INVITO ALLA LETTURA. I PIÙ NON RITORNANO. Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-43)

Presentazione del libro di Eugenio Corti (Ed. Ares). In occasione dell’incontro omaggio ad Eugenio Corti. Partecipano: Cesare Cavalleri, Direttore delle Edizioni Ares; Vanda Corti, Moglie di Eugenio Corti; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa; Paola Scaglione, Scrittrice. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Invito a rimanere per la successiva proposta di lettura con il libro di Eugenio Corti, I più non ritornano, edito da Ares. Il Meeting è molto onorato di proporre la rilettura e una riflessione a partire da questo libro, il primo di Eugenio Corti, che raccoglie la sua memorialistica dei ventotto giorni sul fronte russo tra il ’42 e il ’43, dove si è svolta quell’epopea umana di resistenza, di compagnia, di fede, di dolore, di dramma che è stata appunto la campagna di Russia e la sacca dentro il quale era finito il corpo degli alpini e dal quale Eugenio Corti ritornò. Siamo molto lieti di poter offrire questo piccolo gesto insieme agli editori e ai nostri relatori che adesso presenterò per fare anche una sorta di omaggio ad Eugenio Corti, caro grande amico, grande scrittore italiano ed europeo. E con questo momento di ascolto e memoria vogliamo veramente ringraziare ufficialmente, pubblicamente la sua amicizia, la sua figura, la sua prolungata attività verso tutti noi. Salutiamo con lo stesso benvenuto e applauso la moglie Vanda, che è qui con noi. Come primo intervento, volto a delineare i tratti di Eugenio Corti, ci sarà Cesare Cavalleri, direttore della casa editrice Ares. È la casa editrice che pubblica da molto tempo tutta l’opera di Eugenio Corti e che continuerà a pubblicare tutta l’opera omnia e che a tutti voi qui presenti dona il numero speciale di agosto di “Studi cattolici”, una bellissima rivista di cui è sempre direttore Cesare Cavalleri, interamente dedicato ad Eugenio Corti. Interverrà poi Paola Scaglione, che ha seguito le vicende dello scrittore, ha curato diverse biografie, tra cui una bellissima dedicata a Claudio Chieffo, ed ha recentemente, proprio in questi ultimi mesi, scritto con Andrea Soffiantini, attore, uno spettacolo sulla vita ed opera dello scrittore che si intitola “Scolpire le parole”; può essere anche un’occasione di incontro da proporre in giro nelle nostre città. In ultimo, il più importante, Sua Eccellenza Monsignor Negri che salutiamo e ringraziamo, che concluderà questo nostro omaggio. Cedo la parola subito a Cesare Cavalleri.

CESARE CAVALLERI:
Il sottotitolo del Meeting di quest’anno è “Il destino non ha lasciato solo l’uomo”: ho riflettuto un po’ su questa frase, senza particolari approfondimenti ma, effettivamente perché questa particolare parola “destino” che ci richiama ad una classicità? E’ una parola peraltro che si attaglia perfettamente alla figura di Eugenio Corti, perché Eugenio Corti era imbevuto di classicità, il suo modello era e rimane niente meno che Omero. Certo per un credente il destino è qualcosa, quell’insieme di circostanze e fattori che plasmano la personalità degli individui e delle società e che per il credente coincide con il disegno di Dio sulla storia, il disegno di Dio che è padrone della storia. Ma destino vuol dire anche vocazione, vuol dire risposta ad una chiamata e questo è definitivamente la cifra che caratterizza Eugenio Corti, perché Corti è nato con la vocazione di scrittore fin da ragazzo, ha voluto partecipare da volontario alla guerra mondiale per conoscere da vicino il comunismo, ed è stata l’esperienza che ha più caratterizzato tutta la sua vita e tutto il suo essere scrittore è all’insegna di questa vocazione. È uno scrittore epico, perché è uno scrittore che si è sempre confrontato con il reale e con la storia. La sua vocazione era di lasciare memoria, lasciare ricordo, parlare in nome dei più che non sono tornati dall’esperienza bellica, lasciare memoria delle grandi tragedie del secolo XX: i grandi totalitarismi che vengono analizzati nel suo capolavoro Il cavallo rosso, e così anche tutte le altre figure a cominciare da Catone l’antico, che sono protagonisti degli altri suoi libri. Ma tutta questa testimonianza vocazionale di Corti è all’insegna della letteratura, è all’insegna dell’arte. E infatti ci ricordiamo che le muse sono figlie di Zeus e di Mnemosine. Zeus che ci richiama ad un destino e Mnemosine la memoria. L’uomo è intriso di tempo, è intriso di memoria, noi siamo il nostro passato che abbiamo ricevuto da chi è stato prima di noi, dalle generazioni che ci hanno preceduto per plasmare il nostro presente in vista di un futuro che dobbiamo insieme costruire. Corti scrittore storico, scrittore di storia interpreta la storia all’insegna della bellezza per lasciarne costanza. Corti ha sempre scritto per i posteri, ha scritto per dopo. In una lettera testamento che ha scritto alla moglie Vanda e che è riprodotta anche in questo fascicolo di “Studi Cattolici”, ad un certo momento dice “io ho sempre pregato di non vere successo”, anche se poi il successo lo ha avuto e anche la presenza di molti amici qui oggi, come in altri edizioni del Meeting, lo sta a testimoniare. Ma Corti ha sempre scritto per dopo, ha sempre scritto per quelli che verranno. Non ha mai scritto semplicemente per i manuali di storia della letteratura. Ma proprio per dare un contributo a plasmare questo futuro delle generazioni che seguiranno. Aveva grandi orizzonti, aveva grandi aspirazioni e le ha declinate con la puntigliosa precisione della sua scrittura, che è una scrittura apparentemente semplice, perché è uno scrittore chiarissimo ma come sappiamo, come dovremmo sapere, la semplicità non è mai un punto di partenza, è un punto di arrivo. Corti cesellava la sua pagina per consegnarcela così cristallina che sembra spontanea, mentre ha richiesto un lungo lavoro di elaborazione. Io ho avuto la fortuna di essere l’editore di Corti, ma prima che editore sono stato amico di Corti. Ed è proprio da questa amicizia che è nata la nostra collaborazione, diciamo, professionale. E anche l’impianto critico di Corti, ho avuto modo di gettare anche un po’ le radici di questa fortuna critica di Corti. Perciò questo intreccio di amicizia, di letteratura, di bellezza è qualche cosa che evidentemente ha toccato profondamente anche la mia vita, perché da Corti io ho imparato quella integrità di cristiano che è tale perché è uomo, perché è un vero uomo, con quel senso di responsabilità, di dedizione, e quella profonda bontà che lui aveva, che sono le basi della costruzione anche della sua fede che ha testimoniato fino all’ultimo. Proprio per questo legame che va oltre il contatto fisico, per me come per molti altri, Corti non è morto, Corti incomincia adesso. È già noto, i suoi libri girano per il mondo, ma l’era di Corti incomincia adesso e la sua scrittura parlerà a tutti coloro che vorranno avvicinarsi alla letteratura per capire chi è l’uomo, l’uomo di sempre, declinato nelle diverse vicissitudini della storia, l’uomo che in definitiva è sempre solo al cospetto di Dio. Grazie

CAMILLO FORNASIERI:
Le sintetiche parole di Cavalleri sono riuscite a ridirci o a far conoscere per la prima volta con puntualità la grandezza dell’animo di Corti. Chiediamo adesso a Paola Scaglione di entrare un po’ più nella descrizione del racconto di questo primo libro che lo rende noto nel ’47. La prima edizione fu di Garzanti, se non sbaglio e aveva l’introduzione di un importantissimo critico e docente, Ramarro Apollonio, che insegnava a quell’epoca all’Università Cattolica. Prego.

PAOLA SCAGLIONE:
Per avere un’idea della vicenda che viene raccontata ne I più non ritornano, occorre rifarsi ad alcuni dati. Eugenio Corti aveva la passione anche per la precisione ed il rigore dei dati. Alcuni dati relativi alla ritirata di Russia: dei 229.000 soldati attestati in Russia alla fine del ’42, 74.800 muoiono in battaglia o in prigionia. Sono ancora più chiari i dati relativi al settore di Corti. Corti è nel trentacinquesimo Corpo d’armata, è ufficiale d’artiglieria e il suo settore è attestato nel dicembre ’42 sul fronte del Don. Dei soldati del gruppo di Corti, circa 30.000 al momento dell’inizio della ritirata, escono dalla sacca in 4.000. Di questi 4.000 circa 3.000 sono congelati o feriti da non riuscire a restare in piedi. È evidente che si tratta di un massacro di proporzioni inaudite, reso ancora più drammatico dal contesto in cui si svolge. Il 16 dicembre del 1942 scatta una feroce offensiva russa, ci sono 3 giorni di battaglie furibonde, al termine della quale, il 19 dicembre, dal comando tedesco, non quello Italiano, giunge l’ordine di ripiegamento. Ogni soldato ha con sé le armi personali, e ciò che riesce a portare. Non ci saranno viveri, non ci saranno munizioni, non ci sarà il carburante per gli automezzi. Siamo nel pieno dell’inverno russo, le temperature sono sotto lo zero, 10, 20, 30 gradi sotto zero. Una notte il termometro tocca 40 gradi sotto zero. L’esercito Italiano è ridotto ad una massa di sbandati. Non c’è ordine, non c’è guida, non c’è disciplina, i comandanti spesso vengono meno alle loro responsabilità. L’unico settore in cui resterà un ordine, una disciplina, sarà quello alpino. Infatti Corti, pur non essendo alpino, nutrirà verso gli alpini una sconfinata ammirazione per tutta la vita. Per sopravvivere i nostri soldati devono appoggiarsi all’esercito tedesco, fatto di uomini ben organizzati ma, come Corti descrive in più punti del romanzo, assolutamente disumani. Feroci con il nemico, sprezzanti con gli alleati Italiani. Nella colonna di soldati, di sbandati, di quello che era un esercito che combatte per raggiungere la salvezza verso occidente, sotto il fuoco nemico, molti si lasciano cadere sfiniti ai bordi della pista e moltissimi resteranno, come racconta Corti con il realismo crudo della verità, resteranno, per essersi fermati un po’ troppo, mucchietti di carne e stracci congelati ai bordi della pista. Nel settore di Corti la ritirata dura 28 giorni, Eugenio Corti compirà ventidue anni cinque giorni dopo essere uscito da quell’inferno. È una realtà tremenda quella attraverso cui è passato Corti, sono passati i suoi compagni, una realtà assurda, incomprensibile se la si valuta esclusivamente attraverso i dati superficiali. Come gran parte della memorialistica su questo episodio ci si può fermare ad indagare i dati, ci si può fermare ad indagare di chi è la responsabilità, ci si può fermare ad inveire contro gli alti comandi, contro la disorganizzazione, contro le scelte tattiche errate ma queste ragioni, che pure l’opera di Corti indaga, non spiegano l’essenziale che in fondo è l’eterno problema dell’uomo: che senso ha il male nel mondo? Che senso ha quel male di proporzioni inaudite attraverso il quale quei giovani sostanzialmente innocenti rispetto a quel conflitto sono costretti a passare? Eugenio Corti è un giovane radicato nella fede, un giovane educato a vivere fino in fondo la realtà, ogni realtà e allora quella realtà così tremenda, di dolore, di insensatezza, di ferocia, di disumanità, gli impone una ricerca di senso ben più radicale. Vale a dire: ma qual è la vera salvezza a cui aspira cercando la via di casa? La risposta a queste domande passa attraverso dei fatti, delle cose concrete. Mario Polonio, recensendo questo libro, scriveva: “Per la prima volta da secoli, la fede è fede di cose”. In questo libro la risposta passa dai piedi congelati, dai compagni morti ai bordi della pista, dal tepore quando finalmente arrivati a Cerkovo ci si può scaldare in un’Isba. Certo, I più non ritornano racconta il viaggio di un giovane che vuole tornare a casa, che vuole vivere, che vuole tornare dalla madre che è in attesa del suo ritorno e che prega la Madonna del Bosco, ricordate in epigrafe la Madonna del santuario di Inversago, nella Brianza lecchese. Ma in questo cammino fisico verso la casa di Besana, verso la famiglia, verso i fratelli c’è il viaggio dell’esistenza. Questo non accade per una lettura a posteriori di ordine letterario o filosofico. Accade perché così è accaduto al protagonista. E questo guadagna lo spazio della pagina perché Corti sa per esperienza che è irragionevole staccare il naturale che percepiamo nell’immediato dal soprannaturale. Se si vuole comprendere e rappresentare la realtà, e fin da ragazzo vuole essere descrittore di realtà, bisogna rappresentarla tutta intera e quindi bisogna tener conto di tutto ciò che la compone. La forza anche letteraria di questo diario e dell’intera opera di Corti, chi tra i presenti ha letto Il cavallo rosso comprende bene a cosa alludo, la forza di questo diario è quella di un’esperienza umana vissuta fino in fondo, passata al vaglio di un’identità precisa, che è l’identità di un cristiano, figlio della terra di Brianza, una terra cattolica popolare in cui la fede è giudizio reale, concreto, vissuto nell’esperienza.
Come per gli altri libri di Corti allora, proprio per questo motivo l’accento di verità che ne determina il successo sta proprio in questo modo di concepire e vivere la realtà. Insomma il successo, sì sono le trenta edizioni de Il cavallo rosso, sono I più non ritornano che viene edito per la quarta volta dal 1947 con continue ristampe. Il successo è però per la vita di Corti un fatto che succede, che accade nella vita dei suoi lettori, delle persone che leggono i suoi libri e incontrano la sua esperienza, la sua esistenza, il suo modo di vivere, come testimoniano le migliaia di lettere dei lettori conservate nel suo archivio. Siamo davanti ad una scrittura vera che fa accadere qualcosa perché è vera la vita da cui nasce. È vera, è umana, è piena. La critica a proposito di questa opera ha chiamato in causa le categorie del realismo letterario, mostrando un aspetto che mi pare interessante. Certo c’è la ritirata dell’esercito e di ciascuno di questi soldati, ma c’è anche la ritirata di un’anima, quella del protagonista, che non si nasconde, che non esita a mettere anche sulla pagina i cedimenti, il rischio della disumanità. Ed è la ritirata che comporta la guerra per difendere la propria dignità, l’umanità, il senso del dovere, la solidarietà, che nella lingua cristiana, la lingua di Corti, si chiama carità. E allora in questo senso anche la categoria critica della lettura di questo che è un diario realistico, rigoroso, della lettura come un romanzo di formazione, trova un senso proprio in questo aspetto. Corti non esita a mettere sulla pagina il combattimento spirituale oltre che fisico che verifica, cioè passa al vaglio della sua esperienza, la sua struttura di uomo. Per questo motivo il diario è proprio unico nella memorialistica di guerra, perché non si ferma alla superficie, va oltre. È un percorso di ricerca di senso. E qual è l’esito? Sicuramente un radicamento di fede, sicuramente un radicamento nella propria vocazione. Già negli appunti giovanili di Corti compare questa idea di essere chiamato nella vita a fare lo scrittore. Questa idea trova un punto fondamentale, un episodio che è raccontato nel libro, quindi non lo ripetiamo, che avviene nella notte di Natale del ’42, che invera un po’ un’intuizione che il Corti ragazzo al liceo porta con sé. Scriveva in un suo diario che la sua vocazione è “scrivere un’opera grande che possa servire la gloria di Dio sulla terra”, a diciott’anni. Davanti all’impatto di una realtà simile appare quale sarà l’opera grande. E allora da questa prospettiva nasce la scelta di essere uno scrittore testimone, di essere appassionato alla realtà, alla verità, alla bellezza. Scelta che è maturata, ripeto, grazie ad una radice solida. Negli ultimi mesi ho avuto, grazie alla cortesia della signora Vanda Corti, la possibilità di continuare a lavorare nell’archivio di Eugenio. Proprio i suoi appunti giovanili manifestano questa radice di un ragazzo che cerca il senso e il frutto della sua vita. Molti critici mettono in luce questo carattere di scrittore testimone, ma mi piace qui ricordare le parole di un grande educatore e maestro della fede, che con Corti ha stabilito un’amicizia durata più di trent’anni, don Luigi Giussani. La sintonia nella formazione ideale giovanile dei due è fortissima. Gli appunti di Eugenio Corti mostrano una costante e dolorosa a volte, perché inesauribile, ansia di infinito, mostrano l’esigenza ineliminabile di una felicità piena, mostrano il bisogno fisico di un ideale grande per cui vivere, perché la vita non può non portare frutto. Mostrano la coscienza di una vocazione, mostrano la volontà di vivere pienamente la vita umana intesa come preparazione all’eterno. Scrivendogli gli auguri per gli ottant’anni, Giussani apprezzava in lui “il fiero difensore della verità, che nella fede ragionevole tramandata dalla tradizione e tramandata a Corti, personalmente rivissuta e resa attuale, trova la sua apologia più affascinante, specialmente in questi tempi drammatici”. Ed è bello che questa intuizione di don Luigi Giussani trovi riscontro in un appunto di Eugenio Corti diciottenne che scriveva: “Voglio abituare il mio pensiero anzitutto a vedere sempre chiaramente il suo scopo: la religione”. In Brianza questa cosa significa la fede vissuta che diventa cultura, criterio di giudizio sull’esistenza e sul mondo. Poi continua Corti “tutto deve essere fatto e ordinato. La religione compresa secondo il raziocinio” e il raziocinio è quella modalità di intendere la ragione come “allargata” secondo la felice espressione di Benedetto XVI. È proprio per questa sua posizione Corti è sempre stato amico del Meeting e del popolo da cui il Meeting nasce. Addirittura primo in assoluto in Italia ha avuto il coraggio di indicare nel popolo da cui il Meeting nasce, l’origine della speranza per la chiesa e per il mondo nel secolo XX. E per questo è giusto questo momento di riconoscimento che il Meeting gli ha dedicato nell’anno della sua scomparsa. Le ragioni di questo riconoscimento trovano una sintesi nelle parole, come sempre efficaci, di Monsignor Luigi Negri, che parlando di Corti alcuni anni fa, così sintetizzava il suo valore nella nostra storia: “Avevamo bisogno di padri, ed in lui abbiamo trovato un padre, perché attraverso la bellezza, la verità delle sue opere ci ha insegnato l’essenziale”. E concludo con un episodio brevissimo che mi sembra esprima bene questa paternità, questo essere maestro ricercato da tanti giovani. Spessissimo i giovani dopo le conferenze lo avvicinavano e gli chiedevano in cosa valesse la pena porre la speranza, vista la situazione apparentemente disperata. Una volta, era orami molto anziano, era una sera in cui aveva fatto fatica a parlare, due ragazzi gli avevano posto la stessa questione e lui con un’energia impressionante aveva risposto, battendo la mano sul tavolo: “La speranza è la certezza della presenza di Dio nella storia. Nessuno potrà toglierla, mai. Ricordatelo”. Ecco, questo è uno scrittore autentico, che racconta la realtà tutta intera, questo è un padre.

CAMILLO FORNASIERI:
Adesso chi è sempre stata al suo fianco, Vanda, che sta curando tutti questi messaggi, tutto questo dialogo con persone, che si dedicherà anche a questo dopo tutto il tempo passato insieme, come dire, con silenziosa ma fortissima presenza, come un angelo custode a tutto ciò che Corti ha scritto.

VANDA CORTI:
Vi ringrazio, ringrazio Paola per le sue belle parole. Io sono molto contenta di essere qui, anche se non mi sento all’altezza degli altri relatori e tra l’altro sono anche molto emozionata ma comunque voi mi perdonerete. Grazie. Eugenio amava molto il popolo del Meeting, lo chiamava così, “il popolo del Meeting”. Noi siamo venuti spesso per diversi anni. Mi piace ricordare adesso il primo incontro con il Meeting che è stato, credo, quasi sicuramente nel 1989. Già il libro si era avviato perché è stato pubblicato nel ’83, già molti lo conoscevano e comunque fu contentissimo di venire al Meeting a presentarlo, perché sapeva che avrebbe avuto un pubblico che l’avrebbe capito e che l’avrebbe anche seguito. Era nella vecchia sede, era uno spazio all’aperto molto grande, non così grande come questo, ma pressappoco. Io mi ero seduta in fondo perché volevo godere tutto lo spettacolo e Eugenio fece la sua relazione e alla fine della relazione ci fu un applauso lunghissimo e io mi commossi molto. Per fortuna nessuno mi vedeva perché ero in fondo ma mi venne da piangere. Quando poi la folla dei ragazzi si fu diradata, io mi avvicinai a lui e gli dissi: “E’ stato molto bello, sei stato molto bravo” e lui mi sembrava quasi un po’ arrabbiato e mi disse: “Ma tu dove ti sei cacciata!” “Beh – dico io – ero in fondo, volevo vedere tutto”. Poi ci avviammo alla macchina, al parcheggio e mentre percorrevamo la strada molti ci guardavano ed io veramente camminando accanto a lui mi sentivo importante, era una sensazione veramente strana, perché io sono sempre piuttosto riservata e modesta e sentirmi importante mi sembrava una cosa un po’ fuori dall’ordinario. Comunque la cosa che ci fece molto piacere, incrociammo una giovane mamma che spingeva una carrozzina, ci fermò e disse a Eugenio: “Sa come si chiama la mia bambina? Si chiama Alma” e noi restammo un po’ meravigliati e poi commentammo la cosa e pensammo che questo fosse un grande augurio per Il cavallo rosso e per la sua scrittura: una bambina di pochi mesi che oggi penso avrà 25 anni e magari è qui che gira per il Meeting, che porta nel suo nome la testimonianza, dopo tanti anni, la testimonianza di questo libro. Gli incontri al Meeting furono poi molti, diversi, tutti bellissimi, emozionanti, e poi ci furono gli anni delle firme, cioè Eugenio si fermava, faceva le dediche a tutti questi giovani che si avvicinavano e approfittavano anche dell’occasione per avvicinarlo, scambiare qualche parola e questa sua presenza per le firme durò fino a quando poté farlo, perché poi sopravvennero i suoi problemi di salute e ad un certo punto non potemmo venire più. Salute anche piuttosto grave negli ultimi due anni, perché dopo la caduta e l’operazione non poté camminare più e passava le sue giornate seduto su una carrozzina, però tutti i giorni si faceva portare nello studio e io lo vedevo con il libro aperto, la matita in mano e gli dicevo: “Ma cosa fai?” E diceva: “C’è sempre da correggere, si può sempre migliorare”. Aveva davanti a sé Il cavallo rosso e io gli dicevo “ma guarda che questo è un libro perfetto” e diceva “tu ci scherzi ma veramente è un libro perfetto”.
Eugenio è sempre stato soddisfatto, contento, sereno del suo lavoro, sapeva di aver fatto un bel lavoro e questo gli ha dato tanta serenità, anche nell’ultimo periodo della sua vita piuttosto difficile per la salute. Lui era tranquillo, sereno, l’unica cosa di cui aveva bisogno perché per il resto era molto accudito – ho avuto delle persone che mi hanno aiutato moltissimo – ma la cosa che veramente voleva e che lo lasciava tranquillo è che io fossi sempre presente; con lui ogni tanto entravo nello studio, scambiavamo qualche parola ed è stato anche un periodo, direi, anche per me molto bello per un motivo: perché ad un certo punto sentii una grande tristezza, vedere quest’uomo così immobilizzato ed essere sempre presente, qualche volta mi pesava. Allora ho detto, devo trovarmi qualcosa che mi tiri fuori da questa tristezza ed ho trovato una soluzione bellissima, sono andata a prendere un cofanetto dove avevo conservato tutte le lettere di Eugenio fin dall’inizio, da quando ci eravamo incontrati e ho cominciato a rileggere le sue lettere e così per me è diventato facilissimo poi passare queste giornate, perché nei suoi atteggiamenti, nello sguardo, tante volte si fermava a guardarmi, ritrovavo tutto quell’affetto, tutte quelle premure che c’erano scritte nelle lettere. E’ stato molto sereno fino alla fine e l’ultima giornata eravamo lì tutti insieme e c’era anche sua sorella con il figlio, lui era a letto perché doveva fare delle flebo e chiacchieravamo, noi, del più e del meno, così, ed ad certo punto ci sembrò che si fosse assopito e allora abbassammo la voce e lui subito si risentì e ci disse: “Ma se parlate così io non vi sento!”. Era veramente molto presente sempre a tutto e due ore dopo con un colpo di tosse è mancato. Io non ci volevo credere, mi sembrò impossibile che una persona già così presente, così vivace anche in tante cose non ci fosse più. Questa è stata la sua storia, la fine della sua vita. Noi abbiamo avuto una vita veramente molto intensa pur nella nostra solitudine, perché per Eugenio ci voleva un ambiente tranquillo, che fosse adatto alla sua necessità di concentrazione. Il lavoro dello scrittore forse molti non lo sanno capire, ma è veramente un lavoro di grande fatica, perché bisogna applicare la mente intensamente e riflettere molto e per questo ci voleva silenzio e concentrazione. Noi abbiamo passato una vita anche, diciamo, ricchissima perché qualsiasi cosa ai suoi occhi, alle sue indagini, alle sue riflessioni diventava una cosa meravigliosa. Abbiamo fatto per diversi anno tanti viaggi, andavamo sempre un po’ all’avventura, conoscevamo la meta e conoscevamo anche il motivo per cui andavamo; si può dire abbiamo girato tutta l’Europa, siamo stati anche negli Stati Uniti, lui poi è andato anche nell’America Meridionale. Tutta questa esperienza che lui voleva affrontare era perché doveva conoscere, conoscere per poi riportare nei suoi libri e andavamo così un po’ all’avventura, certe volte ci sono capitati degli episodi anche un po’ strani, si correva qualche volta il rischio di non trovare neanche l’albergo per dormire, perché io insegnavo, avevo il lavoro e quindi le mie vacanze erano solo nel periodo estivo e quindi andavamo quando c’era tanta gente che viaggiava. Una volta, mi ricordo, dovevamo rientrare perché per me ricominciava il lavoro, eravamo in Grecia, e ci presentammo quasi all’ultimo momento al traghetto perché non ci eravamo informati degli orari, sapevamo che c’era quel traghetto e il capitano della nave non voleva saperne di accoglierci ma ci disse: “Sì, sì va bene, vi darò una cabina, però non so dove mettere la macchina”. Alla fine questa macchina imbragata dentro una grossa rete e appesa ad una gru fuori della nave fu sistemata così. A metà della notte partì il clacson, forse erano entrati degli spruzzi d’acqua e per un’ora ed anche più, finché non si fu scaricata la batteria, dovemmo goderci questo suono. Comunque, ecco, capitavano avventure di questo tipo e ne sono capitate diverse, naturalmente non è il caso adesso di raccontarle. La nostra vicenda iniziale fu molto turbolenta perché Eugenio aveva questa sua forte spinta alla scrittura, questa sua determinazione e poi sentiva questa sua vocazione come un dovere verso Dio e verso la società, però viveva in un ambiente agiato, in una famiglia che lo coccolava e poi lui era l’eroe tornato dalla guerra e sua madre era piena di premure, le sue sorelle in adorazione difronte a lui. Io invece vivevo in una situazione molto difficile, perché la mia famiglia da una situazione agiata ed anche di privilegio improvvisamente si era ritrovata in un’assoluta povertà e quindi io studiavo perché dovevo arrivare alla laurea, lavoravo e per queste esperienze dolorose che avevo avuto mi ero chiusa dentro proprio come un riccio e non permettevo a nessuno di avvicinarsi. Eugenio per un po’ ebbe pazienza, poi ad un certo punto si arrabbiò, mi arrabbiai anch’io e in questa situazione di prendere e lasciare durò parecchio tempo e alla fine quando io ripresi una vita normale, avvenne veramente l’incontro con Eugenio e ci fu un periodo di vita molto felice, i nostri viaggi in Umbria, fino a quando appunto, celebrato da don Gnocchi, ci fu il matrimonio. Il tempo purtroppo è molto breve ed ecco ho ricordato solo questo e così concludo e vi ringrazio.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. La riflessione conclusiva a Mons. Negri.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Il Meeting con la solita ruvidezza ha detto che alle sette dobbiamo andare via, perciò faccio un brevissimo intervento e sintetizzo quello che avevo in mente di dire. Questo è un libro dell’orrore e della follia. L’orrore di una società, di un’umanità e di una società devastata dal progetto di eliminare Dio dalla vita e dalla storia per sostituirlo con la propria ideologia. La folle avventura della Seconda Guerra Mondiale perseguita solo per l’incremento del potere italiano, che poi era un potere esiguo e queste migliaia e migliaia di persone condannate a morire in un modo atroce. Paola ne ha già ricordati alcuni, gente che si lasciava cadere – dice Corti – non aveva più nessuna resistenza e si lasciava morire nel freddo, gente che rischiava di perdere la propria dignità, che combatteva per avere una patata gelata, gente che ferita non riusciva ad essere accudita neanche minimamente. Dice Corti: “Ho visto dei medici operare questi malati con le lamette da barba”. Una cosa terribile. Si può sostituire Dio con l’uomo, ma una volta che si è sostituito Dio con l’uomo si crea una società infernale, infernale. Questi uomini sono stati sacrificati da un’ideologia folle e sono serviti ad affermare la vittoria del male, la vittoria del nemico di Dio. E’ un libro dell’orrore che cerca di richiamarci al fatto che non dobbiamo mai cedere le armi di fronte al demonio che, come dice la liturgia, “ci circuisce, cercando chi divorare”, ma amici miei questo è anche il libro della certezza della Fede, perché questa orrenda cosa che è stata la guerra in Russia e dentro questa, questa “straordinaria avventura terribile” di coloro che sono stati sacrificati cinicamente, certo, da responsabili di cui si potrebbe fare nome e cognome, questi hanno dimostrato al mondo che nel loro sacrificio era Dio che vinceva, che il loro sacrificio partecipava in modo misterioso, incomprensibile, molte volte forse in modo inconsapevole anche per loro, ma era la loro testimonianza di fede. Sono morti perché la loro vita, che era stata educata ad essere vissuta nella Fede, nella Carità, nella Speranza e nel desiderio di testimoniare Cristo in qualsiasi circostanza, in quei poveri esseri rattrappiti sotto il gelo che senza vestiti, dietro quell’immane ecatombe, si riverificava in maniera incredibile la morte del Signore che salva il mondo attraverso il suo sacrificio. Questa è una cosa straordinaria, questo è la grande testimonianza di Eugenio Corti in questo testo, è la sua promessa, la promessa a sua madre, la promessa alla Madonna del Bosco che sarebbe vissuto per raccontare, per raccontare la grandezza del male dell’uomo, la grandezza del Bene di Dio. Questa è una cosa a cui facciamo fatica noi a credere e questa è l’unica chiave di lettura nelle grandi tragedie della nostra vita, nazionale e internazionale, che non avremmo mai pensato si sarebbero profilate in modo così spaventoso, nella terribile vicenda di vite quotidiane segnate da violenza e orrori non meno gravi di quelle che i nostri soldati hanno vissuto in Russia. Noi siamo chiamati a credere qui ed ora, come disse Papa Francesco nella prima bellissima pagina della sua prima Enciclica, siamo chiamati a riprofessare oggi qui la Fede, perché il Signore vince il male, ma non lo vince in astratto, lo vince nel sacrificio di coloro che credendo in Lui vivono tutte le circostanze, anche quelle più terribili e incomprensibili, come un ultimo gesto di Fede in Lui. Possono essere morti gridando “viva i Savoia”, possono essere morti gridando “viva la patria”, molti saranno morti bisbigliando timidamente il nome della propria mamma o della propria moglie, ma ciò per cui morivano era la certezza che la loro vita non era inutile, non sarebbe stata inutile e partecipava in modo misterioso ma reale, della grande vittoria con cui Dio ha vinto e vince il male ogni giorno. La nostra Fede, la certezza che Corti ci ha consegnato in tutti i suoi interventi, la certezza che Corti ci ha consegnato è una sola, grandissima e bellissima e da scoprire e da rivivere quotidianamente: la Fede vale più della vita. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Mons. Negri del suo sforzo di sintesi. Ringraziamo tutti. Nel finale vorrei ricordarvi che potete leggere nella rivista “Studi Cattolici” la bellissima lettera che Corti scrisse in questo suo ultimo intervento: una lettera che è un testamento spirituale scritto alla moglie Vanda, che ha sempre custodito questa opera, questo cammino e questa fedeltà. Grazie della sua presenza e grazie a tutti voi.

Invito alla lettura: I PIÙ NON RITORNANO. Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-43)

Data

26 Agosto 2014

Ora

18:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3