quotidiana nella vita del cristiano e nella vita dell’ebreo. Come procederemo? Seguendo alcune questioni fondamentali, ciascuno di noi interverrà brevemente sulla dimensione fondamentale della preghiera, sul ruolo della preghiera, sul protagonista della preghiera. Alon Goshen-Gottstein è un rabbino di Gerusalemme, ma è anche un’insegnante, un professore, che ha nel suo curriculum prestigiosi insegnamenti nelle università israeliane e anche nelle università degli Stati Uniti. Un ricco curriculum di insegnamento e pubblicazioni. C’è però una particolarità, lui è il direttore dell’Elijah Interfaith Institute, un istituto per il dialogo inter-religioso, pensando alla centralità di Gerusalemme come ruolo non tanto di contrasto e di scontro ma di confronto tra le religioni. Ciò detto vorrei introdurre, alternandoci prima io poi lui, prima lui poi io, in quello che vuole essere una forma di dialogo, la prima domanda: perché preghiamo? Come possiamo comprendere questa dimensione, questa azione della preghiera? E accingendomi a rispondere per primo, vorrei innanzitutto richiamare una cosa che mi ha sempre colpito tantissimo dell’approccio che Giussani ci insegna, quando dice: “Il pregare è prendere coscienza”. Prendere coscienza di Dio, prendere coscienza che quando dico “io”, non dico una realtà indipendente, ma esprimo una dipendenza nell’istante da un altro che mi fa. E’ in questa coscienza di essere fatto, di essere di un altro, di ricevere l’essere in questo istante da un altro, che io posso avere piena coscienza di me. Senza questa consapevolezza di dipendenza, senza questo stupore per qualche cosa che non nasce da me, per una realtà in cui mi trovo a essere, io non posso avere piena coscienza di me. Certamente questa coscienza di dipendenza totale, in ogni istante, deve fare i conti anche con la mia fragilità, con l’opacità di tanti momenti che invece di essere di memoria, coscienza piena del fatto che io dipendo, sono momenti di smemoratezza. Allora è importante che esistenzialmente, concretamente, il riconoscimento di questo fatto, di questa dipendenza totale sia aiutato, sia favorito anche da un uso del tempo, da un tempo dedicato, più o meno lungo lo vedremo, a dare, come azione fondamentale, spazio a questa coscienza di dipendenza. Potremmo dire che l’importanza di dare spazi di tempo, pezzi di tempo esplicitamente a Dio, aiutati dalla parola, aiutati dal pensiero, aiutati da gesti, anche da formule o riti, serve a entrare nella dimensione profonda in cui lo spazio del nostro essere, lo spazio del nostro esistere, lo spazio del nostro muoverci è aperto sempre e innanzitutto dal Signore.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Grazie don Pino. Prima hai parlato di amicizia. Dovrei amicizia all’amicizia tra me e il Meeting, l’amicizia tra noi due per la quale sono molto grato. Un’espressione di questa amicizia è il riconoscimento a cui siamo giunti, man mano che abbiamo elaborato questa idea, che ci sono tante somiglianze anche nelle nostre rispettive interpretazioni personali e culturali della preghiera. Poi hai sottolineato un tema particolare, ma io posso parlare di altri con cui sarai senz’altro d’accordo. Hai fatto un riferimento prima. Prima bisogna ricordare l’uomo e ricordare Dio. Hai parlato del ricordare Dio e l’uomo dalla prospettiva della dipendenza, però questo approccio duplice di ricordare Dio e ricordare l’uomo può anche contenere altri aspetti della nostra relazione con Dio. Tanto per cominciare, bisogna ricordare non solo la nostra dipendenza, ma anche ricordare la pienezza di Dio, ricordare l’amore divino, ricordare la realtà di Dio, ricordare che proprio in Dio noi ci muoviamo e viviamo in quanto esseri. Quindi dalle Scritture si tratta di ricordare che la base del nostro stesso essere è in Dio e questa non è solo una parte di dipendenza, ma è una forma di dipendenza alquanto più profonda. Si tratta di ricordare che alla fin fine c’è qualcosa di divino in noi e la preghiera diventa uno strumento per concretizzare la nostra unione o comunione. A parte le sfumature delle parole, però praticamente diventa non solo la dipendenza nel bisogno limitato: “Dio mi fa male il piede guariscimi”, oppure “ho il cancro fa qualcosa, “ho un problema al lavoro fa qualcosa”. Nella preghiera si chiede anche questo, ma non è che ci rivolgiamo solo quando abbiamo dei problemi. Preghiamo Dio perché il nostro stesso essere è fondato in Dio, per cui il ricordo di chi noi siamo e di chi è Dio dovrebbe essere proprio il ricordo e la memoria della realtà fondamentale: di Dio come essere onnipotente, onnicomprensivo e di noi che facciamo parte di lui e vogliamo essere in comunione con lui. Questo autoricordo di noi e di Dio è fondamentale. Posso anche aggiungere un’ulteriore aspetto che riguarda questa consapevolezza. Tu hai presentato la preghiera correttamente come un individuo che prega, hai nominato la persona, l’individuo che prega Dio, però ci sono anche altre unità. Un’unità è il mondo, il cosmo: soprattutto la Cabala ci insegna che lo scopo della preghiera non è semplicemente quello di venire incontro ai nostri bisogni, ma di venire incontro al bisogno del mondo. Tutto il mondo ha bisogno della preghiera e in questo modo la bontà divina, la grazia divina, la vita divina, la luce divina viene data a tutta la creazione, per cui la preghiera è un processo dinamico che viene portato avanti per generare la vita stessa. E qui c’è un paradosso importante ed interessante al contempo. Se andate a vedere la nozione di dipendenza, allora abbiamo bisogno, noi abbiamo bisogno e Dio ci dà, Dio vede e provvede, attivi e passivi. Nell’interpretazione ebraica della preghiera, la relazione è un po’ più complessa di così. In un modo molto fondamentale noi siamo passivi e Dio provvede, però al contempo Dio ci emancipa, ci dà il potere di pregare e nel far questo ci dà la capacità e l’abilità di indurre il cambiamento, di attingere all’energia, di attingere alla vita per riempire il mondo e la divinità di luce. Il processo del do ut des, di dare e ricevere ogni tanto si esprime con il maschile e il femminile. Ma non è che noi siamo il femminile e Dio il maschile. Ci può essere anche un interscambio di ruolo e posizione. Uno scambio dinamico nella realtà che è proprio la preghiera stessa. Quando dico questo, potremmo parlare della preghiera individuale, del singolo, però c’è un aspetto molto importante che riguarda la questione del perché preghiamo e del come funziona la nostra preghiera e la preghiera della comunità intera. In realtà, se andate a vedere le preghiere ebraiche, la persona che prega non dice mai io, dice sempre noi, è un collettivo. Andate a vedere la preghiera fondamentale, quella che si chiama Amidà: tutto viene sempre espresso al plurale, mai al singolare, perché è la comunità che si pone innanzi a Dio e io faccio parte della comunità e parlo sempre in nome della comunità. Questo fa parte di questo potere che mi viene da Dio di essere parte ed espressione di quella comunità. E questo a suo volta porta ad un aspetto, alquanto fondamentale, del comprendere perché gli ebrei pregano. I cristiani possono far fatica a capire perché la nozione, la definizione di legge si sia confusa con quella di grazia. Dobbiamo riflettere sul significato di quello che vuol dire vivere una vita comandata e imposta, una vita alla presenza di Dio ma che non viene lasciata spontaneamente libera al momento, bensì viene governata da istruzioni, consigli e imposizioni che strutturano la vita quotidiana della persona e anche la stessa preghiera. Infatti, non solo ci viene detto quale preghiere leggere, recitare, ma ne siamo obbligati, ci viene imposto. Si discute tra le autorità giuridiche degli ebrei per vedere se questo è un ordine di primo livello, che viene direttamente dalla Torah, o se di secondo livello, proveniente dai rabbini. Ma a prescindere da questo, c’è sempre un senso di obbligatorietà forte e rappresenta un problema. È forte perché? Cosa vuol dire questo? Vuol dire che dietro questa imposizione, comando, si genera una comunità che prega. Immaginate un intero popolo, almeno quelli che sono osservanti, che pregano di mattina, di pomeriggio, di sera. Tutti gli uomini, le donne, i giovani, tutti che pregano regolarmente in modo da trasformare completamente la vita della comunità e della preghiera. Poi dopo ritornerò su questo punto. E poi c’è anche il testo fisso di cui parlerò sempre dopo. C’è quindi un senso di base sul perché preghiamo, non solo in senso religioso ma anche da un punto di vista di dovere legale: preghiamo perché dobbiamo farlo. Questo può essere potente, forte, ma anche problematico, perché in teoria potrebbe anche portare ad una certa svalutazione della preghiera, potrebbe diventare una cosa che si fa per forza, per routine. Adesso mi fermo e le lascio replicare, se vuole, a quello che ho detto fin qua.

STEFANO ALBERTO:
La replica non è una contraddizione ma un completamento. La coscienza di dipendenza si spinge fino alla consapevolezza. San Paolo lo dice molto bene nella Lettera ai Romani: “Noi non sappiamo che cos’è veramente conveniente domandare. Lo spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili”. Io posso domandare, posso essere cosciente di essere alla presenza del Signore perché è il Signore stesso che apre questo spazio di coscienza. Non c’è un rapporto appena di suddito a padrone, c’è questa dimensione che potremmo dire drammatica, nel senso dell’azione di due libertà. L’altra questione che mi interessava riprendere, e anche qui io ritrovo qualche cosa di profondamente comune, è che se la preghiera è un atto della persona, il vero atto della libertà della persona, non significa mai che è un atto individuale. La preghiera, nel riconoscimento di essere alla presenza di Dio, mi apre all’altro, all’altro che è il mio fratello a cui appartengo nel mistero del Corpo di Cristo. Quindi la preghiera è sempre preghiera di comunione, in comunione, anche quella fatta dal singolo nel segreto della sua coscienza e questa dimensione cosmica è preghiera anche per chi non conosco, è preghiera per il mondo, è preghiera di lode per la creazione, è preghiera di intercessione per il destino dei fratelli uomini. C’è nella preghiera una dimensione che noi chiamiamo – è uno dei misteri più belli del Cristianesimo – la preghiera della comunione dei santi: la preghiera mi unisce non solo a chi con me è ancora pellegrino nell’avventura del cammino al destino finale, ma anche a chi è già nella gloria di Dio. Questa interazione, non appena in un cosmo generico, ma questa interazione, questa intercessione tra terra e cielo, tra chi già è nella gloria del Padre e noi che ancora siamo in cammino, è uno degli aspetti più affascinanti, che apre non solo lo sguardo alla totalità della realtà, ma apre lo sguardo a quello che è reale, oltre il mondo contingente in cui mi trovo a vivere.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Due commenti non per far polemica, ma anzi per portare avanti il dibattito. Parto dal secondo perché si parlava della comunità di senso. Noi festeggiamo il Capodanno ebreo tra poco più di due settimane. Io farò un pellegrinaggio come faccio ogni anno in Ucraina, in una città Ucraina che sia chiama Uman, dove è sepolto un grande maestro spirituale che aveva molto da insegnarci sulla preghiera. Lui ha chiesto a noi discepoli di fare questo pellegrinaggio, ci vanno circa 30000 persone a questo pellegrinaggio per Capodanno. Quelli che vanno a pregare con lui si rendono conto che stanno pregando con lui e alla sua presenza, anzi prima di cominciare la preghiera, dicono “io mi collego, mi unisco a tutti i zaddikim, a tutti i giusti, quelli che sono vivi e quelli che sono già sepolti, in modo che la mia preghiera non venga portata avanti solo a nome mio, bensì in nome della totalità dei giusti, dei zaddikim”. Ora voi avete il vantaggio che la vostra nozione di comunità fa parte del dogma cristiano, fa parte della vostra catechesi. Per cui uno viene formato in questa teoria, anche se probabilmente pochi imparano come pregare in quel modo; invece sul fronte ebraico solamente i piccoli gruppi possono riconoscere questo, i gruppetti. Molti ebrei non conoscono questa dimensione, ma esiste nella tradizione spirituale e io mi sento molto in sintonia con quello che lei ha detto. Questo è il primo punto. L’altro punto è la questione chiave: chi è che sta pregando? Prima è stato citato San Paolo, si tratta di comprendere che non siamo noi che preghiamo, è Dio che prega attraverso di noi. Rabbi Nachman, quella persona dell’Ucraina di cui vi parlavo, ha insegnato che man mano che uno recita la propria preghiera e la approfondisce, è lo Spirito Santo che prega tramite noi, per cui, a prescindere dal fatto che uno reciti le solite preghiere conosciute oppure una preghiera spontanea, non è mai la persona a pregare alla fin fine. Nella Torah viene raccontata una storia di un saggio del secondo secolo che diceva che quando pregava riusciva a dire di una persona malata se essa sarebbe guarita o no. Qualcuno gli diceva “sei un profeta”. “No non posso fare profezie”. “Allora come fai a saperlo?”. “È che quando la preghiera scorre al mio interno so che guarirà, se la preghiera non scorre so che non guarirà”. In altre parole riusciva a fare un tipo di preghiera in cui non era lui a pregare, ma la preghiera passava attraverso di lui, la forza e l’energia divina passava attraverso di lui e in questo modo veniva erogata la guarigione alle persone della comunità. In questi concetti vedo delle similitudini.

STEFANO ALBERTO:
Provo a rispondere a lui e a questa domanda. Qual è il valore, la centralità della preghiera, in tutta l’economia della vita? Come questa centralità si gioca, si paragona, entra in collegamento con altri valori? Questo nella vostra esperienza com’è?

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Non so veramente se siamo tanto bravi a farlo, comunque vedremo. Ci sono dei piccoli gruppi dove la preghiera è veramente il punto centrale della vita e lì, in questi gruppetti, si vive l’ideale spirituale altissimo che abbiamo descritto. Però spesso mi preoccupo del fatto che nel mondo ebraico, oltre che a molta dedicazione, devozione, rispetto per il ruolo della preghiera, vi è anche una svalutazione della preghiera, una grande tensione tra la preghiera e gli altri valori. Dico svalutazione della preghiera e che cosa intendo con questo concetto? Se la preghiera è così alta, elevata, somma e si rivolge al divino, all’unione col divino, allora questo come si ricollega al fatto che un’intera comunità si debba riunire tre volte al giorno e a tutta velocità leggere dei testi abbastanza fissi? Poche persone riescono a sfruttare al massimo questo momento e raggiungere questo culmine della preghiera, molti lo vivono come una recitazione anonima, un mormorare cose con poco senso. Vi posso raccontare anche una battuta, uno scherzo: io lo posso dire, voi non lo potete, perché sarebbe contro di noi, quindi io posso dirlo perché parlo male di noi. Allora, gli ebrei hanno questo libro di preghiere, però quando un polacco antisemita viene a disturbarli, che succede? C’è una storia che dice che un proprietario di case polacco antisemita viene e dice: “Io voglio uccidere tutta la comunità, a meno che non insegni al mio orso come si prega”. E l’ebreo gli dice: “Nessun problema, posso farlo”. In che senso nessun problema? Come fa ad insegnare ad un orso a pregare? Prende una pagina dal libro delle preghiere, mette un po’ di miele su ogni singola pagina del libro delle preghiere e l’orso fa esattamente come gli ebrei, ha imparato a pregare. Ecco, questa è la caricatura della preghiera ebraica, in parte scherzosa, ma anche in questa caricatura c’è una lezione profonda da imparare, perché si dice anche che la preghiera deve essere dolce quanto il miele. Però la differenza tra l’orso e la persona umana sta nel fatto che la persona umana deve dire le parole della preghiera in modo che siano dolci quanto il miele. Però ci sono in realtà un po’ di ebrei che pregano come degli orsi. Questo può essere un problema, nel senso che questa ripetitività, questo dire le cose in modo mnemonico, fisso genera una certa difficoltà. So che i cristiani hanno meno questo problema e sicuramente non avete molta empatia con noi, molta solidarietà, però la nostra realtà è questa. O forse mi sbaglio e lei mi vuole correggere?

STEFANO ALBERTO:
No, io credo che il rischio di una meccanicità, di una formalità nel pregare sia ben presente anche nell’esperienza cristiana: riservare a formule, riservare a parole sperando di non essere troppo compromessi nel gesto e nella parola. In questo senso io trovo un aiuto enorme, in due questioni. Una riguarda l’educazione che ho ricevuto e che ricevo tuttora dalla paternità di Giussani, dalla guida del Movimento, da Carrón. Innanzitutto riportare questa quotidianità, questa centralità della preghiera alla dimensione della domanda. Giussani una questa bellissima parola: mendicanza. Il bambino domanda col pianto e col riso. Domanda tutto. Anche la formula classica, la preghiera tradizionale, quelle che abbiamo imparato e che possiamo sempre utilmente ripetere fin da bambini, si riscopre continuamente come domanda. L’altro punto lo prendo dalla grande tradizione monastica. San Benedetto, con questa formula semplicissima e molto profonda, ora et labora, ha inestricabilmente congiunto nella consapevolezza del cristiano la quotidianità, la materialità della vita, questo impeto attraverso il quale, con la mia intelligenza, la mia creatività, il mondo prende forma, il lavoro, con la preghiera. Così sono educato a cogliere anche nella circostanza quotidiana, nella fatica del lavoro, nell’arduo delle ore che scorrono magari sempre uguali, uno spazio che non è dato innanzitutto dalla mia capacità, ma dal fatto che un Altro apre questo spazio. C’è una canzone dei primi tempi del movimento che dice: “Al mattino Signore la mia anfora è vuota alla fonte”. Questa dimensione di domanda e di lavoro, di lavoro e di domanda, questo accorgersi che l’acqua della vita che scorre può essere solo attinta alla sorgente. Qui c’è un aspetto, a cui accenno soltanto, che è decisivo. Giussani ci ha insegnato che la formula più semplice di preghiera è il sacramento, cioè l’inserirci nel gesto stesso con cui il Signore Gesù si rende presente, condivide, entra dentro la materialità della nostra vita, accorgerci della Sua vita che entra nella nostra e della nostra vita che viene afferrata dalla Sua. Uno può attingere alla forza alla luce, alla grazia del sacramento, anche se non ha voglia di pregare, anche se si sente arido, anche se i suoi sentimenti sono magari contrariati. È la forma più semplice di preghiera, perché è il libero andare alla fonte, è il libero andare alla sorgente, è il lasciare che l’anfora vuota della mia vita sia riempita dall’acqua della sua grazia.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Grazie per aver chiarito che anche i cristiani hanno dei problemi, anche don Giussani stesso avrà avuto i suoi. Lei prima aveva chiesto circa i valori. C’è una tensione complementare. La tensione da te presentata era quella tra ora et labora, la preghiera e il lavoro. Sul fronte ebraico la tensione principale è tra la preghiera e lo studio della Torah. Qual è il canale principale che ci fa avvicinare a Dio? Dio ci ha dato la sua Parola, la sua dottrina, il suo insegnamento, ma ci ha dato anche la capacità non solo di leggere tutto ciò passivamente, bensì di darci da fare attivamente, di parteciparvi quasi, di metterci in dialogo, non un dialogo di preghiera, bensì un dialogo con gli studi della Torah. C’è una tensione molto forte nella pratica ebraica tra qual è il dialogo primario, più importante. Io direi che in generale, per quanto riguarda la cultura ebraica, la Torah prevale sulla preghiera, è più forte. Posso anche raccontarvi una brave storia a questo proposito. C’erano dei rabbini seduti a studiare insieme e uno si alza per recitare la preghiera. Uno fa un commento e dice: “Sta lasciando la vita eterna per darsi da fare nella vita delle ore”. Praticamente la preghiera viene un po’ vista come la supplica, il mendicare per i bisogni quotidiani, mentre la Torah è la realtà eterna e quindi una delle principali questioni non è solo il fatto che la preghiera sia fissa e recitata per cui mancherebbe di spontaneità, ma anche il fatto che non è evidente che la preghiera sia il valore più alto. Lo studio della Torah, ripeto, nel mondo ebraico spesso prevale ed è più autoritario. Allora quelle autorità che ritengono che la preghiera sia così importante, gestiscono una cosa come questa. Se la vostra preghiera è solo per avere il pane quotidiano, per supplicare una guarigione, per supplicare la pioggia, questa è la vita delle ore, la Torah è molto di più. Se questa preghiera invece è una forma di unione con Dio, è una forma di purificazione del cuore, una forma per avvicinarsi di più a Dio, allora la preghiera è superiore alla Torah. Quindi nella psiche ebrea la preghiera ogni tanto è la cosa più alta che c’è, ogni tanto perde la supremazia rispetto al valore dello studio della Torah.

STEFANO ALBERTO:
Cerchiamo di entrare anche negli aspetti più quotidiani, cioè come la preghiera, nella tradizione cristiana e nell’esperienza della fede ebraica, governa la giornata. Che cosa vuol dire concretamente per il cristiano, per l’ebreo pregare quotidianamente? E poi potremmo fare insieme quest’altra domanda: chi è il soggetto della preghiera? C’è qualche specialista nella preghiera nelle nostre tradizioni; come si mettono insieme la preghiera del singolo e la preghiera della comunità?

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Mi hai fatto almeno quattro domande.

STEFANO ALBERTO:
Sciogliamole, sciogliamole, cominciamo, con calma.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Allora, una alla volta. La prima domanda: com’è la preghiera nella quotidianità? Avevo già fatto riferimento al fatto che c’è tutta una comunità che sta pregando; affinché una comunità possa pregare, bisogna andare in sinagoga, non è assolutamente obbligatorio andare in sinagoga, io non sono uno che va spesso in sinagoga a causa di quella tensione che dicevo prima riguardo alla preghiera ebraica, però per gli ebrei osservanti la preghiera prevalentemente avviene nella sinagoga e ci vanno normalmente tre volte al giorno e stanno lì, che ne so, un’ora di mattina e poi di pomeriggio e di sera almeno altri quarantacinque minuti. Per molti ebrei osservanti tutta la loro vita è scandita proprio da queste visite alla sinagoga e, anche se non ci vanno, comunque dalla preghiera. Avete una strada che si chiama A45 che va da qui ad Ancona, giusto? Non so se è giusto, comunque qual è l’ultima volta che avete visto un’automobile cristiana – non so, forse la Fiat sarebbe un’auto cristiana, non so – quand’è che avete visto un’auto cristiana fermarsi lungo la strada che passa qui e l’autista cristiano scendere dall’auto e cominciare a fare la sua preghiera ai margini dell’autostrada, l’avete mai visto? No, non ce l’avete, né su questa, l’Adriatica e neanche sulle autostrade, giusto? No, da nessuna parte. In Israele lo vedreste ovunque, lungo tutte le strade, soprattutto qualche minuto prima del tramonto. E’ molto comune e normale vedere auto che si fermano lungo la strada, l’autista scendere e mettersi a pregare, perché è il momento della preghiera, c’è l’obbligo della preghiera, il sole sta per tramontare, quindi se sono in quel momento lungo l’autostrada, devo scendere e pregare. Io ho qui davanti mia moglie, qui in prima fila, va al supermercato, torna e dice: sai cosa mi è capitato oggi? Era l’una e negli altoparlanti del supermercato hanno fatto un annuncio per dire che stava per avere inizio la preghiera del pomeriggio tra il banco pesce e il banco macelleria. Può avvenire anche in altri posti, però, immaginate, uno si trova in un supermercato in Italia e fanno l’annuncio che sta per iniziare la preghiera per tutti: in Italia impensabile, in Israele normalissimo, per cui il senso della preghiera è una cosa continua, che fa parte della quotidianità, è molto radicato. Non stiamo parlando solo di pregare nella comunità, lungo le autostrade, al banco pesce del supermercato eccetera; forse non ve ne siete accorti, ma io ho appena preso un bicchiere d’acqua in mano e ho detto una preghierina e poi quando lo rimetto giù perché l’ho finita, dico un’altra preghiera. E cosa succede se uno beve troppo? Ci sono questi posti qui fuori, c’è la scala, sapete, dove si va giù e a fare che cosa? Si chiama il bagno, è la toilette, e quando uno è andato alla toilette esce e ringrazia Dio che il suo corpo, il suo apparato urinario funziona bene. Stasera andremo a dormire a Bologna perché domani abbiamo il volo da lì e quindi diremo anche una preghiera lungo il viaggio, davanti alla macchina, eccetera; magari non durerà quarantacinque minuti, però riguarda il ricordo costante di Dio, orientare la nostra vita in un modo, far sì che ogni azione sia coordinata con l’obiettivo supremo: è questo la preghiera. La preghiera è onnipresente, pervade tutto e quindi dipende poi dall’individuo o pregare come un orso o pregare come un ebreo. Può anche far ridere. Ma io ho amici che ogni volta che escono dal bagno, aspettano due minuti prima di dire la preghiera, per dire che il corpo ha funzionato perfettamente e poi alla fin fine dicono anche amen. Io lo dico così, adesso, con leggerezza, per farvi sorridere, però in realtà è un’indicazione alquanto profonda della presenza della preghiera nella totalità della vita, in tutta la quotidianità. Questo è il messaggio che molto seriamente ci tengo a darvi.

STEFANO ALBERTO:
Su questo noi troviamo una consonanza totale. Io non so se qualcuno di noi riesce a raggiungere l’ideale del pellegrino russo, nel quale, dopo una lunga vita di cammino, la preghiera, quella invocazione, “Signore, abbi pietà di me peccatore”, è arrivata a coincidere con il respiro. Però questa dimensione, che il Signore introduce con l’espressione “pregate più che potete”, non sta a indicare una quantità di tempo ma una apertura del cuore. Giussani ci diceva sempre: “Prega chi è più realista”. L’immagine che lui usa è un’immagine architettonica, dice: immaginatevi un ponte che unisce le due sponde, all’inizio la preghiera è come un’unica campata, ci ricordiamo un momento, magari al mattino, e un momento alla sera; poi, crescendo, le arcate si moltiplicano, per cui diventa normale la memoria fino ad assumere espressioni esplicite, consapevoli. A me colpisce molto come lui ci insegna a usare brevi formule, si chiamano giaculatorie: “veni Sancte Spiritus, veni per Mariam”, un secondo, due secondi. Se in un rapporto amoroso il gesto, il bacio, la carezza, la profondità di uno sguardo rafforzano la profondità di senso del legame, così anche una breve parola, un breve pensiero, una breve domanda rafforzano la coscienza di essere con lui. Mi permetto di rispondere alla domanda: chi prega? Tutti, dai più piccoli ai più grandi, come possono. E’ impressionante che un sacerdote, per esempio, non sia obbligato a dire la messa tutti i giorni, ma sia obbligato a pregare tutti i giorni, perché? Perché prega anche per chi non prega, per chi non si ricorda mai o, addirittura, per chi usa la sua libertà per essere contro. E come non citare l’esperienza preziosa, nascosta di coloro che sono chiamati da Dio a vivere l’esistenza come Mosè, con le mani alzate, pregando per tutti, pregando per la comunità cristiana, pregando per i bisogni del mondo, questa preghiera che è – noi non dobbiamo dimenticarlo – continua su tutta la faccia della terra, nelle ventiquattro ore. Mi sembra che questa dimensione personale che si esprime anche in termini molto semplici e questa dimensione comunitaria per cui la preghiera diventa la vocazione della vita, il lavoro della vita, bene esprimano questa urgenza, questa urgenza di coscienza, questa urgenza di domanda, questa urgenza di essere vigili, cioè veramente se stessi, anche per chi non lo è.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Quindi nella vostra tradizione ci sono persone che dedicano la loro vita a pregare per gli altri. Questo noi non ce l’abbiamo, non abbiamo monaci, frati, suore e anche i nostri cosiddetti preti, i rabbini, non sono poi grandi esperti di preghiera, anzi sono grandi esperti solo di Torah. Quindi a un livello più basso, più basico, tutti pregano, pregano proprio tutti, quindi non c’è questa figura di qualcuno che prega per gli altri, per quelli che si dimenticano. Però la realtà è più complessa e perché è più complessa? Perché sappiamo che ci sono alcuni che ricevono risultati, vedono i frutti della loro preghiera e altri pregano invano. Praticamente – sì, è riconosciuto – si vede che alcune persone hanno un rapporto privilegiato con Dio, altri no. Per cui vi voglio raccontare un’altra storia che riguarda BenZacai, il rabbino fondatore del Giudaismo post anni 70, dopo la distruzione del tempio. La storia del Talmud dice che un giorno il suo bambino si era ammalato per cui va da un certo Mendoza per chiedergli di pregare per il figlio. Sua moglie però gli dice: “Cosa è questa storia, tu sei il capo degli ebrei, perché vai a chiedere preghiere da Mendoza?”. Vedete ancora qui la tensione che c’è tra una persona che è il leader, che rappresenta lo studioso, l’esperto, colui che sa, ma che quando ha bisogno di qualcuno che preghi per lui non fa affidamento a se stesso, non prega lui in prima persona. Interessante è la risposta di BenZacai: “Io sono un po’ come il ministro davanti al re, lui è come il servo davanti al re, il ministro viene quando il re ne ha bisogno, il servo entra ed esce quando vuole”. C’è dunque una abilità di accesso, una capacità di raggiungere cose che il servo ha e che il ministro non ha, per cui bisogna tenere presenti queste due prospettive. Nel corso delle generazioni è stato poi riconosciuto che ci sono persone che hanno questa capacità particolare di essere più vicine a Dio e di avere una risposta alle loro preghiere più di altri, di conseguenza si può dire che ci sono diversi livelli di leadership: la leadership della Torah e i zaddichim, i giusti, i santi, le persone che vengono riconosciute avere un particolare potere nella preghiera. In realtà dovrebbero andare tutti insieme, e spesso così è stato, per cui vi era il grande maestro della Torah che era anche il grande maestro della preghiera, però poi in realtà non è stato sempre così, ogni tanto c’era una situazione di tensione e di discrepanza. La preghiera ebraica è completamente democratica, aperta a tutti, non c’è una rappresentanza superiore o inferiore, però la realtà ci dimostra che ci sono coloro a cui dobbiamo affidarci quando andiamo a pregare.

STEFANO ALBERTO:
Per che cosa si prega, c’è qualche priorità per cui si prega? Io posso dire che nella nostra tradizione, nella nostra esperienza si prega per tutto, per i bisogni più elementari, per la salute, per i bisogni fisici, per il lavoro, per la malattia. C’è questo aspetto, però, interessante, che dai bisogni particolari, e questa è una educazione formidabile, uno si apre ai bisogni dell’altro, della comunità, del mondo. Ma vorrei ritornare anche a questo aspetto molto radicale: siamo educati attraverso le sette domande della preghiera che ci ha insegnato Gesù, il Padre Nostro appunto, a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno. Mi colpisce sempre però, e qui ritorno all’inizio, l’osservazione che Giussani fa: la preghiera innanzitutto è domanda di essere. Se una goccia d’acqua potesse essere consapevole nell’istante in cui esce dalla sorgente o se un bambino appena formato, un embrione nel seno di sua madre, fosse cosciente, si renderebbe conto che tutto quello che lui è, ogni cellula che in lui nasce, viene tutta da colei che lo sta generando. Ecco a me pare che senza escludere questa audacia e questo realismo del chiedere ciò di cui avvertiamo bisogno a Dio, ci sia questa educazione a domandare l’essere, perché non sia scontato il fatto che ci siamo, esistiamo, viviamo, ci muoviamo nel tempo e nello spazio.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Ma questo è a livello del singolo o della comunità, è la comunità che prega per tutto ciò?

STEFANO ALBERTO:
Mi verrebbe da dire “both”, tutt’e due.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Praticamente, in altre parole, la comunità cristiana sa per che cosa deve pregare, se è vero quello che tu hai appena descritto.

STEFANO ALBERTO:
C’è un momento nella Messa domenicale, quella a cui i cristiani partecipano, che viene indicato come preghiera dei fedeli ma la formula originale è preghiera universale. Poi a volte questa cosa viene banalizzata con richieste magari un po’ strane, con preghiere che non sono preghiere, ma è interessante questa dimensione, che si trova anche nelle lodi, nei vespri. C’è sempre un momento di preghiera universale.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Adesso vi presento le cose nella mia prospettiva ebraica. Per comprendere tutto ciò, dobbiamo vedere i vari strati, i livelli della preghiera ebraica. Lo strato più basso della preghiera ebraica non sono i Salmi – i cristiani spesso la vedono così ma non è così -, lo strato più basso, di base è una serie di preghiere che sono state istituite più o meno intorno al primo secolo. La preghiera principale è la preghiera di cui parlavo prima, che si chiama: “Amidà”, che è una preghiera che viene recitata stando in piedi ed è molto importante stare in piedi come starebbe un servitore di fronte al suo padrone. Questa è la preghiera che viene recitata tre volte al giorno ed è la preghiera che viene recitata sempre al plurale, mai al singolare. Se andate a studiare il contenuto di questa preghiera, vedete che la dice lunga su quello che stiamo chiedendo: ovviamente c’è la lode a Dio, c’è il ringraziamento, però il corpo principale della preghiera, anche a livello quantitativo, sono invece una lunga serie di benedizioni, che sono delle richieste, delle suppliche per delle particolari necessità. Che cosa, ad esempio? Uno comincia chiedendo la conoscenza e la comprensione, poi fa, che ne so, una richiesta di pentimento, di perdono per i peccati, di redenzione, buona salute, pioggia. Queste cose si chiedono nella preghiera. Questi sono fabbisogni fisico-spirituali abbastanza di base, diciamo. Poi se andate a vedere più in profondità la tematica della preghiera, si vede che la preghiera si concentra su uno sviluppo del processo di redenzione di Israele. La preghiera non è più semplicemente l’espressione di bisogni dei singoli, diventa un’espressione di tutta la comunità che ha bisogno di essere redenta e che si ricorda di tanto in tanto che siamo qui ad aspettare la redenzione, che siamo pronti a sottoporci al suo giudizio, siamo pronti a ripristinare il nostro Paese, a ricostruire Gerusalemme, a ricostruire il Paese, a ricostruire il Tempio. C’è tutto un processo che si sviluppa facendo riferimento al bisogno di tutta la comunità di ripristinarsi, di ricrearsi così com’era e questo vuol dire che la preghiera non è più un modo spontaneo o organizzato di venire incontro alle necessità. La preghiera ti insegna, ti dice che cosa chiedere, ti dice che cosa è importante e su cosa ci si deve concentrare. E se io, ad esempio, faccio fatica a trovare una moglie, che ne so, o faccio fatica a concepire un figlio, se ho difficoltà nelle relazioni di qualche tipo, oppure se ho il problema di avere un “ego” smisurato e se ho tanti nemici e devo gestire i miei nemici, nella preghiera non si parla di queste cose. Questo porta la preghiera ad un livello superiore al singolo. In un certo senso anche noi preghiamo per tutto, un po’ per tutto, però non è proprio così, perché c’è comunque una gerarchizzazione tra quello che è la preghiera obbligata e di base, che è la redenzione della comunità, e poi tutte le altre preghiere che si aggiungono, che sono quelle individualizzate e che tengono conto di tutti i bisogni.

STEFANO ALBERTO:
Vedo che il tempo è andato un po’ avanti quindi forse…

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Ma quando preghi guardi così l’orologio?

STEFANO ALBERTO:
No.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Immagina che stiamo pregando, Ora et Labora

STEFANO ALBERTO:
Adesso bisogna guardare anche l’orologio. Forse potremmo arrivare ad una domanda finale: che cosa possiamo imparare gli uni dagli altri, cioè in che cosa possiamo essere reciprocamente arricchiti. Ho visto che ci sono, sorprendentemente, tantissimi punti in comune, ma neanche tanto sorprendentemente alcune differenze. Che cosa può insegnarci la tradizione ebraica, la tradizione cristiana, gli uni agli altri?

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Io potrei provare a vivere un mese da cristiano e tu per un mese fare l’ebreo e poi mi potresti dire cos’hai imparato, oppure io posso dire cosa ho imparato negli anni a contatto con i vari cristiani che conosco e anche che cosa ho imparato dall’incontro con te in questa conversazione e poi mi dici cosa hai imparato tu. A me piace molto questa espressione Ora et Labora, preghiera e lavoro. E’ una cosa che nella nostra tradizione non abbiamo, soprattutto quando si tratta di trasformare il lavoro nella preghiera, è un concetto che noi non abbiamo, è un concetto che non esiste affatto nella nostra tradizione. Anche noi cerchiamo di santificare ogni minuto di tempo, però lo facciamo andando a studiare la Torah. Mi piace anche la nozione di preghiera continua. Noi non abbiamo una nozione ben articolata di preghiera continua, abbiamo studi continui della Torah, questo sì. A me piace molto che i cristiani preghino spesso in silenzio, so che questo accade perché non sanno cosa dire, so anche che molto spesso stanno in silenzio perché il silenzio è una espressione di vivere la presenza di Dio e ci sono due dimensioni della preghiera: c’è quella del dialogo e c’è la dimensione della presenza. Noi ebrei siamo molto forti sul dialogo, non siamo sempre altrettanto forti sul fronte della presenza. Credo che possiamo molto imparare dai cristiani su cosa vuol dire essere nella presenza di Dio e quindi dovremmo imparare anche di più cosa vuol dire stare in silenzio. Penso che i non-ebrei che venissero alla nostra Sinagoga, potrebbero restare scioccati a vedere quanto chiacchierio c’è nella Sinagoga. Sinagoga vuol dire casa della comunità, per cui la Sinagoga ha tante funzioni, non è solo il luogo della preghiera. Le autorità rabbiniche hanno cercato di contrastare nei secoli questo problema del chiacchierio; le preghiere sono lunghe, sono mnemoniche, per questo uno finisce col parlare col vicino in Sinagoga e questo svaluta un po’ la preghiera. Invece i cristiani si comportano molto meglio in Chiesa, sono più rispettosi, avremmo da imparare. Potremo imparare questo da voi di sicuro; comunque non sto parlando solo a livello della Chiesa, c’è un senso della preghiera in silenzio che secondo me è un gran valore.

STEFANO ALBERTO:
Io posso dire che tutte le volte che incontro un ebreo osservante, uno che ci crede veramente, la cosa che mi colpisce di più è questa radicalità di memoria, in questo senso io capisco l’espressione di don Giussani “fratelli maggiori”, nel senso che tutta la storia, tutta la storia dell’Alleanza vive nell’istante, nel gesto, nella giornata. In un certo senso, per me cristiano è semplice accorgersi di tutta l’iniziativa che Cristo, il Signore prende diventando corpo e sangue, parte della mia vita. Ma questo può portare anche ad una approssimazione, ad una leggerezza, a una superficialità. Stare davanti alla preghiera di un fratello che vive l’Alleanza da millenni, una alleanza che è eterna, mi richiama sempre alla serietà del cammino della vita, del cammino al destino e alla concretezza di questa Alleanza. Mi commuove questa tensione che diventa non appena osservanza ritualistica, ma grido di amore: “tu sei fedele a me per sempre”, “io sono fedele a te, adesso”. Io penso che su questo noi abbiamo veramente da imparare dai “fratelli maggiori”. Vorrei chiederti, se puoi concludere, visto che abbiamo parlato della preghiera, con una preghiera.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Mi è molta piaciuta questa dimensione teologica della memoria dell’Alleanza, però volevo menzionare una osservazione che mi colpisce molto. La preghiera cristiana è molto interiore, interiorizzata, profonda e porta ad una vita idealizzata e mistica in Dio. La preghiera ebrea, invece, è pienissima di vitalità ed intensità; la vitalità è l’intensità della preghiera in comune. Questo è cosa nostra.
Forse in Italia non è così. Sono andato qui un paio di volte alla Sinagoga, ma venite con me per l’anno nuovo in Ucraina, vedrete di che intensità sto parlando. Troverete quella intensità che anche nel Movimento carismatico non ho visto da nessuna parte, proprio a livello di intensità di preghiera, durata, suono, concentrazione, quasi un muro di preghiera che si genera dalla spontaneità delle persone. Anche tu hai parlato, quando sei andato al Muro di Gerusalemme, di come questo aspetto della preghiera ti ha colpito, per cui c’è questa tensione tra la vitalità e l’interiorità che è un buon modo per presentare la complementarietà delle due preghiere. Noi possiamo imparare da voi l’interiorità, voi potete imparare da noi un po’ più di vitalità. Prima di rispondere alla tua ultima richiesta, che è quella di concludere con una preghiera, se mi consenti, devo dire un’altra cosa che avevo detto all’inizio, ovvero cosa abbiamo cercato di fare oggi e qual è il nostro progetto a lungo termine. Visto che a me piace molto venire a Rimini, come possiamo far sì che ci continuino ad invitare? Allora abbiamo detto “creiamo qualcosa di regolare, di multi-annuale”. L’idea è quella di occuparci della questione della preghiera cristiana ed ebrea con un dialogo costante e perenne tra me e don Pino. Avevamo pensato in origine, come idea, di guardare dei testi specifici su cui lavorare, poi abbiamo detto “ma no, prima di prendere in esame dei testi, cerchiamo di studiare un po’ la filologia più ampia della preghiera nelle varie religioni, per tentare di comprendere che cosa vuol dire in una tradizione religiosa la preghiera”. Allora la buona notizia che ho da darvi e che quello che avete visto oggi in questa conversazione, non è una conversazione unica tra due amici, è un tentativo di porre le basi per un qualcosa di più ampio che pensiamo di portare avanti come progetto. Partendo da questa descrizione che abbiamo fatto oggi, procederemo ad una analisi dei testi. Forse l’anno prossimo leggeremo insieme l’Amidà, faremo un raffronto con un altro testo, e così con sempre meno vaghezza e più concretezza, potremo raffrontare i testi, raffrontare i rituali, raffrontare le scritture, portando avanti sempre in modo più approfondito il nostro dialogo. Speriamo di aver messo il primo mattone di questa collaborazione proficua in una iniziativa che crescerà per il futuro, spero che sia così e ringrazio tutti. E adesso un’altra cosa. Don Pino, facciamo così, comincia tu che sei il fratello più giovane, perché non si può parlare di preghiera, andare in Paradiso a parlare di preghiera e nessuno fa niente. Facciamo una breve preghiera, cominci tu e poi penso io a cosa fare nel frattempo. Abbiamo parlato di preghiera, facciamola!

STEFANO ALBERTO:
Un momento, devo cercarla. Ecco, vorrei pregare uno dei Salmi che mi è più caro, che riassume bene quello che abbiamo detto. Nella mostra numerazione è il salmo 130, è il Salmo 131 nella vostra.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
La versione cristiana dello scherzo con l’orso ovviamente viene raccontata tramite l’IPhone.

STEFANO ALBERTO:
Ti ringrazio, non sono l’unico a preferire questo Salmo 130 o 131.

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cose grandi
superiori alle mie forze.

Io son tranquillo e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Speri Israele nel Signore,
ora e per sempre.

ALON GOSHEN-GOTTSTEIN:
Adesso che tu hai letto questo Salmo, canterò la stessa cosa in ebraico; abbiamo detto che i Salmi li abbiamo in comune, però va bene anche così, avrei dovuto farlo diverso, lo faccio lo stesso.

Canta il Salmo in ebraico

STEFANO ALBERTO:
Thank you very much, grazie a tutti.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala Mimosa B6