GIUSTIZIA E DIRITTI UMANI - Meeting di Rimini

GIUSTIZIA E DIRITTI UMANI

Partecipano: Marta Cartabia, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano Bicocca; Mary Ann Glendon, Ambasciatore USA presso la Santa Sede; Joseph H. H. Weiler, European Union Jean-Monnet Chair. Introduce Stefano Alberto, Docente di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano.

 

MODERATORE:
Buongiorno, benvenuti a tutti. In questo incontro a metà Meeting affrontiamo un tema che rischia, per utilizzare un immagine evocata dal professor Grossi, di diventare uno dei tanti miti giuridici della modernità. Osservava ieri il professor Weiler che dei diritti umani si parla ormai troppo, e troppo a vanvera dove non ci sarebbe bisogno di parlarne, pensiamo nella civiltà occidentale, e non se ne parla affatto dove invece occorrerebbe una grande attenzione e una grande ripresa dal punto di vista dei contenuti, pensiamo alle dittature, ai recenti fatti accaduti in Cina, pensiamo ai problemi della libertà religiosa (le pagine di questi giorni ci descrivono persecuzioni in India, uccisioni e non solo in questo paese). Non è appena per una questione di ricorrenze, di anniversari che Benedetto XVI nel suo viaggio apostolico negli Stati Uniti ha voluto dedicare, durante l’intervento alle Nazioni Unite del 18 marzo, la parte centrale del suo intervento al problema dei diritti umani, non appena, ripeto, per ricordare il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dieci dicembre del 1948. Il papa ha evocato con chiarezza una tendenza in atto a partire dagli anni ’90, parlando di pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione, di comprometterne l’intima unità, cosi da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana, per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. Noi vogliamo oggi concentrare la nostra attenzione su tutte le strade che questo molto importante discorso di Benedetto XVI ha aperto; non è stato un discorso, diciamo, convenzionale, sono stati sollevati problemi che riguardano la vita di ciascuno di noi. In questi giorni abbiamo visto con grande evidenza attraverso le testimonianze, pensate nelle esperienze del Brasile e nell’Africa, che la dignità dell’uomo in ogni circostanza, anche le più difficili e le più tragiche, non è qualcosa di evanescente, è molto concreta e molto reale, ed è sempre possibile appunto a partire dall’esperienza originale di quello che è la persona. Ma questa dignità va difesa, va compresa, va riproposta nei suoi fondamenti essenziali. Per questo abbiamo chiesto e abbiamo avuto la grande fortuna di un invito accolto, innanzitutto all’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, la professoressa Mary Ann Glendon di aiutarci ad entrare in questi problemi. È stata docente di legge nella più famosa facoltà di legge al mondo, ad Harvard, esperta di bioetica, di diritto comparato, diritto costituzionale, diritto internazionale relativo ai diritti umani.
Poi insieme a lei ,ci aiuteranno ad entrare nella profondità e nella provocatorietà dell’intervento del Santo Padre, la professoressa Marta Cartaria, docente di Diritto Costituzione all’Università degli Studi di Milano Bicocca e il professor Joseph Weiler, ormai noto al popolo del Meeting, di casa al Meeting. Professore universitario presso l’università di New York, di New York City, ha ricoperto la carica di membro del Comitato dei giuristi della Commissione degli affari istituzionali del Parlamento europeo, e ha co-redatto la Dichiarazione sui diritti e sulle libertà dell’uomo del Parlamento europeo. Do subito la parola all’ambasciatore Glendon

MARY ANN GLENDON:
Grazie, grazie tante per questa meravigliosa introduzione. È davvero una gioia per me essere qui al famoso Meeting di Rimini, ed è una gioia condividere il podio con Alberto, padre Alberto, Marta Cartabia e Joseph Weiler. Come sapete, ci è stato chiesto di discutere sul tema giustizia e diritti umani nel discorso tenuto dal papa Benedetto alle Nazioni Unite. Mi è stato affidato il gradito compito di cominciare, proponendo alcune riflessioni sul modo in cui il papa ha trattato questi argomenti. Di fatto ho avuto la fortuna di essere presente proprio alle Nazioni Unite quando il Santo Padre ha tenuto il discorso. E ho assistito alla standing ovation che ha ricevuto. All’epoca tuttavia non ho potuto fare a meno di domandarmi se coloro che avevano applaudito il papa, avessero davvero compreso le sue implicazioni, le implicazioni delle sue parole. Infatti, al pari di altri discorsi di papa Benedetto, si tratta di un discorso in cui esprime in modo piuttosto criptico alcune idee alquanto complesse. È un discorso che, come si dice, deve essere sviscerato, spacchettato. Aggiungerei che si tratta di un discorso rivolto ad un pubblico assai più vasto di quello dei diplomatici riuniti alle Nazioni Unite. I suoi contenuti sono stati rivolti sicuramente a tutti coloro che sperano, usando l’espressione di Don Giussani, di essere protagonisti piuttosto che nessuno, nel nostro mondo sempre più interdipendente e tuttavia tormentato da conflitti.
E quindi è particolarmente appropriato esaminare questi contenuti proprio qui al Meeting. Il modo in cui papa Benedetto ha affrontato il progetto internazionale per i diritti umani, è in continuità con quello dei suoi predecessori, quello di incoraggiamento; nel ’48, quando si dibatteva a Parigi della Dichiarazione, i suoi fautori hanno ricevuto incoraggiamento dietro le quinte dal Cardinale Angelo Roncalli, allora nunzio apostolico a Parigi, e successivamente papa Giovanni XXIII. E naturalmente anche papa Giovanni Paolo II ha frequentemente apprezzato la Dichiarazione, dicendo che è una delle più elevate espressioni della coscienza umana dei tempi. E di fatto è stato durante il pontificato di Giovanni Paolo II che il Movimento internazionale per i diritti umani, prendendo la Dichiarazione come stella polare, ha dimostrato proprio il suo potenziale come forza di cambiamento pacificato, soprattutto nell’Europa orientale e in Sud Africa. Eppure durante l’anniversario, il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione, nel ’98, Giovanni Paolo II ha detto che c’erano due ombre sull’anniversario, due ombre sotto forma di attacchi a due caratteristiche essenziali dei diritti umani: la loro universalità e indivisibilità. Questi attacchi erano diventati particolarmente virulenti per esempio nelle conferenze di El Cairo e di Pechino. Quindi, date queste premesse, c’era molta curiosità relativamente a quello che avrebbe detto papa Benedetto, rivolgendo il suo discorso alle Nazioni Unite nell’anno del sessantesimo anniversario della Dichiarazione. Oggi la Dichiarazione universale è diventata proprio l’unico punto di riferimento importante per le discussioni trans-nazionali del comportamento umano, e la lingua dei diritti è diventato il linguaggio principale per portare avanti queste discussioni. Papa Benedetto ha detto che i diritti umani vengono presentati sempre di più come linguaggio comune e substrato etico dei rapporti internazionali. Il successo ha avuto un prezzo: infatti più l’idea dei diritti umani internazionali ha mostrato il proprio potere, più si è intensificata la lotta per utilizzare questo potere a vari fini, non sempre nel rispetto della dignità umana. Nel ’48 molti scettici hanno deriso l’idea che le pure e semplici parole potessero fare la differenza. Nel 1989 il mondo si meravigliava che poche parole di verità, pronunciate da pochi uomini e donne coraggiose, pronti a dire le cose come stavano, avrebbero potuto cambiare il corso della storia. Una di queste persone era Havel che ha detto: “Io abito veramente un mondo nel quale le parole sono capaci di scuotere l’intero sistema dei governi, dove le parole possono essere più potenti di dieci divisioni militari”. Havel era una persona avvezza alle parole, un’artista, e come artista già si preoccupava del potere delle parole; ha detto: le parole possono essere raggio di luce in un regno di buio, ma possono essere anche delle frecce letali, e alle volte le stesse parole, che possono essere raggi di luce, possono diventare frecce letali, e a volte le esperienze, le imprese umane più nobili possono prendere una svolta sbagliata. Chi in quei giorni così entusiasti avrebbe pensato che il progetto dei diritti umani sarebbe diventato così potente da rivolgersi contro se stesso e contro la persona umana? Questa domanda viene alla mente quando si pensa a quello che Papa Benedetto ha detto relativamente alle sfide poste dai diritti umani attualmente. Il papa ha cominciato la sua trattazione elogiando la Dichiarazione, dicendo che è stato il risultato di un processo mirato a porre la persona umana nel cuore delle istituzioni, delle leggi, dei meccanismi della società, e le ha attribuito il merito di avere consentito a diverse culture, espressioni giuridiche, modelli istituzionali di convergere intorno ad un nucleo fondamentale di valore e di diritti. La cosa sorprendente è che queste espressioni di apprezzamento sono state accompagnate anche da moniti, e questi moniti sono stati lanciati tra una trattazione molto approfondita dei diritti umani, forse la più approfondita mai comparsa in un documento pontificio. Il breve discorso di papa Benedetto evidenzia nove dilemmi che hanno assillato il progetto dei diritti umani sin dall’inizio. Dilemmi che sono diventati più acuti, man mano che i diritti umani sono progrediti. Prima di tutto il relativismo culturale, poi il positivismo, poi il problema irrisolto dei fondamenti, quarto dilemma l’utilitarismo, quinto gli approcci selettivi ai diritti di base, sei una crescente richiesta di nuovi diritti, sette interpretazione iper individualistica dei diritti, otto il fatto di trascurare il rapporto tra diritti e responsabilità e infine la minaccia posta dal secolarismo dogmatico alla libertà religiosa. Quello che rende particolarmente significative queste sfide è che molte sono scaturite da sviluppi che qualsiasi amico dei diritti umani penserebbe potesse essere un progresso per l’umanità, mentre altre contengono elementi di critica costruttiva. Pensiamo per esempio alla sfida del relativismo culturale. Nel suo discorso il papa ha avvertito, ha posto un monito relativamente al negare l’universalità nel nome di diverse prospettive culturali/politiche/sociali e religiose. Ha criticato l’utilizzo dell’argomentazione della specificità culturale per mascherare le violazioni dei diritti umani. Come sappiamo alcuni dei violatori peggiori dei diritti umani, recentemente la Birmania, hanno cercato di nascondersi dietro questa argomentazione. Nel contempo tuttavia bisogna ammettere che non è sempre facile distinguere tra relativismo culturale, un relativismo culturale che mina l’universalità, e un pluralismo culturale legittimo, per usare la parola di Giovanni Paolo II, che permette diversi mezzi di espressione e di tutela dei diritti fondamentali. Di fatto la storia di inculturazione della fede cristiana in società svariate è una eloquente testimonianza del fatto che una comprensione comune di verità di base possa essere effettivamente arricchita dall’accumulo di una serie di esperienze, nell’esperire queste stesse verità. E dunque il monito del papa sul relativismo culturale non deve essere inteso come una opposizione fra i diritti universali e le specificità culturali. Dopo tutto i diritti non possono essere sostenuti senza fondamenti culturali ed i diritti per essere efficaci devono diventare parte della vita di ciascuno. Infatti ignorare questa realtà significherebbe correre il rischio opposto, cioè quello dell’imperialismo culturale, che potrebbe essere tanto negativo quanto relativismo culturale. Questo significherebbe cadere nella mentalità che caratterizza purtroppo la cultura professionale di molti avvocati internazionali, dipendenti delle organizzazioni internazionali e delle Ong, una specie di “ismo” uno degli “ismi” internazionali che sono insensibili alle particolarità locali, ed insistono sull’interpretazione dogmatica dei diritti umani. Però qui si pone un problema: quando possiamo distinguere il pluralismo culturale da un pluralismo legittimo? Con quali criteri si può giudicare la condotta di una nazione, se i diritti vengono visti soltanto come il risultato di certi provvedimenti legislativi o decisioni ufficiali? E qui arriva la critica del positivismo del papa. Come dice il papa, la giustizia è spesso negata quando i diritti vengono considerati puramente in termini di legalità, qualcosa di distaccato dalla dimensione etica e razionale che rappresenta il loro fondamento e il loro obiettivo. Il papa ha spesso notato con approvazione la posizione dei padri fondatori americani nella Dichiarazione di Indipendenza, secondo cui i diritti di base non sono creati dai governi ma sono pre-politici in qualche modo, i governi devono semplicemente tutelarli, proteggerli. Alexander Hamilton per esempio, una volta ha scritto, in un linguaggio che avrebbe potuto essere proprio di papa Benedetto, che i diritti sacri dell’umanità non si trovano, non vanno cercati nelle vecchie pergamene, sono scritti nel volume della natura umana, dalla mano della divinità stessa, e non possono mai essere cancellati dal potere mortale. Analogamente nel pensiero sociale cattolico i diritti umani scaturiscono da un ordine naturale, le cui leggi possono essere scoperte attraverso lo studio e l’esperienza, dai fedeli e dai non fedeli, e quindi togliere, rimuovere i diritti umani da questo contesto, dice il papa, distruggerebbe la loro universalità. Come avvocato devo fermarmi un attimo per notare un fatto ovvio, cioè che le procedure eque, anche se non sufficienti di per sé, sono estremamente importanti per la tutela dei diritti umani e come tali vengono riconosciute nella Dichiarazione Universale, allo stesso modo i diritti fondamentali che proteggono anche queste procedure eque sono conquiste culturali importanti, ma tutte queste conquiste sono fragili nel nostro mondo post-moderno, dove le concezioni di diritto, giustizia e diritto naturale vengono ampiamente contestate. E questo porta il papa ad un terzo punto nevralgico: i fondamenti. Il relativismo filosofico ha penetrato talmente tanto la cultura popolare che gli uomini sono incapaci di dire perché è necessario difendere un qualche valore o perché è necessario condannare una qualche condotta. Non ci sono verità comuni a cui appellarsi, ed è difficile in questa situazione riuscire a sostenere diritti universali. Questo ha fatto sì che il poeta polacco Miloz si sia chiesto, si sia posto degli interrogativi sul destino di quello che lui ha chiamato le belle e le commoventi parole che riguardano il vecchio repertorio dei diritti dell’uomo e della dignità della persona. E si è chiesto appunto perché, in quanto queste idee avevano i propri fondamenti nella religione. E come possono stare a galla se manca il fondo? La risposta di Papa Benedetto è che queste idee possono sì essere difese sulla base della ragione e della esperienza, ma anche in questo caso il problema del chi decide sarà sempre un problema spinoso, un problema che le democrazie liberali hanno deciso di affrontare attraverso degli strumenti strutturali e procedurali, attraverso la separazione dei poteri, attraverso degli strumenti meravigliosi che ci sono venuti dal XVII e dal XVIII secolo, invenzioni che hanno consentito a tanti di essere governati assieme in un regime di libertà. Il problema dei fondamenti ha portato molti amici dei diritti umani a difenderli sulla base di quello che il papa, in una quarta osservazione critica, chiama prospettiva utilitaristica. Di fatto le considerazioni utilitarie hanno sempre una loro collocazione, però diciamo che molto spesso questo va a discapito dei membri più vulnerabili e deboli della società. L’utilitarismo può diventare facilmente una pura e semplice giustificazione per imporre il volere dei più forti. Un quinto elemento della critica del papa riguarda la selettività, cioè la tendenza ampiamente diffusa a trattare i diritti fondamentali come delle voci di un menu da cui si può scegliere quello che più aggrada ignorando il resto. Anche se il principio che i diritti universali sono interdipendenti ed indivisibili è affermato nei documenti ONU, questo principio viene disprezzato palesemente in pratica dagli stati e dalle lobby di potere. Negli ultimi sessant’anni tuttavia, una delle voci più forti in difesa della dichiarazione universale come un tutto integrato, è stata proprio la voce della Santa Sede. Durante la guerra fredda essa ha resistito alla separazione dei diritti politici e civili da quelli sociali ed economici, riconoscendo che i sociali ed economici possono essere attuati in maniera diversa a seconda della struttura e delle risorse di ciascun paese. Oggi i provvedimenti che tutelano il matrimonio e la famiglia, i diritti genitoriali e la libertà religiosa sono sotto attacco, quindi il papa ha lanciato un monito contro le pressioni ad allontanarsi dalla tutela della dignità umana verso la soddisfazione dei semplici interessi particolari. Il problema della selettività si correla molto strettamente ad una sesta fonte di preoccupazione menzionata dal papa, cioè la pressione verso l’ampliamento dell’elenco dei diritti che sono fondamentali, tanto fondamentali da essere ritenuti universali. Questo elenco non si può chiudere perché, come dice il Papa, scaturiscono nuove situazioni man mano che va avanti la storia. D’altro canto più beni o desideri vengono riconosciuti universali, più c’è il rischio di banalizzazione dei valori umani. Adesso che la Dichiarazione Universale è stata accettata come norma universale, i gruppi di interesse, di qualsiasi tipo, hanno intensificato i loro sforzi affinché, appunto, i loro interessi particolari siano riconosciuti come diritti universali, e non c’è da meravigliarsi se il Papa, due volte nel suo breve discorso, ha fatto appello a un maggior discernimento per riuscire a distinguere la richiesta di nuovi diritti legittimi da quelli non legittimi e a questo proposito questi ultimi tre moniti possono essere considerati come strumenti per distinguere, per discernere le proposte che sono favorevoli allo sviluppo umano rispetto a quelle invece che sono dannose. Il monito del Papa nei confronti del privilegiare un approccio eccessivamente individualistico ai diritti umani, può essere interpretato come un riferimento alla dimensione sociale della persona umana. I diritti e i conseguenti doveri, dice, scaturiscono naturalmente dall’interazione umana, sono risultato di un senso comune di giustizia basato soprattutto sulla solidarietà tra i componenti della società e quindi ci si può chiedere: quali sono le ipotesi implicite relativamente alla persona umana e ai suoi rapporti con la società? Tanto tempo fa, Tocqueville ha lanciato un monito abbastanza simile, aveva previsto che nuove forme di dispotismo potessero scaturire prima o poi in maniera non riconosciuta all’interno di società dove i cittadini si ritiravano in se stessi e si crogiolavano in piaceri banali. La tirannia, a quel punto, sarebbe sembrata un potere protettivo. E quindi un altro quesito opportuno da chiedersi è se appunto vengono riconosciute le relative responsabilità. Come dice il Papa, nel nome della libertà ci dev’essere una correlazione tra i diritti e i doveri, perciò ciascuno viene chiamato ad assumersi responsabilità per le proprie scelte, scelte che derivano dall’avviare rapporti con altri. Infine vorrei far menzione all’allusione del Papa relativamente ad una delle sue maggiori preoccupazioni, cioè la sfida, la minaccia alla libertà religiosa, posta da una forma dogmatica di secolarismo che mira a spostare, ad allontanare la religione dalla vita pubblica. Anche se l’allusione è breve, diciamo che ci sono stati altri, non solo Papa Benedetto ma Marcello Pera e Joseph Weiler, che ne hanno fatto riferimento, perché è pericoloso ignorare le radici bibliche in rapporto alle conquiste della modernità. Dopo questa lunga litania di moniti sul progetto dei diritti umani, ci si può chiedere: che cosa possiamo dire relativamente alle affermazioni di Papa Benedetto? Diciamo che i presupposti per una risposta positiva nelle sue parole si trovano altrove, in altri suoi scritti; per esempio, nel discorso che avrebbe dovuto fare alla Sapienza nella scorsa primavera, parlava della sfida alla Facoltà di Giurisprudenza; diceva: com’è che si possono trovare norme giuridiche in grado di garantire la libertà, la dignità umana e i diritti umani? Aveva osservato che l’argomentazione pubblica nelle democrazie contemporanee mira soprattutto ad ottenere maggioranza, mentre la sensibilità nei confronti della verità è sempre prevaricata dalla sensibilità per i propri interessi, spesso interessi specifici, che non servono a tutti. Avendo pronunciato la parola verità, naturalmente si è trovato davanti alla domanda di Pilato: che cos’è la verità? Il Papa, così post-moderno, a suo modo, ha detto che non poteva offrire una risposta adeguata a questa domanda ma soltanto un invito; la ricerca della verità, ha detto, è una ricerca che sempre richiede nuovi sforzi strenui, è una ricerca che non si risolve mai definitivamente; l’invito che ha offerto era l’invito a rimanere nel viaggio con i grandi, i grandi che nella storia hanno lottato continuamente per la verità, la verità che è sempre dietro ciascuna risposta individuale. Diciamo che magari qualcun altro, un ragazzo, avrebbe potuto sentire di più dire dal Papa, e quindi questo è quello che ha detto il Papa ai ragazzi. Ci sono due opzioni: o si riconosce la priorità della ragione, della ragione creativa che è proprio all’inizio di tutte le cose, del principio di tutte le cose oppure si riconosce la priorità dell’irrazionale. Questo significherebbe accettare che tutto quanto, tutto quanto sulla terra e nella nostra vita, anche la ragione, è qualcosa di casuale, di accidentale; la grande opzione del cristianesimo, ha detto, è quella della razionalità, dando la priorità alla ragione. Questa veramente è una affermazione straordinaria. Ci sarebbe molto più da dire sull’argomento di quanto non possa dire io qui, però diciamo che la trattazione dei dilemmi che si trovano davanti al progetto dei diritti umani, si pone proprio in questo modo. Le tendenze che tendono a sovvertire o di autosovvertimento della libertà, non sono l’unica cosa che dobbiamo considerare. La richiesta di libertà, che ha portato le autorità tradizionali, che ha portato crisi alle autorità tradizionali, alle istituzioni tradizionali all’alba della modernità, la lotta per la libertà, il desiderio di libertà che adesso minaccia di distruggere i fondamenti della libertà è questa: la stessa libertà nella nostra società ci dà delle opportunità serie di rivalutazione, dobbiamo ripensare alle cose, prendere distanza dalle cose, guardarle con uno sguardo nuovo e alla luce di questo cercare di correggere la rotta, se necessario. Quindi vorrei concludere con un suggerimento a cui ho accennato anche all’inizio delle mie osservazioni. Praticamente i destinatari principali delle osservazioni del Papa non sono sicuramente stati soltanto i diplomatici oppure i funzionari dell’ONU; era un messaggio per coloro che volevano essere protagonisti e non nessuno, era un invito, una sfida a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il suo messaggio doveva servire da ispirazione per ciascuno di noi, per considerare i modi in cui le nostre decisioni, il nostro agire negli ambiti in cui viviamo e lavoriamo, possano spostare le probabilità a favore della dignità umana oppure contro un ordine sociale rispettoso della dignità; a seconda di come ci comportiamo, possiamo andare a favore o contro questo ordine sociale. Ogni generazione, scrive il Papa nella Spe Salvi, ha il compito di impegnarsi da capo nella ricerca ardua della via giusta per porre ordine tra le questioni umane. Non c’è dubbio che le poste in gioco sono alte; la decisione chiave per ciascuno di noi, come diceva don Giussani, è se abbracciare questo compito e accettarne le sue sfide. Grazie tante.

MODERATORE:
Questo applauso indica sorpresa per come l’ambasciatore, mi viene da dire, la professoressa Glendon, ha così bene raccolto in questi nove punti problematici tutta la difficoltà, tutta la sfida che attende una reale concezione, comprensione ed una reale esperienza dei diritti umani. Questi nove punti sono altrettanti punti di lavoro per tantissimi di voi. Ci sarà molto da fare. Ma riprendo due cose di quelle che lei ha detto in positivo della novità del Papa, che lo caratterizza ormai, dal grande discorso di Regensburg, al discorso della Sapienza, con questo saper fare domande, questo saper individuare i punti critici ed invitare gli uomini di buona volontà, i veri appassionati della ricerca, i veri quindi appassionati della verità, a misurarsi con questa questione: si può evitare di porre un fondamento ai diritti umani? Ci si può ridurre a problemi di legalità e di formalismo? Che cosa vuol dire – l’ha sottolineato più volte la professoressa Glendon – che cosa vuol dire reimparare ad usare la ragione, tutta l’ampiezza della ragione e tutta l’esperienza dell’uomo? Marta Cartabia ci aiuta in questo iniziale approfondimento.

MARTA CARTABIA:
Grazie a don Stefano Alberto e permettetemi di premettere un ringraziamento sentito agli organizzatori per questo invito di cui mi sento onorata e grata. Onorata perché condivido questo palco con due giganti, con tre giganti, con dei maestri che costituiscono un vero punto di riferimento per il nostro lavoro sui diritti umani. Grata perché il pubblico che ci ascolta è un pubblico esigente e ricco, un pubblico che, come ci richiamava adesso don Stefano Alberto, è sempre più avvezzo ad un uso aperto della ragione e che quindi non si aspetta discorsi tecnici o dei discorsi banali ma qualcosa di sostanziale. Io non so se riuscirò a mantenere questa promessa, però vorrei tentare di riprendere alcuni dei punti, dei tantissimi punti che la professoressa Glendon ha sollevato rispetto a questo discorso del Papa all’ONU, per svolgere qualche considerazione, anche alla luce della nostra storia. Vorrei muovere queste considerazioni a partire dall’osservazione di un grande contrasto. Lo ricordava la professoressa Glendon, il Papa Benedetto XVI nel suo discorso, così come ha fatto in molte altre occasioni, è intervenuto innanzitutto a difesa dei diritti umani.
Lo ha fatto in linea di continuità con il magistero della Chiesa, sempre più esplicito nella promozione dei diritti umani, specialmente nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II.
Così, il discorso celebra il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con un caloroso apprezzamento per aver contribuito a “porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società”. Più avanti, sottolinea che “il rispetto dei diritti umani e le garanzie che ne conseguono sono misure del bene comune” nella vita delle comunità nazionali e internazionale.
Parole che esprimono un vivo riconoscimento degli effetti benefici che i diritti umani hanno portato e possono ulteriormente portare all’umanità.
Eppure, chi osserva l’utilizzo pratico dei diritti umani da parte delle istituzioni preposte alla loro tutela e alla loro promozione non può fare a meno di constatare che, specialmente da una decina di anni a questa parte, in nome dei diritti umani si assumono anche gravi decisioni contro l’uomo, che tra l’altro riguardano molti dei problemi etici, sociali e politici sui cui gli stessi pontefici sono intervenuti con determinazione per denunciarne la gravità e i rischi per l’intera umanità.
Qualche esempio, tratto dalla prassi del solo anno 2008. Il più clamoroso e a tutti noto è il caso di Eluana Englaro, una vicenda non dissimile da quella di Therry Schiavo consumatasi qualche anno fa negli Stati Uniti: i giudici italiani hanno autorizzato l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali di una giovane donna in stato vegetativo permanente, in nome del rispetto della volontà e della libera scelta della paziente riguardo alle cure mediche. Il caso Englaro è emblematico di un orientamento generale e sempre più diffuso per cui il massimo rispetto dei diritti dell’uomo si realizza nella tutela della libertà, a sua volta considerata come pura libertà di scelta, anche quando questa scelta conduce all’annientamento del soggetto. A prescindere da ogni considerazione sulla fragilità degli indizi su cui si basa la ricostruzione della presunta volontà della malata, che per lo stato in cui versa è attualmente impossibilitata ad esprimersi, non si può non rimanere turbati di fronte ad una decisione che in nome dei diritti umani conduce alla morte di una giovane donna.
I diritti dell’uomo sono invocati contro l’uomo.
Si potrebbe continuare l’esemplificazione elencando molti interventi meno noti all’opinione pubblica che nel solo 2008 comprendono, ad esempio, una risoluzione dell’Assemblea Consiglio d’Europa, che a sua volta fa seguito a una sentenza della Corte europea di Strasburgo – il caso Tysiac del 2007 – con la quale si sollecitano gli Stati europei ad eliminare ogni restrizione all’aborto, affermato, per la prima volta in Europa, come diritto fondamentale.
Possono forse essere questi i diritti umani ai quali si rivolge l’apprezzamento vivo e cordiale di Benedetto XVI nel discorso all’Onu?
Il fatto è che il linguaggio dei diritti umani sta diventando un linguaggio ambiguo, che richiede di essere attentamente ponderato.
E in effetti, leggendo con attenzione il discorso di Benedetto XVI si può osservare che la sua trama non è costituita da un elogio incondizionato e acritico dei diritti umani. Al contrario, il discorso è costellato di cautele. Egli svolge sì una difesa dell’idea originaria dei diritti umani, eppure avverte anche – con pacata fermezza – di alcuni rischi a cui i diritti umani vanno soggetti nell’epoca contemporanea.
Tra le molte insidie che il discorso che qui stiamo commentando indica ne vorrei sottolineare due. La prima potrebbe essere definita in termini di “neo-positivismo” dei diritti; e la seconda come “neo-utilitarismo”.
2. Neo-positivismo
In un ampio passaggio, Benedetto XVI sottolinea il rischio che i diritti umani vengano presentati come “l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere”, come se ciò che viene affermato come diritto da un giudice, da un parlamento o – come si usa ora – da una nuova burocrazia, diventasse per ciò stesso diritto umano fondamentale. Poiché domina una concezione positivistica del diritto, si tende a ritenere che qualunque situazione venga qualificata da una istituzione come diritto fondamentale divenga perciò stesso patrimonio dell’umanità.
Il pontefice ricollega immediatamente questa tendenza della “prevalenza della legalità sulla giustizia” al tema dei “nuovi diritti”: il XXI secolo è un’epoca in cui ogni nuova esigenza umana – drammatica, profonda, banale o perfino futile – viene facilmente tradotta in termini normativi come diritto soggettivo, e per lo più come diritto umano basilare. Le raccolte giurisprudenziali vedono il fiorire di diritti inediti, che ricomprendono ad esempio il diritto a non nascere, il diritto a morire, il diritto ad adottare i figli o a procrearne con l’assistenza medica, il diritto alle libere relazioni sessuali – anche con minorenni -, la facoltà di drogarsi, fino al diritto a non essere disturbato da messaggi pubblicitari non graditi o il diritto ad esprimere la propria personalità attraverso l’abbigliamento preferito (sic) e naturalmente i diritti degli animali. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
L’esito è la banalizzazione dei diritti fondamentali e il loro snaturamento. Attraverso questo fenomeno di proliferazione, alcuni obiettivi e interessi particolari vengono rapidamente diffusi a livello globale, sfruttando l’universalità che caratterizza di per sé la categoria giuridica dei diritti umani.
Che cosa ha permesso che i diritti umani perdessero l’originaria densità di significato, la gravità che veniva loro tributata quali presidi ultimi della dignità umana, per diventare vuoti contenitori, liberamente adattabili a qualunque contenuto?
Molteplici e complessi sono i fattori che hanno portato fino alla situazione attuale, ma qui vorrei sottolineare un elemento che mi pare preminente, che definirei in termini di “distacco” dei diritti umani dall’esperienza storica dell’umanità. I diritti umani, affermati a più riprese nel corso della storia, sono scaturiti dalle grandi ingiustizie, sono nati come risposte alle grandi ingiustizie dell’umanità. Per limitarci alle stagioni dei diritti più vicine a noi, quelle immediatamente successive alla seconda guerra mondiale, possiamo osservare che il “miracolo” che ha permesso l’approvazione di un documento come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sostenuta dal consenso degli esponenti delle culture più disparate – tra l’altro profondamente divisi al momento della sua approvazione dalle ostilità e dalle spaccature della guerra fredda – non è stata la condivisione di una comune base culturale. Un fondamento culturale comune è mancato – come ha più volte indicato la prof.ssa Glendon nei suoi splendidi lavori sulla Dichiarazione universale [M. A. Glendon, “A World Made New”]. Forse il vero fondamento della Dichiarazione universale è stata la comune esperienza storica dell’ingiustizia. “Rights from wrongs” si intitola un importante libro di Dershowitz -; gli orrori, in particolare gli orrori della Shoah posti sotto gli occhi del mondo hanno permesso il riconoscimento dei diritti umani condivisi da tutta l’umanità, come strumenti imprescindibili per l’affermazione della dignità umana. Paradossalmente è dall’esperienza dell’ ingiustizia, personale o storica, che la ragione umana è arrivata a postulare l’esigenza della giustizia e l’esistenza dei diritti fondamentali.
Con il passare del tempo e il succedersi delle generazioni, quei diritti umani si sono gradualmente svuotati della memoria viva e si sono trasformati in valori universali astratti, privi di storicità. I diritti sono stati codificati nelle carte e nelle dichiarazioni con l’intento di consegnare all’umanità uno strumento che impedisse il ripetersi delle negazioni più aberranti della dignità della persona umana, fissando un punto di non ritorno nella storia; ma, una volta codificati, i diritti sono stati ridotti a formulazioni linguistiche astratte e rarefatte e per ciò stesso sono divenuti manipolabili, in vista dei più svariati obiettivi politici e culturali. Nessun documento può prendere il posto di un’esperienza viva. Il distacco delle Carte dalla storia, dal vissuto e dalla memoria ha reso i diritti umani preda di mille interpretazioni soggettive e particolaristiche, di scopi lobbistici, faziosi e parziali. I diritti sono diventati “valori senza storia” che hanno reciso il nesso con la linfa vitale che li alimentava, cioè l’esperienza viva dell’umanità.
Per queste ragioni, oggi difendere la dignità umana, come struttura universale dell’umano, non coincide con la difesa incondizionata di qualunque diritto umano presentato come tale.
Nella situazione contemporanea non ci si può adagiare sul lavoro svolto dai nostri predecessori che hanno scritto le Carte dei diritti nazionali e universali. Occorre intraprendere un nuovo lavoro, affinché i diritti positivamente e normativamente affermati tornino ad essere reali espressioni di esigenze di giustizia. Per questo, mi pare, il Papa ammonisce che “…i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori” e più avanti evoca la necessità di un attento “discernimento” davanti alla moltiplicazione di nuovi diritti.
Come ha scritto di recente Di Martino, con la sua consueta lucidità, in un libro di cui si discute anche qui in questi giorni, “occorre ad ogni costo mantenere e mettere al lavoro la distinzione tra l’universalismo dei diritti e l’universalità dell’umano, evitare il corto circuito tra la lista dei diritti fondamentali e la struttura universale dell’esperienza. È necessario che l’irriducibilità di quest’ultima, continuamente ricercata e riconosciuta dalla ragione in un’indomabile attenzione all’esperienza, determini una vigilanza critica anche nei confronti dei diritti cosiddetti universali”. [C. Di Martino, in J. Prades, “Multiculturalismo”] Don Giussani ci ha consegnato uno strumento formidabile che può venire in soccorso anche di fronte a questa grande sfida del nostro tempo: l’esperienza elementare. Molti tra i presenti sanno bene che parlare di esperienza elementare significa mettere in campo tutta la concretezza dell’esperienza umana, ma anche tutta la capacità critica e valutativa della ragione. L’esperienza elementare include tanto la storicità della vita personale e dei popoli, quanto la capacità di giudizio, di discernimento. Per tornare ad ancorare i diritti umani al comune evento dell’umano che accomuna tutti i popoli, sotto ogni cielo e in ogni tempo, nella nostra epoca ancora dominata dalle scorie del relativismo e del post-modernismo, occorre ripartire dall’esperienza umana, interrogando continuamente la realtà vissuta dagli uomini e dai popoli alla luce della ragione e del criterio di giustizia che ogni uomo porta in sé.
È solo un incessante interrogarsi della ragione e del cuore umano sull’esperienza – il discernimento a cui ci richiama il Papa – che può tornare ad ancorare i diritti umani alla giustizia, liberandoli dai capricci della mera legalità.
Nell’universo e nel linguaggio giuridico non mancano gli strumenti per intraprendere questo lavoro: da un lato, molti giuristi da tempo stanno cercando di liberare il diritto dalle maglie strette del positivismo, rivalutando il peso della storia, della tradizione e della consuetudine – come ci ha spesso ricordato un grande maestro del diritto, Paolo Grossi – (esperienza); dall’altro, il principio di ragionevolezza è ormai diffusamente applicato come principio di interpretazione e di validità di tutte le leggi e permette di ancorare le norme, le leggi, le decisioni giurisdizionali alle esigenze della ragione, a una ragione storicamente testata (ragione). L’interazione della tradizione e della consuetudine, passate al vaglio del principio della ragionevolezza, possono introdurre nell’universo giuridico quel vaglio critico dell’esperienza umana che può facilitare il riconoscimento delle espressioni di giustizia, al quale il Papa ci richiama.
[Vorrei concludere questo punto notando che il ricorso alla riflessione critica sull’esperienza è un ancoraggio inevitabile, a cui si fa riferimento implicitamente, ma inevitabilmente, in ogni ordinamento giuridico. Nel corso del 2008 una nutrita serie di interventi di varie istituzioni europee sta spingendo inequivocabilmente verso l’affermazione del matrimonio per le coppie omosessuali; come spesso è accaduto in questi ambiti, però, l’Europa è stata preceduta dagli USA. Infatti, sull’altra sponda dell’Atlantico, la Corte suprema della California nel maggio 2008 ha affermato il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali, inteso come diritto costituzionalmente garantito. Vi è una interessante footnote (la n. 52) nella decisione della Corte suprema della California che riconosce il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali, che merita una sottolineatura. La sentenza afferma il diritto al matrimonio inteso come diritto a scegliersi liberamente il partner – etero o omosessuale – con cui condividere la vita, senza restrizioni e senza discriminazioni. Il problema, che la Corte della California lambisce soltanto, è che così impostato il right to marry non incontra più argini: perché limitare la libertà di costruire famiglie poligamiche o incestuose, ad esempio? Se il diritto al matrimonio implica il diritto a scegliersi il partner senza alcuna limitazione di sesso e di età, perché limitare il numero dei partner che costituiscono il matrimonio? Tuttavia, neppure la Corte suprema della California vuole arrivare a tanto, anche se l’impostazione del suo ragionamento giuridico la condurrebbe inevitabilmente fino a tali indesiderate sponde. A cosa è costretta a ricorrere, allora, la Corte suprema della California per impedire che la decisione sul matrimonio omosessuale diventi un trampolino per la poligamia e l’incesto legalmente riconosciuti? La Corte può solo appellarsi alla tradizione e alla ragionevolezza: “La nostra cultura nazionale considera questi tipi di relazioni come nemiche di relazioni famigliari sane e solidali, che sono i tipi di relazioni che il diritto al matrimonio vuole tutelare […] perciò lo Stato continua ad avere una forte e adeguata giustificazione per rifiutare sanzioni ufficiali poligamiche e incestuose per gli effetti negativi che queste relazioni producono per un ambiente familiare armonioso”. È un giudizio alimentato dalla tradizione e dall’esperienza, unitamente alla valutazione degli effetti negativi che certe relazioni producono verso gli stessi partner, prima ancora che verso la società in generale, a far da argine ad un esito indesiderato, ma coerente con le premesse concettuali e giuridiche poste alla base del diritto al same sex marriage.
3. Neo-utilitarismo e frammentazione dei diritti.
Il secondo caveat che vorrei raccogliere dal discorso del Papa è quello in cui il Pontefice avverte del rischio che tramite i diritti umani si diffonda una “gretta prospettiva utilitaristica”. Questa preoccupazione si accompagna a quella, più volte sottolineata, del rischio di “contraddire l’unità della persona umana”.
Utilitarsimo, edonismo, insaziabilità dei diritti, individualismo egocentrico: di fronte alle evoluzioni più recenti dei diritti umani cui abbiamo fatto cenno, molte sono le voci che percepiscono la deriva verso cui le nostre società si stanno indirizzando e avvertono che la tenuta della possibilità stessa della convivenza umana è oggi esposta ad un grave rischio a causa del diffondersi di una cultura in cui le avidità individuali divengono pretese da soddisfare in nome di presunti diritti fondamentali dell’uomo [Si veda sul punto anche il volume, “Il traffico dei diritti insaziabili”, a cura di L. Antonini]. Tra le tante voci, oggi sono qui presenti due tra le più autorevoli. Basti ricordare i numerosi interventi del prof. Weiler che da anni – profeticamente – indica che il modello di persona che si sta sviluppando, in Europa in particolare, è quello di un consumatore, un modello panem et circenses, che l’Unione europea con il suo accento sul mercato e sulla dimensione economica delle relazioni umane ha contribuito ad alimentare e che l’accelerazione dei fenomeni della globalizzazione moltiplica in modo esponenziale [J.H.H. Weiler, “La Costituzione dell’Europa”, Mulino 2000”]. Per parte sua la prof.ssa Glendon da anni sottolinea il sopravvento della concezione libertaria dei diritti su quella dignitaria, secondo una linea di sviluppo culturale che ha avuto origine negli Stati uniti già dagli anni ’60 e ha letteralmente invaso il continente europeo, che nell’ultimo decennio si è mostrato particolarmente permeabile alla mentalità individualistica ed edonistica [M.A. Glendon, Rights Talk; Id., “Tradizioni in subbuglio”].
Qual è la concezione antropologica sottostante a questa visione utilitaristica o libertaria dei diritti umani? Qual è il vizio concettuale di cui si nutre?
Tutte le battaglie sui nuovi diritti – eutanasia, aborto, matrimonio omosessuale, antiproibizionismo di vario genere – sono battaglie condotte all’insegna di una nobile bandiera. Sono battaglie in nome della libertà. Ciò che si chiede sotto varie fattezze è in definitiva l’affermazione di una piena ed assoluta libertà individuale.
In questo, i nuovi diritti pescano in una tradizione antica. I diritti di prima generazione – quelli delle dichiarazioni di fine settecento e inizio ottocento – sono diritti di libertà dalle oppressioni di un potere assoluto. La libertà personale dagli arresti illegittimi, la libertà di movimento, di comunicazione, di domicilio, etc. sono tutti diritti di libertà da indebite interferenze del potere, di un potere potenzialmente tirannico. La struttura dei nuovi diritti, come quella dei loro antenati, è oggi come allora quella di una “libertà da”. La differenza è che i nuovi diritti, mentre condividono con quelli di prima generazione la struttura concettuale, tuttavia non hanno come termine relazionale il potere tirannico. Oggi domina un’ idea di “libertà da” che si è assolutizzata ed è ora intesa come assenza di ogni tipo di vincolo, come libertà da ogni legame, come totale autodeterminazione dell’individuo, inteso come singolo, privo di relazioni orizzontali e verticali. Il nuovo idolo è la libertà di scelta, l’assenza di vincoli, anche quando la libertà di scelta – come drammaticamente ci ricorda la storia di Eluana Englaro – è una scelta che porta alla distruzione della persona.
Giovanni Paolo II aveva avvertito che dopo la caduta dei totalitarismi del XX secolo il nuovo rischio per l’umanità sarebbe derivato da un mal compreso liberismo. “Ciò su cui oggi si fa leva è la sola libertà. Si dice: ciò che importa è essere liberi, del tutto sciolti da remore e da vincoli, così da muoversi secondo i propri giudizi, che in realtà sono spesso soltanto capricci. È chiaro: un liberalismo di tal genere non può essere qualificato che come primitivo. Il suo influsso è comunque potenzialmente devastante” [“Memoria e identità”, p. 53].
Tre anni fa, in apertura del Meeting 2005 dedicato al tema della libertà, don Julián Carrón descriveva incisivamente questa riduzione del concetto di libertà in pura “libertà da” e lo imprimeva indelebilmente in chi lo ascoltava richiamando l’immagine del figliol prodigo. Seguendo le sue tracce, potremmo dire che il dramma dei diritti umani oggi è, né più né meno, il dramma del figliol prodigo: l’affermazione caparbia della autonomia e dell’autodeterminazione come strada verso la felicità, destinata a rivelarsi illusoria. Per usare ancora le sue parole è il dramma della riduzione della libertà a “fascino dell’autonomia, di quell’affermazione quasi omicida di noi stessi che porta nel nulla” [J. Carrón, “La libertà è il dono…”, Meeting 2005, p. 8, punto 5].
Come per il figliol prodigo, anche nei nuovi diritti l’inganno e l’illusione è che l’autodeterminazione e la libertà di scelta siano di per sé garanzie della felicità. Il problema dei nuovi diritti non è che offrono troppo all’uomo contemporaneo, ma che offrono qualcosa di inadeguato, in definitiva troppo poco.
Tre anni fa don Julián Carrón, riprendeva alcuni passi di don Giussani sulla libertà che poi sono divenuti familiari a molti di coloro che ci ascoltano nel corso degli ultimi mesi. Ci ricordava che la libertà è soddisfazione del desiderio, non appena soddisfazione di un frammento di un desiderio parziale e provvisorio, ma del desiderio infinito e inesauribile che costituisce il cuore dell’uomo. Libertà come soddisfazione totale. In questo orizzonte, “la libertà di scelta è propria di una libertà in cammino verso la sua piena realizzazione, che consiste nell’adesione a ciò che corrisponde, cioè al bene, al destino. Fermarsi soltanto al primo aspetto – la possibilità di scelta – è di fatto rinunciare al compimento della libertà, perché io non esercito la capacità di scelta che ho, se non nell’aderire a quel che desidero” [J. Carrón, “La libertà è il dono…”, Meeting 2005, punto 3, p. 5].
Il problema dei nuovi insaziabili dell’epoca contemporanea è il problema di una inadeguata comprensione della libertà e del desiderio.
Da un lato, la libertà viene ridotta a pure facoltà di scelta, come se l’oggetto della scelta non entrasse a far parte della definizione stessa della libertà. Di fronte alle distorsioni che molti cd. “nuovi diritti” introducono, il problema non è negare la libertà di scelta, ma comprendere che la scelta è solo un momento della libertà, che non può essere svincolata dall’oggetto della scelta: il bene, il vero, il destino, il compimento.
Anche qui non mancano le riflessioni giuridiche che possono aiutare verso una comprensione più profonda e adeguata della libertà. Da molto tempo la scienza del costituzionalismo ha mostrato l’insufficienza delle libertà negative, le “libertà da”. Recentemente il prof. Barbera, più volte ospite di questo Meeting, ha affermato che di fronte alle sfide dei nuovi diritti “non ci aiutano né le concezioni che puntano sulla “libertà da” [tipiche del costituzionalismo classico] né bastano quelle che fanno perno su un’astratta “libertà di” [intesa come partecipazione alla vita pubblica, come ripropone oggi Stephen Breyer, “Active Liberty”]; ci aiuterebbe invece una concezione dell’individuo come persona capace di un agire finalizzato, cui spetta una “libertà per”. Il problema è la libertà per qualcosa, vale a dire lo sviluppo e la tutela della persona” [A. Barbera, in “Il traffico dei diritti insaziabili”, p. 123].
Il problema è la libertà per la felicità dell’uomo, una libertà giuridica che permetta a ciascuno una ricerca della felicità, come ci insegna la Dichiarazione di indipendenza degli Stati uniti sin dal 1776.
D’altra parte, all’origine di molti dei nuovi diritti vi è una incomprensione dei desideri e dei bisogni della persona umana. L’inesauribilità del desiderio e delle esigenze umane viene confusa con un’assenza di limiti; l’aspirazione alla felicità, cui nessun ordinamento giuridico potrebbe pretendere di dare risposta, è frammentata in una molteplicità di promesse, quasi che la somma di mille infinitesimali soddisfazioni potesse placare la sete di infinito della persona umana. Si confonde l’ampiezza del desiderio umano con la quantità delle sue manifestazioni e così si spiana la strada ad un nuovo consumismo dei diritti, perfettamente assimilabile al processo di globalizzazione.
Il discorso di Benedetto XVI indica più volte questo rischio sottolineando come attraverso la scomposizione dei diritti e il loro utilizzo “à la carte”, secondo scelte selettive e per parti staccate, si compromette l’unità della persona umana e la sua dignità. Ma soprattutto è “il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto” che privilegia “l’approccio individualistico e frammenta l’unità della persona”. Di qui l’insistenza del Papa, al pari dei suoi predecessori, sulla centralità della libertà di religione nelle società contemporanee, considerato il primo e più fondamentale di tutti i diritti umani, dove la libertà di religione è intesa non solo come piena garanzia del libero esercizio del culto, ma come “possibilità per i credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale”.
Concludendo, quindi, seguendo le orme tracciate dal discorso del Pontefice, occorre oggi più che mai ribadire che i diritti umani universali meritano senz’altro di continuare ad essere difesi e salvaguardati come espressioni “della legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà”, come baluardo universale contro la deriva relativistica diffusa nella cultura contemporanea; sulle sue stesse orme, occorre però anche evidenziare che il valore originario e insostituibile dei diritti umani è oggi sotto attacco e sottolineare il rischio che i diritti umani possano essere usati come strumenti contro l’uomo, a causa di una diffusa mentalità di stampo consumistico, che si alimenta ad una fallace concezione della libertà.

MODERATORE:
Ringraziamo la professoressa Cartabia per questa breve ma lucida, lucidissima e in alcuni tratti veramente drammatica disamina. Tra l’altro ricordo per inciso che la professoressa Cartabia è la curatrice, insieme a Paul Carozza, di una prima raccolta in italiano di articoli stupendi della professoressa Glendon, sono usciti col titolo suggestivo: “Tradizioni in subbuglio”. Ho visto che ci sono molte copie qui al Meeting, approfittate come si deve di questa opportunità.
Riprendo solo una cosa: in questa corsa a sempre nuovi diritti e in questa insaziabilità, potrei riprendere lo slogan del professor Weiler “Iura et circenses”, i diritti dell’uomo sono invocati contro l’uomo. È stato citato il caso Englaro, fa specie in un documento giuridico, in una sentenza di un tribunale di un giudice, trovare usate così male espressioni come pietà, come rispetto dell’altro. Mi è corso un brivido per la schiena pensando, ecco l’importanza della memoria storica, a una delle prime leggi del governo democraticamente eletto del Terzo Reich. La legge che autorizzava la soppressione degli handicappati, degli infermi di mente, per motivi di pietà, per il loro bene. Sono passati appena, neanche un secolo, appena 70 anni, e fa specie che ritorniamo ciechi a rievocare. in nome della pietà, in nome del bene dell’altro, orrori che pensavamo definitivamente sepolti nella storia. Per questo occorre vigilare. Per questo non ci può essere libertà senza tensione alla verità e non ci può essere verità senza un io responsabile. Affidiamo a Joseph Weiler il tentativo di aiutarci a entrare dentro a queste dinamiche che, spero lo stiate percependo, non solo il vasto mondo giuridico qui presente, ma le persone comuni, sono decisive per ciascuno di noi.

JOSEPH H. WEILER:
Grazie. Sua eccellenza l’ambasciatrice presso la Santa Sede professoressa Glendon, illustre collega Marta Cartabia, quanto sono fiero di te. Signore e signori, last but not least, don Pino, che è sempre don Pino. Che piacere essere qui. Anche io sono ambasciatore, mi sono autonominato ambasciatore di CL al meeting: l’anno scorso è venuta tutta la mia famiglia per fare questa bella esperienza tranne mia figlia maggiore che non mi ha perdonato: ma quest’anno è qui, i conti sono saldati. Se è fondamentale che I diritti umani vengano rispettati, e anche la libertà e la pace nel mondo – I temi principali del discorso di Papa Benedetto all’ONU – allora che novità c’è? Andate a cercare in internet I testi di tutti I capi di Stato che parlano all’Assemblea generale e mirabile dictum tutti parlano di diritti umani, libertà e pace nel mondo. Anche quelli – soprattutto quelli – di paesi in cui I cristiani sono in galera e I prigionieri vengono torturati e cose simili. Normale amministrazione. Allora che novità c’è nel discorso del Papa?
Tanto per essere chiari: non tocca a me, il piccolo/l’ultimo, di interpretare le parole e le intenzioni del Santo Padre: posso solo offrire le reazioni che queste parole hanno provocato in me.
Per anticipare la mia risposta sull’originalità del discorso del Papa, direi fin da ora che, primo, ciò che è importante è il fatto che abbia scelto di parlare di diritti dell’uomo all’ONU, udienza di governi rappresentanti ufficiali degli Stati, e non durante un’udienza davanti a gente comune come nella sua visita storica agli Stati Uniti.
E, secondo, come vedremo, il suo vocabolario tutto particolare nel riflettere sui diritti umani.
A giusto titolo, evocando la dichiarazione universale e la tradizione giudea cristiana, il Papa ha messo la dignità umana al cuore del discorso nella premessa che uomo e donna sono creati a immagine di Dio (Gen.)
Di solito quando si tratta di dignità umana nel contesto dei diritti dell’uomo si tratta di una situazione binaria: da un lato, e soprattutto, si guarda la vittima – umiliata, torturata, uccisa (fra parentesi : pensate al Vangelo) – viene aggredita la sua dignità umana. Dall’altro lato, c’è il persecutore. Parliamoci chiaro, nella tradizione giudea cristiana anche il persecutore stesso – quello che aggredisce la dignità umana di un altro essere – perde la dignità umana. Qui c’è già una lezione importante: per ora archiviamola.
Ma prendiamo la nostra realtà occidentale, soprattutto quella europea, il fulcro della tradizione cristiana che collega Gerusalemme, Atene e Roma. Prendiamo la realtà del Meeting con centinaia di migliaia di partecipanti, nessuno di loro – quasi nessuno – non è né vittima né persecutore di diritti fondamentali. Malgrado questo fatto, se dovessi fare un sondaggio tra la gente comune in Europa, in Italia, e qui al Meeting, su quale sia il loro assetto valoriale più importante, quello che li fa definire europei ai loro occhi, la maggior parte di essi direbbe: “credere nell’importanza di rispettare i diritti umani”.
Attenzione, qui facciamo la nostra prima mossa radicale. In realtà il discorso sui diritti umani non è binario, non ha due poli, ma tre poli: il persecutore, la vittima e noi, la maggior parte – osservatori, può darsi volgarmente spettatori – di questa realtà. Ed io vorrei concentrarmi su di noi né persecutori né vittime, la comunità valoriale che così naturalmente, facilmente, mette al centro del “credo” la protezione dei diritti umani.
Cosa c’è di male?
Prima di tutto: non vorrei essere male interpretato o male citato. La protezione dei diritti umani è fondamentale per la nostra civiltà. Ripeto: la protezione dei diritti umani è fondamentale per la nostra civiltà.
Però, concentrandoci proprio sul terzo polo, né persecutore né vittima, cioè gli osservatori che nel loro credere nei diritti umani creano questa identità culturale in cui I diritti – umani, fondamentali economici e altri – diventano il fattore costitutivo più importante dell’identità stessa, in questo caso è necessario guardare anche il lato oscuro della luna.
La cultura dei diritti, anche diritti umani, non è priva delle patologie fondamentali della nostra attuale società occidentale, soprattutto quando occupa un posto così massiccio nella autodefinizione della sua identità culturale e politica.
Lasciamo per un momento l’argomento teorico a parte, per preparare il terreno alla mia tesi successiva, al modo in cui io ho capito il discorso del papa all’ONU. Vorrei fare due esempi scioccanti.
Primo esempio.
Un fatto poco conosciuto sull’Olocausto avvenuto in Francia, un paese con tradizione antisemita notevole, la storia triste degli ebrei di Parigi sotto l’occupazione tedesca è molto conosciuta a giusto titolo. La maggior parte degli ebrei francesi è riuscita a scappare a Vichy, territorio che rimaneva almeno formalmente indipendente. A questo punto l’intenzione dei tedeschi fu di arrestare e mandare anche quegli ebrei sfuggiti ai campi per poi assassinarli. Il governo di Vichy era pronto a eseguire il comando del padrone. Tutto ciò non è accaduto, per una semplice ragione: secondo la testimonianza del più credibile testimone, il famoso cacciatore di nazisti Serge Karlsfeld, l’episcopato cattolico francese ha semplicemente detto: “questo no”. Contrariamente a quanto si pensi, la maggior parte degli ebrei francesi si salvarono. Ma qui è importante analizzare con sottigliezza questo fatto singolare: non c’era lì un discorso dei diritti umani o un qualsiasi diritto per quegli ebrei, non faceva parte del vocabolario dell’episcopato cattolico. Era invece un discorso di responsabilità cristiana davanti a Dio. Notate: responsabilità non diritti. Responsabilità propria/personale.
Secondo esempio: cosa diremmo di una società in cui la vita è considerata sacra; la giustizia deve essere neutrale e onnipresente; o in cui lo straniero non deve essere discriminato; in cui le esigenze economiche dei più svantaggiati devono essere soddisfatti; in cui la terra deve essere custodita e non sfruttata e così via? Diremmo che è una società basata sulla politica e cultura dei diritti umani, anzi diritti umani di prima seconda, terza generazione. Cioè santità della vita, uguaglianza, diritti economici e addirittura ambientali. E parlo di quell’assetto dove non c’è differenza fra destra e sinistra europea.
Sbagliato.
Tutti questi esempi sono presi – voi lo potete già indovinare – dal mio capitolo preferito nella Bibbia: il Levitico 19, dove ci viene comandato individualmente e come comunità di essere santi, perché Dio stesso è santo. Il principio di Imitatio Dei. Qui si trova l’assetto comune della tradizione giudeo cristiana: il comandamento di amare il prossimo come se stessi, non è un discorso di diritti. La vita è sacra, non è un discorso di diritti ma un discorso di responsabilità, di doveri. La vita è sacra perché è nostro dovere rispettarla. Lo straniero viene trattato con piena dignità perché è nostro dovere e responsabilità il trattarlo in quel modo. I meno fortunati possono vivere con dignità perché la nostra responsabilità va oltre noi stessi. E l’ambiente è mantenuto perché la terra appartiene a Dio e noi siamo solo custodi con responsabilità precise di non abusarne. Pensate al significato spirituale e non solo materiale del comandamento dell’anno sabbatico dell’agricoltura: shemità, in ebraico. Anche la terra deve riposare.
La linea che collega I due esempi è chiara e molto semplice: la “vita buona”, la società giusta, il vero rispetto per la dignità umana, in quella visione non si ottiene responsabilizzando gli altri, ma responsabilizzando noi stessi. Non si ottiene col vocabolario dei diritti ma col vocabolario personale e comunitario dei doveri.
Fatto singolare: anche in quello che voi chiamate il vecchio testamento, quello che noi chiamiamo l’unico testamento (scusatemi), che è enormemente legalistico, non esiste il concetto del diritto. La “vita buona” si ottiene attraverso la responsabilità personale e comunitaria. Santi siete perché io sono Santo. E amate il vostro prossimo, io sono Dio.

Torniamo ora al nostro discorso tri-polare della cultura dei diritti umani. La posizione dell’osservatore è una posizione agghiacciante e rivela uno dei malesseri morali più gravi della nostra cultura politica: il credo nelle agenzie. Cosa voglio dire ora? Per spiegarlo utilizzerò il concetto della sussidiarietà, non come la intende la dottrina sociale della Chiesa ma quella versione “bastardizzata” del vocabolario delle Nazioni Unite. Cosa vuol dire sussidiarietà in questo vocabolario?
Vuol dire, ed è ripetuto con orgoglio infinitamente, che la responsabilità governativa si pone al livello di maggiore efficacia. Per esempio, l’Unione europea deve agire solo quando è più efficiente l’azione a livello europeo di quanto sia possibile a livello statale o regionale. Ma, notate l’inganno, la responsabilità di agire tocca sempre ad un’agenzia, un ente governativo: la responsabilità tocca sempre ad un altro.
Cosa vuol dire, credere nei diritti umani in una realtà in cui la maggior parte degli osservatori non sono né vittime né persecutori? Vuol dire esattamente questo: credere, essere scandalizzato quando qualcun altro, un’agenzia governativa, un’entità pubblica, non fa quello che bisognerebbe fare. È sempre fonte di soddisfazione e così facile essere dalla parte dei buoni!
Questa è la versione moderna della virtù: ci si sente virtuosi non per quello che facciamo ma per quello in cui crediamo. Qui pensate a Giussani. Nella mostra sulle carceri, dice: “I fattori costitutivi dell’umano si percepiscono là dove sono impegnati nell’azione”.
Questa visione crea un paradosso: il passaggio dalla prima alla seconda alla terza generazione dei diritti umani, dove più e più elementi e interessi della società vengono protetti è un fatto del tutto positivo. Ma, paradossalmente, possiamo definire questa società più “caring society”, cioè più umana, più compassionevole, più misericordiosa? Una società in cui questa protezione elevata è sempre fatta da altri, da agenzie governative, dal “pubblico”, in cui la nostra responsabilità personale verso la società è al massimo pagare le tasse? Qui possiamo massimizzare il nostro interesse personale perché abbiamo dato il nostro denaro a Cesare e gli altri si occupano delle buone azioni. Intendiamoci chiaramente: non vorremmo tornare indietro al periodo precedente al Welfare State. È un paradosso perché emerge con lucidità che, pur rispettando I diritti degli altri, la società stessa può privilegiare l’atomismo, l’egoismo e la freddezza umana.
Ma la minaccia non è soltanto a livello spirituale, personale, comunitario…atomismo, egoismo, freddezza: una delle caratteristiche più importanti della cultura dei diritti umani è, come ha insistito il Papa, la loro universalità. Dobbiamo insistere sulla universalità dei diritti umani, perché in quanto esseri umani siamo uguali creati a immagine di Dio: Achman dal Cairo, Giovanni da Milano, Mosè da Gerusalemme, Indira dall’India. Però le nostre comunità, il nostro senso di comunità non dipende solo o principalmente dall’assetto culturale universale. Anche se è molto importante aver sempre quest’assetto. La realtà comunitaria dipende dal particolare: cosa vuol dire essere italiano? Vuol dire condividere una lingua comune, una letteratura comune, l’esperienza scolastica comune, la cucina, le canzoni. Vuol dire tifare insieme per l’Italia e essere sdegnati insieme quando fanno brutta figura. Da questi aspetti del particolarismo culturale, dipendono due cose fondamentali della nostra civilizzazione: una è la democrazia. La disciplina democratica richiede che la minoranza politica accetti come legittimo la normatività della maggioranza. Questo può accadere soltanto quando tutti – maggioranza e minoranza – si sentono fortemente legati come società. Cattolici, laici, ebrei, mussulmani, ma tutti tifano per l’Italia. Senza questo non c’è democrazia.
E poi da questo particolarismo politico e culturale dipende il senso della responsabilità comunitaria. Cosa diremmo all’immigrato che viene e dice: io come voi credo nei diritti fondamentali di prima, seconda, terza generazione. Ora pago le tasse, rispetto il diritto penale, lasciatemi in pace a farmi gli affari miei. Cosa diremmo? Thank you, but not thank you. Sei molto benvenuto, sei libero di praticare la tua religione e quella dei tuoi padri. Ma ai tuoi figli devi insegnare a tifare per l’Italia. Se la cultura dei diritti umani universali si propaga esageratamente e a spese dell’assetto valoriale particolare diventa come un tumore maligno.
Se la cultura dei diritti umani universali si propaga esageratamente nel nostro assetto psicologico, culturale, antropologico, a spese dell’assetto valoriale e culturale particolare, diventa come un tumore maligno. Vorrei concludere: una cultura dei diritti umani che non è strettamente collegata con la cultura di dovere e della responsabilità umana, fa sì che non siamo protagonisti, siamo nessuno. Una cultura di valori universali che non è contestualizzata in una comunità, che si senta comunità con la responsabilità reciproca, perché è il mio prossimo, anche lì non siamo protagonisti, siamo nessuno. Grazie signore e signori.

MODERATORE:
Vi siete accorti, e l’applauso lo testimonia, che il professor Weiler ci ha riportati dritti dritti al tema di quest’anno, O protagonisti o nessuno, sottolineando la grande provocazione contenuta nel discorso del Papa, quella sintetica, quella già evocata dalla professoressa Glendon e ripresa dalla professoressa Cartabia. Tra l’altro, nota bene, domani non troverete niente di tutto questo sui giornali, perché questi temi, che sono decisivi, saranno sommersi dalle veline, dagli ombrelloni, dalla Juventus. Pensate che noi viviamo in un paese tutta la cui la stampa nazionale si è permessa di trascurare il fatto che qui è venuto Amre Moussa, son venuti i ministri degli esteri italiano e vaticano; ma questa è l’anticamera di quella che Hanna Arendt ha indicato come la banalità del male. Il segnale forte che viene da questo incontro di altissimo livello, ve ne siete accorti, avete tutti ragione e libertà bene sviluppati, è che il problema dei diritti non comincia con gli altri, comincia con me. Non a caso il Papa usa tre volte una parola così abusata, ritirandola fuori e ributtandola, offrendola, vibrante, ardente, quando parla di giustizia, giustizia che non cambia, e la giustizia non è qualche cosa che inizia con lo Stato, è qualche cosa che inizia con me, riguarda la mia avventura umana. Se andate alla mostra di Solzenicyn, vedrete quella frase che apre Arcipelago Gulag: “Ogni uomo, anch’io, potrebbe diventare un boia”, perché il dramma del male non è nelle strutture e le strutture non hanno una capacità di redenzione. Il dramma del male e la possibilità del bene, la possibilità di rispondere di fronte al proprio destino, di fronte al destino dell’altro, inizia con la mia risposta, inizia con il mio sì. È impressionante come un uomo, un uomo, ha potuto cambiare le sorti di un popolo facendo conoscere l’orrore dei lager, ma soprattutto facendo vedere che vivere senza menzogna è possibile e che questa tensione, questa responsabilità, genera realtà nuove, per cui uscendo di qui oggi, nessuno di noi pensi: ma tanto non ne parleranno, ma tanto la maggioranza pensa diverso. Capire e accogliere il messaggio del Papa, come mirabilmente siamo stati aiutati a fare, vuol dire uscire di qui e dirsi: io sono responsabile. La storia, il presente, il mio paese, il mondo aspetta il mio sì. Alla mostra sulle scoperte portoghesi è riportata una poesia di Pessoa che dice: “Se uno non ha il cuore angusto, tutto è possibile”. Ringraziamo di tutto cuore il professor Weiler, la professoressa Cartabia e l’ambasciatore Glendon in particolare.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2008

Ora

11:15

Edizione

2008

Luogo

Salone D7
Categoria
Incontri