GIOVANI E OCCUPAZIONE: QUALI PROSPETTIVE? - Meeting di Rimini

GIOVANI E OCCUPAZIONE: QUALI PROSPETTIVE?

Giovani e occupazione, quali prospettive

Giovani e occupazione: quali prospettive?

Partecipano: Valentina Aprea, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia; Daniele Nembrini, Presidente della Fondazione Ikaros; Pierino Persico, Presidente della Persico Spa; Alessandro Rosina, Docente di Demografia all’Università Cattolica e curatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Dei temi di tipo sociale, educativo, economico che si trattano nei Meeting ce ne sono alcuni che sono un filo rosso, e questo filo rosso certamente ha dentro la formazione professionale che ha avuto nei diversi Meeting moltissimi incontri, addirittura mostre, perché non è che stiamo parlando di un tema di ordine tecnico, stiamo parlando di un aspetto fondamentale del problema educativo, cioè l’aspetto per cui noi vogliamo che ogni giovane abbia una opportunità. Abbiamo sentito anche ultimamente l’intervento di Papa Francesco in cui parlava del lavoro, della necessità che ognuno possa lavorare, ed è appunto per questo, proprio perché si sviluppi l’educazione, che la formazione professionale e l’istruzione sono strumenti perché una persona che è periferica diventi centrale, abbia la sua opportunità, la sua possibilità di sviluppo. Questo varrebbe se dal punto di vista macro tutto fosse a posto, purtroppo non è così. Abbiamo sentito in questi giorni che sono 2 milioni 200 mila le persone che né lavorano, né studiano. Abbiamo dati per cui ogni anno si perdono in questo modo l’equivalente di due stadi San Siro. 150, 160 mila persone. E dall’altra parte abbiamo, è paradossale in un momento di crisi di occupazione, imprese che hanno bisogno di gente che sa fare i mestieri, cioè che sono capaci di andare avanti in produzioni ad alto valore tecnico. Come ho sentito dire da una persona che ha visto la mostra di Federlegno, gente che abbia un cuore, un cervello e delle mani. Non può mancare nulla di questo. Anche le mani, perché se si usa solo il cuore e il cervello, se si va verso lavori non intellettuali, non si è capaci di fare niente. Ci vogliono tutte le cose. E d’altra parte proprio in questo Meeting abbiamo sentito due volte riecheggiare in termini autorevoli questo discorso. L’abbiamo sentito dire nientepopodimeno dal responsabile del “Workbench for Education” che nel suo discorso ha parlato della necessità della formazione professionale fino al livello parallelo all’università. Perché, mentre in Italia solo l’1% si dedica a una educazione di terzo livello non universitaria, in altri Paesi si arriva al 15%, al 20%. Allora, questo responsabile della Workbench che lavora su decine e decine di Paesi diceva della necessità a qualunque livello della formazione professionale. In Italia probabilmente ne sentiremo parlare anche oggi, abbiamo piccole sperimentazioni iniziali ITS e altro. Poi abbiamo sentito che uno dei cardini della riforma del Ministro Giannini è questa alternanza completa scuola-lavoro, questa possibilità di estendere una formazione professionale. Parliamoci chiaro: in Italia c’è in poche regioni, altrove sopravvivono moncherini di realtà precedenti, i grandi ordini religiosi come i Salesiani e poco altro. Perché la formazione professionale ha avuto due grandi problemi: primo, l’idea che se tu la fai crescere in qualche modo crei una strada di serie B a chi la percorre, nell’utopia che tutti debbano essere laureati e che questa sia l’emancipazione della classe povera. Si è pensato che demonizzare e marginalizzare la formazione professionale fosse un modo per arrivare all’uguaglianza di opportunità. Risultato: l’uguaglianza di opportunità non c’è. Perché l’Italia è una scuola classista, ma lasciamo per strada tanta gente e non diamo la possibilità del mestiere. Secondo, ancora più grave. Ci sono regioni intere che hanno usato la formazione professionale non per insegnare ai giovani ma per un metodo clientelare, per occupare dipendenti. Quando studiavo Politiche Economiche in Cattolica con il professor Mazzocchi, uno degli insegnamenti era: in Politica Economica, ogni strumento può avere un obiettivo, non due obiettivi, se no ci si prende in giro. Invece i soldi della formazione professionale sono stati usati per occupazione clientelare. Ancora qualche mese fa potevate avere le manifestazioni dei dipendenti di qualche regione del Sud o delle Isole, e ci siamo capiti, che protestavano per avere un lavoro che non aveva nessuno scopo perché i loro istituti non formavano assolutamente nessuno e c’era un eccesso di dipendenti. Allora, secondo problema è questa possibilità di farne veramente uno strumento innovativo per la persona, per portare la persona dalla periferia al centro. Da qui nasce il dibattito di oggi che, per le cose che ho detto, non può che essere un dibattito a più voci e che fa tutto il percorso di quello che abbiamo detto. Per questo, innanzitutto, abbiamo tra di noi Alessandro Rosina, uno dei più importanti demografi italiani, a cui chiederemo questo quadro di insieme dei giovani in Italia, in modo tale che gli interventi successivi, esemplificativi, non risultino fuori da un contesto fondamentale. Dopo di che, avremo Daniele Nembrini, Presidente della Fondazione Ikaros, che è un esempio di una nuova realtà di formazione professionale nata negli ultimi anni, che mostra la novità potremmo dire nel solco di don Bosco. Insieme con lui, abbiamo un grandissimo imprenditore, Pierino Persico, Presidente della Persico Spa. Siccome i risultati si capiscono dai frutti, è quello che fa Luna Rossa, uno dei più interessanti e importanti produttori nel campo della nautica, e questo è il prodotto che l’ha reso famoso in tutto il mondo. Chiuderà Valentina Aprea, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, perché lei personalmente, in tutti gli anni in cui è stata in Parlamento, come Sottosegretario, ha dato vita a livello nazionale a questo ruolo di una scuola libera di formazione professionale, e come assessore è sicuramente all’avanguardia. Io posso dire con tranquillità che la Lombardia è un esempio veramente unico, dal punto di vista della novità, sul piano della formazione, sia in tutti i lunghi anni della giunta Formigoni, sia adesso negli anni della giunta Maroni. Quindi, a lei chiederemo un intervento di polis. Ringraziamo innanzitutto i nostri ospiti per la loro presenza e darei a questo punto la parola a Alessandro Rosina.

ALESSANDRO ROSINA:
Grazie, buongiorno, è un vero piacere essere qui e dibattere di un tema con interlocutori di rilievo. In Italia, come sappiamo, si parla molto di giovani, però non è che sappiamo poi così tanto della loro realtà. Questo rischia di alimentare degli stereotipi che poi non aiutano a fare delle politiche efficaci e mirate. Io quindi partirei dai dati di inquadramento più o meno noti, per poi arrivare a dei dati originali che sono quelli di Rapporto Giovani, la più grossa indagine italiana, lo strumento che dà voce ai giovani e consente di approfondire molti dei temi che li riguardano, vedendoli anche dalla loro prospettiva. Quello che emerge – anticipo – è un quadro in chiaroscuro perché, da un lato, come vedrete, c’è la voglia dei giovani di metterci del proprio, di provare comunque a farcela nonostante le difficoltà, dall’altro, però, non dobbiamo nasconderci che c’è una crescente sfiducia nei confronti della capacità della politica di migliorare il sistema Paese e di mettere i giovani nelle condizioni di costruire un futuro migliore. È questo quello che i giovani vorrebbero fare: diventare protagonisti della produzione di nuovo benessere per il Paese. Quindi, parto con i dati, un dato demografico: qui avete l’impietoso confronto del profilo per età della popolazione italiana con quella francese, due popolazioni sostanzialmente confrontabili come entità. Qui avete il profilo per età e vedete come le due curve, quella italiana e quella francese, tendano a sovrapporsi nelle età anziane e nelle età adulte. Il vuoto che si è creato, l’impoverimento è concentrato tutto sugli under 30: questa riduzione di giovani è quello che caratterizza la nostra struttura demografica. E questo impoverimento della natalità che ci siamo portati dietro per lungo tempo sta diventando cronico. Ora, noi sappiamo che se vogliamo costruire un futuro di prosperità e benessere, non possiamo non investire sul contributo quantitativo e qualitativo delle nuove generazioni. Dal punto di vista del contributo quantitativo, qui c’è stato un disinvestimento che non può non produrre poi conseguenze. Ho letto un po’ la mappa dell’Europa con il peso che hanno gli under 25 nei vari Paesi: vedete come l’Italia sia più sbiadita, come conseguenza del fatto che di giovani ne abbiamo sempre meno. E questo è un aspetto che dobbiamo comunque tenere presente in tutte le nostre riflessioni. La questione è però che non c’è stato solo un disinvestimento quantitativo sui giovani ma anche qualitativo, e questo è un paradosso: noi abbiamo da un lato meno giovani e dall’altro li abbiamo meno aiutati a essere attivi e partecipativi nella società e nel mercato del lavoro. Siamo in un Paese meno in grado degli altri di valorizzare adeguatamente lo specifico capitale umano delle nuove generazioni e questo è il fallimento che ci siamo portati dietro in questi ultimi tempi. Qui avete la curva più scura del tasso di occupazione dei diplomati e dei laureati in età 20/34, quindi non stiamo parlando di quei giovani che della definizione Eurostat, cioè degli under 25. Stiamo parlando di una classe molto più ampia, dove ci sono anche i giovani adulti, quelli che dovrebbero già essere in grado di costruire un proprio percorso di vita familiare solida. E qui avete il loro tasso di occupazione entro i tre anni dal conseguimento del titolo. E vedete che già prima della crisi economica, i livelli dell’Italia erano fortemente più bassi rispetto alla media europea. E non stiamo confrontando l’Italia con le eccellenze, con i Paesi più avanzati d’Europa ma semplicemente con la media europea. E noi siamo fortemente più bassi. E vedete poi l’effetto anche della crisi che ha ulteriormente peggiorato la condizione dei giovani, tant’è che adesso su questo indicatore noi abbiamo quasi 20 punti percentuali in meno rispetto alla media europea. E noi dobbiamo partire da questo, da questa situazione che è, se non drammatica, sicuramente preoccupante e implica la necessità di cambiare rotta assolutamente e di invertire questa tendenza. Aiutare i giovani però è possibile, dare loro la possibilità, con investimenti e politiche adeguate, di ottenere risultati virtuosi. Vi illustro questo grafico prima di passare ai dati di Rapporto Giovani. Vedete che nell’asse verticale avete la percentuale dei giovani, gli under 30, che dipendono passivamente dai genitori. E lì avete i vari Paesi dell’Europa con le varie bandierine. Nell’asse orizzontale ci sono gli investimenti in politiche attive e in ricerca e sviluppo. E lì vedete che la relazione è molto forte. I Paesi che investono di più sulle voci che riguardano i giovani hanno meno giovani che dipendono passivamente dai genitori e più giovani pienamente presenti nei percorsi di crescita di sviluppo del proprio Paese. I paesi invece che investono in queste voci sono quelli, come purtroppo l’Italia, come la Grecia, ecc., che si trovano in situazione di svantaggio, dove cioè i giovani anziché essere una risorsa attiva del Paese diventano un costo sociale, quindi vanno a incrementare quel paradosso di avere meno giovani, più marginalizzati e meno incoraggiati a contribuire qualitativamente alla costruzione del proprio futuro e di quello del proprio Paese. Per approfondire tutto questo, per andare oltre i dati di inquadramento e per non dovere ogni volta ragionare su quanto è aumentato il tasso di occupazione e disoccupazione negli ultimi tre mesi, dobbiamo cercare di capire meglio come i giovani vivono la loro condizione e quali sono le loro aspettative, i loro progetti e i loro desideri, ispirandoci alle migliori esperienze che hanno messo in campo una indagine promossa dall’istituto Toniolo che si chiama appunto Rapporto Giovani, che dà la voce ai giovani stessi, che rileva i dati oggettivi e soggettivi, i desideri, le aspettative, le specificità. Sono una generazione specifica, quelli che hanno compiuto i 18 anni dal 2000 in poi e che per questo vengono chiamati Millennials, che hanno quindi anche specificità antropologiche, oltre a trovarsi in situazioni particolari nel percorso di costruzione della propria vita adulta. L’idea è di restituire un approfondimento dettagliato che poi serva sia come conoscenza scientifica, sia come indicazione alle famiglie, agli educatori, ai giovani stessi di conoscenza della realtà dei giovani e di come cambia. E ovviamente sia al servizio delle policies a livello sia nazionale sia territoriale. Vado abbastanza velocemente sulle caratteristiche dell’indagine che sostanzialmente è un’indagine innovativa anche perché è un’indagine longitudinale, quindi ha costituito un panel di 5 mila giovani che poi vengono seguiti nel tempo, nel corso delle loro vite, ricostruendo i loro percorsi, le loro scelte, i loro progetti e le difficoltà nel realizzarli o i successi che riescono ad incontrare. Non mi soffermo sugli aspetti tecnici che poi potete trovare nel portale del Rapporto Giovani, ma vengo direttamente a illustrare alcuni dati che possono essere utili al dibattito e agli interventi successivi. Allora, quello che è interessante è che dai primi dati di questa indagine, che è partita nel 2012 e che sta producendo via via un arricchimento conoscitivo sulle nuove generazioni, molti dei luoghi comuni di cui è pieno il dibattito pubblico sono stati in larga parte smentiti. Ad esempio, non sono per nulla bamboccioni o, quanto meno, non nella grande maggioranza. L’85% desidera conquistare la propria autonomia, iniziare un proprio percorso per mettersi alla prova. Questa è la cosa che gli interessa di più. E tra l’altro, il 50-60% sente il peso di sentirsi un costo per la famiglia di origine e quindi anche la necessità di iniziare a emanciparsi per non pesare ulteriormente sulle difficoltà della famiglia a cui appartiene. Da un lato, però, c’è quello che desiderano, quello che auspicano. Dall’altro c’è la realtà con cui si confrontano. E la realtà con cui si confrontano sono le difficoltà che poi trovano in questo percorso virtuoso di autonomia desiderata. E come sappiamo, siamo uno dei Paesi in cui i giovani più tardivamente riescono a conquistare una propria famiglia e a conquistare autonomia: il 70% dei giovani italiani usciti per studio o per lavoro si sono poi trovati a tornare a vivere con i genitori. Questo cosa vuol dire? Vuol dire due cose. Che da un lato i giovani ci provano, buttano il cuore oltre l’ostacolo e cercano comunque di conquistare questa autonomia. E dall’altro, le difficoltà che poi li risospingono all’indietro e la famiglia d’origine che continua ad essere il principale ammortizzatore sociale, perché altri strumenti di sostegno e di incoraggiamento a camminare con le proprie gambe fanno fatica a trovarli in Italia. L’altro aspetto – come vedete vado per sintesi – riguarda il lavoro e sfata alcuni luoghi comuni: non sono per nulla schizzinosi o lo sono sempre meno. C’è un bagno di realismo che stanno sempre più facendo perché, da un lato, la crisi sta durando a lungo, dall’altro, la percezione della difficoltà ormai è ampia e condivisa. Quello che è interessante è però che non sono rassegnati: da un lato mantengono alte aspettative, cioè vorrebbero un lavoro considerato come impegno e mezzo di autorealizzazione, quindi rimane nel medio e lungo periodo il sogno di raggiungere un lavoro in cui realizzarsi. Un lavoro nel medio periodo in cui magari costruire un proprio percorso di vita e formare una propria famiglia, ma nel breve periodo sono pronti anche ad adeguarsi e ad adattarsi a quello che il mercato offre. Quindi c’è questa temporalità: Il lungo periodo, dove vorrei comunque arrivare a realizzarmi, nel medio periodo, comunque arrivare a un reddito che mi consente di emanciparmi, nel breve periodo sono disposto però anche a rimboccarmi le maniche e vedere quello che il mercato offre e adeguarmi. E, infatti, il 47% di chi trova un lavoro, tra quelli che lo trovano, si adegua a una retribuzione che nel momento è comunque insoddisfacente per conquistare una propria autonomia, circa il 47% sta facendo una attività che non è pienamente coerente con il proprio percorso di studi e quindi grande disponibilità d’adattamento. E gli ultimi dati che abbiamo raccolto, anche per capire un po’ questo mismatch tra alcuni lavori che sono disponibili in alcuni settori e la difficoltà poi di trovare manodopera adeguata, hanno chiesto la loro disponibilità a fare anche un lavoro manuale. Bene, più dell’80% dei giovani è interessato a prendere in considerazione anche un lavoro di tipo manuale. I giovani non sono preoccupati di lavorare con le mani, quello di cui hanno paura è la precarietà, cioè dover rivedere progressivamente al ribasso le proprie ambizioni e le proprie aspettative e trovarsi in un percorso professionale che in qualche modo diventi scadente. Ma invece il lavoro manuale, se non è sottopagato, se consente anche di essere creativo e quindi di metterci del proprio, è un lavoro che i giovani vedono con interesse. Quindi, non il lavoro del call center o al Mac donalds ma lavori anche di tipo artigianale, magari in cui l’aspetto creativo e innovativo può essere messo in campo. Quello che vedono che gli manca, per poter rispondere anche a offerte di lavoro di questo tipo, è l’esperienza. E’ il punto principale che loro mettono in luce, con tutti gli aspetti che si dicevano anche nell’introduzione di Vittadini sull’importanza di conciliare la formazione e il lavoro qui sono fondamentali, e noi effettivamente siamo molto indietro su questo. E i giovani se ne accorgono. Perché poi si trovano a non avere l’esperienza adeguata per potere comunque rispondere anche a questa esigenza, a questa offerta di lavoro. I giovani non sono per nulla passivi, anzi, sono molto intraprendenti: sia chi sta facendo lavoro autonomo ma anche un lavoro a tempo indeterminato e anche a tempo determinato, è comunque interessato a perseguire obiettivi in maniera indipendente e non ha paura di perseguire obiettivi che sono impegnativi e ambiziosi. Quindi, c’è proprio voglia non tanto di fare un lavoro ma di fare un lavoro in cui ci si mette del proprio, ci si mette in gioco, si realizza qualcosa, si è all’interno di un processo che arricchisce anche come persona. Come vedono se stessi: non sono per nulla rassegnati. Nonostante le difficoltà, si considerano la risorsa principale che questo Paese ha per tornare a crescere. E otre il 90% è convinto di questo: se l’Italia vuole tornare a crescere deve per forza puntare, rimettere al centro le competenze, le capacità, la voglia di fare, le idee delle nuove generazioni. E i giovani non sono per nulla convinti che bisogna piangersi addosso, anzi, due giovani su tre dicono che più che piangersi addosso, più che aspettare anche risposte dall’alto, che comunque devono arrivare per costruire condizioni di sistema migliori, quello che bisogna fare è comunque rimboccarsi le maniche. Se le difficoltà crescono bisogna rimboccarsele ancora di più. Sostanzialmente, il miglioramento della propria condizione arriva soprattutto nel mettersi pienamente in gioco anche in condizioni di difficoltà. Le condizioni di sistema però effettivamente non stanno aiutando. E quando chiediamo ai giovani, una volta finiti gli studi, cosa pensano di fare per trovare lavoro, è qui vediamo che effettivamente è quello che manca. Che si trovano all’interno di una nebbia che non li aiuta a fare scelte giuste e non dà loro strumenti per poter entrare in maniera adeguata nel mercato del lavoro. E quindi, come agiscono? O autopromuovendosi, e quindi arrangiandosi come possono, o sfruttando le opportunità della rete: sono una generazione di nativi digitale quindi la propensione è questa. Oppure, affidandosi all’aiuto dei familiari e delle conoscenze parentali. Questi sono gli strumenti che attualmente utilizzano. Mentre i canali formali che sono quelli invece più efficienti, che potrebbero aiutare meglio a ottimizzare l’entrata dei giovani nel mercato del lavoro, sono molto più carenti. E qui sta la sfida anche della Garanzia Giovani che è il grosso progetto che l’Italia ha messo in campo a partire da maggio 2014 con i finanziamenti europei che dovrebbe rilanciare politiche attive e migliorare la condizione dei giovani e ridurre il rischio di trovarsi in situazione di NEET. Quindi siamo andati un po’ a vedere se i giovani conoscono la Garanzia Giovani a due mesi dalla sua partenza, e cosa ne pensano, se è uno strumento che effettivamente può aiutarli. I risultati non sono per nulla rassicuranti, perché il 45% ha dichiarato di non saperne nulla, il 35% ha detto di averne sentito solo vagamente parlare, la conosce abbastanza bene il 14% e molto bene solo il 5%. Anche tra i NEET, che sono quindi la componente che dovrebbe essere più interessata e su cui bisognerebbe concentrare di più l’attività di promozione di questo strumento, solo il 22% la conosce bene o abbastanza bene. Vuole dire che c’è ancora molto da fare se si vuole effettivamente promuoverla come strategia e come piano che vada incontro ad aiutare i giovani nei loro percorsi. Quando chiediamo, illustrando le caratteristiche principali anche a chi non la conosce, se pensano che migliorerà la condizione dei giovani nel mercato del lavoro, anche qui la sfiducia si conferma. Solo il 37% pensa che migliorerà molto-abbastanza il rapporto dei giovani nel mercato del lavoro. E questa fiducia scende ulteriormente tra i NEET, dal 37% al 30%. I più sfiduciati, quelli che meno credono che la cosa poi avrà dei risultati concreti, sono quelli che ne avrebbero più bisogno. Ovviamente, crescono in realtà la conoscenza e la fiducia con il titolo di studio e con altre caratteristiche. Finisco. Se si chiede in prospettiva cosa pensano, come sarà la loro condizione nei prossimi tre anni, il 60% pensa che migliorerà poco o per nulla, la sfiducia aumenta se la domanda non viene fatta a te personalmente ma alla tua generazione in generale, si sale al 60% di chi crede che migliorerà poco o per nulla. Ma questa sfiducia non è tanto dovuta al non credere in loro stessi, alle loro capacità, alla possibilità in qualche modo di riuscire, ma è una sfiducia che riguarda l’Italia, cioè il fatto che l’Italia tornerà a essere un Paese che cresce e crea opportunità. Quando si chiede: “Tu pensi che nei prossimi tre anni l’Italia si rimetterà in linea con i tassi di crescita degli altri Paesi, dei paesi più avanzati?”, il 71% non ci crede. Quindi, c’è una sfiducia complessiva sulla possibilità che l’Italia possa tornare in qualche modo a essere un Paese che cresce e che crea opportunità. Più passa il tempo più aumenta la sfiducia nei giovani che sono stanchi di promesse, di annunci e vogliono risposte concrete. Quando si chiede loro quale priorità dovrebbe avere la politica, oltre alla Garanzia giovani, che dovrebbe senz’altro essere promossa meglio, i giovani chiedono alla politica soprattutto di fare sì che il Paese torni a crescere. Una crescita che consenta ai giovani e alle nuove generazioni di diventare protagonisti attivi, e la costruzione di un nuovo benessere, che possa quindi consentire di migliorare sia la vita e il proprio futuro. E’ questa la sfida che a loro interessa e che vogliono assolutamente vincere. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Quindi abbiamo dei giovani assolutamente disponibili, desiderosi, un po’ sfiduciati per quello che vedono in giro. Possiamo vedere una speranza, Daniele?

DANIELE NEMBRINI:
Sono un po’ emozionato perché, da buon bergamasco, mi viene più naturale farle, le cose. Bene o male lo diranno gli altri, però sono molto contento di essere qui con voi e ringrazio Giorgio per l’occasione che mi ha dato rivolgendomi questo invito. Giovani e occupazione, quali prospettive: non farò una riflessione sul tema, anche perché ci sono relatori ben più preparati di me. Io posso solo raccontare di un pezzetto della mia esperienza, in particolare della mia esperienza in Icarus. Si parla di periferie in questi giorni, consentitemi una battuta: anche io arrivo dalle periferie, anzitutto quella famigliare. Sono l’ultimo di dieci figli, in centro succedevano delle cose interessanti ma quando sono arrivato io le cose erano già finite. Al di là delle battute, la mia storia personale ha questa caratteristica, ero un po’ sul marciapiede, nel senso letterale del termine. Ero il cosiddetto ragazzo difficile, che non studia e non lavora, non si capisce quello che vuole, è incostante. Quindi si cercava di capire come gestire questo ragazzino, oggi lo chiamerebbero NEET. Allora ti dicevano un’altra parola ma mi hanno detto che non posso dirla: NEET è un po’ meglio, ti danno un po’ del lazzarone. E in parte era vero, perché io dico di me che ero uno che, non avendo una ragione adeguata a tutta la portata del desiderio che ero, ero un po’ bloccato nel rapporto con le cose, quindi con lo studio, col lavoro. Ma quello che volevo mi era chiarissimo. Tutti parlavamo di confusione ma io quell’idea l’avevo molto chiara, non avevo trovato ancora quella fiamma che mi accendeva. Quindi, nel tema di cui parliamo ritrovo molti aspetti della mia storia personale e anche di quella di Icarus, se è vero che la sfida educativa consiste prima di tutto nel ridestare la persona, con un interesse per la realtà, per la voglia di conoscere. In questi giorni, venendo qua, mi chiedevo: “Ma qual è la cosa più vera che posso dire di Icarus?”, oltre ovviamente alle attività e ai risultati, di cui alcuni, credo, veramente straordinari. Ve lo dico non con le mie parole ma con una preghiera della liturgia, che è brevissima. Quando l’ho sentita sono saltato sulla sedia perché ho trovato come una corrispondenza immediata: “Oh Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore perché amandoti dentro e sopra ogni cosa, godiamo dei beni da Te promessi che superano ogni nostro desiderio”. Questo “dentro e sopra ogni cosa” mi affascina moltissimo perché è la questione. È diventata un po’ la preghiera di tutti i giorni. Perché è vero che bisogna lavorare ma bisogna sapere perché si lavora e le due cose vanno insieme, non è che sono staccate. Per cui, quando ogni pezzo della vita diventa l’incontro con Uno si scatena un’energia inaspettata. E tu a quel pezzo lì, che sia la pastasciutta o le fotocopie, ti ci attacchi tutto, ti ci impegni tutto. Voi direte “cosa c’entra?”. Caspita, se c’entra con i giovani e le loro prospettive, perché io penso, se posso, che anzitutto il problema dei giovani di oggi sia di ragione, non di circostanze. È vero che c’è la crisi, che si fa fatica, tutto quello che volete. Ma non è solo quello, il problema non è solo quello. Ci sono tanti giovani che non trovano lavoro ma, diciamoci la verità, ci sono anche tanti giovani che non hanno una ragione per cercarlo. Io credo che il problema dei giovani, anche in merito alle prospettive occupazionali, innanzitutto sia una mancanza di consistenza del soggetto, una mancanza di interesse vero e perciò di impegno: e che questo rimandi, così la tagliamo subito, a noi adulti. Bisogna che ci siano adulti, qualcuno direbbe “certi di alcune grandi cose”, in grado di sfidare questi ragazzi a scoprire la propria umanità. Nel nostro caso, mettendo le mani in pasta se sono cuochi, nei motori se sono meccanici, nei capelli se sono acconciatori, in un computer se sono informatici, e così via. Guardate che vi racconto queste cose personali che, grazie a Dio, non sono mie, ma ho avuto la grazia di essere circondato di gente che rischia la stessa mossa, penso in particolare ai miei collaboratori più stretti con i quali porto la responsabilità di questa associazione. Senza questa mossa, la nostra fondazione non sarebbe quello che è. Non dico che non ci sarebbe ma non sarebbe quello che è. Papa Francesco, penso che lo abbiamo sentito tutti, diceva che “le scuole sono uno strumento prezioso per dare l’apporto al cammino della Chiesa e della società intera”. In campo educativo, poi, non si limita alla scuola convenzionale: “Incoraggiatevi a cercare nuove forme di educazione non convenzionali, secondo la necessità dei luoghi, dei tempi e delle persone”. Io credo che, questa sfida, noi di Icarus, in maniera forse anche un po’ folle, l’abbiamo raccolta da tempo. Siamo un cantiere sempre aperto: può succedere un po’ di confusione, di fare qualche errore, non è che le becchiamo tutte, però sempre al lavoro, sempre al lavoro nel lavoro. Per non rubare tempo anche agli altri relatori, vi farò una breve descrizione della fondazione e poi vi darò dei flash di come lavoriamo. Oggi la fondazione è presente in cinque sedi in regione Lombardia, ha più di 200 dipendenti, svolge attività di formazione professionale per i ragazzi dopo la terza media, post-diploma – cioè coloro che hanno raggiunto un diploma quinquennale – per lavoratori occupati, lavoratori inoccupati e per persone svantaggiate. Si occupa di inserimento al lavoro e ha particolare attenzione al contrasto alla dispersione scolastica. In questi 10 anni abbiamo dato una qualifica, un diploma o un diploma superiore a più di 3000 ragazzi che trovano lavoro per una percentuale del 65% entro 6 mesi dalla fine dei corsi. Percentuale che sale al 86% entro un anno. Abbiamo accolto più di 600 ragazzi in dispersione scolastica con dei progetti specifici, mirati, non si sapeva dove erano finiti. Ne abbiamo formati più di 20.000, abbiamo accompagnato più di 3.000 adulti disoccupati o in cassa integrazione, anche qui con interventi di formazione mirati ed abbiamo avviato al lavoro con contratti stabili e regolari 2.000 adulti di cui circa 600 disabili. Alcuni flash, come dicevo prima. La nascita. Da dove nasce? Da due fatti anche molto semplici. L’incontro con una suora che oggi non c’è più, suor Emanuela. Una donna, vi assicuro, di un’intelligenza fantastica e di una fede altrettanto fantastica, che aveva iniziato questo piccolo centro di formazione ma si era resa conto che poche suore anziane non riuscivano più a reggere, non solo la parte gestionale del centro ma anche un aspetto ideale, non essendo più presenti le religiose. E mi chiede: “Daniele, prendilo in mano tu, pensaci tu, provaci tu”. L’altro fatto decisivo senza cui la nostra fondazione non ci sarebbe, è che nei primi tempi l’associazione era davvero un disastro. La formazione non sempre è formazione d’eccellenza: dal punto di vista economico, sempre in rosso, dal punto di vista del personale più di quello che serviva, i corsi si facevano come si erano sempre fatti e quant’altro. Sulla carta tutto diceva: lascia perdere, non ne vale la pena. Mi ricordo che questo amico, quando gli chiesi un parere, mi disse: chiedi anche un consiglio a qualche amico ma, per sbagliare in due, puoi sbagliare anche da solo. E aggiungeva: la portata della domanda che stai ponendo mi sembra di più. Infine, mi disse questa frase: “La novità nella vita non si introduce dal cambiamento ma dall’accadimento”, se lì dove sei si introduce un fattore che cambia. Poi uno poteva aprire, chiudere, continuare: e io, con questa mossa, con questa provocazione di cui all’inizio ho capito veramente poco, sono rimasto lì a lavorare e da lì è partita l’avventura Icarus. Tant’è che il motto della fondazione Icarus è “un’avventura per sempre”. Il metodo: altro flash che credo decisivo. Il nostro metodo di insegnamento parte dal rapporto con le cose, fa leva sull’osservazione della realtà e sull’azione. “Si impara facendo”, si dice spesso. È un approccio conoscitivo che per molti ragazzi risulta più confacente rispetto ad un approccio più formale e teorico, convenzionale, per usare l’espressione del Papa. Mi raccontava il rettore di una scuola che, andando a visitare un nostro corso per cuochi, rimase colpitissimo soprattutto dall’incontrare lì due ragazzi che avevano fallito da lui il percorso liceale in prima: li aveva visti contenti, realizzati, orgogliosi di quello che stavano facendo e capaci di attenzione alle cose, al contesto in cui operavano, ai gesti che erano chiamati a fare, agli insegnamenti, ai suggerimenti che ricevevano dai due maestri cuochi. Vedete, si tratta evidentemente di ragazzi la cui intelligenza è più orientata verso un’applicazione, un’azione, un fare. Io vi assicuro, anzi vi invito a venire a trovarci, vedere appassionarsi i nostri ragazzi già dopo le prime ore di laboratorio, tesi a capire quanto stanno facendo e quindi impegnati anche a livello di conoscenza delle cose, mi colpisce sempre tantissimo. E smentisce clamorosamente il pregiudizio economico per cui la formazione professionale rappresenta proposte di basso profilo culturale, destinate all’area del disagio. La scuola professionale è per tutti, per ragazzi che hanno difficoltà e per altri che non ce l’hanno e che semplicemente scelgono questi percorsi perché li considerano più adatti a sé. Sarebbe simpatico, per brevità ve la racconto io, la mamma di questo ragazzino che dice: “Non può andare a scuola ma vedo che osserva tantissimo la realtà. Bene, per questo ragazzino i libri saranno le cose, la sua scuola sarà la realtà e Dio farà il resto”. Questo ragazzino si chiamava Antonio Gaudì. Antonio Gaudì è uno che, per problemi di salute, all’età di ragazzino non andava a scuola, non osservava libri ma osservava totalmente la realtà. Con il tempo, ha poi ripreso anche gli studi ma dice di un metodo che è particolare. Non meno o più importante. Il sistema. Qui vado velocissimo perché credo che Valentina abbia po’ modo di illustrarlo. Comunque, l’idea nostra è di formare dei tecnici specializzati, quelli che negli anni ’50/’60 erano i periti, penso a Bergamo dove hanno fatto la storia delle aziende più importanti di oggi. Si sviluppa su tre anni, un ragazzino prende un attestato di qualifica. C’è un quarto anno di specializzazione e diventa un tecnico. Poi c’è un quinto anno sperimentale, qui si sta capendo se andare sul modello tedesco e quindi subito sull’ITS o meno, e poi due anni di formazione post-diploma. Una sorta di università dei mestieri, chiamiamola così. Io faccio due sottolineature molto importanti: mentre i primi anni i ragazzi arrivavano con fatica al biennio e molti arrivavano da bocciature, noi oramai abbiamo il 95% dei ragazzi che arriva dalla terza media. È una prima scelta: la famiglia dice “Io voglio fare quella scuola lì”. E soprattutto sono tantissimi, quasi tutti a parte qualcuno che magari si ferma, che arrivano al terzo anno, fanno il quarto. Quest’anno sono stati 80 i ragazzi portati alla maturità. Io dico che se avessero fatto una scuola, non più o meno bella ma convenzionale, forse non sarebbero mai arrivati ad un diploma. E adesso cominciano a chiedere di poter partecipare a questi corsi post diploma. I corsi, come nascono. Anche qui veramente un flash. Una delle prime cose di cui ci siamo resi conto è che se veramente vogliamo dare un’opportunità a questi ragazzi bisogna intercettare i bisogni dell’aziende. Detto così sembra semplice, un po’ scontato, lo dicono tutti, farlo è un po’ meno scontato. Io dicevo ai miei direttori: “Ma qual è la vostra prima responsabilità?”. “Educazione, famiglia, ragazzi, docenti, calendario…”. “No! La vostra prima responsabilità è sapere che aziende avete intorno”. Se lo scopo del nostro sforzo formativo è dare un’opportunità a questi ragazzi e non sapete cosa c’è fuori dal cancello della scuola, ma di cosa stiamo parlando? E quindi tutta un’azione, facendo anche degli errori, per intercettare il bisogno formativo che non può nascere all’interno del centro di formazione professionale. Mi spiace, sennò siamo autoreferenziali, perché il mondo delle imprese cambia. Sei lì che formi gente magari sul tessile, quando il tessile… La nostra sede di Calcio storicamente faceva corsi per tessile, peccato che il tessile non c’è più ed oggi la zona sta diventando uno dei principali poli della logistica. Allora, forse, bisogna immaginare dei corsi che diano un’opportunità per il futuro. E quindi, siamo partiti con i corsi per la logistica. C’’è qui l’amico Pierino Persico con il quale, in particolare sui corsi post-diploma, abbiamo fatto partire i corsi in funzione delle sue esigenze. E poi, lui è stato bravissimo, tra l’altro perché ha convolto altri imprenditori: e perciò ci ha spiegato di avere un’esigenza specifica legata all’informatica industriale. E noi lì ci siamo messi a capire, perché non è che siamo esperti in cucina, acconciature, informatica, ecc. Perché è impossibile, saremmo soltanto dei presuntuosi. Abbiamo costruito corsi ad hoc e alcuni dei corsisti sono stati assunti anche in aziende diverse. Oppure un giorno vado a trovarlo e mi parlava del carbonio. Il carbonio? Cosa è? Pare sia una nuova tecnicalità che da qui ai prossimi anni aprirà un sacco di opportunità per i giovani. Allora ci mettiamo lì e stiamo immaginando un nuovo percorso sul carbonio. Accorcio perché Vittadini giustamente mi dice di accorciare. Un flash velocissimo sulle famose tre I: Inglese, Informatica, Impresa. L’inglese, lo abbiamo sentito anche dal Ministro: i nostri ragazzi non possono non parlare l’inglese. E allora bisogna prenderlo sul serio. Sappiamo tutti benissimo che l’inglese non si impara con le due ore di formazione d’inglese che si fanno a scuola ma bisogna andare all’estero. Abbiamo quindi incominciato a mandare i nostri ragazzi all’estero, chi una settimana, chi un mese, chi due mesi. E a settembre inizieremo a fare il primo nostro quarto anno interamente all’estero. Abbiamo 25 anni di formazione professionale che inizieranno un quarto anno interamente svolto a Dublino: mi auguro che torneranno sapendo parlare l’inglese forse meglio di me. E tante altre cose, ma mi fermo. Informatica: come si fa a immaginare un ragazzo che esce tra quattro anni e non padroneggia il computer? Alcuni anni fa decidemmo, non senza un certo dibattito interno, di dotare tutti i 1500 studenti e i 200 docenti di un iPad. Tra l’altro, allora costava anche parecchio. E diciamolo, che per me è importante, costo totalmente sostenuto allora dalle famiglie che ci seguirono subito su questa cosa. Vi assicuro che è una roba fantastica. È un casino, eh. Poi chi parte per primo paga lo scotto. Ma anche qui è semplice da un certo punto di vista: se non si comincia non si arriverà mai. L’impresa. Battuta velocissima. I nostri laboratori non sono più a scuola. Mi sono reso conto che, per quanto possiamo essere bravi, cercare risorse, trovare aziende che ti danno strumentazione, non riusciremo ad avere mai quello che io chiamo il profumo di quando si entra in una azienda. Non riusciremo mai. Rischi di avere le macchine che l’azienda ti ha regalato, che non usa più lei da 3 anni, i ragazzi escono tra 8, abbiamo un gap tecnologico di 11 anni. Ditemi voi se si può lavorare così. E allora chiedi all’azienda: non possono venire da te? All’inizio c’era anche un po’ di problema burocratico. Ma ora ad esempio il corso di falegnameria, tutto il laboratorio è in un’azienda, una bellissima azienda. Un amico imprenditore che ci ospita e bisogna immaginare questi ragazzi che vanno a fare le ore di falegnameria ma in azienda, dove incontrano anche i più grandi e li vedono lavorare. Una battuta sul personale, sui docenti che sono il cuore di questa vicenda. Da una parte i professionisti. Noi non abbiamo all’interno un docente delle materie professionali che sia un dipendente. Perché non funziona. Tu non puoi portare via uno dal mondo del lavoro e questo inizia a insegnare. Dopo un anno, due anni, cinque anni, bravo quanto volete ma non può che replicare quello che conosceva tre anni prima. Quindi i nostri docenti sono tutti insegnanti del mestiere, che hanno un’attività, anzi che sottraggono tempo al mestiere per venire ad insegnare a scuola. Gli altri sono quelli delle materie trasversali e anche loro devono reinventarsi un metodo. Ecco, io faccio solo questo esempio semplice ma che mi ha colpito tantissimo: un insegnante di Calcio, che di fatto si inventa una scuola aperta, perché il tema era la guerra del ’15-’18. I ragazzi arrivano a scuola e si trovano lì un coro alpino che per tutta la mattina fa loro cantare i canti alpini. E poi, a seguire, tutta la lezione del docente. Voi immaginatevi cosa ha potuto essere questa roba qua. Chiudo ringraziandovi di tutta la pazienza.

GIORGIO VITTADINI:
Allora abbiamo visto che una strada c’è, praticabile e nuova dal punto di vista dell’istruzione. Vediamo dal punto di vista dell’impresa.

PIERINO PERSICO:
Io vorrei incominciare a raccontare la mia storia, per dare speranza ai giovani, perché io sono uno dei fortunati nati dopo la guerra: non c’era niente, era bello scoprire e imparare, ma non c’era niente. Il bello era questo poter imparare, aver voglia di imparare e scoprire: tutt’oggi sto ancora imparando e scoprendo, perché non ho mai finito di scoprire, perché quando ho imparato bene il lavoro, sono stato fregato dal computer. Realizzavo i modelli per tutti i settori tecnologici: dall’automobile, dal motore alla carrozzeria, alla barca, al treno. Si partiva dal progetto del disegno del progettista, bisognava realizzare il modello che diventava poi lo stampo per la produzione in serie. Quindi, imparare quel mestiere era bello. Tutt’oggi faccio lavorare circa 500 persone dalla Cina agli Stati Uniti, a Bergamo, alla Germania e alla Spagna. E non lavoriamo di serie. Il bello di poter lavorare e trasmettere con le mani, con l’anima e con il cervello, perché anche l’anima serve, se non c’è l’anima che trasmette la passione, è come un’opera d’arte, realizzare un modello. Ma io credo che se anche facevo il muratore per me costruire una casa doveva uscire bella, dovevo crederci in quella casa, crederci. E quindi anche chi lavorava in parte a me, o aveva questa filosofia oppure, come diceva il mio padrone quando ho imparato agli apprendisti al sabato, “questo non è il tuo mestiere, lunedì’ non vieni più”. Era brutto e triste, come la bocciatura alle elementari, quando andavo a scuola io era normale la bocciatura alle elementari, però serve, anche. È inutile che tu tieni la sedia calda a scuola o al posto di lavoro. Se oggi non si può più licenziare, o uno ci crede, o uno ci sta o ci fa, come si dice. Quindi, la fortuna di imparare, lavorare di giorno, studiare di sera. Ma non ero un eroe, era normale per tutti. Oggi purtroppo è cambiato. Io addirittura non sono molto d’accordo con il professor Rosina, per le esperienze avute su giovani. Con questo qua, mi auguro di avere sempre più giovani, ma proprio per una carenza di etica di approccio sul lavoro, gli manca l’etica del lavoro, gli manca lo spirito. Ma queste qua non sono lezioni da imparare su un libro, forse i professori dovrebbero anche trasmetterle con l’anima anche loro: la passione, la voglia, il bello, il bello del fare, il bello dello scoprire. Ma su tutte le materie. Racconto un’esperienza: stiamo portando avanti da sempre collaborazioni con università, con scuole superiori, ecc. Una scuola superiore vicino a noi ha scelto di fare “perito delle materie plastiche”. Quando sono arrivati alla quinta, hanno fatto “laboratorio delle materie plastiche” come il falegname del nostro Ikaros, in aziende dell’area. Che anche lì hanno dovuto superare dei problemi perché spostare dei ragazzi a 10 km, poi alla sera vanno a 40 km a giocare a basket o pallavolo, ma per la scuola non si possono spostare. Superati questi problemi, arrivati al diploma, chiedo al Preside se avvertiva i ragazzi che non continuavano gli studi di quella classe, se non erano interessati a lavorare da noi. Si sono presentati in cinque, credo che gli altri andassero verso l’università, e gli abbiamo detto in quattro parole: ascolta, prima incominci in officina, le frese, l’attrezzeria, poi, se ti mostrerai capace e con voglia, andrai in ufficio tecnico, poi le strade. Da noi, oltre l’80% lavora sulla modelleria, il 95% per l’estero, poi devi andare a fare la messa a punto, c’è una modifica da fare e non è che si sposta un modello o stampo con la nave e tra tre mesi siamo lì ancora ad aspettare. Entra poi in un mondo di produzione per cui le ore sono importanti. Quindi bisogna andare in trasferta. Su cinque ragazzi, quattro hanno rinunciato perché dovevano andare in trasferta. La possibilità di conoscere mentalità, culture, lavorare fianco a fianco nell’officina dell’americano, se non del cinese, se non del tedesco o del polacco, perché con l’auto lavoriamo moltissimo che è il nostro business più importante, non interessava. È venuto Vittadini che ha parlato di Luna Rossa. Luna Rossa fa esempio, ma noi facciamo gli impianti completi, tipo per la Mercedes classe A: abbiamo fatto un impianto in automatico che ogni minuto esce un pannello a porta. Ma non è stampato in plastica, con tutto un processo di rivestimento della pelle, ribordata, incollata, tutto in automatico, tutto perfetto, che la cucitura non deve essere lucida. Cioè, cose bellissime. Abbiamo tutti i Paesi dell’Europa ma la possibilità di conoscere, essere a contatto, vivere insieme e vedere le filosofie è importante. Invece, questi qua rinunciano perché devono andare in trasferta, perché hanno la morosa, hanno la pallavolo, hanno la palestra. Bisogna anche dirlo ai professori e ai ragazzi che chi non studia, chi non è bravo, chi non sarà preparato farà la vita da misero. Ma bisogna dirglielo, non indirizzarli su percorsi fallimentari, che poveri ragazzi studiano e poi alla fine non c’è uno sbocco. Il professore del liceo frequentemente dice: “Tu devi continuare gli studi su quello che la tua anima…”. Facciamo tutti poesia ma poi alla fine bisogna mangiare se vuoi tirar su una famiglia. Ho letto sul Corriere, alcuni mesi fa, di una scala dei valori dei giovani: primo, il tempo libero. Io mi godo, io mi faccio, io mi diverto. Secondo, la famiglia e le amicizie. Terzo, il lavoro. Ma non si può capire che il lavoro è il tuo futuro, la tua preparazione è l’espressione della tua persona, la ricchezza della tua famiglia. No, il lavoro è la terza cosa, e questo è grave. E poi paghiamo le conseguenze. Le assunzioni: io assumevo, sono partito in un sottoscala nel ’76, aiutato da mia moglie che andava in banca e in posta, ma anche oggi non vado in banca perché quando ti serve non c’è, quindi è inutile, bere il caffè con il direttore non serve a nulla. Stavo perdendo il filo sull’assunzione. Assumevo apprendisti, a chi non andava bene gli insegnavo che la strada era un’altra. Poi, più avanti assumevo gli apprendisti perché sono già alla terza generazione di dipendenti, i figli dei miei dipendenti che studiavano durante le vacanze prendevano la paghetta da me, assunti regolarmente e facevano un’esperienza. Conoscere l’azienda del padre. Oggi, già da 5, 10 anni, a malincuore ho dovuto dire di no ai dipendenti, che non assumevo durante la vacanza il figlio. È duro dire di no, perché era anche un premio al padre, ma ci sono tanti di quei problemi. Bisogna trovagli il tutor, bisogna fare che non si faccia male: veramente penso che quando ha finito tutto, impiega due mesi e deve riprendere la scuola. Intanto che facciamo tutte le regole, perde il treno. Io non assumo più apprendisti. Tanto più che l’azienda, per nostra fortuna e dei miei collaboratori, sta sempre crescendo per competere in questo mondo, quindi continuiamo ad alzare l’asticella. Assumo dei talenti e purtroppo mi devo ritirare dietro quelli che non crescono per incapacità o per non volontà, perché il posto tanto non glielo toglie nessuno. Quindi, l’apprendista non lo inserisco e inserisco persone che mi portano del know-how ma assumo persone da tutto il mondo. Abbiamo un reparto che sono più gli stranieri, la lingua ufficiale è l’inglese. Sebbene io parli solo bergamasco, ma ci capiamo. Quindi, porto dentro i talenti del know-how da tutto il mondo. Dagli Stati Uniti – abbiamo parlato anche con il console di Houston – non ce l’abbiamo fatta a fare venire un dipendente perché il contratto che facevamo non era possibile. Non c’è stato niente fare. È dura anche importare i talenti. Dalla Nuova Zelanda abbiamo avuto l’ispettorato del lavoro che ci ha chiesto molti dettagli: il perché e il percome abbiamo assunto questi. Ma se non li abbiamo qua? Adesso con Ikaros vogliamo portare avanti la formazione per noi italiani sul carbonio, per potere poi assorbire. Perché se uno arriva che non conosce non solo la lingua ma nemmeno l’abc, è inutile, e quindi tra dieci anni questo è pronto e io il treno l’ho perso un’altra volta. Quindi, voglio dare la speranza perché io non sono stato fortunato ma c’era la voglia e credo che se uno ha la voglia… Ieri sentivo al Meeting, al Caffè letterario, della possibilità di aprire start-up sulle nuove tecnologie. Penso che i ragazzi sono tutti su Facebook per farsi vedere i muscoli, per far vedere le curve alle ragazze, e non vanno su Linkedin dove poi io vado a cercare i dipendenti e vedo il curriculum, l’esperienza che ha fatto. Poi mi metto in contatto senza nemmeno farli muovere e abbiamo più possibilità. Quindi, i ragazzi devono uscire un attimo anche loro. C’è un termine bergamasco che non si può dire ma le loro mamme li hanno coccolati troppo, le mamme, la scuola, la società. La famiglia “ti dorme, che ieri hai fatto tardi le dieci, poverino! Poverino, ti alzi!”. Vorrei chiudere solamente: non è vero che non ci sono gli spazi. Finisco con Rosina: i ragazzi arrivano “ah, ma io faccio di tutto”. Adesso capisco, se la mettiamo sull’umiltà ma se la mettiamo sulla professionalità: “tu, cosa è che vuoi fare nella vita?”. Vuoi fare il meccanico, il tornitore, il fresatore, il falegname, l’elettricista? “mah, a me va bene tutto”. Ma se non hai a vent’anni già una scelta, ma hai già perso il treno anche te. Voglio dire che gli spazi ci sono però bisogna rimboccarci le maniche tutti. Quindi, prima di dare la colpa al governo, al di là dei colori del governo, anche noi, famiglie comprese e i docenti ne hanno una grossa responsabilità dalle medie. Noi apriamo alle medie a portare i ragazzi nelle aziende, è un’iniziativa di Confindustria Bergamo. Credo che sia importante fargli conoscere le aziende, perché la prima cosa che entrano i ragazzi “ah, c’è un odore inquinante. Qua inquina, qua sicuramente è pericoloso, ho visto quello che non aveva i guanti…”. Facciamo uscire il ragazzo dal tabù che la fabbrica è qualcosa del dantesco inferno. Non è vero, non è vero. È bello, fare.

GIORGIO VITTADINI:
Penso che il dott. Persico ci ha fatto capire cosa vuol dire educare.

PIERINO PERSICO:
Non sono nemmeno infermiere…

GIORGIO VITTADINI:
…dottore “honoris causa”, per meriti industriali. Ci ha fatto capire il valore di educare, formare, perché per rispondere all’aspettativa bisogna impegnarsi, non c’è la bacchetta magica. Ma da questo punto di vista – mi sembra che così si uniscano i dati di aspettative dei giovani e il lavoro – nessuno è insostituibile ma la politica può aiutare un processo del genere o ostacolarlo. Valentina Aprea.

VALENTINA APREA:
Buongiorno a tutti, ringrazio il professor Vittadini e amico Giorgio per questo invito al Meeting che mi è molto caro e per questa vetrina che dà ancora una volta a Regione Lombardia l’ultima avventura che ho scelto di percorrere. Verso le periferie del mondo e dell’esistenze. Il destino non ha lasciato solo l’uomo, il tema del Meeting 2014. Allora, Giorgio, vorrei dire che non possiamo a questo punto lasciare soli i giovani. Le istituzioni devono farsi carico del destino delle giovani generazioni che rischiano di diventare, e cito te, “l’ultima periferia”. Lui si riferiva in modo particolare ai neolaureati, ma io ti cito per estendere questo concetto, perché mi pare che li abbiamo veramente emarginati, se non fisicamente sicuramente nelle nostre politiche, anzi, più ne parliamo e più non siamo in grado di aiutarli. E i giovani oggi rischiano di esser schiacciati, emarginati dai sistemi e dalle politiche che governano la vita pubblica del nostro Paese e dell’Italia. Sistema e politiche che continua a tutelare chi è già tutelato, in più il cambiamento, in generale, a favore dei giovani, è ostacolato dall’autoreferenzialità che non abbiamo sconfitto, dei sistemi pubblici a partire dai Ministeri che non sono in grado neanche di parlarsi tra di loro e noi lo abbiamo visto anche con Garanzia Giovani. Le Regioni hanno chiesto ad un certo punto al Ministero del Lavoro di parlare, di dialogare con il Ministero dell’Istruzione, senza successo perché il Ministero del Lavoro comunque ha gestito in maniera olistica tutta questa partita. Ministeri e sistemi che fin dal processo legislativo, a volte anche pieni di buoni principi, alla fine rivelano buone intenzioni a burocrazie rigide e impenetrabili che ritardano, bloccano l’evoluzione dei modelli nazionali del servizio pubblico, specie quando si tende a spostare l’asse dalla centralità dello Stato alla centralità della persona e dal monopolio statale, per esempio la pari dignità tra pubblico e privato, ed in generale a forme sussidiarie di intervento pubblico. Da quando sono entrata in politica, io mi scontro con queste realtà: gli amici del Meeting, il popolo del Meeting sa quante volte abbiamo tentato di modificare processi, percorsi, soprattutto nell’ambito dell’istruzione, oggi nell’ambito del lavoro, ma è veramente molto difficile. Per fortuna, approdata in Lombardia, in controtendenza con le caratteristiche dei servizi pubblici nazionali ho potuto riscontrare una realtà diversa. La Regione Lombardia, anche grazie ad una dirigenza pubblica illuminata, e prima ancora ovviamente grazie a vertici politici illuminati e coraggiosi che voi conoscete molto bene, può vantare una tradizione istituzionale che, al contrario, ha saputo valorizzare la centralità della persona, la libertà di scelta, la leale concorrenza tra agenzie pubbliche e private per erogazione di servizi pubblici nella scuola, nella sanità, nel lavoro. E ha puntato, anche in questa legislatura, molto prima che nascesse Garanzia Giovani, a collegare il diritto allo studio con il diritto al lavoro. Infatti, il nostro slogan di legislatura è diventato: “Studiare in azienda, trovare lavoro a scuola”. Non ci siamo sbagliati quando abbiamo scelto di perseguire questo obiettivo e così abbiamo iniziato, abbiamo dato vita a tutta una serie di politiche che sono servite intanto a far diventare, come abbiamo sentito dall’amico Nembrini, l’istruzione e la formazione professionale una prima scelta. Oggi nelle iniziative lombarde abbiamo 50.000 studenti, 56 poli professioni, 56 reti con 200 istituti scolastici, 5 università, 400 imprese e 15 associazioni di categoria, a significare che non è solo la scuola e la scuola statale che può formare e creare dei cittadini, dirigenti e lavoratori di domani ma tutta una serie di soggetti pubblici e privati che si riconoscono nel sistema pubblico e possono avvicinare i giovani, anzitutto formare, e poi avvicinarli al mondo del lavoro. Abbiamo creato 18 fondazioni con 29 corsi all’anno di ITS, 70 corsi di IFTS e soprattutto abbiamo cominciato ad attivare uffici di placement nelle scuole superiori con “FIxO”, che è un progetto del Ministero del Lavoro, Regione Lombardia e Ministero dell’Istruzione. Con l’Ufficio Scolastico Regionale abbiamo dato vita agli sportelli di placement in 128 scuole lombarde organizzate in 58 reti che hanno favorito 250 tirocini proprio quando i ragazzi sono molto giovani (18, 19 anni) perché a quell’età, serve il tirocinio, e non a 26 o 29 anni, quando devono invece immaginare non il futuro ma di più, sono già formati. E poi abbiamo investito sulla “generazione web”, sulla politica didattica digitale, con un impegno complessivo di 236 milioni di euro. Rispetto alle politiche del lavoro, abbiamo messo a punto, valorizzandolo, il sistema totale che abbiamo ereditato, abbiamo creato la “Dote Unica Lavoro” e quindi l’evoluzione della politica attiva esistente in Regione Lombardia, alzando l’asticella, con qualche criterio selettivo ulteriore per utilizzare i finanziamenti pubblici. Vale a dire: se fino agli anni scorsi poteva valere una buona formazione per far rientrare il lavoratore nel mercato del lavoro oppure insegnare ad un giovane ad entrare nel mercato del lavoro, oggi sappiamo che anche il finanziamento pubblico deve accompagnare il giovane cittadino fino all’esito occupazionale. Insomma, non basta più formare o riqualificare ma bisogna aiutare i cittadini a trovare lavoro, e se sono giovani ancora di più. E con nostro stupore, ma ce l’aspettavamo, sinceramente, abbiamo visto che la DUL (Dote Unica Lavoro), attivata il 23 ottobre 2013, ci ha restituito un utilizzo di questo servizio di politica attiva da parte dei giovani, oltre che dei lavoratori che avevamo messo in conto avrebbero usato questo tipo di politica. E quindi, abbiamo potuto verificare che c’è stato un 40% di giovani tra i 15 e 29 anni che si è rivolta ai nostri servizi per il lavoro, agenzie pubbliche e accreditate, per fare questo tipo di esperienza. Abbiamo introdotto le fasce di aiuto definite su 4 variabili: la distanza dal mercato del lavoro, il titolo di studio, l’età e il genere. A questo punto, abbiamo potuto già verificare i risultati di “Dote Unica Lavoro”, che ha anticipato “Garanzia Giovani” con successo. Da ottobre a luglio, in Lombardia sono state avviati al lavoro 9.827 giovani tra i 15 e i 29 anni; il dato è interessante anche per la distribuzione di tipologia contrattuale. Grazie all’intermediazione della DUL, noi abbiamo portato l’apprendistato di un 46% di giovani, e di questi 4.844 si sono rivolti a noi, un 42% con contratto a tempo determinato e un 11% a tempo indeterminato. Questo sta a significare ancora una volta che non può valere un’unica tipologia di contratto ma che l’azienda, come diceva molto bene Persico, deve ad un certo punto essere anche libera di scegliere a sua volta non solo la persona più valida ma anche l’utilizzo che ne vuol fare. Mettendo vincoli, anche nell’apprendistato noi abbiamo mortificato le opportunità per gli studenti, per i giovani, soprattutto i più giovani, per chi comincia un nuovo cammino, e anche disilluso o distratto gli imprenditori che non hanno più voglia di investire perché perdono tempo ed energie con scarso risultato. Nel frattempo, si lavorava a Roma per definire i criteri di “Garanzia Giovani”. Beh, la Lombardia ha avuto grande successo perché siamo riusciti a trasferire nel progetto nazionale quelli che erano i criteri che cominciavano a dare dei risultati positivi in Lombardia: e così il piano nazionale ha adottato i principi di “Dote Unica Lavoro”, passaggio per nulla scontato. Quindi, servizi personalizzati, possibilità di accesso per l’erogazione di servizi ad agenzie private oltre che pubbliche, costi standard, orientamento al risultato e fasce di aiuto. Come vedete, tutti criteri e principi che erano nella politica attiva di Regione Lombardia e che non appartenevano né alla tradizione del Ministero del Lavoro né alle altre Regioni. In questo senso, abbiamo fatto scuola perché portavamo i fatti, anche rispetto alle politiche attive del lavoro. Insomma, a questo punto poi si trattava di definire il modello di Regione Lombardia di “Garanzia Giovani”. C’erano tutte le premesse, per noi è stato naturale estendere le politiche dell’Assessorato Istruzione, Formazione e lavoro a “Garanzia Giovani”, con ciò intendendo anche la volontà di ricomprendere e non di lasciar fuori tutto il mondo della formazione, tutto il mondo dell’istruzione. Insomma, i giovani dove sono? I giovani veri, quali sono? Sono quelli che studiano, sono quelli che si formano nell’università, sono quelli che hanno avuto insuccesso scolastico e che noi dobbiamo recuperare, non dobbiamo andare a cercare chissà dove, sono lì, nelle scuole e nelle università, ed è lì che devono avere la prima opportunità di lavoro. Così abbiamo esteso il progetto “Garanzia Giovani” anche alle scuole e agli enti di formazione, gli ITS, all’università, oltre che agli accreditati al lavoro e alle aziende, con una possibilità di canale disintermediato, cioè le aziende, che possono caricare sul nostro sito le loro offerte di lavoro e incrociarsi direttamente con le richieste dei giovani e il tipo di curriculum che i giovani hanno. Non è stato né facile né scontato, perché voi avete sentito la campagna nazionale che ha parlato di questo progetto esclusivamente riferendosi ai NEET. Certo, quelli sono un’emergenza, sono 2 milioni di giovani che registriamo fuori da qualsiasi sistema dell’istruzione o del lavoro, ma il problema è nello “stock”, il problema è far rientrare nella “Garanzia Giovani” anche “giovani del flusso” e responsabilizzare le scuole e le università, gli enti di formazione professionale, gli ITS, gli IFTS. Abbiamo sentito dal rapporto che ci ha presentato il professor Rosina che è facile perché, se entro 4 mesi dalla conclusione degli studi, come peraltro recita la raccomandazione europea, i giovani non fanno un’esperienza di lavoro, poi la sfiducia cresce e diventano facilmente stock, diventano nel peggiore dei casi anche NEET. A che punto siamo? I numeri di “Garanzia Giovani” sono questi, un ultimo monitoraggio nazionale del 21 agosto riporta una visione “Garanzia Giovani” di 162.525 giovani a livello nazionale. Abbiamo detto che certamente sono 2 milioni quelli che invece avrebbero bisogno di essere ripresi e riportati nel mondo del lavoro. Per la Lombardia, le adesioni sono salite a 14.765 e la Lombardia ad oggi si rivela la regione più attrattiva, con ben 7.072 aderenti da fuori regione. Insomma, nell’immaginario collettivo dei giovani e delle famiglie la Lombardia resta la regione più attrattiva, quella che si rivela maggiormente in grado di dare una risposta di tipo lavorativo. Abbiamo fatto già una presa in carico, da ottobre ad oggi, di 14.903 giovani, mentre in altre regioni la presa in carico si fa solo per un primo colloquio per le procedure burocratico: e per altro – questo va denunciato, professor Vittadini – con un sistema automatico che ti porta al centro pubblico per l’impiego, mentre da noi i nostri giovani che si registrano scelgono l’operatore che può essere sicuramente il servizio pubblico, ci mancherebbe, ma anche un servizio accreditato. Lì c’è una presa in carico automatica e fanno quindi il colloquio per procedure burocratiche. In Lombardia significa avvio di servizi di orientamento, incontro domanda e offerta e avvio di tirocini di lavoro, ecc. Insomma, siamo molto indietro e mi ritrovo molto con quello che ha detto Rosina: mi ha stupito favorevolmente il dato dei giovani che inviano i curriculum via web, è un segnale positivo. Però, attenzione che subito dopo quella modalità della ricerca del lavoro – cioè, inserisco il mio curriculum nei vari siti web -, c’è sempre la raccomandazione: noi non abbiamo ancora favorito una cultura di natura diversa. Allora, vedete che ci sono sicuramente dei principi che possiamo sostenere se andiamo aventi velocemente, dei principi che vanno sicuramente sostenuti su “Garanzia Giovani”. Ecco, corriamo sempre il rischio che io ho richiamato all’inizio: astrazione. Facciamo degli accordi favolosi, scriviamo dei decreti magnifici e quando c’è l’operatività le burocrazie ti riportano indietro di secoli. Quindi, mantenere alta l’attenzione su accreditamento, autorizzazione credenziali, attivazione per uffici di placement e comunicazione. I rischi e le opportunità: certamente abbiamo bisogno di sviluppare le politiche del lavoro, occhio però che, con il decreto Poletti, avremo il rischio di ri-centralizzazione e di ritorno ai centro dell’impiego, in un modo che andrebbe a mortificare le esperienze che sono molto più avanti e molto più europee – a questo punto lo devo dire – come quella di Regione Lombardia. Accordo scuola-lavoro: Giorgio, quando ho iniziato a conoscere la realtà ecumenica di don Giussani, ricordo di essere rimasta molto colpita dal rischio educativo e mi sono riconosciuta perché ho accettato il rischio educativo come docente, come mamma e naturalmente come politico. Ecco, attenzione, oggi accettare il rischio educativo significa, come hanno cercato di dire molto bene Nembrini e Persico, accettare anche il rischio formativo e il rischio lavorativo: tu fai la presa in carico totale della persona, non puoi accontentarti soltanto di insegnarle qualcosa e di fare e di darle un pezzo di carta. Più che mai oggi, quel rischio deve assumere questo tipo di valenza. L’evoluzione della governance. Noi in Regione Lombardia siamo andati aventi ma siamo solo una regione, quindi oltre che per accreditamento e autorizzazione ci deve essere orientamento al risultato, i costi standard, il monitoraggio e la valutazione, la accoutability: tutta l’Italia deve lavorare così. Io sono molto fiera di raccontare qui l’esperienza di Regione Lombardia che, come vi dicevo e come sapete, è partita molto prima, ha visto prima molte cose, molte necessità, le ha riconosciute e ha agito di conseguenza. Il problema è che tutto il Paese deve andare in questa direzione, altrimenti il rischio è che il Paese, le politiche nazionali ci riportino indietro, ma neanche al livello delle altre Regioni, che qualche cosa hanno spinto dai loro territori. Io vi invito a considerare questa una sfida per tutti, noi siamo sicuramente il soggetto intermedio, rispetto all’Europa e al Governo, però noi vogliamo che le imprese, i soggetti del sistema educativo e del servizio al lavoro, le università e tutti gli uffici o piuttosto le realtà che hanno a che fare con i giovani, siano coinvolti nel programma e possano esporre il marchio di “Garanzia Giovani” sui propri strumenti informativi. Ecco perché invito i giovani a registrarsi già oggi in fiera presso lo stand di Regione Lombardia per “Garanzia Giovani”: venite, metteteci alla prova. Io ho qui tutti i dirigenti che potranno guidarvi, ci sono anche delle agenzie, ma provate a scegliere qui il vostro operatore, il nuovo cammino per il vostro lavoro. E poi vorrei concludere, perché è giusto che sia così, presentando un brevissimo filmato che vi dà la dimensione. Allora, facciamo una cosa, Giorgio: concludiamo e poi lo facciamo andare, e chi lo vuole vedere, lo vede lo stesso perché è giusto per chi ha lavorato a questo filmato e le persone che ci sono. Grazie, Giorgio.

GIORGIO VITTADINI:
Conoscendo le abitudini alimentari… Allora, cosa concludiamo? La crisi italiana, prima dei dati macroeconomici, la crisi è la crisi di tante persone che non possono costruire la loro opportunità di vivere ed è certamente drammatica la situazione di gente che viene espulsa dal mercato del lavoro a 50 anni. Ma chi non può costruire il suo futuro è un’accusa, ognuna di queste persone è una domanda perché, se noi mettiamo al centro la persona, ogni persona è una domanda. Il Papa ce lo richiama in tutti i modi quando ci dice: basta, guardate la carità, avete stretto la mano al barbone. Come canta Iannacci, l’avete guardato non come un nessuno ma come uno, ognuno di questi è una domanda pesante per ciascuno di noi. C’è un’opportunità, l’abbiamo avuta. Questo è il punto di partenza e da questo punto di vista lasciatemi dire una cosa: c’è gente che viene qua al Meeting e dice che al Meeting c’è molta economia. Al Meeting c’è molta economia perché non siamo astratti: noi amiamo la poesia, la bellezza, l’arte e la cultura ma queste cose, se non si coniano con strumenti che hanno a che fare anche con i numeri e con i soldi, lasciano questi giovani a cantare il mandolino in condizioni un po’ difficili, diverse da quelle dei canti napoletani, semplicemente disperanti. Quindi noi parliamo dell’economia al Meeting perché pensiamo allo sviluppo di un Paese che ha a che fare con lo sviluppo personale della gente: per questo al Meeting c’è tanta economia, perché non siamo astratti, perché un giovane ha bisogno di strumenti. E allora abbiamo visto qui che cosa sono questi strumenti di cui ha bisogno l’economia. Il primo strumento che noi abbiamo è il tema educativo-formativo, io lo ripeto in tutte le salse, l’ho ripetuto gli anni scorsi e lo ripeto adesso: sono contrarissimo ai politici e agli economisti che dicono che il centro dello sviluppo è l’edilizia, quella è roba da Keynes del 1929. Il centro dello sviluppo non è l’edilizia ma è l’educazione. I soldi di un Paese vanno spesi per questo, perché se no abbiamo le bolle speculative edilizie con 700.000 mani vuote, come abbiamo sentito dal Sindaco ieri. I soldi vanno spesi non per l’edilizia ma per l‘educazione e questo creerà anche edilizia, perché se la gente ha un lavoro si cerca anche una casa, ma se no la casa serve solo ai palazzinari e ai politici che parlano di questi argomenti. Allora, il primo tema è la formazione. Ma che formazione? La formazione che abbiamo detto prima, dei centri clientelari creati da Regioni che servono per avere dipendenti 10 volte la Lombardia e per arricchire i politici che li vogliono o i centri che nascono dal basso? Centri inventati da persone, come li inventava don Bosco 150 anni fa, che non aveva a tema la formazione professionale ma la gente. Vogliamo questi centri come quelli che abbiamo sentito oggi, che sono una risposta anche di valore economico, aperti perché permettono ai giovani di imparare un mestiere, sia che siano giovani e che non abbiano avuto un’opportunità prima, sia per gente che sceglie questo tipo di opportunità. Uscendo da questa ipocrisia, la scuola che ha a che fare con il lavoro è asservita al mondo capitalista: bum, ma vallo a dire al centro per i ragazzi, queste robe, dillo con una battuta ma smettiamola di dire ‘ste fregnacce, anche se sono dette da giornalisti importanti. Noi abbiamo bisogno di queste cose per sviluppare una risorsa economica che risponda alla crisi e abbiamo bisogno che si incontri con degli imprenditori. Ma secondo voi, il dottor Persico è un capitalista cattivo, selvaggio, brutto, adunco, con le unghie lunghe, che vuole servire il popolo o è un’opportunità per il nostro Paese? Noi dobbiamo incontrarci con persone del genere che sviluppino le loro imprese e abbiamo a che fare con gente che può lavorare, o no? O tenerci lontano perché così siamo belli puri, così puri da essere affamati e così affamati da non poter combinare nulla. Noi amiamo così tanto i barboni che vogliamo aiutarli a non esserlo più: questa è la nostra aspirazione, perché se no amare il barbone in un altro modo è quello della signora bene del centro di Milano che lo guarda, gli dà la carità, e poi se ne frega che rimanga barbone. Noi non siamo di questo mondo, anche se quello è il mondo “radical-chic”. Allora arriviamo al punto finale: ci vuole anche una certa politica. Personalmente ho detto che nella nostra storia ci sono errori, però non buttiamo via tutto, il bambino con l’acqua sporca. Non tutto è uguale, c’è Regione e Regione, e comunque sia la Regione Lombardia è diversa da altre. Ha permesso a quelli di Bergamo di venir giù in un quarto d’ora da Bergamo con la quarta corsia invece di metterci un’ora e mezza, ha permesso di arrivare a Caravaggio, adesso con la Brebemi, in venti minuti, ha permesso in due anni di bonificare l’area della fiera e quella di Expo e ha permesso anche il sistema dell’istruzione professionale che è già diverso, moderno, europeo, perché ha permesso la sussidiarietà. Cazzullo sul Corriere, l’altro giorno, diceva che questo è il momento in cui certi temi sono attuali perché si capisce che nell’altro modo si buttano via i soldi. E’ inutile parlare di spending review se non si comincia a dire che i soldi dall’alto, burocratici, sono buttati via, finiscono in rivoli che non servono. Allora, la questione che ho sentito da Valentina Aprea è una cosa interessante perché è un altro modello, il modello che vuole aiutare quello che parte e noi giudichiamo la politica nazionale, anche quella, da qui. Qual è questo passaggio di adesso, è un passaggio che porterà a questo o no? Come ho detto, se questo Governo fallisce siamo nel terzo mondo, è inutile menarla, è un problema istituzionale, perché se fallisce anche questo Governo non so dove andiamo a finire. Ma secondo me questo Governo non fallisce se apre questo tipo di politica, se ha il coraggio di andare fino in fondo, quello che ha detto la Ministra Giannini l’altro giorno: per esempio, sul campo della formazione professionale, attuarla ma con questo criterio: si aiuta quel che c’è e si fa chiudere quel che non va, quello che non va e il clientelare va chiuso, ed invece va aiutato quel che c’è. Quello che è successo in Lombardia deve succedere a livello nazionale: questa non è una politica di destra o di sinistra, questa è una politica del popolo. Per un popolo moderno che vuole essere in Europa: noi vogliamo questo cambiamento e questo percorso di oggi che dice cos’è la nostra visione economica, sociale e politica. Grazie.

Data

27 Agosto 2014

Ora

11:15

Edizione

2014

Luogo

Sala D3
Categoria