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Incontro con la Poesia Italiana
Incontro con i poeti e scrittori italiani: Mario Baudino, Roberto Carifi, Alessandro Ceni, Giuseppe Conte, Rosita Copioli, Roberto Mussapi, Giancarlo Pontiggia e Alberto Schieppati.
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IL FASCINO DELLA POESIA LETTA IN PUBBLICO
Intervista a Roberto Mussapi dell’editoriale Jaca Book
Ha senso la poesia letta in pubblico?
Si, ha senso, anche se la lettura in pubblico non muta la poesia, né vi incide in minima parte. La rileva, semmai, o ne accentua determinati aspetti che la lettura solitaria e in silenzio può più difficilmente afferrare. Ovviamente, così come acquista, perde anche qualcosa, la possibilità di fissarsi, di modulare l’ascolto del dettato della poesia, sul tempo scandito dalla fusione di poesia e percezione. Ma ha senso, ritengo, perché può metter in luce (o a nudo, che è la stessa cosa: nella poesia evidenza ed essenzialità coincidono) il suono che l’ha fatta nascere: il suono, sia chiaro, non è la semplice dimensione sonora, ma il rapporto che una voce stabilisce con il tempo e con lo spazio: i richiami, le allitterazioni, gli enjambement, nella poesia, non sono espedienti, ma nessi implacabili attraverso cui la voce parla nel tempo e nello spazio. Ecco, la lettura può mettere in luce o a nudo con molta purezza questa legge sonora, può insomma provocare la percezione dell’essenziale, della relazione essenziale, anche se molti elementi lessicali e non solo si perdono.
Credi che la lettura in pubblico, oltre al valore che le riconosci, possa anche avere un valore comunitario?
No, perché il poeta che legge ad un pubblico non è un individuo che racconta le proprie esperienze, o si lamenta o confessa. Egli è — questi è stanno, ovviamente, per deve essere – la stessa cosa che era prima, nel silenzio della scrittura, e nel buio baluginante che la precede: una voce di un’esperienza che affonda sotto le proprie radici individuali, che, in quanto tale, non gli appartiene, è stata sua soltanto nell’attimo della scrittura: ma anche allora in realtà era lui che apparteneva a lei, come altri, perché questa esperienza, che è il racconto, o viceversa, o contenuto della poesia, è bagnata nell’origine comune.
Se c’è un elemento comunitario, quindi, non può essere che precedente all’incontro, è una condizione di comunità con gli elementi dell’origine, che si presentano nel mondo rappresentati, dispersi e a volte nascosti, nelle cose e nelle persone: non è possibile al poeta riconoscersi in un rapporto successivo, cioè al di fuori, dell’esperienza poetica. Questo, ripeto, non perché essa sia misantropica, ma perché è comunitaria nell’essenza, e cerca la comunione in solitudine, si dirige continuamente oltre se stessa, ma non può patteggiare al di fuori della propria natura e del proprio compito. Per la stessa ragione mi è difficile pensare ai poeti impegnati in uno schieramento politico, o ideologico, o confessionale: difficile, perché credo che l’esperienza poetica, mentre conduce verso l’origine, avvicini il poeta al nulla, gli sottragga, in certo senso, identità, e quindi disponibilità a una relazione comunitaria di secondo grado, come è quella associativa o militante.
Ma allora, qual’è l’importanza specifica della lettura in pubblico ?
Le stesse condizioni della lettura, rivelando il suono della poesia, possono scoprire in chi ascolta un improvviso riconoscimento, un segno già conosciuto, un’immagine già intravista e sopita: questo a volte avviene, e allora una piazza piena di persone respira il silenzio della solitudine in cui il testo è stato scritto. Credo nella possibilità di questo riconoscimento, credo in un ascolto come lettura incondizionata.







