IL LAVORO COME BENE COMUNE - Meeting di Rimini

IL LAVORO COME BENE COMUNE

Il lavoro come bene comune

24/08/2011 - ore 15.00_x000D_ In collaborazione con la Fondazione Obiettivo Lavoro._x000D_ Partecipano: Marco Caravella, Consigliere di Amministrazione della Cooperativa Placido Rizzotto; Emilio Innocenzi, Presidente Team Service; Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri; Giuliano Poletti, Presidente di Lega Coop; Ivan Soncini, Amministratore Delegato di CCPL Gruppo Industriale Cooperativo; Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà; Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma. Introduce Alessandro Ramazza, Presidente di Obiettivo Lavoro.

In collaborazione con la Fondazione Obiettivo Lavoro.
Partecipano: Marco Caravella, Consigliere di Amministrazione della Cooperativa Placido Rizzotto; Emilio Innocenzi, Presidente Team Service; Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri; Giuliano Poletti, Presidente di Lega Coop; Ivan Soncini, Amministratore Delegato di CCPL Gruppo Industriale Cooperativo; Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà; Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma. Introduce Alessandro Ramazza, Presidente di Obiettivo Lavoro.

 

ALESSANDRO RAMAZZA:
Buongiorno, benvenuti a questo incontro, la sala diciamo ha una capienza inferiore a quello che è stato l’afflusso, noi siamo molto contenti di come è stata accolta questa proposta di dibattito, ci sono posti fuori e ci sono posti nell’altra sala affianco, dove viene proiettato l’incontro che qui svolgiamo. Vi ricordo che questo incontro ha come titolo “Il lavoro come bene comune”, ed è stato organizzato in collaborazione tra il Meeting e la Fondazione Obiettivo Lavoro. La Fondazione Obiettivo Lavoro, mi corre l’obbligo di presentarla, è questa la prima occasione pubblica in cui viene presentata, è stata costituita presso un hotel di Milano lo scorso 6 Luglio; la Fondazione Obiettivo Lavoro nasce dalla esperienza di Obiettivo Lavoro, essa è una società, un’agenzia per il lavoro, una società per azioni, i cui azionisti proprietari sono realtà cooperative afferenti al mondo della Lega Coop e al mondo della Compagnia delle Opere. E’ quindi una esperienza di collaborazione assolutamente unica e originale, ma, in questi anni, non è soltanto un’esperienza di collaborazione imprenditoriale, è diventata anche una esperienza dove l’amicizia tra le persone che hanno fondato e gestito Obiettivo Lavoro è decisamente cresciuta. In questa esperienza imprenditoriale si sono sovrapposti in questi anni diversi elementi: l’attività aziendale vera e propria, la collaborazione tra realtà societarie e l’amicizia, la collaborazione tra due realtà, due mondi culturali, di riferimento economico e ideale tra loro diversi. Abbiamo pensato che schiacciare tutto questo solo sull’azienda Obiettivo Lavoro rischiava di comprimere seriamente gli aspetti positivi che c’erano in questo rapporto di amicizia. Per questo è nata l’idea della Fondazione, cioè di promuovere un luogo dove il confronto, anche culturale, tra esperienze e soggettività diverse potesse crescere e trovare nuova linfa e ulteriore alimento. L’altro motivo per cui abbiamo pensato di fondare Obiettivo Lavoro, l’altro motivo che proviene dall’esperienza di Obiettivo Lavoro e che ci ha portato a pensare di fare la Fondazione, sono le esperienze significative che una realtà come Obiettivo Lavoro ha compiuto; noi ogni giorno abbiamo al lavoro circa tredicimila persone, ogni mese mettiamo circa venticinquemila buste paga, ma al di là di questo, dei rapporti con circa quindicimila imprese in Italia, ci sono delle esperienze particolarmente significative che abbiamo fatto nel corso degli anni. Voglio richiamarne solo due. Le politiche attive per il lavoro e cioè la collaborazione che noi abbiamo prestato a soggetti pubblici, in particolare regioni e province, per prendere in carico, orientare e accompagnare al reinserimento lavorativo persone che avevano perso il lavoro. Nel 2010, e questi dati sono reperibili sul nostro sito internet nel nostro bilancio sociale, noi abbiamo preso in carico dodicimila persone in Italia o disoccupate o iscritte alle liste di mobilità per orientarle, formarle e, là dove ci siamo riusciti, accompagnarle ad un nuovo lavoro. Un’altra esperienza particolarmente significativa, che abbiamo fatto negli anni passati, è quella della mobilità geografica del lavoro. Fino alla crisi dell’Ottobre del 2008, in Italia c’era una forte carenza di figure professionali: infermieri, edili, operai metalmeccanici, tecnici e noi abbiamo costruito un percorso di ricerca e selezione all’estero, in particolare in est Europa e in America Latina, di persone che avessero questo profilo professionale, e abbiamo tracciato tutto il percorso che li portava dalla loro situazione di origine all’inserimento lavorativo presso un azienda in Italia. Questo percorso è stato riconosciuto dalla Commissione Europea come una Best Practise Europea per la mobilità geografica del lavoro. Ecco, anche esperienze di questo genere, che hanno intrinsecamente una qualità e un significato anche rilevante, ci dispiaceva lasciarle soltanto, diciamo, chiuse in una azienda. Riteniamo che una realtà come una Fondazione, attraverso attività di promozione e di ricerca, possa valorizzare e promuovere questo genere di esperienze positive. Chi sono i soci fondatori di Fondazione Obiettivo Lavoro? Sono Obiettivo Lavoro, sono O.L. Group – che è la società che detiene il 90% delle azioni di Obiettivo Lavoro e che è partecipata da raggruppamento, il cui capofila è Team Service – un altro raggruppamento il cui capofila è il CCPl di Reggio Emilia e oltre a questi due ci sono altri due soci fondatori, che sono la Fondazione della Sussidiarietà, che qui non ha bisogno certo di presentazioni, e la Fondazione Barberini, anche questa una Fondazione di recente costituzione, che è la Fondazione di riferimento della Lega delle Coperative. Gli scopi della Fondazione Obiettivo Lavoro sono promuovere il lavoro ma anche, oltre il lavoro, la coperazione, la sussidiarietà e la responsabilità sociale d’impresa attraverso il sostegno a iniziative di creazione di lavoro, attraverso il finanziamento e la promozione di attività di ricerca e anche, per quanto potrà essere possibile, la creazione di lavoro, il sostegno alla creazione di lavoro e alla costituzione di nuove imprese segnatamente fatte da giovani e a carattere cooperativo. La Fondazione Obiettivo Lavoro non avrà una propria struttura, ma soprattutto lavorerà insieme ad altri soggetti, segnatamente le due Fondazioni di riferimento, Barberini e Fondazione della Sussidiarietà, ma abbiamo già avviato contatti anche con altre Fondazioni, come la Fondazione per il Sud e la Fondazione Mezzogiorno Europa. Ha un Consiglio di amministrazione che è composto da otto membri, due in rappresentanza di ciascuno dei quattro soci fondatori. Presidente per questo primo quadriennio è stato nominato il professor Giorgio Vittadini. Obiettivo Lavoro, l’azienda, società Obiettivo Lavoro assicurerà alla Fondazione Obiettivo Lavoro una dotazione economica di circa 400.000 euro all’anno per le proprie attività. Questo per quanto riguarda la presentazione della Fondazione Obiettivo Lavoro. Abbiamo già fatto alcuni ragionamenti tra di noi, per esempio abbiamo pensato che la Fondazione Obiettivo Lavoro potrebbe essere il soggetto che annualmente fa un rapporto sul lavoro in Italia. Oggi non esiste un rapporto sul lavoro in Italia, ci sono i dati dell’ Istat, ci sono altre realtà che producono rilevazioni sul lavoro, ma un rapporto ragionato e anche, oltre che quantitativo, di carattere qualitativo sul lavoro in Italia ancora non esiste. E abbiamo pensato di presentare la Fondazione Obiettivo Lavoro in questa prima occasione, dove abbiamo ritenuto di ragionare su questo tema: lavoro come bene comune. Vorrei precisare che quando, in questo caso, si parla di bene comune, non si tratta di un bene materiale, mi riferisco per esempio al dibattito, anche recente nel nostro Paese, che c’è stato nella primavera scorsa in occasione del referendum sull’acqua, bensì come lavoro elemento del bene comune, nel senso del bene di una comunità, del fare del bene per una comunità. E d’altra parte l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, quindi nella Carta costitutiva della nostra convivenza, il lavoro è preso come un pilastro fondamentale, il pilastro fondamentale. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma potremmo aggiungere che se è un bene comune, è un bene che deve essere salvaguardato, che deve essere valorizzato, che deve essere mantenuto, che deve essere migliorato costantemente nel corso del tempo. È qualche cosa da avere caro e di cui interessarsi costantemente, mi verrebbe da dire un po’, riecheggiando l’intervento del Presidente Napolitano all’apertura di questo Meeting, come la storia di un Paese, come il patrimonio di cultura di un Paese, come la lingua; sono elementi questi, valorizzando i quali si valorizza una nazione, si valorizza un popolo, si valorizza una comunità. Ma oltre che a essere un bene comune per il Paese, è anche molto rilevante perché, attraverso il lavoro, la persona realizza il sé e contribuisce, realizzando il sé, al bene comune. Se volete, in un epoca come questa forse è un titolo un po’ provocatorio, però noi siamo assolutamente convinti che insomma al fondamento di una società ci sia il lavoro e che esso quindi debba essere salvaguardato, creato, che debba essere sicuro e giusto per tutti. Oggi noi ascolteremo, tra gli altri interventi, tre esperienze molto interessanti, tre esperienze di realtà diverse tra loro, private e pubbliche: Piazza dei Mestieri, la Provincia di Roma con il suo progetto Porta Futuro e l’esperienza di coperative giovanili di Libera Terra. Tre esperienze che sono anche particolarmente significative, perché una è a Torino, l’altra è a Roma, l’altra è in Sicilia, e nel centocinquantesimo dell’Unità di Italia ci è piaciuto sottolinearlo. E vorrei aggiungere, ma ovviamente per concludere, che Obiettivo Lavoro oltre a contribuire economicamente alla Fondazione, cerca nella sua operatività quotidiana di essere coerente con questi valori. Obiettivo Lavoro ha scelto di assumere a tempo indeterminato, nel corso del 2011, mille persone che aveva assunto a tempo determinato; noi cioè trasformeremo nel corso di questo anno i rapporti di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato di mille persone. Sono persone in somministrazione, sono lavoratori interinali, mi piace però sottolinearlo, perché credo che in questo momento nel nostro Paese non siano tante le aziende che assumano centinaia o addirittura mille persone a tempo indeterminato. Fatemi concludere questa introduzione leggendo un passo che il nostro caro Presidente ha pronunciato qui il giorno dell’apertura: “Sia chiaro, ha detto il Presidente Napolitano, la situazione attuale di carenza di possibilità di lavoro, di disoccupazione, di esclusione per quote così larghe della popolazione giovanile, impone che si parta dal concreto di politiche per il rilancio della crescita produttiva, di più forti investimenti, di più efficaci orientamenti per la formazione e la ricerca, di più valide misure per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Ma si deve puntare a una visione anche più complessiva e avanzata degli orizzonti di lungo termine. E chi se non voi può farlo?”. Noi accogliamo questa sollecitazione, anche questa provocazione del nostro Presidente, col quale ci troviamo in piena sintonia. Direi ora di dare la parola agli intervenuti, i primi due interventi saranno di Emilio Innocenzi e di Ivan Soncini, che sono i rappresentanti della proprietà di Obiettivo Lavoro, sono i soci fondatori della Fondazione. Emilio Innocenzi è presidente di Team Service e vice-presidente di O.L. Group, e Ivan Soncini è amministratore delegato del CCPL e presidente di O.L. Group. Prego Emilio.

EMILIO INNOCENZI:
Innanzitutto, ho il piacere di essere il primo a parlare, quindi, raccontare quello che per noi è stato l’investimento nostro dentro Obiettivo Lavoro, può partire soltanto da quello che è stato per me il lavoro nella mia vita. Io mi sono ritrovato a fere l’imprenditore facendo il lavoro, il mio problema era quello, come è stato per me e per tanti che, all’inizio, stavano insieme con me, quello di dare la possibilità di rispondere al problema che era quello di trovare il lavoro; e rispondere al bisogno di lavoro, alla ricerca del lavoro di tanti giovani era assegnato alla mia storia imprenditoriale. Come sempre non è che uno può decidere a tavolino cosa fare, cosa diventerà nella vita, ma è la vita, la realtà che si impone e che ti fa fare tutti i passi della strada. Quindi, parlando del bene comune, il lavoro ha fatto sviluppare l’aspetto dell’imprenditorialità mia, quindi io sono diventato imprenditore perché dovevo lavorare. Poi mi appassionavo moltissimo alle persone con cui ho iniziato a lavorare, e quindi l’esperienza dentro la Team Service è stata un’esperienza di avere a cuore una generazione di benessere, di collaborare a creare benessere, attraverso il fatto del lavoro. Rispondere ad uno dei bisogni fondamentali di un uomo, il lavoro, è quindi contribuire alla costruzione di un bene comune. Ricordo che quando abbiamo iniziato in America la Team Service, l’attuale presidente mi disse: guarda Emilio, a me piacerebbe fare l’imprenditore, perché così se un giorno mia figlia avrà bisogno di mettere a posto i denti, io me lo potrò permettere. Questa estate mi ha mandato la foto della figlia che aveva questo apparecchio sui dentini, e lì mi sono un po’ commosso, perché questa è per me imprenditorialità e benessere: imprenditorialità e bene comune passano attraverso il fatto delle persone con cui poi stiamo insieme. La Team Service è nata 25 anni fa, io devo dire che il vero lavoro del lavoro certe volte uno lo scopre quando non ce l’ha. Il mio problema è che penso alle tante persone non hanno il lavoro, e questa situazione mi accompagna fin dall’inizio, perché è stato il motore dell’inizio della nostra storia imprenditoriale e continua ad essere lo scopo di ogni giorno della mia attività. Ogni mattina devo fare i conti da un lato con chi mi chiede un posto di lavoro e dall’altro lato con la necessità di ottenere appalti di lavoro per far vivere e lavorare tutti i nostri collaboratori. Ma questo è entusiasmante, perché la cooperativa ti aiuta a stare insieme in questo problema. Infatti, dal 1985, un gruppo di amici ha costruito una realtà lavorativa stabile, la Team Service, per aiutare le altre persone a lavorare, per rispondere al bisogno semplice di persone semplici, e da allora ne abbiamo fatta tanta di strada, noi siamo ormai 11.000 persone che lavoriamo, tra soci e lavoratori, il 91% è assunto con un contratto a tempo indeterminato, il 75% di queste 11.000 persone sono donne e 1800 sono persone che lavorano nell’integrazione della vita nostra, penso siano di 30, 35 etnie diverse e oltre 600 giovani assunti al primo impiego e, il 30% degli occupati ha una anzianità di oltre 10 anni. Ecco su questa realtà, diciamo, è cresciuta la Team Service e su questa realtà noi abbiamo costruito la cultura della responsabilità. Io voglio permettermi veramente soltanto una citazione di don Giussani, quando parla dell’eterno lavoratore, in cui dice che il lavoro, “questa espressione ed espansione infinita, sterminata e misteriosa della nostra verità”, il lavoro dovrebbe essere questo, “il gusto felice dell’affermazione sempre più grande della propria innocenza”. Ecco, diciamo che noi facendo la separazione, da una coperativa abbiamo fatto nascere altre coperative, abbiamo avuto e abbiamo a cuore questa cultura, questa cultura di una persona che può nel lavoro fare grande la sua innocenza, perché questo è di fatto il lavoro. Da qui è nata poi questa esperienza con Obiettivo Lavoro, che è un esperienza in comune fatta con un’altra esperienza; questa è la cosa più bella dal 2003 che abbiamo fatto insieme, perché ci siamo trovati sui temi cari a tutti e due, sia all’esperienza del CCPL, sia all’esperienza che facevamo nella Team Service, e la condivisone della stessa esperienza ha reso semplice fare le scelte difficili, anche sapendo che le scelte difficili sono quelle che poi ci hanno impegnato, non è che vi siamo passati sopra. Obiettivo Lavoro oggi è una esperienza nella quale un management importante, sia il presidente che l’amministratore delegato e con loro tantissime altre persone che sono qui, hanno reso propria questa cultura della responsabilità. Io volevo concludere soltanto con un’altra frase, sempre dello stesso libro di Giussani, che dice che nel sudore della fronte ti conquisterai il pane, vale a dire l’espansione è l’espressione di te stesso.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Emilio e ora Ivan Soncini.

IVAN SONCINI:
Buon pomeriggio. Credo che la citazione che ha fatto poco fa Emilio, relativamente a questo incontro che ha dato buoni frutti fra il nostro gruppo, Gruppo CCPL e il Gruppo Team System, Team Service, sia una citazione che ci permetta di fare un primo ragionamento. In quegli anni abbiamo affrontato una situazione difficile, abbiamo affrontato una situazione nella quale abbiamo dovuto riaggiustare anche dei conti, rimettere a posto dei bilanci, però sono stati anni nei quali abbiamo non solo creato le premesse e le condizioni per condividere una esperienza imprenditoriale, delle strategie di impresa, ma per condividerle a partire da una condivisione dei valori che dovevano essere alla base di quell’esperienza imprenditoriale. Nessuna esperienza imprenditoriale può essere condotta con successo e con intelligenza se non ha dei presupposti culturali e valoriali che la guidino nel tempo. Il solo presupposto del reddito, del profitto o della difesa del patrimonio economico e finanziario, non è sufficiente. Io ho l’onore di rappresentare in questo momento un gruppo che ha più di cento anni di vita e ha potuto avere cento anni di vita proprio per questo, perché non ha messo al primo posto la valorizzazione dei suoi presupposti finanziari, patrimoniali ed economici, che certo sono strumenti essenziali per fare impresa, ma ha messo al primo posto la capacità di tenere insieme le intelligenze, le capacità, le volontà, la voglia di fare degli uomini. La voglia anche di vivere in un modo libero un’esperienza necessaria di libertà come quella del lavoro e, pur provenendo, va detto con estrema franchezza, da storie culturali, da origini, e da visioni del mondo anche, anche differenti, questo ci ha permesso comunque di immaginare delle strategie coerenti dal punto di vista valoriale. Però io credo che non si possa considerare l’esperienza di Obiettivo Lavoro, che oggi possiamo considerare un’impresa di successo, come semplicemente tale, come un’impresa. È per noi il presupposto per un intervento nella vita sociale del nostro Paese. Obiettivo Lavoro è un’azienda che interviene in uno dei punti più delicati del nostro modo di vivere quotidiano, interviene nel tentare di costruire le premesse e le condizioni per portare al lavoro tante persone che altrimenti avrebbero difficoltà a farlo e per tentare di farlo nel modo più corretto e coerente possibile, rispetto agli interessi non solo del nostro mercato, chiamiamolo così, della nostra domanda, ma anche dei nostri collaboratori, della gente che portiamo al lavoro, dei loro diritti, del loro bisogno di futuro, del loro bisogno di serenità, del loro bisogno di certezza. E credo che, se questo era davvero il nostro scopo, decidere di destinare una parte delle risorse che generiamo per dare vita ad una Fondazione che faccia un salto di qualità nell’interpretazione dei fenomeni che caratterizzano il mercato del lavoro, beh è stato coerente, è stato quasi una conseguenza naturale. Decidere di farlo, non come gesto solitario della nostra impresa, ma come gesto di aggregazione dei nostri mondi, è un altro elemento di consapevolezza della nostra dimensione culturale. Per quale ragione non dovremmoo ricorrere a quelle parti del nostro sistema di riferimento che hanno la capacità di costruire livelli di approfondimento adeguati, che hanno la capacità di studiare con dimensioni più accurate, con tecnologie più accurate, con professionalità più qualificate ciò che accade attorno a noi e restituircene delle interpretazioni attorno a cui ragionare, attorno a cui ragionare per fare degli sforzi semplicemente culturali? Noi siamo uomini del fare. Certo, per essere uomini del fare bisogna anche essere uomini del pensare, ma siamo uomini del fare. E gli uomini del fare vogliono approfondire il contesto in cui vivono per cambiarlo, per migliorarlo, per contribuire affinché le risposte, che vengono offerte a chi con noi vive il contesto in cui viviamo, siano risposte sempre più adeguate a risolvere dei problemi, a migliorare le nostre condizioni. Vedete, io credo che sia consapevolezza di tutti (sto tenendo d’occhio l’orologio), sia consapevolezza di tutti che stiamo attraversando una delle fasi più difficili non tanto e solo del nostro Paese o dell’Europa, ma del mondo occidentale e sono fasi nelle quali assistiamo quotidianamente a comportamenti che possiamo condividere e a comportamenti che io ritengo siano assolutamente intollerabili, da parte di chi ha solo nell’interesse finanziario e nell’interesse ad accumulare un motivo di lavoro e di impegno. Non è un giudizio morale, è un giudizio sociale, è un giudizio politico e credo che in un contesto di questo genere, con difficoltà crescenti, con la società che sta cambiando con una velocità estrema, con una competizione sempre più radicale, con tante altre parti del pianeta che giustamente mirano ad avere condizioni migliori di vita e di esistenza, beh saper interpretare il futuro, saper pensare strategicamente, saper vivere in modo innovativo il nostro presente e il nostro futuro è fondamentale. Per farlo dobbiamo capire cosa ci accade, cosa ci è accaduto e ragionare su cosa ci accadrà. A partire da un tema di fondo: l’uomo. Parlare di lavoro per noi significa parlare dell’uomo, significa parlare del suo futuro individuale, del suo futuro di comunità e credo che questo sia di per sé l’elemento che una Fondazione che sia associata ad altre Fondazioni e che collaborerà con altre Fondazioni, deve porsi come elemento principale. Certo analizzeremo con studi professorali il mercato, la domanda, ecc. ecc, ma io credo che dovremo anche impegnarci a immaginare quali nuovi lavori possono essere possibili, immaginarci come stimolare la società in cui viviamo a generare opportunità di lavoro, non solo a darci analisi, valutazioni, suggerimenti, ma strumenti per contribuire a che questa società costruisca lavoro. Se riusciamo a portare un piccolo contributo in questa direzione e nel contempo a fare funzionare l’impresa Obiettivo Lavoro, in modo che continui ad avere le risorse per finanziare la Fondazione, beh io credo che abbiamo ottenuto un ottimo risultato. Grazie.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Ivan. Ed ora passiamo ad una fase più di workshop di questo nostro incontro. Abbiamo tre esperienze di grande spessore e di grande significato, molto molto diverse l’una dall’altra, ma tutte di importante significato e di importanti risultati sul tema del lavoro.
Incominciamo dal Nord, da Dario Odifreddi, che è il Presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri.

DARIO ODIFREDDI:
Grazie, grazie innanzitutto per l’invito alla Fondazione Obiettivo Lavoro. Io cercherò di descrivere questa esperienza abbastanza variegata, cosciente che le parole faticano evidentemente a descriverla compiutamente e quindi spero di stimolare in voi una curiosità e di indurvi, quando passate da Torino, a venirci a trovare, così, vedendola dal vero, si potrà capire certamente meglio. Una breve premessa su da dove nasce la Piazza dei Mestieri. Beh innanzitutto nasce da una risposta a una necessità, a un bisogno che si rendeva evidente. Ci sono migliaia di dati, che credo ormai tutti noi conosciamo, che dicono che in Italia il sistema educativo ha fatto e continua a fare fatica, abbiamo un numero di diplomati nella popolazione attiva che è molto basso, 68%, 18 punti di meno dell’OCSE, un problema storico, ma che continua, che è contemporaneo, perché anche nella fascia dei più giovani questo divario resta significativo di oltre 11 punti. Abbiamo un numero crescente – e questo di nuovo è aggravato dalla situazione di crisi, ma era già presente in modo significativo, preesisteva alla crisi stessa – di persone giovani che non lavorano e che non studiano, siamo ormai a 2 milioni e 200 mila giovani in questa circostanza, ma ripeto, questo tema, il tema della dispersione è un tema vecchio, c’era anche prima e anche tra chi va a scuola tutte le indagini continuano a dirci, ma lo vediamo anche se uno ha i figli a scuola, non c’è bisogno delle indagini OCSE e PISA, continuano a dirci che c’è una grave difficoltà anche in termini proprio di disaffezione, di gusto per studio, di percepirne l’utilità e ci sono indicatori anche quantitativi che dicono che appunto crescono i tassi di assenza scolastica ecc. Dal punto di vista del lavoro noi sappiamo che la transizione al lavoro è estremamente complicata e l’inserimento al lavoro è al 25° anno di età. Tra le persone che lavorano molte lo fanno con un lavoro non coerente per un tempo molto lungo, molto spesso per oltre 10 anni. Quindi questa è la situazione di contesto. Quindi risposta a un bisogno reale, c’è bisogno in campo educativo di un’azione. Ma come sempre non è sufficiente un bisogno perché nasca qualcosa, e la Piazza dei Mestieri in realtà nasce perché con alcuni amici, con cui tra l’altro la Piazza dei Mestieri nasce nel 2004, da anni lavoravamo un po’ nel campo educativo e con i giovani, eravamo colpiti personalmente, feriti personalmente dal vedere tanti di questi ragazzi che si perdevano per strada, che anche quando trovavano lavoro, perdevano lavoro in un tempo molto rapido, per l’incapacità di stare in quella condizione e che poi si perdevano per strada. In questo è stato certamente un elemento decisivo proprio l’amicizia con queste persone. Noi abbiamo deciso, insieme con alcuni amici, con Cristiana, con Gianni, con Andrea, di vivere, di tentare una esperienza di risposta insieme a questo bisogno e questa è una cosa che tuttora, dopo tanti anni, continua ad essere uno degli elementi decisivi, così come è decisiva l’origine che io credo abbia generato in me e in noi questa passione e questa attenzione all’umanità nostra, e quindi anche a quella degli altri, e quindi anche di questi ragazzi, che è la fede cristiana, che è stata per noi l’incontro con la fede e con don Giussani.
Quali sono le caratteristiche che ha questa esperienza de La Piazza dei Mestieri? La prima è che noi abbiamo puntato tutto sul tema della capacità del bello di attrarre e quindi sul tema della bellezza, cioè abbiamo cercato di costruire un luogo che in tutte le sue dimensioni evocasse il bello. Il bello attrae chiunque, credo ciascuno di noi, in tutte le sue dimensioni, ma questo è potentissimo soprattutto con gli adolescenti, diventa ancor più potente nel caso di molti dei nostri ragazzi che arrivano a loro volta da situazioni molto complesse di natura personale, familiare, sociale ecc… Noi abbiamo, per darvi un’idea, ristrutturato una vecchia conceria di settemila metri quadri e altri quattromila li avremo a ottobre, e tutto è stato pensato in questo modo. Ma la bellezza anche come modalità espressiva, noi l’ abbiamo voluta da subito. Noi ci occupiamo di formazione professionale, scegliamo una qualifica di formazione professionale e di lavoro e di inserimento lavorativo, ma abbiamo voluto da subito che fosse presente tutto l’aspetto artistico, per cui dal primo anno è nato un concorso di poesia che ora è diventato un concorso nazionale, che coinvolge le scuole professionali d’Italia, proprio perché sin dalle origini per noi è stato chiaro che non c’era una divisione tra l’aspetto del lavoro e del lavoro manuale e l’aspetto della strutturazione del pensiero, l’aspetto artistico. La formazione professionale non è, checché si creda, insegnare alla gente a tirare di lima. È un’altra cosa. Abbiamo voluto che questo arrivasse fino – e riprenderò questo perché è il punto più interessante di intersezione col lavoro – all’aspetto produttivo. Ci sono tutta una serie di attività di natura produttiva che noi facciamo e anche i nostri prodotti hanno questo aspetto di voler ricercare questo aspetto continuo di bellezza, perché noi siamo convinti, eravamo convinti all’origine ma oggi ne siamo certi, perché dopo sette anni di esperienza abbiamo visto che questo aspetto della bellezza è un motore straordinario per rimettere in moto i ragazzi.
Questa è la Piazza dei Mestieri, visto che non potevo portarvi, almeno vedete un’immagine, è la Piazza dei Mestieri di notte, in una illuminazione notturna, e questa vecchia fabbrica è una conceria a pianta quadrata, con questa grande corte che ha proprio l’idea delle piazze, Piazza dei Mestieri ha proprio questo aspetto, dove la gente nella corte si incontra e dove c’è questo scambio di esperienze e vedete nella slide successiva alcuni dei momenti di quelli che dicevo legati all’aspetto della bellezza, c’è la premiazione del concorso di poesia, c’è una mostra dove abbiamo riprodotto la Cappella degli Scrovegni per due mesi in una delle nostre sale, ci sono i concerti, settanta eventi culturali, ecc. Questo era per darvi un minimo, come dire, di sensazione di cosa accade.
Seconda caratteristica della Piazza dei Mestieri è una formazione incentrata sui mestieri, cioè dalla piazza si esce diventano cuochi, barman, pasticceri, panettieri, cioccolattieri, birrai, grafici, acconciatori, estetisti, ecc. ecc., cioè noi abbiamo voluto puntare sulla riscoperta del lavoro manuale, partendo dalla tradizione torinese. Adesso stiamo lavorando all’ipotesi della creazione della Piazza dei Mestieri da qualche altra parte e partiremo dalla tradizione del territorio, quindi abbiamo cercato quei settori in cui i territori avevano una tradizione e che contemporaneamente però avessero ancora un mercato, cioè avessero ancora la possibilità di offrire lavoro. Sulla scoperta del lavoro manuale ci vorrebbe un seminario a parte, quindi non mi trattengo, però la cosa importante che noi abbiamo visto è come c’è una capacità di conoscere, perché la capacità di conoscere, di apprendere, cioè lo stile cognitivo è diverso per tutti, c’è una capacità di conoscere di natura intuitiva, che parte dal particolare per risalire al generale, che è potentissima. Quando i nostri ragazzi fanno il pane e devono cominciare ad occuparsi del tema delle quantità e delle proporzioni o della cottura dei gradi della fisica, riscoprono un’utilità di un aspetto del sapere che per loro era totalmente estraneo, totalmente inutile, riappassionandoli, tant’è che molti dei nostri ragazzi, a cui avevano detto che non avrebbero potuto fare nulla, alla fine del terzo anno, non solo fanno la qualifica, ma sempre di più tornano a scuola e si diplomano, e alcuni hanno continuato anche all’università.
Terza caratteristica decisiva è l’alleanza tra educazione e lavoro. Questo è l’aspetto diciamo più nuovo della Piazza dei Mestieri, perché la Piazza dei Mestieri dal punto di vista professionale ha tanti altri soggetti, grandi, che hanno una grande storia, penso a tutta la storia dei Salesiani, delle Salesiane, degli Artigianelli, ecc. che continua tutt’oggi, estremamente interessante, anzi per certe cose sono molto più avanti, molto più bravi di noi, ma noi abbiamo voluto puntare su un aspetto nuovo del tema del lavoro, quindi con un coinvolgimento delle imprese reali a tutto campo. Noi oggi abbiamo settecento imprese che collaborano con la Piazza del Lavoro, che sono coinvolte nelle attività normali, cioè inserimenti, stage, tirocini, ecc., che assumono molti dei nostri ragazzi, perché l’80% dei ragazzi che finisce il nostro percorso è assunto entro sei mesi in un’attività coerente con quello che ha studiato. Un dato significativo. Ma anche nella definizione di ciò che si insegna, nella definizione del programma, anche nel venire a fare docenza: chi insegna a fare il pane è uno che ha fatto il panettiere, non è un insegnante che era in una lista di concorso e siccome bisogna inserire da qualche parte ha letto un libro sul pane e cerca di insegnare a fare il pane. Adesso banalizzo un po’, ma vi assicuro che questo è un aspetto decisivo. Poi ci siamo resi conto che bisognava continuare a seguire questi ragazzi, per cui da quest’anno è nato un top center che li accompagna non solo nell’inserimento lavorativo, ma li segue per i due anni successivi e soprattutto abbiamo aperto, per ogni attività educativa, un’attività produttiva vera e propria, per cui c’è un bar e c’è un pub che sono normalmente aperti al pubblico, in cui i nostri ragazzi lavorano e imparano immediatamente il rapporto con il cliente. C’è la produzione della birra, del cioccolato, dei biscotti che vengono venduti al pubblico sul mercato e quindi loro imparano che devono farli, che devono farli nei tempi giusti, devono mettere l’etichetta giusta… Io tendo a banalizzare, a rendere semplice ma questo è fondamentale, perché quello che manca loro non è l’intelligenza, non è neanche il desiderio, come dicono molte indagini contemporanee; quello che gli manca è la capacità di stare in un certo contesto perché non sono stati educati. Faccio un esempio: prima della Piazza dei Mestieri, quando facevamo formazione, i nostri ragazzi andavano a lavorare, e dopo due tre mesi tornavano e li avevano licenziati. E allora la cosa normale era: mi hanno licenziato. E perché ti hanno licenziato? Cosa hai fatto? Io non ho fatto niente. Ma proprio niente, niente? No niente, ma quello è un disgraziato… Naturalmente vi tralascio perché i termini non sono traducibili. Ma niente niente … Vabbeh una cosa, un giorno sono arrivato alle undici perché non mi partiva il motorino, il giorno dopo sono arrivato alle 10 e mezzo perché mia mamma non mi ha svegliato… Io però non ho fatto niente. Cioè dico questo per dire che noi non capiamo che loro, loro sono proprio convinti che non hanno fatto niente. È proprio un aspetto che ha a che fare con la costituzione e poter fare un’esperienza di lavoro è assolutamente decisivo.
Rapidissimamente vedete scorrere qualche altra immagine dei mestieri, così più o meno vedete, sono due slide che vanno rapidissime… L’ultima, diciamo la penultima caratteristica è fare insieme, e questo mi piace dirlo qua oggi, in questo contesto dove nasce una Fondazione che sorge proprio dal fare insieme tra esperienze diverse. Noi da subito abbiamo avuto un’apertura al territorio sia dal punto di vista istituzionale (Regione, Comune, Provincia, ecc.) che con le Fondazioni bancarie e non bancarie ecc. ma poi con tutto, con le scuole, con le assistenti sociali, gli organi di vigilanza, le imprese, ecc. ecc. e abbiamo voluto e invitato gli amici, amici imprenditori, amministratori delegati vari, ai quali abbiamo chiesto di darci una mano. Dateci una mano vuol dire fare quello che io chiamo il tavolo “Amici della Piazza dei Mestieri”: sono 35 persone che da diciannove mesi si incontrano una volta al mese e in cui discutiamo di tutto, da che cosa fare, da come va, da come è il bilancio. Anche questo è importantissimo per un’esperienza, perché per noi vuol dire per esempio non diventare autoreferenziali. Primo perché queste sono persone che capiscono perfettamente, quindi non è che gli combini quattro… e gli spieghi come sta andando, perché lo sanno meglio di te, secondo perché continuamente ti provocano e ti richiamano al motivo per cui fai le cose. L’ultimo aspetto è che la Piazza dei Mestieri è una scommessa imprenditoriale, una strana scommessa imprenditoriale, perché è insieme un’opera, cioè è una cosa che nasce da un’esperienza di amicizia e di fede, come dicevo prima, per rispondere a un bisogno, ma al contempo deve stare in piedi e quindi è realmente un’impresa efficace per quello che vi dicevo: cioè il 98% dei nostri ragazzi termina il percorso educativo e l’80% trova lavoro. C’è una chiarezza, o cerchiamo di avere una chiarezza, sugli obiettivi economico finanziari e poi è una cosa dinamica, nel senso che noi impariamo continuamente. Quello che c’è oggi è una cosa diversa, nella sua complessità, rispetto a quello che c’era come nocciolo duro nel 2004. E poi abbiamo anche l’ambizione che sia un modello, che vuol dire che sia una cosa esportabile, ma non solo che sia esportabile ma che possa anche offrire qualche suggerimento a chi si occupa di politiche pubbliche, per provare a vedere, dove c’è qualche esperienza che tenta di dare qualche risposta, se questo possa diventare un suggerimento per tutti. Concludo – perché i grandi protagonisti di questa storia sono i ragazzi; noi abbiamo 550 ragazzi dai 14 ai 17 anni che tutte le mattine varcano questa porta e stanno con noi una settimana – con questa poesia del concorso di poesie che è quella che a me piace di più e che porta quindi anche con noi oggi questi ragazzi, ma dice cosa vuol dire un tentativo.
Si intitola: Solitudine

Solitudine
compagna lieve di tutta la gente
che affolla la mente
ma svuota l’anima.
Non sei la vincitrice tu
non sei più la regina.
Qualcuno può sconfiggerti
con l’abbraccio del bene
può trafiggerti.
Non è più male la mia vita. (pensate cosa vuol dire questo in un adolescente di 14,15 anni)
Non è più tristezza il mio futuro.
Solo il sapore del ricordo
mi resta ancora amaro
ma è già un passato
dimenticato.
Un tempo rinnovato.
(Valentina)

Che è un modo di portare tutti i ragazzi della Piazza con voi.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Dario. Consiglio proprio a tutti, raccomando di andare a visitare la Piazza dei Mestieri a Torino. Chiunque di noi, non conoscendola prima, vi sia capitato, se ne è immediatamente innamorato. E ora abbiamo un’altra esperienza molto significativa e anche qui vi dico: se vi capita andate a visitare queste belle cooperative di giovani del Sud, che lavorano le terre confiscate ai padrini della mafia. E a proposito di giovani del Sud voglio ricordare due numeri: gli immigrati in Italia ogni anno, più o meno regolari, sono circa 240-250mila, comunque su una serie decennale tra i 200 e 300mila. Negli ultimi due anni dall’Italia sono emigrati ogni anno 60mila persone. Queste 60mila avevano due, tre caratteristiche: erano giovani, altamente acculturati e del Sud. E 60mila su 240mila sono numeri che incominciano ad essere raffrontabili, quindi vuole dire che il patrimonio lavoro, il patrimonio di creatività di questo Paese rischia anche di andare purtroppo disperso. L’impegno di Marco Caravella della Cooperativa Placido Rizzotto e del Consorzio Libera Terra Mediterraneo cerca proprio di contrastare anche questo fenomeno.

MARCO CARAVELLA:
Grazie mille Presidente, ringrazio anche per l’invito e per la possibilità di presentare quello che è un progetto che è cresciuto, un progetto che è iniziato, come vedremo, molti anni fa e che è cresciuto grazie al contributo di tutti. Oggi parliamo di lavoro come bene comune, e il nostro è un progetto che non appartiene a chi si fregia di potere operare sul territorio, sul campo, agli agricoltori, ai soci delle cooperative, a chi è impegnato quotidianamente in questa attività, ma è un progetto di tutta la cittadinanza, è un progetto che come vedremo è nato grazie all’impegno di tutti. L’ideazione del progetto “Libera terra”, la madre di questo progetto è appunto l’Associazione Libera. Libera è una rete di associazioni che è nata nel 1995 da una idea di don Luigi Ciotti, fondamentalmente per contrastare le mafie, la malavita organizzata. Il periodo del ’95 è un periodo, soprattutto per chi lo ha vissuto sul campo, il periodo dei primi anni ’90, molto duro, perché dagli anni ’80 in poi, fino appunto alle stragi note dei magistrati Falcone e Borsellino, quello che era stato per anni un fenomeno quasi oscuro o che poteva essere ignorato, è esploso in tutto il suo fragore, in tutto il suo male, in tutta la sua violenza. L’Associazione Libera appunto ha raccolto l’impeto di diverse associazioni, quindi del fare insieme, come dicevamo prima, per muoversi fondamentalmente su queste parole d’ordine, per parlare di cittadinanza, per parlare di cultura della legalità democratica, di pace, di giustizia sociale, per valorizzare la memoria delle vittime delle mafie e di ogni violenza e soprattutto per non dimenticare. Il concetto di memoria, che oggi è stato citato più volte, è un concetto fondamentale, perché ci permette di restare attaccati ad alcuni principi che sono le fondamenta della nostra terra. Principi semplicissimi, possiamo richiamare la Costituzione. Oggi abbiamo parlato molto di lavoro, lavoro come bene comune, lavoro come elemento che permette all’uomo di realizzarsi e questo è un ragionamento che si avvicina molto alla nostra attività, perché c’è stato chi precedentemente a noi si è sacrificato per portarla avanti. Non mi riferisco soltanto ai nomi famosissimi, Falcone, Borsellino, ma anche a molti lavoratori, molti agricoltori che sono stati di fatto trucidati dalla mafia: Placido Rizzotto, Epifanio Di Cuma, Nicola Azoti … ce ne sono veramente decine. La nostra storia purtroppo, la storia della Sicilia purtroppo, e non solo della Sicilia, perché posso parlare della Puglia e della Campania, è veramente una storia di sangue, di mafia. Quello che noi dobbiamo affermare, siamo al centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, come Italiani appunto, è che sia una storia soprattutto di antimafia. Libera, dicevamo, è una associazione che opera in moltissimi settori: informazione, università, scuola, sport. Libera Terra è il progetto di quella branca dell’associazione che si occupa proprio di gestire e valorizzare i beni confiscati alla mafia. Quali sono i presupposti da cui nasce? Nel 1982 è stata promulgata la legge Rognoni – La Torre, questo è stato un passo fondamentale, sicuramente molti di voi la conosceranno, è la prima legge che ha istituito il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, ormai direi quasi trenta anni fa, anche questa tristemente nata sul cadavere di Pio La Torre, che era stato un parlamentare regionale siciliano che era stato ammazzato per la sua attività, per la sua attività sindacale, per la sua attività di attivista contro la mafia. Nel ’95, come ho detto, è nata l’Associazione, viene avviato un percorso che è un percorso di raccolta di firme che indurrà il Parlamento a promulgare la legge 109 del ’96 per il riuso sociale dei beni confiscati alla mafia; riuso sociale che significa molto semplicemente mettere a disposizione questi beni ad enti, ad istituzioni, ad organizzazioni non profit, fra i quali appunto le cooperative sociali che oggi gestiscono questi beni. Questo è un quadro non aggiornatissimo, di un anno e mezzo fa circa, dei beni sia immobili che delle aziende confiscate presenti in Italia. Moltissimi indubbiamente sono al Meridione, è molto triste, ma è ovvio che comunque non è soltanto il Meridione d’Italia, non sono soltanto Sicilia, Puglia, Calabria, Campania ad essere colpite. Il fenomeno della confisca di un bene è un fenomeno che pervade tutta la penisola italiana, è in tutta Italia. È quindi anche una opportunità che ogni parte della nostra penisola può sfruttare. Chi è impegnato in questo progetto, chi si è impegnato dall’inizio e chi lo è ancora oggi, innanzitutto l’Associazione Libera, che è la promotrice del progetto, è titolare del marchio Libera Terra e continua la propria incessante opera di sensibilizzazione. I comuni, quindi lo Stato, torniamo nuovamente al concetto del noi. I beni confiscati sono beni demaniali, normalmente vengono affidati in comodato d’uso gratuito a delle aziende, a delle cooperative sociali o altri enti non profit per la gestione, ma che hanno un ruolo fondamentale, perché comunque sono il principale partner della gestione del bene stesso. Le cooperative sociali del gruppo Libera Terra sono le cooperative che vengono addirittura costituite per potere gestire dei beni confiscati alla mafia, fra queste la prima è la Cooperativa Placido Rizzotto, della quale io mi fregio di essere uno dei soci fondatori, che quest’anno compie il suo decimo anno di attività, e sulla scia di queste sono nate moltissime, come lo vedete, iniziative, che negli anni hanno sviluppato una fortissima esperienza nella valorizzazione di questi beni. Insieme alle cooperative è nato, nel 2009 un consorzio, il consorzio Libera Terra Mediterraneo, che è un soggetto che mette insieme, lo vedremo più avanti, l’attività delle varie cooperative. Libera Terra è una associazione che nasce su iniziativa appunto della Lega delle Cooperative per dare supporto, know how, per dare di fatto la possibilità alle più giovani cooperative di crescere, consolidarsi, e di poter essere competitive e creare veramente ricchezza, ovvero lavoro sui territori in cui operano. Le fondamenta del progetto sono – le scorriamo rapidamente: dimostrare che gestire un bene confiscato, in questo caso la maggior parte delle cooperative gestiscono beni agricoli, fondi agricoli, è un enorme opportunità di sviluppo. Come è possibile che avvenga questo? Vedete, la nostra esperienza è una esperienza che ha vissuto negli anni diversi step. Il primo step, quello della cooperativa Placido Rizzotto, era probabilmente il più semplice e il più assurdo, parliamo di esperienze, di sogni, di scoperte. Noi nel 2002 ci trovavamo di fronte a una realtà assolutamente nuova. Nella zona del corleonese, avevamo avuto in gestione circa 200 ettari di fondi, altre strutture ancora in disuso da recuperare, parte di vigneti che erano stati da poco incendiati, perché purtroppo i precedenti proprietari preferivano distruggere i beni simbolo del loro potere sul territorio piuttosto che farli avere alle cooperative ancora produttivi. Siamo riusciti, con l’aiuto delle forze dell’ordine, a fare la prima raccolta di grano, a trebbiare il nostro primo grano, perché nessuno voleva azzardarsi a mettersi su una trebbia, normalmente pagato, per fare questo servizio, e abbiamo avuto un’idea che di fatto è stata la chiave di volta, lo dicevamo oggi, con Dario: trasformare questi chicchi di grano in pasta. La prima produzione appunto è stata a cavallo fra il 2002 e il 2003 e da lì è nato un circuito che di fatto ha cambiato la vita a decine, centinaia di persone del nostro territorio. Qui mi richiamo al concetto di fondo di questo convegno, che il lavoro non è un favore che viene fatto dal caporale di turno, dal proprietario di quel bene, da chi ti fa lavorare, ti lascia lavorare, ti fa, ti prende poi sotto la sua ala per dire “non ti preoccupare ci penso io”. Il lavoro è un diritto, è un diritto che ognuno di noi deve rivendicare per potere gestire autonomamente la propria vita, per poter vivere dignitosamente. C’è una frase bellissima che ha pronunciato Placido Rizzotto, si vede anche nel film a lui dedicato: “non si nasce schiavi o padroni, se uno ci vuole diventare ci diventa”. Il concetto di autodeterminazione è un concetto fondamentale, è un concetto che sentiamo fortemente, che dà la possibilità al nostro progetto di avere delle fondamenta molto solide, di poter andare avanti. Io ho voluto inserire altri elementi chiave che hanno fatto parte della nostra crescita, alcune parole che evidenziano realmente quella che è la nostra attività. Noi siamo fortemente consapevoli che i beni che gestiamo, le terre che gestiamo, vedremo più avanti i numeri, meritano un futuro molto migliore del passato che hanno avuto. Per questo siamo fortemente impegnati nella crescita professionale, attraverso la qualità dei prodotti che realizziamo, puntando all’eccellenza, rispettando l’ambiente attraverso l’agricoltura biologica. È anche sottostando a tutti i disciplinari dei nostri enti di artificazione, dei nostri partner che possiamo realizzare un prodotto che possa essere eccellente e che possa dimostrare di stare sul mercato con le proprie gambe e non soltanto grazie a una utilissima solidarietà. Noi vogliamo che i nostri consumatori, speriamo siano molti, acquistino una bottiglia di vino Cento Passi non soltanto perché viene dalle terre liberate dalla mafia, ma anche perché è buono e fortunatamente abbiamo avuto diversi riconoscimenti al Gambero Rosso su questo. Il nostro approccio strategico è proprio questo: noi non vogliamo essere una cattedrale del deserto, non vogliamo semplicemente tutelare un bene confiscato, isolarci dal resto del territorio in cui operiamo, ma le cooperative del gruppo Libera Terra fondamentalmente vedono il bene confiscato come un volano di sviluppo, come possibilità di crescita per tutto il territorio, per gli altri soggetti attivi, addirittura coinvolgendo non soltanto esperienze sane del territorio ma anche altri agricoltori. Noi oggi siamo in grado di collaborare, sviluppiamo forti collaborazioni con altri agricoltori del territorio, garantendo loro un prezzo d’acquisto della materia prima superiore a quello che è sul mercato, grazie alle produzioni che distribuiamo. E questo è stato un elemento fondamentale, perché ha permesso al nostro progetto di essere naturalmente protetto dal territorio. Non siamo più il gruppo di ragazzi che vuole lanciare questa scommessa, ma cominciamo ad essere riconosciuti anche come soggetto imprenditoriale forte, quindi come fonte di opportunità lavorative e anche come alternativa economico-sociale. Questo è un breve spaccato delle ormai otto cooperative socie del consorzio: cinque sono siciliane, una opera in Puglia, una in Calabria e una neonata in Campania. Numeri: siamo passati dai 300 ettari indicati nell’anno 2001, realmente produttivi erano poco o più di un centinaio, a più di 600 ettari, 640 ettari di terreni confiscati alla mafia. Inoltre gestiamo due strutture agrituristiche, una cantina vitivinicola, appunto la Cantina Cento Passi, che ci permette di chiudere la filiera di produzione del vino. Gestiamo, insieme ad altri produttori del territorio, più di 80 ettari, fondamentalmente seminativi in Sicilia. Cosa è il Consorzio Libera Terra Mediterraneo? Dalla nascita delle prime cooperative nel 2009 è nata l’esigenza colla cascina del circuito, per dare una forte pianificazione all’operato di tutte le realtà facenti parte del gruppo, di tutte le realtà che gestiscono beni confiscati alla mafia. Il nostro forte impegno quindi è quello non solo di gestire queste terre, ma di creare prodotti alimentari, pasta, vini, legumi e quant’altro, attraverso un percorso di miglioramento che vede una pianificazione strategica molto attenta che parte dalla programmazione delle attività agricole sino alla gestione dell’intera filiera e del prodotto finito. Monitoriamo totalmente la trasformazione e la produzione, oltre alla commercializzazione di tutti i nostri prodotti. Tutti elementi che stanno permettendo ai prodotti a marchio Libera Terra e ai vini Cento Passi di essere distribuiti in grandi quantità sul territorio. V faccio vedere una slide che avevamo preparato, forse il presidente se la ricorda, nel 2003, quando la nostra prospettiva era proprio fortemente legata all’agricoltura e cercavamo di capire come poter dare il massimo valore per far crescere il nostro territorio, per creare lavoro e ricchezza dalle materie prime che gestivamo, il grano e l’uva. È una slide molto semplice ma che secondo me rappresenta ancora oggi il cuore del nostro progetto e della nostra sfida: decidere di trasformare questa materia prima, quindi monitorare tutto il processo produttivo, dal grano alla pasta chiaramente, dall’uva ai vini, in questo caso i vini Cento Passi, e distribuire questi prodotti. Perché questo? Per dimostrare che un prodotto di assoluta qualità, di eccellenza, com’è riconosciuto, che rechi in etichetta la scritta “le terre libere dalle mafie”, possa rappresentare non soltanto un valore aggiunto per le cooperative operanti nel territorio, ma possa essere un simbolo fortissimo che dimostri come, creando lavoro giusto, pulito, sano, anche in queste terre si possa dare una nuova dignità a coloro che purtroppo per anni sono stati sotto il giogo della malavita, e per i quali il lavoro non era una lavoro libero, perché costretti a sottostare al comando di altri. Una rapida carrellata dei prodotti e non rubo più tempo. Questi sono alcune delle nostre produzioni. Io qui ho riportato uno dei nostri vini a marchio Cento Passi, un Catarratto che ha avuto diversi riconoscimenti, fra cui l’oscar come miglior vino bianco del 2009. Vi invito tutti a visitare il nostro sito cantinacentopassi.it o a trovare i nostri prodotti, o a provare i nostri prodotti che trovate distribuiti, oltre che nel circuito delle Coop anche nelle botteghe del mondo e nelle enoteche specializzate. La cantina Cento Passi è stata realizzata nel 2006 su un bene confiscato alla mafia. Oggi produce e distribuisce più di quattrocentomila bottiglie, in un totale gestiamo circa dieci etichette. La produzione di pasta, che per noi resta un simbolo, riguarda principalmente la pasta biologica, che oggi è distribuita in più di un milione di pezzi in tutta Italia, stabilmente durante l’anno. Abbiamo anche sviluppato altre soluzioni di alta gamma, quali i paccheri di Gragnano e poi via via abbiamo fatto la stessa esperienza con le conserve di pomodoro, le marmellate, il limoncello e quant’altro. Sono tutti prodotti che dimostrano come probabilmente, grazie all’impegno di tutti noi, di tutti noi cittadini, è possibile creare una ricchezza, quindi lavoro, lavorando nel modo più coscienzioso e più giusto possibile.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Marco. È bello sottolineare il fatto che i prodotti che ora venivano citati del Consorzio Libera Terra del Mediterraneo e i prodotti di Piazza dei Mestieri, le birre e il cioccolato di Piazza dei Mestieri siano stati entrambi oggetti di grandi riconoscimenti e che quindi in queste esperienze la qualità del prodotto, oltre che del lavoro, sia proprio un elemento costitutivo. Bene, abbiamo sentito due esperienze associative, la Fondazione Piazza dei Mestieri e le Cooperative di giovani che coltivano i terreni confiscati alla mafia. Ora parliamo di una esperienza invece promossa da un soggetto pubblico, la Provincia di Roma, la quale ha lanciato un progetto molto interessante: Porta Futuro. Voglio sottolinearlo, perché tanti di noi magari si occupano di lavoro e di formazione da molti anni e bisogna dire che il pubblico e le risorse utilizzate dal pubblico non è che spesso abbiano raggiunto gradi di efficacia molto elevato. Questo progetto si presenta come un progetto, secondo noi, di grandissimo interesse, estremamente positivo. Abbiamo con noi il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti che ce lo illustra. Prego.

NICOLA ZINGARETTI:
Grazie ovviamente in primo luogo dell’invito. È giustissimo quello che è stato detto rispetto alla serietà, alla credibilità in questo momento della pubblica amministrazione, dello stare dentro questa fase storica di crisi per essere utili. Io credo che il punto di partenza che poi ci ha portato ad esempio a promuovere Porta Futuro, del quale ora dirò ovviamente qualcosa illustrando il progetto, è stata proprio la voglia di indagare, non da soli, ma aprendoci a un confronto con le imprese, con i territori, con le forze sociali e imprenditoriali, indagare su cosa ci è accaduto, che cosa è successo, perché siamo in questa condizione, come potere essere utili alla nostra comunità e quindi mettere in campo delle politiche, delle azioni utili per i cittadini. Questo è un punto e un metodo che io credo sia molto importante sempre richiamare, perché anche questa grande discussione sul cosa fare per riaccendere i motori del Paese che investe in primo luogo la quantità della spesa pubblica, è una discussione che ha un senso se a fianco però si apre anche una discussione sulla qualità della spesa pubblica. Io ho la sensazione che è anche nel comparto della qualità della spesa pubblica che si possono ritrovare le risorse per un cambio di passo nel modello produttivo e di sviluppo del Paese. Quindi certo la quantità ma anche la qualità per chiamare a raccolta questo Paese, modificando anche come il pubblico agisce, spende e come sa innovare. E quindi cosa ci è accaduto? Ora, per essere ovviamente brevissimo e per socializzare un punto di vista da arricchire, io credo che quello che è accaduto ormai è abbastanza condivisibile, e condiviso poi probabilmente. Fatto salvo che la ricchezza di questo Paese dal dopoguerra è stata figlia della nostra capacità, come sistema produttivo, di produrre un x numero di beni, facciamo finta questa penna di plastica, questo Paese è diventato una grande potenza industriale perché ha trovato nel corso della sua storia la capacità di produrre questa penna con un costo del lavoro compatibile con la capacità di questa penna di stare sul mercato e quindi di essere comprata, utilizzata e venduta. Tutto ciò con mondo dell’economia che consumava in modo particolare i nostri prodotti. Noi avevamo un modello produttivo inserito nei beni di consumo del mondo. Se io avessi chiesto vent’anni fa, trent’anni fa, chi di noi avesse il bene di consumo che in questo istante il mondo consuma di più, l’automobile, probabilmente l’80% dell’auditorio avrebbe alzato la mano; se io chiedessi oggi chi di noi ha in tasca il bene di consumo che in questo momento produce la ricchezza del mondo perché più consumato, il telefono cellulare, pochissimi potrebbero alzare la mano, se la domanda fosse fatta in Italia.
Quindi noi producevamo questa penna che veniva prodotta a un prezzo compatibile, che era un prodotto di consumo non solo interno ma internazionale, che quindi ricollocava qui la ricchezza, c’erano risorse nel mercato interno per comprarla, e quindi il cerchio si chiudeva. Poi, negli ultimi 20-25 anni è cominciato ad accadere, in maniera progressiva, qualcosa che è intervenuto in questo modo di produrre ricchezza. Le penne hanno incominciato a produrle ad un prezzo inferiore in altre parti del mondo, hanno cominciato a non comprare più le penne ma a consumare altre cose, chi produceva le penne da noi si è accorto che, grazie alle nuove tecnologie, delocalizzando i luoghi della produzione, si potevano fare più profitti e per fortuna uno dei pregi delle imprese cooperative è che sono l’unica forma di lavoro non delocalizzabile in nessun angolo del mondo. Quindi ad un certo punto noi ci siamo trovati in una condizione nella quale si è rallentata la capacità di produrre ricchezza. Questo è accaduto anche in tanti, se non tutti i Paesi industrializzati, compresi quelli europei, ma da noi, io credo, è accaduto qualcosa, in forma più pregnante e forte, che in altri Paesi non è accaduto, e forse anche per questo oggi viviamo in questa difficoltà. Da noi hanno pesato di più che in altre situazioni degli opposti estremismi, delle posizioni più radicate, che poi ci hanno fatto allontanare dalla serenità di una analisi, che era quella della situazione in cui ci trovavamo e quindi si è precipitati, forse con troppa faciloneria, nel destino inevitabile del declino, perché il baricentro del mondo si era spostato ad oriente.
In realtà da noi ha pesato, in primo luogo, una certa pigrizia intellettuale, che ci ha portato a difendere modelli produttivi obsoleti e quindi a scaricare solo sui nuovi i costi del mantenimento di quelli obsoleti, oppure all’opposto estremismo, si è pensato che non ce la si faceva più per fare piazza pulita solo dei costi, magari non innovando, non insistendo sul fatto che forse bisognava investire per produrre in forma diversa, chiamando in causa il merito e il talento del come si produceva, cambiando il modo di produrre o inventando anche appunto cose nuove.
Ora questa discussione è importante anche per un ente locale per capire cosa fare, perché non sono stati anni passati invano, hanno prodotto una situazione dalla quale ora io penso noi possiamo e dobbiamo uscire, ma per farlo bisogna capire che cosa fare. Sono stati anni che, ad esempio, hanno prodotto una drammatica frammentazione, perché l’assenza di una riflessione serena su questo punto, il prevalere di corporativismi o di paure, o della teoria del declino, hanno lasciato troppo soli coloro che, imprese o giovani talenti, volevano comunque creare e produrre in forma nuova, Noi abbiamo aperto a Roma, da circa otto – nove mesi, un sito internet, romaprovinciacreativa.it, che raccoglie tutte le microimprese creative del territorio. Siamo sommersi da tante email e segnalazioni di imprese, romane o dell’area metropolitana, che dicono ci siamo, ma siamo soli, non vogliamo rimanere soli. Oggi si è prodotta una grande frammentazione, che è un momento di debolezza, una grande solitudine della condizione individuale, sia di chi cerca lavoro, di chi cerca formazione, di chi cerca, da imprenditore, un punto di riferimento, perché l’apparato organizzativo e anche della rappresentanza sociale è rimasto troppo a difesa di quel modello produttivo.
Non siamo riusciti a capire fino in fondo, e da qui parte l’idea di Porta Futuro, quanto sia importante, nell’era globale, la forza dei prodotti immateriali negli indici di competitività di un sistema, nella qualità dei servizi. Gli investimenti in Europa a sostegno della nuova imprenditoria sono nella stragrande maggioranza a sostegno di progetti sulla qualità dei servizi immateriali, che accompagnano la riconversione e l’assistenza o la produzione di ricchezza in questo comparto.
Noi abbiamo pagato, penso, il fatto che in questo periodo di transizione non c’è stata una massa critica che pensasse a questa esigenza e quindi viviamo non in una società del rischio, perché in quella ci sta tutta Europa, e forse ormai tutto il mondo, ma purtroppo in una società del rischio per alcuni, in particolari per i giovani e per le donne, che più di altri pagano il fatto di aver vissuto in una fase nella quale questa ricerca sul futuro e questo peso dell’obbligo, anche in questo secolo, di pensare in forma nuova il diritto al lavoro, ha bisogno di una profonda innovazione. Non è vera la teoria del declino e non è vero che nell’era della globalizzazione, che vede la Cina o l’India o il Brasile, o in parte la Germania, con i tassi di crescita del 6-7-8 %, e che sconvolge oggettivamente quello che siamo stati, di per sé noi dobbiamo alzare bandiera bianca, perché, per esempio, quei tassi di crescita ci dicono che ci sono nuovi mercati che consumano e che quindi noi possiamo, come sistema Paese, e io dico addirittura come Europa, far sì che diventino i nostri interlocutori per riprendere, in forma nuova, a produrre ricchezza e a produrre nuovi lavori.
La prima cosa da fare, mi sembra che questa mattina Elkann, il Presidente, l’abbia detto, parlando dell’automobile, è evidente che la prima cosa che si dovrebbe fare è scegliere la nostra vocazione nazionale. Il vero dibattito che dovrebbe appassionarci tutti è su cosa scegliamo di investire in questi prossimi 100 anni. Nel dopoguerra, alcune scelte si sono fatte, ha pesato il tema del lavoro, nella riforma agraria fatta tanti anni fa c’era una idea di rafforzamento della democrazia, anche attraverso l’inclusione di masse di diseredati, ad esempio, dentro un comparto produttivo, l’agricoltura, scelto per la nuova democrazia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, o dentro la metallurgia o la chimica. Ora, noi abbiamo il problema di scegliere insieme quali siano le vocazioni di questo Paese sulle quali scommettere, ma detto questo ognuno deve fare la sua parte. Allora noi, e arrivo a parlare di questo progetto, siamo partiti proprio da questa analisi del mutamento radicale di un modello produttivo, che ha prodotto nel nostro territorio, ad esempio, negli ultimi anni, sempre un PIL di un punto, fino al 2008 un punto, un punto e mezzo, e siamo ripartiti dall’area metropolitana, che è molto competitiva nella capacità di produrre ricchezza. Perché? Perché è un’area di 4 milioni di abitanti, con 5.000 Km quadrati, sede dell’80% della ricerca pubblica e privata italiana, sede delle sedi fondamentali della logistica portuale e aeroportuale, molto competitiva in Italia, ma anche in Europa. E’ un’area che ha la costa verso un Mediterraneo che sta cambiando il suo volto nel nome della democrazia e se non aiutata può avere anche dei destini non positivi, ma ha la vocazione e i presupposti per essere competitiva in un mondo che domanda i fondamentali per crescere.
Ma qual è il nostro problema drammatico in questo momento e sul quale noi, piccolo ente, vogliamo intervenire? È la drammatica frammentazione e parcellizzazione di questa ricchezza, cioè il venir meno di un modello produttivo e delle forme organizzative di quel modello produttivo. Essa ci consegna sì tante opportunità, ma drammaticamente divise tra loro e quindi quello che emerge in tutte le analisi è una drammatica fragilità delle reti interne, delle reti materiali e delle reti immateriali. Chiunque venga a Roma in aeroporto, prendendo un aereo si accorge quanto sia più semplice arrivare da Torino che non dall’aeroporto di Roma al posto di lavoro dentro la città. Penso che il tempo sia esattamente il doppio. Allora la scelta è quella di buone pratiche, che si preoccupino in questo sistema, devastato nella sua forza di rete, ma competitivo in tante micro-opportunità, di aiutare a fare rete, con l’assillo di costruire reti nuove e di innovare le reti esistenti, stimolando la società a rinnovarsi e ad essere protagonista di questa nuova fase, perché non dobbiamo fare tutto noi. Questo vuol dire innovare i bandi. Il più grande bando che fa la Provincia è il bando sul global-service per il riscaldamento di tutte le scuole del territorio provinciale, oltre 370 edifici scolastici, introducendo una piccola norma che non pagherà più il costo del gasolio consumato ma la temperatura che noi chiediamo venga garantita agli studenti e ai professori nelle scuole. Stiamo producendo una rivoluzione perché cambiano le imprese che partecipano al bando, perché oltre a chi produce o fornisce gas, interviene chi può pensare all’efficientamento energetico, che produrrà un risparmio su scala molto rilevante per l’amministrazione pubblica. Ritorna qui il tema della qualità della spesa pubblica, la scommessa è quella di far risparmiare noi, di garantire quella temperatura ma di efficientare l’edificio nel quale gli studenti vivono. Questo è un modo che segnala quanto è importante non essere pigri, anche nelle piccole cose, chiamare e ascoltare, perché insieme si possa produrre innovazione, dicevamo prima uscire dall’incubo dell’edilizia, delegare al massimo. In Italia si sta producendo una diffusione di opere pubbliche di scarsissima qualità, e purtroppo, anche qui, se ne accorgeranno le generazioni future, quando entrando in quelle scuole o passando su quelle strade o attraversando quei ponti, si ritroveranno un complesso di opere pubbliche non adeguato a quel Paese moderno e competitivo a cui aspiriamo. Quindi, anche qui innovare e risparmiare. Oppure Officina e Innovazione, un progetto che accompagna gratuitamente le piccole imprese, che vogliono riconvertirsi, coi Poli Universitari o le Borse di Studio di 16 Università italiane. E’ partita una gara per i migliori progetti degli studenti e delle studentesse dei 16 principali atenei italiani e i primi 8 vincitori andranno a vivere per alcune settimane nella Silicon Valley, per far vivere a queste eccellenze un esperienza di scambio.
Da qui nasce la sfida di Porto Futuro. Porto Futuro nasce da una ricerca in Europa, mutuata in questo caso da Puerta22 di Barcellona ed è un luogo che abbiamo voluto bello, centrale, giovanile e moderno nel centro della Capitale, a Testaccio, quindi in un luogo che i giovani vivono, nel quale far incontrare semplicemente chi ha un bisogno di orientamento, di capire il percorso di vita, perché cerca la scuola migliore o l’università migliore o che, sapendo che è il migliore del suo ateneo, vorrebbe un lavoro senza fare la trafila delle raccomandazioni e tutto il mondo delle imprese, che in un mercato di 4 milioni di abitanti cerca, attraverso il merito, le forze e i talenti migliori che la Capitale propone. Abbiamo costruito, oltre al luogo, un software per cui ogni ragazzo del territorio provinciale o ragazza che ha bisogno di scegliere una scuola può essere ascoltato, può entrare in relazione con una rete di scuole ed università per trovare qual è il luogo adatto, secondo l’autoanalisi o l’analisi fatta insieme, alle sue prospettive, la scuola più vicina, quella più legata al suo percorso formativo, quella più di prospettiva. Saremo in grado, in termini reali, di indicargli le prospettive di lavoro in quell’area nei prossimi 5-6 anni, siamo in grado già oggi, grazie alla collaborazione che chiediamo e che stiamo aprendo nei confronti delle imprese, di determinare giorno per giorno in quest’istante quali sono i posti di lavoro possibili e credibili. Questo è Porta Futuro, per ora ai primi passi, perché ha aperto a Giugno, ma già nel mese di Giugno e di Luglio, a scuole chiuse, è stata visitata da oltre 2.000 ragazzi e ragazze, ma non solo ragazzi e ragazze, purtroppo anche tante persone che a 40-45-50 anni si trovano espulsi dal mercato del lavoro. Porta Futuro, da Settembre, inizierà ancora con più determinazione ad aprirsi alla partecipazione e alla collaborazione di tutti quelli che hanno fiducia nel futuro, sapendo che noi vorremmo lanciare, e chiudo, oltre un messaggio di merito, un messaggio culturale, perché noi viviamo in un tempo nel quale c’è un grande bisogno di costruire ricette per il futuro insieme, ascoltandoci e soprattutto non avendo mai la presunzione di avere la ricetta in tasca, perché solo attraverso lo scambio e il confronto si può determinare insieme qual è la cosa utile da fare.
Nel mondo cresce la Cina, cresce l’India, cresce il Brasile ma se andiamo a vedere dove cresce la Cina, l’India, il Brasile ci accorgiamo che la crescita maggiore sono in quelle aree complesse metropolitane, perché? Per tanti motivi, ma anche perché le persone si incontrano, si confrontano, perché sono vicini i poli formativi con i poli della ricerca, con i luoghi dove si produce, con i luoghi della formazione, a da questo scambio fecondo è più facile produrre ricchezza. Noi pensiamo che avere costruito dentro il cuore della Capitale di Italia un luogo che vuole anche culturalmente lanciare questo messaggio di comunicazione e di incontro, sia un piccolo contributo a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo. Grazie

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Presidente, mi sembra che sia da sottolineare tra le altre cose un aspetto: quando il Presidente Zingaretti diceva che il pubblico a un certo punto deve sapersi fermare, è un po’ l’esplicitazione del principio di sussidiarietà, che a tanti di noi è particolarmente caro. Dichiaro anche a nome di Obiettivo Lavoro, ma penso anche di altre agenzie dell’associazione, la piena disponibilità a collaborare con questo progetto, in una chiave di complementarietà che nei servizi al lavoro ci deve assolutamente essere tra soggetti pubblici e soggetti privati. Ora la parola a Giuliano Poletti, Presidente della Lega delle Cooperative e consigliere della Fondazione Obiettivo Lavoro.

GIULIANO POLETTI:
Buonasera a tutti. Io credo che ci sia assolutamente bisogno e sia un’opportunità questa del confronto, attraverso la nascita della Fondazione, di una riflessione su queste tematiche del lavoro, anche perché probabilmente il lavoro per molto tempo è stato vissuto più come il contratto di lavoro, la cessione della prestazione lavorativa, le garanzie sul lavoro, gli obblighi del lavoro. Io ho fatto questa riflessione qualche giorno fa, a seguito di un dibattito. Io ho un consulente importante, si chiama Ginevra, è la mia nipotina, ha cinque anni, sono andato a trovarla in spiaggia dopo due settimane che non la vedevo e quando l’ho salutata si è girata ma non si è mossa e mi ha clamorosamente deluso perché io credevo mi corresse ad abbracciare. E allora le ho detto: «Ma Ginevra non mi saluti?», lei mi ha guardato severa e mi ha risposto: «Nonno non vedi che sto lavorando?». E a quel punto è partito una roba per la serie: per Ginevra il lavoro era produrre una meravigliosa torta di sabbia. Per ognuno di noi probabilmente il lavoro è una cosa molto diversa e l’idea di trattare il lavoro solo come il contratto di lavoro, la cessione del lavoro, il lavoro come merce che va prestata, ceduta, venduta, pagata, comprata, regolata forse è una visione inadatta, insufficiente a capire tutti i significati e tutti i valori e forse ci mette nella condizione di non accettare e di non misurarci con l’idea di lavoro come invece dovremmo fare, con molta più apertura, con molta più voglia di ricerca, con molta più voglia di accettare i rischi del lavoro, della ricerca del lavoro. E io credo questo sia un tema che invece ha bisogno di riflessione, ha bisogno di pensiero, ha bisogno per tutti di trovare una interpretazione adeguata a questa idea di lavoro che è molto più larga, molto più complessa, che ha molto più significato e molto più valore, altrimenti finiremo per litigare sul diritto al lavoro, sul lavoro così com’è, su come lo tuteliamo, ma quando lo tuteliamo vuol dire che c’è e ci siamo dimenticati che c’è un piccolo problema tecnico: del lavoro, secondo questa accezione, non ce n’è abbastanza. Mentre del lavoro, in termini assoluti, ce ne è una quantità esagerata, perché ci sono un sacco di cose che si potrebbero e si dovrebbero fare, ma non si fanno perché non vengono pagate. E quindi non è che non c’è lavoro, non c’è la ricchezza necessaria o l’energia o le risorse necessarie per pagare quel lavoro. E quindi io credo che su questo versante ci sia da riflettere in maniera un po’ innovativa. Ad esempio, io penso che bisognerebbe cominciare a crederci, se è vera, e io credo che non sia vera, all’idea secondo cui c’è una risposta perché là dove c’è un bisogno c’è una risposta che viene dal mercato. Il mercato insomma risponderebbe ai bisogni. Non è per nulla vero, il mercato risponde ai bisogni solvibili, cioè a quei bisogni che sono in grado di pagare la soddisfazione: tu sei senza scarpe ma non hai i soldi per pagarti le scarpe, è un bisogno mi pare del tutto evidente, ma nessuno si preoccupa di dartele quelle scarpe, perché tu non sei in grado di pagarle, e quindi il mercato risponde ai bisogni solvibili. Quella diventa domanda, il resto non diventa domanda. Ma dei bisogni non solvibili ce ne sono insoddisfatti? Sì, tanti, tantissimi, una quantità esagerata, e questi bisogni non possono mai diventare domanda? Non possono mai diventare economia? Non possono mai diventare lavoro? Io credo che lo possano diventare, bisogna trovare le forme perché questi bisogni che stanno sotto la pelle della società, che stanno sotto la pelle del mercato, escano da quella condizione, si aggreghino, diventino una dimensione, tra virgolette, relativamente solvibile, capace nel tempo di diventare lavoro a sua volta correttamente remunerato. Io credo ci sia molto lavoro da fare, da questo punto di vista, in un accezione diversa del lavoro, in una accezione diversa dell’impresa, nella relazione tra il pubblico, il mercato e la società. La società ha bisogno di entrare dentro con molta più forza, dentro queste logiche per trovare delle sue risposte. Io credo ci sia un terreno di ricerca, un terreno di analisi, un terreno di lavoro e qui bisogna superare le paure, perché quando si affrontano queste questioni è chiaro che c’è sempre il pericolo del superamento del poco che c’è con l’incertezza del ciò che non c’è. La storia di questi anni ce lo dice. Di fronte al lavoro e all’insufficiente lavoro, abbiamo trovato la precarizzazione, e cercavamo la flessibilità, e siamo andati a finire su un terreno che non era il terreno che si andava cercando, ma allora la risposta è difendere ciò che c’è così com’è, immaginando che questo sia la risposta? Questo vuol dire rispondere a chi è dentro, chi dentro c’è e ci sta e si difende. Ma vuol dire lasciare fuori tutti quelli che sono fuori, e noi possiamo accettare l’idea di una società che non si occupa e non si preoccupa di chi questa opportunità non ce l’ha? O non ce l’ha nei termini giusti, leciti, logici, etici, corretti, equi? Io credo questo non possa essere e allora la pura difesa di ciò che c’è e la legittima preoccupazione della disgregazione di ciò che c’è, della tutela dei diritti, della difesa, delle regolazioni, delle regole, è una preoccupazione legittima ma che non ci può impedire di riflettere su ciò che va cambiato, su come bisogna andare a ricercare la possibilità di far scattare nuove molle, nuove opportunità, nuove possibilità. C’è molto lavoro da fare da questo punto di vista. Noi cerchiamo come mondo cooperativo di farlo: guardate questa è una cosa che io sento in termini molto autocritici e di responsabilità. Il mondo cooperativo, negli ultimi quindici anni, ha raddoppiato il numero degli occupati, noi quindici anni fa avevamo cinquecento mila occupati nelle cooperative italiane, oggi ce n’è un milione e duecentomila, però è un fatto che passa nella totale irrilevanza. Ma c’è un’altra questione: c’è qualcuno che mi spiega per quale cavolo di ragione il lavoro di cura è il lavoro peggio trattato da tutti i punti di vista? E qualcuno pensa che è meno significativo, meno importante, meno difficile, meno professionalmente importante alzarsi dal letto la mattina e andare in un centro con dei ragazzini, in cui vedi il dolore ventiquattro ore si ventiquattro? E tu pensi che quello valga ottocento euro? E pensi che quello sia la risposta migliore che possiamo dare? E noi possiamo accettare l’idea che i nostri figli e i nostri padri li affidiamo a una badante che, tra virgolette, non sa l’italiano e confonde il 113 col 117, il 118, il 121, quello che gli passa per la mente e ci capitano dei pasticci fuori di misura? Siccome non riusciamo a organizzare una risposta, tra virgolette, economicamente sostenibile ne accettiamo una eticamente discutibile? Io credo che dovremmo tornare su questi treni, dovremmo fare una discussione su questo versante. E’ possibile che con le vicende che stiamo discutendo in questi giorni, sul tema dei tagli, gli enti locali, il resto, si vada finire un’altra volta lì? Si vada a finire un’altra volta sul sociale? Sul welfare, sull’assistenza, sui servizi e sul resto? Io credo che questo sia intollerabile. Bisogna avere la forza, la voglia di ribellarsi, avere la voglia, la forza di riflettere nei termini di questa vicenda. Voglio citare un altro paio di cose per concludere. Noi abbiamo cominciato a lavorare sul tema di quelle che abbiamo definito le cooperative del sapere. Cooperative tra giovani studenti, universitari, neolaureati, che hanno investito, loro, la loro famiglia, sulla propria competenza, la propria capacità, si sono laureati, hanno fatto un master e poi dopo ne hanno fatti due, poi dopo ne hanno fatti tre, poi ne hanno fatti quattro perché, non trovando un lavoro, hanno cercato di fare un altro master che significa da una parte che so una cosa in più e intanto faccio qualcosa di utile e interessante. Ma poi quando ne hai fatti quattro a un certo punto tuo padre ti dice: «amico mio sarà meglio che smonti dalla bicicletta e proviamo a pensare a qualcos’altro». Vi do una informazione, noi abbiamo tentato di fare una cooperativa pluriprofessionale; ne abbiamo già tantissime di cooperative di ingegneri, architetti, di giornalisti, di medici, allora abbiamo detto: ma se mettiamo insieme sei o sette professioni, geologi, economisti, ingegneri, architetti, forse possiamo fare uscire un prodotto più complesso, pensato tutti insieme, inoltre si danno coraggio tra di loro, perché ognuno di loro deve affrontare una faccenda complicata, vediamo un po’. Beh, siamo arrivati al trentunesimo divieto. Quando abbiamo provato a descrivere lo statuto di una cooperativa pluriprofessionale, quando abbiamo dovuto rispettare l’ordine degli ingegneri, l’ordine degli architetti, l’ordine degli avvocati, l’ordine dei geologi, l’ordine degli economisti, abbiamo detto: e questi si chiamerebbero ordini? A me pare un gran casino. Trentuno divieti per scrivere uno statuto, per evitare che qualcuno ci arrestasse la mattina dopo che facevamo questa roba qui e stavamo tentando di far lavorare della gente, non è che stavamo facendo un tentativo di rapina a mano armata da qualche parte. Questa è la situazione nella quale ci troviamo. Oggi se vuoi fare quella strada devi cambiare quel tipo di presupposto, di condizione. Dall’altro lato, stiamo lavorando a quelle che abbiamo definito cooperative di comunità. L’Italia è piena di posti, di paesi, di borghi dove ci stanno settanta persone, cinquanta persone, cento persone, centoventi persone, che non hanno più la dimensione economica per avere i servizi: ha chiuso la scuola, l’asilo non c’era, poi ha chiuso il forno, poi ha chiuso la bottega e poi hanno chiuso baracca e sono andati via quasi tutti: se ne vanno prima i giovani e gli anziani sappiamo che strada prendono. Bene, ma che effetto fa tutto ciò sulla nostra comunità, sulla nostra società? È possibile che noi buttiamo via storie, cultura, esperienza, valori? Lì ci sono delle case, c’è un pezzo di territorio da presidiare e noi abbiamo pensato che là dove il mercato non ci può arrivare, perché non si può andare a fare un negozio in un posto dove ci stanno settanta persone, è legittimo che i cittadini di quella comunità possano decidere di auto-gestirsi i servizi che servono loro e abbiamo delle realtà dove hanno costruito insieme un negozio di 3×2 metri, un bar di 2×2 metri, un ristorante con due tavoli. C’è una realtà non lontano da qui, sopra Reggio Emilia, dove ci stanno settanta persone e questa cooperativa fa lavorare cinque persone, al che io ho usato vigliaccamente le proporzioni e ho detto: quando la prossima volta qualcuno mi parla di queste questioni, vi dico che io ci ho una cooperativa che fa lavorare quasi il 10% degli abitanti della propria comunità, è cinque su settanta, però la matematica dice che lì siamo verso il dieci. Però se non lo facciamo cosa succede? Come deperisce quella condizione? E allora il ragionamento che facevo prima del lavoro, dell’attività, dei bisogni che stanno sotto la pelle, di quella che noi definiamo l’economia reale, di quella che definiamo la nostra società, se l’andiamo a tirare fuori in questo modo non produce solo i servizi a quella comunità, produce anche opportunità di lavoro, produce anche possibilità di fare, produce delle condizioni diverse. Io credo che qui ci sia un terreno sul quale bisogna lavorare, perché se l’idea è quella di aspettare che da una qualche parte ripiombi sui nostri territori l’economia così com’era, l’industria come l’abbiamo conosciuta, che la storia riprenda il suo corso ordinatamente, essendo che per qualche anno si è un po’ confusa, io credo che non andremo molto lontano, avremo solo delle grandi delusioni. Allora io davvero sono convinto, e questa è la ragione anche del nostro impegno in questo senso, che queste possibilità ci siano e si possa fare molto.
Un ultimo numero. Io recentemente sono stato a Corleone e ho incontrato i ragazzi che lavorano nelle cooperative che gestiscono i beni sequestrati e chiacchierando gli ho fatto questa domanda: «Ma scusate, ma in quanti già lavorate qui nelle cooperative che gestiscono i beni?» mi hanno detto: «Cento». E io: «Beh, domanda: a Corleone quante sono le imprese che fanno lavorare più di cento persone?». Mi hanno guardato un po’ stupiti e mi hanno risposto: «Forse il Comune». Dico: «Bene ragazzi, scrivetevelo da qualche parte, voi in meno di dieci anni avete costruito la più grande impresa di Corleone usando i terreni sequestrati alla mafia». Io credo che, relativo per relativo, questo ci dica che si possono fare delle grandi cose.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie Giuliano. E ora, per l’intervento conclusivo, Giorgio Vittadini che è Presidente della Fondazione Obiettivo Lavoro.

GIORGIO VITTADINI:
Io faccio una premessa di metodo, poi dico quello che secondo me dovrebbe fare questa Fondazione, visto che, avendo una dotazione così rilevante, è meglio evitare di creare un ulteriore ente che sprechi i soldi, vista la situazione. La prima è che come vedete nella mostra dei “150 anni”, l’incontro del movimento cattolico e del movimento operaio dal punto di vista di opere e imprese è uno dei punti dello scheletro positivo della storia di Italia. Siccome tante volte un certo tipo di giornalismo da gossip, giustizialista, che vive su certi giornali o su certi siti legati a personaggi eversivi, ha paura di questo fatto e gradisce gli incontri culturali e politici di questo tipo quando si parla di teoria e di nulla, mentre ha paura dell’incontro e demonizza l’incontro di realtà economiche popolari, io dico l’opposto: il male dell’Italia è quella gente, mentre il bene dell’Italia è l’incontro di realtà popolari sul lavoro, che mettano insieme ideali e interessi, perché senza gli interessi, senza l’economia, senza i fatturati, non si dà lavoro alla gente. Quindi io sono fiero di questa realtà, di questo incontro di oggi, lo ritengo uno dei più significativi di questo Meeting in generale, perché, come insegna l’esperienza di Obiettivo Lavoro e mille altri rapporti, questo è il tessuto connettivo del futuro dell’Italia, soprattutto in un momento in cui il capitalismo finanziario ha mostrato che è finito e quello che dicevano gli editorialisti di certi giornali borghesi del 2005 non ha più senso. Nessuno domina più il tipo di capitalismo finanziario che doveva essere il nostro sviluppo, che doveva essere il futuro dell’Italia, neanche gli analisti che lo hanno creato, dominano i mostri. Per cui il futuro è il ritorno al lavoro fisico, produttivo, che evidentemente non rinuncia alla finanza ma vede la finanza come uno strumento per creare lavoro, non viceversa. Il problema vero è questo rovesciamento che c’è stato, allora questo è il futuro. Mille esempi di questo tipo alla luce del sole, di incontri di questo tipo dovrebbero tenersi, se vogliamo che ci sia occupazione, se no l’occupazione ce l’avranno solo quelli che creano questo gossip, che appunto vivono di prebende, di gente che è andata in galera, per non fare riferimenti ben precisi a certi siti esistenti. Ma ciò detto allora, cosa vuol dire questa Fondazione? Do tre elementi di metodo, che secondo me devono arrivare, sono molto d’accordo con Ramazza, a una costruzione di un rapporto annuale sul lavoro. Nell’università dove lavoro, in Bicocca, c’è un centro, guidato da un mio collega, che si chiama Crisp e studia tra le altre cose il lavoro. I dati assolutamente interessanti che vengono fuori, per esempio per l’Emilia e per la Lombardia, dagli ispettorati del lavoro, ci dicono che il tempo del lavoro a tempo indeterminato, in queste due regioni, è inferiore alla durata dei lavori a tempo determinato, perché c’è un tipo di lavoratore che ormai concepisce il percorso come qualcosa di fondamentale, è lui che cambia lavoro prima che qualcuno lo sposti. E allora vuol dire che c’è una confusione grave tra flessibilità e precariato, c’è una confusione alimentata dagli ignoranti, perché c’è un tipo di lavoro che inevitabilmente è flessibilmente positivo e guarda caso nel tempo determinato, nel 79% dei casi, dopo 42 mesi, Obiettivo Lavoro porta il lavoro a tempo indeterminato: anche questo è un lavoro flessibile, che è una preparazione a contratti a tempo indeterminato. D’altra parte quello che si vede è che c’è invece un secondo tipo di mercato del lavoro, quello che diceva Poletti e altri oggi, il lavoro dei giovani, il lavoro dei cinquantenni che escono dal lavoro, il lavoro di certi contratti che sono precariato, che è un secondo mercato del lavoro, perché anche nella ubertosa Lombardia e nell’ubertosa Emilia c’è gente che nel lavoro non entra mai, sono i due milioni e duecentomila che né lavorano né studiano entro i ventotto anni, sono la percentuale del 30% di giovani che non hanno lavoro o sono i cinquantenni che escono e non riescono a rientrare. Questo è precariato. Allora bisogna chiamare flessibilità, quello che è il primo e precariato il secondo, sapere ben distinguere dove c’è l’uno e dove c’è l’altro, non fare questa confusione generale che è ignoranza. Allora è importante studiare sistematicamente questo e farlo sapere. Per esempio pensate alla demonizzazione in tutto il mondo che hanno avuto negli anni scorsi queste realtà di lavoro interinale, di lavoro flessibile, come Obiettivo Lavoro, come se fossero quelle che creano il male, mentre in realtà allargano il lavoro. Certe cose certamente sono precariato, certamente sono abbassamento dei costi, certamente c’è un problema gravissimo dei giovani e di una fascia di persone che io chiamerei, usando Verga, “i vinti” della nostra società, che ci sono e sono sempre più. Ma bisogna sapere chi sono i vinti e chi sono quelli cui permettono un percorso, per aiutare i vinti con interventi di solidarietà e gli altri favorendo una flessibilità e uno sviluppo. Questo è il primo motivo per cui è fondamentale studiare il mercato del lavoro e fare sapere queste cose, perché sono d’accordo, non c’è niente in giro, con tutti i dati che ci sono, che racconta bene queste cose. Per cui sui giornali e su altro gira questa confusione che impedisce lo sviluppo, perché, secondo aspetto, quello che toccava Odifreddi, come noi possiamo aiutare questo? Io sono un grande sostenitore della teoria del capitale umano, teoria del capitale umano che ci dice come noi possiamo formare, per i diversi tipi di mercato del lavoro, diversi personaggi. Se vogliamo aiutare i primi, dobbiamo moltiplicare qualcosa che ancora non esiste ma che dovrebbe esistere, che è quello che manca all’Italia, quella fascia alta, dopo l’università, di master e dottorati che ci differenziano dal mondo anglosassone, perché la grande differenza dal mondo anglosassone riguarda quelli di cui si parlava prima, quelli che emigrano, anche qui al Meeting potete incontrarli, cioè quelli che provengono dalle nostre università e, non trovando lavoro qua, hanno trovato ottimi dottorati all’estero. Oppure potete sapere benissimo che la differenza nel mondo americano della fascia alta della dirigenza è fatta di gente che torna all’università mentre lavora e fa i master. Il problema nostro è che dovremmo dotare chi fa il percorso di questa possibilità di un lavoro nel lungo periodo legato all’università e dobbiamo quindi far capire con i dati qual è il primo percorso. C’è una seconda questione formativa, di cui la Piazza dei Mestieri dà un esempio, che sono lavori interessanti, fondamentali, i mestieri. Io sono molto contento degli immigrati, ma non capisco perché i nostri giovani, che magari entrano in questo buco nero che non è né lavoro né studio, non possano essere aperti a lavori che sono manuali ma che hanno fatto, lo vedete nella mostra, il secondo boom industriale dell’Italia. Perché il boom industriale degli anni Sessanta ha avuto proprio nel ’63-’64 una ondata di recessione e di disoccupazione, in cui la gente che è stata espulsa dalle imprese, essendo operai specializzati e altro, hanno fatto imprese, cooperative o imprese. Ora non capisco perché noi non dobbiamo formare gente a fare i nuovi carpentieri, i nuovi idraulici, e non solo a livello individuale. Ricordiamo che noi abbiamo costruito negli anni andati la diga di Assuan, mi ricordo quando ero piccolo che era un vanto del Paese, ci facevano vedere questo cinegiornale che diceva: “questi sono gli italiani che hanno costruito”. Ora noi abbiamo un’enorme possibilità, non solo di usare immigrati ma di fare capire ai nostri ragazzi che c’è un secondo mercato del lavoro. Però bisogna, anche qui, descrivere questi percorsi, far capire queste cose, uscire dalla confusione, riqualificare la formazione con questi aspetti. Il terzo aspetto, ma lo hanno già detto gli altri prima di me, è la politica economica. Io l’ho detto in questo Meeting ovunque, smettiamola di fare queste discussioni stucchevoli sul taglio delle tasse, non taglio delle tasse. Io sono dell’idea che se uno occupa, esporta, crea reddito, a questo bisogna levargli le tasse, se uno non occupa, non esporta, non crea reddito, a questo le tasse bisogna aumentarle. Mi ricordo tanti anni fa che ci fu un convegno a cui partecipai, quando ci fu l’attacco frontale all’inizio degli anni 2000 sulla cooperazione, in cui si diceva che qualunque governo dovrebbe chiedersi: se uno crea lavoro io lo aiuto, per il bene del Paese, invece aiuto a chiudere un’impresa che non va. Questa è la politica economica, ma anche qui c’è bisogno di dati, di informazioni. Se la cooperazione ha creato lavoro negli ultimi anni, allora io detasso la cooperazione. Basta dibattiti ideologici: è giusto o no, ma il dibattito è sui fatti. Mentre queste politiche macro economiche… io mi ricordo, quando studiavo economia in Cattolica, il prof. Mazzocchi che diceva: va bene la spesa pubblica, ma un conto è incrementare la produzione di arance, un conto è incrementare la produzione di cannoni, sono due cose diverse. Scegliamo, bisogna ragionare, perché una politica economica e industriale, in un Paese come l’Italia, che nasce da una politica del lavoro, è una politica che va a vedere, che distingue, soprattutto in un Paese che produce tutto e che è molto variegato. Questo è il terzo scopo di una Fondazione del genere. Quindi concludendo, io spero che su questi tre temi noi diamo un’informazione che non c’è, non c’è perché è difficile lavorare sui dati, mentre lavorare sui dati dell’ispettorato, vedere il percorso di un individuo, cosa fa, come esce dalla scuola, che tipo di percorso fa, quando entra e quando esce dal mondo del lavoro, ci permette di capire cose che non sono date e di dare queste informazioni termini chiari. Io penso proprio, mi impegno e spero, fiero di questo pluralismo culturale che rappresenta questo tavolo, di potere dare questo contributo allo sviluppo e soprattutto alle persone del nostro Paese.

ALESSANDRO RAMAZZA:
Grazie, grazie a tutti voi per essere intervenuti e buon Meeting.

(Trascrizione non rivista dai relatori)