IL VENTENNE CHE DISSE: “INFINITO” - Meeting di Rimini

IL VENTENNE CHE DISSE: “INFINITO”

Il ventenne che disse: “Infinito”

In collaborazione con Infinito 200 UNA POESIA. Un progetto a cura di Centro di Poesia Contemporanea Unibo e Fondazione Claudi.
Interviene Davide Rondoni, Poeta e Scrittore. Accompagnamento musicale di Michele Torresetti, Violinista. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Massimo Ciambotti, Pro-Rettore dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e Presidente della Fondazione Claudi.

 

Ore: 19.00 Sala Neri UnipolSai
IL VENTENNE CHE DISSE: “INFINITO”

In collaborazione con Infinito 200 UNA POESIA. Un progetto a cura di Centro di Poesia Contemporanea Unibo e Fondazione Claudi. 
Interviene Davide Rondoni, Poeta e Scrittore. Accompagnamento musicale di Michele Torresetti, Violinista. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Massimo Ciambotti, Pro-Rettore dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e Presidente della Fondazione Claudi.

MASSIMO CIAMBOTTI:
Buonasera a tutti e benvenuti a questo incontro dal titolo «Il ventenne che disse “Infinito”». Perché l’uomo, che è una creatura finita, desidera l’infinito? Questa domanda ci è stata rivolta il 18 marzo scorso da una studentessa musulmana, di fronte a un centinaio di studenti che frequentano i corsi del dipartimento di Italianistica all’università di Helwan del Cairo, in Egitto, alla fine di una conferenza, organizzata dalla fondazione Claudi di cui sono presidente, e dal Centro studi Marche di Roma, con la collaborazione dell’Istituto italiano di cultura del Cairo, diretto dal dottor Paolo Sabbatini, nell’ambito di un evento letterario: «Italia e culture del Mediterraneo. Infinito Mediterraneo». Ci tenevano a declamare la poesia L’infinito in Egitto, al Cairo, e siamo stati invitati. Io e Davide Rondoni abbiamo partecipato, nell’ambito di queste iniziative che abbiamo promosso, a un progetto che si chiama “Infinito 200”, che è stato pensato e ideato da Davide proprio in occasione della ricorrenza della scrittura de L’infinito da parte di Giacomo Leopardi, sul quale appunto è incentrato l’incontro di oggi. Questa domanda, se ci pensate, è molto semplice: perché l’uomo, che è una creatura finita, limitata, desidera l’infinito? A me ha fatto capire due cose: la prima è che sapere di che cosa è fatto l’uomo, che cosa è l’uomo, non è più scontato oggi, non può essere dato per scontato. Anzi, io penso che questo dovrebbe essere il primo spunto per un lavoro educativo, per un lavoro culturale, come volete chiamarlo? Se lo si vuole fare, perché credo che, guardandoci attorno, i soggetti che veramente fanno un lavoro culturale, nel senso più nobile del termine, sono sempre meno. Ci sono tante iniziative ma poi, vai a stringere, quelle che veramente fanno pensare all’uomo, al destino dell’uomo, credo che siano sempre meno. Eppure, questo potente e aperto interrogativo è lo stesso che fa scrivere a Leopardi nel Canto notturno questa esperienza di sproporzione tra i fattori che ci costituiscono. La Fondazione Claudi vuole rispondere alla sfida di questo lavoro educativo e culturale, fondato sulla consapevolezza che la vita dell’uomo non è definita dal suo limite, dal suo essere finito ma è dominata da questa tensione ultima, dalla tensione a una risposta ultima, a quello che si può chiamare, come il Meeting ha ricordato, felicità, ciò per cui vale la pena vivere, non come sogno effimero ma come affermazione della presenza di qualcosa d’altro. La Fondazione Claudi vuole rispondere, anche perché è dedicata a un poeta, tra l’altro, Claudio Claudi, la cui poesia è intrisa di leopardismo, con temi cari al poeta recanatese, quali per esempio l’infinità degli spazi, la presenza emblematica della stella come segno di speranza, l’idea quasi mistica del silenzio. La seconda cosa che ci fa capire, o che mi ha suscitato la domanda della studentessa, è quanto sia importante la poesia di Leopardi oggi, quanta attenzione debba porsi a questa ricorrenza dei duecento anni dalla scrittura della poesia L’infinito. Con Davide Rondoni, dicevo, si è definito questo progetto, “Infinito 200”, in collaborazione anche con il Centro di Poesia contemporanea dell’università di Bologna, il Centro studi Marche e, dal punto di vista istituzionale, in stretto collegamento con le celebrazioni ufficiali che partiranno nel 2019 sotto l’egida del Centro nazionale di Studi leopardiani di Recanati, il cui Presidente è Fabio Corvatta, con cui siamo in stretto rapporto. È davvero singolare che la prima tappa si sia tenuta al Cairo, quasi a voler coniugare due culture così diverse nell’unico segno dell’infinito, a cui aspira il cuore di ogni uomo, in qualunque parte del mondo si trovi. Così come davvero singolare è anche l’avere presentato il giorno prima, il 17 marzo scorso, la poesia de L’Infinito sul colle del Mokattam, davanti alla comunità dei copti Zabbalin, cioè i raccoglitori di immondizia, 70 mila persone che raccolgono tutta l’immondizia del Cairo dove vivono più di 20 milioni di persone. A questo incontro, sono seguiti gli incontri pubblici del 12 aprile a Roma, al Pio Sodalizio dei Piceni, e del 29 maggio a Stoccarda, in Germania. Ma l’idea che ha animato e che anima questo progetto è pensare a una festa fatta di molti appuntamenti, curati da vari soggetti in Italia e all’estero. È stato chiamato uno sciame di occasioni, uno sciame di eventi, uno sciame di festa, creato da persone che vogliono festeggiare, appunto, questa poesia. Una festa open, che parta dal basso, rispetto alla quale i soggetti promotori, cioè noi, facciamo da avvio e da collante. Letture, studi, musica: sono tantissimi ogni giorno gli appuntamenti. La lista di Davide si allunga sempre di più con tutte queste iniziative proposte nelle varie sedi di centri culturali, di associazioni, ecc., in Italia e all’estero. Una festa a cui tutti possono partecipare con il loro piccolo o grande contributo. Mi sia consentito, prima di dare la parola a Davide Rondoni, di richiamare due altre iniziative che la fondazione Claudi sta organizzando in questa seconda parte dell’anno. La prima è la sesta edizione del Piccolo festival dell’essenziale, che ogni anno facciamo. Lo abbiamo tenuto sempre a Roma ma quest’anno si svolgerà a Milano, il 14 e 15 settembre, al Centro culturale Rosetum. Le quattro parole di questa edizione milanese, che vengono proposte per mettere a fuoco l’essenziale, sono: nascita, forza, sorpresa, sempre. Promosso in collaborazione con l’associazione Amici di marzo, il settimanale Tempi, l’associazione Esserci e AltaMente Factory, l’appuntamento di quest’anno propone diversi artisti, conversazioni, addirittura una sfilata di moda su Dante. Non ho chiesto ragguagli a Davide, magari ci anticiperà qualcosa su che cosa possa essere una sfilata di moda con Dante!

DAVIDE RONDONI:
È che c’è la Settimana della moda a Milano, la settimana dopo, quindi noi avviamo la Settimana facendo sfilare i versi di Dante, che mi sembra un modo più adeguato per partire alto: ecco, non possiamo far sfilare Armani e altro, facciamo sfilare Dante.

MASSIMO CIAMBOTTI:
E ci guadagniamo, credo. Il Vice Primo Ministro Matteo Salvini ha accettato l’invito a un faccia a faccia sui temi della rinascita del Paese. E tra gli altri, al Festival parteciperanno il cantautore Omar Pedrini, il critico letterario del Corriere Filippo La Porta, la storica dell’arte Beatrice Buscaroli, alcuni filosofi italiani fra cui Giovanni Maddalena, Alessandro Pertosa, Stefano Di Bella, Giuseppe Pintus, e così via. Il programma è molto ricco, probabilmente uscirà presto sul sito. L’altra iniziativa in cantiere è uno scambio culturale che la Fondazione Claudi organizza tra gli atenei di Macerata e Urbino e l’università di Tula in Russia, la città natale di Tolstoj. Saranno realizzati dei workshop sia in Italia che in Russia sulle figure di scrittori di provincia, Tolstoj e Claudio Claudi. Io andrò personalmente a Tula, accompagnando gli studenti, con un dottorando di ricerca, Gabriele Codoni, e tre studenti dell’università di Urbino e di Macerata, dall’1 al 5 novembre. Mentre gli studenti russi, accompagnati dai loro professori, verranno a Roma e nelle Marche dal 27 settembre al 2 ottobre. Queste iniziative si inseriscono in un ampio e articolato programma che la fondazione Claudi ogni anno organizza: oltre al Festival d’estate a Palazzo Claudi, diretto tra l’altro dal maestro Torresetti che è qui stasera con noi, il premio internazionale di poesia Le stanze del tempo (che ha un bando ancora aperto, se qualcuno fosse interessato a presentare le proprio poesie) e le mostre che sono esposte a palazzo Claudi in sala Petrona, che vi invito a visitare insieme alla pagina Facebook della fondazione. Grazie a tutti e buon incontro.

MUSICA

DAVIDE RONDONI:
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare».

Questo testo prodigioso, che tutti conosciamo e non conosciamo, è risalito alla mia attenzione non solo perché, scrivendo poesie, su questi testi ci lavoro sempre, ma per la circostanza del bicentenario che si sta avviando. Mi sono chiesto se vale la pena tornarci, guardarlo: avevo preso tanti fogli e appunti, in realtà commenterò questo testo un po’ a braccio. Sto scrivendo un libro che uscirà l’anno prossimo, un commento più ordinato, però credo che valga la pena ritornarci per due motivi. Il primo. lo accennava anche il prof. Ciambotti, è che è un testo che misteriosamente parla a tutti, proprio perché parla di una cosa che riguarda tutti. Infatti, quando Leopardi deve dire perché sorge il problema dell’infinito nella vita di un uomo, usa una frase molto forte. Dice che «dove trova piacere l’anima aborre che sia finito». Cioè, il problema dell’infinito non è un problema filosofico, non è un problema che uno si pone perché non sa a che cosa pensare o perché ha pensieri profondi. Te lo poni perché l’anima aborre che sotto il ponte sia rimasta una famiglia intera, l’anima aborre che certe cose in cui l’anima prova piacere (che non è il piacere della Nutella ma il piacere dell’anima, ciò che rinfranca di più l’anima) finiscano: un amore, un’amicizia, una vita amata e cara. L’uomo aborre (un verbo un po’ ottocentesco ma tremendo) perché, se non avessimo il problema dell’infinito, non aborriremmo questa fine, la accetteremmo e basta, è successo, punto. Invece, qualcosa in te aborre questa fine: per questo abbiamo il problema dell’infinito, nel senso che il problema dell’infinito non sorge alla fine di una serie di riflessioni ma nel vivo dell’esperienza, e in quel vivo dell’esperienza, che nella parola di Leopardi risuona così chiaramente per tutti, che è il problema del piacere e del dispiacere, cioè del presentarsi della vita a noi come piacere e dispiacere. Quando finisce qualcosa in cui l’anima trova piacere, l’uomo aborre questa fine. L’infinito sorge lì: quindi, potremmo dire che il problema dell’infinito non sorge a un certo livello di pensiero ma nel germinare primario di qualsiasi esperienza, che sia l’esperienza del vedere una cosa bella, del gustare una cosa bella, del frequentare una persona bella. Metteteci quello che vi pare. Però, insomma, nel germinare iniziale dell’esperienza, non alla fine dei pensieri, tanto è vero che, appunto, se lo pone un ragazzo di 20 anni che, per quanto colto e per quanto, diciamo così, dentro un percorso di vita che allora, sapete, era diverso – un ventenne di allora era un uomo quasi maturo per certi aspetti -, però era un ragazzo giovane, non un uomo esperto. E la ragazza citata da Massimo prima non è una filosofa. Questo è il primo motivo per cui fare i conti col testo de L’infinito non significa fare i conti con la poesia, la letteratura, la filosofia ma fare i conti col germinare della propria vita, con un elemento germinante della propria esistenza. La seconda cosa è che ricordarci che la nostra identità è legata all’infinito, oggi forse è più urgente di 50 anni fa, quando don Giussani cominciò a urlare questa cosa nelle aule scolastiche dicendo: «O l’io è legato all’infinito, o sei legato al potere. O la tua identità è la risposta a quella domanda – “Ed io, che sono?” – di Leopardi, o è legata a qualcosa che è infinito, oppure la tua identità è legata in qualche modo dal rapporto con qualcosa che ha a che fare con il potere». Dove il potere ha tante forme, non è solamente il potere dei ministri o dei governi, anzi, molto spesso il potere è altro ed è il potere, molto spesso, quello strano potere strisciante per cui decidi di appartenere a qualcosa che ti conviene e che fa sorgere la peggiore razza di schiavitù che si chiama “il paraculismo”: sei schiavo e neanche te ne accorgi perché non rischi più nulla, perché la libertà è fatta di rischio, se no che libertà è? Quindi, ti pare di stare bene, tutti parlano abbastanza bene di te, in realtà sei schiavo perché sei legato alla convenienza, cioè a una forma di potere. L’essere legati all’infinito oggi è una cosa che va ricordata, anche in un’epoca – soprattutto in un’epoca, l’accenno solo, non voglio annoiarvi su queste cose che sapete forse meglio di me – dominata dall’ansia, cioè un’epoca, come aveva previsto un grande poeta che si chiama Auden, che è l’età dell’ansia, dove non solo si consumano tanti ansiolitici ma è l’età dell’ansia perché si lega il tema dell’identità a quello che fai, a quello che pensi, a quello che riesci a realizzare. Finché realizzi bene, ok, quando poi fai un errore, tu sei un errore. Infatti, sorge un livello di ansia fortissimo, perché è come se non ci fosse altra possibilità: tra te e la tua azione non c’è più margine, la tua identità, il contenuto della parola io coincide con quello che fai o addirittura con le preferenze sessuali che hai, con gli atti di vario genere che compi. Questo avere fatto coincidere la persona con l’atto, cioè l’identità della persona con l’atto, apparentemente sembra un grande liberazione, in realtà è una chiusura nell’ansia. Perché, appunto, finché parliamo di cose carine, bene, ma quando poi si comincia a parlare di cose che possono capitare, che si chiamano sbagli, tu diventi uno sbaglio e quindi vivi nell’ansia. E infatti, vedete che oggi è molto difficile rischiare, ed è molto difficile anche discutere, perché tutte le volte che discuti con qualcuno, uno dice: «Ma tu metti in discussione la mia identità!». «No, io metto in discussione quella giacca che non mi piace, possiamo discuterne?». «No, ma è la mia identità». «Ma no, è la giacca, è l’atto che hai fatto, discutiamo dell’atto senza che tu ti senta messo in discussione». Non è più possibile perché oggi sembra che la persona coincida con l’atto, che è una cosa gravissima, perché fa soprattutto crescere una grande ansia. Dire che siamo legati all’infinito, quindi porci il problema dell’infinito, grazie a questo testo prodigioso di Leopardi – lo dico come accenno, andrebbe approfondito ma non mi soffermo – ha a che fare moltissimo con l’epoca che viviamo. E infatti, ogni volta che lo leggo e ne discuto in giro, in tanti posti, senti la gente che respira, respira! Perché ricordarti che sei fatto per l’infinito, che la tua libertà è legata all’infinito, è liberatorio, è la vera liberazione: se non hai qualcuno che te lo ricorda, soffochi nell’ansia e nelle tante forme di potere. «Sempre caro mi fu quest’ermo colle». Mi ha colpito che un ragazzo usi sempre: infatti è una delle parole che abbiamo messo nel Festival dell’essenziale. Come fa uno a 20 anni a dire sempre? Cos’è questo sempre? Adesso, qui, non voglio fare cose di letteratura e poesia in senso stretto, ma noi pensiamo che le poesie nascono così e sono sempre nate così, e invece le poesie nascono: fra tanti milioni di inizi possibili, ha fatto questo. Tanto è vero che poi conosciamo anche i manoscritti. Ora non voglio fare filologia, però diciamo: «“Sempre caro”, beh, certo, è “sempre caro”…», no! Poteva essere in milioni di altri modi, l’inizio, ed è così: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”. E io mi sono chiesto, ma non voglio rispondermi del tutto adesso, perché “sempre”? “Sempre caro mi fu”: a parte la dolcezza del suono, perché questo ragazzo inizia con un tempo così? «Sempre caro», con una nota così affettiva, fortissima? Da un punto di vista letterario, possiamo liquidare la cosa, a mio modo di vedere, in maniera abbastanza semplice, questo lo sa chi scrive poesia tra di voi, ce ne sono tanti nascosti, ma verremo fuori prima o poi tutti, questo popolo sommerso. No, scherzo. Ma chi scrive poesie sa benissimo che c’è la tentazione molto spesso di dire «Ah, questa strada, ah, questo cielo, questo mare». Al che, il lettore cui arriva la poesia dice: «Quale mare? Per te è “questo mare” ma per me non è niente. Tu scrivi “questo” perché sei pieno dell’enfasi del mare che hai davanti o della persona che hai di fianco, o della storia, ma quando dici “questa strada” al lettore arriva: questa strada, quale?». Per questo Leopardi, sapientemente, essendo un grande poeta, crea prima – a mio avviso, è la mia interpretazione – una sorta di spazio affettivo: “Sempre caro mi fu”. E allora “quest’ermo colle” e “questa siepe”, non sono più dei “questi” sospesi, ma sono dentro una dimensione affettiva che lui mi ha già detto, non è “questa siepe”, “quest’ermo colle”, è “sempre caro”. E tu ti puoi immaginare anche per un attimo questo ragazzo che andava spesso lì dietro. Poi i biografi sanno che è un posto dove andavano solo le monache, ma adesso qui non importa. Quindi, è uno spazio in cui il “questo” cade con una plausibilità, anche dal punto di vista letterario, quindi dell’arte della poesia. Ma è anche un ragazzo che dice “sempre”, “sempre caro mi fu”, è un senso del tempo. Lascio qui questa cosa che sarà utile alla fine. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle/ e questa siepe, che da tanta parte…”: il questo, il quello, le professoresse segnerebbero Leopardi – «Ripeti troppe volte questo, quello» con segni rossi. Dico le professoresse, quelle scarse, non quelle che sono qui, segnerebbero dicendo: «Ragazzo non si può dire questo, quello, questo, quello troppe volte!». Ma invece in poesia si può fare tutto, se sta in piedi. Questo e quello: nella nostra letteratura, qualcuno ricorderà che c’è un altro famoso quel, “quel ramo del lago di Como” su cui Testori ha scritto una pagina meravigliosa che dovete andare a leggere. “Quel”, questa sospensione, per cui questa indicazione, “questo”, “questa siepe”, “quest’ermo colle”. I filologi sanno, ma lo lascio qui, così, per incuriosirvi un attimo, che nel primo bozzaccio, diciamo così, in prosa, perché Leopardi, come molti poeti e anche come il sottoscritto, cosa fa? Scrive a volte le cose di corsa in prosa e poi le rimette a posto in quest’arte difficile della poesia, del ritmo, delle parole. E pensate che l’appunto che lui aveva fatto, forse qualcuno lo conosce, diceva: «Oh quanto a me gioconda e quanto cara fummi quest’erma (sponda) plaga (spiaggia) e questo roveto». Roveto? E infatti Ungaretti, che ha studiato molto questo testo, dice «questo parte dal roveto e arriva alla siepe, cioè parte dalla Bibbia e arriva all’ortolano», e lo dice un po’ scherzando. Perché Ungaretti non è scemo, dice: «Mi sembra un po’ ironico, questo idillio». Ironico, non nel senso che fa ridere, ironico nel senso che ha una sorta di strana ironia. E vedremo che Ungaretti ha ragione, Ungaretti ha sempre ragione, di qualsiasi argomento parli, ha ragione. Ma in questo caso ha ragione perché capisce che c’è una sorta di strana ironia: l’ironia, che cos’è? Pensate a Pirandello, Bergson, tanti hanno scritto su questo, l’ironia è lo spostamento del discorso, ma vedremo cosa significa. Ma era partito da roveto! Non siamo tutti biblisti, però sappiamo che roveto è una parola che viene dal di là, e sappiamo anche che Leopardi aveva tradotto in sette lingue un salmo, era imbottito di Bibbia da giovane, ma questo lo lasciamo li, non lo dico mai a scuola ma è così. Lo dice lui: «La Bibbia era il libro della mia giovinezza». “Dell’ ultimo orizzonte il guardo esclude”: già qui, in questo verso bellissimo, mi ha sempre colpito il fatto che c’è quest’ultimo orizzonte, ma conoscete un orizzonte penultimo? Perché mi dici “l’ultimo orizzonte”? Non c’è un orizzonte che non sia ultimo, l’orizzonte per definizione è ultimo, quindi, evidentemente, mi stai caricando questa parola. Chi ha studiato un po’ di Leopardi lo sa, adesso qui non c’è tempo di fare le citazioni che vengono dai grandi sensisti inglesi, i vescovi anglicani che studiavano le parole, cose meravigliose che troverete nel mio saggio il prossimo anno, ma c’è questo invito che Leopardi fa spesso di usare parole che suscitino l’indefinito. Dire ultimo orizzonte, è dire non solo l’orizzonte ma ancora più in là, proprio l’ultimo.
“Il guardo esclude”: chi è stato a Recanati e va dietro alla collina de L’infinito, vede questo colle e dice: «Tutto qui? È questa la famosa siepe?». “Ma sedendo e mirando, interminati”: vedete? Bellissimo, interminati è a fine verso; quando si guarda una poesia, è come guardare una ballerina che balla, non è un discorso logico, bisogna vedere i movimenti. C’è interminati alla fine, spazi, di là da quella, e sovrumani: i due aggettivi a fine verso, come a dire che stai guardando, interminati, stai fingendo di guardare. Dice “il guardo esclude”, ma sedendo e mirando, un po’ banalizzando, alla siepe, cosa fai? Siedi? Cosa stava succedendo? Lo dice: “sedendo e mirando”, cioè mettendomi nella posizione di chi, avete presente Rodin, Il pensatore?, quella magnifica scultura che torna in tutta la storia d’Europa, che ha l’origine nel Cristo Pensoso? Gli intagliatori polacchi facevano dei capolavori enormi, Cristo che pensa dopo la passione. Il compianto prof. Giovagnoli che insegnava all’università di Genova ha scritto un bellissimo saggio su questa posizione del corpo. Sedendo e mirando: il sedendo è la posizione dell’uomo meditativo, non è che mi sposto e guardo sopra ma, sedendo e mirando, anche il corpo c’entra con la riflessione, anche il corpo c’entra con la poesia. Questo è il motivo per cui ripeto spesso che i computer non faranno mai arte, perché non hanno il corpo, non perché non sono intelligenti: molto spesso i computer sono più intelligenti degli uomini ma non hanno l’intelligenza degli uomini perché non hanno il corpo. Noi siamo un’unità inscindibile fra anima, corpo e mente, il computer ha solo la mente, infatti invecchia ma non si sente invecchiare e neanche ringiovanire, e non potrà mai fare arte perché nell’arte, nello sguardo alla realtà, il corpo conta tantissimo. Infatti, Leopardi, sedendo e mirando “interminati spazi di là da quella e sovrumani silenzi”. Che cos’è un silenzio sovrumano, quand’è che ho sentito un silenzio sovraumano, ma cosa vuole dire? Ti ricordi di avere mai sentito un sovrumano silenzio? Magari in montagna o al mare, o in certi momenti. Io ricordo distintamente quando ho sentito un sovrumano silenzio, è stato su un ponte a Lima, capitale del Perù, alle tre di notte, molto trafficato lo stesso: chi ha girato l’America Latina lo sa, poi la benzina costa meno e girano tanto. E mentre camminavo su quel ponte, grande traffico sotto, non c’era silenzio. Però, ad un certo punto, alle tre di notte, mentre tornavo da una conferenza, vedo arrivare tre bambini fra i tre e i quattro anni, da soli nel grande caos di Lima. Vedendo quello, ho sentito un sovrumano silenzio. Perché il silenzio non è una vicenda esteriore, parlo del silenzio perché conta molto in questa poesia, ma è una questione che ti succede, è un’esperienza sovrumana, in basso e in alto, comunque sovrumana. “E profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura”. Io nel pensier mi fingo, fingo: sapete tutti che non vuole dire che sta facendo finta ma che si immagina, come con una fiction. Creo, provo a creare immagini. Noi siamo avvisati dallo stesso Leopardi che l’uomo non ha nessuna possibilità, se trovo la citazione ve la faccio esatta: «Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito, o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito». E infatti dice: “nel pensier mi fingo”, provo a immaginarmi l’infinito, provo a crearmi un immagine di questi sovrumani silenzi, ultimo orizzonte. Provo a creare un’immagine, “ove per poco il cuor non si spaura”, qui sta quasi citando una frase di Pascal: non importa fare troppe citazioni, però aveva preso dai grandi pensatori il fatto che il cuore, il centro della persona si spaura. C’è tutta una genealogia letteraria sullo spaurarsi e più dell’impaurirsi. Qui, Leopardi, da grande poeta, “per poco il cuor non si spaura”. È lì lì: siccome sto facendo questa azione di immaginarmi, quello che sento è che sono sul confine dello spauramento, della paura: “per poco non si spaura”. Questa è la genialità di Leopardi, con questi avverbi fa sentire al tempo stesso la nullità o lo spauramento in cui stai per cadere e al tempo stesso ti tiene di qua. Quando dice che l’uomo si confonde quasi con il nulla, cosa vuol dire “quasi nulla”? Tu senti il nulla ma c’è il quasi, “ove per poco il cor non si spaura”, contemporaneamente senti lo spauramento e anche il “per poco”, no? Sei lì sul limite, senti tutti e due i lati della medaglia, questo è Leopardi, l’uomo sente tutti e due i lati della medaglia, l’infinito e il nulla, il finito e l’infinito. Ci porta sempre, come deve fare l’arte, dove c’è la verità, perché la verità è che contemporaneamente senti il nulla e il quasi, il “poco non si spaura” e la paura, deve portarti lì, a quel limite. “Ove per poco il cor non si spaura”, vedete, è verso la metà della poesia, infatti adesso ci fermiamo e ascoltiamo il maestro Torresetti.

MUSICA

La presenza della musica – e Michele non è puramente decorativo, a parte che Bach non è mai decorativo: Bach è Dio, senza Bach non avremmo né Tiziano Ferro né Vasco Rossi, i musicisti lo sanno – è perché tutta l’arte, e nella musica questo forse è più evidente, è fatta di misura, è fatta di forma. I musicisti infatti sono sempre gli artisti più noiosi – non quando suonano, noiosi come persone, a parte lui – perché hanno una mente matematica, somigliano ai professori di matematica, hanno proprio i difetti dei professori di matematica. Perché l’arte è fatta di misura e nella musica questo è al massimo. Perché dico questo? Perché stiamo parlando dell’infinito a partire da un’opera d’arte che è, invece, il luogo della misura. Ungaretti, che non sbaglia mai, diceva infatti: «Che cos’è la poesia? È il mistero e, di pari passo, la misura», che è un verso già bello. Il mistero e, di pari passo, la misura. E diceva: non la misura del mistero (perché non esiste la misura del mistero) ma qualcosa – la misura – che sembra opporsi al mistero, e invece lo esprime. L’arte è così: è fatta di misura, che quindi sembra opporsi al mistero o all’infinito, e invece lo esprime. Lo cito perché uno dei problemi – non voglio annoiarvi su questo ma è importante citarlo per avere consapevolezza profonda delle cose che si affrontano – è che, per i Greci, l’apeiron, Aristotele, è l’illimitato. E questa era una concezione negativa. Perché, per la cultura greca, ma anche per noi, lo “spaura” di prima – ciò che è illimitato è orrendo -, nella mitologia greca era l’oceano, ecc. Chi si metteva per mare era un assurdo, perché affrontare ciò che non ha forma era mettersi nelle braccia del caos. Per questo, la parola “infinito”, noi tradurremmo con “apeiron”, che in realtà è “illimitato”, può far sorgere esattamente il problema del caos. L’infinito è il caos? È ciò che non ha misura nel senso di ciò che non ha forma? Questo è un problema che lascio aperto: se volete fare come me, vi leggete un libro così, che si chiama Breve storia dell’infinito in matematica, di un grande matematico che si chiama Zellini, che affronta la cosa e fa vedere quanto la matematica, su queste cose abbia riflettuto a lungo, da Cantor a Florenskij fino a Simone Weil. Molti filosofi e matematici hanno riflettuto sul problema dell’infinito, infinito “attuale”, come dicono i matematici, ma qui rimando a queste letture, per chi vuole, o a una conversazione che faremo con Bersanelli a Milano sull’infinito in poesia e fisica. La scienza, avendo a che fare con la misura, la matematica, ha detto: ma l’infinito, che cos’è per noi? Perché parto da Aristotele e dall’arte? Perché l’arte dà forma ed esprime con una forma qualche cosa che è infinito, è mistero, non ha una forma precisa. Tant’è vero che quel genio di un grande poeta che si chiama Rilke – che avrete sentito nominare in tanti -, come tutti i grandi poeti del Novecento prova a tradurre L’infinito e si accorge che la parola che in tedesco doveva usare per mettere il titolo era più simile all’apeiron, cioè all’illimitato, e quindi avrebbe assunto una connotazione negativa. E allora, pur essendo tedesco, lascia il titolo in italiano, L’infinito. Perché evidentemente c’è una differenza tra l’esperienza dell’illimitato e l’esperienza dell’infinito. L’illimitato appartiene al regno del linguaggio matematico, che sull’illimitato va in crisi, a meno che non si trasformi in una sapienza pitagorica, o addirittura più arcaica, o in una teologia moderna: ma questo lo lascio come problema. L’infinito è un’altra cosa. Non è l’innumerevole. E infatti Rilke, poeticamente, lo capisce, linguisticamente lo capisce. Borges, che è un altro genio, disse che il concetto di infinito corrode tutti gli altri concetti, perché quando si ha a che fare con l’infinito si mettono in crisi un sacco di cose, anche esistenzialmente. Se l’infinito ti viene a visitare, tante cose vanno in crisi, tante forme non tengono. E allora, avere a che fare con l’infinito – lo accenno solo come pista di lavoro per chi vuole approfondire queste cose – vuole dire prendere tante piste che possono anche accedere ad altri linguaggi (la matematica, la musica, ecc.), ma alla fine l’uomo è un essere di parola, e quindi anche le esperienze che facciamo con altri linguaggi dobbiamo tornare nella parola per esprimerle. L’uomo non ha consapevolezza del mondo se non attraverso la parola: per questo, Zuckenberg e gli altri hanno fatto i soldi con le parole, hanno capito che l’uomo, comunque, è un essere di parola. Per cui, gli dai uno strumento per scambiarsi parole? Fai i soldi. Perché l’uomo è fatto di parola, perché la nostra esperienza è fatta di parole: la nostra esperienza arriva alla coscienza attraverso le parole che abbiamo. L’esempio che faccio spesso è questo: tu puoi dire, ed è vero, che una lacrima esprime più di tante parole, però lo devi dire, devi tornare alla parola, e devi tornare possibilmente alle parole più adeguate per dire l’esperienza, che molto spesso è afona o impossibile a dirsi. Quando è caduto giù il ponte, l’altro giorno a Genova, la prima cosa che ho fatto è stata mandare una poesia che avevo scritto. Perché in certi momenti, quando mancano le parole, bisogna che uno prenda la parola. Perché l’uomo è fatto per le parole. E questo l’hanno sempre fatto, i poeti: Ungaretti nelle trincee, o Akmatov nel gelo della persecuzione russa. Perché solo la sventura è muta, come diceva Simone Weil. Cioè, la sventura è muta, non l’uomo di fronte alla sventura: la sventura sembra non dire niente e allora l’uomo deve parlare, deve interpretare. È per dire che il tema dell’infinito, se portato in varie direzioni -compresa quella della matematica, ed è molto affascinante ma qui non c’è il tempo di riassumerlo -, anche con delle ombre riporta comunque il problema all’interno della natura del linguaggio umano. Lo accenno solo, non voglio approfondirlo. Perché “infinito” sembra appunto mettere in crisi ciò che ha forma, qualsiasi tipo di concettualizzazione. E allora, come si fa a dire qualcosa che non è concettualizzabile, che non ha forma, che parole useremo? E qui, avere a che fare con l’infinito invita a stare in un posto che non sia altrove dalla poesia (che non vuol dire che tutti dobbiamo scrivere poesie). Ma non si può stare altrove dalla poesia, per avere a che fare con l’infinito. Dove, con poesia, non sto intendendo un genere letterario o quello che scrivo io o un altro. La poesia è intesa come livello d’intensità del linguaggio. Non si può stare altrove dalla poesia, per poter parlare dell’infinito e del legame tra l’esperienza umana e l’infinito. Infatti, i Greci nella filosofia non riescono a maneggiare positivamente il concetto di apeiron, rimane sempre legato alla negatività. Noi, quando diciamo “infinito”, tendenzialmente diciamo una cosa positiva: ti amo infinitamente, è bello star qui all’infinito. Non è una cosa negativa. C’è un passaggio su cui questa poesia ci fa riflettere. Siamo arrivati proprio a metà: “il cor non si spaura”. Questi idilli, Leopardi li definisce «avventure storiche» del suo animo. In genere, questa poesia è sempre stata letta come se fosse un momento di estasi, anche un pochettino Zen, come se Leopardi fosse improvvisamente diventato buddista. A Recanati nel 1819 era difficile, però diciamo così. Però improvvisamente Leopardi ha scoperto questo «Ah, l’infinito». Solo che lui dice «avventura storica». E infatti mi sono sempre chiesto: cosa succede in questa poesia? Perché ad un certo punto quest’uomo mi dice che il cuore quasi si spaura, cioè mi fa sentire questa possibilità della paura, dello spauramento, e alla fine naufraga dolcemente? Non è la stessa cosa dire: “il cuore quasi si spaura” e “naufragar m’è dolce”, sono cose diverse, esperienze diverse. Quindi, a mio avviso – questa è la mia interpretazione, e devo dire che in questo librone dove sono raccolte tutte le interpretazioni date sul L’infinito, e sono le più autorevoli, non l’ho trovata -, succede qualcosa proprio qui, a metà. “E come il vento odo stormir tra queste piante io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando”. Sta succedendo qualcosa: succede il vento. E succede il vento al punto tale che lui esce dalla finzione: non è più il “mi fingo”, ma “vo comparando”. “Vo comparando” è il conoscere: l’uomo conosce comparando. E cos’è che compara? “Quello infinito silenzio”, immaginato, che non vedo, di cui non ho esperienza diretta. Me lo posso provare a immaginare, ma non ce la faccio neanche a immaginare l’infinito silenzio. Tra “quell’infinito silenzio” e “questa voce”, vo comparando queste due cose. Qui, come ho accennato prima, si potrebbero fare mille illazioni, e non importa. O meglio: importa, ma fatto nella misura giusta. Leopardi è un lettore della Bibbia. Il vento tra le fronde non c’è bisogno di aver fatto molto catechismo per sapere che è uno degli emblemi con cui si parla della voce di Dio, il Libro dei Re. Anche perché è minimamente logico: qual è la voce che puoi comparare a un infinito silenzio, e un silenzio che puoi comparare a una voce? Cos’è un silenzio che parla, o una voce che ha dentro il silenzio? Di cosa stiamo parlando? Ma lasciamo stare: può darsi che Leopardi abbia sentito la voce della sua mamma. Può darsi che fosse la voce di non importa chi: noi non dobbiamo farci gli affari dei poeti, dobbiamo farci gli affari nostri. Io questo lo dico sempre, lasciate stare le biografie dei poeti perché se i poeti volessero dirvi cosa facevano in quel momento veramente, lo scriverebbero, invece vi scrivono altro. “A Silvia”, “gli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”: si chiamava Teresa, quindi Leopardi non vuol farci sapere i fatti suoi, nessun poeta vuol farvi sapere i cavoli suoi. Quindi, non studiate le vite dei poeti, leggete le loro poesie e studiate la vostra. Di fronte a uno che dice “infinito silenzio a questa voce”, devi porti il tuo problema. Cos’è per me un silenzio che è anche una voce e cos’è che comparo? E il comparare una cosa, il vento tra le fronde, che comunque lo si vuole interpretare è un segno: il segno della voce di Dio o il segno della voce della mamma? Non lo so, è un segno, però. In tutte le culture, da sempre, il vento tra le fronde è un segno di qualsiasi natura. Quindi, quest’uomo ad un certo punto non finge più ma inizia a comparare l’oggetto misterioso, impossibile alla sua immaginazione, con un segno. Il segno lo introduce in qualche modo ad una possibile conoscenza. Noi siamo una civiltà che sta perdendo la cultura dei segni, abbiamo un sacco di segnetti, di simbolini immediatamente efficaci, spingi qui e succede questo. Questo non è un segno, è un simbolino efficace, il segno è un’altra cosa, il segno ha tutta la drammaticità dell’interpretazione che magari la consuetudine, la cultura può rendere più tranquilla. Le papere salgono tre gradini del pollaio, arriva l’alluvione. Se sei esperto, ti preoccupi, se no guardi le galline e affoghi. L’esperienza e la cultura rendono più normali certi segni, uscendo dalla cultura del segno uno è più disorientato. I segni sono strani e quasi sempre lasciati inerti, non interpretati, perché abbiamo paura dei segni, vogliamo i simbolini efficaci che funzionino subito, perché il segno introduce un altro tipo di dinamica, introduce la libertà. Allora qui accade, a mio avviso, che “e come il vento” non vuole dire appena il vento. “Appena che il vento sento tra queste piante”, e infatti succede che in quel momento, dopo il “vo comparando e mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, e la presente e viva e il suon di lei” è come dire che il presente è un suono, ha un suono, un sound che è diverso dal passato. E qui i filologi discutono: “sovviene”? Sovviene, non è che mi ricordo, non vuol dire mi ricordo, anche perché così mi ricordo l’eterno? Mi ricordo il presente? Sovvenire – c’è tutto un saggio di una mia giovane amica molto brava, che su questo ha studiato – vuol dire appunto il presentarsi quasi tutti insieme alla coscienza. Sovviene, mi viene su, è come se mi venisse addosso improvvisamente tutto insieme, che cosa, tutto insieme? Il tempo, il tempo, il tempo che è il modo di stare al mondo dell’uomo. Cos’è il tempo? Grande mistero riflettuto da Sant’Agostino. Perché il tempo è quello di cui possiamo parlare, ed è una nostra invenzione, il tempo, nel senso che non esiste, il tempo, o meglio, esiste in quanto è il modo che l’uomo ha di stare al mondo: giorno, notte, sono giovane, sono vecchio, dopo Cristo, ante Cristo. Cioè, il tempo è il modo con cui l’uomo sta al mondo, per questo il tempo è il grande mistero dell’umanità. E ciò su cui l’uomo torna sempre a parlare è l’arte fatta di tempo, di ritmi, di misure. E cosa vuol dire qui Leopardi? Dice: “mi sovviene tutto il tempo insieme”, con una strana successione che è, se ci pensate, illogica. Uno dice prima il passato, poi il presente, poi l’eterno. No, invece, prima “l’eterno, poi le morte stagioni, poi il presente” mi sovviene tutto insieme il mistero del tempo, mi viene dentro, mi sovviene. La poesia non si può tradurre, si scrive una poesia per quello, perché non bastano le altre parole. È una strana contraddizione, “l’eterno e il presente insieme”. Infatti dice: “in questa immensità si annega il pensier mio”. In questa immensità, è successo qualcosa? Pensate che nell’originale va messo “in questa immensitade il pensiero mio si annega”: come tutti quelli che fanno un po’ i vetusti, “immensitade”, poi ha capito che doveva tagliare via quella codina, “immensità si annega”. Quel rovesciamento è meraviglioso, queste sono cose un po’ per artisti, rimani incantato quando uno con un gesto fa diventare una cosa mediocre. Voi sapete che Leopardi non pubblicò questa poesia nella prima edizione dei Canti, non la considerava molto bella, la pubblica solo nella seconda. I poeti non sono mai i migliori critici di se stessi, ovviamente, ma vuole dire che anche lui capiva che questa poesia aveva dentro qualche cosa di forte, di grandioso. Comunque, togli via “immensitade” e metti “immensità”, questo è un bellissimo colpo: “s’annega il pensier mio in questa e il naufragar mi è dolce in questo mare”. Sempre, all’inizio, un po’ di cose tornano, non tornano in termini statici ma in termini di esperienza, cioè di un accadimento, di qualcosa che succede, che gli è successo in quel momento, il problema dell’indefinito che abbiamo lasciato lì. Per Leopardi, abbiamo già detto che qui fa un’esperienza dell’infinito per fare fuori il problema Zen, diciamo così. Per Leopardi non c’è annullamento dell’io, tanto è vero che c’è un io che dice “M’è dolce”. Se l’io fosse annullato, non potrebbe dire “Naufragar m’è dolce”. Chi lo dice? L’io che autocosciente sta dicendo questa cosa alla propria esperienza. Se fosse un annullamento dell’io, tace o non dice questo. Ma l’io che è cosciente ha un’esperienza di sé che non è un annullamento in termini di Nirvana, ma un naufragare dolce, una strana contraddizione, se vogliamo, un’esperienza contradditoria che è possibile solamente non altrove dalla poesia, in un ambito dell’esperienza umana che non è immediatamente accessibile. È una contraddizione, possiamo dire, naufragio dolce. Per uno che scrive poesie, il naufragio non è appena una parola semplice ma ha a che fare con una tradizione lunghissima di naufragi che c’è nella letteratura, fin da Lucrezio. C’è un bellissimo libretto di un critico americano che si chiama Naufragio con spettatore, perché l’idea del naufragio è una delle idee ricorrenti nella letteratura. Pensate anche ai grandi miti greci: il naufragio era l’essere assorbito dal caos che era il mare illimitato, quel caos che sono le passioni per cui l’uomo saggio in Lucrezio sta sulla riva e vede quello che affoga. Nel tempo, questa cosa si è evoluta fino a diventare questo strano spettatore che guarda sé naufragare dolcemente in qualche cosa che evidentemente non è più un caos informe, o meglio, anche se lo è, è qualcosa che mi fa fare una strana esperienza di dolcezza. Leopardi arriva a questo. Non voglio andare più lungo, perché probabilmente non si riesce, o meglio, se ne potrebbe parlare infinitamente e questo è il bello della poesia. Voglio solo fare notare una cosa che ci fa notare quel genio di Ungaretti. Dice che Leopardi è un lettore di Pascal, il grande filosofo del rischio dell’uomo come canna al vento, ma Leopardi dice ad un certo punto – è Ungaretti che cita Leopardi che cita Pascal -, parlando di Pascal, che il filosofo francese, al tempo della sua opera I Pensieri, aveva rapidamente consumato il corpo con le stesse facoltà mentali. E Ungaretti nota come stava succedendo a lui, a Leopardi, che il suo genio quasi gli ha consumato le energie. Scrivere L’infinito costa tanto, fare arte costa tanto ma non costa appena perché non diventi ricco, costa tanto perché la fai con tutto te stesso. Non c’è quasi altra cosa che fai con tutto te stesso. Anche a Ungaretti è costato tantissimo dal punto di vista vitale, come diceva ieri un ragazzo, Matteo, che ha quindici anni e scrive poesie. «Ma io mi sento a un livello che gli altri molto spesso non capiscono». «Bene – ho detto – è un buon segno non pretendere che capiscano il costo che è per te scrivere una poesia. Non lo pretendere, fallo e offri questa tua fatica come altri fanno altre fatiche». Ma Leopardi dice che il genio di Pascal lo stava quasi consumando e poi conclude dicendo che «diventando quasi pazzo, Pascal era entrato in certi misteri della natura che sono difficilmente esprimibili». Per la forza della sua fantasia, noi potremmo dire di questo testo: «L’ha scritto uno quasi pazzo?». La siepe, l’ermo colle, gli sterminati spazi, è un pazzo, questo. Pazzo di fantasia e Ungaretti nota che Leopardi parlava dell’indefinito e dice: «Caro Giacomo, è un gioco di parole che fai per ripararti. Cos’è l’indefinito, cos’ha di differente l’indefinito dall’infinito? L’indefinito è semplicemente qualcosa che tu fai appartenere al soggetto che non riesce a definire del tutto la cosa di cui parla, ma l’esperienza nel campo è la stessa, non c’è una grande differenza. Per stare al riparo, lo chiamo indefinito». «E tu stai dando del pazzo a Pascal? Pazzo, lui? Pazzo lui o anche tu, nel pensare che possa venire in qualche modo, non altrove dalla poesia o non dicibile altrove dalla poesia, un’esperienza della conoscenza dell’infinito» che però, come abbiamo visto, non è una conoscenza estetica ma è un segno, un comparare? Per questo è profondamente umana e anche profondamente strana, profondamente fuori dalla norma, perché deve avvenire un segno, magari semplice come il vento, come il sorriso di una persona, come un’amicizia: non sono cose complicate. Il vento e le fronde non sono complicati, come segno è ricchissimo di significato, è il tuo comparare che fa in modo che, in questa immensità di cui quel segno ti parla, tu decidi che il tuo pensiero può annegare cioè può appartenere a quell’immensità, può lasciarsi andare in quella immensità. E tu stesso puoi naufragare ma dolcemente perché tutti naufraghiamo, prima o poi. Devi decidere come. Agitandoti o dolcemente. Leopardi qui introduce questo elemento importante del segno e del comparare l’infinito come qualcosa che puoi conoscere poeticamente, che non vuol dire che non esiste, tanto è vero che Leopardi come sapete diceva: fortunato Omero, fortunati i poeti antichi a cui voleva assomigliare, che possono parlare dell’esperienza umana in modo naturale come è veramente. E noi invece abbiamo complicato tutto perché, come dice in un passaggio molto bello in una frase sull’immaginazione, l’uomo immagina all’inizio come un bambino. Omero, la poesia antica allora immagina quello che c’è, vede quello che c’è e aderisce a quello che c’è, non è sentimentale, è naturale, o meglio, è sentimentale come natura vuole. Leopardi rimpiange quei tempi antichi e dice: perché il cuor nostro non è cangiato ma la mente sola è cangiata, non il cuore. Per questo, non siam più in grado di guardare alla realtà – segni, infinito – ma abbiamo bisogno di riappropriarci di questa cosa che invece per Omero e per gli antichi era naturale! Ma, per finire, prima di dare la voce ancora alla musica, all’arte, voglio leggervi due cose brevissime. Una è un pezzo di poesia di un poeta che amo tantissimo, perché non ci sono stati tanti geni in quella parte dell’Ottocento ma sicuramente due sono Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire, prima Baudelaire e poi Rimbaud. Baudelaire scrive I Fiori del Male vent’anni dopo Leopardi. Lo aveva letto, e giustamente parla, in un suo bellissimo testo che ho tradotto, del viaggio, e dice che noi “culliamo il nostro infinito su mari finiti”. Come dire che l’uomo è fatto continuamente nel suo viaggio di questo desiderio bellissimo, di questo “cullare”- usa proprio l’immagine della mamma che fa la nanna -: noi culliamo il nostro infinito su mari finiti. Questa immagine mi ha sempre colpito, perché è come quando hai in braccio un bambino, è come se tu avessi in braccio la tua vera natura, per questo ti intenerisci, no? Anche persone solitamente burbere come me, quando hanno un bambino in braccio, chissà perché, riconoscono come il germinare della propria natura e si inteneriscono. Stai cullando la tua natura infinita su mari finiti, dice. E Rimbaud, che è il discepolo più estremo di Baudelaire, dice: “l’eternità è il mare che nel sole se ne va”. Nel passaggio che c’è ne L’infinito, nella prima parte lui si affida allo sguardo, prova a fingere, si siede e prova a immaginare. Lo sguardo, come sapete per esperienza – se volete possiamo farlo adesso -, se aprite gli occhi immediatamente ordinate il mondo. Siamo dentro un gioco immediato di prospettiva tale per cui metti le cose qui, la parete è là, la telecamera è lì. L’udito che ti ordina… Si sente un suono di campane, ti ricordi di tua nonna 50 anni fa, se senti una canzone: quante canzoni ci sono nella poesia di Leopardi! Entri in una dimensione del tempo diversa, difatti è la “voce tra le fronde” il segno, cioè questo passaggio tra il vedere e l’udire è anche il passaggio tra il possesso e l’ascolto, è l’ascolto di un segno che ti introduce a un’esperienza del tempo, “mi sovvien l’eterno”. Un’esperienza del tempo perché l’infinito ha a che fare col tempo, l’eterno, per stare con Rimbaud, è la natura del tempo. “Mi sovviene la natura del tempo” “e in quest’immensità si annega il pensier mio e il naufragar m’è dolce”. Questo passaggio tra l’ordinare lo sguardo e l’udito è molto importante. Concludo con questo, ma è un invito a lavorare tutti su questo testo, a impararcelo a memoria, magari a dirlo. Adesso voglio fare una cosa con la mia amica Giuditta, danzare questo testo. Non è possibile raffigurare l’infinito a meno che, come dice giustamente un bravo filosofo che si chiama Sergio Givone – in realtà copiando, ma lui lo dice, da un grande filosofo e cardinale del Quattrocento che era Nicolò Cusano -, l’unica rappresentazione possibile dell’infinito, l’unico punto in cui noi vediamo l’infinito è quella cosa che, non a caso, inventano non i matematici, non i sociologi, non i politici, ma gli artisti, quando nel passaggio tra il Trecento e il Quattrocento, nasce la prospettiva nella pittura italiana. Avete in mente i capolavori di cui parlo? Succede che c’è il punto di fuga, che è ben ravvisabile dov’è nel quadro, sai che c’è quello, tanto è vero che, essendoci quello, tutto il tempo e lo spazio sono leggibili, ma non lo afferri mai quel punto lì, lo identifichi, lo vedi ma non lo afferri, è un vedere senza possesso, è un ravvisare, è un conoscere non come possesso. E infatti, giustamente, quel genio che era don Giussani diceva che «l’infinito è il punto di fuga della realtà». Quando guardi le cose, qual è il punto di fuga che le ordina? Sei tu? Il punto di fuga del mondo sei tu? È il potere, questa bottiglia? Il punto di fuga è infinito, è quello che rende la realtà vera, la puoi conoscere veramente e in questo modo succede anche qui, che questo strano punto di fuga dell’infinito, mai concettualizzabile, mai afferrabile, mai descrivibile, mai fingibile, entra nella nostra esperienza, perché il punto di fuga è una nostra esperienza. Non è che siccome non lo prendi non ne fai esperienza, ne fai esperienza altroché, anzi, diciamo così, tutta l’esperienza che fai dipende da quello. Se non ci fosse quello, non faresti esperienza del mondo o la faresti falsata. Il fare esperienza dell’infinito come punto di fuga della realtà, Leopardi ce lo dà in questa poesia meravigliosa, attraverso la lettura di un segno. È come il vento, succede, questo segno, è una emersione, è una consapevolezza totale del senso del tempo: e appunto il punto di fuga riguarda lo spazio e riguarda il tempo. Qual è il punto di fuga dei tuoi anni, qual è il punto di fuga di questa giornata, qual è il punto di fuga di questa mattina, il tuo umore? Qual è il punto di fuga di oggi, quello che hai fatto? Il punto di fuga del tempo, come il punto di fuga dello spazio, è l’infinito come esperienza: devi conoscerlo anche se non lo possiedi, devi vederlo, devi sentirlo, deve sovvenirti, se no rischi che la tua esperienza, invece che essere visitata dall’infinito, sia visitata dall’apeiron, cioè dal limitato, o meglio, dall’informe, dal caotico che, come sappiamo per esperienza o anche solo perché lo vediamo in giro, è deserto e vuoto e non genera nulla.

MUSICA

MASSIMO CIAMBOTTI:
Nel ringraziare Michele Torresetti che, ricordiamo, è violinista a Monaco, e soprattutto Davide Rondoni, un avviso importante: ciò che rende il Meeting un evento del tutto unico è proprio il fatto che sia tutto completamente gratuito, eccetto la ristorazione: le mostre, gli incontri, lo spazio dedicato allo sport, il villaggio ragazzi, i parcheggi sono offerti a chi vive la settimana del Meeting e a chi lo segue da casa e in ogni parte del mondo. E sapete cosa rende possibile questa totale gratuità? Il fatto che il Meeting sia il frutto del contributo di ciascuno di noi. Dai volontari ai donatori, dai relatori ai curatori di mostre, agli artisti, fino ai visitatori che lo vivono, ognuno partecipa, regala al Meeting qualcosa di sé, il proprio tempo o le proprie energie, il proprio denaro, i propri talenti. Anche quest’anno è possibile quindi contribuire alla costruzione del Meeting attraverso donazioni. A questo scopo lungo tutta la fiera troverete delle postazioni – si chiamano “Dona ora” – caratterizzate da un cuore rosso. Le donazioni dovranno avvenire unicamente ai desk dedicati, dove troverete i volontari che indossano la maglietta color magenta. Buonasera a tutti.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

23 Agosto 2018

Ora

19:00

Edizione

2018

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria