INVITO ALLA LETTURA. ESPOSIZIONE DELLA FEDE. DE FIDE ORTHODOXA

Presentazione del libro di Giovanni Damasceno (Ed. ESD). Partecipano: Francesco Braschi, Dottore ordinario della Biblioteca Ambrosiana; Giorgio Carbone, Direttore delle Edizioni Studio Domenicani. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Cominciamo subito questa proposta di invito alla lettura. Il libro è delle Edizioni Studi Domenicani, che per chi è abituato in questi ultimi anni ha le sue interessanti proposte: riguarda Giovanni Damasceno e il suo testo, corposo, originale che si chiama Esposizione della Fede, De fide Ortodoxa, per la precisione. Abbiamo con noi padre Giorgio Carbone che è direttore dell’Edizione Studi Domenicani – forse qualcuno lo conosce di vista, lo salutiamo, è sempre fedele al Meeting – e padre Francesco Braschi, Direttore della Biblioteca Ambrosiana della sezione di Slavistica ed è anche di Russia Cristiana, che molti di voi conoscono. Le edizioni Studi Domenicani curano da diverso tempo la pubblicazione di diversi autori, Padri della Chiesa: Tertulliano, Dionigi, Giovanni Damasceno ed altri. E poi hanno naturalmente una grande parte dedicata a Tommaso d’Aquino. Sono in programma prossime pubblicazioni riguardanti Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo. Tutto questo patrimonio ricchissimo della riflessione dei primi secoli cristiani è fondamentale per l’assetto e per la consapevolezza che la Chiesa ha di sé, con cui intraprende il suo cammino e la sua storia e imposta, su questa fervente riflessione, tutto il suo proseguire e camminare nella storia.
Giovanni Damasceno: l’occasione oggi è conoscere la cura con cui è stata fatta questa edizione e la sua importanza e utilità proprio per questo aspetto di trasmissione della conoscenza e della fede. Perché la fede è depositum fidei, è tutto quanto la Chiesa riconosce come fondamento di se stessa. Il libro permette di conoscere in modo più divulgativo una figura come quella di Giovanni Damasceno, che nasce in un periodo importante, nel 650 o attorno a quell’anno, nella zona della Siria. La letteratura e la teologia siriaca sono vastissime e forse ancora non conosciute appieno: Giovanni Damasceno si trova in una situazione dove già c’è Maometto che ha preso molti territori attorno, forse già prostrati dal dibattito sulle eresie che in tutto il V secolo e nella vita della Chiesa era stato argomento di discussione. E arriva fino al tema dell’immagine e del ruolo della rappresentazione dei misteri di Dio attraverso la bellezza e l’arte. Una figura cardine in un’epoca in cui ci sono temi di convivenza, di post-eresie, la necessità di fissare nuovamente un’esposizione della fede. Ma chiederei subito a Francesco Braschi di introdurci a questa figura e a questo momento storico.

FRANCESCO BRASCHI:
Giovanni Damasceno è una figura luminosa della patristica greca, anzi, viene considerato l’ultimo Padre della Chiesa e colui che chiude un’epoca patristica che viene definita come l’epoca sorgiva della costruzione di una visione del mondo cristiana. I Padri della Chiesa hanno appunto questa caratteristica unica: sono coloro che, partendo dalla generazione immediatamente successiva alla predicazione degli apostoli, costruiscono a poco a poco una comprensione cristiana della realtà. E lo fanno confrontandosi con tutte le posizioni esistenti dal punto di vista religioso, non solo il paganesimo olimpico di cui tutti abbiamo qualche ricordo ma anche le religioni che cercavano una salvezza, le religioni misteriche, le religioni di trasformazione dell’uomo. Si confrontano poi con le religioni gnostiche, con le correnti filosofiche che continuano a svilupparsi, pensiamo al medio e al neoplatonismo. Insomma, i Padri sono coloro che costruiscono una cultura, intendendo con questo la concreta offerta di modelli di pensiero, di ricomprensione di vari aspetti della realtà che partono dall’esperienza cristiana. Certamente, Giovanni Damasceno è al termine di questa parabola sorgiva, potremmo dire che con lui comincia anche nell’ambito greco il Medioevo. È un’affermazione che riguarda la storia del pensiero e non le divisioni della storia convenzionale che fanno iniziare il Medioevo ben prima, ma possiamo dire che Giovanni è testimone di un cambiamento che dice ben di più che la conclusione di un’epoca ed è appunto il cambiamento che vede la sostituzione di una rigogliosa cultura cristiana nell’ambito della Siria che riceve il cristianesimo nell’epoca apostolica.
Anzi, è proprio ad Antiochia che i cristiani vengono chiamati per la prima volta tali. La Siria sviluppa addirittura una lingua che è una ripresa dei dialetti aramaici che anche Gesù parlava, che si struttura anche dal punto di vista grammaticale a partire dall’esperienza cristiana. Questa parabola del cristianesimo siriano non si conclude con Giovanni Damasceno ma vive un momento di profonda mutazione e vera e propria crisi con l’arrivo del dominio musulmano. Giovanni Damasceno nasce intorno al 650 a Damasco, che è dal 636 sotto il dominio musulmano. Sappiamo che i musulmani vennero addirittura accolti come dei liberatori perché, prima del loro avvento, la Siria era un regione di confine dell’impero bizantino, oppressa dalle tasse e dalla burocrazia bizantina. E dunque questo arrivo di nuovi dominatori venne da molti salutato come qualcosa di positivo. La famiglia di Giovanni era importante perché il nonno e il padre erano stati importanti funzionari, prima sotto l’amministrazione bizantina e poi sotto l’amministrazione del califfato. Lo stesso Giovanni ebbe come compagno di infanzia colui che poi sarebbe diventato il califfo Yazid, figura di primaria importanza nella storia musulmana. Ebbe una conoscenza approfondita del greco e della cultura greca e anche una buona conoscenza della lingua araba e dell’Islam.
Anche per questo è molto importante, perché Giovanni Damasceno è uno dei testimoni della prima riflessione cristiana sull’Islam e non a caso i Padri della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici che hanno a che fare con l’Islam nel suo sorgere, normalmente lo considerano come una eresia cristiana. Non dunque come un fenomeno totalmente nuovo ma come un fenomeno religioso che attinge molto dal cristianesimo, che conosce forse in una forma deformata, probabilmente attraverso comunità giudeo-cristiane che persistevano nell’ambito dell’entroterra siriano. Questa educazione fa sì che Giovanni inizi la sua carriera come funzionario dell’amministrazione del califfato: era una sorta di sovrintendente all’amministrazione della parte cristiana della popolazione. Ma non va avanti molto in questa attività perché intorno al 700, pare – è una data non accettata da tutti gli storici -, quindi quando ha all’incirca cinquanta anni, abbandona la vita secolare e inizia un’esperienza monastica che lo porterà intorno al 715/718 al monastero di San Saba presso Gerusalemme ormai musulmana. E intorno al 730 – non sappiamo la data, in un anno che va dal 705 al 735 – viene anche ordinato sacerdote dal Patriarca di Gerusalemme. Continua la sua vita ascetica di monaco e la sua attività letteraria molto intensa, scrive opere tra cui ricordiamo, oltre al De fide ortodoxa, i Discorsi contro gli iconoclasti, cioè contro coloro che avversavano il culto delle icone. Muore verso il 750 in età molto avanzata. Verrà poi esaltato nel 787 dal concilio Niceno II che riconoscerà definitivamente per tutta la Chiesa la dottrina della liceità delle immagini sacre e delle icone. È un concilio, il Niceno II, poco studiato in Occidente mentre per la Chiesa d’Oriente rappresenta proprio uno dei capisaldi della fede ortodossa. Giovanni Damasceno, figura così ricca a livello intellettuale e spirituale, è soprattutto un monaco, ma in questa opera, il De fide ortodoxa, ci lascia qualcosa che è stato paragonato alla Summa Teologica di san Tommaso d’Aquino. È stato anche paragonato al Liber Sententiarum di Pietro Abelardo: da questo punto di vista, la sua opera ha un’influenza profonda nella teologia orientale, rimanendo comunque uno dei grandi punti di riferimento della teologia della Chiesa ancora indivisa, perché ci riferiamo a prima del grande scisma tra la Chiesa orientale e occidentale. Io mi fermo qui per il momento: su questo panorama, lascio a padre Carbone di cominciare a presentare l’opera.

GIORGIO CARBONE:
Ringrazio dell’invito che ormai è quasi un’abitudine, speriamo consolidata e annuale, che il Meeting sceglie di proporre alcuni libri della nostra casa. Appena ho ricevuto la notizia da Marco che veniva scelto questo libro, ho fatto subito una mail con i complimenti per la scelta, non perché avesse scelto un libro della nostra casa – perché comunque ne avrebbe scelto uno, per avermi fatto la comunicazione -, ma per aver scelto questo libro in particolare. Gli ho scritto: “Probabilmente san Tommaso d’Aquino, tra i tanti libri che abbiamo pubblicato nel corso degli ultimi dodici mesi, avrebbe fatto la stessa scelta. Perché Giovanni Damasceno De fide ortodoxa è una delle opere maggiormente citate da Tommaso in tutto il suo corpus letterario, specialmente nella Somma Teologica, in cui ci sono passaggi chiave nei quali Tommaso cita proprio il De fide ortodoxa come, ad esempio, il prologo della parte morale. Poi mi sono domandato come mai il Meeting abbia scelto Giovanni Damasceno e non piuttosto Matteo Ricci Il catechismo che abbiamo pubblicato oppure Napoleone Bonaparte Conversazioni sul cristianesimo con prefazione molto provocatoria del cardinal Giacomo Biffi.
E allora – sono mie supposizioni che Camillo potrà confermare oppure disattendere -, perché Giovanni Damasceno, come ricordava padre Braschi, è nato in una periferia del mondo e a quell’epoca dell’impero, in Siria, che a quell’epoca era un Paese crocevia. Sia dal punto di vita politico, infatti, è una delle prime zone occupate dall’Islam, e anche dal punto di vista cristiano, tante correnti e movimenti ereticali avevano appoggi e comunità in Siria. Poi, perché l’altro tema del Meeting, “il destino non ha lasciato solo l’uomo”, richiama un tema ricorrente in questo testo, il tema del disegno divino di salvezza che Giovanni Damasceno chiama “economia divina”. Per cui, tutto viene letto all’interno della fede e lo vedremo con brevissime citazioni. Innanzitutto, Giovanni è un testimone della teologia apofatica, cioè negativa, a cui noi occidentali siamo poco abituati. “Dio è indicibile – così dice Giovanni – perché eccede ogni comprensione, però non ci abbandona alla nescienza più totale perché parla di sé nella creazione e attraverso la rivelazione”: questo è il contenuto dei primi capitoli.
Ma Giovanni insiste sulla nescienza di Dio: “Noi non conosciamo ciò che Dio è – cito dal capitolo 2 -. Ignoriamo e non siamo in grado di esprimere quale sia l’essenza di Dio, come essa sia in tutte le realtà, come Dio si sia generato – e qui pensa alla generazione del verbo -, come Dio sia proceduto a modo di ispirazione – parla della processione dello Spirito Santo -. Quanto affermiamo di Dio – ed è il capitolo quarto – non ne rivela la natura, ma ciò che è intorno alla natura. Se si afferma che è buono, giusto, sapiente e qualunque altro attributo, non si esprime la natura di Dio, ma ciò che è intorno alla natura di Dio. Ci sono alcune proprietà affermate di Dio che hanno la forza di una negazione eminente. Per esempio, affermare che Dio è oscurità: non pensiamo che Dio è oscurità, ma che Egli è non luce, al di sopra della luce. Per finire la citazione: “quando diciamo che Dio è infinito, è una negazione, vuol dire che Dio non è corporeo, che non è corpo”. Un altro attributo su cui Giovanni insiste tantissimo è l’incircoscrivibilità di Dio, Dio non è circoscrivibile, è una negazione ma non ho affermato niente di Dio. Quindi, la stragrande maggioranza degli attributi che noi predichiamo di Dio sono negativi e questo si deve ricondurre all’aspetto apofatico della teologia che salvaguarda la trascendenza e il mistero di Dio, a cui la teologia occidentale è meno consueta. Ecco, mi soffermo su un altro aspetto: nel leggere il De fide ortodoxa, evidentemente l’ho letto come studioso di san Tommaso. Giovanni Damasceno muore nel 750, Tommaso d’Aquino muore nel 1274. Giovanni Damasceno conosce un successo editoriale che noi ci auguriamo anche oggi, però il successo editoriale che conobbe nel 110 fu sbalorditivo. Venne tradotto dal greco al latino da Burgundio di Pisa, immediatamente utilizzato da un grande teologo, maestro di Parigi, Pietro Lombardo nelle sue sentenze.
Siccome le sentenze di Pietro erano il manuale di teologia della grande Scolastica, il pensiero di Giovanni Damasceno filtra nella Scolastica. Quindi ho trovato tante dipendenze di Tommaso d’Aquino da Giovanni Damasceno. Ad esempio, questa che riguarda i rapporti tra anima e corpo umano. Abitualmente diciamo che l’anima è nel corpo, no? Volgarmente si dice così, perché in modo inconsapevole pensiamo come Cartesio. Cartesio ha pensato che l’anima entra nel corpo attraverso questa misteriosa ghiandola pineale. E quindi ci immaginiamo l’anima come uno spiritello che entra dentro. Per Giovanni Damasceno è tutto il contrario, per Tommaso d’Aquino è tutto il contrario. Sentite questo, cito dal capitolo XIII: “L’anima è collegata tutta intera all’intero corpo; l’anima è nell’intero corpo. Non è una parte del corpo, non è contenuta dal corpo, piuttosto l’anima contiene il corpo come il fuoco ravvolge il ferro ed essendo nel corpo compie i propri atti”. Quindi, il rapporto è invertito. Tommaso d’Aquino userà più o meno la stessa idea, che verrà utilizzata con un’altra metafora: non usa quella del fuoco ma quella del rapporto tra arte e tecnica artistica e prodotto artefatto o artificiale. I principi artistici stanno al prodotto artificiale così come l’anima sta al corpo, i principi dell’arte sono incarnati dal prodotto artistico così come l’anima è incarnata, vive, dà vita, sostiene, contiene il corpo.
Poi, un altro grande tema che mi rende particolarmente attuale Giovanni Damasceno: se questo è l’ultimo grande Padre della Chiesa, se la Chiesa lo qualifica come Padre, è un padre vivente e noi ne siamo figli.
Quindi, dobbiamo trovare motivi di attualità in questi grandi autori. Un motivo è lo stupore: lui mette in relazione lo stupore di fronte al creato con la fede. Richiama un po’ Platone. Per Platone, la teoresi philosophicae inizia dalla meraviglia; Giovanni Damasceno, ispirandosi a Platone, dice che “bisogna lasciarsi riempire di stupore da tutte le opere della Provvidenza: lodarle tutte, accettarle tutte”. E qui c’è una velata critica a un atteggiamento pessimistico verso la creazione materiale. Superando la tentazione di individuare nelle creature aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui, ammettendo invece che il progetto di Dio va al di là della capacità di comprensione, di conoscere dell’uomo. Quindi, come la conoscenza inizia con lo stupore – e questo è Platone -, così la fede inizia con l’ammirazione verso il creato. Attraverso la conoscenza, la contemplazione, l’uomo può scorgere il bello, il vero e il buono che sono il riflesso della bellezza e della gloria di Dio. Poi c’è un altro aspetto, quello della grandezza e della miseria dell’uomo. L’uomo viene presentato come mediano tra la creazione visibile e la creazione invisibile, tra la creazione materiale e la creazione degli angeli: “L’uomo è intermedio tra grandezza e miseria, al tempo stesso spirito e carne. Chi ambisce alla grandezza, accumunato qua giù all’animale, ossia nella vita presente, va trasferito altrove nell’eternità futura, limite del Mistero, deificato dall’incarnazione verso Dio e dalla partecipazione all’illuminazione divina, ma non mutato nell’essenza divina”.
Sembra di ascoltare quasi Pascal ma non è Pascal, siamo duecento anni prima di Pascal. E viene accennato al tema bellissimo, molte presente nei Padri della chiesa e nei grandi teologi della Scolastica, dell’uomo deificato, perché la grazia deificante deifica, divinizza. Poi c’è una grande insistenza sulla libertà, la libertà umana, quindi il libero arbitrio che viene presentato come indipendenza. La volontà è indipendente: “negli esseri razionali, cioè gli animali, si genera la tendenza a qualcosa e immediatamente un impulso all’azione, cioè l’animale agisce per impulso. Gli animali sono condotti – sto citando dal capitolo 37 – dalla tendenza naturale che perciò non si denomina né volontà né volizione. La volontà, infatti, è una tendenza naturale, razionale e indipendente. E negli uomini che sono razionali la tendenza naturale, cioè l’istinto, è condotta piuttosto che condurre, in quanto è guidata liberamente dalla ragione, poiché nell’uomo le forze cognitive e vitali sono congiunte; pertanto l’uomo tende liberamente alla volizione, liberamente riflette e vaglia, liberamente delibera, liberamente giudica, liberamente dispone di se stesso, liberamente sceglie, liberamente ha l’impulso e liberamente agisce in relazione a ciò che è secondo natura”. Quindi, un’affermazione insistente sulla libertà umana come indipendente, come autonoma. E l’ultima citazione sulla fede. Ricordavo prima che “il destino non ha lasciato solo l’uomo”: Giovanni Damasceno ce ne può dare una chiave, la fede. Per lui, la virtù della fede non è semplicemente l’assenso dell’intelligenza alla rivelazione che Dio ci fa di sé, per lui la fede è la chiave di lettura di tutta l’esperienza di vita. Sentite come ne parla: “Nell’ambito della fede – è il capitolo 84 – rientrano tutte le cose sia umane sia spirituali. Prescindendo dalla fede l’agricoltore non traccerebbe il solco sul terreno, né il mercante guiderebbe la propria anima a un piccolo vascello mentre l’onda del mare infuria. Prescindendo dalla fede neanche gli sposi si uniscono in matrimonio, né alcuna delle azioni del vivere. Per fede cogliamo intellettivamente che tutte le realtà sono state trattate dal non essere all’essere, dalla potenza di Dio. Per fede realizziamo rettamente tutto ciò che attiene sia al divino che all’umano”. Mi auguro che questi frammenti possano essere ricco antipasto per approfondire la lettura. Il libro si divide in 100 capitoli, si presenta come una sintesi, come una summa; è la summa del pensiero patristico, molto probabilmente Giovanni Damasceno vive in un periodo di travaglio, di crisi molto simile al nostro, di rapida successione degli eventi. Quindi, lui condensa tutta la tradizione dei Padri in questa, che è un’opera di sintesi ed è anche un pregio. Dice che gli uomini del nostro tempo (si riferiva al suo, ma sembra il nostro) hanno poco tempo per leggere, e quindi condensa tutta la tradizione dei Padri della fede in questi 100 capitoli. Buona lettura!

CAMILLO FORNASIERI:
Qualche ultimo accenno di questa sintesi a cui accennava padre Carbone, che ringrazio. Tra l’altro, metà è testo greco, e i 100 capitoli sono ben identificati con temi, argomenti come libertà, fede, creazione, ricercabili con una certa facilità. Sentiamo ancora padre Braschi, qualche cenno finale.

FRANCESCO BRASCHI:
Abbiamo visto che Giovanni Damasceno diventa monaco e passa tutta la sua vita in monastero, da quando decide di lasciare la vita attiva fino alla morte. E sarà anche apprezzato consigliere di Vescovi, sarà soprattutto un maestro spirituale. E allora, dopo che il padre ci ha presentato alcuni tratti della sua dottrina teologica, io vorrei solo lasciarvi qualche assaggio da un altro punto di vista. Perché il padre, che appartiene all’ordine dei frati predicatori, dei domenicani, giustamente ha guardato Damasceno partendo da san Tommaso, dalla teologia medievale. Io, di formazione sono un patrologo e guardo Damasceno, invece, dal punto di vista di quelli che sono venuti prima di lui. Lo vedo come colui che sintetizza un’epoca, come già anche il padre ha accennato. Ebbene, questo è il terzo volume di un’opera che Damasceno vuole comporre, un’opera che sarebbe iniziata con dei capitoli filosofici dove Damasceno cercava di dimostrare tutto il positivo, che anche nella filosofia precristiana c’era, come propedeutica, coma avviamento alla conoscenza di Dio.
E in questo seguendo una tradizione della sua terra luminosa: pensiamo a san Giustino Martire, che proprio di quella terra è originario ed è colui che valorizza nel II secolo la dottrina del logos, quindi trova il punto di connessione tra la ricerca filosofica greca e la teologia cristiana. Il secondo volume di quest’opera sarebbe stato un volume che mostrava l’assurdità delle eresie cristiane, quindi la ripresa di un’opera di Epifanio di Salamina Il Panarion, che metteva in luce come tutte le eresie deformano il volto di Cristo, deformano la sua dottrina. E questo terzo volume finalmente avrebbe presentato una sintesi positiva della dottrina. Ma che cosa sottolinea di particolare il Damasceno? Innanzitutto, all’inizio del primo volume lui dice: “Non voglio dire nulla di mio”. Cioè, si pone chiaramente al servizio di una tradizione che lo precede. In un’epoca di sconvolgimento, ritiene fondamentale tenere chiaro, fissare con saldezza il patrimonio che lui stesso ha ricevuto. E di questo patrimonio lui coglie, innanzitutto, una dottrina su Dio che viene come ripartita in due parti, secondo uno schema tipico dei Padri. La teologia intesa come l’indagine che comincia appunto con l’affermazione della inconoscibilità di Dio, l’indagine su chi è Dio in sé. E poi si apre a quella che viene chiamata l’economia divina, cioè come Dio si preoccupa dell’uomo, si manifesta all’uomo, entra in dialogo con l’uomo per portarlo a salvezza.
Ecco, una cosa tipica del Damasceno è che tra questa prima parte, in cui si ragiona su Dio, sulla Trinità, su chi è Dio, e la parte in cui si descrive, dall’Incarnazione in poi, tutta l’opera di Dio, abbiamo una parte dedicata all’uomo e al cosmo, una parte dove quella affermazione che prima il Padre ci ricordava, cioè dell’uomo come anello di congiunzione, come il ponte tra la creazione sensibile e la creazione intellettuale, trova una collocazione concreta. E si occupa il Damasceno anche di quelle che a noi sembrerebbero questioni più di fisica o di cosmologia, ma proprio per affermare che tutta la realtà creata ha come fine questo incontro, questo dialogo tra l’uomo e Dio. E dunque in questo modo il Damasceno supera anche il sospetto che dalla cultura greca si era ereditato nei confronti della materia, nei confronti della realtà sensibile. E tutto questo viene espresso attingendo a Gregorio di Nazianzo, un altro dei grandi Padri del IV secolo, dove appunta Damasceno parla della bontà della creazione e dice: “Bisogna sapere che Dio, il principio, vuole che tutti si salvino e si ritrovino nel suo regno. Infatti non ci ha plasmati allo scopo di punirci, bensì per renderci partecipi della sua bontà, in quanto Egli è buono”. C’è questo principio di una bontà della realtà, si può guardare la realtà con uno sguardo positivo, perché Dio stesso l’ha pensata così. E ancora, poi, quali sono gli strumenti che Dio ha dato all’uomo per conoscerLo, per accorgersi di Lui, ma anche per stare dentro la realtà? Dice: “Attraverso la sensazione dell’anima – capitolo 36 – si costituisce la passione, che si chiama immaginazione, e da questa si genera l’opinione.
Successivamente la ragione discorsiva, esaminando se l’opinione sia vera o falsa, giudica il vero e da ciò viene chiamata discorsività, che decide dal meditare e dal discernere”. Ecco dunque che la capacità dell’uomo di ragionare, di distinguere, di discernere viene comunque dopo quella che lui chiama la sensazione e la passione che dalla sensazione viene generata”. E c’è quindi anche nel meccanismo conoscitivo dell’uomo proprio l’unione di questi due elementi, oltre a un aspetto tutto dedicato alla provvidenza di Dio. Qui secondo me Giovanni Damasceno raggiunge alcune delle sue vette più interessanti perché vede la provvidenza non come una sorta di forza che dall’esterno irrompe nella storia quasi cancellando l’agire umano, ma vede la provvidenza come la forma più profonda e più completa del desiderio che Dio ha di operare il bene, chiamando a partecipare a questo bene le sue creature. Infatti dice: “Bisogna sapere – capitolo 43 – che la scelta delle azioni da compiere dipende da noi, la libertà. Mentre il compimento di quelle buone dipende dalla sinergia di Dio, cioè dal fatto che Dio agisca con noi, conformemente alla sua prescienza”.
C’è un discorso molto importante in Damasceno riguardo alla prescienza di Dio: Dio conosce in anticipo ma la conoscenza da parte di Dio della nostra risposta non vuole dire che Dio predetermini la nostra risposta. E’ una forma sublime di amore: conoscendo anche in anticipo la nostra risposta, comunque Lui non pregiudica il nostro agire e crea amando anche colui che poi non proseguirà il bene. E arriva Damasceno a dire: “Giustamente Dio coopera con chi ha liberamente scelto il bene con retta coscienza, così come il compimento delle azioni malvagie dipende dall’abbandono di Dio”. Ma attenzione, questo abbandono di Dio è un genitivo insieme oggettivo e soggettivo. C’è Dio che abbandona l’uomo che compie il male, nel senso che lascia che quel male venga compiuto dall’uomo. Ma compimento delle azioni malvagie è anche il risultato delle azioni dell’uomo che abbandona Dio, e quindi questo corrisponde a una frase che i Padri della Chiesa spesso citano: “Dio non riconosce quelli che non lo conoscono”, quelli che rifiutano la sua conoscenza.
Ma anche in questo abbandono, Dio che si distacca dall’azione malvagia, perché non può cooperare al male non viene meno alla misericordia, perché – conclude il Damasceno – “sono due le forme di abbandono”. C’è l’abbandono che lui chiama economico e corrisponde comunque al piano di salvezza di Dio, paideutico, un abbandono quasi educativo, medicinale. E vi è l’abbandono completo e privo di ogni speranza. Il primo abbandono, l’abbandono correttivo, lo chiameremo così, avviene in vista della correzione, della salvezza e della gloria di chi soffre o in funzione dell’emulazione o dell’imitazione altrui, oppure per la gloria di Dio. Mentre il secondo abbandono, quello che giudica, completo e privo di speranza, avviene allorché, pur avendo Dio creato tutto in vista della salvezza, l’uomo non se ne cura e rimane insensibile e inguaribile o piuttosto irrimediabilmente fermo nei suoi propositi malvagi. Allora gli viene comminata la completa perdizione, come a Giuda, il libro presentato prima. Ma sentite come conclude: “Ma Dio sarà indulgente con noi e ci sottrarrà a tale abbandono”.
Da parte di Dio, anche questo abbandono completo comunque non è mai l’ultima parola, c’è sempre un tentativo di sottrarre l’uomo a questo abbandono. E infatti dice Damasceno: “Bisogna sapere che molte sono le modalità della Provvidenza divina che non possono essere interpretate razionalmente né comprese intellettivamente. Si deve sapere che gli eventi funesti traggono verso la salvezza coloro che li accettano con uno spirito di riconoscenza e pertanto risultano di estrema utilità”. Ecco, provate a immaginare un uomo che scrive queste parole mentre sta comunque assistendo al crollo di un mondo, al crollo di quelle strutture anche politiche, al crollo di quell’impero bizantino che era comunque un impero cristiano, che desiderava la sinfonia tra vita civile e vita religiosa, davanti alla sostituzione con un regime nel quale ai cristiani viene comunque chiesto di pagare un tributo. In questa situazione, Damasceno ha il compito di affermare che nemmeno gli avvenimenti funesti sono un segno dell’abbandono di Dio.
Faccio un paragone ardito. Mi viene in mente Novoselov, un pensatore russo a cavallo tra la rivoluzione di Ottobre e lo stalinismo di cui sarà vittima. Davanti alla domanda: “Perché Dio ha permesso la distruzione della Chiesa ortodossa in Russia?”, risponde: “Dio permette che ci venga tolto solo ciò da cui noi ci siamo già allontanati e lo fa comunque in vista di un nostro pentimento, di un nostro riconoscimento di quello che lui ci offre”. Ecco, è un testo di sintesi, dunque, il De fide ortodoxa, che è come trapuntato da questa profonda spiritualità che Damasceno vive, e vive nelle circostanze drammatiche della sua epoca di passaggio.

CAMILLO FORNASIERI:
E qui Braschi ha risposto alla domanda di padre Carbone: “Perché abbiamo scelto questo testo?” Questi ultimi accenni soprattutto dicono di quello che ci importa di quest’economia reale, non di quella fittizia che spesso governa i rapporti. Ci importa di questa testimonianza di amore ricevuto che noi intendiamo vivere così: di fronte a tutto ciò che crolla, ai fondamenti che non ci sono più, noi rispondiamo non con un’arcigna difesa dei valori ma con questa infinita possibilità che vogliamo fiorisca innanzitutto nella nostra vita. Vedete come i fondamenti ritornano, le figure diventano di profonda attualità, come nei Padri della Chiesa si salda questa cultura che nasce dall’esperienza cristiana, come hanno accennato i nostri due amici relatori. Vi ringrazio per questo lavoro della casa editrice che continua instancabile. Anche noi abbiamo occasione di approfondire questi Padri, che sono fondamento dell’esperienza che porta a fare anche il Meeting. Grazie per lo studio, per la chiarezza e semplicità, arrivederci alle prossime occasioni.

Invito alla lettura: Esposizione della fede. De Fide orthodoxa

Data

25 Agosto 2014

Ora

20:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3