IL NUMERO 40 NELLA BIBBIA

Joseph H. H. Weiler, University Professor at NYU Law School and Senior Fellow at the Center for European Studies at Harvard. Introduce Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

STEFANO ALBERTO:

Mentre provvedono a sistemare il microfono, vi do il benvenuto per questo appuntamento che rientra ormai nella tradizione del Meeting. dire tradizione non significa qualche cosa di abitudinario o di scontato. Questo è il 16° anno che Joseph Weiler partecipa al Meeting di Rimini.

 

JOSEPH WEILER:

Invecchiato con il Meeting!

 

STEFANO ALBERTO:

Invecchiato con il Meeting, l’hai detto tu, ma sempre giovane. la sua partecipazione si è caratterizzata certamente con tutta una serie di interventi con cui ci ha regalato la sua sapienza giuridica, la profondità dei suoi studi, delle sue scoperte, ma creando – diciamolo con semplicità, ma dobbiamo dirlo – qualche cosa di assolutamente originale, perché quello a cui lui tiene veramente, e non ne ha mai fatto mistero, è poter affrontare insieme a tutti noi ogni anno pagine della Bibbia, non vista come un libro che racchiude un grande passato ma come la testimonianza viva di una storia che continua nella storia del mondo. La storia che nasce da una scelta, da una elezione, da una preferenza: tutte parole che nei tempi attuali destano sospetto e disagio. Abbiamo sempre parlato di nomi: i nomi dei patriarchi, i nomi delle patriarche, la grande avventura di Mosè, di Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli. Quest’anno, apparentemente, anche se il riferimento è al 40° Meeting, ci spostiamo sul nome, e dal nome ci spostiamo sui numeri. Il titolo che ha dato il Meeting, mi ha detto Joseph, non è proprio quello che lui aveva proposto: trovate nel programma «Il numero 40 nella Bibbia” mentre, se avete in mano i fogli, vedete che il titolo è molto più intrigante: “40, il numero preferito da Dio”. La Bibbia è piena di numeri, alcuni sono molto significativi: ritornano nell’Antico (o nel solo) Testamento e nel Nuovo (per noi) il numero 1, il numero 3, il numero 12 e il numero 40. La grande domanda è: perché tra tutti questi numeri che sono così importanti, il 40 è il preferito di Dio?

 

JOSEPH WEILER:

Grazie. Incomincio con un’altra cosa. Sapete? Si possono prendere gli stessi fatti e interpretarli in maniera non solamente diversa ma proprio contraria. Io quest’anno ho scritto al Meeting, dicendo: «Guardate, sono a Singapore, assolutamente devo essere lì martedì. Se vengo, significa che viaggio 18 ore per arrivare, sto al Meeting meno di 24 ore e devo viaggiare altre 18 ore la sera successiva per tornare. Allora, abbiate un po’ di pietà per la mia salute e risparmiate un po’ di soldi». Mi hanno detto no. La prima interpretazione è: dove è sparita la misericordia cristiana? Però mi hanno dato una bella risposta: «No, no, no, quella è la mostra sull’amore cristiano: ti amiamo così tanto!». Tutto questo per dirvi che sono stanco morto. I numeri preferiti di Dio per me sono in concorrenza: 7, 12 e 40. Ma alla fine ho deciso che 40 è veramente il numero preferito di Dio. Allora, vediamo se riesco a convincervi. Avete tutti questo foglio [il testo dei passi biblici, ndr], perché è essenziale. La prima volta si vede in Genesi, capitolo 7, versetto 4: “Poiché di qui a 7 giorni – vedete che il 7 subito si mette in ballo – farò piovere sulla terra per 40 giorni e 40 notti; sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri viventi che ho fatto(Gn 7,4). Non tutti: perché non tutti? A parte Noè, non penso che i pesci siano morti in questo diluvio: perché siano privilegiati, non si sa. E poi vediamo subito dopo: “Trascorsi 7 giorni, l’acqua del diluvio pioverà sulla terra (…) 40 giorni e 40 notti (Gn 7,10 e 7,12)”. Ora, immaginiamo di leggere per la prima volta questo testo – forse per alcuni di voi è la prima volta -, la nostra impressione sarà: «Va bene, il diluvio sarà durato 40 giorni». Però andando avanti – non ho menzionato qui tutti i versetti in cui compare il 40 perché sono troppi -, si capisce che non è per casualità: 40 giorni il diluvio, 40 giorni quando ha smesso, ecc. Allora, vediamo: 40, 40, 40. Isacco si sposa a 40 anni, Esaù si sposa a 40 anni, nel deserto camminano 40 anni. C’è un significato? Oggi possiamo dare più di un significato. Ad una prima lettura, possiamo dire: «Va bene, può darsi che sia andata così». Poi si capisce che c’era qualcosa di più in questo 40. Qual è la vostra ipotesi? Che significato ha la durata di 40 giorni del diluvio? Che possiamo pensare? Se non è casuale, che cosa ci vuole dire? Nessuno?! La mia lezione richiede partecipazione da parte vostra! Che significato può avere il 40?

 

INTERVENTO:

La durata di una gravidanza, 40 settimane.

 

JOSEPH WEILER:

Gravidanza? Per mia moglie erano 9 mesi, non 40. Altre idee. Uno che ha letto una volta la Bibbia, ha capito che 40 è un numero speciale, perché non smette di ripetersi. Cosa vuole dire 40 giorni? Perché non 39? Perché non 41? E ci sono molti 39 e molti 41, ma sono cose diverse. Allora?

 

INTERVENTO:

Un mese e 10 giorni.

 

JOSEPH WEILER:

Sì, due mesi meno venti. Altre ipotesi?

 

INTERVENTO:

Il prodotto di 4 x 10.

 

JOSEPH WEILER:

Cosa?

 

INTERVENTO:

Dopo una grave malattia, 40 giorni di quarantena, peste, ecc.

 

JOSEPH WEILER:

È solo un’ipotesi, una mia idea, ma uno dei significati di 40 è che Dio c’è dentro, che è un segnale, che non è una cosa casuale, che c’è qualche senso più diretto. Di un diluvio, uno tsunami, una cosa della natura, si può pensare che viene, capita. Ma quando si vede la parola 40 nella Bibbia, subito dobbiamo pensare: «In qualche modo, è un atto di Dio», perché altrimenti il numero sarebbe 39 o 41. Ora, spero che don Pino non mi ammazzi, ma il mio rabbino sì, però non è qui. Perché la Bibbia, che è la parola di Dio, non è necessariamente letterale. C’era una mano umana che ne ha curato la redazione. E allora, possiamo pensare, senza offendere qualsiasi teologia o dottrina, che il redattore, vedendo che il diluvio aveva un significato religioso o teologico, che era un atto di Dio, ha scelto quaranta giorni per segnalare al lettore: «Non pensiate che sia una cosa qualsiasi, qui c’è un significato di Dio». È chiaro che qui è abbastanza palese e trasparente, perché è stata la decisione di Dio – sì, mamma mia questo Dio! – di sterminare dalla faccia della terra tutti gli esseri viventi; e perciò, quaranta giorni per dare, anche a livello di numero, il segnale che non è una cosa qualsiasi, non è un evento della natura, non è qualcosa che è successo e che dopo si interpreta come punizione di Dio. È proprio la volontà di Dio che ciò sia. E allora, il primo significato del numero 40 si collega con la volontà di Dio, con un piano di Dio, mi spiego? Pensateci. Facciamo un time-out e parliamo un po’ di questo diluvio, perché sembra una cosa orrenda. Leggiamo che prima del diluvio Dio vede che la terra è piena di persone “inique”, questa è la parola italiana, in ebraico è molto più dura. Però è chiaro che non è possibile che tutti fossero criminali, che tutti fossero assassini, che tutti fossero iniqui. E allora, perché dovevano morire? Cosa possiamo dire sui bambini? Perché, se tutti gli esseri viventi sono sterminati in questo diluvio, i bambini sono colpevoli, perché dovevano vivere, loro? E non si può scusarci dicendo: «Ah, quello è il Dio dell’Antico Testamento», perché per i cristiani è il dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, di Gesù stesso, e allora è lo stesso Dio. Come si spiega questo? Chi vuole difendere Dio? Perché è un genocidio totale. È chiaro, vi ricordate che Abramo, quando Dio ha deciso di sterminare Sodoma e Gomorra, va da Dio a dire: «Com’è possibile che il giudice di tutta la terra non faccia giustizia e uccida i colpevoli con gli innocenti? Ma qui distrugge tutti». Chi vuole difendere Dio? La faccio più facile: qual è il messaggio di questo sterminio? È una punizione ma, come diceva Abramo, se si puniscono i colpevoli come gli innocenti, questo non ci va, no? Questa non è giustizia.

 

INTERVENTO:

Io credo che il messaggio sia la volontà di un radicale annullamento del passato e l’inizio di una nuova situazione. Non si tratta di un messaggio materiale o fisico, ma simbolico.

 

JOSEPH WEILER:

Ah, tu vuoi dire che non sono stati tutti sterminati?

 

INTERVENTO:

Può anche essere.

 

JOSEPH WEILER:

Ma lui dice: «Voglio sterminare tutti gli esseri viventi». Questa risposta è nella mia classe di giurisprudenza 24. Perché cambia i fatti. Allora, offro un piccolo spunto: come si leggono i primi capitoli della Genesi? Tutti i primi capitoli della Genesi, secondo me, fino a che non comincia la storia di Abramo, rappresentano la maniera della Bibbia di insegnarci cosa vuol dire essere umano in questo mondo. Perché non c’era la rivelazione diretta di Dio, che è venuta con Abramo. La storia di Adamo ed Eva, la storia di Abele e Caino, la storia della torre di Babele e la storia del diluvio, tutte queste storie cosa significano? C’è un insegnamento apocalittico della Bibbia? Perché si comincia che Dio ha creato l’uomo a sua immagine, lo ha creato uomo e donna. È molto femminista, quel testo poi dimenticato; però è per insegnarci cosa vuol dire essere un umano in questo mondo, e che cosa si aspetta Dio da noi. Allora, sotto questa ottica, cosa vuole insegnare quella cosa tremenda, che stermina tutti, e sappiamo che sicuramente c’erano anche degli innocenti?

 

INTERVENTO:

Forse potrebbe essere un ribadire che, siccome Dio ci ha creato, è lui che decide la vita e la morte. E quindi, nel suo disegno, anche la morte di quelle persone, giusti o non giusti, serviva per realizzare il progetto.

 

 

JOSEPH WEILER:

È vero, questo però non spiega l’ingiustizia di sterminare gli innocenti. Ha il potere di farlo, ma se lo fa possiamo criticarlo e dire che non è un Dio giusto, come diceva Abramo. Perché il significato della storia di Abramo (purtroppo lì non c’è la parola 40, devo inserirlo così) è che Abramo si ribella contro Dio e dice: «Com’è possibile che il giudice di tutta la terra non faccia lui stesso giustizia, uccidendo i colpevoli con gli innocenti?». È un cambiamento radicale: fino a quel momento, se Dio fa qualcosa significa che è giusto. Dopo Abramo, se non è giusto non può essere fatto da Dio. È un momento copernicano nella relazione fra moralità e divinità. Però, resta il problema del diluvio. Allora, dico quello che penso io. É vero che sicuramente c’erano innocenti che non avevano assassinato, rubato o fatto altre di queste cose. Ma la lezione è la responsabilità sociale: può darsi che tu non abbia fatto una cosa cattiva ma hai permesso agli altri di farlo. Hai vissuto in un mondo iniquo senza fare nulla perché, se tu ti fossi ribellato, non sarebbe stato permesso.

Secondo me, la lezione è che come società abbiamo la responsabilità di assicurare un mondo giusto, anche se noi stessi siamo innocenti, ma non possiamo non vedere quello che succede accanto a noi, dobbiamo intervenire. Allora, se il mondo era così iniquo, non era soltanto responsabilità di quegli assassini ma anche degli altri che avevano lasciato che questo mondo fosse così. La giustizia di questo mondo dipende da tutti e non possiamo non prenderci la responsabilità di quello che succede accanto a noi. In questo senso, è una lezione molto forte: se il mondo diventa ingiusto, tutti ne sono responsabili, perché l’essere umano non è solo individuo ma anche un noi, un essere sociale. Abbiamo una responsabilità sociale. Allora, uno potrebbe dire: e i bambini? Ma un bambino di due anni può intervenire nel mondo per giustificare, per evitare le iniquità? Allora, cosa facciamo?

 

INTERVENTO:

La colpa dei padri ricade sui figli.

 

JOSEPH WEILER:

Giusto, quella è una cosa biblica. Veramente si vedono i figli come estensione dell’essere umano: tu devi assumertene la responsabilità finché sono adulti, dell’età di 13 anni, perché fanno parte di te. Non è che pagano per i tuoi peccati, ma quello che tu fai nel mondo devi capire che avrà una ricaduta anche sui tuoi figli. È un concetto un po’ arcaico, però non senza significato, della relazione tra figli e padri: tu sei responsabile e devi pensare che tutto quello che fai avrà delle conseguenze anche sui tuoi figli. È questa la visione biblica. Ha un po’ di senso? Va bene, andiamo avanti: “Questi sono i discendenti d’Isacco figlio di Abramo. Abramo generò Isacco quando aveva 40 anni, quando prese per moglie Rebecca figlia di Betuel (…)”. E poi vediamo: “Ora Esaù, all’età di quarant’anni…”.

Questa sembra una fenomenologia diversa da quella del numero 40. Qui non c’entra Dio, giusto? Nel fatto che Isacco aveva 40 anni e Esaù aveva 40 anni quando si sposò. Se avete letto o anche solo dato un’occhiata, vedete che è ricorrente l’espressione “che aveva quarant’anni”. Allora, qui la spiegazione che c’entra Dio non mi sembra convincente. Quale sarà qui il significato di 40? Vediamo qual è il significato. Perché non è casuale che Isacco abbia 40 anni, che Esaù abbia 40 anni. E poi ci sono tanti esempi, che non possiamo coprire oggi. Allora, che ipotesi diamo? Dai.

 

JOSEPH WEILER:

Eh, questa è la differenza tra il tenere una classe in Italia e tenere una classe in America. In America non riescono a chiudere la bocca, anche con scemenze, qui tutti sono muti.

Allora, che significato diamo qui a 40, che Isacco aveva 40 anni e Esaù aveva 40 anni e poi agli altri esempi di questo? Si sposano tutti a 40 anni?

INTERVENTO:

Sono vecchi!

 

JOSEPH WEILER:

