La piu' grande riforma. San Carlo e la sua passione per l'uomo - Meeting di Rimini

La piu’ grande riforma. San Carlo e la sua passione per l’uomo

 

Quando morì il vescovo di Novara, san Carlo aveva solo 46 anni, ma era già sfinito per le fatiche, i digiuni, le malattie. Gli riferirono la notizia come un rimprovero: «Quel sacerdote è morto perché non sapeva risparmiarsi». Ma lui, tranquillamente, rispose: «È così che deve morire un vescovo».
Chiunque incontrava san Carlo restava colpito dalla sua forza, dalla tenacia, dall’instancabile impeto di costruzione. Il suo amico san Filippo Neri, un giorno, si chiese: «Ma quest’uomo è di ferro?». Eppure il suo fisico era debole, provato dalle continue penitenze e perfino dalle pallottole conficcate nella carne a causa di un attentato. Ma egli era forte perché amava. Tutto cominciò quando Carlo aveva 22 anni. Allora si diceva di lui che fosse il vero padrone della Chiesa: nipote del papa, ne era il collaboratore più diretto e autorevole, e accumulava cariche, privilegi e responsabilità. L’ascesa pareva inarrestabile, quando, ad un tratto, tutto cambiò. Carlo restò impressionato dalla morte del fratello, che era, come lui, nel pieno della gloria. Incontrò padre Ribera, e capì che la salvezza di se stesso importava più di tutto il mondo. Da allora iniziò una vita di preghiera e penitenze, fu sacerdote per il popolo, pastore, guida e compagno per tutti quelli che incontrava.
Fu l’anima della riforma Tridentina, fondò seminari, riformò congregazioni, diede vita a molte opere di carità. Soprattutto fu sacerdote vicino alla gente, dimostrando con la sua stessa vita che non c’è passione per Cristo senza passione per l’uomo. Quando a Milano scoppiò la peste egli non scappò, ma assistette personalmente gli ammalati. Spesso ripeteva: «Gesù ha sofferto per noi cose molto più grandi, ripaghiamo l’amore con l’amore». Non si fermava mai. Visitò per due volte tutte le parrocchie della diocesi, la più popolosa del mondo. Normalmente fissava le visite nei mesi più caldi perché, diceva lui, «è bello fare del bene nelle giornate che molti dedicano al riposo». E siccome le ore più afose del pomeriggio invitano al sonno, in quelle ore, per non perdere tempo, viaggiava.
La santità di Carlo fu come un bagliore nella notte della crisi protestante, delle lotte politiche, della povertà. Da lui impariamo che non c’è cambiamento del mondo senza conversione del cuore, che non c’è riforma della Chiesa senza riforma dell’io. È per questo che i nostri tempi, pure così difficili, sono tanto belli: perché è chiaro che la fragile creatura, l’io umano, è l’unico punto da cui si può ripartire.

Data

21 Agosto 2005

Edizione

2005