FAMIGLIE IN AZIONE - Meeting di Rimini
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FAMIGLIE IN AZIONE

Mario Bolzan, Professore di Statistica Sociale all’Università di Padova; Andrea Franchi, Opera Cascinello San Luigi. Introduce Marco Mazzi, Presidente Associazione Famiglie per l’Accoglienza.

Famiglie in azione

Mario Bolzan, Professore di Statistica Sociale all’Università di Padova; Andrea Franchi, Opera Cascinello San Luigi. Introduce Marco Mazzi, Presidente Associazione Famiglie per l’Accoglienza.

 

MARCO MAZZI:

Io vi ringrazio di essere qui, ringrazio i nostri relatori, per parlare di questo tema: “Famiglie in azione”. Come tutti i momenti del Meeting, vorremmo che fosse un momento di incontro tra storie, desideri, attese, storie vissute, ferite, ma anche ricchezze. Esperienze che ci arricchiscono e ci rendono forse più consapevoli di quello che siamo e nulla più della famiglia intreccia l’umano, la storia di ciascuno, perché lì siamo nati, abbiamo cominciato a guardare la vita con gli occhi dei nostri genitori, abbiamo visto l’avventura di lasciare il nido, ma senza poi mai perdere le nostre radici. Questa sera ci aiuteranno due persone. Mario Bolzan, che è professore di Statistica sociale all’Università di Padova e Andrea Franchi, dell’Opera Cascinello San Luigi. Io sono Marco Mazzi e sono presidente di Famiglie per l’Accoglienza. Se penso alla mia di famiglia, 39 anni di matrimonio, quattro figli, tanti figli affidatari, accoglienze diverse, la ragazza madre, la ragazza che aveva grossi problemi, le persone che sono venute a casa nostra soltanto per mangiare una o due volte la settimana, il ragazzo di colore che aveva bisogno di fermarsi per studiare a Verona dove io abito, tutti hanno portato nella nostra casa la loro ricchezza, la loro storia, le loro speranze. Ed è diventata una storia grande, piena, con tanti amici che l’hanno accompagnata. Volevo dire, per introdurre questo tema, tre cose che mi sono venute in mente, pensando alla mia famiglia in azione. La prima è quel sì che ci siamo detti tanti anni fa io e mia moglie, il giorno del matrimonio, certi di un bene, con quella baldanza ingenua che due persone hanno di fronte al futuro. E poi la sfida del tempo che passa e ci cambia, e la sfida delle circostanze che ci arricchiscono e ci feriscono. E la sfida della differenza, che ognuno porta dentro sé e che mendica l’abbraccio dell’altro. Una volta don Carrón, che è presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, a un incontro di Famiglie per l’Accoglienza, ci ha detto: “Nulla come il rapporto fra uomo e donna ridesta, accende la speranza dell’uomo, ridesta tutta la potenzialità di felicità che l’uomo desidera per sé e poi non lo può mantenere. L’altro non può mantenere la promessa che pure ha suscitato in te”. Ed è proprio lì che si apre la sfida bella e anche drammatica nel rapporto tra uomo e donna. L’altro flash è quando è nato il mio primo figlio. Io faccio il pediatra, ero proprio in neonatologia e stringere fra le mani questo esserino totalmente diverso, inimmaginabile, inimmaginabile rispetto a qualunque misura, mi ha fatto percepire che il Creatore aveva pensato a me e a mia moglie per dare la vita a un altro, che aveva tutta la sua domanda di felicità, tutta l’apertura al suo destino. Ecco, questa è stata l’esperienza vertiginosa della genitorialità e tante volte questo diventare genitore, magari in modi diversi, si è ripresentato. Pochi mesi fa un ragazzo che abbiamo tenuto in affido tanti anni fa, che ora è sposato con figli anche lui, mi ha detto: «Se penso alla mia storia, se guardo a voi, io riconosco che tu per me sei stato un padre». E vi assicuro che mi sono venuti i brividi, non era per niente scontato. E il terzo flash è la nostra prima accoglienza, quella di una ragazza madre venuta da noi ormai trent’anni fa, una storia che ancora continua, perché un giorno lei, che portava tutto il suo dolore, tutte le sue ferite, tutta la sua domanda di verità, tutta la sua tenacia, un giorno ha detto: «Io voglio sapere perché voi, nonostante tutte le mie sbandate, mi avete voluto sempre bene. E io voglio entrare in quella comunità cristiana che ha generato in voi questa forza che non è da voi, che non è vostra». E così ce la siamo trovata non più come persona bisognosa, accolta, ma come sorella e testimone del nostro cammino di fede. Ecco, la famiglia porta tutto questo dentro il mondo. Un luogo segnato dalla quotidianità, fatto di gratuità, di accoglienza, di diversità, in un posto preciso, per un tempo che è tutta la vita. Andrea, ci racconti la tua storia?

 

ANDREA FRANCHI:

Allora, per raccontare la nostra storia di famiglie, racconterò la mia. Guardando la mia vita, ho cinquant’anni, ho capito che nella vita accadono alcuni, pochi, fatti decisivi, cioè che la decidono. Io ne vedo tre nella mia. Il primo, a tredici anni incontro in un oratorio milanese, giocando a pallone, un gruppo di ragazzini, per cui dico: questa è l’amicizia che ho sempre cercato. Se uno mi avesse chiesto a tredici anni cos’è questa amicizia, non avrei saputo rispondere. Però gli avrei detto: questi sono gli amici che ho sempre cercato. E sono sempre stato con loro. Il secondo fatto decisivo è successo al terzo anno di Università – io ho fatto Chimica a Milano. Vengono alcuni, – vecchio ordinamento, trenta esami – vengono alcuni dei più vecchi studenti e mi dicono: «Stai pensando di andare a lavorare?» «Mah, veramente no». «Perché hai fatto sette esami su trenta in tre anni, se vai avanti così ti laurei a quaranta. Mi sembra che la realtà parli». E io gli ho detto: «Ma non c’è proprio un’altra possibilità?» E loro: «Sì, dovresti fare tre esami grossi alla prossima sessione, ma ne hai fatti sette in tre anni, tre grossi in una sessione è quasi matematico». E io mi ricordo che ho preso il 64, l’autobus che dall’Università, capolinea a capolinea mi portava a casa, cinquanta minuti in cui io non pensavo ad altro: «Io questi qui non li voglio lasciare, io da qui non me ne voglio andare». E quello è stato un altro momento decisivo, scoprire da chi non me ne volevo andare. Ve beh, poi mi sono laureato, in tempi decenti. Ad un certo punto ho incontrato Cristina e ho detto: «Tu da dove non te ne vuoi andare, anch’io non me ne voglio andare. E allora, facciamo… mi sa che sei la donna giusta per fare un pezzo di strada, lungo tutta la vita, insieme». E mi sono sposato con Cristina, abbiamo quattro figli. L’altro fatto su cui mi soffermo un po’ di più, perché poi è all’origine dell’esperienza del Cascinello che oggi è a tema, è stato nel settembre 2004, quando avevo due figli. Incontro un sacerdote, decisivo per la mia vita, e quando gli domando, com’ero abituato a fare: «Ho un problema sul lavoro, cerco un altro lavoro o rimango lì, facendo la lotta al mio collega?». Lui mi risponde: «Ma tu cosa desideri nel lavoro?». E io ho pensato: «No, forse non ha capito la domanda». E allora l’ho rifatta. Gli dico: «Scusa, sto facendo questa fatica, mi consigli di andarmene o di restare?». E lui: «Forse tu non hai capito cosa desideri!» E allora sono tornato a casa. E quella domanda, «cosa desideri?», mi frullava nella mente. Infatti, io avevo già tutte le risposte cristiane pronte, ma intuire che cosa desiderassi, era la possibilità per stare di fronte ad ogni circostanza della vita. Per me è stata una novità decisiva, perché da lì ho cominciato a scoprire che questo Gesù, spesso da me pensato sulle nuvole, che mi guardava anche sorridendo, ha cominciato a farsi carne non solo dentro quell’amicizia da cui non volevo andar via, ma dentro potenzialmente ogni circostanza della vita. Dicevamo prima, non è che io non voglio che qualcuno pensi che la mia vita è stata rose e fiori, o da Mulino bianco, poi sfateremo anche questo mito, no. Vi do un accenno e basta. Mia mamma è morta di tumore, tra le mie braccia, tra le braccia mie e di mio padre e di mio fratello, quindi non è che la vita è rose e fiori, ma che ci fosse la possibilità di giocare il proprio desiderio ultimo in ogni circostanza, eh, quella è stata una novità decisiva della mia vita, perché poi da lì ho avuto la curiosità di iniziare a verificarlo. E allora cosa ho scoperto? Che c’è uno che mi ama, che quel Gesù che pensavo sorridente sulle nuvole, agisce, cammina con me e disegna per me una strada. E allora il problema della mia vita è diventato: «Meglio seguire il mio disegno o quello di questo Gesù sulla terra, in carne ed ossa che mi ama più di quanto io mi voglia bene?». E quindi uno comincia ad avere una certa curiosità sulla realtà. Rimango un poveraccio, un poveraccio come tutti, ma con questa curiosità. E allora torno a casa da quell’incontro con quel sacerdote, con questa domanda: «Tu cosa desideri?» e la racconto ai miei amici. Io, milanese, poi ho sposato Cristina e sono andato a vivere ad Abbiategrasso, in un appartamento di 54 metri quadri. Dico ai miei amici: «Voi cosa desiderate?» e allora anche loro si incuriosiscono e cominciano ad accettare questa sfida, a venire agli incontri di questo sacerdote che non faceva altro, che ripetere a qualsiasi domanda e lo fa ancora adesso: «Tu cosa desideri?». Cosa succede? Il 28 gennaio 2007, Festa della famiglia. Il cardinale di Milano dà un’indicazione ai parroci: «Non fate voi la predica nella messa domenicale, fate fare una testimonianza ad una coppia che vive la comunità parrocchiale». Per una serie di circostanze, che adesso ho imparato a chiamare disegno di Dio, il parroco chiede a me e a mia moglie. Però, nel pacchetto c’era anche la partecipazione al pranzo comunitario, che non è che mi ha fatto fare salti entusiastici. Allora diciamo tutto ai nostri amici, da cui non volevamo andarcene: «Ragazzi, qualcuno viene con noi al pranzo, domenica, al pranzo parrocchiale?». Tra tutti gli amici, Andrea e Clementina, Luca e Paola subito: «Eh, veniamo noi». E poi si aggiungono Piercarlo ed Enrica, una coppia di amici, una famiglia conosciuta da pochi mesi. Siamo lì a questo pranzo comunitario, ad un certo punto il Piercarlo, quindi il papà di questa famiglia appena conosciuta da qualche mese, si alza e dice, a metà del pranzo: «Ah, scusate devo andare, perché devo trattare la vendita di un rudere». Subito gli altri tre, cioè io, Andrea e Luca saltiamo in piedi: «Ti accompagniamo!». Lasciando lì moglie e figli a godersi il pranzo comunitario, lo accompagniamo. Era ad un chilometro o due questo rudere ed era un Cascinello, che in dialetto milanese vuol dire la casa del fattore, che andava a coltivare la terra di altri. Quindi, non era la cascina dell’albero degli zoccoli dove le famiglie vivevano dentro, ma c’era la casa del fattore, una stalla, un piccolo fienile. Metà era crollato, la casa del fattore stava in piedi a stento. Lì noi tre cominciamo a dire come per gioco: «Cacchio, potremmo ristrutturarla noi e venire a viverci». Allora, io, 2007, tre figli, i 54 metri quadri, mia moglie diceva spesso «meno male che stai fuori così l’ossigeno basta per tutta la famiglia». Andrea e Clementina si erano appena trasferiti ad Abbiategrasso, venendo da un paese della bassa vicino, Motta Visconti e Luca e Paola erano in una villetta bifamiliare sempre lì ad Abbiategrasso. Quindi, tutti a posto anche noi, perché da qualche mese ci eravamo iscritti ad una cooperativa di edilizia convenzionata, quindi avevamo già pagato le prime rate, stavano costruendo una casa, noi avevamo preso un appartamento da 95 mq. Allora si inizia come per gioco e per giocare facciamo l’offerta economica al venditore. Pierpaolo ce lo presenta, e questo sorridendo, con compassione, tira fuori dal cassettino del tavolo due offerte, una di cento, l’altra di duecentomila euro più alte, quindi neanche un rene avrebbe potuto colmare questo delta. Io, Andrea e Luca usciamo e andiamo a prenderci una birra, il gioco è finito. Qualche giorno dopo chiama il proprietario, io quasi non mi ricordavo più nemmeno il nome: «Pronto? Lo volete comprare?» «Si ricorda la cifra?» «Sì, sì me la ricordo ma io ho deciso di venderlo a voi». «Perché?» «Volete comprarlo o no?» E allora lì sono andato un po’ nel panico e gli ho detto: «Ne parlo con gli altri, ma uno è via per lavoro». Gli ho detto una palla perché non potevo rispondergli subito. Allora corro da loro, li chiamo, ci vediamo e gli dico cosa è successo. Nei dieci giorni successivi crollano tutti gli ostacoli, ve ne ho raccontato uno, crollano tutti gli ostacoli insormontabili. Al che noi ci vediamo e diciamo: «È finito il gioco, cosa vogliamo fare?» A quel punto tutti, per l’esperienza che si stava vivendo in quegli anni seguendo quel sacerdote, ci siamo detti «una così vale la pena solo se c’entra con il nostro desiderio». Qual era il nostro desiderio? Ognuno torni a casa, faccia i conti con sé, con il proprio desiderio, poi faccia i conti con il consorte: ci ritroviamo qua tra due giorni e ci diciamo cosa abbiamo deciso e perché. Se solo uno di noi sei dice no, chiuso il cinema. Andiamo avanti per la nostra strada. Ci troviamo dopo sei giorni e ognuno per sé e come famiglia aveva intuito che quello fosse un passo del disegno di Dio, un passo per la vocazione di ciascuno. E così ci siamo lanciati e siamo entrati il 9 agosto 2009, per cui abbiamo appena festeggiato dieci anni. Adesso viviamo in venti: tre famiglie, mio papà e un grande amico professore in pensione, Gianni. Questa è l’origine: non un progetto ma la curiosità di seguire il disegno di un altro. È più interessante dar credito a questo che ad un mio progetto buono, anche di amicizia. Infatti, in quegli anni, negli anni del 2007, in quei mesi in cui un po’ in panico abbiamo detto «basta giocare», avevamo chiesto ad amici grandi «voi cosa ne pensate?». Tutti ci hanno detto di no, perché «tentativi così ne abbiamo visti tanti e sono finiti sterili». Solo due ci hanno detto: «Guardate c’è solo un motivo per cui varrebbe la pena andare a vivere insieme dentro ad un Cascinello, se intuite che quella è la possibilità per stare ancora più attaccati a Gesù». Quel Gesù non sulle nuvole, ma mai così concreto come in quegli anni, stava accadendo a ciascuno di noi.

 

MARCO MAZZI:

Quindi anche per fare una famiglia e per poterla condividere con altri ci vuole un’origine solida e seguire la dinamica del desiderio. Sicuramente oggi, se guardiamo il panorama che c’è attorno a noi, vediamo tanta fragilità dentro alla famiglia e prima ancora tanto smarrimento dentro alle persone e se la famiglia è uno dei luoghi, uno dei gesti più significativi dell’adulto, proprio nel momento in cui la persona è smarrita o è sola, o non è più radicata in un’origine ben chiara, anche la sua famiglia diventa segnata da questa fragilità. Io vedo tanti bambini di coppie che non si sono sposate perché hanno detto meglio tenere un piede fuori dalla porta o di coppie che dicono: perché sposarsi se l’altro non mi basterà? O tanti amici che hanno vissuto un’esperienza dolorosa di separazione. Allora, chiediamo al professor Bolzan, cosa raccontano i dati sulla situazione della famiglia oggi in Italia?

 

MARIO BOLZAN:

Voglio ringraziare per l’invito a questa importante manifestazione. Devo dire che mi riconosco un po’ nell’esperienza dell’amico che mi ha preceduto, anche se non ne parlerò, ma sono convinto che la famiglia sia il luogo dove uno sperimenta la gratitudine e la libertà. Questa è la mia esperienza, l’esperienza anche della mia famiglia. Ma sono qui per un altro compito. I numeri danno l’impressione di un’aridità, ma i numeri non sono tutti uguali, esprimono una dimensione della realtà e cercherò di dar loro un significato, un senso. Allora, presenterò alcuni indicatori che esprimono un po’ qual è lo stato d’animo sulla famiglia in Italia. Non affronterò il tema demografico, che immagino sia noto a tutti e che sicuramente è una dimensione importante, ma le ristrettezze del tempo mi suggeriscono di non affrontarlo. Ecco, presenterò alcune misure di fenomeni che ho descritto in modo più analitico in una ricerca che ho editato con Franco Angeli, Domani in famiglia, sugli scenari e il futuro della famiglia.

La famiglia da parte della popolazione italiana incontra una grande simpatia, oggi noi abbiamo più del novanta per cento degli italiani che danno molta importanza alla famiglia. La voce successiva è il lavoro, indicato da poco più del sessanta per cento degli italiani. I giovani dicono molto sulla famiglia, è importante ascoltarli. Due terzi sono d’accordo che la famiglia sia la cellula fondamentale della nostra società e si fondi sul matrimonio. Solo uno su dieci manifesta disaccordo su questo. Il novanta per cento degli italiani è soddisfatto delle relazioni famigliari, solo l’ottanta per cento è soddisfatto delle relazioni tra amici e alla domanda qual è l’identità dell’italiano, quasi poco meno della metà dice che l’attaccamento alla famiglia è il primo termine che identifica un po’ quella che è l’italianità. Allora, che cosa appare in questo? Che cos’è la famiglia? Io sono uno statistico, sono sposato da trentanove anni, abbiamo sette figli, quattro nipoti, due in arrivo e da anni mi occupo del tema della famiglia e la nostra esperienza, con mia moglie, di iniziative, di attività, di volontariato nell’ambito dell’associazionismo famigliare ha portato a far nascere una sensibilità, un’attenzione, primo perché è qualcosa che lega la nostra vita, che dà un senso alla nostra esistenza e la cosa sorprendente è che dà un senso all’esistenza dei nostri figli. Io dico sempre: non c’è niente di più bello che tuo figlio decida di sposarsi e diventi padre, che tua figlia diventi madre. Allora, che cos’è la famiglia? Noi siamo le relazioni che abbiamo. È un luogo di sinergie, la scuola, l’oratorio, la fabbrica sono un luogo di sintesi. Cosa vuol dire sinergie? Ultimamente sto leggendo con grande passione Pavel Florenskij, eccezionale, lui dice: “È il luogo dove il significato e la realtà trovano il loro compimento”. San Giovanni Paolo II diceva “la famiglia è il luogo dove all’uomo puoi fare il massimo male o il massimo bene”, l’esperienza che tu fai nella famiglia non ha paragoni. E come tu puoi sperimentare – lo dirò meglio anche con alcuni indicatori – la frustrazione, la sofferenza, è chiaro che là dove tu ti aspetti naturalmente il massimo bene, se sperimenti il male, la conseguenza è tragica. Ecco allora che la famiglia è luogo di relazioni e si fa esperienza di legami naturali, non solo culturali o storici che sono importanti, ma naturali. È luogo di intimità, di riconoscimento anche dialettico ma generativo. E su questo, mi è venuto in mente Pensieri di Pavel Florenskij, che faceva la distinzione tra costruire e generare. Ecco, in questi due giorni qui al Meeting, io ho fatto esperienza in questi due giorni di cosa vuol dire generare. Non solo perché c’è una vitalità ma perché si vede che è stata ricevuta questa vitalità, è importante la generatività della famiglia. C’è qualcosa che le viene dato e qualcosa che deve rimanere e continuare. I giovani su questo vengono spesso accompagnati da chiavi di lettura che deviano un po’ dalla realtà e non li aiutano a costruire nuovi e più maturi percorsi di identità. Perché? Perché la vocazione non viene scoperta. E come si può avere risposta sull’identità, se non si coglie la dimensione della vocazione? Le relazioni sono il veicolo principale dei valori e delle norme che i giovani hanno vissuto e che sono alla base del desiderio di riprodurli nelle generazioni successive. Sei giovani su dieci ritengono che la famiglia sia in grado di tenere fronte alle sfide dei tempi e non rinuncia all’idea di poterne avere una. Oggi quasi il settanta per cento dei giovani con genitori coniugati è d’accordo sulla centralità del matrimonio, ma siccome non siamo dei materassi, meno della metà dei giovani che vengono da una famiglia dove c’è stato un fallimento, pensano lo stesso. Allora, i giovani di cui noi tanto parliamo e che magari critichiamo perché non hanno il coraggio di lanciarsi, pensano che la famiglia sia un pilastro essenziale e hanno un desiderio forte di farne una. Come vedete, sono tutte percentuali molto alte, che da una parte mettono in evidenza una generalità, dall’altra non ci possono far dimenticare che c’è una parte minoritaria che la pensa diversamente. Per oltre l’ottanta per cento dei giovani la famiglia è stata di aiuto per coltivare le proprie passioni e un sostegno nel perseguimento dei propri obiettivi. Per la metà dei giovani la famiglia è un luogo dove si è liberi di esprimere se stessi, ma l’altra metà non lo pensa. Per due giovani su tre è il luogo in cui si può entrare in relazione con gli altri. Noi siamo le relazioni che abbiamo, luogo dell’apprendimento primario dello sviluppo delle modalità di relazione in un contesto sociale, non voglio citarvi Cicerone quando dice “il nucleo fondante…”, ma è vero quello che ho sentito anche in questi giorni qua: se in te non c’è una natura, una identità che è più forte del fallimento che incontri, chi ti spinge ad andare avanti? C’è un’indagine interessante dell’Osservatorio delle risorse e le povertà del triveneto. La Caritas nel 2015 ha fatto un’indagine e il sessanta per cento circa degli italiani che vi accorrono, ricorrono per motivi di famiglia. I motivi prevalenti sono: conflittualità genitori – figli, difficoltà nel ciclo evolutivo (nascita, adolescenza, uscita di casa dei figli, lutto e vedovanza), conflittualità della coppia. Quindi come vedete non è tutto rose e fiori. C’è una situazione che da una parte domanda, riconosce, si aspetta da parte dei giovani, dall’altra c’è anche una realtà di sofferenza, di precarietà, dinanzi alla quale non possiamo far finta e concludere dicendo la banalità che ho molte volte sentito dire: “La famiglia del Mulino bianco non esiste più”. La famiglia del Mulino bianco non è mai esistita. È chiaro allora che dinanzi ad uno scenario come questo, la famiglia corre il rischio di avere una rappresentazione meramente aziendale e questo è in particolar modo forte in un periodo di crisi economica come questa, dove la famiglia svolge un ruolo protettivo di soddisfazione dei bisogni primari, come avere soldi, copertura, eccetera, semplicemente erogatrice di prestazioni e di servizi. In tal modo, rischia però di perdere la propria funzione generativa e si riduce a correre il rischio di essere un aggregato di vicini. Nel contesto storico ben preciso in cui siamo, caratterizzato da allungamento della vita media, diminuzione dei matrimoni e delle nascite, incremento di divorzi, famiglie ricostituite, persone che vivono da sole, è chiaro che la famiglia corre il rischio di perdere quella che può essere la sua funzione primaria. Ora, una prima conclusione è che noi siamo in presenza di una risorsa, di un’energia vitale che non ha paragoni. Qui vedo illustri eminenti pastori e voglio dire una cosa che sono pronto a ritirare se non fosse ortodossa: per la mia esperienza di fede, che mi ha portato oggi ad avere una gratitudine dinanzi a mia moglie e miei figli di gran lunga superiore a quando l’ho conosciuta e sposata, mi viene da pensare che Gesù sarebbe stato un altro Cristo, se avesse avuto un’altra famiglia, perché è grazie a quella famiglia, con quella madre e con quel padre putativo che ha potuto essere il Cristo evangelico, il Cristo storico, il Cristo che ancora continua a dare un senso alla nostra vita. Per questo personalmente sento di avere un debito di gratitudine che accompagna molti pensieri della mia giornata, verso San Giuseppe.

 

MARCO MAZZI:

Grazie. Proprio prima incontravo una coppia di amici che hanno preso una bimba e vi racconto brevemente questo perché è l’emblema delle famiglie per l’accoglienza. Una storia di amicizia di famiglie che si sono accorte che la loro esperienza di famiglia era qualcosa di buono per sé, per i propri figli e si sono accorti che qualcuno attorno ne aveva bisogno, e quindi hanno incominciato ad aprire le loro case, a condividere questo bisogno di famiglia che altri, a partire dai minori, avevano. Un giorno ci hanno segnalato da un ospedale che una bimba era stata abbandonata per tutta una serie di problemi abbastanza importanti e la piccola aveva bisogno di assistenza, non c’era nessuno. Si è attivata una rete di amicizia di condivisione: un gruppo di famiglie ha cominciato a fare i turni per fare assistenza, dei turni così carichi di una passione umana che le infermiere dicevano: «Si sta bene qui, in questa stanza di ospedale quando ci siete voi» e poi quando il giudice ha chiesto che qualcuno si prendesse carico di questa bambina a casa, una famiglia, che in qualche modo da questa bambina si era sentita prescelta, l’ha presa e l’ha portata con sé, e adesso ce l’ha in affido. Un affido spalancato al mistero di tutto quello che questa bimba, che ha i suoi problemi importanti, porta con sé, perché nell’accoglienza una cosa che abbiamo imparato è che è un’obbedienza quella che ci muove, non una presunzione, non una generosità, ma la visione di una circostanza ed un incontro che qualcuno ha messo sulla nostra strada, e così l’accoglienza è una totalità di disponibilità davanti però ad una totalità di presenza. Quella dinamiche del desiderio di cui si diceva prima, quella bellezza che traspare in queste mura del Meeting, ecco questa è anche la presenza che muove e che sostiene i gesti di accoglienza che tante famiglie hanno vissuto, migliaia di famiglie. Una volta don Giussani, l’ultima volta che ci ha mandato un messaggio, ci ha detto così: «Il vostro esempio illumina per me la strada del futuro, una famigliarità che si apre in un abbraccio senza remore, così vi raccomando di non smettere mai di accogliere, imitando il gesto di Cristo con i bambini che incontrava. Anche voi siete resi segno di una novità che come onda si dilata di famiglia in famiglia, dalla più prossima alla più lontana, così che chiunque incontrandovi si senta finalmente a casa, cioè ospitato e sicuro tra le braccia del padre». Ecco, io credo che delle storie come le nostre le testimonianze, gli esempi che le famiglie che accolgono come tante altre famiglie che mettono al mondo i figli, che fanno scuole, portano nel mondo, portano un segno di una novità. C’è un modo di trattarsi tra le persone che è fatto di gratuità, non di calcolo, che è fatto dell’affermazione che l’altro è un bene, un bene per me che mi è stato donato. Dentro la sua differenza c’è un bene per me. Questo nasce nel rapporto tra marito e moglie, prima ancora nasce nel rapporto che uno si accorge di avere con chi l’ha creato e poi si dilata dentro il mondo, e io credo che in questo tempo in cui è così facile erigere dei muri o vivere di sospetti… Adesso una cosa che ci ha toccati in questo tempo sicuramente e che ha primeggiato sulle prime pagine dei giornali, è stata tutta la vicenda degli affidi, e se è giusto che vengono fatte tutte le verifiche e vengano corretti gli errori e puniti i colpevoli, se ci sono, non si può fare di questo una campagna di sospetto, che rischia di incrinare una prassi di solidarietà e di legami, una concezione diffusa di condivisione che ancora oggi esiste e lascia pensare che l’unico modo in cui la persona può essere difesa sia l’intervento dello Stato. Ecco noi questo non crediamo, noi crediamo nella capacità dell’uomo di commuoversi per chi incontra, noi crediamo nella capacità della famiglia di diventare un luogo che costruisce pezzi di società nuova, e il fatto di prendersi in casa un estraneo, magari segnato dal dolore, e di trattarlo come un figlio, di tirarlo su come un figlio, condividere con lui i giorni, le ferite, le speranze, i dolori; noi crediamo che questo porti nel mondo una novità, il segno di una novità: che la famiglia nel mondo porta con sé questo segno di una gratuità secondo la totalità che lei vive, che la anima, che è fatta di tempo e di spazio. Allora, proprio in questo mondo, io vorrei chiedere ancora al professore: quali sono gli scenari futuri che lui vede? C’è qualcuno che pensa che ci troveremo davanti ad una società senza famiglia. Che cosa la famiglia ha da dire ancora oggi in un modo unico e irripetibile?

 

MARIO BOLZAN:

Io penso che dinanzi a questa domanda sia molto difficile dare risposte, cercherò di dare alcuni elementi che nascono da una mia attività di ricerca sugli scenari futuri della famiglia: Domani in famiglia ho chiamato questo saggio, che mette in evidenza il risultato di una ricerca condotta attraverso il coinvolgimento di trentadue esperti che hanno valutato la visibilità futura in termini di importanza e in termini di consistenza e diffusione di tutta una serie di fenomeni relativi alla famiglia. Non mi soffermo, perché sarebbe particolarmente borioso e tedioso, sugli aspetti metodologici, ma cercherò di dare alcuni elementi per capire un po’ quelli che sono i risultati fondamentali, anche se non possiamo immaginare che gli scenari futuri, anche se dettati da qualificatissimi esperti, possano offrire elementi certi. Danno però un’idea di come oggi si vede il futuro e ovviamente se uno sa che domani sarà licenziato, probabilmente già da oggi incomincerà a cercare un nuovo lavoro, quindi sono idee di come l’uomo vede oggi il domani e sicuramente lo sta coinvolgendo. Ecco allora, vado un po’ veloce, unica slide per dire come era la famiglia dal punto di vista demografico cinquant’anni fa: un quinto delle famiglie italiane avevano cinque componenti e poco più, una su sei o sette avevano un componente. La situazione si è completamente capovolta: in Italia ci sono circa 25 milioni di famiglie e il 31% di queste è costituito da un solo componente. Voi sapete che in Inghilterra hanno proposto di fare un Ministero per le famiglie di persone sole. Questo è un elemento, una sfida che in termini di accoglienza ci riguarderà un po’ tutti, e solo una su cento sono famiglie di sei componenti. Praticamente questa slide fa vedere che prima di incontrare una di queste famiglie, i nostri parroci che girano per le case devono incontrare 26 famiglie costituite da una persona sola. Ecco allora, brevemente questo questionario con una serie di 41 items relativi a tutta una serie di argomenti: genitori, coniugi, abitazioni, servizi, comunicazioni e solidarietà. Sono state chieste due cose: come evolverà il fenomeno e quale sarà la sua rilevanza, importanza. Entrambe danno un’idea della visibilità futura percepita. Quanto sarà visibile, percepibile, il fenomeno. Allora la cosa interessante è che gli esperti dicono che i fenomeni considerati, anche se avranno una diffusione più o meno uguale a quelli di oggi, saranno più rilevanti, più importanti per la società. Saranno vissuti in modo più intenso, e quali sono i macro temi? Genitori, modelli familiari, comunicazione, solidarietà. Salto qui tutta una serie di passaggi relativi a come sono arrivato a questi risultati, e metto in evidenza alcuni risultati: quali sono quegli argomenti che gli esperti dicono che un domani, fra dieci anni, nella famiglia saranno vissuti in maniera più visibile, rilevante e consistente? Due. La comunicazione virtuale per i giovani. Per la madre, l’organizzazione della vita familiare sarà condizionata da ritmi ed impegni professionali. Questo meriterebbe un trattamento, un approfondimento particolare, e poi magari dirò anche perché. Allora, sulla comunicazione virtuale dei giovani: il 90% dei giovani usa il cellulare, in media sette ore al giorno, uno su dieci controlla anche di notte se riceve messaggi, sei su dieci dicono di aver fatto nuove amicizie online e di questi otto su dieci non li ha mai incontrati di persona. La madre, lavoratrice, nel senso che ha un lavoro fuori, si occupa anche della cura dei figli. La donna che non lavora fuori, dedica in media un’ora e mezzo ai figli. Mentre un po’ meno di un’ora se lavora. Qui c’è un tema scottante sul quale si sta solo recentemente cominciando a buttare qualche flash: il padre dov’è in questa storia? Ci sono studi che mettono in evidenza come il marito, il compagno, chiamatelo come volete, lavora poco a casa. Ma sono stati fatti degli studi nelle famiglie dove la coppia ha un maschio e una femmina, che evidenziano come le differenze rimangono, cioè il figlio fa molto meno in casa della figlia, la sorella. C’è un’educazione a trasmettere uno stile di vita, che permane, poi ci stupiamo di come mai i padri sono assenti e ci stupiamo di come mai la prima persona alla quale i ragazzi, gli adolescenti si rivolgono, quando hanno problemi, sia la madre, poi viene il fratello, la sorella, il ragazzo, la ragazza, sono ultimo il padre. Papa Francesco, giustamente, dice che tutti gli attacchi di tutte le varie teorie dominanti sono attacchi alla figura del padre. È il padre che introduce nella storia, è il padre che introduce, la madre accompagna. Il padre che trasmette l’identità, perché se lui si è giocato per primo, i figli capiscono. È il padre che per primo chiede perdono alla madre, e che cos’è che oggi impedisce o aiuta un giovane a rialzarsi se si droga, se cade, se va male a scuola, che cosa? Ecco sulla base della mia esperienza personale e di tanti altri amici, posso testimoniare a gloria di Dio che se c’è il perdono reciproco, il figlio vede che è possibile ricominciare, che vale la pena ricominciare, che è possibile, e riceve quell’energia che lo rigenera, che dà un senso alla propria esistenza, e non lo dimentica, e lo riproduce. La genitorialità ha una declinazione unica, che è la coniugalità. Tuo figlio guarda come tu tratti tua moglie, tua figlia guarda come tu tratti tuo marito, e se vede che c’è una dimensione che è quella di amare l’altro, anche nella dimensione della croce, e che è possibile, a lode di Dio, non per meriti speciali, allora uno invecchia con gratitudine, allora i giovani crescono con speranza, che è il vero frutto della famiglia cristiana. Il mondo ha bisogno di famiglie cristiane, perché il mondo ha bisogno di speranza, credere che l’avventura più bella sia possibile viverla. Ci sono poi temi meno importanti che risultano dalla ricerca: i servizi commerciali non saranno centrati sulla famiglia, le relazioni all’interno della coppie saranno meno solide e i coniugi cercheranno di avere meno momenti di incontro fra loro all’interno della giornata. La comunicazione verbale tra genitori e figli di fatto risulterà meno consistente e percepita come meno importante. Alcuni dati: a 11 anni, il 70% dei maschi dice che è facile comunicare col padre, con la madre quasi il 90%, le femmine invece un po’ meno: il 61 e l’ 82%. A quindici anni la situazione cambia, il 60% dei maschi e solo il 35% delle ragazze dicono che è facile parlare col padre, anche se resta alta la percentuale di coloro che pensano che sia facile parlare con la madre. Allora qui la domanda da fare è: ciò avviene perché c’è un ruolo, una funzione diversa del padre e della madre, o ci sono altri problemi di credibilità? È un elemento molto importante, parlare in famiglia, comunicare in famiglia. La comunicazione è la dimensione della relazione. Tre quarti dei ragazzi, senza differenze fra sessi, dichiarano che in famiglia si discute di cose importanti. Il 75/70% riconoscono che quando parla in famiglia qualcuno presta attenzione ma c’è un 30% che dice che nessuno lo ascolta. San Giovanni Paolo II, grande padre della famiglia, diceva “il luogo dove all’uomo è possibile fare il massimo bene e il massimo male”. Se noi pensiamo quei dati dell’Osservatorio, se pensiamo anche a Sartre quando diceva “l’inferno sono gli altri”, dobbiamo concludere che è possibile che tu viva questo conflitto all’interno della realtà famigliare, ma è anche vero che è il luogo in cui tu puoi sperimenti il senso della tua esistenza. È possibile quello che diceva Bernanos, quello che diceva anche Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: “Il tormento di non avere nessuno da amare”. La solitudine è il tormento, l’inferno è non avere nessuno da amare. Perché vivi? Per chi? Da cosa si vede l’etica, la civiltà di un Paese? Da cosa si vede? Da come vengono trattati i bambini. Pavel Florenskij nonostante fosse nei gulag sovietici, nelle isole Solovki, scriveva delle lettere ai figli. Come era presente nella vita dei figli, e come i figli gli rispondevano. È sorprendente, sorprendente! È vero quello che diceva, che la famiglia è il luogo dove si genera e non “si costruisce”, dove la realtà acquista un significato. Per questo le relazioni che si sviluppano fra le generazioni che convivono in una famiglia rappresentano il veicolo principale per la riproduzione dei valori, delle norme, che a loro volta hanno ricevuto e vissuto. Il problema della unità della famiglia, della generatività della famiglia, sono i coniugi. Se c’è comunione tra loro, la famiglia cresce, i figli imparano che cos’è la vita, che cos’è la fatica, che cosa vuol dire essere umani, arrabbiarsi, picchiarsi, ma che è possibile ricominciare. Se uno fa questa esperienza, l’esperienza dove il desiderio e la libertà, la responsabilità e l’educazione, trovano la loro risposta e compimento, è chiaro che la famiglia sarà indistruttibile, non si potrà distruggere, perché ci sarà sempre qualcuno che avrà la gioia di testimoniarla. Allora concludo con quello che diceva papa Francesco: “Non esiste la famiglia ideale”. E’ ideale vivere in famiglia e “davanti a noi stanno cose migliori di quelle che ci siamo lasciati alle spalle” (Cronache di Narnia). Vi ringrazio per la pazienza di avermi ascoltato.

 

MARCO MAZZI:

Grazie. Anche detto da uno statistico che il futuro della famiglia sarà quello che di bene oggi la famiglia vive e testimonia, è illuminante ed è anche pieno di conforto e di speranza. Forse mai come oggi a chi governa dobbiamo chiedere solo la possibilità di esistere, non una difesa di definizioni o l’antagonismo verso altre, ma la possibilità di esistere e di testimoniare una certa storia, una certa bellezza, una certa verità. Andrea, voi? Cosa avete incontrato in tanti anni? Che cosa ha generato in voi e in chi avete incontrato?

 

ANDREA FRANCHI:

Quando ci siamo trovati con gli altri che vivono lì al Cascinello, abbiamo pensato questo intervento e abbiamo deciso: non sprechiamo questo tempo per raccontare come viviamo tra di noi, cosa facciamo, le case come sono fatte, queste cose qua. Allora racconto tre fatti accaduti che dicono più di mille mie parole. Il primo è la prima famiglia che abbiamo incontrato dentro questa avventura al Cascinello. Siamo gennaio-febbraio 2009. Un nostro grande amico sacerdote, anzi, meglio la dico così: arrivo a casa una sera, mia moglie mi dice: «Sai ha chiamato don Eugenio. Dobbiamo incontrare, ha detto che vuol farci conoscere assolutamente una coppia, marito e moglie, con una bambina, che sono suoi amici». «Eh, le dico, va bene». «Eh no, questi vengono da Valencia, sono spagnoli e noi lo spagnolo non lo sappiamo, speriamo che parlino italiano». «Va beh, andiamo». Andiamo ed erano di Valenza Po. Quindi grazie a Dio, la lingua non è stata un’obiezione, un ostacolo e noi siamo entrati, li abbiamo conosciuti e abbiamo cominciato a invitarli a vivere quello che vivevamo noi. Poco dopo andavamo a un Battesimo, si sono imbucati. Li invitavamo a cena da noi, lì. E nel passare del tempo, loro hanno cominciato a dirci che si stavano lasciando, che le promesse dell’inizio non erano mantenute, che non riuscivano più ad avere dialogo tra di loro. E allora noi cosa abbiamo fatto? Siamo stati con loro, non perché erano in un momento di fatica, ma perché c’erano. Quindi non abbiamo mai fatto discorsi su cosa fare e cosa non fare, abbiamo vissuto il rapporto con loro. Adesso sono… A un certo punto da Valenza Po si erano trasferiti a Gorgonzola e continuavano a dire: «Vogliamo star con voi!» e gli ho detto: «Allora, a questo punto, trasferitevi, sennò i chilometri…». «Eh, ma ci abbiamo già pensato, ma non abbiamo trovato un appartamento vicino a voi, è difficile». «Ma siete sicuri?». «Sì, sì, non ve l’avevamo detto, ma è da tempo che ci guardavamo in giro». «Dai riprovate lunedì». E lunedì hanno chiuso l’affitto di un appartamento, penso a 45 metri da casa nostra. È nata un’amicizia. Oggi sono nati altri due figli e vivono con noi e sono la testimonianza a noi che ognuno che incontriamo è un dono a sé per ricordarsi di cosa ho bisogno io.

Secondo. Saltiamo sette-otto-nove anni. Una sera mi chiama un amico di Firenze e mi dice: «Senti, se sei d’accordo, ti farei chiamare dal mio amico Ivan». «Dimmi cos’è?». “Sai, sono una coppia di Milano che hanno un figlio che è nato con un grosso problema alle ossa del cranio ed è venuto qui a Firenze ad operarsi perché c’è un professorone, li abbiamo incontrati e l’operazione è andata bene, il bambino cresce bene, però adesso mi ha chiamato Ivan, dicendomi che stanno affrontando un altro momento di grossa difficoltà perché ha perso il lavoro. Tu riesci a sentire se lì a Milano c’è da far qualcosa?». «Certo, certo, fammi chiamare». Allora mi chiama Ivan e mi dice: «Scusa, sai, io non voglio disturbare». «No Ivan, tranquillo. Se posso ci incontriamo, mi spieghi cosa fai e vedo con gli amici se riusciamo a darti una mano, non so, cominciamo a conoscerci». «Sì, sì, va bene, scusa». Due ore dopo questa telefonata, come è abbastanza quotidiano da noi, entra (io ero in cucina, non so, stavo mettendo a posto, stavo facendo altro) entra Francesco, un amico che, come spessissimo capita, viene a trovarci. Entra Francesco e allora «birretta? Cosa è successo?». «Un casino (era sabato), ieri si è licenziato uno che mi gestiva un bar (Francesco di lavoro gestisce mense e bar a Milano e Nord Italia). Mi si è licenziato uno che gestisce un bar, sono in difficoltà. Lunedì toccherà a me andare a gestire il bar fin quando non trovo un sostituto». «Ma mi ha appena telefonato un amico che cerca lavoro». «Sì, ma io non ho bisogno di uno da mettere lì a fare il caffè, ho bisogno di uno che mi gestisca un bar. Che lavoro fa il tuo amico?». «Ah, non lo so, non gliel’ho neanche chiesto». «Pronto, Ivan, ma tu che lavoro fai, che cosa hai fatto nella vita, che lavori hai fatto?». E lui, molto contrito, mi dice: «Eh sai io in tutta la vita ho fatto solo una cosa, so fare solo quella». «Cosa?». «Gestire i bar». Fa ridere, a me piace dirla così, ma capite che il disegno di Dio è più concreto di questa poltrona. Era sabato. Lunedì inizia a lavorare nel bar di Francesco. Qualche settimana dopo, occasione una cena tra amici, invitiamo Ivan (così almeno ci conosciamo) si capisce che si sta (lo dico in un altro modo di come è stato detto prima, ma è la stessa cosa): «Sto con te perché ci sei e non perché hai bisogno». A Ivan, il lavoro il Signore l’aveva già trovato. Andiamo a mangiare con gli amici e Ivan diventa un amico. Dopo qualche settimana, «Ivan, vieni a cena anche con tua moglie, così la conosciamo». «Ah sì, sì, porto Francesca e il piccolo Tommaso». E cominciano a frequentarci. Ivan, Francesca, Tommaso conoscono noi, conoscono i nostri amici. Passano un po’ di mesi e arriva l’estate. Me lo ricordo (tavolata di quaranta-cinquanta amici sotto il salice del nostro giardino) e a un certo punto, Ivan e Francesca dicono: «Ah volevamo dirvi una cosa». «Diteci». «Avremmo deciso di sposarci». Cinque secondi di silenzio. Noi ci siamo guardati: «Ma come non…». «Noi conviviamo da dodici anni, non ve l’avevamo mai detto, non ce l’avevate mai chiesto». Allora noi siamo un po’, abbiamo certe passioni come tutti e lì dopo quei cinque secondi di quel silenzio che si è creato anche qui, è partito spumante, prosecco e via andare, brindisi alla grande e dopo un po’ di brindisi una domanda: «Ma scusate, perché avete deciso di sposarvi in Chiesa?». E loro: «Sapete, noi ci siamo innamorati, siamo andati a convivere, poi è nato Tommaso, con tutta la sua problematica delle ossa craniche e sono stati anni duri, anche tra di noi, anche tra me e Ivan – diceva Francesca – anni tosti. Poi Tommaso è guarito, si è avviato alla guarigione, quindi, tutto a posto sembrava. Invece poi Ivan ha perso il lavoro e allora un altro momento di difficoltà, un altro mese di tensione tra me e lui. Adesso in questi mesi abbiamo incontrato voi, Tommaso sta bene, Ivan ha ritrovato il lavoro, tutto a posto, non siamo mai stati così bene io e Ivan – diceva Francesca – ed è proprio adesso che tutto va bene che non ci siamo mai voluti così bene, che ci siamo accorti che ci manca qualcosa. E allora proprio l’altro giorno ci siamo detti: ma non è che quel qualcosa che ci manca, pur andando tutto bene, è quel Gesù di cui abbiamo cominciato a sentir parlare frequentando voi e i vostri amici? Se è proprio lui, vale la pena sposarsi». Si sono sposati e sono grandi amici. Ultimo atto. Un anno dopo circa, cena dove ci sono anche loro: «Ah, dobbiamo fare un annuncio. Aspettiamo un bambino». «Un altro?». «Aspettiamo un bambino». «Che bello». Altro brindisi, prosecco, spumante e Ivan in particolare contentissimo, ma serio, più serio del solito: «Non volevamo dirvi solo questo, noi volevamo dirvi che dopo Tommaso e tutte le sofferenze nell’accompagnarlo nella sua sofferenza per la malformazione al cranio, io soprattutto avevo giurato: mai più un figlio! Perché, se succede un’altra volta tutta quella sofferenza, io non la voglio rivivere. E siccome al mondo nessuno al mondo mi può garantire che non risucceda, avevo detto: Mai più un altro figlio!». «E allora cos’è successo?». «Eh, è successo che quando uno ha il cuore che scoppia non può desiderare altro che darlo a tutti, anche a Dio piacendo, a un altro figlio». Noi stiamo con loro e li cerchiamo e li invitiamo a venirci a trovare, perché sono questa possibilità di ricordarci chi tiene in piedi me, la mia famiglia, il Cascinello e tutti noi. Ultimissimo e veloce. Paolo. Allora, lui si definisce l’ultimo grande comunista, è un operaio, viaggia ancora con la bandiera falce e martello sulla macchina dietro e la figlia gioca a pallavolo con una delle nostre figlie. Ci si è conosciuti ed ha cominciato a venire lì da noi. Un giorno due anni fa mi dice «va che io tutta questa storia qua di Gesù, l’incarnazione, la Madonna, i preti non è che l’ho capita molto bene eh». Mi ricordo la prima messa a cui è venuto, era di fianco a me. «Il Signore sia con voi», mi guardava per capire cosa rispondere. Mi dice «faccio un po’ fatica a venire ai vostri incontri, vengo a mangiare ma gli incontri…». Gli dico «Paolo ma cos’hai capito?». «Io ho capito che da voi non me ne voglio andare». «Sei più cristiano di me». Adesso viene agli incontri, ai momenti ufficiali? No, sparisce quindici giorni, poi una sera torni dal lavoro particolarmente stanco, proprio quella sera lì o particolarmente incazzato. «Driiin». «Ué c’ho qui una birra artigianale speciale, alle nove, se non è un problema, sono lì che ve la faccio assaggiare» e tu lì ridecidi come davanti a ogni circostanza se val la pena seguire di più il tuo progetto buono, perché uno che torna a casa stanco dal lavoro, mi sembra un progetto buono quello di riposarsi un attimo o il disegno di un Altro, che però ha reso la tua vita bella e affascinante. Grazie.

 

MARCO MAZZI:

Grazie, perché mi sembra che abbiamo tratteggiato come un quadro, ognuno con le sue caratteristiche, il suo temperamento, la sua storia ma abbiamo disegnato un quadro bello. Una battuta finale, Mario, ce l’hai?

 

MARIO BOLZAN:

Sentendo quello che diceva l’amico in qualche modo, anche se in modo diverso, mi riconosco e penso molto semplicemente una cosa che ho letto in un libro che mi ha regalato la mia amica, una collega, La vita di Giussani di Savorana. Una cosa che mi ha molto colpito è come don Giussani, poco prima di morire, dica, mi sembra alla nipote, “sappi che io ho sempre obbedito”. Ecco, io penso che questa sia la via che il Signore ci vuole indicare: obbedire a lui. Madre Maria di Parigi, martire di Parigi, negli ultimi scritti diceva: “Noi possiamo pensare di programmare la nostra vita, evitare ogni problema, ogni pericolo, ogni difficoltà, avere la presunzione di sapere come vanno le cose: questa non è fede”. Allora mi permetto di dire che laddove ci sono le orme di Cristo, noi siamo chiamati a seguirle. Perché là c’è il senso della nostra vita e là c’è la speranza per tanta gente, che non è migliore di noi, ma ha tanto bisogno di sentire che esiste l’amore. La dimensione dell’amore all’ultimo, a chi non ha meriti, come è stato per noi.

 

ANDREA FRANCHI:

L’esperienza di cinquant’anni e di questi dieci a Cascinello, è che ognuno di noi è amato da un Gesù che non sta sulle nuvole ma è qui: è questa la speranza per me, per la mia famiglia e per tutti. Occorre avere occhi aperti e cercarlo. Avete visto nelle immagini che sulla facciata centrale del Cascinello, c’è questa frase che abbiamo scritto all’inizio e oggi è un po’ più vera perché è un po’ più esperienza, è una frase di Geremia “ti ho amato di un amore eterno che è fedele, è Dio che ci ha scelti perciò ti ho attratto a me”. È il fascino di una vita che abbiamo incontrato a tredici anni per me, poi all’Università, «io da qui non me ne vado, questi sono gli amici», per poi scoprire chi rende possibile un’amicizia così e «ho avuto pietà del tuo niente», che non è un fustigarsi, che è la promessa «se mi segui ti gusterai tutto, ogni circostanza», come è scritto sulla parete. Siccome molti di voi non ci credono, siete tutti invitati a scaglioni di cento per chi vuole. Voi due con le vostre famiglie, per primi.

 

MARCO MAZZI:

Io ero proprio curioso di sapere cosa avrebbero raccontato, perché se ci pensate, con le diverse sfumature ma sono state tratteggiate delle storie, anche nei dati, anche nei numeri, ma sono venute fuori le storie e le passioni della persona. E tutta questa avventura è la famiglia in azione, è la famiglia che vive. Io volevo leggere una frasetta dell’Amoris laetitia, che quando l’ho letta mi sono sentito proprio fotografato. Il Papa dice così: “Una coppia di sposi che sperimenta la forza dell’amore, sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere domestico il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello”. E così ci salutiamo e buon lavoro a tutti.

Trascrizione non rivista dai relatori

 

190820 FAMIGLIE IN AZIONE

Data

20 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri