INVITO ALLA LETTURA. IL FUOCO DI JEANNE - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. IL FUOCO DI JEANNE

Invito alla lettura: il fuoco di Jeanne

Presentazione del libro di Marta Morazzoni, Scrittrice e Insegnante (Ed. Guanda). Partecipa l’Autore. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, benvenuti a voi tutti, vi invito a uno scatto di vita, a venire davanti. Dai, perché non siamo in tanti, forza. Oggi continuiamo due inviti alla lettura: uno di narrativa, un secondo di stile saggistico, filosofico e storico. Il libro di cui andiamo adesso a parlare con l’autrice si intitola: Il fuoco di Jeanne ed è di Marta Morazzoni. La salutiamo, è venuta apposta su nostro invito da poco a nord di Milano, dove vive a Gallarate. Marta Morazzoni è una scrittrice importante nel nostro panorama narrativo italiano, da diversi anni viene sempre citato, così nelle copertine come nelle note di edizione, il suo La ragazza col turbante del 1986, ma poi lei è passata anche nella selezione del “Campiello” nel 1988. Una scrittrice prolifica, però anche senza quella fretta che caratterizza, a volte, lo stile e la creatività non sempre certa della narrativa più diciamo battente. Vicino alla narrativa, al romanzo di cui parliamo oggi, c’è stata la nota segreta che è stata scritta un po’ in contemporanea. Che cosa è Il fuoco di Jeanne? È una scrittura un po’ differente da quella consueta. Non è un romanzo vero e proprio, con una storia dove il lettore si immedesima. Jeanne è Giovanna d’Arco, la santa eroina, la giovanissima donna della Francia di inizio 1400. Non è neanche un racconto storico ma una ricerca personale delle tracce dell’autenticità di questa figura, di questa santa, di questa donna. Una ricerca delle sue tracce, non tanto dal punto di vista di un’esattezza storica, con la quale per altro la Morazzoni si cimenta. Notiamo nella sua narrazione la citazione di autori diversi: ci sono europei e forse anche un italiano, Franco Cardini. Marta Morazzoni narra in prima persona un cammino fisico sui luoghi, sulle città, sui paesi, a volte anche i boschi minori, piccoli monumenti citati in qualche cronaca storica, alla ricerca della figura viva di questa donna. Siamo in un Meeting dove Giovanna d’Arco l’avete vista nella mostra su Péguy, da cui intuite quanto importante Giovanna sia stata per la Francia. E quanto sia tutt’ora una figura emblema, quasi strattonata da una parte e dall’altra fino dall’inizio della sua vita pubblica, dall’apogeo alla caduta, dalla morte, avvenuta sul rogo nel 1431, alla fine della Guerra dei Cento Anni tra la Francia e l’Inghilterra. Una figura che fin dalla sua vita e negli anni successivi, soprattutto nel 1800, sarebbe stata usata come simbolo della libertà della Francia, della lotta contro gli invasori. Sostanzialmente, la sua azione fu quella di convincere il re di Francia, che però aveva il controllo di una parte della Francia, a riunificare il popolo. E quindi a sottrarre alla discendenza inglese una serie di complicate trasmissioni del potere familiare e regale dell’Inghilterra sulla Francia attraverso il famoso ducato di Borgogna. Quindi, una figura usata anche politicamente. La vocazione di Giovanna d’Arco è una vocazione se vogliamo politica, perché è una giovanissima donna, una ragazza che interviene in un tema che sta lacerando il cuore dell’Europa da tanto tempo, con una sapienza che viene da altrove. Potremmo citare quasi una santa Caterina, che interviene in una problematica politica e di convenienza quando il papato si divide, durante la cattività avignonese. Caterina ha certo una storia diversa, Giovanna d’Arco è una contadina, almeno in quella versione storica con la quale la Morazzoni si confronta. Sono sorti poi anche altri spunti che addirittura fanno pensare a una Giovanna d’Arco interna alla corte di Valois, e quindi nobile. Ma forse sono cose che potrà dire meglio lei. Quello che volevamo era incontrare la scrittrice, capire perché scrive – e forse questa è la prima domanda che ti faccio -, e perché hai scelto e ti ha incuriosito questa figura, da una parte così certa, così netta. E da dove viene il desiderio di trovare anche i centimetri o i metri dei luoghi, e notizie che riempissero un bisogno di vicinanza che forse è anche il tuo, quello del tuo tempo, della tua cultura, della tua scrittura e della tua ricerca. Quindi, una prima domanda è la genesi attorno a questo personaggio e questa scrittura che, come dicevo, non è una narrazione storica in senso accademico ma un dialogo costante con una persona distante che piano piano si avvicina alla nostra scena.

MARTA MORAZZONI:
Intanto, grazie dell’invito, è un po’ particolare per me essere qui. È la prima volta che ci vengo, e ci vengo portando un personaggio sicuramente affascinante, che per me è stato una lunga tribolazione, se devo dire la verità. Perché Jeanne d’Arc si è ficcata dento nella mia attenzione non narrativa perché, diceva giustamente Camillo, questo non è un romanzo. Devo dire che ho una certa diffidenza nei riguardi del romanzo storico vero e proprio, anche perché la materia del romanzo storico va a parare su documenti, su realtà accertate, su voci che noi non conosciamo, non sentiamo e che dobbiamo cercare di interpretare. Quindi, mi sono mossa in una maniera diversa, forse devo dire che la genesi di tutta questa operazione nasce da un’opera d’arte, in realtà, un’opera d’arte non molto conosciuta: è un quadro di Enguerrand Charonton, che è un pittore fiammingo del 1400, la cui opera più affascinante è L’incoronazione della Vergine, e si trova a Villeneuve les Avignon, la città che sta dall’altra parte del Rodano, di fronte ad Avignone. In questa sua incoronazione, si racconta – anche questa forse è una favola, forse ha una qualche minima attinenza con la realtà – che lui nel volto della Madonna abbia rappresentato il vero volto di Jeanne d’Arc, e quindi un ritratto, come si soleva dire, a cavalletto, dato che un ritratto fedele come una fotografia non esiste. Il personaggio è tutto costruito intorno a una dimensione immaginata, supposta, attraverso le parole della gente che si è comunicata il messaggio di questa persona. Io ho visto questo quadro, ho letto anche un altro romanzo dedicato appunto a questa esperienza. E da lì mi è venuto in mente di andare a cercare chi fosse veramente questa Jeanne d’Arc, anche perché io sono stata a lungo insegnate di storia, oltre che di letteratura italiana, e con la storia ho avuto a che fare, e ho avuto anche a che fare con i libri di storia, i libri italiani, ovviamente, in cui il personaggio di Jeanne d’Arc viene liquidato sì e no in una decina di righe. Sappiamo tutti la sua evoluzione, i ragazzi a scuola la sanno sempre perfettamente. Quando lei compare sulla scena è l’aprile del 1429. In 8, 9 giorni fa togliere agli inglesi un assedio che durava da mesi intorno alla città di Orléans e la città di Orléans era un punto nodale sul gomito della Loira. Un punto che segnava davvero la discriminazione tra di qua e di là, regno di Francia e gli invasori inglesi. Quindi, un personaggio di cui sappiamo in sintesi tutto, nel profondo pochissimo. Siccome non volevo scrivere un romanzo storico, ho cominciato a lavorare invece di curiosità attorno al personaggio di Jeanne; ho letto quello che ne hanno scritto gli altri, ovviamente ho scoperto che c’era una sterminata letteratura. Devo dire, una letteratura che riguarda sia la parte storica che la parte fantastica, immaginata, interpretata, come pure esiste una sterminata produzione di opere, quadri, sculture che riguardano questo personaggio. Quanto più mi sono avvicinata a questo personaggio, a quella che mi sembrava la realtà di Jeanne d’Arc, tanto più questo personaggio risultava inafferrabile, difficile, molto complesso. Un personaggio che aveva dietro di sé non soltanto la naiveté di comparire all’improvviso a 18 anni alla corte di Francia. Penso che tutti sappiate la storia di Giovanna d’Arco, non so se la devo raccontare, ma nella parte più grossa tutti la sappiamo: si racconta di una contadina che arriva dalla periferia della Francia, al confine con la Germania. Una regione dove la lingua aveva inflessioni tedesche, la Lorena, che tutti sappiamo essere stata un grande territorio di contesa. Fa 600 km per attraversare la Francia, per raggiungere il luogo sulla Loira dove il re era letteralmente rifugiato. Un re senza soldi, un re senza speranza, un re che non aveva nessuna fiducia né in se stesso né nei suoi alleati, e lo convince a muoversi contro gli inglesi, che erano in quel momento gli occupanti di metà della Francia. La storia è estremamente complicata ma, diciamo così, la favola della vicenda di Jeanne è invece molto, molto rapida. In 8 giorni riesce a far togliere questo segno e comincia la sua ascesa convincendo il re a farsi consacrare a Reims. Reims era la città in cui il re veniva unto, quindi gli veniva riconosciuto il potere che discendeva da Dio su di lui e che lo consacrava molto più di quanto lo consacrasse l’incoronazione tradizionale. Riesce a convincerlo e a smuovere in fondo questo universo un po’ intorbidito che era l’universo dei Valois, gli effettivi sovrani di Francia. E poi però comincia la china discendente, tutti sappiamo che nell’arco di due anni la meteora di Jeanne d’Arc passa sulla scena della Francia e poi letteralmente sparisce. Viene catturata dagli inglesi nel 1430, un anno intero di prigionia in vari punti del paese, trasportata di qua e di là, molto spesso legata sul cavallo con cui la trasportavano per paura delle sue fughe. E poi portata a Rouen, che allora era capitale della Normandia e capitale inglese, lì processata con un processo che è diventato davvero materia di grandi interventi e di grandi discussioni, anche di grande conflittualità, su cui varrebbe la pena anche di soffermarsi perché ha dentro di sé anche delle connotazioni estremamente interessanti sul tempo. Condannata a morte, tra l’altro non si dice quasi mai l’effettiva ragione della condanna di Jeanne d’Arc al rogo: non perché avesse, per così dire, liberato la Francia, non perché fosse in qualche modo così legata alla famiglia dei Valois, ma perché vestiva con abiti maschili. Questa è la ragione ufficiale della condanna al rogo di Jeanne d’Arc, considerata come una sorta di strega e di anticristo venuto sulla terra. La sua condanna viene consumata il 20 maggio 1431, e in due anni questa figura, che ha dato via alla liberazione della Francia, in qualche modo esce di scena. Esce di scena per un certo tempo ma permane come una sorta di sostrato della vicenda francese che l’accompagna tutt’ora. Ancora oggi, Giovanna d’Arco è la figura in cui la Francia si riconosce. È la figura che ha dato alla Francia una patria, che ha dato la dimensione dell’unità nazionale a questo Paese, e gliel’ha data per una via quantomeno singolare: la via di una sorta di chiamata che viene da Dio, che la porta a essere il messaggero della libertà politica del suo paese. Ecco, devo dire che mi sono mossa a partire da un grandissimo dubbio: “Possibile che le cose siano andate davvero così?”. E’ la ragione per cui questo personaggio mi ha interessato profondamente e forse non mi ha mai veramente conquistata, perché devo dire che questo libro è stato una sorta di conflitto, è proprio il dubbio relativo a questo fatto. Possibile che le cose siano andate così? Possibile che un’azione miracolosa sia scesa su questa terra, abbia fatto una scelta di campo e abbia, in qualche modo, mosso le acque di una guerra che, teniamo presente, sarebbe andata avanti per altri vent’anni circa, e forse anche di più, perché la Guerra dei Cento Anni finisce intorno al 1450? Intorno a questo mio scetticismo, a questa mia domanda, è cominciata la mia ricerca, che è stata forse la parte più tormentosa e più affascinante. L’ho proprio vissuta come una ricerca nel senso storico della parola: sapete che la parola “storia” significa indagine, e quindi significa andare a cercare l’origine delle cose, non soltanto lo sviluppo degli avvenimenti, ma in qualche modo il loro retroscena, il loro universo, alle spalle di quello che noi leggiamo. Non lo so se ci sono arrivata, francamente, non so cosa ho scoperto dell’effettiva personalità di questo personaggio. Ma, di fatto, ho individuato, ho convissuto per parecchio tempo con un universo estremamente strano, umbratile, complesso, che era l’universo di una realtà mistica, religiosa, politica e nello stesso tempo una realtà umana. Perché il personaggio che la storia ha reso icasticamente in questi soli due anni di passaggio sulla scena, è un personaggio che in realtà ha vissuto la sua vita, ha avuto una sua appartenenza molto forte anche alla dimensione del mondo e ne ha lasciato davvero una traccia indelebile.

CAMILLO FORNASIERI:
Ecco, mano a mano che il suo racconto avanza, con il pellegrinaggio fisico nella Francia, la ricerca delle tracce, sembra di sentire uno stupore nella lettrice, in colei che cerca, di fronte a certezze che cadono e ricompaiono subito dopo in altre vicende, in altri esami presso musei, manoscritti, incontri con persone e con storie. Assomiglia un po’ all’incertezza che vive Giovanna d’Arco rispetto alla grande certezza con cui entra nella scena. E storicamente, ci sono le tracce di questa pretesa di avere e di indicare una nuova giustizia, una nuova libertà, una nuova missione che doveva coinvolgere tutti. E quindi, una grande certezza che dava fastidio e che forse dà fastidio anche a noi oggi, vedere una persona che entra con questa irruenza nella scena. Ecco, queste due incertezze, come le hai vissute? Mi sembra che tu ti sia paragonata un po’ anche con la tua condizione esistenziale, non rispetto all’oggetto Giovanna d’Arco ma forse anche rispetto a questo tempo. Facciamo la domanda: è possibile che una questione di fede entri così dentro nella storia e nella politica? Forse è anche una domanda attuale.

MARTA MORAZZONI:
Ecco questa era la domanda cruciale, ed è la domanda a cui devo dire francamente non ho trovato risposta, anche all’interno della vita di questa persona e all’interno dei comprimari di questa scena, perché la parte affascinante intorno al viaggio di Jeanne d’Arc è anche la scoperta di tutto un mondo che si è irraggiato da lei e di cui lei ha tenuto in qualche modo le fila. Voglio dire che ho scoperto realtà, personaggi, figure che altrimenti immaginavo dispersi. Ho ritrovato personaggi che amavo moltissimo per altra via, penso a sir John Falstaff, per esempio, per citare qualcosa che non si affianca mai a Giovanna d’Arco. Noi lo vediamo, lo immaginiamo nel mondo delle opere storiche di Shakespeare, Enrico IV, dove Falstaff compare come la figura un po’ immeschinita, un po’ involgarita dell’uomo di corte che pian piano decade. Lo troviamo anche nelle Allegre comari di Windsor, come la figura vilipesa e irrisa del gaudente la cui età diventa proprio una sorta di stigmata della sua incapacità di essere adeguato con i tempi. Ma lo ritrovo nel Falstaff che io in assoluto amo di più, quello di Giuseppe Verdi. Quindi trovo all’improvviso che, intorno a questo mondo che avevo cristallizzato in una certa dimensione, c’è un movimento, una vivacità, una presenza di altre figure interessanti, anche inquietanti: compagno di Giovanna d’Arco e compagno della sua impresa, è stata una delle figure più tremende del mondo medioevale, Gilles de Rais. Io non so che fama abbia questo personaggio attorno a cui Ernesto Ferrero ha scritto un libro estremamente bello che si intitola Barbablù. E non è un caso, il titolo, perché il personaggio di Barbablù, che appartiene alle fiabe di Perrault, è davvero esistito nella figura di questo uomo terribile, che pure è stato un compagno di Jeanne d’Arc, che fedelmente ha combattuto per lei, per liberare la Francia dagli inglesi, per restituire al suo Paese quella dignità di terra libera. E poi ho scoperto, accanto alla figura misticamente certa di Jeanne, perché è assolutamente determinata a fare quello che deve fare per una certa parte, la figura certamente dubbiosissima del re, che poi è stato l’effettivo fautore dell’unità della Francia, Carlo VII. Ed è stato estremamente interessante mettere a confronto il tema della certezza di Jeanne, che gli si presenta dicendogli chiaro e tondo quello che deve fare e come deve farlo, che ha addirittura il piglio del comandante: e questa era una cosa che non riuscivo a spiegarmi. Ma vi immaginate una ragazza di 18 anni che entra in scena, su una scena politica estremamente complessa, a cui viene affidato un esercito, che viene rivestita di un guscio di ferro di circa 35kg, perché è questa l’armatura che indossa e porta per andare in guerra, e va in guerra, contro invece la tiepidezza di quello che sarà poi il vero futuro fautore dell’unità della Francia. Ecco, intorno a questo mondo ho cercato di leggere chi poteva essere lei e in che modo, tra l’altro, la mia misura più tiepida, più dubbiosa, più incerta si poteva valutare sulla sua storia. E ho trovato un punto di contatto per contrasto: se la cosa è andata così, se davvero lei è stata la pulzella d’Orléans ispirata dal cielo, è colei che sente le voci. Uso il termine “ispirata” perché era il termine che si avvicinava di più a me per la parte che mi riguarda quando scrivo. Io sono abbastanza convinta che la scrittura, anche quella romanzesca, richieda davvero l’ispirazione. Non è vero che non richiede il lavoro, lo richiede eccome. Ma chiede moltissimo dell’ispirazione, cioè della suggestione profonda, di qualche cosa che ti nasce dentro e a cui hai voglia di dare corpo, anima, sentimento, voce. In qualche modo, Jeanne d’Arc è la donna che ha avuto dentro di sé questa ispirazione, non l’ha tradotto in scrittura, l’ha tradotto in opera. A un certo punto la definisco, dentro questo lavoro, come la “santa protettrice degli scrittori ai quali manchi l’ispirazione”, perché a lei invece questa ispirazione non è mancata, non fino a un certo punto, fino a quando la consacrazione di Reims viene, e poi comincia la sua parabola discendente. In qualche modo, la mia preoccupazione di sentire dentro di me la mia voce che dicesse: “Scrivi questa cosa”, è stato un po’ il punto di contatto più affascinato rispetto alla figura di questa donna che aveva questa intensa certezza sul suo destino. E l’ho immaginata davvero come una specie di “folle di Dio”: folle, perché evidentemente si muove in una dimensione completamente aliena da qualsiasi razionalità. E nello stesso tempo, dentro questa alienazione, si muove con una sicurezza per cui a me è sembrato di poterla addirittura immaginare con allegria, perché dentro questa misura, questa dimensione, c’è il sentirsi veramente nel posto giusto al momento giusto. Questo, ripeto, fino all’ascesa, e poi comincia davvero la seconda parte della sua vita, quella che Dreyer ha rappresentato magistralmente nella Passione di Giovanna d’Arco, che è invece il tema del processo, il tema del rogo. E qui, il dubbio che è nato dalla lettura e dai confronti, da verifiche differenti, il sospetto che poi addirittura Jeanne d’Arc non sia la figura immolata sul rogo di Rouen, ma sia uscita, anzi sia stata fatta fuggire e sia sopravvissuta ancora per circa 19 anni a quella che viene identificata con la sua morte. Devo dire che ho alloggiato nel castello che vanta la certezza di essere stato il luogo dove Jeanne d’Arc è vissuta fino all’incirca al 1450. Quindi, sulla storia, sulla favola, sulla fiaba, per meglio dire, della pulzella d’Orléans si innesta un’altra favola, un altro elemento: la storia della giovane principessa, sfuggita al rogo con la complicità del suo stesso accusatore, sopravvissuta in questo castello per lasciare poi dietro di sé l’immagine di questo rogo sopra il quale, forse, qualcuno al posto suo è stato bruciato. Ma questa è veramente una delle dimensioni incognite della storia di Jeanne d’Arc, di quelle cose che forse neanche a lungo andare la storia riuscirà veramente a chiarire.

CAMILLO FORNASIERI:
Ecco, andando verso delle conclusioni. Nella ricerca che compie il narratore, in questa storia a lui lontana e pur così vicina, mi pare che il termine ultimo del giudizio con cui il narratore si congeda da noi sia che il fuoco, il fuoco di Jeanne è il punto che in fondo veramente mi interessa oggi. La persona di Giovanna d’Arco non sta tanto nella sua analitica precisone storiografica e neppure nel fatto che non sia una favola. A me interessa il punto vero della sua esistenza, l’esistere in una ragazza di una certezza, l’avere combattuto di fronte all’incredulità – come testimoniano poi gli atti del processo, per la maggior parte molto precisi -, una grande sfida all’intellettualismo dell’epoca e della corte che la processa. E le università erano già diventate nel 1400 dei partiti un po’ avversi perché raccoglievano fondi, per cui siamo già nel momento in cui la politica è entrata nella cultura, o meglio, il potere è entrato dentro le dinamiche della conoscenza. Ecco, c’è la sua figura ma anche la tua scelta finale contro un certo intellettualismo, però forse sto forzando. E’ quello che mi ha sempre colpito di questa figura, tanto è vero che nel film di Dreyer, che citava prima, la Passione di Giovanna d’Arco, vedete una sapienza che da Giovanna d’Arco viene e sembra quella dei dodici anni di Gesù in mezzo ai dottori. Mi sembra che poi tu arrivi a questa sfida odierna, che la filologia storica può attivare fino a un certo punto. Non è detto che la scienza o la storia arrivi alla verità, che mi consenta di vedere oggi Giovanna ma anche mia madre, un amico, la storia e la sua verità.

MARTA MORAZZONI:
Il fatto della sapienza di Jeanne d’Arc non è attestata solo negli atti del processo che la riguarda, dove lei è accusata e quindi si deve difendere. C’è un’altra sorta di indagine che viene fatta intorno a lei, ed è quello che fanno all’università di Poitiers. Giustamente, hai sottolineato che le università erano delle assolute potenze: l’università di Parigi era filoinglese, quella di Poitiers era filofrancese. Lei viene esaminata anche lì, perché l’importante era capire che non fosse indemoniata, questo sospetto aveva riguardato tutti. La sua sapienza è davvero fatta dell’ascolto anche elementare delle prediche della Chiesa. È abbastanza singolare, questo fatto. Chiunque lei fosse, ha vissuto la più parte della sua vita in un piccolo paese. Parroco del suo paese è quello che le ha dato il segno più forte con cui lei si difende in questo processo. Quindi, è davvero una sorta di ingenuità, di semplicità totale con cui lei si difende, e dentro questa semplicità accetta. Ci si è voluto leggere anche altro: nel caso lei fosse invece davvero una sovrana, in qualche modo comunque una di stirpe reale, anche la certezza e l’arroganza di chi apparteneva, in qualche modo, al potere. Ma in ogni caso, al di là di questa sensazione, c’è davvero la chiarezza limpida del racconto che lei può fare intorno a quello che ha sentito dire dell’universo della Chiesa nel suo paese. Quindi, a partire davvero da una lettura estremamente semplice, elementare di quel messaggio che lei ha fatto proprio e che ha trasferito nella dimensione della storia e della politica del suo tempo.

CAMILLO FORNASIERI:
Ecco, concludiamo con una domanda su questa narrazione, che è diversa da quelle a cui siamo abituati perché c’è molta narrativa. E la narrativa sta vivendo anche un tempo di ricerca, dove la ricerca non è per niente un tentativo così, senza motivi. Volevo chiederti un po’ del tuo rapporto con questa strana vocazione che ci si può trovare addosso e che dà tanto lavoro che riguarda la scrittura. Come hai vissuto questo momento che tu hai descritto di aridità e come questa ricerca e questa figura sono state di sprone per la tua scrittura?

MARTA MORAZZONI:
Leggevo in questi giorni l’ultimo lavoro di Perón, uno scrittore svedese di grossissimo pregio. Lui fa un’osservazione che mi piace moltissimo: “Scrivere è il rifugio di quelli che non possono e non sanno parlare”. Devo dire che questa definizione mi piace tantissimo perché il tempo della scrittura è veramente il tempo del silenzio individuale. Sembra un paradosso perché la scrittura è una comunicazione e va cercando comunicazione. Si scrive perché si vuole dire qualcosa a qualcun altro, fosse anche solo una persona. Non si scrivono neanche i diari per se stessi, in fondo si fa sempre un atto comunicativo. Però nel momento della scrittura c’è questo straordinario impatto tra sé e sé che è il tema del silenzio e il ricavare dal silenzio qualcosa che ci riguarda profondamente e sul quale c’è il tempo lento della meditazione. Io devo dire che sono un po’ terrorizzata dalla rapidità della scrittura con cui oggi vediamo crescere tantissima parte della nostra narrativa. La scrittura è un’operazione lenta, è un’operazione che non nasce programmata, che richiede lavoro nel momento in cui è germinata ma davvero chiede di nascere da qualche cosa che è dentro di sé. Io l’ho sempre vissuta come la definizione di una gestazione, di un parto, tanto che è vero che la fine di ogni lavoro lascia un’enorme malinconia, è un momento di solitudine.

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, la ringraziamo di questo lavoro. Leggiamolo, dato che siamo amanti delle figure del Medioevo e di questa figura così particolare. Qualcuno ha assimilato Giovanna d’Arco come difficoltà di vocazione alla stessa Vergine Maria: non aveva nulla davanti, ascoltava solamente delle voci, un suggerimento certo, chiaro, tanto è vero che la vita le ha in qualche modo corrisposto. E forse, anche questa scelta di una donna è per Marta Morazzoni un indizio. Grazie, auguri per il tuo lavoro! Salutiamo e chiamiamo gli altri amici per il prossimo libro.

Data

27 Agosto 2014

Ora

15:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti