INVITO ALLA LETTURA. LA STORIA. Maestra di fede, di speranza, di carità - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. LA STORIA. Maestra di fede, di speranza, di carità

Invito alla lettura: LA STORIA. Maestra di fede, di speranza, di carità

Presentazione del libro di Cristiana Piccardo, Monaca dell’Ordine Cisterciense della Stretta Osservanza di Vitorchiano (Ed. Lindau). Partecipa Gianluca Attanasio, Fraternità San Carlo Borromeo. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Buongiorno a tutti. Presentiamo oggi gli ultimi tre libri e in questo momento ne abbiamo uno edito dalla Lindau, scritto da Madre Cristiana Piccardo che s’intitola La storia. Maestra di fede, di speranza e di carità. Madre Cristiana Piccardo è la fondatrice della nuova storia della Trappa che prede le mosse da Vitorchiano alla fine degli anni ’60 e il libro, piccolo ma denso e intenso, raccoglie le conversazioni da lei tenute presso l’abbazia di Humocaro in Venezuela, dove hanno inteso radunare alcune monache di tutte le filiazioni nate da Vitorchiano. Dunque è un evento eccezionale perché l’obbedienza e la fedeltà al luogo, alla regola, agli abati e alle badesse fissa tutta l’attenzione nella vita quotidiana dove si vive. Questo momento eccezionale trova qui appunto un resoconto in quattro capitoli volti a ripercorrere le tappe della storia, potremmo dire in termini abbreviativi, di Vitorchiano, una storia che affonda le sue radici in precedenti figure e persone che qui vengono raccontate. Abbiamo con noi don Gianluca Attanasio, che salutiamo e ringraziamo per la sua presenza, che è milanese di nascita e di studi, filosofo. Ordinato sacerdote nel ’95, ha conseguito la licenza in teologia a Roma nell’Ateneo Regina Apostolorum. È della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo e tra pochi giorni arriverà a Torino, insieme con altri compagni sacerdoti, per vivere una parrocchia in mezzo alla città, quindi gli facciamo i nostri anticipati auguri. A lui il compito di raccontare e invitare alla lettura di questo libro. Attanasio procedi nel tuo racconto. Grazie.

GIANLUCA ATTANASIO:
Quando il Meeting mi ha chiesto di presentare questo libro, sono stato subito contento perché il legame che ho con il monastero di Vitorchiano è veramente profondo, un’amicizia profonda che dura ormai da venticinque anni e anche diciamo un’amicizia profonda non solo tra me e delle suore che lì vivono ma anche con tutta la Fraternità. Infatti, c’è la sorella di un nostro prete della Fraternità san Carlo, c’è la sorella di un nostro prete che adesso è maestra delle novizie e c’è poi l’ex fidanzata del sacerdote con cui io vivo e con cui andrò a Torino, don Stefano, in questa storia da Medioevo in cui appunto la sua fidanzata è entrata in monastero di clausura e lui si è fatto prete. Quindi diciamo, sono contento di quest’occasione. Sono contento anche perché sono convinto che l’esperienza di Vitorchiano e soprattutto la figura di Madre Cristiana avrà una grande importanza nella storia della Chiesa – lei nella sua umiltà non vuole apparire – ma questo si capirà anche in futuro sempre di più e cercherò di spiegare perché. Volevo introdurmi raccontando la mia esperienza dell’incontro con Vitorchiano.
La prima volta andai lì quando avevo venti anni, dopo il mio primo anno di Università e avevo già nel cuore l’idea di farmi prete, capivo quindi il valore della verginità e ne ero profondamente affascinato, capivo il valore che poteva essere dedicare la vita nel gruppo adulto nel mondo, però la clausura mi sembrava veramente una cosa assurda: queste giovani ragazze che lasciavano tutto, che avevano una cultura, avevano studiato, potevano fare carriera nel mondo e si rinchiudevano a vivere tutta la vita in un monastero. Questo pregiudizio non me le ha fatte incontrare, era qualcosa che piuttosto vedevo con paura, quindi dentro questo mio intervento c’è la domanda profonda: ma che senso ha nel 2014 entrare in un monastero di clausura? Perché in fondo si capisce che uno rinuncia ad avere una famiglia per aiutare gli altri, ma che uno rinunci a fare una famiglia per pregare e zappare la terra, sembra veramente una cosa assurda. Poi sono tornato da giovane prete nel monastero di Vitorchiano, perché ho vissuto la maggior parte del mio ministero a Roma, quindi molto vicino e mi ricordo che con don Massimo andammo a incontrare queste suore che lui conosceva da tanto tempo. Io sono rimasto letteralmente folgorato dalla letizia e dalla gioia che ho trovato nei loro volti e mi sono proprio detto: ma queste donne sono più felici di me perché sono chiuse qua dentro, hanno studiato, fanno le contadine, fanno le marmellate, si alzano alle 3 del mattino, alle 4 ci sono le vigilie – sono le prime preghiere che fanno – poi alle 7 hanno le lodi, alle 7.30 dicono la Messa e poi la loro vita è lavorare e pregare sempre nello stesso posto. Una delle cose che ci affascina di più oggi è la possibilità di viaggiare, di andare in fretta da un posto all’altro del pianeta, vedere cose nuove, conoscere posti nuovi, e queste rinunciano a tutto questo, stanno tutta la vita in un posto vivendo una regola che è rigida, perché la Trappa è una riforma del monachesimo cistercense e una riforma molto radicale. Anche quello che mangiano, mangiano in maniera frugale, non mangiano la carne, eppure sono veramente felici e questo veramente mi colpì.
È nata in me la curiosità di rincontrarle e le ho rincontrate tante ma tante volte, anche adesso prima di andare a Torino – come accennava Camillo, inizieremo questa nuova missione nel centro di Torino – siamo andati lì da loro ad affidarci alle loro preghiere. Veramente c’è un’amicizia profondissima! Allora da dove nasce questa luminosità dei volti che s’incontrano in questo luogo? Perché io, se non siete andati, v’invito ad andare a visitarle. L’ho capito un po’ di più riflettendo su una frase di Gregorio di Nissa che dice: “A uno specchio assomiglia veramente l’essere umano, il quale si trasforma a seconda delle immagini volute dalla sua libera scelta”. L’altro giorno vedevo il telegiornale – era un anno che non lo vedevo, perché noi non abbiamo la televisione in casa -, c’era questo che aveva ammazzato quell’altra, l’aveva squartata, una cosa veramente raccapricciante. È chiaro che uno pensa che il mondo fa schifo, se è questo che vede tutti i giorni! Invece che cosa guardano queste donne? Guardano e cercano il volto di Dio, il volto di Cristo. Ed è per questo che il loro volto risplende di luce. E guardando a loro, l’incontro con loro è stato per me una grande occasione di conversione, di capire che veramente ciò che dà felicità alla vita – io sono prete, non è che si convertono tanti incontrando me, non è il successo che posso raggiungere – ma ciò che mi dà la felicità è guardare a Cristo. Le lezioni che son riportate in questo libro, ogni lezione ha una parola riassuntiva. Vorrei riprendere velocemente alcune di queste parole: la prima è la parola “esperienza”. Quando s’incontrano le suore di Vitorchiano, si vede che per loro il rapporto con Cristo è un’esperienza reale. Citerò solo una frase di Madre Cristiana – perché il mio vuole essere solo un invito a leggere il libro, quindi non voglio per niente anticiparvelo -, però questa frase ve la voglio leggere. Si domanda: “Perché tanto parlare di esperienza? Perché l’Eterno, l’Incommensurabile, l’assolutamente Divino si è fatto uomo per stare vicino a noi, perché noi potessimo toccarlo, naufragare nel suo sguardo, ascoltare la sua voce, vedere il colore della sua pelle e del suo vestito, la sua fame e la sua sete, il suo sangue nel corpo orrendamente flagellato e crocefisso”. Si capisce subito che chi scrive e chi parla, fa esperienza di ciò che dice. Il cristianesimo sarà sempre e per sempre incontro, esperienza. La seconda parola è tradizione, già Camillo lo accennava, una tradizione viva. E qui madre Cristiana racconta queste giovani monache che non l’avevano conosciuta, il suo primo incontro con il monastero. E racconta dell’incontro di questa grande monaca, Madre Pia, che descrive come ardentemente innamorata di Cristo. E questa donna ripeteva sempre, (era la badessa): “La vita religiosa è una vita a due”.
Ecco allora che ci stiamo introducendo a rispondere alla domanda: “Che senso ha vivere nel silenzio, nella preghiera, isolati in un certo senso dal mondo per vivere con Dio, con Cristo?”. Il monachesimo è una vita a due, è il contrario della solitudine, perché è la scoperta di essere davanti a Cristo, che Cristo continuamente ci dona la sua vita. Però in questa esperienza di vita a due che lei ha incontrato – dove era data una grande importanza al silenzio, alla preghiera e al digiuno: il silenzio era sacro e non s’interrompeva quasi mai -, in questa vita religiosa si era inoculato pian piano anche un certo individualismo, un grande individualismo. E qui c’è, diciamo, il grande apporto di madre Cristiana, quando lei racconta della novità dell’irrompere del Vaticano II, dell’esperienza del Concilio Vaticano II nella loro vita. Don Massimo Camisasca, in un recente incontro che ha fatto con una delle fondazioni di Vitorchiano che è Valserena, diceva che madre Cristiana ha avuto la grandissima sapienza di mostrare alla sua comunità, non attraverso dei discorsi e neppure attraverso dei comandamenti, ma attraverso il fiume di una vita comunitaria guidata, che cosa volesse dire la Chiesa del Vaticano II, che cosa era la Chiesa del Vaticano II e per questo per me è una delle ragioni per cui il libro è interessante, perché la Chiesa del Vaticano II è la Chiesa che noi abbiamo conosciuto, è la Chiesa che noi viviamo oggi. E in che cosa è consistito il passaggio, l’irruzione del Vaticano II nella vita di questo monastero? Il passaggio da una vita di stretta osservanza della regola che c’era sempre stata a una vita di comunione. Quindi è stato come il passaggio da una vita a due, la vita tra me e Cristo, però anche segnata dall’individualismo, all’irrompere della scoperta delle sorelle, della scoperta che per vivere il rapporto mio personale con Cristo ho bisogno di una comunità concreta, ho bisogno del volto delle consorelle.
È chiaro che il concilio Vaticano II è stato anche tante altre cose, l’italiano, la liturgia in italiano, le letture in italiano che le monache per la prima volta sentivano in italiano, i salmi che si recitavano in latino, e tenete presente che le monache che entravano erano contadine, molte di una cultura scarsissima, quindi il latino non lo capivano, di colpo hanno iniziato a sentire i salmi in italiano. Quindi a capire molte cose che prima non riuscivano a capire, ma alla fine l’irrompere del Vaticano II non è stato innanzitutto questo, è stato l’irrompere di una vita di comunione e qui c’è l’incontro anche tra madre Cristiana, che lei racconta nel libro, con don Giussani. Incontro con quest’uomo che testimoniava nella sua vita che la comunione dentro la comunità e con Cristo era il cuore di tutta la vita. E dall’incontro con don Giussani poi è nato anche il fatto che tantissime giovani ragazze dopo l’Università sono entrate nel monastero di Vitorchiano. La grande sapienza di madre Cristiana è stata quella di accogliere queste persone, di fare incontrare due generazioni che erano molto lontane. Erano donne di grande fede, che venivano dalla tradizione contadina italiana, quindi con una fede molto profonda, ma anche profondamente ignoranti e che non erano abituate a parlare tra di loro. Di colpo la badessa ha iniziato a far incontrare tra loro queste monache, che raccontassero la loro esperienza, che potessero aiutarsi, che ci potesse essere una correzione reciproca. E’ stato un cambiamento enorme, perché il punto di riferimento, in realtà, nei monasteri era il visitatore oppure il cappellano con il quale ci si confessava, non c’era questo dialogo tra le generazioni, e questo dialogo è quello che ha dato veramente un volto nuovo a Vitorchiano, riallacciandosi alla grande riforma di san Bernardo e ai primi fondatori dell’ordine che consideravano l’amicizia come una delle virtù più importanti del monaco. Il rapporto tra il monaco più anziano e quello più giovane, il rapporto tra i monaci, l’amicizia spirituale che mi aiuta dove io ascolto dall’altro il suo incontro con Cristo, le sue difficoltà, anche i suoi peccati, perché c’era una specie di confessione comunitaria della colpe, dove incontro il perdono dei fratelli, la loro testimonianza. Madre Cristiana riassume dicendo che il silenzio, che è ciò che permette di entrare in rapporto con Dio, di ascoltare ciò che lui sta dicendo alla mia vita, è vero solo se è apertura all’altro. E quindi incontrando i monasteri che sono nati da Vitorchiano, s’incontra veramente questa esperienza di comunione, di conoscenza. Io una volta ho fatto una domanda a una suora, e l’ho fatta perché si vede che loro si conoscono veramente e profondamente tra di loro.
Una volta ho fatto questa domanda: ma come fate a conoscervi così bene che fate di solito silenzio, cioè non vi parlate, vi parlate molto poco? E una suora mi ha risposto: a noi basta che ci guardiamo in faccia per capire cosa stiamo vivendo. Infatti il silenzio dà una attenzione alla persona dell’atro che permette loro di capirsi solo guardandosi in faccia. Pensate com’ è desiderabile questo, quanto noi desideriamo entrare in comunione con gli altri e tante volte con mille parole non riusciamo a capirci. Mi avvio alla conclusione. Un’altra parola importante che esce dal libro e la parola missione. Madre Cristiana, che è molto umile, ripete più volte che la loro è una esperienza piccola, che loro sono un piccolo seme, che loro sono un piccolo segno, però dobbiamo dire questo, che dal monastero di Vitorchiano, mentre lei era badessa, sono state fatte altre 5 fondazioni, fondazioni vuol dire che da un monastero partono 6 o 7 monache in cui ci deve essere una che è capace di fare la badessa, quindi che ha avuto una formazione e un’altra che sa formare le novizie; partono e costruiscono un monastero da un’altra parte. Da Vitorchiano è nato Valserena in Italia, è nato un monastero in Argentina, è nato un monastero in Cile, è nato un monastero in Venezuela, è nato un monastero in Indonesia, questo solo durante il periodo in cui madre Cristiana è stata badessa. Poi in seguito Vitorchiano ha fondato monasteri nelle Filippine, in Repubblica Ceca.
Io sono stato testimone di questa fondazione bellissima, in cui sono partite in nove da Vitorchiano. In realtà devono partire anche un po’ costrette, perché il monastero ha più o meno 100 posti, per cui se entrano nuove vocazioni, altre devono partire per la missione, ma questa è solo una ragione estrinseca, la ragione vera è che vivono una esperienza così bella che desiderano portarla nel mondo. Ad esempio in Repubblica Ceca, che è uno dei Paesi più scristianizzati del mondo, dove veramente sono ormai generazioni che le persone si sono allontanate dalla fede, loro hanno aperto un monastero, a un ora da Praga – tra l’altro è un posto magnifico, sono andato d’inverno e c’erano i cerbiatti intorno al monastero, un silenzio intorno a queste colline magnifiche -, vi sono andate in nove e dopo tre anni erano già diciotto. Sentirle cantare in ceco è magnifico e hanno tante vocazioni. Poi sono nati altri monasteri fondati a loro volta da monasteri fondati da Vitorchiano. Ad esempio un posto veramente significativo è che dal monastero delle Filippine poi è nato poi un monastero a Macao in Cina. Quindi è vero che è una storia piccola, come dice madre Cristina, ma è vero che è anche una storia grande. È la riforma dell’ordine cistercense femminile di oggi, perché è una riforma che tocca una realtà che è in tutto il mondo. Concludo dicendo questo: leggendo queste pagine di madre Cristiana si vede la profondità della sua esperienza, certe volte veramente il suo parlare diventa poetico e si unisce in lei una grande poeticità e una grande profondità. Colpisce che in delle suore che vivono praticamente fuori dal mondo si riverberi la storia della chiesa, ci sia il respiro di tutta la storia della chiesa, ci sia il respiro dell’umanità, perché le persone che entrano lì vengono dal mondo, quindi portano tutta la storia del mondo al loro interno. Concludo dicendo che leggendo queste conferenze di madre Cristiana si rimane colpiti dalla sua profondità, ci vuole del tempo per assimilarla e concludo dicendo questo: oggi viviamo in un mondo che è segnato drammaticamente dalle divisioni. Le divisioni nelle famiglie che si sfasciano, le divisioni nei condomini perché non ci si riesce a mettere d’accordo sul colore con cui fare il pianerottolo, le divisioni in ogni ambito: l’uomo di oggi sperimenta il dramma della divisione. Io faccio il missionario e capisco questo, che è inutile parlare alla gente di pace, di unità, di fratellanza se non si fa vedere un luogo dove questa pace si possa riscontrare come possibile.
La gente non crede più che si possa vivere un’esperienza di unità, quando ha visto i genitori litigare e separarsi, ha bisogno di vedere che questa unità è ancora possibile. Per vederla e per crederla ancora possibile la deve vedere in atto. Ecco, Vitorchiano e i monasteri che sono nati da Vitorchiano, sono questa testimonianza, che la comunione è ancora possibile, quindi sono veramente un punto di speranza per la vita del mondo oltre ad essere un luogo dove noi possiamo imparare dall’esperienza che loro fanno del rapporto con Cristo e dove poi ci possiamo affidare alle loro preghiere. Non mancano mai di pregare per quelli che vengono loro affidati: pregate per questo e loro si mettono a pregare. 100 monache che pregano per qualcosa non sono uguali a zero. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Gianluca. È davvero impressionante sentire come il cuore che vibra in questi luoghi, nel cuore di ciascuna di queste suore sia lo stesso che ad esempio abbiamo sentito ieri in alcune testimonianze di preti dell’Argentina che vivono nelle baraccopoli di Buenos Aires. Questo è proprio la risposta al tema del Meeting, perché sembrerebbe che per vivere sia necessario acquisire il tempo cioè essere attenti, rincorrendo i problemi, invece è qualcosa che fa rinascere il soggetto e che può venire solamente da fuori, da un altro. Vorrei che ci lasciassimo con questo pensiero di Madre Cristiana Piccardo. Citando S. Agostino, dice: “Canta e cammina, consolati nel lavoro cantando ma non abbandonarti alla pigrizia, canta e cammina. E che significa camminare? Avanzare nel bene, avanzare nel bene, nella fede, nella bontà, nella luce. Canta e cammina”. E lei commenta: “La benedizione della nostra filiazione di storia in storia non è la sua forza né la sua bellezza, né la sua diffusione nel mondo, ma solo il fatto che cammina, che continua a camminare perché non si sente mai arrivata, perché la via che percorre senza stancarsi mai non ammette deviazioni né fermate, ma solo ammette lo sguardo d’amore, di fede, di speranza che si conclude nell’eterno”. Questa è una dinamica veramente di apertura del cuore assolutamente nuova. Leggiamo il libro, possiamo acquistarlo sia qui che in libreria. Grazie a tutti voi, grazie a Gianluca. Ancora auguri.

Data

29 Agosto 2014

Ora

15:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti