IL LAVORO CHE CAMBIA: IL “PIANO MARSHALL” PER I GIOVANI - Meeting di Rimini

IL LAVORO CHE CAMBIA: IL “PIANO MARSHALL” PER I GIOVANI

Il lavoro che cambia: il “piano Marshall” per i giovani

Partecipano: Andrea Bonsignori, Rettore delle Scuole Paritarie Cottolengo; Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia e Statistica Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Introduce Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri.

 

DARIO ODIFREDDI:
Buonasera a tutti, grazie ai nostri ospiti, grazie a voi. Noi lo scorso anno qui dal Meeting lanciammo l’idea di un piano Marhsall per i giovani. Un’idea che nasceva dall’evidenza della difficoltà per i giovani di trovare lavoro. I tassi di disoccupazione molto alti, i famosi neet numerosissimi e anche segnali che non sembravano incoraggianti. A distanza di un anno ci ritroviamo ad affrontare questo tema, ci ritroviamo in una condizione leggermente diversa, perché nel frattempo le condizioni generali dell’economia sono in miglioramento, anche qualche numero, qualche dato sull’occupazione giovanile è in miglioramento e un po’ di cose dell’idea del piano Marshall, come ci racconterà poi anche il ministro Poletti, sono state fatte. Ma non è solo alla situazione congiunturale che noi dobbiamo guardare, perché è la sfida col passare del tempo e degli anni che si approfondisce e che, per usare le parole che ha usato il Papa, è un cambiamento d’epoca. Sta cambiando radicalmente il mondo e sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro, come ha ricordato anche il Ministro Calenda nel suo incontro. Siamo davanti a una grande polarizzazione, crescono le opportunità di lavoro per tutti quei mestieri che sono legati ai settori più strettamente connessi all’innovazione e anche con livelli di reddito elevati, crescono dall’alto lato i lavori dei cosiddetti servizi alla persona, normalmente però con livelli sia retributivi sia anche di livello di inquadramento contrattuale molto precario. In mezzo c’è una grande area grigia che è la grande area della sfida. Il lavoro che cambia – i pessimisti dicono – ci sono infinite ricerche recenti che dicono che si perderà il 50% dei posti di lavoro attuali in Occidente nei prossimi vent’anni. Ora davanti a questo si può stare fermi, ci si può lamentare o si può accettare veramente la sfida. Però questa sfida va accompagnata, va aiutata, ci devono essere degli strumenti che aiutano i giovani, ma non solo i giovani – perché questo effetto di spiazzamento riguarderà moltissime professioni, moltissime persone anche mature che attualmente stanno lavorando. E allora oggi quello che vogliamo fare è continuare insieme a cercare questa strada e abbiamo chiesto ad Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia e Statistica Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, di introdurci a questo argomento, di aiutarci a capire la situazione dei giovani. Chi si occupa di questi temi avrà letto tanti suoi contributi sui giornali, sui rapporti e quindi ti cederei immediatamente la parola per questa introduzione che ci aiuta a entrare nel tema, perché il primo modo per affrontare una sfida è capire di che cosa si tratta, il primo modo per non sbagliare quando si parla di aiutare i giovani nell’inserimento lavorativo è capire, conoscere quali sono le caratteristiche, le domande, le problematiche dei nostri giovani.

ALESSANDRO ROSINA:
Bene, grazie, grazie per l’invito, è sempre un grande piacere tornare a discutere di questi temi e a ragionare assieme su sfide così importanti per il nostro paese, così presenti poi nel dibattito pubblico, sentite dalle famiglie, dalle nuove generazioni e da tutti. Io premetto già che dei tre relatori sarò il più noioso perché dovrò presentare delle slide, con dei numeri, dire un po’ quello che è la difficoltà che incontrano le nuove generazioni, poi però ci saranno i relatori successivi che diranno cose senz’altro più incoraggianti. Partirei dal bel titolo di questa edizione del Meeting: l’eredità possiamo leggerla in due modi diversi. Un primo modo è quello dell’eredità che passa dai genitori ai propri figli e quindi a livello micro-individuale e poi però c’è una trasmissione macro-sociale dell’eredità che è quella che va dalle generazioni più mature alle generazioni più giovani. Bene, noi come paese, come modello di welfare e culturale abbiamo alcune specificità, che sono in parte anche delle anomalie, e tra queste specificità c’è il fatto che, diciamo un sistema all’interno del quale si è molto generosi come aiuto privato che i genitori danno ai propri singoli figli – e singoli anche in senso di figli unici perché poi alla fine si restringe questo aiuto concentrato su un unico figlio – ma siamo d’altra parte poco attenti come società, come paese a investire in senso pubblico nei confronti delle nuove generazioni e il ritratto di questo, dal punto di vista anche quantitativo lo vediamo anche semplicemente per il fatto che noi siamo uno dei Paesi con più grande risparmio privato delle famiglie, che però va a chi ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta, ma anche uno dei paesi con più alto debito pubblico che invece va a tutti i membri delle nuove generazioni. C’è insomma una questione di fondo culturale e anche di politiche che riguarda la trasmissione sia materiale che simbolica tra vecchie e nuove generazioni. Questa riflessione poi si aggancia a un aspetto centrale della demografia, che è quello dei meccanismi del rinnovo generazionale, quindi uso un po’ questa chiave di lettura in quello che andrò un po’ a dirvi. Il rinnovo generazionale è fondamentale, perché se funziona bene si va verso una società che migliora e che prospera. Ma se il rinnovo generazionale non funziona, se i meccanismi si inceppano e non funzionano, si va verso un declino e verso un peggioramento delle condizioni di chi verrà dopo e delle nuove generazioni. Allora per cominciare ad affrontare il tema partirei proprio dal rinnovo generazionale e lo faccio a partire non tanto da dati, ma da un libro, da un passo tratto dal “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, uno dei miei autori preferiti, perché qui ho trovato, non tanto sui libri di demografia, ma dentro a questo libro il ritratto, la rappresentazione secondo me più efficace di che cos’è, cosa dev’essere il rinnovo generazionale. Qui ovviamente presentato come metafora. Allora vado a leggere: “La popolazione di Melania si rinnova: i dialoganti muoiono a uno a uno e intanto nascono quelli che prenderanno posto a loro volta nel dialogo, chi in una parte chi nell’altra. Quando qualcuno cambia di parte o abbandona la piazza per sempre o vi fa il suo primo ingresso, si producono cambiamenti a catena, finché tutte le parti non sono redistribuite di nuovo.” Bene, qui c’è una rappresentazione, un dialogo, una rappresentazione che può continuare in maniera indefinita nel tempo e può evolvere grazie al fatto che i vecchi attori possono essere sostituiti e vengono continuamente sostituiti da nuovi attori. Ora perché però questo dialogo, questa rappresentazione possa arricchirsi ed evolvere nel tempo ci vogliono due condizioni e ci vogliono entrambe: la prima condizione è che i nuovi entranti, i nuovi attori possano accedere al palco, possano entrare in scena e possano raggiungere il loro ruolo. Se invece sul palco trovano qualcuno che ha occupato la scena, il centro della scena e non si rimette in discussione e rimane lì fermo a ripetere stancamente il proprio copione è chiaro che questo ricambio, questo rinnovo non c’è e la rappresentazione peggiora progressivamente. Ma la seconda condizione è anche che chi entra sia pronto, si faccia trovare pronto e disponibile ad aggiungere qualcosa di nuovo e di valore rispetto a chi c’era prima; non semplicemente sostituire e ripetere il copione delle generazioni precedenti, degli attori precedenti, ma aggiungere la sua capacità di innovazione, di interpretazione del mondo, di sguardo nuovo, di soluzioni nuove e quindi anche poi di narrazione nuova della realtà che vive e delle sfide che incontra. Queste due condizioni sono entrambe fondamentali se vogliamo che il rinnovo generazionale funzioni. Noi però come Paese il rinnovo generazionale non l’abbiamo da troppo tempo fatto funzionare bene, ormai da molti decenni. E questo grafico, ormai entriamo nella parte più noiosa, rappresenta un po’ il modello di sviluppo che abbiamo avuto nel Secondo Dopoguerra. Si parte dal 1965, ma si potrebbe tornare anche più indietro nel tempo ed è la rappresentazione di come in Italia abbiamo impoverito l’eredità verso il futuro. E questa rappresentazione la vediamo attraverso due indicatori che sono molto diversi tra di loro, ma sono, come vedete, in maniera impressionante speculari. Questi due indicatori sono il numero medio dei figli per donna, quindi un indicatore demografico, il cui andamento lì trovate in rosso, con valori che partono alti e poi precipitano e poi rimangono bassi e in maniera speculare come si muove invece il debito pubblico sul prodotto interno lordo, che parte basso e poi cresce e poi rimane alto, sostanzialmente. Bene, vuol dire che c’è stata una fase della nostra storia in cui le cose funzionavano; questi due indicatori tra l’altro sono molto legati al rinnovo generazionale, dal punto di vista demografico, il numero di figli per donna, come sapete, in una popolazione in cui fortunatamente si vive a lungo, consente di avere un equilibrio tra le vecchie e nuove generazioni se si fanno almeno due figli in media. E come vedete siamo partiti da, nei primi decenni del Secondo Dopoguerra da livelli più elevati di due figli per donna per poi però precipitare molto sotto e quindi creare poi delle distorsioni, degli squilibri demografici a danno delle nuove generazioni, impoverendone la propria presenza quantitativa. Dall’altro il debito pubblico è un altro aspetto legato al rapporto tra generazioni, al patto tra generazioni, al fatto che si mettono le nuove generazioni nelle condizioni per poter costruire positivamente il proprio futuro e non invece di trovarsi con dei vincoli e con degli appesantimenti. E lì siamo partiti, di nuovo primi decenni del Secondo Dopoguerra, con un debito pubblico che era su livelli sostenibili, adeguati ad un giusto equilibrio anche reciproco tra generazioni a livelli che poi sono diventati sempre più elevati, sempre più insostenibili. E poi appunto come vedete, quando questi due indicatori si sono incontrati nella parte, soprattutto dalla fine degli anni ’70 in poi, li ripropone su livelli alti del debito pubblico e bassi sul numero medio di figli per donna, di fatto siamo entrati e ci siamo auto-intrappolati in un percorso a basso sviluppo da cui non siamo più riusciti poi ad uscire e che la crisi economica ha poi ulteriormente vincolato e peggiorato. Quindi siamo ancora lì bloccati. Vuol dire che a un certo punto noi ci siamo persi. Noi siamo riusciti in una certa fase storica, nei primi decenni del Secondo Dopoguerra, a far funzionare bene il rapporto tra demografia, welfare in espansione e sviluppo economico. Poi qualcosa non ha più funzionato. Dopo essere arrivati a raggiungere livelli di benessere tutto sommato buoni per il ceto medio, ci siamo trovati a perdere di vista le nuove sfide dei tempi e ci siamo chiusi in difesa a mantenere, difendere il benessere fino a allora raggiunto. E quindi c’è stato un po’ questo spostamento di attenzione, dalla creazione di nuovo benessere alla difesa del benessere acquisito in passato e abbiamo perso di vista quindi le nuove sfide e quindi anche la possibilità di creare nuovi spazi, nuove opportunità e dare adeguati strumenti a chi poteva produrre nuovo benessere in questi tempi nuovi, che erano soprattutto le donne, che si affacciavano al mondo del lavoro, con livelli di istruzione più elevati, nel terziario, eccetera, ed erano ovviamente le nuove generazioni che affrontavano un mondo che cambiava con nuovi lavori, nuove possibili opportunità e nuovi rischi. Questi componenti della società sono scivolati progressivamente ai margini e non sono diventati forza attiva di cambiamento e di nuovo benessere. Tant’è che ancora oggi noi ci troviamo con tasso di occupazione femminile tra i più bassi in Europa e tassi di occupazione degli under 30 tra i più bassi in Europa. Quindi in questa situazione siamo scivolati verso una condizione in cui il welfare è sempre più obsoleto, perché intanto i tempi erano diversi e c’era bisogno di strumenti diversi – c’era bisogno di strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, altri Paesi hanno investito e noi no, c’era bisogno di politiche attive del lavoro, altri Paesi hanno investito per tempo e noi no, e così via. Di conseguenza anche bassa crescita, ma con la bassa crescita per mantenere i livelli di benessere, a livello macro rispondi aumentando il debito pubblico, a livello micro rispondi facendo meno figli e cercando però di dare più spinta possibile ai sempre meno figli che fai, ma trovandosi davanti una realtà che offre sempre meno occasioni, meno possibilità e opportunità anche i giovani entrano poi in questa spirale di difensiva e quindi di ingabbiamento all’interno delle mura domestiche e di prolungamento del carico dai genitori. Insomma un percorso che si è avvitato al ribasso e che ha schiacciato tutto il Paese ad ogni livello sulla difensiva. E una volta che siamo scivolati lì ci troviamo in difficoltà adesso a uscirne. La conseguenza è una generazione che si è trovata bloccata con aspettative elevate, perché comunque era figlia di genitori che avevano avuto un’alta mobilità sociale e quindi convinta della possibilità di valere, di poter ottenere risultati, che invece non è riuscita poi e non sta riuscendo a raggiungere qualcosa di importante a livello delle proprie potenzialità, quindi costretta ad adattare al ribasso, sia rispetto al lavoro, al lavoro che non c’è, sia rispetto all’autonomia, rispetto ai genitori, sia rispetto alle scelte di vita e questo grafico un po’ fa capire, di nuovo un altro grafico noioso, ma che fa capire che ci siamo collocati in una posizione che non va bene. Qui vedete, c’è una relazione di nuovo fra due indicatori, uno economico e uno demografico. Quello economico è in orizzontale e sono i famosi neet, i giovani che non studiano e non lavorano, questa montagna di giovani che lasciamo in condizione inattiva; e in verticale abbiamo la percentuale di giovani adulti, tra i 25 e i 34 anni, che anziché essere attivi e protagonisti dei processi di crescita, sono passivamente dipendenti dai genitori. E come vedete noi siamo uno dei Paesi che ha la combinazione peggiore di queste due cose, giovani inattivi che dipendono passivamente dai genitori, anziché essere quello che dovrebbero essere le nuove generazioni, cioè protagonisti di un Paese che vuole essere al passo coi tempi ed è al passo coi tempi grazie al meglio che le nuove generazioni possono poter dare essendo preparate adeguatamente per poterlo fare. Quindi una generazione bloccata proprio nel proprio ruolo di produttore di rinnovo, bloccata nella conquista di autonomia, formazione della famiglia, scelte di vita, insomma, una generazione, se vogliamo tornare alla metafora di Italo Calvino, che non è riuscita a salire sul palco, a conquistare il centro della scena, che è rimasta sostanzialmente ai margini. Eppure, e qui comincio con dei dati invece un po’ più incoraggianti che sono quelli della principale ricerca sulle nuove generazioni che abbiamo in Italia, che è il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, la voglia dei giovani di salire sul palco e dimostrare quanto valgono c’è, si riscontra, la si trova, la si trova negli esempi concreti, nelle esperienze concrete, ma la si ritrova anche come riscontro nei dati. Qui abbiamo confrontato, proprio per capire anche la differenza fra i coetanei italiani e gli altri Paesi, l’atteggiamento verso la possibilità di voler essere protagonisti, di essere partecipativi nella società, nel mondo del lavoro. Quindi vedete sulle varie voci, sul lavoro, sull’essere informato rispetto a ciò che accade nella società, sul promuovere il bene della comunità in cui vivo, nello svolgere attività di volontariato, su tutti questi aspetti in cui il protagonismo positivo dei giovani può essere messo in campo, i valori raggiunti dai giovani italiani non sono inferiori ai coetanei degli altri Paesi, anzi sono superiori. Quindi noi abbiamo una generazione che questa voglia di esprimere il meglio di sé ce l’ha, però riesce a farlo con meno successo rispetto ai coetanei degli altri Paesi. Quindi la questione se vogliamo essere costruttivi, è che cosa fare, come aiutare i giovani italiani a realizzare ciò che desiderano, cioè a essere attivi, partecipativi e protagonisti dei processi di crescita del Paese, parte attiva di una Paese che cresce con loro. C’è un momento centrale rispetto al quale noi dobbiamo avere più attenzione , perché è lì il punto in cui perdiamo troppi giovani e diventano in gran parte neet e che è la transizione scuola lavoro. Ma la transizione scuola lavoro noi dobbiamo pensarla all’interno di una transizione più ampia, perché non c’è solo il lavoro, c’è la vita, c’è il proprio ruolo nella vita che va raggiunto e questa transizione più ampia è la transizione alla vita adulta. Quello a cui noi dobbiamo puntare è aiutare le nuove generazioni a realizzare con successo la transizione alla vita adulta, ma la transizione scuola-lavoro è fondamentale, è essenziale per ottenere quel risultato. Il punto di arrivo della transizione allo stato adulto, alla vita adulta, qual è? È quello di conquistare una propria autonomia dai genitori, è quello di poter formare una propria famiglia, è quello di poter fare le proprie scelte di vita. Il punto di arrivo della transizione scuola-lavoro qual è? È quello di poter raggiungere un’occupazione che consenta di ottenere una propria autonomia dai genitori e che consenta quindi di aprire tutte le possibilità di costruzione del proprio percorso di vita e consenta anche di valorizzare il proprio capitale umano e quindi realizzarsi al meglio, possibilmente all’interno della propria attività lavorativa. Cosa serve quindi per rafforzare un po’ queste transizioni, questi passaggi? Serve – è banale dirlo – una formazione solida; una formazione solida che dev’essere non più come quella di dieci o vent’anni fa, ha bisogno di essere una formazione di base, formazione professionale, competenze digitali sempre più importanti, ma, oltre alla formazione solida, la cosa che vediamo in maniera molto chiara e molto netta dalle ricerche non solo statistiche, ma anche dalle misure che realizziamo sul territorio con i giovani stessi, con i neet eccetera, è la possibilità di attivare un circuito virtuoso tra imparare e fare, perché imparare vuol dire inserirsi all’interno di un percorso circolare in cui tu cerchi di capire il mondo e poi cerchi di agire, di operare con successo all’interno del mondo, e quindi impari, ti metti in gioco, provi a fare, capisci quello che riesci a fare e quello che non riesci a fare, torni ad imparare di più per poter fare ancora meglio. I giovani che si inseriscono all’interno di questo percorso potranno trovare anche delle difficoltà, ma alla fine arrivano a realizzarsi, arrivano ad ottenere risultati importanti. Quello che fa la differenza è tra i giovani che attivano questo circuito virtuoso e quelli invece che entrano in un circuito vizioso opposto, cioè che partono da competenze, da una formazione fragile, che non fanno esperienze positive che li aiutano a mettere in gioco le competenze, ad arricchirle ulteriormente e che scivolano verso i margini, a una demotivazione che gli esclude progressivamente. Motore di questo circuito virtuoso sono le liveskills. Cosa sono le liveskills? Sono le competenze, le abilità che consentono di avere un atteggiamento positivo, versatile, efficace nell’affrontare le sfide della vita e del lavoro. Perché la vita e il lavoro porranno sempre e comunque continuamente delle sfide e quindi non si può partire da una formazione che è quella che si congela lì e che poi è quella da cui si attingerà per tutto il corso della vita. No, bisogna avere un sistema che ti consenta di metterti continuamente in gioco, imparare continuamente a riconoscere cos’è che sta cambiando e come tu puoi agire positivamente all’interno dei processi di cambiamento. Queste competenze trasversali all’interno delle quali entrano le liveskills sono appunto competenze non specifiche di una professione, sono competenze più ampie, che si applicano poi a compiti diversi, e che sono la motivazione, l’intraprendenza, la fiducia, la capacità di mettersi in gioco, e hanno due elementi fondamentali per aiutare i giovani a costruire un proprio percorso di successo, che è quello di rafforzare la capacità di saper stare non solo nel mondo, ma saper stare nel mondo che cambia. E non solo saper stare nel mondo che cambia, ma agire con successo nel mondo che cambia e quindi essere parte attiva e positiva dai cambiamenti, saper quindi riconoscerli e dar le risposte, cercarsi le opportunità, riconoscere le opportunità, saper cogliere le opportunità e saper farsi trovare pronti quando si ha un’opportunità che si può cogliere. L’altro aspetto importante delle liveskills è che aiutano a trasformare il sapere tecnico, quindi il bagaglio tecnico specifico della professione, in una performance lavorativa organizzativa efficace e quindi è quella cosa in più che ti consente poi, a partire dalle competenze tecniche, di farle diventare effettivamente qualcosa di successo nella loro applicazione concreta. Questa non è solo teoria, quando noi andiamo direttamente a lavorare con i giovani che si trovano in condizioni di esclusione o di inattività e li confrontiamo con i coetanei invece che lavorano, è proprio sulle liveskills e su queste competenze che ritroviamo il divario maggiore e quindi è lì che c’è la differenza che deve essere colmata. Noi abbiamo misurato tutte le voci delle competenze sociali delle liveskills, che qui trovate elencate, ma adesso non siamo obbligati a leggerle, non abbiamo il tempo di leggerle, però abbiamo il confronto con le due colonne tra i neet e i coetanei che lavorano. Bene, su tutte queste voci c’è un divario rilevante tra appunto chi lavora e chi è neet, ma almeno su due non c’è quasi differenza. E quali sono queste due voci su cui non c’è differenza delle liveskills tra i neet e i coetanei che lavorano? È su avere un sogno da realizzare e sul desiderio di imparare. Cosa vuol dire? Vuol dire che anche i neet, i ragazzi inattivi che sembrano più spenti, che sembrano più ai margini, hanno comunque qualcosa dentro che può essere aiutato a riaccendersi e si riaccende non considerando i ragazzi giovani come un problema, come un’emergenza, come qualcuno da tirar fuori dalla condizione di difficoltà, ma chi ha un valore, ha un valore che però va riconosciuto, va aiutato ad emergere, a raffinarsi e a diventare vincenti. Quindi al desiderio di realizzare qualcosa di importante nella propria vita e ad essere inseriti in quel circuito virtuoso che ti consente di migliorarti in funzione di raggiungere quegli obiettivi. Se si scommette su questo si ottengono i migliori risultati dalle nuove generazioni. Vado a concludere: questi dati ci dicono anche un’altra cosa, che non bastano i singoli padri che proteggono i singoli figli; servono anche guide e alleati a livello più ampio, a livello sociale, che aiutino un’intera generazione a salire sul palco. E le giovani generazioni italiane sono orfane attualmente, o si sentono quantomeno orfane di figure di questo tipo. La politica, i sindacati, fanno fatica a interpretare le esigenze, le istanze delle nuove generazioni, questo è quello che i giovani comunque sentono e dicono e però quindi si trovano davanti ed esprimono, quando gli viene chiesto, una forte domanda di rappresentanza collettiva, che manca e di cui hanno fortemente bisogno, una rappresentanza che non può essere passiva, ma dev’essere di compartecipazione, cioè inclusiva, e di poter fare qualcosa assieme. Un’altra cosa importante è che è una rappresentanza non occasionale, non orientata alla protezione di singoli problemi – siccome io ho un problema serve qualcuno che mi venga ad aiutare. Se guardiamo i risultati dell’indagine, soprattutto alla tabella più in fondo, vediamo che la voce più importante quando chiediamo “quali di questi fattori migliorerebbe la tua visione, ad esempio, dei sindacati?” le voci più importanti non sono “se aiuta i dipendenti della mia azienda”, “se mi aiuta e mi dà servizi utili per il mio lavoro e le mie condizioni”, ma la voce più importante, quella che ottiene maggior consenso è “se operasse per migliorare le condizioni del mercato del lavoro in generale”, quindi c’è proprio l’idea di consentire a una generazione complessivamente di avere gli strumenti di sistema per giocarsela al miglior livello all’interno di un Paese che vuole che la nuova generazione torni a crescere. Quindi chiudo. In conclusione dobbiamo tornare a far funzionare virtuosamente il rapporto tra crescita, nuove generazioni e futuro come funzionava virtuosamente nei primi decenni del Secondo Dopoguerra, ma non può più funzionare in quel modo, deve funzionare in un modo che è coerente con le caratteristiche, l’antropologia delle nuove generazioni di oggi, con le trasformazioni che oggi ci sono nel mondo che cambia e con quelle che sono le specificità, la vocazione del sistema Paese nel tenere assieme tutte queste cose. Per alimentare questo circuito virtuoso è necessario dar spazio al nuovo, di cui le generazioni sono portatrici, e quindi aiutare questo nuovo a salire sul palco; aiutare l’attuale nuovo ad essere vincente nei processi di cambiamento di questo secolo e quindi arrivare sul palco preparati e con strumenti che possano dare il meglio di sé. Ho iniziato con un passo di Italo Calvino e chiudo con un altro passo, in questo caso preso dal documento preparatorio del Sinodo dei Vescovi, che come sapete è dedicato al tema dei giovani, della fede, del discernimento vocazionale, che rappresenta e sintetizza bene la sfida dell’eredità da trasmettere alle nuove generazioni. Quindi leggo: “se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo dobbiamo lasciar spazio perché persone nuove possano agire. In altri tempi progettare il cambiamento secondo i principi della sostenibilità richiede di consentire [non solo ai giovani di trovar lavoro – questo lo aggiungo io – ma] alle nuove generazioni di sperimentare un nuovo modello di sviluppo”. Grazie.

DARIO ODIFREDDI:
Grazie ad Alessandro Rosina, che credo anche in modo molto solido abbia introdotto questi nostri lavori, innanzitutto facendoci vedere sin dall’inizio che non stiamo parlando di fenomeni congiunturali, ma di trend storici di lungo periodo, che hanno un trend che non si inverte, che non siamo riusciti a invertire, ma ci ha detto una cosa molto interessante che era in quell’unico punto dove tra chi lavora e chi non lavora non c’è scarto ed è nel desiderio di imparare; cioè vuol dire che c’è una condizione, che è a prescindere da qualunque condizione uno viva, è un fattore ineluttabile del cuore di un giovane e quindi dei suoi desideri. E questo vuole anche dire che non c’è nessuna situazione di partenza per cui di una persona, e soprattutto di un giovane, si possa dire che è perduto, che non c’è niente da fare. Io ho un esempio, occupandomi da tanti anni della Piazza dei Mestieri da quattordici anni, di tantissimi ragazzi venuti molto spesso già delusi, già con un’etichetta, già con l’idea… con i loro insegnati, spesso, peggio, con i loro genitori, dicevano “tu non ce la puoi fare” e invece non è vero, perché basta che questo desiderio sia preso sul serio. E’ questo il motivo per cui abbiamo invitato il nostro amico Andrea Bonsignori, che è il rettore delle Scuole Paritarie del Cottolengo e che non solo lavora da tanti anni in questa scuola, ma ha anche dimostrato che si può fare anche attività economica, anche per persone in difficoltà, che non è solo un’attività di welfare, ma è un’attività di lavoro ed è un’attività di lavoro che contribuisce allo sviluppo economico. Quindi chiederei ad Andrea di raccontarci questa esperienza, lo pregherei di essere sintetico, perché da questo momento contingento i tempi.

ANDREA BONSIGNORI:
Grazie Dario, grazie dell’invito. Sinteticamente, io sono probabilmente il meno adatto ad essere in questo tavolo, quindi vi posso raccontare una storia. Questa storia passa da quello che ci è stato detto poc’anzi, cioè dalla fine di una società e la fine della società non è quando si entra in una crisi economica, non è quando si entra in una situazione di difficoltà, ma è proprio quando si perde la speranza. E ancora peggio, quando questa speranza si perde nei giovani, nelle persone che sono il futuro della società stessa. E allora vi chiedo di provare a pensare la prima volta in cui voi, quelli della mia generazione e chi prima, i più giovani no, avete visto magari un tablet, cioè un computer che funzionava col dito. Ve lo dico io: l’abbiamo visto in quei polizieschi americani quando a un certo punto uno dei colleghi veniva mezzo trucidato, allora rimaneva poveretto lì con l’impossibilità di muoversi e gli portavano questi computer che loro utilizzavano con gli occhi e tutti dicevamo “mannaggia, da film!”, una cosa così. Perché vi dico questo? Perché la società e in particolare il mondo del lavoro deve necessariamente partire e misurarsi dalle categorie più deboli, di chi non ce la fa, perché sono quelle che non hanno nemmeno la possibilità di pensare a quelle che sono le loro attitudini, ma nello stesso tempo, e qui entro nel racconto, è necessario considerare il terzo settore in particolare, non solo più e non solo un settore economico, ma un settore effettivamente produttivo, realmente produttivo. La dignità delle persone, dei ragazzi che fra poco vi farò vedere, passa dalla capacità di saper fare qualcosa e di metterlo a servizio, non perché siamo buoni noi, ma perché sono capace io; perché altrimenti il concetto che ci ha portato fino adesso avanti è quello, sì, penso un po’ alle cooperative sociali, “fai qualcosina, tanto comunque già per come sono pensate, faremo fatica ad andare avanti, tanto non potrai avere utili, o difficilmente…” c’è tutta una serie di questioni e confidiamo nel rinnovamento di questo. No! C’è una dignità e c’è una dignità vera. E allora ci siamo inventati che cosa? Questa storia che ha affascinato, che è una realtà: abbiamo ribaltato questo modo di pensare e cioè: qualunque persona è in grado di fare qualche cosa. Il Santo Cottolengo diceva: “Anche i più piccoli hanno diritto alla loro piccola dignità”. E allora abbiamo iniziato con dei ragazzi che avevano un problema di autismo, e se io vi parlo di autismo, chi conosce è un conto, ma a chi non conosce viene sicuramente in mente qualche film, bello o brutto – si può discutere – in cui il ragazzo con autismo cosa fa? Mette tutto in ordine, arriva qui, mette tutto in fila. E allora vi chiedo di pensare a quelle macchinette che trovate in giro nelle stazioni e che erogano, non lo so, le bottiglie d’acqua, il cioccolato, le vending machines. Ma qual è, vi chiedo e vi sfido, il miglior caricatore di una vending machines se non un ragazzo autistico? È eccezionale. E così nasce la “Chicco Cotto”: “Chicco” da caffè, “Cotto” da Cottolengo. Un’impresa che è a Torino, ma che è ad Arezzo, che a breve aprirà a Roma, che sta aprendo a Palermo e che parte dalla dignità di ragazzi che sono i più bravi, perché non c’è gara. Allora ecco che questo pensiero della società si ribalta, e che cosa succede? Alla fine del primo mese di attività facciamo i conti e vediamo che abbiamo guadagnato assai, anche adesso che c’è la rendicontazione per le macchinette. E abbiamo detto: “Il ragazzo avrà sicuramente sbagliato a contare”, perché c’è anche un ragazzo – noi abbiamo un bel biliardo – tetraplegico che adora contare le monete, e allora si mette lì, ogni buca una moneta diversa, ed ecco che c’è un lavoro. Ma è un lavoro serio, importante, è diventato un guadagno e la dignità è passata dal fatto che quel guadagno vuole diventare – ma c’è ancora, il Ministro lo sa bene, qualche difficoltà – uno stipendio vero e proprio per queste persone, uno stipendio che può diventare non solo come lo concepiamo adesso (purtroppo in molte persone che hanno magari una percentuale di invalidità elevata e quindi non possono ricevere uno stipendio per i vari problemi che ci sono) diventa un loro contributo. Lancio una provocazione: pensiamo se tutte queste aziende di questo modello sociale che funziona (e sono tanti in Italia, ce lo dicevamo prima) potessero contribuire a questa invalidità e dire: “Stato, tu devi dare a questo ragazzo 1000, gliene do io 800, e questi 800 che ti faccio risparmiare li reinvestiamo”. Ecco che allora entriamo in una dignità a 360 gradi, non è “poverino”, non esiste il poverino, ma esisti tu con la tua dignità, contribuisci a quella che è la realtà dello Stato, come un qualunque cittadino. Mi permetto, prima sentivo citare i sindacati, tra le tante esperienze io vi ho citato la “Chicco Cotto”, ma a breve ad esempio, apriremo con la FCA, la “Meccani Cotto” con lo stesso principio delle officine meccaniche, noi speriamo poi che non solo in tutto il Paese, ma nel mondo possa essere contemplato questo sistema. E allora dicevo, questa piccola dignità passa da un contributo reale, che è fatto meglio di altre persone, meglio, perché in ogni persona c’è un valore immenso, non sono io a dirlo. Ma dicevo, scherzosamente mi permetto una battuta – l’ho fatta a un altro convegno, qualcuno si è offeso, è una battuta – ma la stessa FCA, prendendo atto dei miei ragazzi, che lavorano, si entusiasmano, sono felici di contribuire a questa ho detto: “Qui è un sogno, loro vogliono arrivare prima, non vogliono andare via, sono sempre puntuali e non sanno cos’è un sindacato”. Ma è una battuta, eh. Nel senso che c’era un entusiasmo talmente grande, talmente importante, che dà dignità all’uomo, ma dà dignità al lavoro e dà dignità di contribuzione reale nello Stato che ti accoglie. Allora l’occasione io credo che sia grandiosa – concludo, sono sintetico – perché si verifica in un momento particolare, che a livello globale, dove si afferma un nuovo approccio al tradizionale modello capitalistico dell’impresa, questo è fondamentale, perché è un modello ibrido permeato di principi di condivisione e del perseguimento di obiettivi sociali. E allora questi obiettivi sociali, uniti al desiderio di questi giovani – come ascoltavo prima – che cosa crea? Non crea soltanto dei posti reali di lavoro per chiunque, ma crea un’auto-formazione a quella che è la visione sociale del mondo, del mondo del lavoro e della possibilità di vivere all’interno del mondo del lavoro con una propria dignità, creando anche un sistema, mi permetto, quasi filosofico di dire: tutto sommato parto da un gradino più in là, non per merito mio certamente, ma da un gradino superiore, non mi posso lamentare, cambio questa dignità. E vi lascio allora, così chiudo i miei dieci minuti con un piccolo video che fece la Rai qualche anno fa e che racconta l’inizio di quest’esperienza. Si vede un negozio, si vede un lavoratore. Oggi parliamo di più di quaranta negozi in Italia, di più di settanta ragazzi che lavorano con problemi di disabilità, associati a ragazzi che escono dal carcere, associati a quelli che sono – ahimè, uso un termine un po’ triste – gli esodati, ma che con questo sistema lavorativo, unito a un sistema filosofico, che tira fuori il meglio di noi, ecco che hanno creato quella che non credevamo, quando è stato girato questo video, potesse diventare una realtà così importante. Vi lascio con questo. Purtroppo nel video c’è ancora la mia faccia, però, insomma, vi accontenterete.

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DARIO ODIFREDDI:
Grazie! Grazie perché a noi piace al Meeting ascoltare le storie, ascoltare le testimonianze, perché guardando quello che veramente accade si può imparare, guardando quello che accade a qualcuno che ha trovato una strada, si può imparare a cercare, a trovare una strada per tanti. Giuliano Poletti è il Ministro del Lavoro, come tutti sapete, soprattutto è un grande, ce lo ricordavamo prima venendo qua, frequentatore del Meeting di Rimini; ha collezionato otto partecipazioni su undici, quindi è assolutamente nel Guinness dei Primati delle partecipazioni. Ma lo dico perché da sempre Giuliano Poletti è stato attento a questa sfida, prima perché veniva al Meeting prima che fosse Ministro, faceva un altro mestiere. E in questi anni a me sembra che tu ci hai provato ad andare in questa direzione. Allora quello che vorremmo chiederti oggi è di farci capire che cosa, secondo te, si è riusciti a fare, cioè come ci si è mossi in questa direzione, quali sono le sfide che abbiamo davanti, su cui magari siamo solo all’inizio, o non abbiamo ancora iniziato.

GIULIANO POLETTI:
Buonasera a tutti! Grazie per questo invito. Prendo a prestito rapidamente alcuni dei ragionamenti che il Professor Rosina ci ha proposto, perché credo che davvero affrontare questi temi significhi avere consapevolezza di un fatto: non stiamo parlando, riflettendo su qualcosa che è accaduto ieri e che cambierà domani, siamo dentro dinamiche molto complesse, che incidono profondamente nei comportamenti sociali e quindi partono prima di tutto dalla cultura, dal modo di pensare, dal come ci pensiamo e da come pensiamo i nostri rapporti con gli altri. Perché noi siamo le nostre relazioni, diversamente non saremmo nulla e nessuno e io credo allora che, se assumiamo questa dimensione, ci rendiamo conto che le cose che facciamo spesso le giudichiamo in maniera impropria, perché da una parte non le inseriamo nel modo giusto, in un disegno, in un orizzonte, on cerchiamo di comunicare adeguatamente qual è l’obiettivo, dov’è che stiamo andando e magari facciamo credere che si possa arrivare subito, che ci sia una scorciatoia, che ci si arriva perché sono molto furbo, molto bravo, ho trovato la chiave che risolve il problema. Credo che le cose non stiano in questi termini e credo che bisogni veramente avere consapevolezza che siamo di fronte a dinamiche di lungo termine, che hanno bisogno pertanto per questo, di una grande costanza, cosa che non è nell’ordine delle cose, perché – guardate nell’azione di governo – chi arriva a governare, la prima cosa che fa è di buttar via tutto quello che è stato fatto prima, di spiegare che chi era lì prima non capiva niente. Ma come è possibile? Sarà possibile che ogni tre anni, due anni, quattro anni, arriva qualcuno che ha capito tutto e sostituisce qualcuno che non ha capito niente? Se ragioni così, capisci che la mattina dopo, quando tu sarai andato via, quello che arriverà al posto tuo dirà: “Poletti non capiva niente, io capisco tutto, quello che ha fatto lo buttiamo, e adesso facciamo tutta una roba nuova”. Se incominciassimo invece a ragionare in un’altra maniera, a pensare che ci son dei fondamentali che sono dei fondamentali per la società, per la comunità, per la collettività. Poi gli strumenti per ottenere risultati, uno li può considerare in un modo o in un altro: le politiche, gli investimenti, le scelte. Ma i fondamentali dovrebbero essere i pilastri che reggono l’edificio della comunità, altrimenti siamo lì a distruggere, a fare, a disfare, a smontare, a spostare, e alla fine gran fatica ed esiti molto bassi. Guardate la cosa che diceva il Professor Rosina: quand’è che c’è stato quel cambiamento di condizione per la quale il nostro Paese, che aveva affrontato prove durissime, il Dopoguerra, fare i conti con la fame, la miseria, perché molti pezzi del nostro Paese, che oggi viviamo come parti – come posso dire? – ricche, opulente, dove si sta bene, in quegli anni là erano sacche di miserie, era una situazione dove la gente non sapeva come fare ad andare avanti. Sono stati quegli uomini e quelle donne che con il loro impegno e la loro convinzione sono stati capaci di cambiare quella realtà e trasformarla in una realtà capace di produrre ricchezza , opportunità al lavoro, benessere. Bene, allora se è così, io credo che il punto di criticità stia forse in una parola, che è stata usata troppo, troppo e viene ancora usata proprio, e la parola è difendere, difendere, difendere, difendere. Difendere il lavoro, difendere l’occupazione, difendere la piccola impresa, difendere la grande impresa, difendere la persona, difendere i giovani, difendere, difendere, difendere. Il concetto di difesa ha un corollario automatico e immediato: non cambiare, perché il cambiamento induce paura, preoccupazione, rischio e, quindi, conservazione. Ma poiché il mondo, la storia dell’umanità ci dice che rimanere fermi è impossibile, l’idea del difendere, difendere, difendere, produce l’esito di rompere questo sistema, produce l’esito del non riuscire a far funzionare questo sistema, di non cogliere le opportunità. Quindi io credo che la scelta giusta, che va fatta, è quella di accettare la sfida, giocare la partita, dimostrare come hanno dimostrato quei ragazzi come – abbiamo detto – il lavoro che sta facendo il Cottolengo, che ci sono sempre delle possibilità, che ci sono sempre delle opportunità, che bisogna avere gli occhi per vederle e bisogna avere il cuore per sentirle e immaginare che si possano fare. Bene, credo che questo sia il tema che abbiamo davanti, quindi un lavoro che abbiamo cominciato, un lavoro che è quello di cercare di affrontare prima di tutto sul piano culturale alcuni di quegli scarti che venivano citati. Il primo, io lo vorrei dire così, guardate: è importantissimo sapere, è importantissimo saper fare, è decisivo saper essere. Noi non riusciamo a connettere queste condizioni, non riusciamo mai a vederle tutte insieme, pensiamo che se hai studiato o non hai studiato, sai, è bene, non bene…figuratevi, io credo che il sapere, la conoscenza è una delle essenze dell’essere umano, quindi è importantissimo studiare, sapere ma è vero quello che diceva il professor Rosina, sapere non è sufficiente. Sapere significa poi essere messo nella condizione della realtà di praticare concretamente, sperimentare, mettersi alla prova, verificare se ciò che sai è utilmente impiegabile, sei in grado di gestirlo nei processi della tua vita quotidiana, nel lavoro come nella vita. Ma poi, se sai una cosa e sai fare una cosa, ma non sai essere, non sei in grado di stare in una comunità, non sei in grado di condividere, non hai la volontà di prenderti una responsabilità, non sai maturare una condizione di fiducia, i primi due non bastano, è essenziale l’elemento ulteriore. Credo che se noi costruiamo un disegno che ha questi pilastri, allora capiamo quali sono le cose che dobbiamo fare. Credo che le cose che dobbiamo fare sono quelle intanto di avere la consapevolezza che le cose si possono fare, perché noi veniamo da un’epoca nella quale spesso ci siamo trovati di fronte a una situazione per la quale, in qualche modo, siamo stati invitati ad allargare le braccia e a prendere atto che “non ci si può fare niente”. Credo che quando la tesi diventa “non ci si può fare niente” è la peggiore delle rese possibili. Allora, bisogna invece investire sulla possibilità di fare le cose, anche quelle più incredibili, quelle più difficili, quelle che fai fatica persino a pensare, ad immaginarle: le puoi fare. E allora abbiamo cominciato a costruire alcuni passaggi che sul piano culturale superassero quei vincoli, quei problemi che abbiamo incrociato. Il primo tema, da questo punto di vista è la relazione tra il sapere, la conoscenza, e il lavoro. Guardate che noi veniamo da una lunga storia dove nel nostro paese si è sostenuta la tesi che il sistema formativo, il sistema della scuola, dell’educazione doveva stare, tra virgolette, rigorosamente separato dal mondo del lavoro, dal mondo dell’economia, dal mondo dell’impresa, perché se questi mondi si fossero avvicinati, il mondo dell’economia avrebbe, tra virgolette, in qualche misura, influenzato, inquinato, piegato le logiche del sapere, della conoscenza ai propri valori, ai propri voleri. Beh, io credo che questa idea sia un’idea che non ha un fondamento: noi abbiamo bisogno di esperienza, abbiamo bisogno di mettere in connessione la conoscenza, il sapere con il fare. Allora su questo versante io vorrei dire una cosa (è un tema, anche qui, che non è sempre facilissimo affrontare, però bisogna ogni tanto le cose prenderle un po’ di petto): da dove viene questa idea di separazione? Secondo me fondamentalmente, da un dato: l’idea che l’impresa fino in fondo, non siamo ancora riusciti a maturarne un’idea positiva. Noi continuiamo ad avere in testa l’idea che l’impresa è il luogo dello sfruttamento del lavoro e poiché l’impresa è il luogo dello sfruttamento del lavoro, è una cosa che si sopporta, perché se non c’è l’azienda, non c’è l’impresa, non c’è il lavoro, ma non può essere qualcosa, tra virgolette, di cui ci si innamora, di cui si pensa in positivo, che si accetta come una infrastruttura sociale indispensabile. Allora, io credo che qui ci sia un problema culturale, che è quello di dirci chiaramente che l’impresa è un’infrastruttura sociale essenziale. Detto questo, c’è qualcuno che mi dice: “ma tu sei il Ministro del Lavoro, parli troppo dell’impresa”, io ho studiato in libri dove mi hanno spiegato che i posti di lavoro li fanno le imprese, che nascono, che crescono, che investono, che si moltiplicano, altre strade non ne conosco e se c’è qualcuno che ha un libro che mi spieghi che si può fare in un altro modo, se me lo porta, lo leggo e lo studio con attenzione. Al momento, nessuno mi ha ancora portato questo libro, quindi io continuo ad andare avanti con la mia tesi. Allora, se questo è, non significa di: “ma guarda che ci sono degli imprenditori che hanno dei comportamenti delinquenziali”, sì, ci sono imprenditori bravi, intelligenti, dinamici, onesti e poi ci son di quelli scarsi, poco bravi, sleali, disonesti, mascalzoni, ma guardate che funziona anche per i ministri così, anche per i vigili urbani, per i vigili del fuoco, per i medici, per i professori, non c’è la categoria dei “buoni” e la categoria dei “cattivi”. Ci sono gli uomini che si comportano bene e gli uomini che si comportano male, le donne che si comportano bene e le donne che si comportano male. E partire da un pregiudizio, che è quello secondo cui se fai quella cosa lì e sei un imprenditore pensi solo egoisticamente a te e non pensi mai al resto, vuol dire negarsi la possibilità di misurarsi con uno degli elementi essenziali della vita nostra, che è l’intraprendere, che è essere attivi, che è impegnarsi, che è prendere una responsabilità, che è la dignità di essere persone fino in fondo perché capaci di essere utili a sé e agli altri e capaci di realizzare per sé e per gli altri, essere componenti di una comunità. Credo che questo sia il punto fondamentale e allora bisogna dircelo francamente, questo è un tema che va affrontato in questa maniera, noi dobbiamo pensare che questa è la dimensione vera sulla quale possiamo agire. Allora dobbiamo far dialogare le competenze, il sapere, la formazione, il lavoro. Fare quello che abbiamo fatto con l’alternanza scuola-lavoro. Oggi la discussione sull’alternanza scuola-lavoro è criticabile, sì, è criticabile, ma io vengo da una famiglia di contadini e mio padre mi ha spiegato una cosa semplice: se vuoi sapere se una cosa funziona o no, la devi fare, è l’unico modo e allora noi dobbiamo farle le cose, dobbiamo farla l’alternanza scuola-lavoro, poi dobbiamo avere l’umiltà di interrogarci se funziona bene o funziona male, se è fatta bene o è fatta male, dov’è che funziona e dov’è che non funziona e dobbiamo essere pronti ad usare l’esperienza per correggere i limiti della nostra azione, non dire: “siccome l’ho fatta io, va bene per forza”. Siccome l’ho fatta io è probabile che c’abbia dei difetti, perché nella vita tutte le cose che ho fatto, poco o tanto, un qualche difetto ce l’avevano, ma è nell’ordine delle cose umane che ci siano dei difetti, che ci siano dei limiti, che ci siano delle cose che vanno cambiate e sistematicamente migliorate. Allora, l’alternanza risponde ad una parte di questo tema, così come la pluralità delle forme della formazione del sapere e della conoscenza, quindi la pluralità dei percorsi formativi, che è un’altra delle ricchezze sulle quali bisogna investire. Allora su questo, però, dobbiamo fare una scelta, sapere come fare su questo versante un investimento e su questo vorrei mettere una sottolineatura: se ci pensate alla parola “investimento” nella nostra testa corrisponde una macchina, una strada, un ponte, una ferrovia, un ospedale; rarissimamente trovo qualcuno che considera un’ora dedicata al sapere un investimento. Beh, sarà ben ora che rovesciamo esattamente il senso delle cose! Il primo e più grande investimento è la conoscenza, è il sapere, e quindi se siamo corretti, da questo punto di vista, vuol dire che anche nelle politiche pubbliche, la prima scelta di investimento dev’essere la conoscenza, il sapere, la formazione, in tutti i suoi aspetti, lungo tutta la sua dinamica. Questo è il tema della coerenza fra le cose che dici e le cose fai. Allora, ad esempio, abbiamo fatto io credo, una scelta giusta, come governo, lanciando il programma Industria 4.0 per cercare di cogliere gli elementi della tecnologia, dell’innovazione, della digitalizzazione, quest’anno proveremo a fare una cosa in più: a mettere nel capitolo “investimenti” di Industria 4.0 il sapere, la formazione, le competenze, perché comprare una macchina moderna e avere una persona che non è in grado di gestirla al meglio, vuol dire aver fatto un investimento storto, vuol dire non aver fatto quello che sarebbe stato giusto e necessario fare, le due cose debbono stare insieme. Quindi, noi abbiamo bisogno di avere anche qui una centralità nuova sul tema dell’investimento, con o senza il sapere, che è collegato al resto, all’innovazione, alla tecnologia e a tutto quello che ne consegue e quindi abbiamo bisogno di lavorare sugli istituti tecnici superiori, abbiamo bisogno di stabilizzare il lavoro della formazione duale – perché anche qui, guardate, il nostro Paese, ogni tanto, specialmente chi governa, prova di fare una cosa un po’ “birichina”: quando non abbiamo i soldi, tutti quelli che servirebbero per fare una cosa, sapete cosa facciamo? La sperimentiamo, cioè la facciamo un po’, da qualche parte, in un qualche modo, ma non è che siamo interessati a sapere se funziona o non funziona, siamo interessati a dire che ci abbiamo provato a fare un po’ di cose. Beh, io sono poco innamorato di questa teoria, io credo che la sperimentazione è una cosa seria, ma è finalizzata a dire: “sì, va bene, si va avanti, no, non va bene, ci si ferma”, perché la sperimentazione dice: “è un flop: hai provato una cosa, non ha funzionato”, “no, guarda che ho provato per capire se funzionava o no” e avere capito che funziona o non funziona è una cosa assolutamente essenziale e decisiva, altrimenti sono opinioni, ci raccontiamo delle cose, non verifichiamo nel concreto se una cosa funziona o no. Allora, noi abbiamo sperimentato il duale, l’apprendistato in duale, bene, adesso dobbiam decidere: o lo stabilizziamo e diventa un modo normale, standard, un percorso formativo per il quale i nostri giovani e le nostre famiglie possono scegliere questo meccanismo che prevede la formazione duale e il lavoro legata direttamente all’attività propria, oppure ci convinciamo che non va bene, non serve, decidiamo che non si fa: Non stiamo lì un anno, due anni a penzolare intorno a questa questione, senza decidere. Io penso che vada bene, penso che vada bene perché l’esperienza che è già stata fatta in altri Paesi europei ha dimostrato di essere uno dei canali attraverso i quali si può andare avanti su questo versante, ma detto questo, faremo la nostra discussione, la proposta del sottoscritto è quella di andare a stabilizzare anche questo canale formativo per averlo a disposizione. Tutto questo ci propone un tema, che il professor Rosina ha citato lungo il suo ragionamento, che è io credo, una delle cose più complicate da fare, che è quello della gestione della transizione, che è quello dell’accompagnamento. Il cambiamento che abbiamo di fronte è profondo, radicale, ma ha una caratteristica peculiare rispetto al passato: questo cambiamento è assolutamente molto, ma molto più veloce e molto, ma molto più pervasivo. E allora chi si occupa di scrivere le leggi, di fare le regole, si trova in una clamorosa difficoltà, perché interpretare e regolare un mondo che cambia così velocemente è molto, ma molto difficile. Abbiamo bisogno, anche qui, di innovare la modalità di fare le regole, noi non possiamo continuare a pensare di regolare tutto nei minimi particolari. La legge che regola anche le virgole, in un mondo che cambia a questa velocità, quando arriviamo noi con la legge quel mondo lì non c’è più! Abbiam perso tre anni a fare una roba che quando arriva non serve più a niente; se fa qualcosa, può fare dei danni, perché arriva su un mondo diverso e pretende di inquadrarlo e definirlo secondo una logica che è già stata superata. Allora abbiamo bisogno di più regole di principio, di più regolazione generale, abbiam bisogno di più criteri a cui riferirci e di meno regoline puntuali, di micro e mini-circolari interpretative che controllano ogni virgola. Quindi abbiamo anche da questo punto di vista un tema importante. Voglio concludere quindi dicendo che noi oggi abbiamo scelto una strada, che è quella della connessione, del dialogo, del lavoro congiunto, noi stiamo lavorando insieme, il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, il Ministero dello Sviluppo, il Ministero del Lavoro, per costruire un’idea, dei processi che coinvolgono tutti, perché nel nostro Paese le politiche sono tutte verticali, siamo un paese fatto di silos: la sanità con la sanità, l’assistenza con l’assistenza, la scuola con la scuola, il lavoro col lavoro e io mi occupo di politiche sociali e di lavoro. Abbiamo fatto una legge sulla lotta alla povertà, quando vai a guardare quello che capita in quella famiglia concretamente scopri che nove volte su dieci quella famiglia ha un primo problema: non c’ha un posto di lavoro, ma chi si occupa di lotta alla povertà e chi si occupa di lavoro stanno nello stesso posto? Si parlano? Quando mai? E allora bisognerà bene che noi cominciamo a fare un passo avanti profondo, da questo punto di vista, e superiamo questa verticalità e ci rendiamo conto che la persona è una persona, è una persona quando vive, quando studia, quando lavora, quando ha una difficoltà, quando ha un problema e quando ha una soluzione, quando ha una soddisfazione. Non possiamo pensare ad una sovrastruttura istituzionale che invece è fatta tutta a fette e tutte le volte è il cittadino che deve rincorrere e passare da un palazzo all’altro, da una fetta all’altra per riconnettere, ricongiungere tutti i pezzi. Dobbiamo essere noi a costruire delle politiche capaci di parlare integralmente alle persone, perché se non facciamo questo sprechiamo un sacco di energie, buttiamo un sacco di forze e non riusciamo ad ottenere i risultati. Quindi noi oggi vogliamo lavorare a politiche attive, a politiche di accompagnamento, a costruzione di infrastrutture, a sistemi che aiutino le persone e i giovani ad affrontare questi temi e noi lo vogliamo fare nello spirito della collaborazione aperta con la società. Io sono il primo ad essere consapevole e convinto che non c’è un Ministro, non c’è un Presidente del Consiglio, non c’è nessuno a Roma che è in grado con una legge, con un regolamento, con una buonissima politica di affrontare questi problemi. I problemi li vede chi sta lì vicino, chi sta a fianco, chi vive e condivide quotidianamente l’esperienza, la realtà, la condizione delle persone. Quindi noi con le politiche dobbiamo creare i contesti, dobbiamo creare le condizioni, dobbiamo produrre le opportunità, poi dobbiamo fare in modo che la società possa attivarsi al meglio di sé, sia in grado di fare tutto quello che sa fare benissimo, che è quello appunto di prendersi cura, di essere impegnata e stare a fianco, lavorare per affrontare questi problemi. Questo è il senso delle cose che vogliamo fare. Per concludere, un pensiero personale: io sono figlio di una famiglia di contadini e mio padre mi ha insegnato una cosa molto chiaramente, mi ha detto: “guarda che se pianti un albero da frutto solo perché, o solo se sei convinto e sai che il frutto lo raccoglierai tu, sbagli di sicuro, perché ne pianteresti pochissimi degli alberi” e se tutti avessero fatto così, oggi non raccoglieremmo i frutti di chi ha piantato gli alberi cent’anni fa o cinquant’anni fa. Quindi bisogna pensare alle politiche lunghe, bisogna pensare alle politiche che non ti daranno un consenso domani mattina e che le raccoglierà qualcun altro, ma chi le raccoglierà sarà tuo figlio, tuo nipote, la tua collettività, il tuo paese, questo è l’interessante, l’importante che bisogna avere di fronte quando si fanno delle scelte in politica.

DARIO ODIFREDDI:
Grazie a Giuliano Poletti, concludo riprendendo sinteticamente, quindi con tre flash quello che mi sembra emerso. Il primo è che abbiamo bisogno di un quadro, non di tante regolamentazioni, ma di un quadro generale con degli interventi strutturali, un aiuto strutturale all’inserimento dei giovani; se è una politica che si sceglie, dev’essere continuativo nel tempo, non può essere un anno sì, due anni no, un anno sì, perché questo non produce alcun effetto. Il secondo passaggio, che è sempre di natura culturale, quando Poletti dice: “reddito, lavoro, intrapresa, l’intrapresa è fattore fondamentale della realizzazione della persona” e quindi non dobbiamo confondere il reddito con il lavoro, sono due cose diverse: il reddito si può integrare, ci possono essere le proposte della Patrimoniale di Piketty, della tassazione dei robot, di Gates di Zuckemberg sul reddito minimo, ma questo è welfare, questo è aiuto in un momento difficile magari della persona o della famiglia, ma questo non è lavoro, perché il lavoro è fattore di auto-realizzazione, il lavoro, come Poletti sa, è stato quello straordinario elemento della mobilità sociale ed è stato lo straordinario elemento che ha permesso a quei sogni e a quei desideri di cui parlava prima il nostro professor Rosina di realizzarsi e di poter avere quindi una spinta che è diventata sviluppo economico, che è diventata nel dopoguerra quello che ha permesso all’Italia di arrivare in quegli anni dov’era arrivato. L’ultimo punto e concludo: dentro tutto questo, c’è una sfida ed è una sfida alla responsabilità di ciascuno di noi. Troppe volte noi diciamo “il problema della politica”, troppe volte diciamo “il problema del sindacato”, appunto, è il problema degli altri, no, è una sfida per noi -e anche qui diceva: non per difendere i giovani, i nostri figli, i ragazzi, per chi lavora con i ragazzi, per gli insegnanti – noi dobbiamo aiutare loro e noi stessi ad accettare questa sfida, appunto non per difendere, ma, per dirla col titolo del nostro Meeting, per riguadagnarlo e per possederlo. Questo vale per i nostri giovani e vale per noi, è la sfida che mi sembra in questi giorni fin qui trascorsi di Meeting a cui siamo stati continuamente provocati e richiamati. Quindi ringrazio tutti voi, ringrazio ancora i nostri relatori, ricordo che è possibile contribuire alla costruzione del Meeting, attraverso donazioni che nei padiglioni troverete nelle postazioni “Dona ora”. Anche questa è una sfida alla nostra responsabilità, perché una possibilità come il Meeting, che ci mette continuamente in paragone con tutto, con la realtà e ci provoca, ha bisogno per esistere di condizioni di realismo, che sono quelle di stare in piedi, e quindi anche questo, ognuno per come può, è una responsabilità a cui siamo chiamati. Grazie a tutti e buona serata.

Data

23 Agosto 2017

Ora

19:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Illumia C3
Categoria