LA CERTEZZA DELLA SALUTE - Meeting di Rimini

LA CERTEZZA DELLA SALUTE

La certezza della salute

26/08/2011 - ore 11.15_x000D_ Partecipano: Giancarlo Cesana, Professore Ordinario di Igiene all'Università degli Studi di Milano-Bicocca; S. Ecc. Mons. Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari. Introduce Marco Bregni, Presidente dell'Associazione Medicina e Persona.

Partecipano: Giancarlo Cesana, Professore Ordinario di Igiene all’Università degli Studi di Milano-Bicocca; S. Ecc. Mons. Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari. Introduce Marco Bregni, Presidente dell’Associazione Medicina e Persona.

 

MARCO BREGNI:
Il tema del nostro incontro è La certezza della salute. Potremmo dire che l’uomo è in salute quando è certo, che la salute non è assenza di malattia ma l’esperienza della certezza di un significato, di un senso del vivere con cui una persona può affrontare tutto, quindi anche la malattia, la vecchiaia e la morte. Se questo è vero, la malattia non è un’anomalia genetica o biochimica da correggere. E’ anche questo. Ma è soprattutto la manifestazione di un bisogno incompiuto, di una necessità strutturale della persona. Per cui la medicina non può limitarsi ad essere una tecnica, per quanto sofisticata e tecnologicamente avanzata, ma deve essere uno strumento che aiuta il medico e l’operatore sanitario a sostenere la persona in questa certezza. Per questo, la domanda che ci facciamo e che facciamo ai nostri relatori è: di che cosa c’è bisogno perché la medicina torni ad essere questo? Per discutere di questa questione, che è importante, cruciale, abbiamo chiesto l’aiuto di due persone che sono di primo piano nella sanità. Sua Eccellenza Monsignor Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio degli Operatori Sanitari e per la prima volta al Meeting di Rimini, è polacco, è stato nominato da Giovanni Paolo II vescovo di Radom nel 2002 e ordinato dall’allora cardinale Josef Ratzinger. Dall’aprile del 2009, il Santo Padre lo ha nominato Presidente del Consiglio per gli Operatori Sanitari per la pastorale della salute. Alla mia sinistra, Giancarlo Cesana che è professore di Igiene all’università di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ben noto al popolo del Meeting. Perciò iniziamo e chiediamo a sua Eccellenza Monsignor Zimowski di introdurci a tema della certezza e della salute.

S. ECC. MONS. ZYGMUNT ZIMOWSKI:
Soprattutto grazie per l’invito, illustri autorità e personalità presenti a questo incontro, cari organizzatori, signore e signori. Vorrei cominciare dalla persona di Giovanni Paolo II, intrepido difensore della vita umana. Proprio lui, 25 anni fa, ha fondato il Pontificio Consiglio degli Operatori Sanitari e anche la Giornata Mondiale del Malato. Giovanni Paolo II, sei mesi prima della sua morte, ha fondato una terza bella realtà che si occupa della certezza della salute: la fondazione Il Buon Samaritano. Avete ricevuto dépliant di questa realtà che deve essere sviluppata tra noi in tutto il mondo. Partecipo con piacere a questa edizione del Meeting di Rimini 2011, anche per l’opportunità di condividere con voi alcune riflessioni sul tema della certezza della salute, particolarmente caro al nostro Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari che si chiama anche per la Pastorale della Salute: un argomento che in effetti merita di essere sempre più approfondito nei suoi molteplici aspetti, a partire da quelli etici e scientifici. Il primo punto del mio discorso: la salute e l’antropologia cristiana. Prima di addentrarci nell’argomento, è necessario ricordare come oggi il progresso della ricerca in ambito scientifico e tecnologico, con le sue applicazioni nell’ambito della medicina e delle biotecnologie, ci ponga di fronte ad interrogativi sempre nuovi ma che invariabilmente ci riconducono a quella che, in ultima analisi, è la nostra visione dell’uomo.
E’ l’esistenza più vera dell’essere umano, del resto, ad indirizzare le nostre risposte, giacché è l’uomo, la persona umana, il fine della scienza chiamata a promuoverne la salute ed il benessere, a dare il suo contributo all’evoluzione culturale e alla ricerca della verità integrale, nel rispetto della dignità di ogni persona fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Quasi tutti noi, qui presenti, siamo cristiani e vogliamo vedere l’uomo come immagine e somiglianza di Dio. A tal proposito, il Santo Padre Benedetto XVI, in occasione del novantesimo anniversario della fondazione dell’università Cattolica del Sacro Cuore, celebrato nel Maggio scorso, ha evidenziato che “solo nel servizio all’uomo la scienza si svolge come vera coltivazione e custodia dell’universo” e, più in generale, che “senza orientamento alla verità, senza un atteggiamento di ricerca umile e ardita, ogni cultura si sfalda, decade nel relativismo e si perde nell’effimero. Sottratta invece alla morsa di un riduzionismo che la mortifica e la circoscrive può aprirsi ad un’interpretazione veramente illuminata del reale, svolgendo così” sottolinea il Santo Padre “un autentico servizio alla vita”.
Ma chi è dunque l’uomo? L’antropologia cristiana illustra la verità sull’uomo, il cui baricentro è fuori di lui, nell’Assoluto, come sottolineato nel 1986 dal Beato Giovanni Paolo II in una delle sue catechesi. Cito: “L’uomo creato a immagine di Dio è un essere insieme corporale e spirituale, un essere, cioè, che, per un aspetto, è legato al mondo esteriore e per l’altro lo trascende. In quanto spirito, oltre che corpo, egli è persona”. Ne deriva che il concetto di salute dell’uomo, laddove essa sia intesa esclusivamente come salute del corpo, sia estremamente riduttivo e fallace. Ereditato dalla cultura scientifica a fine ’700, esso si sviluppa nell’ambito del cosiddetto modello biomedico che si occupa più delle malattie che della salute e delle condizioni di vita e lavorative della popolazione. Una visione riduttiva della medicina che, nel Ventesimo secolo, avrebbe dato vita ad uno specialismo esasperato, giungendo a negare l’individuo nella sua interezza e integrità, dunque nella sua realtà di persona. Ad accorgersi dei limiti di questo concetto di salute, sul piano internazionale, è stata in primo luogo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’OMS, che, redigendo la propria costituzione, come sappiamo nel 1948 definì più ampiamente la salute come “uno stato di completo benessere fisico, psichico, sociale e non solo l’assenza di malattie o di infermità”. Un contributo decisivo verso l’affermazione di un concetto di salute che riconosce l’uomo, la persona, nella sua totalità sebbene, alla luce della visione cristiana dell’uomo, incompleto perché carente sotto il profilo della componente spirituale dell’essere umano.
Al riguardo, il Motu Proprio Dolentium Hominum con cui fu costituita la Pontificia Commissione della Pastorale per gli operatori sanitari, che nel 1988 sarebbe stata elevata a Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, evidenzia che “nel suo approccio agli infermi e al mistero della sofferenza, la Chiesa è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio”. Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano come obiettivi non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è ferita dal male. La malattia e la sofferenza infatti non sono esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell’uomo ma l’uomo nella sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale.
In seguito, nel suo discorso alla quarta Plenaria del nostro Pontificio Consiglio, tenuta nel 1998, lo stesso Giovanni Paolo II ribadiva che “il concetto di salute non può limitarsi a significare soltanto l’assenza di malattia o di momentanee disfunzioni organiche”: piuttosto, “investe” sottolinea il Santo Padre “il benessere di tutta la persona, il suo stato biofisico, psichico e spirituale”. Pertanto, “la cura degli infermi, se svolta in un contesto di rispetto della persona, non si limita alla terapia medica o all’intervento chirurgico, ma mira a guarire integralmente l’uomo, restituendolo all’armonia di un interiore equilibrio, al gusto della vita, alla gioia dell’amore e della comunione”. Se dunque il benessere, la Salus, non è una realtà statica, si può addirittura aggiungere che lo stato di sofferenza, sia temporaneo sia permanente, può diventare un motore di crescita e di salvezza. Un esempio permanente e di sempre maggiore attualità, specialmente nei Paesi occidentali, è dato dal modo di interpretare ed affrontare la vecchiaia e il bagaglio di sofferenza che molto spesso la correda.
Ma che cosa è la sofferenza? La lettera apostolica Salvifici Doloris del 1984, scritta, come sappiamo, da Giovanni Paolo II, sottolinea che “l’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato nell’umanità stessa”. Distinguendo fra la “sofferenza fisica” e la “sofferenza morale”, il Papa Giovanni Paolo II definisce la prima come dolore del corpo e la seconda come dolore dell’anima, dunque “un dolore di natura spirituale”, che non si esaurisce nella solo dimensione fisica del dolore e risulta meno raggiungibile della terapia. Alla luce di tutto ciò, nell’affrontare il dramma della malattia e della sofferenza, la Chiesa non può accettare di ridurre l’orizzonte umano a livello di ciò che è misurabile, come spesso si tende a fare al giorno d’oggi. E ribadisce che la persona deve essere oggetto di cura nella sua interezza fisica, psichica, sociale e in ultimo, ma non certo per ultima, spirituale. Ne nasce così un nuovo concetto di cura: una cura integrale, che prende in considerazione la persona in tutte le sue dimensioni e che si pone come obiettivo la promozione della salute umana, ovvero della salute dell’uomo nella sua interezza. Si legge ancora, nel Motu Proprio Dolentium Hominum: “Si comprende perciò facilmente quale importanza rivesta, nei servizi socio-sanitari, la presenza non solo di pastori di anime, ma anche di operatori, i quali siano guidati da una visione integralmente umana della malattia e sappiano attuare, di conseguenza, un approccio compiutamente umano al malato che soffre”.
Il secondo punto centrale è la salute come certezza. Dopo questo excursus sulla persona e sulla sofferenza è coerente chiedersi se la salute possa dirsi certa? Partire dalla certezza della salute significa porre una domanda. In effetti, l’esperienza ci mostra che, secondo la medicina meramente meccanicistica, non sempre la malattia si risolve nella guarigione. Ebbene, è la salute dello spirito che, per intervento della grazia divina, laddove l’uomo lasci ad essa lo spazio di agire nella propria vita, è certa e lo è sempre. L’anima che ha molto sofferto, che ha patito, una volta guarita, è sanata per l’eternità. E questo per noi cristiani è molto importante. Possiamo in questa ottica dire che la salute dello spirito che si può conquistare oggi, contribuirà fortemente alla salvezza dell’anima. La salus è raggiungibile ed è certezza perché persino la sofferenza, qualunque dimensione dell’uomo rivesta, se vissuta alla luce del messaggio evangelico di Cristo, è essa stessa veicolo di salvezza, di redenzione per sé e per gli altri. La dottrina ci insegna che l’uomo sofferente è assimilato al Cristo sofferente, e la sofferenza dell’essere umano è opportunità per lo stesso di salvezza, di condivisione della croce di Cristo, è uno strumento che può unire a Dio, un veicolo di comunione con Lui. Di questo parla molto Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica sulla sofferenza umana, Salvifici Doloris. “Per Cristo e in Cristo si illumina l’enigma del dolore e della morte” (Salvifici Doloris, numero 31). La sofferenza dell’essere umano, così trasformata nel mistero della sofferenza del Redentore, diventa – scrive il Santo Padre – “l’insostituibile mediatrice ed autrice dei beni, indispensabili per la salvezza del mondo. E’ essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla Grazia che trasforma le anime umane”.
La salus, la salvezza che l’uomo malato può guadagnare per sé ma anche – e ciò certamente è tutt’altro che secondario – per gli altri, ed in particolare per coloro che sono chiamati a soccorrerlo, sulle orme del Buon Samaritano. In riferimento alla parabola evangelica, nella lettera apostolica Salvifici Doloris Giovanni Paolo II evidenzia che il buon samaritano è “ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo”, non per curiosità ma con disponibilità, che si commuove e mostra compassione per il sofferente, e quindi agisce per portare aiuto. Cristo – continua Giovanni Paolo II – “ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre”. E’ una frase molto interessante, molto profonda e per questo, ancora una volta, vorrei ripetere che Giovanni Paolo II ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene chi soffre. Ci sarebbe ancora molto da dire su questa dimensione della certezza, ma il tempo passa veloce. Vorrei concludere così il secondo punto. Anche la medicina, chiamata alla difesa e alla cura della vita umana, “si presta sempre più a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice se stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano (…). Se é quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza fatica sempre più a percepire la distinzione fra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana”. La Chiesa non cessa mai di ripetere che la vita è sacra, è sacra – come ha scritto Giovanni Paolo II nell’enciclica Evagelium Vitae – dal naturale concepimento al naturale tramonto. E grazie che voi siete difensori della vita umana!
Passo al terzo punto, brevemente. La fondazione “Il Buon Samaritano” si può dire un’eredità concreta del Vangelo, della vita del Beato Giovanni Paolo II. Avete il depliant che parla di quali siano gli scopi di tale bellissima realtà. Vorrei evidenziare cinque punti. Primo, noi lavoriamo per assicurare la distribuzione di farmaci antiretrovirali a basso costo, specialmente in Africa, per l’AIDS. Il secondo lavoro è promuovere la formazione del personale medico-infermieristico. E’ necessario trasferire presso le popolazioni locali conoscenze e competenze, attraverso percorsi di formazione teorica e operativa. Il terzo punto: strategica sarà poi la realizzazione di laboratori di analisi, diagnosi e trattamento. il quarto punto: incrementare l’azione volta alla prevenzione tradizionale. Infine, il quinto punto: il nostro modello integrato prevede la promozione di progetti di sviluppo agricolo e microcredito, sia nel settore delle coltivazioni sia degli allevamenti, tesi a garantire il sostentamento economico delle comunità e delle singole famiglie, assicurare la disponibilità di cibo e acqua, favorire l’inserimento sociale. Faccio appello a tutti noi, anche a me stesso, perché aiutiamo in questi giorni la Somalia, che soffre veramente la siccità e ha bisogno di prodotti alimentari: vi ringrazio per il vostro aiuto.
Alla fine, vorrei citare le parole di Benedetto XVI, a me rivolte nel Messaggio ai partecipanti alla XXV° Conferenza Internazionale, organizzata dal nostro Pontificio Consiglio e celebratasi nel mese di novembre dello scorso anno. Il Santo Padre ha scritto: “Chinarsi come il Buon Samaritano verso l’uomo ferito, abbandonato sul ciglio della strada è adempiere quella giustizia più grande che Gesù chiede ai suoi discepoli e attua nella sua vita, perché l’adempimento della Legge è l’amore. La comunità cristiana, seguendo le orme del suo Signore, ha adempiuto il mandato di andare nel mondo a insegnare e curare gli infermi e, nei secoli – sottolinea il Santo Padre – ha fortemente avvertito il servizio ai malati e ai sofferenti come parte integrante della sua missione di testimoniare la salvezza integrale che è salute dell’anima e del corpo”. Grazie per il vostro ascolto. Permettetemi di finire il mio discorso con la preghiera degli operatori sanitari e dei malati, per l’intercessione del Beato Giovanni Paolo II, perché proprio lui, con la sua sofferenza, ci ha dato un grande esempio della certezza della salute. In piedi.
“O santissima Trinità, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il Beato Giovanni Paolo II che, contemplando il Santo Volto, è stato sempre docile alle ispirazioni dello Spirito Santo. Ci rivolgiamo a te, o Signore, fiduciosi nella tua misericordia. Beato Giovanni Paolo II, difensore intrepido della vita umana, tu hai voluto il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e la fondazione “Il Buon Samaritano” come preziosi strumenti per l’apostolato della misericordia. Veglia sugli operatori sanitari e su tutti coloro che si adoperano nei vari settori della pastorale della salute, per vivere quella diaconia della carità che è centrale nella missione della Chiesa. Beato Giovanni Paolo II, sempre vicino ai malati, tu hai conosciuto il dolore in tutti i suoi aspetti ma lo hai accettato offrendolo con fede coraggiosa e con amore generoso. La malattia è entrata nella tua vita, arrivando a toglierti la parola e a fermare il tuo passo sempre veloce e deciso. Ma nei tuoi occhi la speranza ha continuato a brillare e la tua mano ha continuato ad accarezzare il dolore degli altri. Aiutaci a essere testimoni di speranza anche nei momenti del dolore e della sofferenza. Beato Giovanni Paolo II, figlio devoto della Madre di Dio, tu hai amato Maria, la donna del sì, fedele fino alla croce. Prega per noi, affinché seguiamo totalmente Maria, salute degli infermi e consolatrice dei sofferenti, per arrivare con Lei ad appartenere totalmente a Lui. Perché, per mezzo di Lui, ogni venerdì santo di dolore sboccia nella gioia della domenica di resurrezione e misericordia. Beato Giovanni Paolo II, prega per noi. Beato Giovanni Paolo II, Amen”.

MARCO BREGNI:
Grazie, Eccellenza, perché ci ha autorevolmente ricordato il magistero della Chiesa sulla malattia e sulla sofferenza. Soprattutto alla luce del magistero di Giovanni Paolo II, che ci ha ricordato che, senza una precisa concezione del suo destino, non si capisce la missione della medicina. Per questo chiedo a Giancarlo, come medico e come gestore della sanità, qual è il passo che dobbiamo compiere perché la medicina torni ad essere quello che era.

GIANCARLO CESANA:
Io non so bene qual è il passo che dobbiamo compiere, però ho fatto una riflessione su questo tema. E il punto di partenza riguardo alla certezza della salute è che, come diceva Gadamer, un filosofo della scienza, la certezza della salute, da un punto di vista esistenziale, da un punto di vista psicologico, cioè dal punto di vista della percezione di sé, è un non pensiero. Diceva appunto Gadamer: “In che cosa consiste il benessere, se non proprio nel fatto di non costituire il centro dell’attenzione, permettendoci di essere liberamente aperti e pronti a tutto?”. Cioè, quando uno è certo della salute, non ci pensa. E questa è la prima considerazione che, in qualche modo, dovremmo fare, perché si comincia a pensare alla salute, appunto, quando la salute diventa incerta, no? E indubbiamente, il maggior fattore che determina questo pensiero e questa incertezza è l’età, perché quando si comincia a invecchiare o quando si è a contatto con la vecchiaia, si parla molto più di medicina, di salute, di ospedali. E quando cominciano questi pensieri, quando comincia questa incertezza, le definizioni della salute, soprattutto la definizione della salute più utilizzata, che ha citato anche Monsignor Zimowski, che è quella della Organizzazione Mondiale della Sanità – “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, e non solo assenza di malattia – non dà nessuna consolazione. Prima di tutto, perché non c’è nessuno che sia in uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, a meno che sia completamente pazzo: e quindi, anche lì, ha problemi di salute, no? E in secondo luogo, perché questo stato di completo benessere assomiglia molto di più a una definizione di felicità che non a una definizione della salute, no? E la felicità è una cosa diversa dalla salute, come diceva Freud: “Adesso che non fumo sono più sano, prima che fumavo ero più felice”. E sappiamo tutti che per la felicità propria e altrui si può sacrificare la salute.
Con questa definizione, che è dell’immediato Dopoguerra, si è entrati, diciamo così, nel processo di come assicurare la salute, cioè di come rendere la salute una certezza, e adesso siamo nel pieno della realizzazione di questo progetto, con tutti i problemi che vedremo poi, che comincia a mettere in dubbio le definizioni che si sono usate finora, tra cui quella citata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha cercato di correggere questa definizione nell’ultima revisione, del 2005, della Costituzione. Ha introdotto un aggettivo attenuatore e pratico del “completo stato di…”. Dice: “il godimento del più elevato livello ottenibile di salute è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, credo e politica, condizione economica e sociale”. Cioè, si è cercato di recuperate, se non la certezza, l’assicurazione della salute con l’aggettivo ottenibile, che fa il paio con l’aggettivo sostenibile che, in tutti i convegni di carattere sanitario, socio-sanitario, ecc., sono i due aggettivi più usati. Lo sviluppo sostenibile, la salute ottenibile: è una relativizzazione che, in un certo qual modo, cerca di mettere in pace chi ha questo problema ma in realtà non ottiene assolutamente niente.
Soprattutto non ottiene assolutamente niente quando uno è ammalato, perché il tentativo è stato quello di far diventare la salute un diritto, come c’è scritto nella Dichiarazione dei Diritti dell’ONU. Comunque, queste Dichiarazioni Universali sono una cosa micidiale! Se uno ci pensa, sono proprio un’astrazione e inducono a vivere di astrazioni. Dice: “Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente e a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia”. E la Costituzione italiana dice, all’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Sono tutte dichiarazioni che descrivono un mondo che non c’è, e soprattutto non danno i mezzi di trasformare il mondo che c’è in un senso migliore, in una prospettiva migliore. Anche se tutte queste Dichiarazioni, tutto questo impegno e tutta questa elaborazione hanno un senso assicurativo per cui, comunque, oggi il concetto di provvidenza è stato cancellato dal concetto di assicurazione.
E il concetto di malattia praticamente ha cancellato il concetto di peccato. Comunque, da quando si è fatto questo sforzo di introdurre questi principi e poi di passare, bene o male, a una realizzazione, sono stati fatti diversi passi avanti. Soprattutto è stato fatto un passo avanti verso il principio che cerca di garantire la certezza o l’assicurazione della salute attraverso la copertura universale delle prestazioni sanitarie, che è la creazione dei sistemi sanitari. Il primo sistema sanitario nato in questo senso è del 1948, è quello inglese. La definizione della salute della Organizzazione Mondiale della Sanità é del 1946. Poi, a poco a poco, in Europa sono stati creati tutti i sistemi sanitari, anche se bisogna tenere conto del fatto che, forse, il primo sistema assicurativo delle condizioni dei sanitari è nato in Germania, con Ottone Von Bismarck, nella seconda metà dell’Ottocento. Comunque, si è cercato di creare questi sistemi di copertura universale dei bisogni sanitari che caratterizzano l’Europa, soprattutto l’Europa sviluppata, e che adesso si stanno diffondendo come preoccupazione anche agli Stati Uniti. Quanto poi si riesca a realizzare, lo vedremo.
E’ stato uno sforzo enorme. La spesa pro capite per assicurare la salute è negli Stati Uniti di 7.500 dollari: cioè, per ogni persona, per ogni cittadino americano, vengono spesi, che sia ammalato o no, 7.500 dollari per garantire la salute. In Svizzera, sono 6.000 dollari. Nell’Organizzazione per lo Sviluppo Economico, nell’OECD, nell’OCSE, la media è di 3.060 dollari, in Italia siamo sotto la media, 2.870 dollari. Da questo punto di vista, il nostro sistema sanitario funziona egregiamente, e con una spesa relativamente bassa garantisce abbastanza, ma probabilmente in Italia, più che il sistema sanitario, a garantire la salute c’è il clima, quello che si mangia, come si vive, ecc., che sono cose molto più importanti per la salute dei sistemi sanitari. L’attesa media della vita, sempre per vedere questo sforzo a livello mondiale, nel 1955 era di 48 anni, nel 1975 è passata a 59 anni, dal 1970 è aumentata di quattro mesi all’anno a livello mondiale. Ora è stimata, a livello mondiale, a 67 anni. E in Italia, dove siamo un esempio di Paese avanzato, è più di ottant’anni: noi siamo il secondo Paese per aspettativa di vita.
Con la carta di Ottawa, che è del 1986, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto un altro principio di relativizzazione, cioè ha detto che la salute non è lo scopo della vita – e questo comincia ad essere interessante – ma è la risorsa per uno svolgimento dignitoso della vita. Però, subito dopo, ne ha fatto un principio normativo: queste cose le dico perché descrivono il modo con cui si pensa la salute, con cui si pensa la sanità, con cui si pensa l’assistenza sanitaria, con cui si pensa tutte le volte che ci si trova di fronte al problema che siamo ammalati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito come condizione della salute, prerequisiti, la pace, la casa, l’istruzione, il cibo, un reddito dignitoso, un ecosistema stabile, la continuità delle risorse, la giustizia e l’equità sociale: cioè, ha fatto della salute il criterio normativo della società, attuando il principio che diceva Virchow parafrasando Von Clausewitz, che la medicina è politica, praticamente. E quindi ha introdotto un fortissimo principio di medicalizzazione della società e una grandissima attesa sull’intervento medico da parte dei cittadini. Ha contribuito appunto a sostituire i concetti che hanno caratterizzato per secoli la vita degli uomini, che si rendevano conto che la vita era fragile: il concetto di provvidenza, il concetto di grazia… Tutti questi concetti sono stati sostituiti da un concetto di carattere assicurativo in questo tentativo di garantire la certezza, fino appunto a espressioni del tipo: la vita potrà essere allungata indefinitamente, ecc.
Si è così dilatato il non pensiero, cioè la superficialità con cui viene affrontato questo tema, questo problema, ma non la certezza della salute. Dobbiamo ancora pensare che solo una persona su cinque, nel mondo, gode di assicurazione sanitaria. In 31 Paesi aderenti all’OMS – avete presente le cifre che vi ho detto prima, 7500 dollari negli Stati Uniti, ecc. -, la spesa sanitaria pro capite è 35 dollari all’anno. In quattro Paesi è di 10 dollari, inclusi tutti i contributi dei donatori esterni: la media di spesa di questi Paesi per le armi è di 12 dollari pro capite. Ma non è solo un problema del Terzo Mondo, è anche un problema di questo mondo, perché il progresso della medicina ha prodotto un effetto a cui non si era adeguatamente pensato. Il progresso della medicina, cioè, produce invalidità e cronicità inguaribili, la stessa cronicità e invalidità che c’era all’inizio, quando sono nati gli ospedali, perché gli ospedali sono nati non perché si sapeva guarire la gente ma per assistere la gente che non si sapeva guarire, sono nati per ospitare. Ecco, il progresso della medicina sta producendo in termini massicci lo stesso fenomeno di secoli e secoli fa, nel senso che ci troviamo sempre più persone inguaribili. Perché? Perché la drammaticità della vita non è cambiata, e oggi abbiamo bisogno degli stessi ospedali di una volta, degli stessi centri di ospitalità di una volta, non solo nel Terzo Mondo ma anche in questo.
Io ho mio papà che ha 91 anni, mia zia ne ha 87, mia mamma ne ha 86. Adesso mia mamma è ricoverata in un ospedale, mia zia in un altro e mio papà, un giorno sì e un giorno no, bisogna portarlo all’ospedale. Quindi, c’è bisogno di riprendere la questione della salute da un altro punto di vista, radicalmente diverso dalla certezza assicurativa. Bisogna riprendere il concetto di salute, la consapevolezza della salute come dono, che è lo stesso concetto che riguarda la vita, la vita come dono. Questo modo di intendere la salute è l’unico modo per averne certezza. Vedo qua davanti a me Melazzini, chiedetelo a lui. Il dono di essere, come diceva ieri Hadjadj: bisogna praticamente riprendere la coscienza che l’essere, l’esistere, il vivere, quello che abbiamo come risorsa, quel poco o tanto che noi abbiamo come risorsa per affrontare la vita, è un dono. È questo che rende certi della salute. Cioè che rende certi di sé, che rende certi di quello che si è e di quello che abbiamo, della risorsa che abbiamo. C’è bisogno di accorgersi di questo.
Ma un dono non è solo fatto da un oggetto, il dono stesso, è fatto anche da un soggetto, da chi dona. Perché la mancata coscienza del dono, la mancata coscienza della vita e della salute come dono, è dovuta al fatto che non si sa più chi ce l’ha data, la vita, chi ce la dà, chi la sostiene: cioè, da dove viene il respiro della vita. E in questo modo ci si perde nella ricerca ansiosa di un principio assicurativo che non garantisce nulla. Soprattutto, non si capisce che sia la salute che l’assistenza – che è più vicina al principio del diritto, cioè è più giusto secondo me dire che l’assistenza, piuttosto che la salute, è un diritto – sono un dono, hanno una componente fondamentale che è il dono, come è stato detto nel convegno di Medicina e Persona sul minuto in più. Perché, come si dice, l’ammalato, la persona bisognosa, ha bisogno da parte dell’altro, di un dono, di un minuto in più, ha bisogno di qualcosa che va oltre il dovere, perché è questo il principio della speranza. È il principio che permette di affrontare una condizione che può diventare disperante, com’è quella della malattia. Perché, appunto, la malattia e la morte possiamo nasconderle sotto lo scintillio delle apparecchiature, delle tecniche, delle teorie più sofisticate, ma non per questo vengono abolite o sono meno gravi. Tutti ci siamo passati, e chi non ci è passato ci passerà. E ci passerà in modo diretto, perché malattia e morte sono il segno della radicale inadeguatezza dell’uomo a salvare se stesso. E in questo senso sono un contributo alla salvezza del mondo, perché richiamano l’uomo a cercare Dio e soprattutto richiamano l’uomo a ritrovare la speranza.
La speranza, quella vera, radicale, che permette di affrontare anche la malattia, come fu nei primi ospedali. Perché nel mondo antico – lo dico sempre e lo ripeterò fino a quando posso -, anche se avevano cominciato a pensare alla medicina, non avevano mai pensato agli ospedali. Perché era un mondo tragico, un mondo dove la morte dominava tutto, non c’era speranza di niente, e la malattia, oltre a essere la manifestazione di questa tragedia, che addirittura veniva ritenuta come una punizione di Dio, era un fatto pericoloso. Perché era quasi sempre malattia infettiva, e assistere gli ammalati voleva dire rischiare di morire. Perché sono nati gli ospedali? Perché è nata l’assistenza, nonostante le condizioni di vita fossero così dure quando sono nati gli ospedali? Ma perché c’era la speranza nella risurrezione, perché si è cominciato a capire che la vita è un dono, che Dio dà questo dono, lo preserva, e l’ultima parola sulla vita non è più la morte. E allora, si può rischiare anche la vita per assistere un altro. Questa è la struttura che c’è dentro l’ospedale. E infatti, l’ospedale è nato nella civiltà cristiana, in altre parti non è mai nato. Cioè, il principio che regge l’ospedale è la carità. Io sono presidente dell’ospedale Cà Granda di Milano, ha cinque secoli, è pieno di Madonne, di croci, di chiese, perché senza questo non avrebbero mai fatto l’ospedale.
Ecco, noi dobbiamo ritrovare questo, non solo come dovere, come compito dell’operatore sanitario – che si riempie la bocca di espressioni come “il paziente al centro”. Il paziente al centro, buonanotte! – ma come consapevolezza dell’organizzazione sociale, che deve contare anche sulla carità per affrontare il problema della salute. Se le terapie costano 12 euro al mese, e sono terapie fondamentalmente di carattere preventivo, non è detto che lo Stato debba pagarle. Uno ci deve mettere del suo, altrimenti non reggeremo. Prima vi ho detto le cifre della spesa per la sanità: se mettiamo le cifre della spesa della sanità insieme alle cifre della spesa sociale, praticamente arriviamo a dei costi per cui la protezione sociale, intesa come sanità, scuola, disoccupazione, ecc., occupa l’80% della spesa dello Stato. Cioè, l’80% di quello che lo Stato incassa, lo spende in prevenzione sociale. Non si resisterà più. E poi, comunque, non ce la si fa perché non si può. Con i miei tre anziani in casa, io non posso contare solo sullo Stato, devo avere una famiglia, degli amici: se non si conta su questo, il sistema sanitario va giù. Ai livelli a cui siamo arrivati, non reggerà più. E questo è qualcosa che dobbiamo riprendere, dobbiamo nuovamente concepire, dobbiamo cercare di capire come affrontarlo.
C’è tutto un discorso sul volontariato, da questo punto di vista, ma va sviluppato molto di più. Soprattutto va sviluppato come concezione, perché il volontariato non è solo che io sono buono: è che, se tu non impegni la tua libertà, non viene fuori niente, non nasce niente, e il bisogno non può essere affrontato. E questo lo si capisce soprattutto davanti alla malattia, davanti a quella condizione, prodotta anche dalla medicina moderna, di in guaribilità, la cui prevalenza sta aumentando. L’incidenza di infarto, per esempio, è fortemente diminuita in Italia, da quando ho iniziato a fare le indagini epidemiologiche, nel 1985: è fortemente diminuita, del 40%. E, badate bene, è diminuita senza che di interventi specifici se ne siano fatti molti. E’ diminuita in un Paese dove l’incidenza era un sesto di quella della Scozia. Ma la prevalenza degli infarti, cioè il numero di persone ammalate di infarto o a rischio di infarto, è aumentata. Perché si curano di più, quindi è aumentata l’invalidità. È aumentata una necessità di assistenza che è profondamente diversa, che non è solo l’emodinamica, è anche altro. Ecco, noi dobbiamo pensare a questo altro perché è il bisogno più grande che c’è. Perché noi paghiamo le cure al giovanotto che va a sciare e si spacca una gamba, però al vecchietto che deve comperarsi le garze argentate, non gliele paghiamo. Ma il bisogno di assistenza è molto più questo che quello. E la sfida alla vita è molto più a questo livello che non a quell’altro. Ecco, bisogna cominciare a introdurci a questa revisione, che poi è un’idea vecchia, non è una cosa particolarmente nuova. È un’idea che fa parte di questa concezione della vita, della salute come dono, è una concezione dell’uomo, e comunque è la più grande attesa, e in fondo l’unica possibilità di speranza, che uno ha quando è ammalato, perché altrimenti ha ragione Shakespeare: “La vita dalla nascita è una lunga agonia”.

MARCO BREGNI:
Grazie, Giancarlo perché – lo dico anche per gli operatori sanitari presenti – questa concezione di salute come dono e non come diritto è veramente l’unica condizione per costruire dei luoghi di cura in cui la persona sia considerata nella sua interezza. Sulle vostre sedie avete trovato la brochure della fondazione “Il Buon Samaritano” di cui ha parlato Monsignor Zimowski. Vi ricordo anche che, come Medicina e Persona, oggi pomeriggio alle 15 ci sarà un incontro sul federalismo in sanità e sulle risorse. Ringrazio nuovamente i nostri due relatori.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2011

Ora

11:15

Edizione

2011

Luogo

Sala C1
Categoria