Quarant’anni è vecchio? Allora cosa sono io, eh? Un vecchio bacucco? Non direi vecchi, piuttosto maturi, giusto. Qui il 40 significa un uomo che non è più un ragazzo, cioè degno di sposarsi, di cominciare una famiglia. Di nuovo, don Pino non mi ammazzi ma io non prendo questo letteralmente: Isacco aveva quarant’anni, Esaù aveva 40 anni e tutti gli altri esempi che ci sono nel foglietto, è il modo della Bibbia di dire che ci si sposa quando sì è maturi e ci si può veramente prendere la responsabilità di una famiglia. Ha senso? È un altro significato di 40, ma andiamo al prossimo: “Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò”. Questa è tradotta maluccio perché significa che Giuseppe ha pianto, giusto? Ricordate la storia di Giuseppe che in realtà era il figlio preferito di Giacobbe? Male, eh? Può darsi che uno abbia un figlio preferito, ma non deve mai mostrarlo, giusto? Tutti i genitori, qui, ve lo potrebbero confermare. Alcuni direbbero: «Io non ho un figlio preferito», altri «Sì, sotto sotto può darsi che l’abbia». Comunque è un reato capitale mostrare che hai un figlio preferito. Però Giacobbe l’ha fatto, davanti a tutti, e i fratelli di Giuseppe avevano un’invidia tremenda, un’invidia così tremenda che hanno deciso di assassinarlo. Poi Ruben, il maggiore, ha salvato la vita a Giuseppe ma l’hanno mandato come schiavo in Egitto. E sono tornati da Giacobbe dicendo: «È stato un animale selvaggio che l’ha mangiato». E Giacobbe, poverino, è rimasto in lutto per tutta la vita perché il suo figlio preferito era stato mangiato da un animale. E poi, Giuseppe è rimasto sedici anni in Egitto, è diventato secondo al re, giusto? E solo sedici anni dopo hanno scoperto che il fratello era vivo. E lui chiese ai fratelli: «Ma mio padre è ancora vivo?». E loro rispondono che sì, è vivo, e allora chiede che gli portino Giacobbe. Ed è qui che troviamo l’incontro. La cosa bella, che il traduttore del testo italiano ha mancato, è che nel testo ebraico non si sa chi ha pianto. Uno solo dei due: o Giuseppe o Giacobbe. Cosa ne pensate voi, chi dei due ha pianto? Giacobbe? Perché? Ah, perché gli anziani piangono più facilmente di un giovane. Eh, un po’ è vero, io piango più ora di quado ero giovane. Chi vuol dire che è Giuseppe, come la traduzione italiana ha preferito suggerire, che piange? Bene, facciamo la domanda al contrario: chi non ha pianto? Chi era arrabbiato e diceva: «Io non piango»?

 

INTERVENTO:

Chiedo scusa ma qui Giuseppe piange perché Giacobbe è morto. All’incontro, non credo che Giuseppe pianga. Non ne sono sicuro. Ma qui Giuseppe piange perché Giacobbe è morto.

 

JOSEPH WEILER:

Giacobbe non è morto, è morto anni dopo. Viene, si incontranoe Giacobbe vive in Egitto per alcuni anni, diciotto anni ancora. No, è l’incontro tra figlio e padre: il padre pensava che il figlio fosse morto e dopo sedici anni scopre che il figlio ancora vive. É il primo incontro tra i due. E anche Giuseppe dice: «Ma mio padre ancora vive?». Allora, chi non vuole piangere perché è arrabbiato? Giacobbe è arrabbiato, non perché gli hanno mentito: se fosse così, se la prenderebbe con i fratelli, non con Giuseppe. É arrabbiato perché dice: «Questo Giuseppe mio, durante sedici anni in Egitto è diventato il secondo al re, e mai è venuto a vedere come sto io? Mi ha lasciato per sedici anni a pensare che fosse morto? Come è possibile?». Può darsi che Giacobbe si arrabbi. E perché Giuseppe deve essere arrabbiato? Giuseppe non sapeva che i figli dicevano al padre: «É stato mangiato da un animale». Lui pensava che il padre sapeva che l’avevano venduto agli egiziani. Allora dice: «Sono sedici anni che sono in Egitto e mio padre non è venuto a cercarmi, a liberarmi dalla schiavitù. Che padre è?». Quello che è bello nel testo ebraico è che non si sa chi abbia pianto, si sa solo che uno ha pianto, ma è tutto tra parentesi. Qui arriviamo al 40: “Ci vollero 40 giorni, perché tanto è il tempo che si impiega ad imbalsamare”. Qui di nuovo il numero 40 ha un altro significato che non è la mano di Dio come il diluvio, che non è la maturità per potersi sposare. Che significato ha qui il numero 40? “40 giorni ci vogliono per imbalsamare”: in questo senso, 40 non ha nessun significato fuori dai 40 giorni che ci vogliono per imbalsamare. Andiamo all’Esodo. È noioso? Bene, ho detto che ero stanco morto, dovete almeno praticare la misericordia cristiana. Arriviamo al 40 più significativo in tutta la Bibbia: i 40 anni di quegli ebrei, israeliti che si sono liberati dall’Egitto con la mano dura di Dio che li ha fatti camminare per il deserto 40 anni, e si ripete. Io ho una tesi, un’ipotesi che non posso provare, che veramente il significato del numero 40 venga da questa esperienza di 40 anni nel deserto. Vedendo questo, sono venuti fuori tutti gli altri, cominciando con il diluvio e finendo con Gesù nel deserto. Il padre padrone del numero 40 sono i 40 anni nel deserto, l’espressione più ripetuta in tutta la Bibbia: nei salmi, si ricordano sempre i 40 anni nel deserto. Qui bisognerebbe approfondire perché non ha solo un significato ma è una cosa formativa, costituente, questi 40 anni nel deserto. Allora, esploriamo insieme perché sono così significativi. Di nuovo il silenzio tonante, dai, coraggio, sperimentate.

 

INTERVENTO:

il popolo d’Israele aveva una cultura da schiavi; in 40 anni è cresciuta la generazione che lo ha creato.

 

JOSEPH WEILER:

Brava. Questa è una delle spiegazioni più convincenti e più classiche: erano da 400 anni in schiavitù in Egitto e ora sono liberi. Però si capisce che una generazione, un popolo con mentalità da schiavi non può essere un popolo libero, e allora i 40 sono per far morire, non ammazzati, non sterminati, ma per far morire questa generazione di schiavi così che, quando la gente entra nella terra promessa, è una generazione di popolo libero, di gente che non è nata in schiavitù. E poverino, Mosè, anche lui non entra nella terra promessa: solo due persone di questa generazione entrano nella terra promessa. Allora, una spiegazione è una spiegazione su schiavitù e libertà: chi nasce in schiavitù, chi adotta una mentalità da schiavo, non può essere un popolo sovrano, un popolo davvero libero. Di nuovo, se avete letto tutti i passaggi che ho scelto per voi, si vede che questi sono tremendi. Qualsiasi problema che affrontano dicono: «Ah, quel Mosè, che ha fatto? Vorremmo tornare in Egitto». Perché lo schiavo cerca la schiavitù e per un uomo libero è meglio morire che entrare in schiavitù. Allora, un significato fondamentale si ripete – 40 anni nel deserto – per ricordare la differenza fra la mentalità degli schiavi e la mentalità degli uomini liberi. Questa è una spiegazione. Ce ne sono altre. Avanti, popolo.

 

INTERVENTO:

Potrebbe essere il tempo della presa di coscienza di sé, del popolo, questo cammino nel deserto di 40 anni.

 

JOSEPH WEILER:

Vorrei sentire un po’ di più. Penso che abbia una bella idea, ma sentiamo un po’ di più, forse può spiegare meglio.

 

 

 

 

INTERVENTO:

Ripenso al momento del popolo d’Israele schiavo. Abbiamo detto che è stato schiavo per 400 anni, fedele forse a Dio, ma comunque un popolo turbato. Partono, cominciano questo viaggio, quest’avventura, e tutto quello che vivono serve a riportarli a un punto, a Dio.

 

JOSEPH WEILER:

In che senso? Scusami se ti torturo, ma i miei allievi sono già abituati.

 

INTERVENTO:

Nel senso di un incontro. Per esempio, Mosè sale sul monte e ha in mano il decalogo.

 

JOSEPH WEILER:

E quanto tempo sta sul monte? 40 giorni. Posso interpretare quello che dici? Ancora una lezione su schiavitù e libertà, ma un po’ più dolce. La prima spiegazione è che la mentalità da schiavi non possa essere per un popolo libero. La seconda interpretazione è un pochino più umana, più ottimista: la libertà non si acquisisce senza lottare. Allora, se veramente vuoi diventare libero, meritare la liberazione di Dio sul Sinai, bisognerebbe lottare per la libertà, bisognerebbe attraversare una prova di fuoco e di acqua per acquisire con esperienza quello che i tedeschi chiamano erfahrung, esperienza. Devono passare la sofferenza, 40 anni senza cibo, il sole che brucia, ecc., per sentire che hanno conquistato la libertà, non è qualcosa data a loro. Nel Talmud, si dice che per tutte le cose belle bisogna soffrire. Chi corteggia lo sa, che sofferenza finché la sposa dice di sì. Allora, per le cose belle bisognerebbe soffrire, e questo potrebbe essere un altro significato dei 40 anni nel deserto. Poi?

 

INTERVENTO:

Dio a Mosè, sul Sinai, ha detto: «Io sterminerò questo popolo». E Mosè si è messo sulla breccia e l’ha convinto a non sterminarlo, però Dio alla fine ha fatto quello che aveva intenzione di fare, non sterminandolo ma purificandolo, rinnovandolo.

 

JOSEPH WEILER:

Ma concentrati su Mosè, non su Dio. Qui di nuovo c’è la lezione di Abramo. Io mi ricordo nella mia sinagoga il rabbino che dice: «Dio dice rana, tu salta», e c’è la ribellione, no? Con Dio, bisognerebbe discutere, contestare, non siamo schiavi, abbiamo coscienza e sensibilità morale. Questa è una prova, non penso che Dio davvero volesse sterminarli, ma ha posto un esempio. Mosè ha detto: «Ma come? No!». Dio sorride. Per me, questa è la lezione: con Dio si discute, lo si contesta, è un dialogo, quello tra l’uomo e Dio, non è che Dio dice rana e tu salti, è una relazione dialogica. Bello. Altro? Sempre sul significato di questi 40 anni nel deserto?

 

INTERVENTO:

c’è molta distanza tra l’essere schiavi e l’essere liberi, quindi non ti puoi confondere e questa distanza è il numero 40.

 

JOSEPH WEILER:

Si, ma quello è un po’ Vivaldi, no? Vivaldi ha scritto 200 sinfonie ma sono tutte più o meno uguali: no, è una battuta. Questa è una variazione della prima spiegazione che abbiamo dato, per cui schiavitù e libertà non possono convivere. Ma ci sono altri significati di questi 40 anni. Uno è molto palese.

 

 

INTERVENTO:

Mi veniva in mente ripensando al deserto, ripensando a Osea. Dio dice a Osea: «Nel deserto ti corteggio di nuovo». Nel deserto, in qualche modo, il popolo schiavo, il popolo infedele, il popolo che ha costruito il vitello d’oro ha avuto la possibilità di essere corteggiato da Dio. Ha imparato chi era questo Dio che poi l’ha condotto nella terra promessa.

 

JOSEPH WEILER:

Ma non sempre fedele. Andiamo avanti. Vi ricordate che Mosè va in montagna per 40 giorni e che cosa succede quando è in montagna?

 

INTERVENTO:

Hanno costruito il vitello d’oro.

 

JOSEPH WEILER:

Hanno costruito il vitello d’oro, quello non è tanto fedele. Appena Dio si rivela e Mosè sparisce, loro creano un idolo, non è tanto fedele. Ma qual è la lezione? E chi l’ha fatto? Aronne, il capo dei sacerdoti, il fratello di Mosè. E allora, qual è la lezione? Anche per questo ci volevano 40 anni.

 

INTERVENTO:

Perché il popolo imparasse che Dio è il Dio fedele, nonostante l’infedeltà del popolo.

 

JOSEPH WEILER:

Ci voleva l’esperienza di 40 anni, punti alti, punti bassi, ribellione e accettazione. I 40 anni erano fondamentali non solo per il popolo o per chi l’ha fatto ma anche per noi che leggiamo questo. È una storia molto umana. Facciamo un’ipotesi un po’ assurda, che la Bibbia fosse diversa, che la storia fosse diversa. Si può camminare dall’Egitto alla terra promessa in due o tre settimane, non ci vogliono 40 anni sul Mediterraneo, non è tanto lontano. Ma sarebbe noioso, giusto? Non solo noioso, perché è interessante leggere tutte queste storie. Noi che leggiamo abbiamo molte lezioni da imparare da questa esperienza di 40 anni nel deserto, per esempio, quanto è difficile accettare il regno di Dio, quanto è rivoluzionario, quanto è difficile, davanti alla prova, rimanere veramente fedeli al Dio vivente. È questa la cosa importante, non quello che abbiamo detto finora, per la gente che ha attraversato il deserto in 40 anni. È importante per noi che leggiamo questa storia, capire questa lezione che non è facile e non riguarda soltanto il diventare da popolo di schiavi un popolo libero. Ecco, noi siamo schiavi di whatsapp, è la nuova schiavitù. Non è difficile solamente passare da una mentalità da schiavi a uomini liberi, anche la rivoluzione monoteista è difficile, anche accettare un Dio trascendente, non un idolo, non un vitello d’oro, accettare la disciplina della fede, anche quando le cose non vanno bene e – una metafora – quando Mosè è assente. La fede non dipende – qui devo stare molto attento – da un leader che quando c’è la gente è fedele, la fede deve stare dentro di noi con un leader o senza: è una lezione che noi che leggiamo la Bibbia non avremmo avuto senza questi 40 anni con tutta la storia. Ci siamo? Qualcun altro? Perché è fondamentale, questo. C’è un’altra lezione semplice e primitiva, dobbiamo dirla.

 

INTERVENTO:

Nella mentalità di Dio, ricorre il termine nuovo, ma la novità porta con sé una mancanza di moralità: addirittura Dio voleva dal suo popolo una seconda circoncisione. Allora dobbiamo piangere con Giacobbe la moralità o Mosè, dobbiamo piangere con Giacobbe Mosè e il non capito, il vecchio.

JOSEPH WEILER:

Quello fa parte di queste prove alte e basse, e anche del dialogo. Non è che Dio dice rana e noi saltiamo, dobbiamo avere la nostra coscienza, dobbiamo discutere, come Abramo, come Mosè, che discutono e contestano Dio. Però c’è un’altra cosa, un pochino di teologia, se sbaglio mi correggerete. Spiego il mio pensiero, che è molto primitivo. La rivoluzione monoteista non consiste soltanto nel fatto che c’è un solo Dio e non ci sono tanti dei, questa è solo una parte della rivoluzione monoteista. L’altra parte è molto più difficile: Dio, il vero Dio è trascendente, non è una cosa. Parliamo del Dio nel cielo, ma questa è roba da bambini perché Dio non è nel cielo ma è più sulla terra. È una realtà trascendente. Questo è sfidante perché vorremmo avere una cosa con cui ci si può relazionare: se Dio è al 100 per cento trascendente, non è un Dio che si può amare e diventa un’idea di Dio, deismo, invece del Dio con cui ci si può relazionare. Con una realtà totalmente trascendente non ci si può relazionare. Voi sapete che anche nel Nuovo Testamento, quando si chiede a Gesù quale sia la cosa più importante, risponde che è amare Dio con tutto il cuore. Ma un Dio trascendente è molto difficile da amare in questa maniera. Marta, ti ricordi che nel Cantico dei Cantici abbiamo parlato di questo e tu sei stata molto radicale? E allora, questa è la storia del deserto: pur essendo Dio trascendente, questo Dio è allo stesso tempo eminente, presente nella storia, è lì. Non è un’idea di Dio ma è Lui che interviene nella storia e così dà la possibilità di relazionarsi con Dio. Per il popolo ebreo, è Dio che ti ha liberato dall’Egitto, che ti ha dato la legge, ecc.; nella fede cristiana, è l’immanenza di Gesù Cristo, che non è una realtà solo trascendente, a permetterci di amare Dio. Allora, questi 40 anni fanno ricordare questo a chi legge la Bibbia. La parola dualismo è delicata, però Dio da una parte è una rivoluzione monoteista, il Dio trascendente non è un animale, non è una pietra, non è un fiume, non è il sole, ma allo stesso tempo, pur essendo trascendente, è anche immanente. Chiudiamo con i 40 anni nel deserto, andiamo avanti?

 

INTERVENTO:

Una cosa c’è, abbiamo saltato secondo me un passaggio, quando Mosè manda ad esplorare la terra promessa e loro ritornano dopo 40 giorni dicendo che avevano trovato i giganti, che erano insuperabili. Qui viene a mancare, secondo me, la fiducia del popolo di Israele nei riguardi di Dio.

 

JOSEPH WEILER:

E’ molto significativo, questo, però quando manda questi esploratori si vede un microcosmo del dramma del deserto: vanno e vedano la promessa che è la terra di latte e miele. Ricordate l’uva enorme? Allora, metaforicamente, è veramente la terra promessa, abbondante. E che cosa fanno questi esploratori? Ritornano e dicono: «Sì, in realtà è una terra promessa di latte e miele, però, mamma mia, non potremo mai conquistarla perché lì ci sono i giganti e la gente comincia lamentarsi, domandandosi perché abbiamo lasciato l’Egitto». Tutti i 40 anni in una storia e perciò Dio dice: “E questi 40 giorni, e perciò 40 anni, non potete andare nella terra promessa“. Di nuovo si gioca sul 40, perché è la metafora di quella esperienza che finora abbiamo analizzato. Ma è bello che ci abbia fatto ricordare questo. Andiamo un po’ avanti.

 

INTERVENTO:

Posso? A me questi 40 anni fanno pensare molto ad un tempo di prova, un tempo lungo di deserto dove, ad un certo punto, dall’uomo può sgorgare la preghiera. Nel senso che non sono 20 giorni in cui uno, più o meno, se la può cavare da solo, ma è un tempo così lungo che l’uomo ha bisogno di Dio, e quindi un tempo che Dio dà all’uomo per pregare, ecco. Mi fa pensare alla preghiera, questo tempo.

JOSEPH WEILER:

Io non ho pensato a questo ma lo trovo convincente perché non importa, anche se sarebbe stata la stessa cosa, 50 giusti o 60 o anche 35, è significativo dire che sono 40: vuol dire che la preghiera non si fa in dieci minuti e si va avanti, ci vuole concentrazione e dedizione. Lasciamo questo, potete leggerlo da soli; rapidamente passiamo nel periodo dei Giudici, vediamo chi ripetutamente dice: “La terra era stata tranquilla per 40 anni”. Che cosa vuole dire questo? Sempre 40 anni. Di nuovo artificiale, giusto? Perché chi sa se fossero 39 o 43 o 50, ma la Bibbia insiste a dire che i Giudici erano nemici degli israeliti, c’era stata una guerra, e dopo essersi riappacificati, la terra era stata tranquilla per 40 anni. Qual è il significato di questi 40 anni? Uno differente da quello che abbiamo detto fino ad ora.

 

INTERVENTO:

Forse era il tempo in cui si potevano dimenticare le prove passate: ci voleva tanto tempo così che il popolo si è dimenticato del tempo dell’infelicità.

 

JOSEPH WEILER:

Giusto, io lo vedo come una generazione. Cioè non era per sempre ma non era neanche per due o tre anni. In una generazione, la terra era pacifica, fedele; poi viene una nuova generazione, che sempre di nuovo pecca. Un altro significato di 40 è allora semplicemente per dire una generazione: è capire che ogni generazione ha la responsabilità di rinnovare il matrimonio con Dio; e se non lo fanno, la terra non sarà più pacifica. Tempo di perdono, dici? 40 anni. Io vorrei essere perdonato in un tempo più veloce.

 

INTERVENTO:

in realtà, pianse Giacobbe perché Giuseppe lo aveva perdonato.

 

JOSEPH WEILER:

Giusto. Leggiamo Giona: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta!”. Perché abbiamo qui 40 giorni? Abbiamo già dato la risposta: non è un termine qualsiasi, fa parte del disegno di Dio. Passiamo a Matteo: “Allora Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo e dopo avere digiunato 40 giorni e 40 notti, alla fine ebbe fame”. Qui siete voi gli esperti.

 

INTERVENTO:

Anche in questo caso, i 40 giorni sono un periodo di preparazione prima della tentazione.

 

JOSEPH WEILER:

Ma potrebbero essere anche 50.

 

INTERVENTO:

Come dicevamo prima, i 40 giorni, anche in questo caso, simboleggiano tutta la vita, tutta l’esperienza di una vita: ci dicono che serve un lungo cammino per arrivare poi ad essere pronti. Qui c’è un’esperienza da seguire.

 

JOSEPH WEILER:

Qui c’è una cosa da approfondire. Immagino che tanti di voi sappiano che c’è una lotta sul modo di prendere il Vangelo e il Nuovo Testamento, C’è chi lo prende come una storia: se dice 40 giorni, vuole dire che erano 40 giorni. E c’è quello che dicono gli “historical Jesus”, ovvero che non è possibile: sono Matteo, Luca e gli altri che hanno inventato queste cose. Come facevano a sapere che erano 40 o 39 anni? C’è una contesa perché sembra una bestemmia dire: «Questo l’ha inventato Luca, questo l’ha inventato Matteo». Per me è un falso problema: che importa se l’ha deciso Matteo, che erano 40 giorni, o come sapeva che erano 40 e non 39? Quello che voleva dire Matteo è che questo ha un significato teologico che si collega a Gesù, con la storia che comincia con Abramo, dove il numero 40, aldilà del fatto che fossero 39 o 41 giorni, ci interessa perché Matteo voleva significare al lettore del vangelo che quella non era una cosa casuale, aveva un significato che collegava Gesù con la tradizione, con la storia, con il numero preferito di Dio. E perciò i 40 giorni, questo digiuno che leggiamo in Matteo, serve per dare una gravitas.

 

INTERVENTO:

Gesù, dopo 40 giorni, attraversa il Giordano, come il popolo di Israele, dopo 40 anni, ha attraversato il Giordano. Lui inizia una nuova storia del Messia.

 

JOSEPH WEILER:

Condivido, condivido.

 

INTERVENTO:

Gesù è il nuovo Giosuè.

 

JOSEPH WEILER:

Gesù è un po’ più di Giosuè, direi. Lo dico io. Ecco Marco: “Subito dopo, lo Spirito lo sospinse nel deserto; e rimase [là] nel deserto per 40 giorni, tentato da Satana”. Ascoltate, il primo Vangelo fu Marco, anche se nel Nuovo Testamento si legge Matteo prima di Marco. Però il primo era Marco e Matteo, quando scrisse, aveva già il testo di Marco. Allora ripete questo per la stessa ragione che abbiamo dato a Matteo: Marco è il primo che parla di 40 giorni, perché, ragazzi, non è una cosa casuale, non è perché non poteva mangiare ma perché, come ha spiegato uno di voi, doveva passare questa cosa con tutto il significato. Replicando un po’ quello che abbiamo analizzato, 40 anni nel deserto è un rinnovarsi: anche lì c’è libertà, la rivoluzione di Gesù, la rivoluzione paolina. Allora, il 40 ha questo significato. E Luca: “Gesù, pieno di Spirito Santo, ritornò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, dove era tentato dal diavolo”. La stessa cosa. Gli Atti sono pieni di 40. Sapete chi ha scritto gli Atti? Luca, giusto.

Questa è il vostro dovere a casa, il compito, dovete leggere tutti i significati del 40 negli Atti e andrete a scoprire che coprono tutte le spiegazioni che abbiamo dato. C’è una spiegazione che è semplicemente tecnica, fisica. Un’altra ha come significato la mano di Dio. Tutto, tutto c’entra, negli Atti. E potete tutti cogliere le citazioni che ho dato degli Atti, ritrovarvi quello che dico, che Dio ama il numero 40. Essendo questo il 40° del Meeting, direi che Dio ama anche il Meeting. Grazie.

 

STEFANO ALBERTO:

Io mi permetto di dire che il Meeting ama te, anche se ci hai fatto notare che questo amore un po’ esigente ti ha spostato da un continente all’altro. Ma mentre ascoltavo questo dialogo, non ho potuto fare a meno di pensare al lavoro che tanti di noi fanno, magari da tanti anni, magari da pochissimo, o che magari inizieranno. Quando siamo incalzati dalle domande di Julián, non si impara mai da soli, c’è sempre qualcuno che deve mettere in movimento la nostra curiosità, la nostra sete, la nostra fame, che sono nostre, e nessuno può sostituirsi a noi. Eppure, senza qualche cosa che prenda l’iniziativa con me, tante volte la nostra vita è come un dormicchiare nella penombra. Io credo che questi momenti per tanti di noi evochino un lavoro che ci abitua, settimana dopo settimana, a prendere sul serio la nostra vita, il nostro bisogno di felicità, a prendere sul serio il destino degli altri, il destino comune della nostra città, del nostro Paese. Ecco, se non ci fosse credo che tutto sarebbe più povero, più arido. Grazie perché tu ci aiuti a sentire tutta la drammaticità del rapporto con questo Dio che è assolutamente altro, non è una realtà di cui noi possiamo impadronirci, anche se tante volte ci proviamo, eppure così vicino, così familiare. Cammina realmente con la nostra vita. E rende la nostra vita qualche cosa di bello, di grande, qualche cosa che merita di essere giocato, vissuto fino in fondo, per noi e per gli altri. Quindi mi permetto di darci appuntamento al prossimo anno. Grazie. Vi rubo un ulteriore minuto, sapete cosa leggo? Forse l’avete già sentito, o forse è la prima volta che lo sentite: se starete qui lo sentirete tante volte perché, a differenza del popolo ebraico, da noi non è ancora caduta la manna dal cielo, forse sarà anche per la nostra poca fede. Il Meeting non si sostiene da solo, io ho visto cifre mirabolanti, un giornale annunciava 23 milioni di budget, fake news clamorosa, ma il comunicato stampa di oggi parla di un budget di sei milioni, solo in parte coperti da sponsor. Quindi, più andremo avanti, più insieme alla vostra disponibilità come visitatori, come volontari, si giocherà molto la partita anche sul nostro libero, liberissimo, mi raccomando, convincimento di poter contribuire anche con qualunque tipo di donazione. Qui c’è scritto 40 euro, ma c’è scritto che non importa quanto si dona. E’ un semplice gesto di responsabilità per la costruzione di questo luogo unico, perché possa continuare a esistere. A questo scopo vedrete, sparpagliate lungo tutta la fiera, le postazioni “dona ora” che non sono defibrillatori, c’è un cuore rosso. Ecco, potete fare queste donazioni, quello che volete – lui dice almeno 40 euro -, unicamente ai desk dedicati, dove troverete i volontari che indossano la maglietta rossa “dona ora”. Grazie ancora. Buon ritorno e buona serata.

Trascrizione non rivista dai relatori

190818 Il numero 40 della bibbia

Data

18 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria