LA MALATTIA MENTALE E IL RECUPERO DELL’IO - Meeting di Rimini
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LA MALATTIA MENTALE E IL RECUPERO DELL’IO

La malattia mentale e il recupero dell’io

Partecipano: Grégoire Ahongbonon, Fondatore Associazione San Camillo de Lellis; Simona Villa, Suora missionaria delle Misericordine, Togo. Introduce Marco Bertoli, Responsabile Unità Operativa Complessa del Centro Salute Mentale di Latisana.

 

MARCO BERTOLI:
Buon pomeriggio a tutti. Prima di cominciare, volevo ricordare una persona. Ogni volta che incontravo don Francesco Ventorino, don Ciccio, lui mi chiedeva sempre come continuava, se continuava, l’amicizia con Grégoire, e io lo rassicuravo dicendo che ogni anno raggiungevo l’Africa, la Costa d’Avorio piuttosto che il Benin piuttosto che il Burkina Faso, e attualmente il Togo. Ogni anno frequentavo Grégoire e la sua storia che quest’oggi ripresenteremo al Meeting. E’ una storia che si allarga e che diventa più grande: infatti, questa sera non c’è solo Grégoire ma anche suor Simona, che ho incontrato questo ultimo dicembre in Togo e che dopo presenterò. Come innestiamo l’esperienza di oggi sul tema del Meeting? Preparando questo incontro, più volte mi sono chiesto come fare ma mi è venuto incontro il Meeting stesso: in uno degli ultimi pannelli della mostra di Abramo, dice: “Da quando il Mistero ha cominciato l’avventura affascinante di diventare compagno dell’uomo, affinché questi possa ritrovare se stesso, il metodo è sempre lo stesso. E qual è il metodo? Lo vediamo da Abramo in poi. Per arrivare a tutti e a tutto, Dio ha cominciato a scegliere uno. E’ come se il Mistero dovesse ricominciare da capo, come se dovesse ricominciare con ciascuno di noi. A noi invece questo metodo sembra assurdo: per salvare il mondo, come prima mossa Dio chiama Abramo, un politeista mesopotamico nelle periferie dell’impero. Quando ha scelto Abramo, Dio non ha messo a posto tutta la realtà e la storia. Ha cominciato a generare un io, a dare consistenza a quell’io fino al punto che, con Abramo, possiamo parlare della nascita dell’io. Infatti l’io si costituisce soltanto davanti a una presenza che lo chiama, che lo attira, che lo risveglia dal torpore in cui tante volte cade”. Le storie che racconteremo questa sera sono proprio un’esemplificazione di questo: uomini e donne chiamati ad intervenire nella storia perché chiamati da Dio. E’ questa l’esperienza che faccio ogni volta che raggiungo l’Africa, ogni volta che questa amicizia mi coinvolge. Il titolo di questo nostro incontro è La malattia mentale e il recupero dell’io. Questa è un’esperienza che faccio ogni giorno come psichiatra perché, come diceva anche Grégoire oggi nel Quotidiano Meeting, per la ripresa non bastano le medicine, per la ripresa serve qualcuno che ti faccia una compagnia fiduciosa, certa. Ogni volta vado dicendo che ognuno di noi può impazzire, se non ci viene più chiesto niente, se nostra moglie, nostro figlio, nostro padre, il nostro collega non ci chiede più, non ci fa una domanda perché sappiamo rispondere, ecco che il nostro io comincia a perdersi. Di fronte alla realtà e alla provocazione della realtà, il nostro io è sollecitato ma non basta neppure la realtà, ci vuole una realtà attraversata da uno sguardo di fede. Questa esperienza di fede io la faccio da molti anni con Grégoire, da poco tempo con suor Simona, giù in Togo. Oggi ci siamo visti solo mezz’ora ma è bastato, è bastato per fare un incontro, per ripartire da una realtà che è scabrosa ma che può essere una realtà redenta. A questo punto io mi fermo, poi faccio due piccole presentazioni su di loro prima dei loro interventi, ma adesso il nostro incontro prevede un filmato che prego di mandare.

Filmato.

Ecco, quest’anno siamo ripartiti da questa storia del Togo. In questo ultimo dicembre siamo stati in un centro di preghiera guidato da sette protestanti: abbiamo visto 200 persone legate, tra cui dei bambini. Era questa per noi la novità. Alcuni di loro erano legati mani e piedi, e anche questa era una novità. E’ qualche cosa di insopportabile. Per questo, in quella realtà così tragica, abbiamo continuato a sperare. Ho incontrato suor Simona, che era insieme alla sua consorella in questo contesto del Togo. Ci siamo visti e mi è subito piaciuta per la sua vitalità e per la sua gioia. Quando in una realtà difficile incontri una persona che sorride ed è piena di forza, allora la speranza rinasce e ci si chiede come mai uno possa avere forza, in quel contesto. Allora ritorna anche il titolo del Meeting: ma il cuore dell’uomo, come si riempie? Questo vuoto che sentiamo, che serve ad essere riempito, è una dinamica interessante. Adesso do la parola a suor Simona che mostrerà ancora delle foto. Bisogna assolutamente incoraggiarla perché è la prima volta che parla davanti a un pubblico, quindi, facciamo un grande applauso!

SUOR SIMONA VILLA:
Grazie, Marco, grazie dell’incoraggiamento. Buonasera a tutti, voglio ringraziare prima di tutto gli organizzatori, chi ci ha invitato, perché ci dà la possibilità di raccontare un po’ la nostra esperienza. Sono molto contenta di essere qui e soprattutto di essere qui con Grégoire, che è una persona di cui ho una grandissima stima, che il Signore mi ha fatto il dono di incontrare, a me e alla mia comunità in Togo. So che il Signore ci sta guidando per lavorare insieme, per poter manifestare il suo amore. Quindi, vi dico solo due parole su chi sono, per poi introdurre il tema. Mi chiamo suor Simona, sono una suora Misericordina da 15 anni. Sono chirurgo e da sette anni vivo in Togo dove sono con la mia comunità in un ospedale missionario del Fatebenefratelli, dove lavoriamo in Chirurgia e in sala operatoria. La nostra presenza non è solo nell’ospedale ma anche nei villaggi intorno al nostro ospedale che si trova ad Afagnan. Abbiamo preso l’abitudine di girare molto nei villaggi per incontrare le persone veramente povere, che hanno bisogno. In questi nostri giri abbiamo cominciato a fare consultazioni per i bambini, portando farmaci nei villaggi più sperduti, dove è difficile spostarsi. Abbiamo incontrato anche tanti bambini in difficoltà e ultimamente abbiamo aperto anche una casa di accoglienza per questi bambini, che in questo momento sono 17. Vi chiederete cosa c’entra in tutto questo la malattia mentale. Effettivamente io devo dire che ho capito che è il Signore che fa c’entrare le cose quando all’occhio umano non c’entrano. Come ho detto, io sono un Chirurgo e non ho mai amato la Psichiatria. Non ho mai saputo come rapportarmi con i malati mentali, ma sto scoprendo che il Signore è capace di cambiarci completamente, anche con la missione che ci dà. Quello che è successo è che ho conosciuto Grégoire, un po’ per caso, potrebbe dire qualcuno, ma io sono certa che non è per caso, che è la mano del Signore che ci ha fatto incontrare tramite un prete che l’ha conosciuto ed ha conosciuto la sua opera, mi ha parlato di lui, mi ha dato un libretto che parlava di lui e di quello che Lui fa con i malati mentali. Quando ho letto questo libretto, sono stata molto colpita e non sono più riuscita a dormire tranquillamente. Ho iniziato a sentire qualcosa dentro che mi spingeva a fare qualcosa con lui. A partire da questo momento, ho cominciato a vedere, come dice Grégoire spesso, che prima vedeva i malati mentali ma non li vedeva realmente, li ignorava, ed a un certo punto ha iniziato a vederli e a sentirsi spinto a fare qualcosa per loro. La stessa cosa è successa a me. A partire da quel momento, ho cominciato a vedere certe situazioni, certi malati mentali che incontravo, che avevano bisogno e che venivano a chiedere aiuto. Conoscendo Grégoire, abbiamo cominciato a chiedergli aiuto, quindi a portargli certi malati che andavano nei suoi centri: premetto che lui ha centri soprattutto in Benin ed in Costa d’Avorio. Noi siamo in Togo dove non ci sono centri dell’associazione di Grégoire. Quindi, eravamo obbligati a portare malati in Benin. Quando stavano meglio, ritornavano a casa ma dovevano continuare a spostarsi per andare a prendere le terapie ogni mese. Quindi, è nato un po’ un desiderio e anche un’esigenza: abbiamo iniziato a chiedere a Grégoire di venire ad aprire un centro da noi, nella nostra diocesi. A questo punto, Grégoire ha iniziato a raccontarci questa cosa scioccante che ci ha veramente cambiato, questa realtà che abbiamo visto dei centri di preghiera. I centri di preghiera sono centri aperti dove i malati mentali sono accolti ma legati con delle catene agli alberi, normalmente all’aperto, quindi sotto il sole e sotto la pioggia, a volte nudi, con l’idea che la malattia mentale sia un problema di maledizione, di possessione diabolica e che quindi occorra pregare. I farmaci sono esclusi, si prega su queste persone e si tengono incatenate, a volte anche in condizioni terribili: per esempio li si priva del cibo per alcuni giorni, a volte vengono picchiati. Grégoire ci aveva detto che c’erano molti centri come questi in Togo. Quindi abbiamo iniziato a girare, ne abbiamo trovati vari tra cui il più assurdo, veramente incredibile, è quello di cui parlava Marco, un centro in cui abbiamo trovato più di 200 persone incatenate sotto gli alberi, tra cui anche dei bambini epilettici considerati indemoniati. Io vi giuro che è qualcosa, quando lo vedi dal vero, che non puoi più dimenticare. E’ qualcosa che mi ha talmente cambiato e colpito che ogni sera devo ricordarmi di loro e non posso più essere tranquilla sapendo che vicino a noi ci sono persone in queste situazioni. Ringrazio il Signore per questa inquietudine che mi dà, perché è questo che ci consente di lottare e di continuare a credere che c’è una speranza per cambiare le cose. Quando sono stata invitata al Meeting ed ho letto il tema del nostro incontro pensando a questa parola, l’alienazione dell’io, mi sono detta che in questa realtà di malattia mentale, di uomini non più considerati uomini perché incatenati, l’alienazione dell’io è proprio il fatto di dimenticare che la persona che ho davanti è una persona ed ha una dignità. Quindi, dimenticare che la persona, anche se malata oppure strana, magari violenta o comunque diversa da me, è una persona comunque. Soprattutto se siamo cattolici e facciamo questo, è come una bestemmia perché siamo figli di uno stesso Padre. Anche quella persona che è strana e diversa e violenta, e che magari mi dà fastidio perché non so come comportarmi, non so come gestirla, è comunque mio fratello ed è figlio del mio stesso Padre. Credo che questo mi debba obbligare a non ignorarla e a fare qualcosa: penso che recuperare l’io sia una cosa semplice da dire ma non da fare. Significa prima di tutto amare questa persona, amarla come mio fratello ed aiutarla a superare quello che vive, sapendo che è una malattia. Per curare una malattia, per curare un malato, ci vuole secondo me prima di tutto l’amore ed in secondo luogo la terapia, i farmaci, quello che è necessario per la sua malattia. Poi, la terza cosa fondamentale che secondo me è la cosa che Grégoire fa meglio, è ridarle un ruolo, un posto, ridare una funzione a questa persona. E’ quello che succede nei centri di Grégoire e della St. Camille. Quando i malati stanno meglio sono reinseriti nella società, possono imparare un lavoro, quindi cominciare a lavorare, ritornare in famiglia se è possibile o rifarsi una famiglia: è questo secondo me il recupero dell’io. Vorrei aggiungere una cosa. Fino ad ora ho parlato di una realtà che può darsi per la maggior parte di voi sia molto lontana e quindi scioccante. Ma non vorrei che si pensasse, siccome siamo lontani, che tutto questo è causato dal fatto che gli abitanti del Togo e del Benin sono cattivi e quindi incatenano i loro fratelli. Ci sono delle legate anche alla situazione del Paese. Ad esempio, io posso parlare del Togo perché è li che vivo: è un Paese molto povero e vi garantisco che il fattore povertà è molto, molto forte, molto pesante in tutta questa storia. Bisogna sapere che in questi Paesi, quando qualcuno è malato, per curarsi deve tirare fuori dei soldi, e anche tanti. Non c’è un’assistenza sanitaria come in Italia, e quindi se qualcuno è malato, per curarsi, deve comprare tutto quello che ci vuole. Io sono un chirurgo: per esempio, se devo operare un malato che ha la peritonite, il malato deve comprare tutto, deve comprare i fili, deve comprare i farmaci per l’anestesia, deve comprare tutto quello che serve per l’operazione. Nella maggior parte degli ospedali, se il malato non compra il materiale non sarà operato, anche se ha una malattia grave. Per esempio, da noi, un ospedale missionario, operiamo le urgenze anche senza che il malato paghi, ma è molto difficile tenere in piedi l’ospedale, perché il materiale costa. Se vediamo questa situazione e la trasportiamo sulla malattia mentale, vediamo quanto il problema economico pesi. I malati mentali sono malati che hanno bisogno di terapie direi quasi croniche, a lungo termine, farmaci che devono prendere per tanto tempo. Chi può comprare questi farmaci? Per esempio, nella nostra diocesi c’è un ospedale psichiatrico, l’unico del Togo, un ospedale psichiatrico con tanti posti, ma le condizioni in cui si trovano i malati sono più vicine ai centri di preghiera che non ad un ospedale. La gente è rinchiusa in celle che sono come celle di prigione, spesso vengono somministrate terapie molto forti per stordire i malati. Non c’è nessun tipo di recupero, non c’è possibilità di recuperare i malati, per esempio, insegnando dei lavori. In questo ospedale, solo per entrare bisogna depositare un sacco di soldi: nessuno in Togo può pagare le cifre che chiedono questi ospedali. Allora, è quasi un po’ automatico che le persone, siccome non c’è nessuna alternativa, portino i malati mentali in un centro di preghiera. Almeno, lì il malato è più calmo perché è legato, si ha l’impressione di fare qualcosa per lui. All’apparenza, è meno costoso perché non si devono comprare farmaci, quindi è una realtà che può essere scioccante ma che è comprensibile, se si conosce la realtà del luogo. Quello che noi crediamo che si possa fare è poter dare un alternativa a tutto questo. Non si può pensare che adesso togliamo i malati mentali dai centri di preghiera, che togliamo loro le catene: dove li mettiamo, se non abbiamo un’alternativa? È una lotta che non si potrà mai vincere. Io credo che Grégoire sia l’alternativa. Quello che Grégoire sta facendo, è l’alternativa. Penso che abbiate visto passare le foto dei malati incatenati: quello che stiamo facendo, che abbiamo iniziato con Grégoire, è questa idea di creare un centro nella nostra diocesi per accogliere questi malati, per toglierli dai centri di preghiera o dalle loro situazioni nei villaggi e poterli curare. Nei centri di Grégoire, i malati sono curati e possono poi essere aiutati ad imparare un lavoro. Nella maggior parte dei suoi centri, sono i malati stessi che, quando stanno bene, sono formati e curano gli altri malati, che imparano anche altri lavori, possono prendersi in carico e guadagnare dei soldi per vivere. Quello che stiamo facendo è l’alternativa, che è iniziata nella nostra diocesi con la costruzione di un centro per accogliere questi malati. Io sento che questo riguarda fortemente me ed anche la mia congregazione, ringrazio la mia congregazione che ha saputo riconoscere in Grégoire un segno che il Signore ci sta chiamando anche a questa realtà: perché io sono una suora Misericordina e noi siamo chiamate a testimoniare la misericordia: grazie a Grégoire, ho imparato di più che cos’è la misericordia, questo poter amare ed aprirsi, soprattutto ai più deboli e ai più fragili. Dicevo quindi che la costruzione di questo centro è cominciata: questa che vedete nella foto è la prima pietra posta il 2 febbraio 2015. Questi che vedete sono i primi lavori: stanno cominciando molto, molto timidamente perché ci vogliono tanti, tanti soldi. Ma, come mi insegna Grégoire, noi crediamo che è la provvidenza che ci aiuterà: se questa è un’opera del Signore, Lui porterà avanti tutto. Siamo strumenti nelle Sue mani, è Lui che fa. Quindi ringrazio veramente Grégoire di essere qui con noi, di averci fatto scoprire questa realtà e di averci permesso di entrare. So che è il Signore che ci guida in questo cammino e prego il Signore che ci aiuti a lavorare insieme per liberare tante persone che vivono in queste condizioni, perché possano recuperare la dignità a cui hanno diritto, attraverso le cure, attraverso l’amore che noi possiamo dargli ed attraverso una riabilitazione anche sociale. Desideriamo che possano rientrare in famiglia, possano sentire di avere un ruolo, qualcosa da fare nel mondo, essere amati. Grazie mille.

MARCO BERTOLI:
Prima di dare la parola a Grégoire, dico ancora che lei ha iniziato ad interessarsi di Psichiatria e vorrebbe che io mi interessassi di Chirurgia. Credo che lei riuscirà, io no. Loro si chiamano suore Misericordine, sono suore della Lombardia, del Beato Luigi Talamoni che qui ricordiamo. Io sono stato già due volte presso la loro casa a Monza, tra l’altro approfitto per salutare la Superiora Generale. Un altro link tra me e loro è diventato il fatto che loro sono state le suore che hanno sostenuto Eluana Englaro nel periodo della vita. Come friulano, questa cosa mi commuove moltissimo. Dicevo prima che l’esperienza con Grégoire è ormai quasi ventennale. È molto coraggioso e sorprendente il fatto che il Mistero, per cambiare il mondo, scelga Abramo, che per cambiare il mondo scelga un io. Ma questo metodo è folle, è pazzo o è invece il più realista che ci sia? Più delle nostre immagini e delle nostre teorie? Noi sappiamo cos’è nato dalla scelta di Abramo. Invece, dai nostri progetti, cosa nasce? Dire sì a Colui che ci chiama è di fatto il contributo più grande al mondo. Allora, andando in Africa, la cosa che mi stupisce di più dell’eccezionalità di Grégoire è che lui guarda la realtà che c’è, ma non si limita a guardarla. La guarda attraverso gli occhi della fede. Perché questa realtà che abbiamo visto e che adesso il filmato ci mostrerà, scorrendo senza audio, questa realtà che hanno tutti di fronte agli occhi, nessuno la vede. Nessuna la vede e ha cominciato invece a vederla Grégoire. E lui, con questi nuovi occhi, con gli occhi della fede – adesso ci racconterà un po’ la sua storia – ha cominciato ad intervenire in questa realtà: la sua opera sta diventando anche cultura. Perché la suora chiedeva di fare un centro in Togo? Perché, se c’è un’alternativa alle catene, questa alternativa sono i centri di Grégoire, dove le persone vengono appunto amate, accolte, riaccompagnate. Dove i centri sono presenti, questo sta diventando cultura all’interno della popolazione. Cioè, le persone si rivolgono ai centri di Grégoire piuttosto che ai centri di preghiera dove vengono segregati, legati nelle case o nudi sulle strade. Ecco, io adesso do la parola a Grégoire, che è molto meno timido della suora ma sente la nostra partecipazione con un applauso. Grazie.

GRÉGOIRE AHONGBONON:
Buonasera a tutti. Mi scuserete, è l’unica cosa che so dire in italiano. Questa sera sono molto contento di essere qui per raccontarvi la mia esperienza, l’esperienza che oggi viviamo in Africa. Non è un’esperienza solamente di Grégoire, perché non è un’opera mia. È semplicemente un progetto di Dio, Dio che cerca la persona che vuole, quando vuole, là dove vuole. È vero, è più di trent’anni ormai, presto saranno trent’anni, che Dio è venuto a cercarmi tra i miei pneumatici: e in maniera miracolosa mi sono trovato a Gerusalemme. Durante un pellegrinaggio con un prete che in realtà ha pagato il mio pellegrinaggio, ha pagato perché andassi a Gerusalemme, il prete mi diceva che ogni cristiano deve partecipare alla costruzione della chiesa posando una pietra. E questa frase mi ha colpito. Lì ho capito che la Chiesa non è solamente una cosa di preti, di religione, di religiosi e religiose, ma di tutti noi. E quindi ho cominciato a chiedermi: qual è la pietra che posso posare io per contribuire, tornando in Africa, a Bouaké in Costa d’Avorio? Questa frase mi ha colpito: ho cominciato a condividere con mia moglie qualcosa di cui ero profondamente convinto. Ho pensato di creare un gruppo di preghiera, una comunità di preghiera, per poi andare in un ospedale a visitare i malati e pregare con loro. Durante queste preghiere, vedevamo nelle sale dei malati totalmente abbandonati, che non avevano accesso alle cure. Perché da noi in Africa non c’è nessuna forma di previdenza e di sicurezza sociale. Cioè, se non avete soldi, non potete curarvi, come ha detto la sorella: i malati erano totalmente abbandonati. Quindi ci siamo detti: prima di cominciare a pregare, forse dobbiamo manifestare loro la nostra amicizia, il nostro amore. Solamente così potremo fare qualcosa per loro. Abbiamo cominciato a lavarli e a cercare dei soldi per curarli. Poi molti malati hanno cominciato a guarire. Quelli che dovevano morire hanno comunque trovato una morte dignitosa: ho cominciato a capire perché Gesù Cristo si è identificato nei poveri e nei malati. Ed ecco perché l’uomo deve cercare Dio nei poveri: solo così facendo si può fare qualcosa. Poi abbiamo cominciato ad andare a visitare le prigioni. Negli anni ’90, abbiamo iniziato a lavorare con i malati mentali. Vedevo dei malati mentali dappertutto, ma era come se non li vedessi, per me era come se non esistessero. Io sono uguale agli altri, non li vedevo, e un giorno, passando nelle strade di Bouaké, ho visto un malato che era completamente nudo e che cercava nella spazzatura qualcosa da mangiare. Ebbene, quel giorno mi sono fermato, ho cominciato a guardarlo, e lì ho cominciato a vederlo con occhi nuovi, in altra maniera, perché a forza di guardarlo ho capito che era Dio che mi si parava davanti. Era Dio che avrei incontrato tramite lui, ed era Gesù che diventava persona attraverso questo malato. Quindi, ho cominciato tutte le sere ad andare in giro per le strade per vedere dove fossero questi malati. Poi ho cominciato, incontrandoli, a capire che erano uomini, donne, bambini, persone che volevano essere amate. Ne ho parlato con mia moglie. Ogni sera, mia moglie preparava qualcosa da mangiare e andavamo in giro con un piccolo frigorifero portatile con dell’acqua e del cibo, per dare loro da mangiare e da bere. Quindi abbiamo sviluppato questo legame d’amicizia molto forte tra noi e i malati. Un giorno mi sono detto: ma perché dare da mangiare e da bere ai malati nelle strade e poi però andare a dormire tranquillamente a casa? Bisognava fare qualcosa di più: così, ho cominciato ad andare a fare visita ai malati in ospedale. C’era un piccolo bar che era stato abbandonato all’interno, abbiamo chiesto al direttore di darci questo spazio e l’abbiamo trasformato in una piccola cappella di ospedale. Una piccola cappella dove abbiamo iniziato a raggruppare i primi malati trattandoli degnamente, come uomini, e ovviamente dando loro anche medicine. Rapidamente abbiamo visto che arrivavano i primi risultati, che erano sorprendenti per tutti. Così, nel ’93, il Ministro della Sanità è venuto a farci visita in questo ospedale. Il direttore l’ha invitato in questo spazio, gli abbiamo parlato della nostra esperienza e il Ministro è stato talmente contento che ci ha spinto a diffondere la nostra attività in tutti gli ospedali del Paese. Dato che questa esperienza per lui era stata molto interessante, gli abbiamo chiesto di darci uno spazio vero e proprio più grande all’interno dell’ospedale. Così abbiamo creato un primo centro. Diciamo che è stato il primo miracolo. Malati mentali nello stesso ospedale insieme a malati di altra natura. Questa è una cosa che da noi non esiste: con la grazia di Dio e la sua provvidenza, siamo riusciti a farlo, siamo riusciti a costruire questo primo centro raccogliendo i vari malati che vedevamo nelle strade. Poi, i preti e le famiglie hanno cominciato a rivolgersi a noi: nel ’94 è venuta a trovarci una donna. Mi ha detto: “Signore, mi aiuti, perché un mio parente è malato”. Sono andato nel suo villaggio a prendere suo padre. L’ho trovato sporco, ammalato, in condizioni penose. Ho preso questa persona e sono andato dal capo del villaggio, gli ho fatto capire che dovevamo fare qualcosa per questa persona. Ho visto cose in quel villaggio che non avrei mai potuto immaginare in vita mia. C’erano delle persone che mi bloccavano, che non volevano farmi passare. Vedevo persone incatenate agli alberi, circondate da escrementi. Non sapevamo che cosa fare. La domenica, il giorno della festa, con una religiosa, una sorella, siamo tornati in questo villaggio e a fatica abbiamo portato via questi malati, li abbiamo puliti e li abbiamo portati nel nostro centro. Dopo che li abbiamo puliti, queste persone ci hanno detto: “Signore, non so come ringraziarla, non so che cosa ho fatto per meritare questo aiuto”. Queste persone mi chiedevano: “Riuscirò a guarire?”. Come vedete, avevano ancora il desiderio di vivere. Purtroppo, alcune di loro erano talmente sporche che poi sono morte. Volevano essere trattate come persone, come uomini. Volevano cominciare a vivere in maniera diversa. Le persone vengono incatenate e fermate dai ceppi in maniera diversa, a volte per le mani, a volte per i piedi, a volte vengono incatenate per il collo. Ma quando vado in un villaggio, quando vedo un malato incatenato a un albero o nei ceppi, dico: “Questo non è colpa delle famiglie, perché le famiglie in realtà non sanno cosa fare”. Nei nostri Paesi, i malati mentali sono dimenticati. Sono gli ultimi degli ultimi. In Costa d’Avorio, ci sono più di 20 milioni di abitanti e la superficie del Paese è un pochino più grande rispetto a quella dell’Italia. Ma in Benin, di dove sono originario, c’è solamente un ospedale e non ci sono soldi per curarsi. Quindi, le famiglie non sanno cosa fare con questi malati mentali: è questo che fa male. Sono queste immagini che avete visto che fanno male. Malati che sono bloccati dai ceppi, incatenati a degli alberi. Si tratta di sette che utilizzano il nome di Gesù Cristo per maltrattare i loro simili, di persone che usano il nome di Cristo per fare soffrire altre persone. Che cosa fanno? Incatenano queste persone e le fanno soffrire. Il loro corpo deve soffrire perché il demonio deve uscire: le sette infatti credono che queste persone siano indemoniate. Quindi le bastonano, le colpiscono, le battono, le costringono a passare giornate e notti intere senza mangiare e senza bere. Abbiamo fatto vedere queste immagini ai responsabili, ad alcuni dirigenti governativi, ma non abbiamo sortito nessun risultato. Poi siamo andati anche al tribunale, per denunciare la situazione. Abbiamo chiamato la polizia. Alla fine la gente ci diceva: ma sono dei pazzi, che cosa possiamo fare? Capite che quando si è mentalmente malati, per alcuni non ci sono più diritti: la sola soluzione che esiste e a cui abbiamo pensato è stata moltiplicare i centri d’accoglienza. Oggi abbiamo 4 centri d’accoglienza e 6 centri di lavoro. E nel 2004 siamo arrivati in Benin, grazie ai preti e grazie al Vescovo: oggi abbiamo 3 centri d’accoglienza e un quarto in fase di costruzione. Abbiamo altri 3 centri di lavoro e alcuni centri di collegamento. Questo significa che in tutti i centri dove accogliamo i malati abbiamo dei farmaci a disposizione per curarli. La cosa importante, il messaggio che vorrei trasmettervi stasera, è che quello che facciamo, la nostra esperienza, non è qualcosa che parte da me. È una cosa che parte da Dio, è un progetto di Dio, perché Dio va a cercare chi lui vuole, dove vuole, quando vuole. Io, Grégoire, sono semplicemente un povero riparatore di pneumatici, non sono nient’altro che questo. È Dio che ha voluto cercarmi ed è Dio che ha voluto che io mi occupassi di questi malati. E io ringrazio molto il Signore, il Signore che ha toccato anche il cuore della comunità. Rendo veramente grazie a Dio per questo e per avermi scelto. Perché quello che abbiamo trovato in
Togo è una cosa incredibile. Ho visto campi di preghiera, ne ho visti moltissimi. Per la prima volta, ho visto in un unico campo 204 persone incatenate, con bambini di 9 anni che sono epilettici e per questo sono incatenati agli alberi, perché pensano che siano indemoniati. Ma noi non siamo diversi dai malati mentali. È più facile vivere con i malati mentali che vivere con altre persone. È più facile vivere con i malati mentali che vivere con le persone normali perché i malati mentali sono persone che si amano. Oggi tutti i centri che abbiamo accolgono dei malati, malati che poi, una volta guariti, aiutano gli infermieri, diventano anche direttori del centro. Malati che sono il personale di questi centri. E questo cosa significa? Significa che bisogna dar loro fiducia, bisogna amarli, non bisogna smettere di affidare loro delle responsabilità. È questo il segreto. E lo dico perché ci vivo dentro, io vivo questa esperienza. C’è una ragazza, ad esempio, che ha un problema di salute mentale: ha avuto una meningite. È stata mandata all’ospedale, ecco, vedete cosa fa Dio? E’ un esempio di come Dio va ad assistere i propri malati. Questa ragazza aveva un bambino. Un’altra donna arrivata nell’ospedale vede questa ragazza malata che si agitava e dice: “Bisogna andare subito in un centro che è stato appena aperto, sono sicura che potranno aiutarla”. La madre prende la figlia e viene da noi al centro. Quello stesso giorno ero andato in Benin per l’inaugurazione del primo centro del Benin. Dovevano venire anche Marco e il prete. Hanno accompagnato questa donna con sua figlia al centro. Quando hanno visto la ragazza, hanno detto: “Padre, ma che cosa possiamo fare?”. Il padre ha detto: “Ma sì, Grégoire!”. Io ero lì vicino, mi ha chiamato, sono andato a trovarlo e ho visto Pascaline, questa ragazza malata. Il padre mi ha detto: “Questa ragazza ha appena lasciato l’ospedale”. So che quando le persone lasciano l’ospedale, non ci tornano mai. Quindi l’abbiamo portata da noi, abbiamo cominciato le cure. Dopo tre giorni, Pascaline s’è risvegliata, ha cominciato a parlare. Abbiamo cominciato anche a curare il suo problema mentale e molto presto abbiamo recuperato la situazione. Adesso è guarita. Poi ho detto a sua madre che bisognava farle riprendere gli studi. Era una ragazza, una figlia che era morta e che è tornata in vita. Pascaline è tornata a scuola. Grazie a Dio, è riuscita a portare avanti gli studi, ha fatto la maturità, è riuscita a passare gli esami. Le ho chiesto: “Pascaline, che cosa vuoi fare?”. E lei mi ha risposto: “Voglio aiutare i miei fratelli”. Le ho detto: “Va bene, allora ti mandiamo in Burkina Faso alla scuola di infermieri”. Così abbiamo fatto: oggi è lei che forma gli infermieri che poi usiamo nei centri. Ha ripreso completamente la sua vita. Era direttrice di un nuovo centro, si prendeva cura dei malati e adesso le abbiamo dato ancora altre responsabilità, si occupa di tutti i centri del Paese, facendo da collegamento. Quindi, tutti, agli occhi di Dio, hanno importanza. Tutti sono importanti. Come diceva Marco prima, la storia di Abramo la viviamo tutti i giorni. Quando sono arrivato in Benin, per esempio, quando abbiamo costruito il primo centro, c’erano già quattro centri nel Paese vicino. Mi sono detto, ok, adesso smettiamo di costruire altri centri. Era il 2004, nel 2005 sono andato in Benin dalla Costa D’Avorio e dentro di me ho sentito una voce che mi diceva: “Vai al nord, vai al nord”. Così ho fatto. Non conoscevo il Benin, non conoscevo nemmeno il Nord del Benin, ma la voce dentro di me era talmente forte che quando sono arrivato a casa ho detto a mia moglie: “Senti, devo andare al Nord, qualcuno mi dice di andare”. L’ho salutata e il giorno dopo ho preso la macchina, sono arrivato alla prima città, a più di 450 km, ho visto una parrocchia, un prete e ho incontrato il Padre. Abbiamo cominciato a dialogare e abbiamo creato un’associazione che si occupa di malati mentali. Ho detto a questo padre, quando l’ho incontrato: “Noi abbiamo un’associazione di malati mentali, ci occupiamo di questo”. E lui mi ha detto: “Malati mentali, ma intende pazzi?”. Gli ho risposto si! Lui non era tanto interessato, quindi ho ripreso la macchina, sono ripartito un’altra volta, ho fatto 750 km e sono arrivato in una delle città di confine. Lì ho cominciato a guardarmi in giro. Poi ho visto, segnalata su un cartello stradale, una zona in cui sapevo che c’era un medico che lavorava, Florent. Non ero ancora arrivato in quella zona, mi sono fermato a chiedere informazioni, mancavano ancora 60 km. Quando sono arrivato, ho incontrato la segretaria del medico Florent che però quella mattina era partito. Mi sono messo a piangere di fronte a questa donna: “Ma ho viaggiato per niente!”, le ho detto. E lei: “Da dove viene?”. “Arrivo da Cotonou, sono venuto qui apposta per vederlo”. “Va bene”, mi dice. Bussa alla porta e una persona dice: “Entra”. Io entro. “Ma lei chi è, è forse Grégoire?”. Io ho risposto: “Sì, sono Grégoire”. E lui: “La conosco, la sua fama l’ha preceduta, perché è venuto qui?”. Ho cominciato a parlare e lui ha riconosciuto che era Dio che mi mandava. Poi ha chiamato il Vescovo. Appena pronuncia il mio nome, il Vescovo dice: “Sì, voglio vederlo”. Quindi viene con me dal Vescovo, ci sediamo e il Vescovo mi guarda, guarda il medico e comincia a ridere. Io mi dicevo: “Ma chi è questo vescovo, ma perché continua a ridere?”. Alla fine, il medico dice: “Monsignore, cosa c’è?”. E lui risponde: “Lei non può capire cosa sto passando in questo momento, che cosa sto pensando, perché Dio è un mistero”. E comincia a raccontare: “Più di tre mesi fa, ci sono alcune religiose che vengono a trovarmi. Volevano fare qualcosa perché ci sono tantissimi malati mentali nella regione e volevano aprire un centro nella diocesi di Port Noveau. Dopo alcuni giorni, un altro gruppo è tornato per continuare a lavorare insieme: anche loro volevano fare qualcosa. Poi sono andato a Port Noveau anch’io, sono andato a trovare il Vescovo di Port Noveau e appena ho pronunciato il nome di Grégoire e di St. Camille, il Vescovo a cominciato a raccontare delle meraviglie che Dio fa”. Tutte queste cose che il Vescovo mi raccontava mi facevano pensare: alla fine sono arrivato da lui e lui non ha dovuto cercare Grégoire perché Grégoire è stato mandato da Dio. Ecco com’è nato il centro di accoglienza del Nord. Questo, che cosa vi spiega? Che non è un progetto mio ma un progetto di Dio, dio che va a cercare chi vuole lui. E nel ’98, per la prima volta, sono venuto qui per raccontare questa storia. E dal ’98 cerco uomini e donne che possano aiutarmi per fare la provvidenza di Dio. Gli uomini e le donne che lavorano con me ogni giorno pregano per spezzare le catene. In Africa ci sono uomini e donne mandati dalla Provvidenza, che ci aiutano e ci permettono di pagare i farmaci. Quindi grazie, molte grazie per questo, molte grazie a chi ci aiuta. Questa è la nostra storia, la storia di tutti noi. E’ un tema che non si affronta mai, nessuno parla dei malati mentali. Ci sono guerre ovunque: in Libano, in Siria, ne abbiamo sentito parlare anche qui. Ma che cosa è dei malati che stanno in questi Paesi? Nessuno ne parla, nessuno. Ce ne sono a migliaia che sono ancora incatenati. Uscirete da qua e vi ricorderete le immagini che avete visto. Questa è la vostra immagine. Siete voi che siete incatenati: non sono solo gli africani, noi tutti siamo incatenati. Quando vedo un uomo incatenato a un albero, legato dai ceppi, vedo l’immagine di me stesso e di tutti gli uomini del mondo. Quando vedo una donna incatenata a un albero, abbandonata nella strada, è l’immagine di mia madre e di tutte le donne del mondo. E’ vero, la malattia mentale è una vergogna per le famiglie in Africa, ma deve essere una vergogna per l’umanità. Fino a quando ci sarà un uomo, una donna legati dai ceppi, incatenati a un albero, sarà l’umanità ad essere incatenata. È la nostra storia comune. Vorrei che quando uscite da questa sala siate anche voi testimoni di questa storia. Non è Cristo che scenderà tra di noi, siamo noi che dobbiamo fare nostra questa storia per diffonderla. Per concludere, vorrei dire a chi dal ’98 in questa sala o in Italia sta aiutando le missioni africane, grazie, grazie perché ci hanno sostenuto moltissimo. Ci sono molti preti, molte persone che mi hanno aiutato, molte comunità che mi hanno supportato. Grazie, grazie a tutti dal profondo del mio cuore. Sappiate però che il vero grazie è il grazie che vi dirà il Signore. Grazie alla comunità Madre Divina. Grazie alla comunità Misericordina, ma è Dio che ringrazierà ognuno di voi, te, Marco, e tutta la tua famiglia: un giorno il Signore vi dirà: “Venite, benedetti del Padre, ricevete il regno che ho preparato per voi dalla creazione del mondo, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero uno straniero e mi avete accolto, ero malato, ero in prigione, e direi anche incatenato e abbandonato, e voi vi siete occupati di me”. Grazie a tutti.

MARCO BERTOLI:
Allora, ci siamo detti che Dio ha chiamato Abramo, ma Dio ispira, manda persone. Io faccio lo psichiatra, a volte curo le voci che qualcuno sente, ma Dio è una presenza che affascina, che attira, ti chiama sulla strada dell’accompagnamento al bisogno e al dolore dell’uomo. Io ringrazio suor Simona, qui vi chiederei un altro applauso grande. E poi naturalmente ringrazio Grégoire. Io ho una rozza teologia, ho imparato in questo Meeting che Dio fa un’alleanza col popolo, lo sapevo già ma l’ho capito un po’ meglio, mi sembrava che Dio ogni tanto si addormentasse, poi guardasse dentro il mondo e risvegliasse degli uomini. Abbiamo imparato in questo Meeting che li risveglia continuamente: suor Simona e Grégoire sono uomini risvegliati. A noi il compito di seguirli per la nostra responsabilità e il nostro compito. Grazie a tutti e buon pomeriggio.

Data

26 Agosto 2015

Ora

15:00

Edizione

2015

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri