LA LETTERA A FILEMONE. Omaggio a Marta Sordi - Meeting di Rimini
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LA LETTERA A FILEMONE. Omaggio a Marta Sordi

Partecipano: Moreno Morani, Docente di Glottologia all’Università degli Studi di Genova; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Introduce Alfredo Valvo, Docente di Storia Romana all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano.

 

ALFREDO VALVO:
Il 5 aprile di quest’anno è mancata Marta Sordi e noi vogliamo ricordarla oggi con la semplicità e anche la concretezza che l’hanno sempre contraddistinta. Non si tratta di una commemorazione ma di un ricordo affettuoso di colleghi, allievi, docenti che l’hanno avuta come maestra, amica anche di un lungo periodo, di un lungo tratto della vita e con la quale abbiamo potuto scambiare idee e opinioni in modo così franco e così leale che oggi ne sentiamo ancora di più la mancanza. Marta Sordi ha scritto una quantità di opere di altissimo valore scientifico; ricordarla oggi con un’opera, La lettera di Paolo a Filemone, che potrebbe in apparenza essere considerata tra le minori, nel senso che è di piccole dimensioni mentre siamo abituati a leggere di Marta Sordi volumi di mole cospicua e ricchi di notizie, non è affatto riduttivo. Marta Sordi, nel 1987, anno di edizione della Lettera a Filemone (Milano, Jaca Book), si concentrò molto su quest’opera, dimostrando che essa ha una ricchezza e una profondità che erano sfuggite a coloro che se ne erano occupati in precedenza. E’ stata scelta quest’opera perché oltre a essere una delle più significative tra quelle brevi è anche una di quelle che si adatta meglio al tema del Meeting di quest’anno e anche all’Enciclica “Caritas in Veritate”. Brevemente ringrazio alcune persone che hanno reso possibile questo incontro: prima di tutto Mons. Luigi Negri, che è qui con noi e che ha esercitato un’autentica paternità sulla Fraternità alla quale appartenevamo entrambi, Marta Sordi ed io, e che ha voluto questo incontro; gli organizzatori del Meeting, che sono stati veramente bravi e hanno fatto “salti mortali” per inserire questo incontro in un programma che era già praticamente definito; l’Editoriale Jaca Book, che nel giro di una settimana ha realizzato una ristampa corretta della edizione del 1987, disponibile presso la libreria del Meeting. Sono solo 150 copie ma l’Editoriale si è detta disposta a una ulteriore ristampa di altre 100/150 copie nel caso non fossero sufficienti quelle attualmente disponibili. Ma devo un ringraziamento soprattutto a voi, in questa circostanza, perché rendete ancora più concreti la gratitudine e l’affetto che avete dimostrato, non so in quale veste ma sempre, anche con l’attenzione agli incontri con Marta Sordi. Un saluto particolare lo riservo ai Colleghi dell’Università di Bologna e di Milano, che sono qui con noi perché Marta Sordi ha avuto nella sua lunga carriera di Docente tre tappe fondamentali: Messina, Bologna e infine l’Università Cattolica di Milano, dove ha insegnato per quasi 40 anni.
Marta Sordi è stata presente al Meeting, se ricordo bene, in almeno quattro occasioni: nel 1988 e poi nel 2004, 2005 e 2006 tenendo degli incontri insieme col professor Morani e con me. Nel 2006 non poté leggere la sua relazione perché le condizioni di salute erano molto precarie e affidò la lettura della sua relazione alla professoressa Angela Maria Mazzanti, docente di Storia della Letteratura cristiana antica all’Università di Bologna, che è qui con noi e che ha condiviso con Marta Sordi la responsabilità di una importante ricerca sul lessico patristico e sulla storia del pensiero cristiano nei primi secoli che è intenzione di quanti ne hanno fatto parte di continuare per l’importanza che riveste nel panorama degli studi e anche per ricordare Marta Sordi. Proprio in merito a questa ‘impresa’, tra l’11 e il 13 novembre di quest’anno, all’Università Cattolica di Milano, si svolgerà un convegno dal titolo “Dal logos dei Greci e dei Romani al logos di Dio. Ricordando Marta Sordi” che sarà aperto da una relazione del Cardinale Camillo Ruini. Lo dico per quanti eventualmente fossero interessati a partecipare a questo evento. Il programma verrà diffuso verso la metà di ottobre.
Il tempo che abbiamo a disposizione non è moltissimo, quindi prendiamo subito il largo. Vorrei segnalare una cosa essenziale: la centralità della figura di Paolo e di tutte le problematiche inerenti alla figura di Paolo negli studi di Marta Sordi. Marta Sordi aveva due spiccatissimi amori: uno era per San Paolo, l’altro per Sant’Ambrogio e, anche se è un ricordo personale, mi viene alla mente che il giorno delle esequie Marta Sordi non fu mai così vicina fisicamente a Sant’Ambrogio, perché le esequie furono tenute nella basilica di Sant’Ambrogio e proprio materialmente era di fronte a questo straordinario santo. Vide sempre sia Paolo che Ambrogio dal punto di vista della storica di Roma; ci teneva moltissimo. Lei non si definiva storica del cristianesimo, tantomeno teologa o studiosa di patristica: era una storica di Roma e diede un contributo fondamentale alla conoscenza della cronologia di Paolo. Dal punto di vista della vita personale Paolo è ancora poco conosciuto, quasi misterioso. Di lui non conosciamo neppure la data di nascita; la Chiesa ha celebrato l’anno scorso il bimillenario della nascita, accreditando così l’8 d.C. (ipotesi più ragionevole) ma non si possono escludere altre possibilità, comprese, addirittura, tra il 6 a.C. e l’8 d.C. (At 7,58; 9,1-2; Fm 9). Quindi c’è un lasso temporale di quattordici anni all’interno del quale si può collocare la sua data di nascita, a seconda di come vengono interpretate alcune affermazioni sue o degli Atti degli Apostoli. Riteniamo che l’8 possa essere la data più attendibile, ma gli indizi sono minimi. In tutti i casi, come ho detto, la figura di Paolo è centralissima nel pensiero di Marta Sordi; i suoi studi su San Paolo sono numerosissimi (quelli su Sant’Ambrogio sono stati raccolti in un volume pubblicato nel 2008; nel 2006 è uscito un altro volume di scritti scelti in cui sono rifusi molti studi sulla storia del cristianesimo primitivo e anche su San Paolo). La figura di Paolo tante volte viene ‘relegata’ in un ambito cristiano; la figura di Paolo invece ha un’ampiezza molto superiore, come ormai è riconosciuto da tutti. La multiculturalità di Paolo era imperniata sulla sua origine ebraica, sulla sua cultura di base giudaico-ellenistica, assimilata probabilmente a Tarso, e infine sul fatto che egli stesso si definisce cittadino romano dalla nascita; essere cittadini romani non era qualche cosa di aggiunto ma un fatto sostanziale, considerando anche che la missione di Paolo si svolge soprattutto nel periodo dell’età di Claudio, che regna dal 41 al 54, e sappiamo che Claudio era particolarmente severo nel ritenere che la cittadinanza romana dovesse essere onorata, prima di tutto, con la conoscenza della lingua latina: da Svetonio (Claud. 16,2) abbiamo notizia di un greco, personaggio in vista della provincia di Grecia, che venne privato da Claudio della cittadinanza perché non conosceva il latino. Paolo si definisce cittadino romano dalla nascita, come riferiscono gli Atti degli Apostoli (22,28): un tribuno romano gli confida: «Io a caro prezzo ho ottenuto questa cittadinanza. E Paolo replicò: io invece ci sono nato». Paolo doveva aver ereditato la cittadinanza da suo padre e come cittadino romano doveva possedere una cultura di fondo quale si addiceva ad un uomo del suo rango – intendo soprattutto dal punto di vista del diritto di Roma.
La figura di Paolo ha un’importanza fondamentale se consideriamo che in lui, nel suo pensiero, ma anche nella sua formazione e quindi nella sua cultura, possiamo riconoscere il punto di transizione dall’antichità classica – la sua formazione era necessariamente quella greca ma innestata nella cultura ormai dominante di Roma – al pensiero cristiano. Paolo è quindi una figura rappresentativa, un ‘punto d’incontro’ fondamentale, ineludibile, per la società occidentale e per la sua completa e corretta comprensione. Questo emerge chiaramente se riflettiamo sugli Atti, oltre che sulle Lettere. Da essi riconosciamo che il primo impulso alla vita cristiana è venuto da un uomo nel quale prevaleva sul resto la coscienza della propria multiculturalità, capace perciò di valorizzare tutti gli aspetti della sua vita ‘precedente’ e di ‘rileggerli’ alla luce di ciò che era accaduto a lui personalmente, in definitiva dell’Avvenimento cristiano. Come dicevo, molti aspetti della figura di Paolo rimangono incerti; tra questi anche il canone paolino, cioè l’elenco delle opere che gli vengono attribuite considerate autentiche. Di alcune lettere, come quella ai Colossesi, si dubita che siano direttamente attribuibili a Paolo. Il lavoro di commento di Marta Sordi alla lettera di Paolo a Filemone, o “della schiavitù”, perviene in poche pagine ad accreditare l’attendibilità della lettera ai Colossesi. Entrambe le lettere, quella a Filemone e quella ai Colossesi, hanno gli stessi protagonisti, presentano lo stesso contesto: quello di una prigionia tutto sommato tollerabile e prossima alla fine (questo particolare suggerisce come data probabile della Lettera gli anni 56-58, con preferenza per il 58, secondo la Sordi), e soprattutto i medesimi contenuti, anche se nella lettera ai Colossesi essi sono trattati in maniera assai più estesa. Mentre sull’autenticità della lettera ai Colossesi, come si diceva poc’anzi, si sono avanzati dubbi, sull’autenticità della lettera a Filemone non ne sono stati avanzati di consistenti o tali da lasciare traccia. Acutamente Marta Sordi mette in evidenza gli elementi comuni alla lettera a Filemone e alla lettera ai Colossesi cosicché la prima finisce per accreditare la seconda. Sotto questo profilo il risultato principale del lavoro del quale stiamo trattando è che, attraverso la lettera di Paolo a Filemone, la lettera ai Colossesi ‘acquista’ ulteriore attendibilità e trova, se si può dir così, maggiore spazio nel canone paolino.
Apro una breve parentesi, ricordando un’opinione che Marta Sordi ebbe modo di esprimere in più di una occasione: molto spesso, nei confronti degli autori cristiani i filologi esasperano la loro critica, si comportano con una severità che va ben oltre le esigenze del metodo. Diciamo che il paragone più calzante potrebbe essere questo: finché un individuo non viene riconosciuto colpevole è da considerare innocente e il contrario – cioè considerare colpevole un individuo finché non ne viene riconosciuta l’innocenza – è un atto di ingiustizia che va contro il diritto (in dubiis pro reo); nel nostro caso avviene appunto questo: si cerca in ogni modo di mettere in dubbio l’attendibilità finché non si dimostra il contrario. Marta Sordi è stata, per così dire, al gioco, e ha sempre fatto ricorso, quando le circostanze lo richiedevano e lo permettevano, alle argomentazioni avverse per dimostrare il proprio assunto che – va ricordato – non era mai un’opinione ma un’affermazione fondata sull’analisi delle fonti, materia nella quale Marta Sordi, per dirla in breve, non aveva rivali. All’origine di questo tentativo di ridurre lo spazio delle certezze storiche sulle origini del Cristianesimo sta, sistematicamente almeno dalla metà del XIX secolo, un orientamento ‘protestante’, quello di allontanare il più possibile o di ridurre fin dove è possibile il legame che tiene stretti insieme Cristo e coloro che gli furono testimoni, cioè la tradizione apostolica. Questa è fondata sulla attendibilità del racconto evangelico e di tutte le opere neotestamentarie, quindi soprattutto gli Atti e le Lettere.
Marta Sordi, come potete leggere nel suo testo di commento alla lettera a Filemone, rifiuta i postulati teorici di natura letteraria e pseudoteologica. Voglio dire che molto spesso i criteri attraverso i quali si giudica l’attendibilità o meno di uno scritto, in particolare neotestamentario, sono di carattere teorico, cioè pregiudiziale, del tipo, tanto per fare un esempio, “questo testo è da ascrivere ad un certo genere letterario, perciò non può essere stato scritto prima di altri documenti che a questo genere letterario ugualmente appartengono”. La libertà di giudizio – perché spesso una cattiva interpretazione della filologia può diventare una gabbia – con la quale Marta Sordi ha sempre affrontato la lettura e l’interpretazione delle fonti rende possibile una lettura più libera e perciò più capace di cogliere aspetti, anche elementi storici e di altro genere, che in precedenza non erano stati pienamente considerati e sufficientemente messi in evidenza.
Ma di cosa tratta la lettera di Paolo a Filemone? Questa lettera, brevissima, la più breve delle lettere di Paolo, tratta di un argomento che anche oggi riesce di grandissimo interesse, cioè quello della schiavitù. Si tratta di un servo chiamato Onesimo, che era fuggito dal suo padrone, appunto Filemone, e si era rifugiato presso Paolo; il fatto cruciale è che entrambi, Onesimo e Filemone, erano stati convertiti al cristianesimo da Paolo. Onesimo è un nome tipicamente servile, un ‘nome grecanico’, cioè di origine greca, che significa “utile”: quindi Onesimo, nome tipicamente servile, è “colui che è utile” ed è perciò un nome che si addice poco ad un cittadino romano. I servi erano proprietà del loro dominus, del loro padrone e se fuggivano potevano essere riconsegnati al legittimo proprietario, che esercitava su di loro il diritto di proprietà (se avesse voluto, poteva anche ucciderli). Noi non abbiamo notizie drammatiche sulla crudeltà dei padroni nei confronti dei servi, tranne qualche caso particolarmente efferato riferito da Tacito (Annali 14,42-46). Questo anche perché, trattandosi di un impiego di denaro (gran parte della cosiddetta forza-lavoro era costituita da schiavi) nessuno uccideva o buttava via ciò che aveva comprato anche a caro prezzo. Ma Filemone è un dominus particolare perché è stato convertito anch’egli da Paolo come il suo servo Onesimo. Si tratta dunque di un padrone e di un servo che hanno entrambi la medesima fede. Questo non cambia però la logica che fa da sfondo alla vicenda: uno rimane dominus e l’altro servo. Si potrebbe osservare che Paolo non aveva una grande sensibilità sociale: noi avremmo pensato che la prima cosa da chiedere a Filemone era la liberazione di Onesimo. Paolo propone una soluzione alternativa che risolve e supera questo problema: egli afferma che sia i padroni che gli schiavi sono servi dell’unico vero Dio (Rom 6,18-23), e la vera e propria liberazione nasce dalla conversione; cioè la conversione di Filemone e quella del suo servo Onesimo, cancellando le differenze, li mette sul medesimo piano (Fm 16). I termini, le espressioni che vengono usate da Paolo nella versione greca e nella traduzione latina sono molto significativi: Paolo parla di una loghiché latréia (Rm 12,1) espressione tradotta nel latino della Vulgata di Gerolamo con rationabile obsequium, cioè un ossequio ragionevole, che nasce dalla ratio, dalla ragione, ma una ragione convertita. La ragione può essere convertita. San Paolo insiste su questo: non si tratta di un comando che io ti posso dare, dice a Filemone, che io potrei darti per tutto quello che tu mi devi, cioè il fatto di aver conosciuto attraverso di me la salvezza che viene dalla parola di Cristo (Fm 8; 19); tu dovresti fare questo ma io lascio che tu sia libero di fare quello che ritieni più giusto; ricordati però che il servo è ugualmente servo della fede in Cristo come il padrone. Quindi di fronte a Cristo tutti gli uomini sono uguali.
E’ questo un modo caratteristico di Paolo di accogliere la realtà, senza entrare nel merito degli aspetti giuridici, i quali non appartengono alla fede cristiana perché questa li trascende. Marta Sordi mette in forte evidenza la continuità del pensiero tra il ‘prima’ (della conversione) e il ‘poi’ di Paolo. Non c’è una frattura con ciò che appartiene al diritto romano ma una continuità tra passato e presente, e c’è anche un rispetto e una conservazione dello status personale, perché un diverso modo di concepire la posizione dei servi nei confronti del padrone avrebbe portato ad una accusa nei confronti dei cristiani di essere dei ‘rivoluzionari’; lo erano, in effetti, ma in un altro senso. Questo ragionevole obsequium, come Girolamo traduce il testo di Rom 12,1, a mio modo di vedere è molto importante perché trasferisce la soluzione nell’ambito della ratio, della ragione. Paolo esorta ciascuno a rimanere nella condizione in cui si trovava al momento della sua vocazione (1Cor 7,24) e la conclusione che si può trarre dal discorso di Paolo è questa: lo schiavo chiamato da Dio diventa liberto di Cristo (cioè acquista la libertà vera: questo voleva dire che acquisiva, con la libertà, anche una umanità della quale era stato fino allora privato: diventava un essere umano, mentre in precedenza era stato una semplice res, una cosa) ma l’uomo libero diventa a sua volta servo di Cristo (1Cor 7,22): per dire questo Paolo ricorre alle stesse parole apeléutheros e doulos, liberto e schiavo, invertendo però i ruoli. Ecco: questa è la vera rivoluzione che Paolo vuole evidenziare nella sua lettera.
In poche parole concludo: i servi e i padroni sono per Paolo compagni di schiavitù nel Signore, perché entrambi lo servono; quindi il dominus non pensi di essere ancora padrone: egli non è padrone di nulla, tutto nasce e tutto viene per la volontà del Signore. Un pensiero molto bello compare nella lettera ai Romani, 12,1, forse la più bella di Paolo secondo un giudizio abbastanza condiviso, nella quale egli afferma che il cristiano obbedisce alla ragione riscattata dai condizionamenti del peccato. Quindi ragionare dopo aver accettato e accolto il messaggio di Cristo permette di assumere un atteggiamento umano. Ogni condizione umana è riscattata dal sacrificio di Cristo e dall’essere tutti fratelli nell’unico vero Dio. Questa è la soluzione che viene messa in forte evidenza da Marta Sordi a conclusione del suo lavoro. Paolo non affronta mai il problema della schiavitù sul piano del diritto e della giustizia ma lo considera in vista – sono parole sue – «della brevità del tempo» e del fatto che «passa la figura di questo mondo» (1Cor 7,29; 31). Distacchiamoci dunque dai beni terreni e impariamo a giudicare con una ragione convertita.
Marta Sordi tiene molto a sottolineare la continuità fra romanità e cristianesimo nella figura di Paolo, come in quella di Ambrogio. La figura di Paolo, nella sua complessa cultura ricca di sfaccettature e quindi con la possibilità di confronto ma anche di sintesi, è un modo di pensare e di rapportarsi con la realtà che è di evidente continuità. Il retaggio della romanità non viene ignorato o depauperato ma trova nuova linfa culturale, oltre al resto, anche nel lessico dei Padri della Chiesa: Tertulliano, Lattanzio, Sant’Agostino, San Gerolamo, tutti personaggi che scrivono in latino, nella lingua di Roma, che ha assunto in breve tempo la capacità di esprimere i contenuti della nuova religione: la densità di significato del lessico latino viene trasposta in modo naturale nel linguaggio cristiano, purificata dall’insegnamento di Cristo, senza perdere i suoi connotati storici. Un semplice esempio è offerto dalla parola logos, che sarà interpretata da Gerolamo e di conseguenza tradotta al principio del Vangelo di Giovanni con Verbum; altre possibili traduzioni, forse più correnti e coerenti, prima di tutte ratio, sono indicative della novità di pensiero del cristianesimo. Questo ci consente di parlare anche di un lessico ‘convertito’, come la ragione che lo esprime.
Con questo ho concluso. Vi ringrazio dell’attenzione e do la parola al Prof. Morani, che continuerà questa riflessione. Grazie.

MORENO MORANI:
Aggiungo qualche ulteriore, piccolo spunto a quanto già detto dall’amico e collega Alfredo Valvo.
Nel 1987 Marta Sordi pubblica un commento alla lettera di Paolo a Filemone; nella prefazione la studiosa dichiara che è sua intenzione affrontare questa lettera da storica e soltanto da storica dando spazio soprattutto a confrontare il pensiero di Paolo e il comportamento da lui adottato nei confronti di un problema concreto posto dalla schiavitù col pensiero e la prassi del mondo greco e romano. Questa dichiarazione di intenti è la chiave di volta indispensabile per affrontare la lettura di questo libro. E allora vorrei partire da questa per un ulteriore filo di discorso.
Il libro di Marta Sordi è il prezioso contributo di uno specialista di storia antica e rivela quanto utile possa essere l’apporto che lo studioso specialista del mondo antico può dare per un inquadramento del pensiero di Paolo e di tanti altri problemi culturali che nascono dalla lettura di questa lettera. Marta Sordi sceglie una lettera che ha un carattere un po’ speciale all’interno del corpus delle lettere di Paolo, tanto che già gli antichi ritenevano, come scrive San Gerolamo, che fosse priva di spunti edificanti e che nihil habere quod aedificare nos possit: alcuni ne contestavano l’autenticità. La studiosa pone dunque come primo punto del suo commento la discussione circa l’autenticità e la cronologia della lettera. Non mi diffondo su questo punto già trattato nella relazione precedente, noto solo che Marta Sordi afferma che sarebbe opportuna da parte di chi legge questa lettere molta cautela nel valutarne l’autenticità. Sulla base di ragioni critico-filologiche-storiche molto solide, a quanti hanno ritenuto la lettera non paolina o comunque hanno tentato una interpretazione differente da quella tradizionale Marta Sordi contrappone una rilettura molto seria e documentata. L’ipercritica quando si tratta dell’autenticità di testi sulla cui attribuzione gli antichi non avevano dubbi non è sempre la strada migliore da percorrere, secondo la Sordi. Il consiglio di usare nei confronti dei testi cristiani la stessa metodologia di lavoro e lo stesso atteggiamento che si usa nei confronti dei testi della letteratura pagana è un punto rilevante, dal punto di vista proprio del metodo di studio. E’ una condotta usuale della Sordi, nel corso della sua attività scientifica, quella di usare un atteggiamento di prudente cautela nella valutazione dei dati trasmessi dalle fonti antiche, mostrandosi sempre tendenzialmente favorevole. Quando non ci sono grosse obiezioni o motivazioni che fanno ritenere non attendibili i dati tradizionali, è giusto accettare quanto le fonti antiche ci danno. I dubbi e le incertezze sulla paternità paolina di alcune lettere rilevati, anche con qualche esagerazione, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, in un clima di studi che fa leva su idee positiviste e protestanti, fanno il paio con i dubbi e le incertezze che hanno portato a mettere in discussione la paternità tradizionale di molte opere antiche, non solo cristiane ma anche pagane, in qualche caso sulla base di osservazioni il cui peso è discutibile. Cito, tanto per indicare nell’ambito della letteratura pagana l’esempio più noto, il “Prometeo” di Eschilo, ma potrei dilungarmi nel richiamare testi o brani di autori antichi di cui è stata discussa l’autenticità sulla base nemmeno di sospetti, ma di intuizioni fugaci e assolutamente fragili. La riconosciuta autenticità della lettera a Filemone porta con sé l’autenticità della lettera ai Colossesi e rende poco probabili certe interpretazioni che sono state avanzate in epoca recente. Marta Sordi pone anche il problema della cronologia e conclude che la lettera venne scritta durante la prigionia romana, più precisamente durante la prima prigionia, più verso il 58 d.C. che verso il 56, quando Paolo ormai vecchio vede prossima la fine della blanda prigionia a cui era costretto a Roma. Noto incidentalmente che la lettera a Filemone è l’unica lettera di Paolo in cui ci sia una sia pur vaga coordinata cronologica e biografica autobiografica. Paolo nel versetto 9 definisce sé stesso come presbýtes, come vecchio. Nel momento storico in cui, secondo Marta Sordi, va collocata la seconda prigionia, attorno al 63-64 d.C. la situazione è completamente cambiata; mentre nella lettera a Filemone Paolo sembra parlare di una prossima liberazione, nel periodo della seconda prigionia siamo di fronte a una situazione in cui si hanno ombre fosche di persecuzione che si allungano sulla comunità cristiana, la quale patisce anche al suo interno momenti di tensione e defezioni: a questo nuovo e cupo scenario non si sottrae neppure Paolo, come risulta dalla lettura della 2a lettera a Timoteo, che sembra inserirsi in questo nuovo sfondo.
Come già detto il filo che guida Marta Sordi nella lettura e nella interpretazione del testo è quello di un attento inserimento della lettera all’interno del contesto socio-culturale dell’epoca. Vi è quindi tutta un’ampia riflessione sul problema della schiavitù così come impostato in ambito greco, per procedere poi all’inquadramento della questione in ambito romano soprattutto dal punto di vista giuridico. Infine, dopo questa ampia panoramica, si arriva al V capitolo del commento, che tratta l’atteggiamento dei cristiani nei confronti di un problema socialmente rilevante nel mondo antico quale è il problema della schiavitù. Prendo spunto soprattutto da questo V capitolo.
All’epoca di Paolo è diffuso un modo di pensare che è ampiamente maturato nella riflessione filosofica ellenistica e soprattutto nella scuola di pensiero stoica. La questione dei rapporti tra Paolo e lo stoicismo è uno dei problemi che in modo più vivace e più attento Marta Sordi ha sviluppato lungo tutto il corso del suo pensiero e del suo magistero scientifico. Con la conquista di Alessandro Magno la cultura greca estende la sua presenza in un area vastissima; la letteratura, la scienza, il pensiero greco diventano la cultura di riferimento così come la lingua greca diventa la lingua veicolare in tutta l’area orientale del bacino mediterraneo. Se l’uomo greco fino ad Alessandro Magno si sentiva il cittadino di una piccola città, la polis, ora si sente il cittadino di un mondo senza confini e vince anche la sua naturale diffidenza nei confronti delle culture esterne, barbare, rispetto alle quali cerca un’integrazione a cui precedentemente non aveva mai pensato. L’atteggiamento di superiorità con cui aveva guardato fino ad allora le culture straniere non è più attuale. C’è un quasi conterraneo di Paolo, il filosofo Crisippo, nato a Soli ma cresciuto ed educato a Tarso nel III sec. a.C., tra i fondatori e nomi più illustri della scuola stoica: Crisippo sviluppa in maniera nitida e consapevole questa idea per cui l’uomo che rispetta la legge divina diviene per ciò stesso cittadino del mondo, kosmopolítes, perché mette in sintonia le proprie azioni col volere della natura che guida l’intero universo: il mondo è la casa e la città dell’uomo. Questa idea non è una novità e Crisippo non è il primo ad esprimerla ma è il primo ad affermarla in modo così compiuto, così deciso, così programmatico. L’idea era stata sviluppata già dai primi pensatori dello stoicismo, per esempio da Zenone di Cizico, e questo clima di affermazione dell’idea cosmopolita aveva trovato in Alessandro Magno un attento e interessato seguace. Cito a questo proposito alcune parole di Benedetto XVI da lui pronunziate nell’udienza generale del 2/07/2008 che è dedicata appunto all’ambiente religioso e culturale che fa da sfondo all’attività e agli scritti di Paolo, scrive il Santo Padre: “la cultura greca o meglio ellenistica dopo Alessandro Magno era divenuta patrimonio comune almeno del mediterraneo orientale e del medio oriente sia pure integrando in sé molti elementi delle culture di popoli tradizionalmente giudicati barbari”. Uno scrittore del tempo afferma, al riguardo, che Alessandro ordinò che tutti ritenessero come patria l’intero ecumene e che il greco e il barbaro non si distinguessero più. Con questa frase Alessandro si era opposto esplicitamente al consiglio del suo maestro Aristotele, che lo aveva esortato a comportarsi da signore nei confronti dei greci e da despota nei confronti dei barbari: al sua proposta aveva ottenuto appunto l’obiezione citata. Se quello dei filosofi era ancora allo stato di intuizione o di utopia, Alessandro vorrebbe dare una realizzazione pratica allo spirito delle nuove idee. Ma vi è una seconda circostanza da tenere presente nella lettura della lettera a Filemone, e anche per questo secondo elemento faccio riferimento alle parole di Benedetto XVI nello stesso discorso che ho citato prima: “la struttura politico-amministrativa dell’impero romano che garantiva pace e stabilità dalla Britannia fino all’Egitto meridionale, un territorio dalle dimensioni mai viste prima, in cui ci si poteva muovere con sufficiente libertà e sicurezza usufruendo fra l’altro di un sistema stradale straordinario e trovando in ogni punto di arrivo caratteristiche culturali di base che senza andare a scapito dei valori locali rappresentavano comunque un tessuto comune, è lo sfondo che permette, favorisce la predicazione di Paolo”. Il dominio romano favoriva la circolazione e la diffusione di idee nate in territorio greco, nell’ambito della cultura greco-ellenistica, permettendo loro di trovare ascolto anche in territori lontani. Questo compensava in buona parte i Greci dalla perdita dell’indipendenza politica, perché a fronte del sacrificio dell’indipendenza c’era per loro la possibilità di dare uno spazio veramente universale ai prodotti del loro sapere e della loro scienza. Fu talmente forte la percezione di questa novità che i Greci stessi cominciarono a chiamarsi Romani e continuarono a chiamarsi con questo nome di Romaîoi anche quando l’impero di Roma non esisteva più. Un linguista e scrittore vissuto nei primi decenni del secolo XX, uno dei massimi studiosi di lingua neo-greca, Psicharis, scrisse queste parole: “i Bizantini avevano una concezione ristretta e grandiosa insieme della storia; pur restando romani i Bizantini non dimenticano di essere Greci e allora che cosa ha fatto ai loro occhi la vecchia Roma? Essa ha sottomesso il mondo e conquistato l’universo unicamente per consegnarlo ai Greci; essa era il generalissimo delle armate del re”.
Dunque l’epoca di Paolo è un’epoca di elaborazione di idee; questo pone il problema di quanto questa circolazione di idee e più in particolare quanto del pensiero stoico abbia influenzato Paolo. Marta Sordi la quale, lo ricordo incidentalmente, è stata una dei pochi studiosi favorevoli a ritenere autentico il carteggio che è stato tramandato dalla tarda antichità tra Paolo e il filosofo Seneca; questa corrispondenza, lo ricordo, è costituita da un discreto numero di lettere scritte in latino che, secondo la maggior parte degli studiosi rappresentano un falso: secondo la Sordi si tratta invece di un documento autentico che testimonia una conoscenza e un interesse reciproco che intercorreva tra Paolo e la cultura stoica, nella figura di uno dei suoi massimi rappresentanti vissuti a Roma. (Un altro grande studioso che si era pronunziato favorevolmente nei confronti dell’autenticità di questo carteggio, uno dei pochi come si è detto, era stato uno dei più grandi studiosi di letteratura latina medievale del secolo scorso, Ezio Franceschini).
Paolo viene da Tarso, dove ha vissuto la prima parte della sua vita. Tarso è una città fervente di vita e di cultura; si trova nell’Anatolia meridionale, terra fortemente ellenizzata. A Tarso è cresciuto e ha studiato il già nominato Crisippo, da Tarso viene anche il suo successore Zenone e da Tarso viene, in tempi più prossimi a quelli di Paolo, quell’Atenodoro che Augusto aveva scelto come suo maestro di filosofia. A Tarso era stato proconsole Cicerone e la diffusione dell’interesse per la filosofia tra gli abitanti di questa città è tale che un autore di geografia e di storia vissuto nel I secolo d.C., Strabone, può scrivere le seguenti parole: “gli abitanti di Tarso sono talmente appassionati alla filosofia e hanno uno spirito così enciclopedico, che la loro città ha finito per eclissare Atene, Alessandria e tutte le altre città che si potrebbero ricordare per aver dato i natali a qualche setta o scuola filosofica. Questo amore per la cultura è talmente diffuso da rendere difficile la permanenza degli stranieri nella città.” A Tarso c’era anche un forte insediamento giudaico la cui storia si prolunga nei secoli e sfiora l’età nostra. All’epoca di Paolo il movimento farisaico costituiva una hairesis, una scuola, che rappresentava nel giudaismo una corrente di grande importanza. Severi e rigorosi nell’osservanza dei precetti, i farisei si contraddistinguevano anche esteriormente dalle altre sette del giudaismo, tanto da designarsi già nel nome come come perušîm “i separati”, e soprattutto volevano distinguersi da altre correnti, come quella dei sadducei, a cui rimproveravano un atteggiamento sostanzialmente lassista nell’osservanza e nella pratica della legge. Nei confronti della cultura greca i farisei oscillano tra il rifiuto totale e una blanda accettazione. Un famoso passo del trattato talmudico Bababatra stabilisce la riprovazione sulla casa che osasse impartire le parole degli yawanîm, dei Greci. Richiamo per ulteriori approfondimenti di questa tematica un articolo molto interessante di S. Fumagalli apparso sull’ultimo numero della rivista Zetesis (1-2009) e dedicato appunto ai rapporti tra Paolo e la cultura giudaico-farisaica della sua epoca. Nella pratica però la cultura giudaica è una cultura minoritaria che per forza di cose deve fare i conti con la cultura dominante dell’ellenismo e non si poteva chiudere gli occhi al fatto che tentativi di sintesi tra il pensiero giudaico e il pensiero filosofico greco erano in atto all’epoca o sul versante filosofico o anche sul versante letterario, dal momento che autori ebraici avevano scelto la lingua greca per scrivere opere di storia o di letteratura, cimentandosi persino nel genere tragico, quello che i Greci avevano inventato e può essere considerato peculiare della loro esperienza e della loro visione del mondo: un autore ebraico, Ezechiele, nel II secolo a.C., scrive una tragedia di argomento biblico, l’Exagoge. E’ paradossale che proprio uno dei più grandi rappresentanti della letteratura giudaica di espressione greca, Flavio Giuseppe, accosti fra loro il fariseismo e lo stoicismo dichiarando in un passaggio di una sua opera di avere cominciato a 19 anni “a seguire la setta dei farisei che è prossima a quella scuola che presso i Greci viene chiamata stoica”: in un altro scritto lo stesso autore ci dice che la scuola a cui aderisce, il fariseismo, mette tutto nelle mani di Dio e della sorte, la heimarméne: utilizza così una delle parole chiave del pensiero greco, ed ellenistico in particolare, per designare un concetto della sua cultura di origine. Che Paolo sia un profondo conoscitore sia della cultura farisaica sia della cultura greca è fuori discussione. La sua lingua materna è l’ebraico e in ebraico avviene il suo incontro con il Signore sulla via di Damasco, ma della sua capacità di utilizzare il greco fanno fede le sue lettere, che sono un documento di grande importanza anche dal punto di vista linguistico, in quanto documento di una grecità linguistica che non è né la lingua dell’uso letterario né la lingua scorretta o approssimativa delle iscrizioni volgari e dei papiri. La conoscenza dei precetti e della retorica antica traluce in varie sue lettere, come risulta anche dall’analisi appassionata che fece di un passo della prima lettera ai Corinti Sant’Agostino nel De doctrina cristiana. Se Paolo considera sé stesso un ebreo praticante (così si presenta più volte nelle sue lettere), è anche da dire che il suo debito nei confronti della cultura greca, e della cultura stoica in particolare, è innegabile.
Concludo rapidamente. Leggendo la lettera a Filemone è difficile resistere alla tentazione di mettere a confronto l’atteggiamento di Paolo nei confronti del problema della schiavitù con le contemporanee esortazioni di Seneca a trattare con senso di umanità gli schiavi. Per quanto vi possano essere somiglianze verbali, la distanza in termini di contenuto è sensibile. L’esortazione di Seneca nasce da un atteggiamento che fa perno su un impegno morale; l’esortazione a tenere un comportamento umano con lo schiavo è dovuto riconoscimento di una comune partecipazione a una umanità precaria e sofferente, continuamente in balia di una fortuna cui non possiamo opporci; l’umanità nei confronti degli schiavi per Seneca nasce dalla nostra comune condizione di conservi, sýndouloi. Anche Paolo usa questo termine (sýndouloi), ma Paolo proclama a più riprese sé stesso schiavo di Cristo e compagni di schiavitù i suoi compagni nell’apostolato: come scrive Marta Sordi, si tratta di una schiavitù del tutto speciale. La venuta di Cristo, la Sua Passione e la Sua Resurrezione hanno liberato definitivamente l’uomo da ogni schiavitù; la schiavitù di Paolo è una schiavitù che nasce dall’amore, così come la Passione e la Croce di Cristo sono il frutto dell’amore del Padre e del Figlio per l’umanità; il destino dell’uomo è la vita eterna. Quando Paolo afferma che non esiste più né giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna, può riflettere quell’ideale di cosmopolitismo, di uguaglianza e di fraternità che aleggia nel pensiero stoico ma il punto di partenza e il punto di arrivo sono radicalmente diversi. Quella di Paolo non è né un’utopia né un’ideologia, ma una realtà. Non essendo un’ideologia non si traduce neppure in un programma politico o sociale; se Seneca esorta i padroni a trattare bene i servi, Paolo esorta gli schiavi ad ubbidire ai loro padroni secondo la carne e con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore come a Cristo. Come osserva ancora Marta Sordi, la novità vera è nel rapporto nuovo che schiavo e padrone hanno con Dio e che trasforma la comune schiavitù della condizione umana davanti alla fortuna nel razionale ossequio ad un Dio che libera chi lo serve per amore. Non vi è dunque conflitto con il diritto romano che riconosce allo schiavo una potenziale uguaglianza col padrone nel momento in cui ne prevede la possibile liberazione, e il passaggio tra cultura cristiana e cultura pagana avviene, ed è questo uno degli elementi su cui più fortemente e continuamente insiste Marta Sordi nel corso di tutto il suo magistero scientifico, attraverso una linea di continuità che passa comunque attraverso una continua risignificazione di quanto di positivo e di fecondo il pensiero pagano era stato in grado di produrre.

ALFREDO VALVO:
Ringrazio il collega Morani per questa sua relazione, puntuale e documentata come sempre, e do la parola a Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, che avrà sicuramente da dirci qualche cosa da ricordare.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Ringrazio Alfredo Valvo e tutti coloro che rendono possibile oggi un momento di memoria grata, di memoria cristiana grata di questa grande personalità che ha inciso profondamente nella vita della Chiesa e della cultura, dando testimonianza di una appartenenza forte e insieme di una grande capacità culturale. Ringrazio anche Sua Eccellenza Monsignor Francesco Lambiasi che è presente fra di noi.
Sono tre le osservazioni che, non dico contornano, ma riprendono le letture così puntuali e profonde che hanno fatto sia Valvo che Morani.
Tutta l’opera di Marta Sordi, come è stato richiamato, ha teso a rendere, come dire, pieno di significato e di competenza il grande evento dell’incontro tra il cristianesimo e l’umanità del suo tempo. L’umanità del suo tempo non era solo la cultura greca, lo ha detto adesso benissimo Morani, non era soltanto la cultura ebraica, quindi è una realtà complessa con la quale il cristianesimo entra a contatto portandovi il nuovo. La lettera a Filemone genialmente, secondo me, Marta Sordi l’ha individuata come un elemento decisivo nella narrazione di questo incontro, perché non è un’idea e non è neanche un insegnamento: è un evento, è un avvenimento, è un avvenimento storico concreto questo rinvio dello schiavo al suo padrone ed è tutto ciò che si produce come consapevolezza critica su questo avvenimento che dice la novità cristiana. Il cristianesimo è entrato nel mondo non con il rigore impietoso dell’ideologia, come abbiamo visto purtroppo nei secoli successivi; non è un’ideologia che pervade il mondo culturale e sociale con la forza del suo rigore intellettuale e quindi, lo ripeto, con l’empietà e la violenza che ogni ideologia comporta. E non è entrato nel mondo con il garrire di gagliardetti e con il passo degli eserciti; l’avvenimento cristiano ha posto, ha portato la sua novità in un contatto vitale, esistenziale, concreto con il contesto, con la vita dell’uomo; è stato, per prendere una delle espressioni più significative del grande Giovanni Paolo II, è stato un incontro tra Cristo e il cuore dell’uomo. Il cristianesimo è nato e si sviluppa nel mondo come questa permanente possibilità obiettiva di un incontro tra Cristo e il cuore dell’uomo. E diceva Giovanni Paolo II: «La Chiesa vive nel mondo per questo, esiste per questo, per rendere possibile nel flusso, nel riflusso delle generazioni, questo continuo incontro fra Cristo e il cuore dell’uomo». La novità dov’è? La novità è che c’è un popolo nuovo, un popolo che non si può ricondurre alle grandi scansioni culturali ed etiche e razziali. C’è un popolo diverso. Plinio diceva – mi par di ricordare dalla mia giovinezza – un popolo di terzo genere. C’è un popolo, dunque, che ha come fondamento della comunione, ha come fondamento della societas, non l’essere greci o l’essere barbari, l’essere schiavi o l’essere liberi, l’essere uomini o l’essere donne; il popolo del Signore ha come struttura fondamentale e dinamica questa appartenenza al Signore Gesù Cristo, che viene prima delle condizioni in cui uno vive e dei condizionamenti che uno subisce. La cultura è una condizione, la schiavitù e la libertà un condizionamento. L’ultima parola sulla vita dell’uomo – e quindi sulla vita della società – non si deduce dalle condizioni o dai condizionamenti, ma è questa novità di appartenenza a Cristo, che dà valore, dà significato, trasferisce a un livello più alto, vorrei dire invera, trascendendole, le condizioni e i condizionamenti. Il cristianesimo è entrato come popolo, ha mangiato con gli uomini, ha bevuto con gli uomini, ha sofferto con gli uomini, ha amato con gli uomini, è stato una presenza umana nuova che ha portato con sé una concezione nuova e definitiva dell’uomo e della realtà. Questa novità che si è introdotta benevolmente nella storia: benevolmente. L’immagine del Concilio ecumenico Vaticano II, che ricorda che la fede si comunica da cuore a cuore e con dolcezza, è certamente l’immagine di questo cristianesimo nascente, che a Roma, ai tempi di Paolo, aveva al suo interno gli schiavi, i liberti, aveva anche i rappresentanti dell’aristocrazia senatoria – proprio come una allieva di Marta Sordi ci insegnò negli anni ’90. Questa novità incontra la realtà storica, presente, incontra gli uomini che vivono in quel tempo, incontra – in questa vicenda della schiavitù o della libertà – incontra quella esperienza, secondo me straordinariamente grande e positiva, che è la società romana. Forse questo chiarisce a posteriori perché la Provvidenza abbia fatto nascere Gesù Cristo al tempo dell’impero romano, dentro l’impero romano, e comunque perché il cristianesimo si sia diffuso sostanzialmente e innanzitutto nel mondo romano: perché il mondo romano, tutto sommato, conserva, mantiene aperto il senso del mistero della persona. La cultura romana, la cultura della società romana, è una cultura che certamente, se anche non è capace di teorizzarlo, ha il senso del mistero della vita, ha il senso del mistero della persona, ha il senso del mistero dei rapporti, e perciò non è incline a ridurre la persona e i rapporti al loro contesto. Marta Sordi ci ha insegnato – sono pagine straordinarie – che la realtà che aveva conservato nel mondo romano questa apertura all’annunzio ormai dell’eguaglianza fra liberi e schiavi, non era la struttura filosofica, forse impastoiata in certe connotazioni di carattere ideologico, ma erano i costumi; la società romana si fondava sui costumi, sui costumi antichi, sui costumi di quella religione romana che ha rappresentato – come dire – l’elemento fondamentale di quello che Monsignor Giussani avrebbe chiamato ‘il senso religioso’. Allora c’è una rottura. Nessuno può venire a dirci che non c’è più né greco né barbaro, né schiavo né libero, né uomo né donna, non è una novità che si estrae dalla conoscenza, è una novità che si può amare da lontano, che si può intuire, che si può aspettare – mandaci padre Zeus il miracolo di un cambiamento. La novità dunque viene dall’alto, ma la novità incontra un cuore preparato. Nel cuore dell’incontro fra cristianesimo e romanità – in questa vicenda della schiavitù – c’è una novità che arriva e c’è un cuore aperto all’incontro, perché è un cuore che non afferma di diritto la disuguaglianza fra gli uomini, anzi afferma di diritto una comune appartenenza che, dal punto di vista del costume, si riconduce a quella che più tardi verrà chiamata la comune natura umana. Ecco, Marta Sordi ci fa vedere questa novità che si insedia, che diventa capace di ricezione del nuovo, e soprattutto che è capace di testimoniare che le regole fondamentali della vita – il rapporto fra l’uomo e l’uomo, il rapporto fra l’uomo e la donna, il rapporto fra il libero e lo schiavo – non possono più essere mutuati da una cultura precedente, devono essere fatti nascere dall’avvenimento della fede, ma della fede concreta, della fede vissuta, della fede di un popolo, perché lo schiavo e il libero appartengono allo stesso popolo, e all’interno di questo popolo non vengono meno le differenze, ma le differenze non hanno più il significato originario e definitivo. Ciò che definisce un uomo è il suo essere di Cristo, non il suo essere greco e il suo essere barbaro. Apro una parentesi che chiudo subito. Spero che vi siate accorti come continua questa logica nel mondo cristiano tutte le volte che esiste un’esperienza autentica di cristianesimo. Avrete pur visto, spero, anche voi che ci sono qui carcerati e carabinieri, carcerati e poliziotti che vivono insieme, che mangiano insieme – nel settore dei detenuti padovani – mi spiego. Non è lo sconvolgimento della logica, non è lo sconvolgimento delle funzioni, non è la sostituzione alla varietà delle funzioni di un nuovo, indifferenziato disordine, come qualche volta abbiamo sentito proclamare e attuare. Dunque la novità è questa capacità di dare come senso ultimo della vita l’avvenimento di Cristo che porta con sé e valorizza tutto ciò che è dato, secondo l’espressione indimenticabile di Benedetto XVI che “Cristo non toglie nulla e restituisce tutto”. Seconda osservazione, brevissima. La parte più importante, più imponente – io non sono un filologo, Marta Sordi l’ho frequentata per tanti anni nelle connotazioni che ha richiamato prima Valvo – ma certamente il punto più alto del suo insegnamento è di averci reso plasticamente chiaro questo incontro, questo intervento, questa nascita del cristianesimo nel mondo romano – I cristiani e l’impero romano è certamente, dal mio punto di vista, il suo capolavoro. Perché ha potuto far questo? Vorrei che faceste attenzione a questa osservazione. Marta Sordi ha potuto far questo perché lei era la testimonianza vivente di questo, era la testimonianza dell’incontro, in lei, della fede come elemento fondamentale della sua vita, come principio della sua cultura, come principio della sua moralità, e il dato storico che amava come storica, che voleva ricercare come storica, secondo la specificità e, vorrei dire, la genialità della sua competenza, con una perfetta autonomia nel vaglio dei contenuti e nell’applicazione del metodo della ricerca. Ma fede e ricerca in Marta Sordi, come in ogni uomo che esprima la propria fede nella cultura, fede e ricerca non sono realtà in qualche modo conflittuali, e non sono più neanche parallele. L’ideale non è il parallelismo di cultura e di fede, l’ideale è vedere come la fede anima – se c’è, se non c’è quare conturbamus nos? – ; la ricerca di uno che non ha la fede può essere una ricerca altissima anch’essa, dignitosissima culturalmente – io sto parlando di chi affronta la ricerca scientifica, la ricerca storica, la vita sociale, la vita professionale, la vita politica, la vita familiare a partire dall’esperienza della fede. La fede illumina la ricerca, la fede potenzia la ratio, la fede fa amare di più il contenuto della propria ricerca, e fa rischiare di più perché la fede non elimina i problemi specifici che siamo chiamati ad affrontare. La fede costituisce quel fondamento ultimo di conoscenza e di azione che rende così straordinariamente umana, perciò irripetibile, ogni ricerca. Marta Sordi ci ha narrato se stessa in questa ricerca dell’incontro fra il cristianesimo e il mondo romano, o meglio ha potuto essere una maestra realmente, per ora, ineguagliata – e faccio gli auguri ai colleghi presenti – di questa testimonianza della fede che potenzia la cultura, che potenzia la ricerca e rende poi la ricerca così umana, cioè così ‘non specialistica’, nel senso deteriore ed accademico cui siamo abituati. Lo specialistico non è il culto del particolare, che deve essere pure realizzato e vissuto, lo ‘specialismo’ è un’assenza di una cultura più vasta, e perciò molte volte diventa l’idolatria del proprio particolare; ma è proprio la fede che aggancia la ricerca all’umano. Perciò in una ricerca senza fede, o senza cultura in senso ampio, nel senso in cui definiva la cultura Giovanni Paolo II nella grande allocuzione all’UNESCO, il particolare diventa l’assoluto e l’assoluto diventa surrettiziamente fondamento della propria esistenza. Vorrei ricordare qui, essendo certo che la misericordia di Dio l’ha accolto al di là delle sue formulazioni teoriche, che quando io frequentavo il liceo Berchet e don Giussani insegnava religione, c’era uno straordinario professore di chimica, di quelli che tutti avremmo voluto poter frequentare, soprattutto quelli che come me non capivano molto la chimica. Bene, quest’uomo diceva alla fine dell’anno scolastico: «Io, se non avessi la chimica, mi ammazzerei». Trovate questa citazione in una delle note de Il senso religioso di don Giussani. Il particolare esiste se non è l’assoluto, se all’assoluto il particolare rivela la sua profonda disumanità, perché è disumano tutto ciò che non è collegato all’esperienza autentica dell’uomo, che prima di essere chimico è cristiano, come prima di essere greco è cristiano, prima di essere politico è cristiano e, permettetemi, prima di essere marito o moglie è cristiano, o padre e madre, ed è perché appartiene al Mistero di Cristo che è padre o madre, figlio o figlia, politico o intellettuale, dando in modo specifico formulazione alla grande e unica novità della vita che è Cristo in noi, speranza della vita. Ultima osservazione: la sua capacità di illuminare la ricerca a partire dalla fede, e perciò, quando una cosa si fa illuminata dalla fede diventa carità. L’insegnamento di Marta Sordi è stato carità, la compagnia che ha fatto ai suoi allievi è stata carità, la capacità con cui ha saputo coinvolgersi con tanti cosiddetti intellettuali, anche di materie diverse, partecipando a una vivacissima esperienza, forse una delle più belle delle moltissime e belle che mi ha donato il Signore Iddio, è carità, perché la fede si esprime in carità, perché la verità si esprime in carità. Era una figlia umile e autorevolissima della Chiesa, era una figlia umile e autorevolissima, umile nella dipendenza, umile nel rispetto, nel rispetto, per esempio, della funzione del sacerdote e del vescovo, con quella devozione, con quel rispetto che spesse volte è superato – e non è sempre cosa buona – all’interno delle comunità cristiane. Ma insieme una devozione al corpo del Signore, alla Chiesa, e una dedizione ad essa, perché anche attraverso la sua testimonianza e il suo lavoro la Chiesa fosse comunicata a tutti, o meglio, come diceva padre Gemelli nella fulgida lettera consegnata a tutte le matricole, quindi anche a me tantissimi anni fa, all’inizio dell’itinerario in Cattolica, noi facciamo tutto questo, amiamo, cerchiamo, lavoriamo perché Cristo sia annunciato agli uomini, cosicché se venisse uno a dimostrarci che per annunziare di più Cristo agli uomini dovremmo lasciare la biblioteca, gli studi, gli insegnamenti, lasceremmo senza nessuna nostalgia questo, perché quello che ci interessa è che Cristo sia annunziato. Marta Sordi è stata nella sua umiltà una grande cristiana, ma proprio perché è stata una grande cristiana è stata liberissima nell’essere dentro la vita ecclesiale e sociale con una sua precisa fisionomia, con una sua libertà per la quale ha pagato anch’essa non poco. Permettetemi due ultime confidenze, la prima tristissima, la seconda lietissima. La prima è che mi è stato detto in questi giorni che in Università Cattolica può accadere di sentire proclamare durante le lezioni che, in fondo, nei giudizi di Marta Sordi sui documenti, soprattutto cristiani, c’è il peso della fede, c’è il peso negativo della fede. La fede, secondo costoro, altererebbe la capacità di comprendere il dato, anziché l’opposto, che la fede, che illumina autenticamente la ricerca, consente di penetrare più a fondo nelle vicende e nei dati a dar loro significato. Non si andrà molto lontano se questa grande tradizione che oggi abbiamo emblematizzato in questo nome – ma potrebbero esserne fatti tanti altri – non si andrà molto lontano se si tradisce la grande eredità della Cattolica. La grande eredità della Cattolica è fede e cultura, è fede e ricerca, non è fede o cultura, non è una ragione che sempre sente di essere forte perché non ha a che fare con la fede, e non è neanche una fede che non c’entra con la cultura e si dirotta in spiritualismi o in impegni caritativi. È una sintesi. Questa sintesi porta il nome di Università Cattolica, e in essa uno dei punti più fulgidi è stata certamente la presenza e l’insegnamento di Marta Sordi. La seconda e ultima è che, con un gesto che mi ha riempito più che di stupore di sgomento, Marta Sordi ha destinato la sua biblioteca, che è fra le più adeguate dal punto di vista degli studi di romanistica e sulla grecità, alla fondazione Giovanni Paolo II per la Dottrina Sociale della Chiesa, di cui io sono presidente, per segnare un’ideale continuità fra la ricerca antica, filologica e il compito che abbiamo di rendere l’antico il nostro oggi per costruire, a partire da questo oggi, il domani nostro e degli uomini che ci vivono accanto. Grazie.

ALFREDO VALVO:
Soltanto una parola di ringraziamento, credo a nome di tutti, come ha testimoniato questo applauso, a Monsignor Luigi Negri, che ha rappresentato per tutti quelli che sono stati studenti e studiosi in Cattolica un punto di riferimento, e lo è tuttora. Lo ringraziamo di questa testimonianza. Credo che non ci sia nulla da aggiungere se non affidare a tutti quelli che l’hanno conosciuta, stimata e seguita la memoria di Marta Sordi. Grazie a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2009

Ora

11:15

Edizione

2009

Luogo

Sala A2
Categoria
Incontri