INVITO ALLA LETTURA - Meeting di Rimini

INVITO ALLA LETTURA

Nostalgia di Resurrezione.
Presentazione del libro di Javier Prades López, Docente di Teologia Dogmatica alla Facoltà Teologica San Damaso di Madrid. (Ed. Cantagalli). Partecipano: l’Autore; Massimo Borghesi, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Perugia.
A seguire:
Lo stupore di una vita che si rinnova.
Presentazione del libro di S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro (Ed. Cantagalli). Partecipano: l’Autore; Renato Farina, Deputato al Parlamento Europeo.
A seguire:
Un popolo nella notte.
Presentazione del libro di Giorgio Paolucci, Giornalista (Ed. San Paolo). Partecipano: l’Autore; S. Ecc. Mons. Giancarlo Vecerrica, Vescovo di Fabriano-Matelica.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

MODERATORE:
Bene, benvenuti, cominciamo questo appuntamento pomeridiano di invito alla lettura. Abbiamo due volti conosciuti, Massimo Borghesi e Javier Prades che salutiamo. Massimo Borghesi è filosofo, docente di filosofia morale all’Università degli studi di Perugia e ci aiuterà a introdurre il libro, edito da Cantagalli, di Javier Prades che è teologo, docente di Teologia a Madrid e responsabile del movimento di Comunione e Liberazione in Spagna. Il libro di Prades ha un titolo molto interessante e anche molto coinvolgente: Nostalgia di Resurrezione, ragione e fede in occidente. La parola a Massimo Borghesi, a cui poi seguirà l’intervento dell’autore. Grazie

MASSIMO BORGHESI:
Grazie Camillo. Dico subito che è con vivo piacere che presento questo lavoro del caro amico Javier Prades. Il titolo, come ci ricordava Fornasieri, Nostalgia di Resurrezione, è un titolo importante oggi, perché permette di capire esigenze profonde del nostro tempo, esigenze sotterranee, direi quasi che emergono con forza anche nella cultura laica. Prades parte da una frase di Habermas. Jürgen Habermas è forse il più rilevante intellettuale progressista europeo di oggi, l’ultimo esponente della scuola di Francoforte, che ha stabilito quel famoso dialogo con Josef Ratzinger, prima che Ratzinger diventasse Papa, sui rapporti tra illuminismo e cristianesimo. Bene, dice Habermas in uno scritto recente: la speranza perduta nella resurrezione lascia dietro di sé un vuoto identificabile. Questa è come una voce della cultura laica che si rende conto che comunque nell’idea di resurrezione è presente un’attesa che interpella ogni uomo, credente e non credente. Da qui muove il testo di Prades, da una esigenza non soddisfatta di resurrezione. Il termine nostalgia del titolo richiama evidentemente una delle ultime interviste di un altro grande pensatore tedesco della scuola di Francoforte, che è Max Horkheimer. Horkheimer, questo ebreo, passato attraverso il marxismo, che negli anni della vecchiaia riscopriva la propria eredità ebraica religiosa, in una intervista della fine degli anni 60, dal titolo La nostalgia del totalmente altro, diceva che quand’anche tutte le attese fossero risolte sul piano della storia, noi abbiamo la nostalgia di un altro, di un altro grazie al quale la vittima possa avere soddisfazione rispetto al suo oppressore. E poiché tutta la storia passata è storia di vittime che non hanno avuto il risarcimento adeguato sul piano della vita, chi darà loro risarcimento se non esiste nessun Dio? Chi gratificherà i giusti rispetto agli ingiusti? Questa era il problema da cui muoveva Marx Horkheimer nella ultima fase del suo pensiero ed è per questo che lui parlava non di una fede, ma di una nostalgia che questo altro esista. Nostalgia che possa esistere colui che ricompensi i giusti, colui che in qualche modo permetta la resurrezione dei morti. Da Horkheimer, da Adorno e da Benjamin, cioè dagli ebrei del XX° secolo, dai grandi pensatori della linea ebraica del XX° secolo, muove Habermas nella sua riflessione presente, questo laico illuminista che sente l’eccedenza della risposta religiosa, della domanda religiosa, che sente che nella dimensione religiosa c’è qualcosa che va perduto con la secolarizzazione e con la dissoluzione del cristianesimo. Bene, colpisce questa nostalgia in ambito laico, colpisce di fronte alla crisi della resurrezione in quello teologico, cioè quanto più in sede laica si avverte che qui c’è qualcosa di grande, tanto più paradossalmente in ambito teologico si tende a ridurre il grande significato della resurrezione cristiana. Dico questo perché alcuni mesi fa, ho avuto direttamente, Prades lo sa, uno scambio epistolare, che poi è finito anche sulla rivista Trenta giorni, con un noto teologo spagnolo che si chiama Andrés Torres Queiruga, molto famoso in Spagna anche in America Latina, i suoi libri sono anche tradotti in Italia. Ebbene Queiruga, teologo, nega che si abbia avuta allora esperienza visibile, sensibile della resurrezione. Il quadro del Caravaggio che mostra il dito di Tommaso dentro il costato di Cristo, è semplicemente una ricostruzione mitica, non ha nessun corrispondente storico. Cristo è risorto ma come ogni uomo nessuno l’ha visto, la sua anima è semplicemente volata in cielo. La sua è una immortalità, non è resurrezione. Bene questo, dice Torres, è perché Dio non può agire nella puntualità dello spazio del tempo, Dio non può violare le leggi della natura, non ci sono miracoli. Così un teologo cattolico e non è certo l’unico. Insomma la resurrezione non è stata esperienza fisica, tangibile da parte di nessuno. Cristo è risorto ma nessuno l’ha visto, questo è il senso. Questa riflessione su Queiruga è importante anche per comprendere il testo di Prades. In forma singolare, infatti, l’autore tratta del tema partendo dalla gratuità e questo è un approccio interessante, molto interessante. Che c’entra, direte, l’esperienza della gratuità con la resurrezione? Ma perché oggi la morte chiude, chiude in una forma tale per cui tutto è costituito in una forma tale da non pensarci alla morte. Tutta la nostra cultura, la nostra società si costruisce intorno a questa censura del morire, a questa paura del morire, a questa rimozione, per usare i termini della psicanalisi. L’eutanasia come ultima forma per non pensarci, come ultima forma per non affrontarla. La vecchiaia è impresentabile, la vecchiaia è impresentabile, il mito dell’eterna giovinezza al centro di questo mondo che è terrorizzato dall’idea, che è giustamente terrorizzato dall’idea di morire, perché se non c’è nessuna speranza oltre la morte, giustamente la morte fa paura. Chiude nel senso che la speranza nella resurrezione è assente, è la grande assente. E difetta perché difetta l’esperienza della gratuità. Le due cose sono insieme, non si spera più che l’uomo possa risorgere perché è l’esperienza del gratuito che non c’è più, dell’amore gratuito, del dono disinteressato. La nostra società è stretta tra l’economico che riguarda la dimensione adulta e l’erotico che riguarda la dimensione giovanile. Fra economia ed erotica è il nostro mondo. E in questo contesto l’affermazione del Cantico dei cantici, l’amore forte come la morte, non è possibile, non è esperienza quell’affermazione, di qui la tensione tra eros e timore primordiale della morte. Questo è il livello elementare della natura, che oggi costituisce la gran parte dell’umanità che noi abbiamo di fronte. Eros, amore come eros semplicemente e unicamente come eros e timore primordiale della morte. Per uscire fuori di qui occorre l’irrompere del gratuito, che un uomo si innamori. La morte di un amico, come per Agostino, un gesto di affetto che superi tutto, ogni logica. La morte della persona cara non vale qui come morte ma per ciò che toglie, il mondo, la vita risplendevano di una presenza e noi non lo sapevamo, questa è la lezione che viene dalla mancanza di chi ci è caro. Noi tutti viviamo alla luce di presenze che illuminano la vita e di cui non ci rendiamo conto. Ci rendiamo conto solo quando ci vengono a mancare, la vita viveva di quella presenza, era piena la vita perché quelle persone c’erano, magari lontane, magari per anni non ci siamo visti, poi all’improvviso vengono a mancare e allora è come un vuoto e le cose non risplendono più. Noi tutti viviamo dentro una gratuità di cui non ci rendiamo conto, i nostri genitori, i nostri amici, i nostri cari. Solo nell’esperienza del gratuito, di un grande amore, la vita è strappata al suo destino naturale, cioè la morte. L’esperienza che la vita è di più, che deve vivere, che non può morire, vale per coloro che hanno amato, che ci hanno amato, non in relazione agli egoisti, agli avari, agli ignavi, ai turpi. Nessuno si dispiace della morte dei malvagi. E’ giustizia il morire per i malvagi, è giustizia di Dio il morire dei cattivi, ma quando muore un giusto allora sì che la morte è sentita come ingiusta. Noi diciamo che la morte, no, non è vero non è uguale per tutti, il dolore è per il venir meno dei giusti, i giusti sono di Dio, non possono morire. La nostalgia di resurrezione si lega allora all’esperienza di un grande amore, di una creaturalità che avverte il destino naturale non come compimento, come fa il naturalismo del nostro tempo, si nasce, si vive, si muore, è giusto così. No, non è vero che è giusto così, l’uomo avverte un’ultima protesta di fronte al morire quando la vita è stata grande, quando è stata misera allora no. Ma quando è stata grande, grande di donazione, di affetto, allora sì che la morte appare innaturale e non c’è naturalismo biologico che possa convincere del contrario. La morte avvertita come ferita, il cristiano è qui il ribelle, come molti hanno saputo, non è rassegnato, il rassegnato è il naturalista che ti dice che devi morire. Ma perché, perché mai la morte dovrebbe essere l’ultima parola quando la vita è stata così grande? Così grande di dono, così grande di umanità, un ribelle senza risentimento, un ribelle provocato dall’amore. Si desidera risorgere innanzitutto per gli altri. Per sé si desidera innanzitutto essere redenti, quegli altri che non possono morire ci provocano ad un cambiamento. Prades cita un bellissimo brano: posso rifiutare tranquillamente la soluzione cristiana al problema della vita, redenzione, resurrezione, giudizio, cielo, inferno, tuttavia con questo non si risolve il problema della mia vita, perché io non sono né buono né felice, non sono redento, tu hai bisogno di redenzione altrimenti sei perduto. Senza redenzione, la nostalgia di resurrezione è paganesimo. Senza redenzione, la nostalgia di redenzione è paganesimo cioè è semplicemente culto dei morti. Come era per Torres Queiruga, in cui il cristianesimo ormai è paganesimo: che differenza c’è tra la resurrezione cristiana e la speranza greca nell’immortalità dell’anima? Nessuna, è la stessa cosa. La nostalgia di resurrezione nasce solo in rapporto al cristianesimo, a Cristo, ad una umanità in cui risplende Cristo. Senza questa umanità redenta, la creazione è una promessa frustrata, è fonte di risentimento. E’ per questo che Prades giustamente titola uno dei paragrafi del suo volume: A che servirebbe esser nati se non venissimo riscattati. La nascita è una condanna a morte e non a caso, nel nostro tempo, non c’è più il coraggio di procreare, perché senza speranza in un destino finale, evidentemente, tu metti al mondo dei condannati a morte. E chi porta il peso di mettere al mondo un condannato a morte? La creazione è sopportabile, amabile, desiderabile solo alla luce della redenzione di colui che è morto e risorto per noi. E’ il per noi, il per me che muove il cuore alla gratitudine, all’affetto. Il sottotitolo di Prades, del libro di Prades è: ragione e fede in occidente. Nei suoi recenti interventi Benedetto XVI ha chiarito in che senso la ragione deve essere più larga. Sono state dette molte cose, anche a sproposito, su questa ragione più larga, anche con dei risvolti talvolta un po’ comici per la verità. Cosa significa una ragione più larga? Il Papa lo ha chiarito negli interventi recenti, una ragione che si apre all’amore. E qui si vede l’anima agostiniana di Papa Ratzinger, cioè una ragione non positivistica. Ragione e fede, ciò che media è l’amore di Cristo a Cristo. Si crede a colui che ci ha amati fino alla morte, si spera in colui che ha vinto la morte. Concludendo, nostalgia di resurrezione è nostalgia di Cristo per Prades, è desiderio di lui, desiderio che sia vero, vero che il giusto sofferente, il figlio dell’uomo abbia attraversato l’Ade, vinto la potenza degli Inferi, speranza viva per tutti, alfa e omega della vita.

MODERATORE:
Grazie, grazie Borghesi, bellissimo intervento che ci ha proprio mostrato tutta la parabola di questo preziosissimo percorso tracciato di Prades. A lui adesso la parola per un cenno complementare conclusivo.

JAVIER PRADES LÓPEZ:
Innanzitutto io prendo la parola per ringraziare il Meeting di Rimini, che ha voluto ospitare la presentazione di questo libro, nella persona di Camillo e Massimo che dimostra la sua amicizia come sorgente di ogni parola che ha detto. Di per sé il libro non è un libro, nel senso che non è unitario, è un volume dove si sono raccolti tre interventi, fatti in occasioni diverse. L’unico vantaggio è che, chi si stuferà può lasciare un capitolo e non deve aspettare la fine, perché lì è finita, si può ricominciare dopo. Questo spiega anche un po’ non solo la natura del volume ma della modalità di lavoro. Io sui contenuti non dico più niente. Volevo solo fare qualche cenno al tentativo espresso in questo libro, in sostanza quello di rendere testimonianza a chi mi sta educando e mi educa nella fede e nella teologia. Che cosa mi hanno insegnato e mi insegnano i miei maestri? Alcuni maestri letterari, altri persone vive, che adesso sono in Paradiso o persone vive che sono fra di noi. Prima, forse, ho tentato di riflettere nel libro che la teologia si deve paragonare con il presente, che la riflessione critica e sistematica della fede si deve paragonare con ciò che accade. Ed è questo che un po’ giustifica l’eterogeneità dei capitoli, perché lì, oltre che della gratuità che è forse il contributo più lungo, il primo, c’è anche una riflessione sulla dualità anima corpo, che è una fonte inesauribile di questioni di attualità o sulla presenza o meno di Dio in tutte le dimensioni della vita sociale. E questo non per una voglia di essere più intelligente degli altri, ma per non mortificare la fede. Se la fede non giudica ciò che accade, comincia a ripiegarsi, comincia ad andare indietro e comincia semplicemente a difendersi, poi ci si chiude nel castello e si aspettano tempi migliori. Per verificare la fede occorre giudicare e questo giustifica i temi e i contenuti scelti. E come si giudica, cioè che cosa vuol dire giudicare ciò che accade? Anche qui la lezione che ho imparato da chi mi insegna è che serve un paragone permanente fra i dati dogmatici, senza sconti senza compromessi. Redenzione è un dogma forte del cristianesimo, non piace, resurrezione è un dogma forte del cristianesimo tant’è vero che tanti lo mandano fuori. Incarnazione, Eucaristia cioè le poche grandi verità, uniche che la fede cristiana ci propone, da una parte, paragonandole con le situazioni vissute nella nostra società di oggi. E’ per questo che è molto affascinante andare incontro al bisogno umano che si esprime in tanti modi: dalla frase di Habermas che mi aveva colpito, che ha ispirato il titolo del libro, e che manifesta il bisogno di capire che cosa vuol dire questa strana tensione tra spirito e corpo che tutti sperimentiamo, alla tentazione di rimandare Dio nell’angolo eppure rimanere insoddisfatti o al sospetto che nulla sia veramente gratuito in questo mondo, che ogni mossa apparentemente gratuita possa avere dietro un qualche interesse o un’altra spiegazione. Queste sono cose che sono nell’aria che si respira; appena si prende il caffè al bar, la mattina, c’è sempre uno che ti dice: ma non essere ingenuo, ma non crederci, ma c’è sotto un’altra cosa. Pensate a un mondo senza gratuità, sarebbe l’inferno, ecco. Il tentativo svolto, chiudo, è comprendere meglio l’umano, a cominciare dalla mia umanità, di cui ho bisogno, comprendere meglio l’umano alla luce di questo fatto gratuito, imprevedibile che è l’incontro con Gesù Cristo, così come lui si è voluto porre, si è voluto manifestare nella storia e nella storia personale di ciascuno di noi. Chi incontra Gesù Cristo, proprio perché non finisce mai più di riconoscere e imparare la sua umanità, può comunque parlare con tutti e può così facendo illuminare anche le situazioni sociali e umane che si vivono e soprattutto alla fine verificare sempre più la propria fede. Se la fede non si paragona con l’umano viene meno, ed è per questo, mi auguro, che se può servire a qualcosa questo libro, sia a far fare, ad accompagnare l’esperienza, perché quando uno si paragona con la verità che ha incontrato, diventa più se stesso e crede di più in Gesù Cristo.

MODERATORE:
Introduco brevissimamente questo libro, di cui ci racconteranno i nostri ospiti, un libro che nasce nella ricorrenza del XXX anniversario del pellegrinaggio Macerata- Loreto. Il curatore di tutti contributi è Giorgio Paolucci, giornalista di Avvenire, che ha raccolto gli interventi di varie persone che hanno presenziato a questo pellegrinaggio, da Magdi Allam, al qui presente Giancarlo Cesana, a Giuliano Ferrari, Pezzotta, Benzi, e che traccia un percorso della genesi di questo gesto che, come dice il titolo, ha registrato un intensificarsi impressionante di presenze, dal suo inizio fino ad oggi. Do subito la parola a colui che ha generato questo gesto, Mons. Vecerrica, poi interverrà Paolucci e infine la testimonianza di Cesana.

S. Ecc. Mons. GIANCARLO VECERRICA:
Io ringrazio il Meeting per questa bella occasione che ci è data per continuare il pellegrinaggio e non abbiate a male che vi rivolga subito il solito invito: non vi stancate, perché l’alba è vicina. Il titolo del Meeting, O protagonisti o nessuno, è legato con una parentela stretta al pellegrinaggio Macerata-Loreto: il vero protagonista della storia è il mendicante, anche perché il pellegrinaggio è un’esperienza umana, cioè cristiana, che ha tutte le dimensioni dell’umano, l’aspetto culturale, caritativo e missionario. Molti mi domandano: ma perché adesso che sei vescovo, continui ad appassionarti al pellegrinaggio? Io rispondo, perché l’occupazione del vescovo è della propria fede davanti ad un popolo, e allora mi pare di essere sulla strada giusta appassionandomi non ad uno schema di vescovo ma ad una passione per la fede, perché diventi esperienza. Venendo a questo incontro, una volontaria del Meeting mi ha abbracciato, dicendomi: ho fatto tanti anni il pellegrinaggio chiedendo la grazia della conversione di mio marito. Quest’anno finalmente mio marito ha fatto il cammino e quando si è arrivati a Loreto si è messo gli occhiali scuri, perché calavano delle lacrime dagli occhi. La prima cosa che voglio dire è questa, che la passione per la vita e per la realtà in cui ero coinvolto, mi ha portato a pensare a questa esperienza. All’inizio ero colpito dalla testimonianza di don Lorenzo Dilani, che combatteva la mentalità cittadin-borghese e intellettual-studentesca (è una sua frase). Poi nel ’70 la vera rivoluzione della mia vita fu l’incontro con don Giussani, in cui ho percepito che la questione dell’affronto con la vita, con il reale era la mia fede, la mia vita, la mia persona, era il senso della mia vita. E da questi incontri poi è venuto il fatto che ero preoccupato della vita dei miei studenti del liceo classico di Macerata, perché nelle lezioni dell’ora di religione c’era una grande attenzione e passione per ciò che si proponeva e si tentava di vivere, ma poi le vacanze (don Giovanni Bosco le chiamava la vendemmia del diavolo) travolgevano tutta questa novità che accadeva durante le ore di religione. Allora proposi di rinverdire una tradizione secolare, che era sopita durante questi ultimi decenni colpiti dal materialismo e dal relativismo, di rinverdire una tradizione del nostro popolo che o all’inizio o alla fine di una grande esperienza si andasse a piedi a Loreto. E questo gesto poteva essere un grande faro per le vacanze, un segno che esprimeva che tutta la realtà, comprese le vacanze, hanno un senso, hanno un significato, e portano avanti l’unità di un’esperienza che si vive. E a me piace il titolo che Giorgio Paolucci ha dato Un popolo nella notte, perché il popolo, che è l’espressione più alta di tanti io che si mettono insieme, attraverso la notte della vita, la drammaticità della vita, è protesi ad incontrare l’alba. La notte è fatta per incontrare l’alba. E l’alba è proprio questo segno che noi in Italia consideriamo un privilegio, quella casa in cui c’è scritto Hic verbum caro factum est, qui è accaduto il mistero più grande, perché Dio si è incarnato, si è reso amico e compagno di vita. Allora questo popolo diventa interessante. La gente viene, soprattutto i giovani vengono, perché percepiscono che dentro questo popolo c’è una vita, c’è una prospettiva, c’è una profezia, c’è qualcosa che vale per la vita. L’episodio che è raccontato qui, dice come dei giovani che non vanno in parrocchia, non vanno in chiesa, vanno invece al pellegrinaggio. Alla domanda perché? Uno ha risposto: “Perché lì ci sentiamo coinvolti”. Un popolo vero è un popolo che sa accogliere, che accompagna e che guida a un percorso, il percorso dalla notte all’alba, dall’io distrutto, dall’io atrofizzato, dall’io che è infangato come tutti noi possiamo testimoniare, a un io redento, a un io toccato dall’incontro. E allora la mia testimonianza non è la mia testimonianza, è la testimonianza di un popolo, anzi, è la testimonianza della donna più bella al mondo, più significativa per la storia, è la testimonianza di Maria di Nazareth. Io ripeto con grande convinzione che il pellegrinaggio è della Madonna, perché io insieme ai miei amici ho iniziato, poi chi l’ha condotto, chi l’ha portato avanti è proprio Lei. E mi piace ricordare qui che due persone sono strettamente legate a questo pellegrinaggio. Insieme a Maria come la protagonista di questo pellegrinaggio, io ci tengo a mettere Giovanni Paolo II, che è venuto nel 1993 e che ha determinato questa mia continuità. Infatti due pellegrinaggi dopo, nel settembre 1979, quando è venuto a Loreto, io ho detto che avevo portato il primo popolo dei primi due pellegrinaggi e glielo avevo fatto dire da un sacco di persone, quella mattina, e quando sono andato ad abbracciarlo, ho cominciato anch’io a dire che c’era questo popolo, e lui, con quella sua voce cupa, mi ha detto: “Lo so, lo so, lo so!”, perché tanti glielo avevano detto. “Questi stanno tutti nel mio cuore, me li devi curare uno ad uno”. E ho detto: dal quel momento abbiamo un compito, una missione. Questo pellegrinaggio deve andare avanti. E l’altra persona è don Giussani, perché fin dal primo pellegrinaggio si è coinvolto, sia come giudizio sia come accompagnamento. E dico una piccola battuta: la prima volta che è venuto, 1987, ha fatto due o tre chilometri di cammino. Nei primi pellegrinaggi facevamo le cose un po’ alla meglio, e quindi si cantava, si parlava eccetera. Mi si è avvicinato, ricordo anche il punto della strada in cui mi si è avvicinato, e m’ha detto: “Diciamo anche qualche Ave Maria alla Madonna”. Poi da quel momento abbiamo cominciato a intessere tutto il pellegrinaggio dei quattro gruppi di Misteri del Santo Rosario. Io ci tenevo a ricordare i due personaggi. Chiudo dicendo che molti mi chiedono: qual è la ragione per cui questo pellegrinaggio si ingrandisce sempre di più, e abbiamo anche seri problemi organizzativi a tal proposito? E io rispondo sempre che primo, è la Madonna che lo vuole, e secondo, che è questo popolo di giovani accompagnati dagli adulti che lo vuole. Tanto è vero che si diffonde da persona a persona, da casa a casa, da io a io, è un fenomeno veramente straordinario. Allora ringrazio tutti, e aiutateci a portarlo avanti, perché può diventare sempre più il vangelo in azione e non stancatevi, perché l’alba è vicina.

MODERATORE:
Grazie Mons. Vecerrica. Paolucci

GIORGIO PAOLUCCI:
Sarò brevissimo. Il motivo per cui c’è il libro è che dieci anni fa una persona mi ha detto: vieni anche tu a questa cosa straordinaria che mi ha cambiato la vita. E io ho risposto andandoci. E a forza di andarci, la sovrabbondanza di doni ricevuti dalla partecipazione doveva in qualche modo essere comunicata e visto che il mio mestiere è comunicare, ho proposto agli amici del pellegrinaggio di fare il libro. Quindi il libro è nato da una sovrabbondanza di ricchezza dovuta alla partecipazione, come persona prima ancora che come cronista, a questo grande evento che è il pellegrinaggio. Pellegrinaggio che ripropone, secondo la questione fondamentale del cristianesimo, che il cristianesimo ha una partenza estetica e non ha una partenza etica, nel senso che non ci dicono cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, ma ci offrono qualcosa da guardare. Andando al pellegrinaggio si vede un fatto, si vede gente che ha un desiderio, si ascolta gente che ha avuto la vita cambiata dall’incontro con il cristianesimo. Il libro è ricco di persone che raccontano di grazie ricevute, di vite cambiate, malattie guarite, gravidanze chieste e ottenute, conversioni del cuore, persone uscite dal mondo della droga, dopo la partecipazione a un evento come questo. Quindi, la prima cosa che mi ha colpito, appunto, è stata la riconferma del cristianesimo come fatto estetico e non come fatto anzitutto etico. Ascoltando queste persone e vedendo anche il risultato che la partecipazione al pellegrinaggio ha provocato in me. La seconda cosa, non per fare un omaggio al fondatore, che sicuramente ci vuole, è questa. Mi colpisce il fatto che questo pellegrinaggio ha una tradizione secolare, ma che se non fosse stato per lui e per gli amici che lo hanno affiancato, sarebbe probabilmente qualche cosa che appartiene al passato, invece che essere, come è, il più grande pellegrinaggio a piedi tra quelli che si fanno oggi in Italia. Ottanta mila persone quest’anno, trecento nel ’78. Ci vuole qualcuno che ricominci, cioè qualcuno che prenda l’iniziativa, qualcuno che decida di essere protagonista. E la cosa impressionante è che, partecipando al pellegrinaggio, si rincontrano persone che appartengono alla prima ora, a coloro che facevano il pellegrinaggio a piedi con le ciabatte, che partendo dai casolari andavano al Santuario di Loreto per ringraziare la Madonna per un evento che si era verificato, un matrimonio, una nascita, o per pregare per una morte che si era verificata in casa. La grande tradizione popolare è stata come una fiammella che stava spegnendosi e grazie a lui che ha ricominciato adesso è una grande fiaccola, come la fiaccola che accompagna il pellegrinaggio.
La terza osservazione, un po’ da partecipante e un po’ da cronista, è il concetto di popolo a cui già lui accennava. Io credo che andando a questo pellegrinaggio si capisce che cos’è un popolo molto di più che leggendo gli articoli sul popolo che noi scriviamo sui giornali e i trattati sociologici sul popolo. Cioè si vede un popolo in azione, un popolo, come diceva don Giancarlo, fatto da tanti io. E io credo che questo sia un grande contributo alla Chiesa, che ha molto bisogno di vivere, di rivivere, di rilanciare l’esperienza del cristianesimo come esperienza di popolo, ma credo sia anche un grande contributo all’Italia, che ha smarrito al nozione di popolo. E dico questo perché è testimonianza di tutti vedere molta gente che non va in chiesa, non ha un’esperienza religiosa ma che vuole esserci quella notte. L’anno scorso, per preparare il libro, ho fatto un piccolo giro due giorni prima del pellegrinaggio, andando a parlare con gente che non va, ma che si colloca lungo i marciapiedi quando passa il corteo. E parlando con un barista, che mi diceva che lui non sa neanche come si fa il segno della croce, mi diceva: “però, quando passano, io ci sono, perché per noi questo è qualcosa che appartiene alla vita di questo popolo, è un avvenimento”. E usava proprio questa parola: avvenimento. Mi ha colpito, perché significa che questo pellegrinaggio ridà come un significato anche alla convivenza, al modo laico di stare insieme.
Ultime due cose. Non l’ha citata don Giancarlo, quindi la cito io: questo modo che si ha di far sentire protagonisti i giovani, è un modo assolutamente originale da cui, in qualche maniera la Chiesa, anche nei suoi alti vertici, ha tratto ispirazione. In una riunione del 1983, per preparare il Giubileo straordinario del 1984, Giovanni Paolo II aveva convocato alcuni personaggi del mondo laico (questo episodio mi è stato raccontato da Bedeschi) e diceva appunto: i pellegrinaggi sono esperienze molto significative, e secondo me bisogna puntare sui pellegrinaggi per riaggregare i giovani, ma ci vuole qualche cosa che li prenda nel cuore, qualche cosa come il pellegrinaggio di Częstochowa, a cui io ho partecipato da giovane in Polonia, e mi hanno detto che nelle Marche c’è un giovane sacerdote che ha cominciato a fare questo da alcuni anni (allora era il 1983, quindi da 5 anni si svolgeva il pellegrinaggio). Andate a vedere come fa, andate a vedere da che cosa muove questo grande movimento di popolo che va dietro a lui. E quindi in qualche maniera, anche se forse con modestia don Giancarlo non lo ricorda, anche le giornate mondiali della gioventù, che adesso sono un grande fenomeno popolare, come abbiamo visto anche pochi giorni fa a Sidney, sono debitrici di un’esperienza come quella del pellegrinaggio.
Ultimissima cosa, credo che in questo grande dibattito sull’emergenza educativa, come prendere, come acchiappare i giovani, come contenere i giovani, come affascinare i giovani, il pellegrinaggio sia un’esperienza esemplare, perché non si pone un problema di organizzazione anzitutto, ma si pone il problema di un fascino, cioè di come fa rinascere il desiderio che sta nel cuore dei giovani. C’è una bellissima frase di Saint-Exupery, che viene letta quasi tutti gli anni e che mi permetto di rileggere e che secondo me dà l’idea di qual è la mossa per cui il pellegrinaggio arriva al cuore delle persone.
“Se vuoi costruire una nave – scrive Saint-Exupery – non richiamare prima di tutto gente che procuri la legna, che prepari gli attrezzi necessari. Non distribuire compiti, non organizzare lavori. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare infinito. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, gli uomini si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”. Ed è esattamente da questo fascino che il pellegrinaggio ha avuto il successo che ha avuto.
Ultima e chiudo, credo che il messaggio più bello, tra quelli che tutti gli anni don Giussani inviava ai partecipanti al pellegrinaggio, sia quello scritto nel 2003. Più bello sicuramente per me, perché descrive la modalità con cui io sono stato invitato la prima volta e la modalità con cui vado e con cui ho invitato tantissime persone in questi anni. Ed è la modalità di una persona che invita alle nozze. Don Giussani dice: “Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo? Per strappare agli amici e, se fosse possibile, a tutto il mondo il nulla in cui ogni uomo si trova. Il nostro è un rapporto vocazionale. Incontrando noi una donna o un uomo, un coetaneo o uno più piccolo, uno si sente come afferrato nel profondo, riscosso dalla sua apparente nullità, debolezza, cattiveria o confusione, e si sente come d’improvviso invitato alle nozze di un principe. La Madonna è come l’invito del principe”.

MODERATORE:
Cesana

GIANCARLO CESANA:
Hanno già detto tutto loro. Tant’è che non penso di aggiungere molto di più. Mi scuso se mi cito, però non è che vengano idee originali tutti i momenti. Mentre entravo in salone per introdurre il Meeting della cosiddetta militanza, la mia segretaria mi ha citato la frase di Giussani nel ’98, che il protagonista della storia è il mendicante. E questo appunto ho detto, perché protagonista della storia non è uno che sa, perché la vita è un’impresa ardua, e a volte non basta sapere e nemmeno si sa a sufficienza. Quindi bisogna sapere, ma sapere soprattutto una cosa: a chi chiedere. Saper chiedere e sapere a chi chiedere. E rileggendo l’introduzione al libro che ho scritto, mi sono accorto di aver detto questa stessa frase che ha citato anche Mons. Vecerrica prima, perché il pellegrinaggio è proprio un atto di mendicanza, è la rappresentazione del cammino della vita che domanda. Il pellegrinaggio è fondamentalmente questo. E com’è stato detto, è un pellegrinaggio di popolo. Cosa vuol dire che è di popolo? Vuol dire non solo che ci sono tante persone, ma che ci sono tante persone che sono di diversa età, di diversa istruzione, di diversa storia, di diverse caratteristiche, in cui però c’è un fattore che accomuna e che è la trasmissione della verità della vita, la trasmissione della tradizione. Il popolo è quel luogo dove la fede passa dai padri ai figli. Poi ai parenti, ai vicini, ai conoscenti, a quelli che si sono appena incontrati. Quindi che questo pellegrinaggio sia un gesto di popolo vuol dire che passa una tradizione, e questa tradizione certamente è la devozione alla Madonna, però non intendiamolo in termini semplicemente, appunto, devozionali, ma la devozione alla Madonna è proprio che passa l’atteggiamento di domanda. Perché tutti quelli che vanno a fare il pellegrinaggio sono lì a domandare. E la cosa impressionante è che in questo atteggiamento di domanda esplicita provano una grande soddisfazione. Per cui vuol dire che domandare, nella vita, soddisfa. E da questo punto di vista è giusto anche il richiamo alla devozione alla Madonna, perché la Madonna è proprio una di noi. Cioè è una che essendosi trovata vicinissima al Mistero, addirittura in una continuità biologica, è la persona che si è trovata di più nella condizione, ma poi se guardiamo la sua vita, anche nella necessità di domandare. Io credo che la forza di questo pellegrinaggio come di altri gesti simili, adesso ho mio figlio che è andato a Częstochowa, sia proprio nell’esperienza concreta che la domanda è un atto umano. Ed è il riconoscimento di una presenza che risponde. Grazie

MODERATORE:
Il libro ha il titolo Lo stupore di una vita che si rinnova, sono spunti di riflessione sull’esperienza cristiana. Instancabilmente Monsignor Luigi Negri, riflette, espone, racconta, nelle sue moltissime presenze di docente, adesso anche di pastore, questa sua preoccupazione per riproporre di continuo il fatto cristiano come una novità, come una novità che riaccade continuamente e lo rende un miracolo continuo nel corso della storia, offerto e rivolto alla ragione e all’attesa del cuore dell’uomo. Questo libro prende, raccoglie, prende spunto dalle lezioni che Monsignor Negri ha tenuto alla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa; un piccolo centro, vivace, che in questo ventennio ha costituito una presenza importante all’interno del nostro Paese. Per presentarlo abbiamo con noi Renato Farina, che finalmente ricompare al Meeting, lo salutiamo. Il nostro carissimo autore interverrà a seguito di una prima riflessione.

RENATO FARINA:
Questo libro di Luigi Negri, del Vescovo di San Marino, è un libro di dottrina, infatti, è la trascrizione, rivista e con un apparato critico importante, delle sue lezioni tenute a Bassano del Grappa alla Scuola di Cultura Cattolica, che hanno una organicità notevole, sono una dottrina; sono il modo con cui un vescovo legge che cos’è il cristianesimo, per cui lui ha scelto le cose decisive. E però sono dottrina. Mentre racconta questa dottrina, la cosa sorprendente è che continuamente si percepisce il fatto che la dottrina non basta a se stessa, che c’è sempre, per usare una parola cara a don Giussani, come un punto di fuga persino nella dottrina. Perché la dottrina non è niente, non sarebbe niente, un puro sapere di dottori inutili, se non è adorazione di una presenza vicina, di una presenza tra noi. Questa è la cosa che Negri ha il carisma di rendere come nessuno, anche quando parla di Dottrina Sociale. Infatti è stato forse il primo a parlare di Dottrina Sociale, prima che fosse vescovo. Appena è arrivato Giovanni Paolo II, ha subito colto che questo Papa avrebbe rilanciato la Dottrina Sociale e don Negri è stato immediatamente pronto a ripercorrerne il senso, proprio come un precursore. Ma anche lì, la dottrina sociale sarebbe un niente, nonostante tutta la sua saggezza, se non ci fosse questa presenza potente, carnale. A un certo punto don Negri si lascia andare a una citazione di una frase che io non conoscevo, citando i padri della Chiesa, il Concilio di Calcedonia credo, dice: “Uno di noi è uno della Trinità” e lui dice “quando rileggo questa frase mi commuovo sempre”. Ecco, tutto il libro, questo libro, è attraversato da questa commozione. E’ questa consapevolezza esistenziale, totale, che uno di noi è uno della Trinità. Per cui la vita è partecipare con questa persona della Trinità alla pienezza dell’essere, tutto è questo. E allora si può accettare qualsiasi contrasto, qualsiasi battaglia, e la biografia di don Negri lo testimonia, si può dire infatti che abbia fatto di tutto nella sua vita per non farsi nominare Vescovo.

S. Ecc. Mons. LUIGI NEGRI:
E c’ero quasi riuscito eh! Se non ci avesse messo le corna dal Paradiso don Giussani! C’ero quasi riuscito.

RENATO FARINA:
Questo dimostra che non è l’uomo che fa la storia. Ma è così! E’ realmente così! Perché è un uomo che non ha mai praticato quella che è la virtù del rispetto umano, cioè quando rispetto umano significa anche solo per un istante rinunciare o mettere tra parentesi la presenza di Colui che è tra noi e che è uno della Trinità. Per cui io ho scritto questa frase, dopo che ho finito di leggere il libro, perché avevo paura che mi sfuggisse. Si sente il profumo di ciò che propone, si sente il respiro largo della ragione e si percepisce, ed è un ossimoro, la necessità della Grazia, della fede perché la ragione trovi il suo compimento. Però, tutto questo, uno può dire: va bene, che la fede e la ragione si sposino affari dei teologi, che lui mostri come si incontrano anche dal punto di vista proprio della filosofia teoretica perché don Negri è un filosofo teoretico di primo livello, essendo stato allievo prediletto di Bontadini oltre che di don Giussani…… Ma l’incontro tra fede e ragione qui, pur avendo i connotati della teoria, si capisce che ha un respiro esistenziale, e non solo un respiro esistenziale nel senso che vale per ciascuno di noi, ma ha una potenza culturale capace di giudicare il tempo. Una delle dimensioni inevitabili di questo incontro tra fede e ragione è il giudizio, dice don Negri, oltre che la missione, il giudizio sulla storia. E adesso dirò due cose brevi: una è sulla parola modernità, sulla parola modernità che è una delle parole che più si rincorrono in questo libro. La parola chiave, naturalmente, è quella che dà titolo al libro, Lo stupore di una vita che si rinnova, che è una frase di Giovanni Paolo II tratta dalla Redemptor hominis e che è una frase giudicata da Monsignor Negri come quella più espressiva di che cosa sia il cristianesimo. La cita due volte nel libro, perché, evidentemente, è qualche cosa che lo prende potentemente. E qui vorrei dire una cosa: don Negri è la persona che più di tutti, in questi anni, ha testimoniato nella chiesa che cosa vuol dire l’attaccamento a Pietro.
Questa è una cosa che non è dovozionistica, ma è la sostanza della fede, perché come don Negri spiega benissimo, usando una parola che non avevo mai sentito, citando don Giussani, quando dice che la Chiesa è la continuità fisiologica, usa questa parola, fisiologica, per dire carnale. Cesana prima ha detto biologica, mi ha colpito questo tentativo di parlare della carnalità di questa continuità: non è la chiesa la depositaria dei valori di Cristo, o la depositaria dell’annuncio o del tesoro della dottrina? si! Tutto questo, anche questo, ma è il modo in cui Cristo si rende presente, don Negri usa la definizione di quasi Sacramento per citare il concilio, che è l’unico modo in cui noi possiamo entrare in comunione con colui che dà la vita, la vita che si rinnova, stupendoci.
Ecco il papa, per don Negri, non è solo la figura che può essere più o meno simpatica, e a lui particolarmente è stata simpatica quella di Karol Wojtyla, ma c’è quella capacità di vedere in quel punto sintetico della Chiesa, dell’unità della Chiesa, la presenza del dolce Cristo in terra, come diceva Santa Caterina da Siena; e in questo libro esplode questo.
Il libro ha due maestri, se così posso dire. Don Negri non è certo l’uomo di un solo libro, ci sono citazioni dei padri della chiesa a non finire, ci sono le citazioni di grandi poeti e filosofi, però ci sono due maestri, che sono: don Giussani e Giovanni Paolo II.
E possiamo dire che il magistero di Giovanni Paolo II, la sua densità e novità dottrinale, è letta con gli occhi di don Giussani. Io penso che non si offenda don Negri se dico questa cosa: non sono due, uno qui dice una cosa e uno là dice una cosa; è un personalità che è venuta su, attingendo tutto il possibile ed immaginabile da don Giussani, che guarda e apprende che cosa insegna questo papa. E una parola chiave è la parola modernità e qui dico qualcosa in più rispetto al libro, lo porto avanti. A me ha colpito come, appena diventato papa, Ratzinger, subito il titolo del quotidiano Repubblica è stato “la sfida alla modernità”, questo papa sfida la modernità e poi i temi dominanti dell’etica. Queste due parole: la sfida alla modernità.
La modernità com’è che è intesa oggi, come termine positivo, cosa si intende per modernità? Si è un po’ messa tra parentesi la parola ragione come chiave della modernità e si insiste su il tempo, cioè la modernità è sinonimo di progressivo, e l’antimodernità è sinonimo di regressivo, per cui la modernità è il tempo che procedendo afferma che si svolge per se stesso; ciò che và riconosciuto ed accettato è l’idea per cui solo ciò che è pensabile è reale, meglio è giusto; solo ciò che è portato dal tempo, dall’evoluzione dei costumi è razionalmente corretto e accettabile; non diciamo la verità ma la accettabilità, per cui alla fine la modernità è identificata con la morale.
La sfida alla modernità proposta dal magistero della chiesa, è constatata come il paragone tra una morale antica, anchilosata, deformata ed una evolutiva, nuova, progressiva, e tutto ciò accade attraverso uno spostamento lessicale. Ad esempio si dice una legge più avanzata, sulla questione della fecondazione, della scienza, ma questo sembra un linguaggio neutro, se si pensa ai giornali, è più avanzata la posizione di tal vescovo rispetto a quell’altro, se concede più.
Si dice così perché la parola avanzata evidentemente ha un significato positivo, e ciò che avanza è ciò che è moderno.
Allora il paradosso è questo: ciò che era affermato come principio fondante cioè la ragione, è stata completamente obnubilata, perché è il tempo che rende ragionevoli le cose, e non ciò che sta prima del tempo e che lo giudica.
Avevo preparato un discorso filosofico, ma adesso mi rendo conto che sono diventato un politico, quindi devo cambiare sistema.
Comunque quello che volevo dire è questo paradosso: la modernità che era nata come affermazione della ragione, è scivolata nella rinuncia alla ragione, e tocca alla chiesa riprendere la parola chiave della modernità, per presentarla nel suo vero valore.
È questo che don Negri fa nel suo libro, e quello che ha fatto Giovanni Paolo II, e quello che fa Ratzinger continuamente dal discorso di in Regensburg in poi.
Dimostrando, anzi, che non solo la modernità ma il post-moderno nasce dalla negazione della ragione. Vi dico due che non sono nel libro, così mi vanto, voi sapete chi ha inventatola parola modernità? L’ha inventata Baudelaire nel 1850, lo sapevi?

MODERATORE:
…ho letto, ho letto…: ho letto Baudelaire, era uno dei miei poeti preferiti.

RENATO FARINA:
Mentre la parola post-moderno è di Gilles Deleuze, nel 1985 credo. Il post-moderno, che è la nuova epoca, non pretende più di affermare la ragione, perché dopo tutte le delusioni che ci sono state nel secolo scorso nel nome della ragione, la ragione porta a dei disastri. Cosa si afferma invece? Si afferma da una parte la delusione nichilista, cioè l’impossibilità dell’uomo attraverso la ragione di conoscere qualcosa di valido, e dall’altro il narcisismo, il credere che magari con un colpo di genio, attraverso la scienza e qualcosa del genere, ci si tolga dalle scatole il dolore.
Ecco, in quest’epoca di post-modernità, l’unica cosa sicura è che non si può conoscere la verità, anche la ragione è ritenuta inutilizzabile, la ragione è buona solo per delle soluzioni temporanee.
Invece che cos’è che è successo? Il tempo è stato invaso da un’altra presenza e questa presenza dice le risposte che la ragione domanda, perché la ragione ha dentro di sé le domande esistenziali, ciò che era esattamente negato dalla evoluzione della modernità, così come noi abbiamo imparato a conoscerla, perché nella ragione è compresa la domanda esistenziale.
L’altro che volevo dire è questo, scusate sarò brevissimo, è la questione politica, don Negri dice per me, che ho cominciato adesso a occuparmi di politica, dice delle cose essenziali sulla dottrina sociale.
Leggo questa frase: “ciò che la chiesa ha sempre rivendicato è la libertà di concepire la vita come qualcosa che precede e decide la dimensione politica”. Questa è una frase chiave, poi cita una frase di San Pietro che non ricordavo, dove dice: “state sottomessi a qualunque istituzione umana per amore del signore, sia al re come sovrano, sia ai governatori che ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni”. Mi sembra un bel criterio questo per la politica di oggi, visto che si parla di meritocrazia, è bello vederne dei riflessi anche in San Pietro.
Però, sempre ricordando una cosa, e qui don Negri cita Origene: “la struttura politica è la cosa più grande sulla terra, ma è sotto il cielo”, cioè non è la politica che dà la felicità, sarebbe un illusione.
Mi veniva una citazione dell’ultimo libro di don Giussani, quando critica la “fantasia al potere”, come continuazione di quella pretesa razionalistica dell’illuminismo, per cui è l’uomo che impossessandosi della realtà dà la felicità attraverso il potere al prossimo e a se stesso.

MODERATORE:
Grazie a Farina sempre acuto lettore ed osservatore. La parola a Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri.

S. Ecc. Mons. LUIGI NEGRI:
Ringrazio l’amico Farina, non solo per le cose che ha detto, alcune delle quali sono certamente meritate, ma perché è riuscito a dare un tono di autentica e intelligente discrezione a questo necrologio.
Le presentazioni degli autori hanno sempre il carattere del necrologio ed io mi sento un po’ a disagio.
L’altra cosa che mi ha fatto venire in mente con la sua sfolgorante definizione che io sono uno che non ha mai fatto niente per rispetto umano, è che il rispetto umano è l’unico modo che noi abbiamo per non rispettare l’umanità che è in noi e negli altri, e una realtà dominata dal rispetto umano, è una realtà umanamente insensibile e socialmente violenta, come quella in cui viviamo.
Anche voi non abbiate il culto del rispetto umano, temete solo Dio.
Allora io voglio raccogliere una intuizione, che mi è ritornata potentemente rileggendo questo libro. Ed è che lo stupore è una grande compagnia della vita umana che scompare presto, quasi subito. Ricordo di aver letto, quando facevo le medie inferiori, una straordinaria pagina di Pascoli che fra i molti libri che mi han fregato i miei studenti in questa tornata, non ho più ritrovato.
Pascoli dice: “c’è in ciascuno di noi in ogni momento della vita un fanciullino”… Il fanciullino è lo stupore; uno nella sua infanzia, nella sua prima adolescenza non può non sentire lo stupore del reale, non lo può non sentire, è un momento che non torna più ed infatti la nostalgia che si ha lungo tutta la vita degli anni dell’adolescenza è questo, è che un uomo sentiva dentro il potente fascino di capire se stesso, di capire le cose, poi scompare, scompare perché? Perché nessuno lo educa, perché questo fanciullino non cresce, non cresce con te, se non ti aiutano a misurarti con questa presenza che è dentro di te e che don Giussani chiamava il senso religioso. Anzi che è te, perché il senso religioso è il tuo io più profondo, e quello che tu chiami io è superficiale, alla superficie di questo io profondo che nessuno ti aiuta ad incontrare.
Ecco, io devo solo dire grazie alla storia della mia vita, perché ho trovato chi mi ha saputo educare, ha saputo educare il fanciullino che era in me, quindi ha saputo darmi nell’età del liceo il fascino, lo stupore della ricerca.
Spero, dopo questo incontro che abbiamo, spero che la scuola torni ad essere come quella che ho frequentato io: allora sarebbe una cosa eccezionale, chiunque la faccia.
Il fascino della ricerca, il fascino dei rapporti, dei rapporti dell’uomo con l’altro uomo, dell’uomo con la donna, ma senza pregiudizi di carattere consumistico, edonistico, che avvelenano tutti.
Il fascino della mia esperienza di gioventù studentesca, il fascino del ricercare, il fascino dell’amare, il fascino della compagnia, il fascino del tempo che si ferma, che si passa insieme, ed è un tempo pieno, pieno perché è pieno della tua domanda, della risposta che è data, quindi il tempo come verifica di questa corrispondenza.
E poi lo stupore che è dentro questa verifica, dentro questo continuo confronto fra la tua umanità e intelligenza, libertà, affezione, ma anche limite e anche peccato, e anche difetto e anche vigliaccheria.
Dentro questo confronto continuo che è stupore, dentro questo confronto continuo che è stupore educato, amici miei, lo stupore della chiamata, lo stupore della vocazione, cioè della vocazione, cioè del ridare a Cristo quello che ti ha dato, come diceva il mio parroco di Sant’Andrea, quando io facevo il chierichetto, ridare a Cristo quello che ti ha dato, la pienezza della tua intelligenza umana, che avendo conosciuto Cristo fa tutto per conoscerlo sempre di più e per comunicarlo.
La vocazione, la vocazione che può avere i suoi chiari, i suoi scuri, le sue fasi chiare, la sua linearità o le sue contraddizioni. Io ho amato tante volte in tanti amici, vederli sorprendersi e stupirsi dalla vocazione, ed entrare in questo stupore con tutta la loro intelligenza, con tutta la loro libertà, col senso della loro umiltà, ma insieme col senso di un compito che non poteva mai essere disatteso.
Come dice la lettera Didaché: Dio ci ha dato un compito che non possiamo disertare. E poi lo stupore della vita che si compie, del cammino della costruzione, perché la vita umana è una costruzione, la vita umana è un’opera, è il frutto della intelligenza, della volontà, la capacità di leggere nelle circostanze, di affrondare le sfide, di mangiare con pena il proprio pane perché si è fatto il male.
Lo stupore di sentirsi capaci di una benevolenza che è completamente donata ma che diventa esperienza. Si diventa più benevoli, si diventa più buoni. Lo stupore ad un certo punto di essere capaci di perdonare, che don Giussani diceva essere la cosa più divina che esistesse ma che diventava esperienza della vita quotidiana.
Dunque lo stupore è il filo conduttore, il filo conduttore, il filo conduttore che matura e cresce, la cui consistenza dice la consistenza della personalità.
La frase io l’ho sentita vibrare in un modo unico, quando ho letto per la prima volta il numero 10 della Redemptor hominis. Il papa dice proprio così: se uno segue, se uno vive questo profondo processo di assimilazione che è la fede, la fede per Giovanni Paolo II era un processo di assimilazione di Cristo, allora produce frutti non soltanto di adorazione di Dio ma di profonda meraviglia di se stessi.
Questo è come dire che tutte le stagioni della vita abbiano visto che quel fanciullino non è morto. La vita di un uomo può continuare lungo le stagioni cronologiche della sua esistenza, ma portare al suo inizio l’aborto della sua personalità: è abortito come uomo, perché non l’hanno aiutato a venire alla luce.
A me non è toccato questo tristissimo destino che tocca alla maggior parte degli uomini e che dice dunque la nostra responsabilità.
Noi viviamo per comunicare Cristo, e per impedire questo dolorosissimo e disumano aborto dell’uomo nella sua umanità.
Concludo con una bellissima testimonianza del cardinale Biffi. Il cardinale Biffi ha compiuto 80 anni e per l’occasione qualche mese fa ha radunato tutti i vescovi dell’Emilia Romagna, di cui io sono l’ultimo.
E ha detto nella sua omelia, con l’intelligenza e la disinvoltura che lo caratterizza: io sono diventato prete, arcivescovo di Bologna, cardinale, ma se non fossi nato in una famiglia come quella in cui sono nato, (in un quartiere che lui descrive così bene nelle sue straordinarie Memorie di un italiano, cardinale), se non avessi avuto il mio oratorio e l’assistente di quell’oratorio, che è morto un ventina di anni fa, se non avessi avuto uno serie di casi…, e continuava, quasi a mostrare che l’uomo è frutto di una casualità. Tutti cercavamo di capire dove andava, dove stava parando, ed ecco che fermatosi ha detto: la casualità è il modo con cui Dio si traveste per guidare la nostra vita. Ed è vero, io sono andato dietro, sono andato dietro la casualità della mia vita, i miei genitori, la parrocchia, l’incontro al Berchet con don Giussani, questo sodalizio straordinario che riempie di nostalgia e di rimpianto la mia vita, da quando non è più con noi.
Andando dietro a Dio travestito nella casualità della vita sono cristiano, sono cristiano, in quanto cristiano mi sento un uomo vero e perciò cerco di comunicare questa esperienza a tutti quelli che incontro, una volta gli studenti dell’università, adesso i vecchi e i meno vecchi dei paesi del Montefeltro. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2008

Ora

15:00

Edizione

2008

Luogo

Sala A2
Categoria
Incontri