ECOCLOUD LA RETE DELLE IMPRESE SOSTENIBILI: AGRICOLTURA, PRODUTTIVITÀ, CRESCITA - Meeting di Rimini

ECOCLOUD LA RETE DELLE IMPRESE SOSTENIBILI: AGRICOLTURA, PRODUTTIVITÀ, CRESCITA

In collaborazione con Confagricoltura. Partecipano: Emma Amiconi, Direttore di Fondaca (Chiappe Revello-Fondaca); Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura; Alessandra Pesce, Responsabile Ricerche Macroeconomiche e Congiunturali di Inea; Davide Reina, Professor, Marketing Department SDA BOCCONI e Founder di VISIONANDO; Donato Rotundo, Direttore Area Ambiente ed Energia di Confagricoltura. Introduce Mario Benedetto, Direttore Area Comunicazione di Confagricoltura. In occasione dell’incontro interventi dei rappresentanti delle Filiere: Marco Caprai, Imprenditore Agricolo; Augusto Congionti, Imprenditore Agricolo; Guecello di Porcia, Imprenditore Agricolo; Marco Bernardo di Stefano, Imprenditore Agricolo; Mario Faro, Imprenditore Agricolo; Salvatore la Valle, Presidente Agri Power Plus; Anna Trettenero, Imprenditore Agricolo.

 

ECOCLOUD LA RETE DELLE IMPRESE SOSTENIBILI: AGRICOLTURA, PRODUTTIVITÀ, CRESCITA
Ore: 15.00 Sala Tiglio A6
In collaborazione con Confagricoltura. Partecipano: Emma Amiconi, Direttore di Fondaca (Chiappe Revello-Fondaca); Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura; Alessandra Pesce, Responsabile Ricerche Macroeconomiche e Congiunturali di Inea; Davide Reina, Professor, Marketing Department SDA BOCCONI e Founder di VISIONANDO; Donato Rotundo, Direttore Area Ambiente ed Energia di Confagricoltura. Introduce Mario Benedetto, Direttore Area Comunicazione di Confagricoltura. In occasione dell’incontro interventi dei rappresentanti delle Filiere: Marco Caprai, Imprenditore Agricolo; Augusto Congionti, Imprenditore Agricolo; Guecello di Porcia, Imprenditore Agricolo; Marco di Stefano, Imprenditore Agricolo; Mario Faro, Imprenditore Agricolo; Salvatore la Valle, Presidente Agri Power Plus; Anna Trettenero, Imprenditore Agricolo.

MARIO BENEDETTO:
Eccoci, possiamo iniziare. Ci possiamo presentare, benvenuti a tutti, ringraziamo tutti per la presenza. Siamo qui come sapete a parlare di un tema che sta molto a cuore sia a chi si trova qua a parlare appunto di “Emergenza uomo”, sia a chi si trova qua a presentare un progetto che fa parte di un disegno molto ampio, che denota una volontà di rinnovamento, di guardare al futuro e a quello che significa, diciamo, essere impresa ma allo stesso tempo essere uomo. E’ evidente che parlando di Emergenza uomo non si può non tenere conto della sostenibilità, in questo caso ambientale, in questo caso riferita ad una realtà, come quella dell’agricoltura, che deve necessariamente guardare a un valore come questo e, parlando di questo, mi ha molto colpito il tema “ridare identità all’umano”. Questo, credo che di questi tempi sia una priorità assoluta. L’identità presuppone dei valori, valori a cui bisogna far riferimento, intorno ai quali bisogna riunirsi e riconoscersi. Uno di questi, guardando al futuro, non può che essere quello della sostenibilità. Ecocloud è un progetto che vuole parlare di questa tematica, vuole concretizzare idee relative a questa tematica e, senza fare dei preamboli troppo ampi e dispersivi, perché ci saranno autorevoli relatori che spiegheranno, dal loro punto di vista, cosa significa investire in questo senso e cosa significa lavorare nella e per la sostenibilità, io darei subito, immediatamente, la parola a Donato Rotundo, che è il Direttore dell’Area Ambiente ed Energia di Confagricoltura e che ovviamente segue questo progetto e vi spiegherà il perché e da dove nasce l’idea Ecocloud e dove vuole arrivare. Grazie.

DONATO ROTUNDO:
Buongiorno a tutti, io ho anche delle slides se eventualmente le volete proiettare. Noi siamo partiti da due elementi importanti per lo sviluppo del progetto Ecocloud. Quello che sta avvenendo a livello europeo e nazionale, è la necessità di avere una maggiore presenza sul tema della sostenibilità da parte del mondo di Confagricoltura e soprattutto delle imprese agricole. Perché questo? Perché io non andrò a enucleare tutti i provvedimenti, però ormai siamo negli ultimi dieci anni su interventi della Comunità Europea che hanno riguardato soprattutto la sostenibilità su tutti i settori, compresa l’agricoltura. Mi soffermo soprattutto, sul partenariato che riguarda l’agricoltura, su produttività e sostenibilità. Questo è l’impegno, la sfida futura su cui ci dovremo confrontare come imprese agricole e come organizzazione. Ci sono una serie di elementi che ci dicono che occorrerà aumentare la produzione ma contemporaneamente produrre in maniera sempre più sostenibile. E’ vero che negli ultimi anni l’Unione Europea ha favorito questo percorso, però adesso, proprio per l’aumento delle produzioni, occorrerà in qualche modo implementare ulteriormente il percorso. Vedete che sono argomenti generali: la bioeconomia, il Blueprint, che riguarda l’acqua, la gestione delle risorse idriche, e soprattutto le normative di settore. Non mi soffermo su tutti. Vi dico solamente il riferimento sugli agrofarmaci, con l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, che sarà la prossima sfida che riguarderà le imprese agricole. Partiamo dai riferimenti della politica europea al 2020. Come vedete ci sono tre elementi: intelligente, sostenibile, inclusiva, che sono quelli che guideranno tutta la prossima programmazione e riguarderanno tutti i settori. In Italia si sta già lavorando a livello di Ministeri, con il supporto delle varie categorie sociali, per un accordo di partenariato che riguarda undici punti, al fine di iniziare a capire come i vari fondi strutturali dovranno intervenire sui singoli argomenti. Non ho il tempo per entrarci, però vedete da questo brevissimo elenco, come si parla di agricoltura, di energia, di tutela dell’ambiente, di mobilità, tutti argomenti estremamente interessanti per il settore. Un ultimo esempio sui partenariati: si sta già incominciando a lavorare, si sta iniziando a lavorare sull’innovazione, che riguarda un po’ tutti i settori, ma probabilmente si approfondirà presto anche il settore dell’agricoltura. In Italia continuiamo a lavorare anche con il Ministero dell’Ambiente, che ha prodotto già una serie di riferimenti con l’ultima delibera del CIPE, proprio per produrre investimenti in sostenibilità, con una serie di argomenti che sono già implementati da una serie di aziende: impronta di carbonio, impronta ambientale, impronta idrica, tutti percorsi specifici che puntano alla sostenibilità. Qui vedete un quadro veloce di quello che ha fatto il Ministero dell’Ambiente negli ultimi anni, occupandosi anche di agroalimentare e di imprese agricole con molte aziende già coinvolte. Un accenno velocissimo sul fatto che chiaramente oggi noi sentiamo parlare soprattutto di sostenibilità, associandola ad una serie argomenti quale può essere la filiera corta, l’agricoltura biologica. Il nostro obiettivo è di non soffermarci qui, perché le esperienze aziendali che sono in qualche modo evidenziate nel progetto Ecocloud, che verrà presentato dopo, dimostrano che molte imprese agricole stanno lavorando in maniera sostenibile, probabilmente implementando percorsi che sono ancora più preziosi. Contemporaneamente abbiamo una serie di situazioni che in qualche modo vengono imposte alle imprese agricole dalla industria agroalimentare, anche positivamente, però rischiamo spesso e volentieri di vedere trasferito lo sforzo delle aziende sulla sostenibilità in altri settori e in qualche modo scomparire nel lavoro che fanno le imprese agricole. Come vi dicevo, diverse aziende associate di Confagricoltura, quelle che poi troverete nel progetto Ecocloud, hanno già implementato questi percorsi, soprattutto nel settore vitivinicolo, percorsi spesso individuali ma anche in progetti complessivi. Qui vedete alcuni dati di come le imprese agricole stanno implementando percorsi di sostenibilità anche su argomenti specifici. Questo è il quadro che vi verrà spiegato poi successivamente sul progetto Ecocloud. Qui vi volevo solo ricordare che il progetto nasce da Confagricoltura con il supporto di Chiappe Revello e Fondaca dal punto di vista scientifico e di New Vision per quanto riguarda la parte informatica. Qui sono gli obiettivi che ci poniamo: aggregare aziende, iniziare in qualche modo a parlare di sostenibilità sempre di più nel nostro mondo, creare uno scambio di informazioni, creare una vetrina, evitare comunque di creare sovrapposizioni e cappelli su questioni che riguardano l’impresa agricola. Noi vogliamo mettere in vetrina soprattutto le imprese agricole, comunicare quello che si sta facendo, creare una comunicazione tra le stesse aziende. Dal progetto Ecocloud partiamo con la presentazione delle buone pratiche per implementarle e fornire poi alle imprese una serie di supporti e informazioni che riguarderanno la sostenibilità per i prossimi anni. L’ultima slide. Questa è la sfida che noi in qualche modo dovremo affrontare in futuro: produttività e contemporaneamente confrontarci con la riduzione della possibilità di utilizzare suoli, prodotti fitosanitari, di usare acqua, e produrre sempre più energie rinnovabili. Con questi aspetti che riguardano la sostenibilità ambientale, economica e sociale, dove abbiamo grandissimi sviluppi, mi riferisco solamente all’agricoltura sociale, ultimamente abbiamo un disegno di legge in Parlamento, ce ne parlerà poi Marco Di Stefano, che in qualche modo sta cercando di implementare sempre più percorsi di questo tipo, anche nelle imprese agricole. Grazie.

MARIO BENEDETTO:
Grazie, grazie a Donato Rotundo. Questa per sommi capi l’esposizione dei progetti. Io passerei immediatamente la parola, mantenendo dei ritmi piuttosto serrati, entro il limite di otto, dieci minuti a intervento, passerei la parola subito a Davide Reina, che è Professore della SDA Bocconi del Dipartimento di Marketing, per un intervento che ci darà un’overview su green economy e agricoltura. Grazie.

DAVIDE REINA:
Buongiorno e ben trovati. Io ho un quarto d’ora, quindi cercherò di andare subito al dunque. Prima volevo ringraziare gli amici di Confagricoltura, il dottor Guidi e il dottor Rotundo per l’invito. Cercherò in questo tempo di dire quelli che, secondo me, sono i fenomeni che potrebbero essere più interessanti per il futuro all’interno del mondo del green legato all’agricoltura. Allora, diciamo che grosso modo ci sono questi tre grandi punti su cui ragionare per il futuro. Il primo è quest’idea del passaggio da un’impresa a una filiera sostenibile, da “cradle to cradle”, cioè dalla culla alla culla. Il secondo è il ridimensionamento non in senso negativo, ma la possibilità di avere nell’agricoltura non solo grandi imprese ma anche molte piccole imprese integrate a valle e in grado anche di auto-produrre energia. Il terzo punto è un punto molto importante dal mio punto di vista, cioè quello di riportare l’attenzione sul PIL agricolo, non solo in termini di crescita, è comunque una delle poche cose che cresce attraverso la crisi, ma anche in termini di associazione al PIL di un concetto che è il “Green Performance Index”, cioè associare al PIL un concetto di economia verde responsabile. Andiamo subito a vedere nel dettaglio questi punti. Allora, primo punto, questa idea del “cradle to cradle”, il ragionamento è semplice. In natura nulla si distrugge e tutto si trasforma. Noi abbiamo la possibilità oggi, lavorando su prodotti finiti, se siamo imprenditori agricoli che fanno prodotti come le bottiglie di vino, comunque con del “packaging”, di realizzare un concetto per cui quel “packaging” si può utilmente riutilizzare, reimpiegare. Questo ovviamente non arriverà direttamente nelle mani dell’imprenditore agricolo, potrebbe arrivare nelle mani del cliente finale. Il “cradle to cradle” è anche una certificazione, ma è un processo per cui io penso i prodotti in maniera tale per cui, dopo che li ho utilizzati una volta, possono essere riutilizzati una seconda volta. Il vetro è un esempio di riutilizzo, ma prima ero a pranzo e raccontavo della bottiglia di plastica. In essa questa parte qua, questo tappo e questa linguetta, non sono compatibili. Qual è il risultato? E’ che noi oggi abbiamo delle aziende in Romania con delle donne, degli uomini, dei ragazzini che tagliano la linguetta di plastica e il tappo perché non sono compatibili con questa parte. Capite che questo è uno spreco di tempo, danaro e risorse. Come si fa evitarlo? Si riprogetta la bottiglia. Una volta che tu riprogetti la bottiglia, la ricicli in mezz’ora e la rivendi facendo margine. Ora, questo è un gigantesco lavoro da fare, non è teoria, questa cosa si sta già facendo in molti Paesi europei, in Germania, in Danimarca e chi se ne frega, scusate la parola, delle certificazioni burocratiche, perché è buon senso, cioè è stupido avere del “packaging” che al di là della quantità di materia prima non è pensato per poter essere disassemblato velocemente e riutilizzato. Se io devo usare quarantotto ore un uomo per disassemblare quella roba, non la vendo mai guadagnandoci. Se invece riesco a disassemblarla velocemente, ci guadagno. Dopodiché quello che è bene per il portafoglio è anche bene per l’ambiente, perché un mondo in cui tutta la filiera recupera idealmente, ma lo puoi fare anche in pratica, il “packaging”, è un mondo che risparmia parecchia CO2, cioè è un modo di de-carbonizzare la filiera, quello di fare il “cradle to cradle”. Come si fa? Si riprogettano i prodotti, punto numero uno. Punto numero due: si lavora su un ragionamento anche di tipo chimico, perché si fa una valutazione del grado di salubrità o meglio del grado di nocività delle sostanze chimiche afferenti al prodotto. Terzo punto: si lavora con la filiera intera, quindi se io devo ragionare come imprenditore agricolo o come Confagricoltura, dovrei coinvolgere dalla materia prima, ipotizzando una filiera che arriva in un supermercato, alla bottiglia di vino sullo scaffale, oppure se arrivo direttamente con internet, l’e-commerce, in casa di Mario Rossi, alla bottiglia d’olio, compreso il recupero. E’ una filiera che dovete immaginarvi all’incontrario. Se voi venite in questo tipo di filiera tra due mesi almeno, non voglio fare pubblicità, ad ottobre inoltrato, troverete una filiera all’incontrario, fatta di macchine utensili che recuperano i rifiuti e li rivendono, perché i rifiuti sono materia prima, sono materia prima e naturalmente questo tipo di ciclo che è circolare imita la natura che trasforma tutto e mediamente risparmi un 30, 40% di CO2 afferente. Perché il ciclo lineare, che butta via, ne consuma un 40% in più. Quindi questo è un modo di de-carbonizzare la filiera. Cosa ci vuole? Ci vuole un coordinamento di filiera, non posso fermarmi solo alla produzione. Questo è il primo punto su cui secondo me varrebbe veramente la pena di lavorare, di ragionare. Questo è il tipo di concetto: la natura viene imitata. Questo signore ha inventato questo concetto più di quindici anni fa tra l’altro, è un architetto, lavora anche con dei chimici. Lui dice: abbiamo creato prodotti per andare dalla culla alla tomba, dobbiamo ricrearli, pensando in modo tale che possano rinascere, cioè dalla culla alla culla. Poi il futuro è la riciclabilità multipla: quella bottiglia non deve essere riciclabile solo dieci volte, ma venti volte, trenta volte, quaranta volte, perché in questo modo si crea un circuito delle materie prime all’incontrario. Ripeto ancora una volta che, secondo me, va superato il concetto che l’ecologia è un costo in più per l’imprenditore. L’ecologia lavora di solito abbassando i costi operativi dell’impresa, perché se io emetto mano alla CO2, di solito vuol dire che utilizzo meno energia a parità di fatturato, quindi ho costi operativi più bassi. Poi il tema è anche quello di far partecipare l’imprenditore a questo mercato delle materie prime, non come tassa ma come utile, cioè se io do il mio contributo a produrre materie prime, mi devono anche pagare per questo. E qui c’è tutto un tema di tassazione, di fiscalità per l’ambiente che va riveduta. Io mi scuso se sono drastico, mi hanno dato un quarto d’ora, non posso essere troppo moderato nelle affermazioni. Ma il punto chiave è che fino a quando noi pensiamo che all’ambiente bisogna solo aggiungere tasse, non andiamo lontano. Noi dobbiamo creare una fiscalità favorente l’affermazione di una politica ambientale da parte dell’azienda, precisa, pragmatica sul punto e competente. Questo è il primo punto. Il secondo punto è “downsizing”, che vuol dire, come indica l’immagine, il ridimensionamento delle dimensioni, perché quello che sta comportando il progresso tecnico dal punto di vista della micro generazione di energia, sto parlando del modo in cui tu generi energia, che sia energia eolica, che sia energia solare, che sia energia geotermica, è che trent’anni fa noi avevamo dei progettisti che creavano degli impianti che se erano mulini eolici erano alti cento metri. Oggi abbiamo tutta una tecnologia dietro le spalle che crea mulini eolici che sono alti mezzo metro, pesano ottanta chilogrammi, e lavorano catturando vento frammentario. Tenete presente che il 70, 80% del vento che avete, se siete agricoltori in Italia, non è un vento costante, al di là di poche regioni italiane, pochissime, ma un vento frammentato. Esistono oggi dei micro mulini eolici, seri, che catturano il vento frammentato, producendo dei kilowatt in modo efficiente dal punto di vista energetico. Cosa voglio dire? Che il “downsizing” significa che oggi esistono tutta una serie di strumenti per produzione di energia in loco, in sito, che possono essere micro mulini eolici, possono essere energia solare, possono essere energia geotermica, possono essere piccole turbine idroelettriche, che consentono ad un imprenditore che sia in parte aggiornato, in parte venga aiutato da questo punto di vista, di fare della sua impresa agricola un’impresa agricola che in più è un micro generatore di energia, che in pratica vuol dire: l’energia che mi serve per lavorare me la auto-produco, quella in eccesso posso anche venderla eventualmente e con tutto il rispetto per l’Enel, posso anche fare a meno dell’Enel e, se vogliamo, controllare anche i miei costi operativi. Questo signore che si chiama Amory Bloch Lovins, è una persona che in America dirige un gruppo di lavoro di più di duecento persone, è un fisico e la cosa che lui fa notare già nel 2009, 2008, è che già oggi un terzo della nuova energia elettrica prodotta nel mondo è fatta in loco, in micro-generazione. Cosa vuol dire: mi attacco un micro mulino sul tetto della cascina e quella energia lì me la utilizzo per farmi funzionare una parte, che ne so io, dell’impianto elettrico che mi serve per fare una serie di altre cose. Io ho una minore efficienza nella produzione di energia rispetto a un mulino di cento metri ma, siccome io l’energia la utilizzo in un raggio di duecento metri, compenso, perché non disperdo energia. Una cosa che non vi dicono è saper fare i conti, è che se io uso un mulino di per sé alto centocinquanta metri, è chiaro che quello lì è più efficiente di un mulino alto tre metri, però dopo l’energia va trasportata a centocinquanta chilometri e l’energia nel cavo si disperde, quindi non è vero che è più efficiente. Se io ragiono su un’impresa agricola anche di parecchi ettari, ho un raggio chilometrico relativamente ridotto, entro il quale il costo kilowatt è competitivo. Quindi, attenzione, questo è, secondo me, il secondo punto su cui bisognerebbe lavorare per una piattaforma Ecocloud – Ecogreen. L’idea è che queste siano tante imprese agricole e che ogni impresa agricola continui a fare il suo mestiere ma sia anche una piccola centrale di produzione di energia. Questo significa poi in pratica avere aggiornamento tecnico, avere dei servizi che aggiornino l’imprenditore su questo fronte, perché l’Italia per esempio è piena di pannelli solari tra i peggiori performanti sul mercato mondiale, quindi noi abbiamo una rete elettrica ad energia solare che è stata pompata a suon di sussidi, ma che è molto arretrata, e questo è un problema di legge nel merito. Non voglio entrare in questo in questo momento, dico solamente che di qui ad oggi e per il futuro la grande opportunità da intercettare è: siccome esistono le tecnologie sull’eolico, sul geotermico, sull’idroelettrico, sul solare, che si prendano le tecnologie migliori che ci sono, perché ti consentono di lavorare autoproducendoti in maniera economicamente conveniente per te. Ancora una volta cosa vuol dire lavorare in questo modo? Vuol dire de-carbonizzare la filiera, perché comunque se io autogenero e produco in loco, io, alla fine, finisco per emettere meno CO2. Ometto di dire il fatto che, per vari motivi, le due fonti di energia che sono di gran lunga evidentemente più rinnovabili di quelle che vi ho citate, che sono l’eolico e il solare, evidentemente hanno una emissione di CO2 più bassa di altre fonti alle quali potete tranquillamente pensare, come il termoelettrico al quale potete accedere a duecentocinquanta chilometri di distanza. Questo è l’ultimo punto. L’idea è questa: le due cose che ho detto prima ne fanno parte, perché, sempre per fare un esempio concreto, cosa vuole dire aumento del PIL in un mondo come il vostro? Vuol dire aumentare il PIL attraverso più export, un’integrazione a valle maggiore vendendo prodotti finiti, invece che vendere solo semilavorati. Vuol dire anche cogliere questa opportunità, per cui oggi un imprenditore agricolo – faccio l’esempio del vino perché viene meglio – può vendere il 50% del suo fatturato in loco, perché delle persone vanno a prendere il prodotto e il 50% lontanissimo. Oggi l’agricoltura si può vendere a chilometro zero, oppure a 37.000 chilometri di distanza, che è il diametro della terra, del pianeta. Cosa voglio dire, che tu puoi vendere una bottiglia di vino perché uno ti viene a trovare in cascina e te la compra, oppure on-line, perché c’è qualcuno che va sul tuo sito, sta a New York, ti compra la bottiglia di vino e tu gliela vendi e la tua filiera è cortissima ma è al tempo stesso a chilometro zero oppure è a 37.000 chilometri di distanza. Il chilometro zero, dal mio punto di vista e in quello che viene fuori dall’analisi, è un fattore dove le persone vanno a prendersi i prodotti e la ragione numero uno è perché dicono che sono più buoni dei prodotti che ci sono ai supermercati. La cosa che viene fuori è questa: le persone vanno a prendere i prodotti nel chilometro zero perché si rendono conto che sono molto più buoni di quelli che ci sono a scaffale: frutta, verdura e altre cose. Poi anche perché si rendono conto che fanno un discorso che ambientalmente potrebbe essere interessante, però attenzione, non creiamo falsi miti. Qui c’è un tema di gap di qualità fortissimo fra quello che c’è a scaffale in un supermercato e quello che si va a prendere direttamente sulla terra. Bisognerebbe interrogarsi sul perché le pesche o le pere in certi primari operatori della distribuzione nazionale sanno più di legno che di frutta. Lo dico anche nel senso di chi è produttore. Chiusa la parentesi. Certamente il PIL agricolo in crescita vuol dire anche migliorare la filiera da questo punto di vista: accorciare la filiera. Forse in un futuro è possibile immaginarsi anche la possibilità che ci siano start-up agricole. Sessanta, settanta, ottanta anni fa, in questo Paese c’era una Banca nazionale dell’agricoltura, c’era una Fondiaria. Questo tipo di organizzazioni specifiche oggi non ci sono più nel senso in cui erano state create. Probabilmente va recuperata all’interno di questo percorso, una finanziarizzazione dedicata all’agricoltura, che pensi anche alle start-up agricole, naturalmente imponendo dei criteri di responsabilità ambientale, ragionando sul fatto che oggi la piccola dimensione nell’agricoltura non vuole più dire miseria, può voler dire autoimpiego e un’ottima qualità della vita e anche un certo tipo di profitto, più stabile, magari non enorme, ma più stabile di altri tipi di impieghi che ci possono essere in giro oggi nel mondo o in Italia. Quindi secondo me il PIL agricolo – e ho concluso, credo stando nei tempi – ha dentro di sé degli ingredienti sul green che io credo dobbiamo catturare: il cradle to cradle, cioè il riciclo di filiera da una parte, e il tema della autoproduzione e certificazione energetica in loco dall’altra, necessariamente deve essere pensato anche per poter essere un PIL che pensi in termini di politica agroindustriale, dove ci siano dei nuovi imprenditori o gli stessi imprenditori allarghino questo tipo di lavoro, ragionando in questo modo, cioè pensando anche a start-up agricole nuove su terreni eventualmente disponibili. Chiudo con un’ultima cosa, veramente l’ultimissima. Si fanno le cose per guadagnarci ma anche perché si parla di sostenibilità e di interesse per l’ambiente e la collettività. Io ricordo che questo è un Paese che ogni anno spende qualche miliardo di euro a riparare terreni che non vengono più mantenuti, non vengono più coltivati; le canalizzazioni in terreni collinari, in Italia, erano anche un’opera di utilità pubblica, perché impedivano all’acqua di rovinare a valle facendo dei disastri. Quindi questo è un tema che avrebbe anche una conseguenza. Se uno dovesse misurare il ritorno sugli investimenti di un PIL agricolo in crescita, dovrebbe considerare anche questo aspetto: le minori frane, i minori lavori pubblici di riparazione indotti da questo tipo di sviluppo. Grazie.

MARIO BENEDETTO:
Grazie professor Reina, adesso il prossimo intervento è quello di Emma Amiconi, che è Direttore della Fondazione Cittadinanza Attiva di Chiappe Revello e ci parlerà del progetto Ecocloud dal punto di vista scientifico. A lei la parola con gli stessi limiti di tempo.

EMMA AMICONI:
Buonasera a tutti, cercherò di stare anch’io nei tempi che credo siano dieci minuti.
A me il compito di illustrarvi più nel merito il progetto Ecocloud che, come tutti voi presenti stasera sicuramente saprete e come abbiamo riappreso dagli interventi che mi hanno preceduta, vuole centrare due temi fondamentali: la sostenibilità da una parte e il mondo agricolo dall’altra. Tenendo poi conto dei numeri delle aziende e della diversità delle aziende associate a Confagricoltura, è chiaro capire che il tema, se diffuso in maniera massiccia e praticato da tutte le realtà aderenti, avrebbe un impatto di cambiamento sul fronte ambientale, sul fronte sociale e sul fronte anche commerciale, economico di tipo enorme. E’ proprio in questo senso che vi vorrei illustrare, appunto, il progetto, dandovi indicazione dei motivi che l’hanno fatto nascere, di quali sono le prime risultanze ad un paio di mesi dall’avvio operativo, di quali sono le linee di sviluppo futuro e poi qualche parola sui partners del progetto.
Allora, il dato di partenza era proprio questo: la peculiarità del tema della sostenibilità in ambito agricolo, la diversità delle realtà associate a Confagricoltura, dalle piccolissime alle grandi, alle grandissime, diverse per filiera, diverse per tipologia produttiva, diverse naturalmente per appartenenza geografica, imponeva un qualche cosa che lanciasse il tema della sostenibilità e che tenesse conto di queste realtà molto diverse. D’altra parte è stata decisiva anche la volontà di non partire con un progetto astratto o che indicasse soltanto buone intenzioni, ma che partisse invece dalla presa d’atto, dalla conoscenza di quelle pratiche, di quelle realtà operative che già sicuramente si sapeva esistevano nel territorio e che facevano pensare che ce ne fossero molte altre già operative ma magari sconosciute.
Per questo motivo è nato Ecocloud e che cos’è Ecocloud? Innanzitutto è un progetto che vuole ampliare il concetto di sostenibilità – che normalmente viene tradotto in agricoltura come una valutazione del solo impatto ambientale delle attività aziendali – in un approccio più ampio, che vede il tema della sostenibilità, includendo tutti gli stakeholder che ruotano intorno alle realtà agricole, intendendo quindi sia gli interni che gli esterni alle aziende stesse. Quindi con un approccio multistakeholder e di maggiore tematicità.
Gli obiettivi del progetto, come ha anche detto prima rapidamente il dottor Rotundo, sono appunto presidiare il tema della sostenibilità in agricoltura, mettendo a disposizione delle imprese un know how che sia anche condiviso; costruire un data base di buone pratiche di sostenibilità, realizzate dalle imprese associate e specialmente, a partire dai primi due presupposti, incoraggiare dei comportamenti tra le aziende che siano emulativi naturalmente verso il meglio, per favorire un miglioramento continuo dell’applicazione e della realizzazione di pratiche e del concetto di sostenibilità. Ecco com’è il progetto che poi, sostanzialmente, in questo momento, è un data base, un catalogo di buone pratiche. Confagricoltura ha dato l’impulso e ha sostanzialmente diffuso la notizia, l’informazione attraverso i propri associati; dalle associate sono arrivate le pratiche. In questo momento, dopo poco più di un mese di vita, diciamo pubblica, del progetto, sono state già catalogate 171 pratiche che vengono da 69 aziende e i partners, nel caso specifico Fondaca e Chiappe-Revello, una società e una fondazione con un forte know how sulla responsabilità sociale di impresa, hanno collaborato mettendo a disposizione le proprie competenze e quindi dando l’impostazione scientifica e la metodologia del progetto. Poi è partita da pochi giorni anche tutta l’attività che vedete descritta nella parte rosa della slide e cioè la valutazione. Non è un premio, il catalogo non ha la necessità di essere votato perché qualche azienda vinca un premio rispetto alle altre, ma semplicemente la valutazione vuole esser un processo, una metodologia per avvicinare un pubblico più vasto alla conoscenza di queste pratiche, per stimolare l’emulazione e per dare comunque delle indicazioni che possano favorire un feedback ed un miglioramento continuo anche nell’ambito delle stesse attività già realizzate. Ci sono tre modi per valutare le pratiche: on-line, andando nel sito di Confagricoltura – tra l’altro vi inviterei tutti ad andare nello stand che c’è qui al Meeting di Confagricoltura, ci sono dei computer a disposizione dove potete entrare e le buone pratiche sono analizzabili attraverso numerosi modi: possono essere ricercate per ragione sociale, per luogo geografico, per Provincia e Regione, per tipologia tematica e per tipologia generale multi-tematica ed anche per filiera di produzione -. Quindi la valutazione si può fare on-line, ciascuno associato, ciascun utente che entra nel sito di Confagricoltura, se vuole, può andare e dare la propria valutazione.
Quindi dicevo che la sostenibilità, il concetto di sostenibilità che viene utilizzato nel processo è proprio quello di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Per aiutare le imprese, identificare le buone pratiche da presentare, è stata predisposta una griglia che rende esplicito il perimetro delle aziende e declina il concetto si sostenibilità per il settore agricolo su nove temi. In altre parole, tutte le aziende che hanno partecipato proponendo le buone pratiche, hanno ricevuto un kit operativo fatto dalla definizione delle nuove aeree nelle quali si erano eventualmente realizzate le proprie pratiche, avevano una griglia da riempire, avevano istruzioni per l’uso, questo per cercare di rendere più semplice possibile il progetto, per avvicinarsi rapidamente all’obbiettivo di potere pubblicare nel sito le pratiche.
Le aeree tematiche che sono state usate sono: l’uso responsabile delle risorse naturali, la tutela dell’eco-sistema, la difesa, la valorizzazione della biodiversità, l’efficientamento del processo produttivo, la cura e lo sviluppo delle risorse umane, la valorizzazione delle comunità e dei territori, la sostenibilità della catena di fornitura, il dialogo con i consumatori e la partnership con la comunità scientifica. L’uso, la definizione di buona pratica che noi abbiamo utilizzato, è molto operativa. Ci è stato chiesto di segnalare buone pratiche quando queste fossero realizzazioni di attività che hanno prodotto un effetto rilevabile in termini di sostenibilità economica, sociale ed ambientale, non intenzioni, non progetti astratti, ma realtà che avevano già identificato un possibile risultato che fosse misurabile e descrivibile. Le aziende che hanno voluto partecipare all’Ecocloud, hanno dovuto indicare i benefici materiali o immateriali che hanno potuto conseguire grazie alla pratica segnalata.
Come vi dicevo il progetto prevede delle tipologie di valutazione on-line, attraverso una serie di criteri di valutazione che sono il rilievo dell’iniziativa rispetto all’azienda che l’ha promossa, l’effetto potenziale sulla filiera all’interno delle realtà associate e la replicabilità della pratica in altre situazioni e contesti del settore agricolo.
Il catalogo, come vi ho già detto, è consultabile attraverso diversi entry point. Alcuni dati sui primi risultati conseguiti dalla pubblicazione del catalogo. Qui trovate un grafico che vi dimostra per le nove filiere tematiche, quali sono quelle che, rispetto alle 171 pratiche già raccolte, hanno raggiunto i punteggi maggiori in percentuale. Tutela dell’ecosistema, efficientamento del processo produttivo e valorizzazione delle comunità e del territorio sono i temi che hanno raggiunto il maggior numero di pratiche, seguito dall’uso responsabile delle risorse naturali e della partnership con la comunità scientifica. Gli altri temi, biosostenibilità, risorse umane, sostenibilità della catena di fornitura insieme al dialogo con il consumatore, sono più o meno tutti nella stessa percentuale. I risultati in termini di aziende partecipanti vedono per il momento il Nord con ampissimo margine di superiorità rispetto al Centro e rispetto al Sud. Sono rispettivamente 65,2%, 26,1% e all’8,7% e questo naturalmente, rispetto ad un campione di solo 171 aziende, è solo un campione rispetto al totale, anche se indica che, se non altro, nel Nord c’è una maggiore sensibilità o una maggiore capacità di rispondere ad una chiamata di questo tipo. Naturalmente l’invito è che si cerchi di sollecitare, anche da parte delle altre realtà regionali, una maggiore partecipazione, perché sicuramente le buone pratiche ci sono.
E ancora qualche primo risultato: 171 pratiche, 69 aziende, la presenza di molte aziende piccole. Non solo le grandi hanno risposto all’appello e questo è importante perché ci dimostra che c’è una responsabilità, una capacità di creare pratiche di sostenibilità nascosta, che non è pienamente formalizzata, consapevole, ma che pure esiste. Inoltre, il parere di molti degli imprenditori che parla di beneficio economico, ci fa sperare che questo non sia soltanto un discorso di adesione generica o etica, ma che vada di pari passo ai buoni risultati ed al business.
Gli sviluppi futuri sono quelli di continuare il data-base, di continuare nella valutazione e di favorire l’aumento dell’iniziativa in tutto il sistema associativo. E’ un canale di comunicazione, di dialogo per le imprese e i cittadini, è il punto di partenza per nuove azioni di sostenibilità. Come vi dicevo, il progetto è stato realizzato da Confagricoltura assieme a Chiappe-Revello ed associati e a Fondaca, che è la fondazione della cittadinanza attiva, di cui sono il Direttore. Insieme a queste due realtà, è importante ringraziare brevemente anche tutti gli altri che hanno lavorato. Il catalogo sembra semplice nella sua consultazione, ma in realtà, dietro, c’è un lavoro notevolissimo, fatto dai funzionari di Confagricoltura ed anche da New vision, che è il partner informatico che poi lo ha realizzato dal punto di vista della progettazione e della grafica. Vi ringrazio.

MARIO BENEDETTO:
Grazie, dopo la spiegazione della dottoressa Emma Amiconi, partiamo con le case-history. Sono degli imprenditori agricoli che parleranno, faranno delle testimonianze dirette e li vedrete li chiamerò non nell’ordine che vedete nel programma. Partirei con la filiera flora-vivaistica, con la testimonianza di Mario Faro. Ci parlerà appunto di questo settore in particolare.

MARIO FARO:
Buonasera a tutti, ringrazio intanto per l’invito Confagricoltura e il Meeting di Rimini. Noi ci occupiamo come azienda di flora-vivaismo e quindi sto qui a rappresentare quella che è la filiera del flora-vivaismo e l’attenzione che la filiera del florovivaismo pone verso l’ambiente. Il florovivaismo si divide in due grandi macro settori: il primo è quello dei fiori e fronde da recidere, delle piante in vaso, che è chiaramente il più antico, quello che anzi oggi sta subendo più la crisi dettata dal predominio della produzione Olandese, dei Paesi in via di sviluppo, quali l’Africa ed il Sud America. Il secondo macrosettore è quello delle piante ornamentali, delle piante in vaso, dove l’Italia, il mercato italiano, quindi la produzione italiana, sta affrontando la crisi meglio, soprattutto tentando le vendite verso l’export, l’export che non è solamente Europeo ma è anche extra-europeo. In questo periodo si va alla ricerca di nuovi mercati che sono in via di sviluppo e che comunque non subiscono la crisi che il vecchio continente sta subendo e quindi si parla dei Paesi che vanno verso Est, quindi Turchia, Azerbaijan, Turkmenijstan, fino anche ai Paesi del Medio-Oriente. Solamente qualche cifra del comparto: nel 2011 il fatturato è stato di 2,7 miliardi di euro, che rappresenta il 5,4% della produzione ai prezzi di base dell’agricoltura italiana. E’ un comparto florido, importante, di cui magari non si parla tanto, potrebbe essere paragonato al comparto vitivinicolo, quindi alla produzione di vino, ma chiaramente non ha lo stesso palcoscenico, non ha la stessa capacità di penetrare nei mezzi di comunicazione. Solamente per farvi capire la realtà del comparto, questa slide ci offre le misure delle aziende florovivaistiche, soprattutto relative alla superficie in Italia. Fiori e piante ornamentali in plenaria, quindi il mercato più in salute al momento, nel 2000 avevano quasi 12 mila aziende distribuite solamente in poco più di 7000 ettari come superficie agricola utile; invece nel 2010 sono diminuite il numero delle aziende, quindi c’è stata una moria di aziende, ma nello stesso tempo si è mantenuta la quantità di terreno occupato, che significa che sono diminuite le aziende ma sono aumentate in dimensioni, pur rimanendo comunque in una media di un ettaro. In ogni caso per superare la crisi, rimane sempre una misura bassa. Per quanto riguarda le aziende che si occupano di fiori recisi e fronde, invece, il dato è ancora più allarmante, perché si tratta di una media di mezzo ettaro ogni singola azienda. La superficie della produzione del settore florovivaistico in Italia, conta 2751 ettari per quanto riguarda appunto il fiore da recidere, invece per quanto riguarda le fronde, abbiamo 3000 ettari, per le piante in vaso abbiamo 5000 ettari. E’ la dimensione chiaramente più importante di tutto il settore. I dati invece delle esportazioni ci vedono in sede europea in seconda posizione ma chiaramente più che doppiati dal Paese leader che è l’Olanda, che pur non avendo una superficie disponibile, gode chiaramente della grande capacità commerciale che negli ultimi 20 anni l’ha resa leader mondiale per quanto riguarda la produzione sia di fiori che di piante e di conseguenza, dal 2010 siamo a 7 miliardi 899 per l’Olanda e noi seguiamo a 657. Allora vengo al nocciolo per fare per tornare al nostro argomento anche il florivivaismo. Lo sviluppo sostenibile sta diventando una priorità dettata dalle esigenze chiaramente sia dei singoli imprenditori sia del mercato. Lo sviluppo sostenibile, la riduzione dei costi all’interno dell’azienda e soprattutto il margine competitivo, il vantaggio competitivo si pone verso alcuni tipi di clienti. Non a caso lo sviluppo sostenibile coincide con la qualità ambientale, sociale e con l’efficienza economica, che poi insomma sono i dettami della green-economy: salvaguardare l’ambiente e rilanciare l’economia. Il nostro settore è il settore del paesaggismo. Anche le città stanno riscoprendo finalmente dei modi diversi di affrontare l’archittettura urbana. Quello che è stato un po’ il guru per quanto riguarda il nostro settore, soprattutto il paesaggismo della sostenibilità e della simbiosi fra il verde e l’economia, è sicuramente Gilles Clèment, uno dei più noti paesaggisti viventi. Già 15 anni fa diceva che, nello scenario che si prefigura, si dovrà impostare la vita su basi nuove, con idee nuove e nuovi strumenti e immagino che questa condizione si potrebbe riassumere nell’idea dell’uomo simbiotico. Noi prendiamo tutto dall’ambiente e, vivendo, distruggiamo. Bisogna invece che avvenga il contrario, che noi vivendo restituiamo qualche cosa, a tutti i benefici che riceviamo, devono corrispondere altrettanti benefici che restituiamo all’ambiente. Questo è un po’ la sintesi di quello che è il nostro settore deve fare nel senso di spingere e sollecitare soprattutto quello che le politiche future possono fare. Alcune azioni concrete sono queste. La nostra azienda, assieme ad un gruppo di aziende, grazie anche all’aiuto di Confagricoltura, sta partecipando a diversi progetti. Il primo è un progetto con sostenibilità della produzione di piante in vasi nell’ambiente mediterraneo; il secondo è il progetto di filiera, qualità dei prodotti ornamentali per l’impiego e la stesura di linee guide per la progettazione del verde in ambito urbano ed extra-urbano ed il terzo sicuramente quello delle certificazioni ambientali delle produzioni.
L’obbiettivo principale del progetto è pervenire alla definizione di un razionale protocollo per gestire il processo di innovazione di prodotto e di processo per le piante coltivate in vaso, al fine di perseguire risultati di qualità ambientale e di sostenibilità economica. Un caso per tutti è la sperimentazione nella fase iniziale della produzione dell’utilizzo di vasi biodegradabili. Nel florvivismo in vaso, un grosso impatto ambientale è dettato dall’utilizzo di vasi in plastica, che chiaramente fa parte del packaging e nello stesso tempo non è un packaging che va a disperdersi, ma spesso e volentieri rimane anche sugli scaffali dei supermercati o addirittura nelle case delle persone e in ogni caso, in fase di produzione, diventa un packaging che deve andare chiaramente a disfarsi e quindi essere riciclato. Questo progetto ha l’obbiettivo di studiare le tipologie di vasi biodegradabili. Nello stesso tempo gli obbiettivi del progetto sono il miglioramento e l’efficienza d’uso dell’acqua e degli apporti fertilizzanti.
Le nostre aziende stanno sperimentando metodi di gestione dell’acqua sempre più orientati verso il “goccia a goccia” e l’abbattimento drastico degli antiparassitari, che chiaramente servono per creare un prodotto migliore, ma nello stesso tempo sono fattori inquinanti, soprattutto delle falde acquifere.
Come secondo punto, puntiamo a una messa a punto di strategie sostenibili di lotta contro i patogeni per la produzione di piante ornamentali in vaso, quindi patogeni che vengono anche dal biologico, dal naturale, senza usare prodotti chimici.
Come terzo punto, miriamo alla valorizzazione delle biomasse e al recupero del settore agricolo, come il recupero del terriccio delle piante morte. Stiamo riuscendo ad abbattere il consumo di torba, che comunque è un materiale che si trova in natura ed è sempre più difficile da recuperare. Col recupero del compostaggio dei prodotti e il riciclo, stiamo abbattendo di gran lunga almeno il 20% di questo consumo. Le conclusioni sono queste: l’ultima certificazione che si è raggiunta nel nostro settore non è di origine italiana ma olandese. Questa certificazione è stata voluta dall’imprenditore ma nello stesso tempo richiesta dalle grosse catene di distribuzione nostre clienti. Il che significa che il fattore ambientale sicuramente può diventare un’opportunità anche per uno sbocco commerciale maggiore. Grazie.

MARIO BENEDETTO:
Grazie molte, grazie anche per la rapidità, la chiarezza dell’intervento; adesso la parola ad Anna Trettenero, che ci parlerà di agricoltura blu.

ANNA TRETTENERO:
Allora il mio compito adesso è, nel più breve tempo possibile, di parlarvi di un sistema di agricoltura non convenzionale, di produzione agricola non convenzionale. Io ho adottato, ho cominciato ad adottare questo sistema nella mia azienda agricola a partire dal 2005, quando ho importato direttamente dall’Argentina una seminatrice da sodo. Cosa significa? L’agricoltura blu è stata anche definita una rivoluzione (the global farm revolution o quite revolution), nasce negli anni ’30 negli Stati Uniti, quando le grandi tempeste di terra delle Gas Ball impedivano la lavorazione del terreno e quindi la coltivazione dei terreni. Si è poi persa un po’ di vista e poi è ritornata nel tempo quando la tecnologia ha permesso di mettere insieme diverse situazioni e di arrivare ad un tecnica che oggi ancora, forse, non è definitiva. Gli argentini dicono che c’è sempre un modo di farlo meglio, e questo ci tiene in costante allenamento, ma è di fatto già una realtà. Oggi vi parlo di quello che può essere un percorso di carbon farming che è già una realtà, una realtà per le grandi produzioni agricole, non soltanto di una nicchia. Qui vedete foto della mia azienda agricola; questa è della soia, del mais su sodo. Nel mondo, questi sono dati del 2004 della FAO, parliamo di 120 milioni di ettari nel mondo, non di qualche ettaro; forse l’Europa è il Paese al mondo dove siamo più indietro in questa tecnica che ha la peculiarità di mettere insieme lati agronomici con lati ambientali ed anche con quelli economici, preservando le risorse naturali di acqua, aria e suolo, non solo preservandole, migliorandole.
Agricoltura blu, in sintesi, sono tre cose, tre. Semina diretta o semina su sodo, che sono la stessa identica cosa, cultura di copertura e rotazione culturale. Queste tre cose vanno fatte insieme, non una distinta dall’altra. Non è facile la semina della soia di secondo raccolto e quello che viene di seguito, ai fini del carbon footprint, riguarda l’agricoltura blu. Questi sono dei cereali che nascono sui residui culturali del mais. Seminatrice da sodo: questa è l’unica macchina di cui avete bisogno. Non vi sto a spiegare in dettaglio dal punto di vista ergonomico, perché non è questo il luogo. Questa è una foto presa in campagna da me; questa è una copertura: finito di raccogliere, subito va seminata una copertura, il terreno non va mai lasciato nudo. E questi sono i grandi ingegneri del terreno, i lombrichi che lavorano soprattutto in inverno. Quando tutto è tranquillo sulla cultura di copertura, loro lavorano. Questa è una foto presa quest’anno: è mais di secondo raccolto su residui di un erbaio autunno vernino; questo è il mais che cresce e questo è il mais preso qualche settimana fa. Anche queste sono foto prese in azienda da me. Questo per darvi un’idea della differenza sostanziale tra la lavorazione tradizionale convenzionale e la non lavorazione. Questo è l’unico passaggio che avete, è il disco della seminatrice che apre il solco, lo chiude dopo aver riposto il seme. Questo che per noi è un po’ un guru, sintetizza come le lavorazioni implichino la perdita di CO2 che va in atmosfera, viceversa quello che noi facciamo è esattamente il contrario. Questa tecnica permette oggi di accumulare carbonio organico, fissarlo nel terreno, quindi non solo riduzione dell’erosione idrica ed eolica. Per le culture gli argentini calcolano circa 200 ml di acqua in meno all’anno per le colture estive. L’unica cosa che vi lascio è questa: l’anidride carbonica è un problema se liberata nell’atmosfera, però è un beneficio se può essere incorporata stabilmente nel suolo. Come diceva il Professor Reina prima, quello che è buono per l’ambiente, è buono anche per l’imprenditore agricolo, perché aumenta la sostanza organica del terreno. Qua chi fa marketing può aiutarci, perché l’agricoltura blu, fatta come vi ho detto, significa una tonnellata all’anno di carbonio sequestrato dall’atmosfera stabilmente. Probabilmente ci sono stati negli anni sistemi di incentivazione di altro e ci danno un po’ un indice di quello che in realtà potremmo fare noi, utilizzando qualcosa che già è una realtà.
MARIO BENEDETTO:
Grazie. Il prossimo intervento è di Marco Caprai, sulla filiera vitivinicola.

MARCO CAPRAI:
Allora, grazie per questa bellissima iniziativa di essere al Meeting, di parlare a tanta gente diversa da noi agricoltori. Noi siamo una società agricola, siamo nati nel ’71, mio padre ha acquistato questa proprietà, 35 ettari, e ad oggi l’azienda ha circa 130 ettari di vigneto. Questo percorso noi abbiamo iniziato a farlo con l’Università di Milano nel 1989, e incontrare l’Università di Milano è stata l’occasione per rivedere un po’ tutto quello che si stava facendo. All’epoca per il vino eravamo ancora agli inizi della qualità, erano passati due anni dallo scandalo del metanolo, quindi qualsiasi cosa si faceva nell’ambito della qualità andava bene, migliorava la situazione e portava ad avere più clienti e sviluppare di più l’azienda. Nel tempo questa cosa ci saremmo accorti che non bastava più, nonostante i tanti lavori fatti con l’Università, le 15mila ore di tirocinio, centinaia di articoli usciti e di testi universitari sviluppati. L’azienda ha unito grandi successi, però quello che noi abbiamo cercato di immaginare è che l’azienda da sola non bastava, quindi dovevamo ragionare in termini di distretto, che significa mettere insieme quelle aziende che avevano dei principi come i nostri o simili ai nostri, che volevano percorrere la strada della riduzione della CO2, e di affrontare la vera sfida della sostenibilità. Sfida della sostenibilità che, soltanto quella ambientale, l’abbiamo sentito prima, è una sfida economica per le imprese, ed è anche una sfida tesa a migliorare le condizioni, a stabilizzare il lavoro, a diminuire gli incidenti in agricoltura, a fare quindi meglio. Abbiamo sfruttato una misura del PSR, che è una struttura con cui si finanzia l’agricoltura italiana. Per noi agricoltori è un po’ l’ambito da cui noi deriviamo parte del nostro reddito. Questa misura è per l’innovazione, infatti abbiamo presentato questo progetto per ridurre l’impatto della CO2 e realizzare un protocollo di sostenibilità, protocollo che abbiamo chiamato Montefalco 2015: la sfida è arrivare al 2015 per l’Expo con un modello di sostenibilità italiana. In Italia si parla molto di ambiente, però, a livello di sostenibilità nel campo viticolo, gli Stati Uniti sono molto più avanti di noi, e nuovi paesi come il Cile, l’Argentina, l’Australia sono altrettanto più avanti di noi. In qualche maniera anche noi in Italia dobbiamo arrivare a un modello comune che indichi la sostenibilità. Su questo abbiamo lavorato, sulla conduzione tecnica del vigneto, sulla riduzione dell’uso delle risorse, sulla preservazione del paesaggio, la biodiversità, la tracciabilità del prodotto e la sicurezza del lavoro. Questo è uno degli ambiti su cui abbiamo fatto dei grandi passi in avanti, e dove abbiamo iniziato a introdurre le reti d’impresa. Oggi le aziende del vino sono sempre di più dei luoghi da visitare, ci sono aziende che hanno decine di migliaia di visitatori all’anno, per cui il rapporto diretto nelle aziende e come viene organizzato il flusso dei visitatori è uno dei fattori di successo delle imprese. Le aziende di vino prendono molto dal territorio – vediamo molti casi, come ad esempio Franciacorta, Montalcino, Montefalco – e nel resto del mondo il territorio diventa quel valore immateriale che un vino ha a prescindere dal suo valore stesso. Questo è un valore che va incrementato, va fatto crescere, va mantenuto, e la manutenzione di questo valore si fa impegnandosi nella realtà della comunità locale. Da qui si passa al problema della sostenibilità economica e dell’innovazione, direttamente interconnesso a quella della sostenibilità ambientale e sociale, perché oggi con questa crisi che stiamo vivendo, non ci potrebbe essere politica ambientale se non ci fosse una attenzione alla gestione economica dell’impresa. Tutto questo viene diligentemente registrato: questo è il nostro protocollo, che ha ottenuto la certificazione con la 14/1964 numero 1, con CS4. Uno dei prodotti che abbiamo sviluppato all’interno di questo percorso è questo prototipo di macchina di recupero per zone collinari – questa è una macchina per fare i trattamenti, e ha permesso di abbattere di oltre il 50% il consumo di fitofarmaci nel vigneto. Pensate che all’inizio della stagione, quando abbiamo dieci, quindici centimetri di tralcio, il recupero del prodotto è di oltre il 90%. Ovviamente, per avere queste macchine, è importante la rete d’impresa: sono macchine costose, macchine che hanno bisogno di etteraggi importanti, e macchine che vanno utilizzate da personale qualificato. Riuscire a portare tutto questo all’interno della rete d’impresa diventa un grande valore di sostenibilità per la piccola, media e grande impresa, che possono coesistere su uno stesso asse. Questo è un altro progetto – qui mi sono allineato con la moda, la mia famiglia fa anche moda, mio fratello ha inventato una cosa straordinaria, sono dei braccialetti che hanno spopolato in Italia in questi ultimi due anni, i braccialetti Cruciani – dove abbiamo inserito il comune di Montefalco per riacquistare un bene culturale. Oltre a noi abbiamo coinvolto il Comune, le associazioni, abbiamo una piccola Accademia della cultura, abbiamo un Museo molto importante a Montefalco, abbiamo un’associazione per il turismo. Sono stati tutti coinvolti nella “commercializzazione” di questo braccialetto ed ora, a settembre, riconsegneremo alla città di Montefalco un documento scritto da Benozzo Gozzoli nel 1452, mentre affrescava quello che è stato poi il suo capolavoro. E anche questo è un altro modo di essere all’interno delle regole della sostenibilità. Quindi sostenibilità con ambiente, economia ma anche attività sociale. Grazie.

MARIO BENEDETTO:
Grazie a Marco Caprai. Il prossimo intervento sulla sostenibilità sociale è di Marco di Stefano, che invito a parlare.

MARCO DI STEFANO:
Buonasera, io dovrei far vedere un filmato.

“Video”

Grazie, grazie mille. La mia azienda agricola, come avete visto, da qualche anno l’ho trasformata in una fattoria sociale. Le fattorie sociali sono quelle imprese agricole che fanno impresa sociale. La parola sociale significa solidarietà, non significa assistenzialismo. Noi creiamo delle occasioni per le persone attraverso l’agricoltura, che è particolarmente inclusiva come tipo di attività; noi creiamo delle occasioni per le persone di essere inserite in un processo produttivo. Voi provate ad immaginare la rivoluzione emotiva che prova una persona, un uomo o una donna di 40 anni che per tutta la vita si è sentita completamente inutile. Ad un certo punto della sua vita scopre di saper fare delle cose e viene pagata anche per farlo. L’emozione è la stessa che proverebbe chiunque di noi se segnasse, non so, un rigore alla finale di coppa del mondo. È una rivoluzione emotiva pazzesca all’interno della propria vita. E quindi l’agricoltura sociale in realtà, come io dico sempre agli amici o colleghi, è un’attività da rivoluzionari, perché noi come minimo rivoluzioniamo la vita delle persone che incontriamo e il metro quadro di terra che calpestiamo. Tutto questo lo facciamo facendo impresa. Quindi noi dobbiamo stare sul mercato, dobbiamo avere dei prezzi di uscita del prodotto che siano competitivi, una buona qualità, perché come dicevo prima parliamo di impresa, non parliamo di un’attività ludica o di assistenzialismo puro. E per le istituzioni pubbliche investire nell’agricoltura sociale in Italia, oggi, sarebbe conveniente soprattutto in un’ottica di spending review. Voi pensate che una persona, un paziente psichiatrico in un centro diurno costa circa 70/80 euro al giorno. Allora immaginate, non soltanto la rivoluzione positiva per la sua vita, non soltanto la rivoluzione positiva per la famiglia in cui la persona che ha una patologia vive, ma immaginate anche in termini economici per il pubblico che cosa significherebbe permettere lo sviluppo importante di questo tipo di attività. Il 2013 è stato un anno importante in Europa, in Italia, per l’agricoltura sociale, perché a febbraio, sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea è uscito il primo parere sull’agricoltura sociale, parere del comitato economico sociale europeo. Per questo noi, come Confagricoltura, abbiamo avuto un ruolo molto importante, perché l’ abbiamo promosso da prima che ci fosse il parere, poi abbiamo dato tutta l’assistenza perché potesse avvenire nel miglior modo possibile. È stato fatto un confronto con le diverse realtà che esistono in Europa e al termine di questa attività, posso dire senz’ombra di dubbio che l’agricoltura sociale è un’altra eccellenza del made in Italy. Poi il modello italiano è il modello che rispetto agli altri modelli europei è quello che ottiene dei risultati di impatto sociale importante, di migliori ricadute sulla salute delle persone. Da che dipende questo? Dipende dal fatto che i pionieri di questa attività, di questo filone dell’agricoltura in Italia, si sono mossi autonomamente, non hanno avuto sostegno pubblico. Quindi tutte le attività che sono state create necessariamente dovevano fondarsi sui principi dell’impresa. Molto semplicemente, non possono uscire più soldi di quelli che entrano, quindi i conti dovevano quadrare e le attività dovevano essere fatte con una certa logica. In altri Paesi, come ad esempio l’Olanda o la Francia, ci sono dei grandi sostegni da parte del pubblico e quindi non è stato necessario sviluppare una capacità organizzativa e imprenditoriale come quella italiana. Grazie. Posso dire l’ultima, l’ultima…

MARIO BENEDETTO:
Chiedo solo di concludere, scusa.

MARCO DI STEFANO:
L’ultimissima cosa che come Confagricoltura abbiamo da sempre ritenuto fondamentale, perché l’agricoltura sociale potesse svolgersi nel migliore dei modi, è il fatto che venissero create delle reti, perché questo tipo di iniziative non possono essere lasciate da sole, né possono essere autonome, diciamo abbandonate, dagli altri. Quindi abbiamo lavorato molto alla creazione di una rete, la quale rete comprendesse non soltanto le imprese agricole ma anche le associazioni di famigliari e le associazioni di consumatori che fossero interessate a questo tipo di attività. È stata fondata la rete delle fattorie sociali. La Confagricoltura appunto ha avuto un ruolo determinante nella fondazione della rete e di questa rete, qualche anno fa, sono stato eletto Presidente. L’altra cosa su cui abbiamo sempre lavorato molto e che riteniamo fondamentale, è che agricoltura sia sostantivo e sociale l’aggettivo. Grazie

MARIO BENEDETTO:
Grazie. Grazie per questo intervento. Credo dimostri molto bene come sostenibilità significhi per le imprese profitto, ma significhi anche soprattutto uomo. Prossimo intervento è quello delle filiere agroenergetiche di Salvatore La Valle, a cui do la parola.

SALVATORE LA VALLE:
Salve. Avevo delle slides… Allora io volevo partire, visto che il Meeting di Rimini parla dell’uomo e delle difficoltà dell’uomo, volevo partire da una storia di noi uomini. Alcune società grosse nel mondo dell’industria che è in crisi, hanno sfornato managers che non sapevano più cosa fare. Io sono uno di quelli e invece di scavare gallerie ho aperto una società che si chiama Esco Lazio e ho fondato Agri Power Plus, che è un’azienda agroindustriale. Quindi è con imbarazzo che parlo a Confagricoltura, davanti a voi, perché io non zappavo il giardino neanche da ragazzo. Questa è una cosa che Marco sa benissimo, siamo di Latina entrambi e ci conosciamo. Parlare dopo di lui è sempre difficile, attrarre attenzione dopo quello che fai… però ci proverò. Allora la storia di Agri Power Plus: è un impianto biogas; non è un convegno sul biogas e quindi non mi dilungo, ma di fatto dal recupero dei terreni agricoli e dai sottoprodotti agricoli si può fare energia. Si fa energia. Noi abbiamo un impianto da 1 megawatt: 7milioni e mezzo di kWh/h, 4 milioni e mezzo di kWh/h tecnici. Però passo velocemente. Siamo un’azienda agricola, io sono Presidente, ripeto senza avere neanche mai zappato l’orto di casa, ho i bambini che tosano il prato al posto mio perché a me non piace per nulla, però è sempre un’azienda agricola, 230 ettari. Li abbiamo tutti in affitto e diamo sui territori di Latina circa 1000 euro all’anno di ritorno, ma fondamentalmente abbiamo fatto un’operazione di recupero di vecchie aziende che producevano latte, che con la crisi del latte (qua sono fuori settore, non mi dilungo nel parlare di crisi del latte in questa platea) hanno chiuso. Noi le abbiamo recuperate tutte intorno all’impianto e abbiamo prima affittato una grossa tenuta di Genagricola. Genagricola, Banca generale, la conoscevamo, ci ha affittato questo grosso terreno per iniziare. Però, a 30 km. Nel corso di due anni di attività abbiamo ridotto la filiera di 7 km, perché tutti i terreni intorno erano vecchie stalle. L’Agropontino è basato sulla bonifica e quindi la bonifica dell’Agropontino ha prodotto poderi di circa 30 ettari, in cui c’erano fondamentalmente allevamenti di bestiame e produzione di latte. Una delle più antiche aziende agricole dell’Agropontino è quella del Marco Di Stefano, che però ha riciclato anche lui in un altro modo la sua azienda. Che cosa facciamo? Beh, questa è la solita cosa: si fa energia dalle deiezioni del mais, dalla salsa d’olive, da acque di vegetazione, da scarti ortofrutticoli. Abbiamo gli scarti ortofrutticoli che finiscono anche in discarica. Noi una parte di questi rifiuti li prendiamo e ne facciamo energia. Serviamo un’azienda florovivista con l’acqua calda del generatore. Se non ci fossimo stati noi a dargli l’acqua calda per scaldare le serre, avrebbe speso circa 250mila euro in più l’anno passato. Per noi è un ricavo, per lei è un risparmio, per l’ambiente è un grande vantaggio. Qua ci sono i numeri ma non mi dilungo. Abbiamo fatto anche tanto marketing ambientale, perché noi veniamo dall’industria, il marketing è importante, abbiamo fatto divulgazione sul territorio, tante cose carine. Sono venuti in tanti a visitare l’impianto. In un progetto con Legambiente stiamo producendo miele con diversamente abili. Le conclusioni sono queste: eco sostenibilità sta per economico, perché noi veniamo da un mondo bancario, da un mondo delle industrie che vedono solo il ritorno economico degli investimenti.

MARIO BENEDETTO:
Grazie. Procediamo con il penultimo intervento. Guecello di Porcia parlerà nuovamente sulla filiera vitivinicola.

GUECELLO DI PORCIA:
Buonasera a tutti. Un ringraziamento sentito a Confagricoltura per l’invito e per aver iniziato questo progetto. L’azienda agricola della mia famiglia si trova in Friuli, a Pordenone. Qui sono illustrate le due sedi aziendali, la prima è a Porcia dove c’ è il castello di famiglia ed è sede anche di una delle due cantine, e l’altro è ad Azzano Decimo, poco distante. Prima di addentrarmi nell’illustrare più in dettaglio quelle che sono le caratteristiche dell’azienda, ho voluto porre subito in evidenza il fattore uomo cioè chi rende possibile tutto ciò. Qui sono io con tutti i miei collaboratori, non sono pochi e sono soltanto quelli diretti dell’azienda. L’azienda in realtà coinvolge molte più persone.
Sono questi i numeri dell’azienda, di un’azienda che ha una storia lontana nel tempo (sono otto secoli di continuità familiare, ottocentotrentadue vendemmie, cinquantacinque generazioni della stessa famiglia, la mia), e si estende su ottocentocinquanta ettari di superficie. Ho voluto dare un’indicazione di cosa sono le culture che facciamo: mais, triticale, soia; abbiamo due allevamenti ittici, un allevamento di bovini da latte, trecentoventunmila piante di vite, settemila piante di pioppi, quattromila piante di noci.
Diversificazione è la nostra chiave di successo e quello che ha permesso di passare indenni nei tanti secoli di storia della azienda della famiglia. Sono centoquarantatre ettari di vigneto, e queste sono le iscrizioni più specifiche della trasformazione. Cosa facciamo per l’ambiente? Più che parlare di ambiente soltanto, noi interpretiamo la sostenibilità nelle sue tre versioni, ambientale, sociale ed economica, che devono essere necessariamente intersecate tra di loro, una non può prescindere dall’altra. Partirei da quella sociale, dove l’azienda appunto in questi secoli di storia ha sempre dialogato con il territorio, con le amministrazioni pubbliche, al di là anche di quelli che erano i meri obblighi di legge. Qualsiasi progetto lo presentiamo sempre, coinvolgendo le amministrazioni pubbliche, coinvolgendo le associazioni del territorio, sia quelle di volontariato, sia quelle operative che raggruppano la forza lavoro, perché solo in questa maniera riteniamo che si possa portare avanti un progetto sostenibile socialmente. Idem anche per la forza lavoro dell’azienda: se si guardano i libri di storia della nostra realtà, gran parte dei dipendenti sono figli, nipoti e bisnipoti delle stesse persone che hanno lavorato internamente, e questo è un valore aggiunto molto importante, non è soltanto la tradizione che si ripete, è una tradizione dinamica.
Sostenibilità economica significa per noi famiglia, a prescindere da quello che può essere il raggiungimento di un profitto immediato, un profitto di lungo termine, dove profitto è soltanto un mezzo e non è lo scopo finale, altrimenti probabilmente avremmo fatto scelte diverse. Quest’approccio ha permesso di avere un’azienda modello, di essere riconosciuti come portatori di valore aggiunto per il territorio. Non siamo però gli unici portatori d’interesse in questa sostenibilità economica, devono esserlo anche i dipendenti, i lavoratori, i fornitori, e tutte le persone che partecipano alla stessa attività. Entriamo in quella che invece è la sostenibilità ambientale, che oggi ci chiedono di raccontare. In realtà è sempre stata realizzata, se non altro perché la storia permette di poterlo dire. Abbiamo un focus maggiore in questi ultimi anni sulle agroenergie, e abbiamo realizzato anche noi un impianto biogas da un megawatt, abbiamo riqualificato le stalle e i tetti delle stalle, della cantina con pannelli fotovoltaici. Abbiamo una centrale idroelettrica a servizio del castello di Porcia, proprio per creare un’indipendenza energetica della nostra produzione. Interessante, per quanto riguarda la centrale idroelettrica, è che abbiamo realizzato una scala di rimonta per la risalita dei pesci che, data la struttura della centrale idroelettrica, non potevano più risalire a monte per riprodursi. Questa è stata una scelta volontaria che abbiamo realizzato. La cosa importante, secondo me, da evidenziare, quando si parla di sostenibilità, è che tutto ciò dev’essere misurato, perché se no altrimenti si rischia di entrare nel solito circuito del greenwashing, dove è bello dire che siamo un’azienda sostenibile, ma poi concretamente ci si domanda: “Che cosa significa?”
Quindi abbiamo schematizzato l’azienda, l’abbiamo suddivisa in tante parti e abbiamo iniziato a misurare quelli che erano i consumi energetici delle diverse produzioni, che sono tutte intersecate tra di loro. Abbiamo una media annua di duecentoventidue Tap, dato che può essere interessante soltanto se paragonato con quello che invece è l’autoproduzione energetica aziendale, che nell’ultimo anno è stata di milleseicentocinquantadue Tap. Questo consente di poter dire che l’azienda non consuma energia nell’ambiente, ma immette energia nell’ambiente. Perché lo facciamo? Lo facciamo perché c’è un’esigenza, quella di contenere i costi, perché i costi di metano, gasolio ed energia elettrica sono estremamente aumentati. Grazie a tutti per l’attenzione, auguro buon lavoro.

MARIO BENEDETTO:
Grazie. L’ultimo intervento è quello di Augusto Congionti sulla biodiversità.

AUGUSTO CONGIONTI:
Quando noi parliamo di biodiversità dobbiamo fare subito una distinzione. Noi abbiamo una biodiversità di tipo naturale, selvatica, e una biodiversità agricola, agraria, e appartenente al mondo animale-vegetale. Per quanto riguarda l’aspetto della biodiversità naturale, io parto sempre da una considerazione. In Italia l’ambiente più esteso è l’agro-ambiente, cioè l’ambiente costituito dai campi coltivati e dall’ambiente forestale. Questi ambienti sono anche ben rappresentati in tutta Europa. Questi ambienti sono anche gli ambienti gestiti dagli imprenditori agricoli, che sono gli attori principali di questa conservazione e miglioramento. Dal 1985 ho iniziato opere importanti di miglioramento ambientale, perché in quel periodo ho iniziato la gestione dell’azienda agricola con le tecniche agricole biologiche, e fondamentale è diversificare l’ambiente agricolo, renderlo più complesso. Da qui sono nati gli impianti di siepi, per arrivare a oltre cinque chilometri di lunghezza, sempre utilizzando alberi e arbusti autoctoni, e gli impianti di alberate, penso alle alberate di gelso che sono un elemento del paesaggio agricolo marchigiano e non solo marchigiano, ma anche di tante altre regioni, dove la coltivazione delle gelse era dedicata all’allevamento del baco da seta. Questi sono elementi del paesaggio, sono elementi fondamentali, e le piante che io ho messo sono piante il cui frutto in estate viene trasformato, pertanto c’è un valore aggiunto. Oltre al valore paesaggistico, questi frutti vengono trasformati in confetture e in altri prodotti, e quindi l’opera di miglioramento agroambientale è proseguita anche con l’installazione di nidi artificiali. Una parte dell’azienda è dedicata alla frutticultura. La lotta indiretta ai tanti parassiti animali che dobbiamo affrontare, in parte la delego agli animali selvatici. Un nido artificiale, per esempio, per uccelli insettivori dà la possibilità di nidificare ad una cinciallegra che, durante la sua prima nidiata, utilizza, cattura circa tre chilogrammi d’insetti. E’ un aspetto importante. Poi c’è anche un altro fatto, che tutte queste opere di miglioramento agro ambientale sono anche viste in un’ottica di miglioramento del paesaggio, per offrire agli ospiti – dal 1987 iniziata la mia prima attività agrituristica – la possibilità di avere un paesaggio piacevole. Un turista sceglie il posto dove trascorre la vacanza anche in base alla piacevolezza del paesaggio. Quindi noi conserviamo l’ambiente, miglioriamo l’ambiente, diamo la possibilità di aumentare anche il valore aziendale, ma otteniamo anche degli introiti indiretti con l’attività turistica, con la vendita dei prodotti e via dicendo. E comunque in un’azienda agricola biologica, è un biglietto da visita questa grande attenzione per l’ambiente agricolo. Continuando con le opere di miglioramento ambientale, è stato installato un lago per anfibi, questo è un altro aspetto fondamentale, e poi tutte le zone di affossatura dell’azienda sono state ripulite, recuperate, e rese di nuovo efficienti, perché l’aspetto di conservazione del bene agricolo passa anche per la gestione dell’idrografia aziendale. Quindi nell’ambito dei miglioramenti ambientali dedicati alle zone di affossatura, sono stati eseguiti anche piccoli interventi di ingegneria naturalistica. Questo è un aspetto che ha portato grossi investimenti a livello aziendale, però è un grosso ritorno dal punto di vista agrituristico. Vorrei mettere anche in evidenza che negli anni ’90-’91, nella mia regione, Confagricoltura e Agritourist hanno portato avanti un progetto biennale che è stato chiamato opera di miglioramento agro-ambientale per la fauna utile, che ha visto la partecipazione attiva di molte aziende agricole associate. Nell’ambito dei piani di sviluppo rurale, è fondamentale la presenza dei finanziamenti per consentire agli agricoltori, specialmente agli agricoltori di buona volontà, di intervenire direttamente sull’ambiente agricolo. Un minuto solamente su un altro aspetto, che è quello della biodiversità agricola. La sintetizzo velocemente. La biodiversità agricola è la nostra storia, il nostro passato. È come un quadro di Raffaello, va conservato, perché va per le generazioni future. La biodiversità agricola è il nostro presente, perché noi abbiamo la possibilità di avere dei prodotti unici, strettamente collegati al territorio, che sono i prodotti sempre più richiesti dai consumatori, perché c’è l’identità di un territorio, e l’unicità di un territorio. L’altro aspetto rappresenta sicuramente la biodiversità agricola, il futuro, perché è materiale genetico che verrà utilizzato sempre più per avere piante e animali resistenti alle varie problematiche che sicuramente si stanno verificando. In questo settore della biodiversità, l’impegno aziendale è da molti anni portato avanti generalmente per quanto riguarda il settore dei vegetali, i legumi, sempre naturalmente marchigiani, e poi riguarda anche l’aspetto dell’allevamento di acini, acini Martina-Franca in purezza, che è un altro aspetto fondamentale. Vi ringrazio per l’attenzione.

MARIO BENEDETTO:
Grazie per la rapidità e la comprensione. A questo punto do la parola ad Alessandra Pesce, che è responsabile di ricerche macroeconomiche e congiunturali di INEA, Istituto Nazionale Economia Agraria. Ci parlerà di sostenibilità nella nuova PAC.

ALESSANDRA PESCE:
Buonasera a tutti. Ringrazio innanzitutto Confagricoltura per avermi invitato a questa manifestazione e aver potuto seguire una carrellata di esperienze veramente interessanti, e spero che ci sarà il modo per valorizzarle e parlarne in futuro. Io lavoro all’Istituto Nazionale di Economia Agraria, sono un Dirigente di ricerca, sono un’economista, quindi guardo all’aspetto più prettamente economico che non agli aspetti legati alla sostenibilità ambientale. Devo dire che l’agricoltura è il settore anticiclico per eccellenza. Non dobbiamo parlare sempre di crisi, però un po’ di riflessi il 2012 sull’agricoltura ce li ha avuti, perché è stato l’anno in cui l’agricoltura, dopo aver tenuto dal 2008 in avanti in termini economici, dal 2012 prende una piccola sveglia, con un abbassamento del valore aggiunto agricolo di -4% rispetto all’anno precedente. È un elemento che fa riflettere. Se questo è l’evoluzione del valore aggiunto agricolo in Europa, la Germania è la linea che scende, la Spagna è la linea che sale, noi siamo nella linea intermedia a livello europeo. Quindi anche le economie avanzate come la Germania soffrono, soffrono consistentemente per quanto riguarda l’agricoltura. Vado veloce perché non c’è tempo di discutere di questi argomenti, però nello stesso tempo vi segnalo che la forte perdita del valore aggiunto agricolo è stata determinata da un abbattimento molto forte dei consumi alimentari delle famiglie, che hanno ridotto la loro capacità di spesa, hanno anche orientato la spesa. Tanto che se è vero che gli acquisti sono diminuiti, però alcune tipologie di acquisti sono riusciti a mantenere un mercato, in particolare i prodotti biologici continuano a tenere nella parte dei consumi.
L’agricoltura, è stato detto prima, ha una estensione di circa dodici milioni di ettari, le aziende in Italia sono un milione e seicentomila, quindi sono delle aziende molto piccole, molto parcellizzate sul territorio. È pur vero che le aziende che possiamo definire imprese, cioè quelle che hanno una dimensione economica superiore ai quindicimila euro, e consideriamo quindicimila euro un reddito base di riferimento, diventano solamente quattrocentoventicinquemila. Quindi voi vedete che a fronte di una grande numerosità d’imprese, quelle che effettivamente sono maggiormente orientate al mercato sono in realtà un quarto. Un problema fondamentale che c’è in Italia è il problema del ricambio generazionale. Io spero che questo sia anche un tema di sostenibilità che deve essere in qualche maniera ripreso, perché le aziende giovani in Italia sono solo esclusivamente il 10% delle aziende e dico giovani quelle al di sotto dei quarant’anni, una fascia ampia di giovani. Sono solamente il 10%, ma hanno una capacità e delle possibilità in termini di produzione, di reddito, di produzione agricola molto più avanzata rispetto alle altre. Tanto che la cosa interessante è che queste aziende giovani che producono di più e producono per il mercato, sono localizzate normalmente nelle zone più di confine, cioè nelle parti del mezzogiorno, lungo l’arco alpino. Le aziende condotte da questi giovani sono comunque aziende competitive, aziende ed imprese. Gli elementi fondamentali della nostra agricoltura: ci sono delle aziende che hanno una grande propensione all’export, e questo ha fatto sì che la riduzione del valore aggiunto fosse in qualche maniera compensata da una domanda estera, visto che la domanda interna era piuttosto piatta, e nello stesso tempo gli elementi legati alla sostenibilità, intesa in senso molto stretto di produzione biologica, comunque continuano a mantenersi, tant’è che noi in Italia abbiamo più o meno un milione di ettari a biologico e circa cinquantamila operatori. Vado velocissima così consento al Presidente di fare le conclusioni per tempo. Per quanto riguarda invece gli aspetti che noi seguiamo, non si può negare che sono gli aspetti legati alle politiche agricole, e voi sapete che l’agricoltura è uno dei settori più sostenuti in Europa. Assorbe circa il 40% del bilancio comunitario, quindi l’agricoltura è un settore privilegiato da questo punto di vista. Nel febbraio del 2013 e poi a giugno del 2013, è stato sottoscritto l’accordo per la riforma della politica agricola comunitaria, di tutte le politiche comunitarie. La politica agricola comunitaria, che all’inizio del negoziato con gli altri Paesi membri sembrava che per l’Italia fosse una perdita netta su tutti i fronti, in realtà nell’accordo finale ha recuperato un po’ di risorse, e alla fine l’ammontare complessivo delle risorse destinate al nostro Paese fino al 2020 ammonta a circa quaranta miliardi di euro.
Voi sapete che la politica agricola comunitaria è distinta in due pilastri, il primo pilastro è quello relativo agli aiuti diretti alle aziende, il secondo pilastro sono i PSR, che sono stati evocati più di una volta in questa giornata. Le risorse sono state drenate, cioè raccolte maggiormente dal secondo pilastro rispetto al primo, perché noi, e per la nostra agricoltura e per come siamo fatti, cediamo il passo ad agricolture che magari sono più intensive e hanno altre forme di sfruttamento del territorio, mentre le nostre, da un certo punto di vista, privilegiano appunto un’agricoltura più di tipo mediterraneo. E sul primo pilastro noi ci perdiamo, perché il primo pilastro è destinato a un certo tipo di agricoltura. Sul secondo pilastro invece abbiamo guadagnato un po’ di risorse. Il problema della politica agricola comunitaria era quello di mettere insieme competitività e sostenibilità, come se le due cose fossero una contro l’altra, e noi avessimo due mondi armati e ognuno cercasse di portare gli elementi alla propria difesa. Quello che ne è uscito fuori è un’organizzazione molto complessa, ci tengo a precisarlo, perché il primo pilastro, e quindi gli aiuti diretti che erano abbastanza semplici, in realtà si sono un po’ complicati, però cercano di raggiungere degli obiettivi un po’ più alti. In questo senso penso che la parte di riserva del 2% destinata ai giovani agricoltori, per quanto riguarda il primo pilastro, e le valutazioni dei titoli del 25%, in qualche maniera vadano ad aiutare quella parte di produttori che vogliono mantenersi all’interno delle aziende, e quindi non ci sia questa fuoruscita di forza lavoro, e soprattutto questa perdita dal punto di vista delle risorse di carattere naturale. L’abbandono poi crea inevitabilmente problemi di dissesto idrogeologico. La politica di sviluppo rurale, insieme con la politica di coesione, pongono un forte accento sulla green economy, pongono un forte accento sulla sostenibilità delle risorse, introducono gli elementi anche legati alla lotta ai cambiamenti climatici, le tutele del destino degli ecosistemi naturali, quindi rafforzano quella componente ambientale che c’è attualmente nei programmi di sviluppo rurale. Sono convinta che iniziative come queste di Ecocloud, quindi la messa in sistema delle esperienze, sono la chiave e la soluzione per risolvere e per dare un contributo concreto e reale, una risposta concreta dal punto di vista del mondo produttivo. La rete rurale nazionale, che è praticamente gestita dal Ministero delle Politiche Agricole alimentari e forestali, è in qualche maniera uno degli strumenti che cerca di mettere in connessione diversi soggetti. Vi segnalo le iniziative di eccellenze rurali che, probabilmente, con gli uomini, le persone e gli ambienti rappresentano effettivamente il valore aggiunto della nostra agricoltura.

MARIO BENEDETTO:
Ringrazio la dottoressa per la brevità. La parola per la conclusione al presidente Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura.

MARIO GUIDI:
Sto parlando con il mio socio di un’azienda frutticola, altamente intensiva, e quindi ci proviamo quanto meno. Io innanzitutto voglio ringraziare gli imprenditori che sono venuti oggi a raccontarci le loro esperienze, sono tutte quante esperienze di successo, non so se avete notato. A loro si aggiungono altre tre aziende che raccontano la propria esperienza sul mondo agricolo, sono la tenuta Collalto, le aziende Riserie, Monaco di Mezzo, e sono tutte aziende che hanno declinato il tema della sostenibilità in un’ottica di successo.
La nostra società però in realtà e le nostre istituzioni non vanno in quella direzione. Racconto un episodio: un’azienda in Toscana, con una grande superficie di vigneto, ma un’altrettanto grande superficie di bosco, che deve essere manuntenzionato. Si potrebbero generare risorse in questa manutenzione, ma non si può farlo, perché nel bosco non può entrare il trattore, ancor che abbia tutti i mezzi a norma, perché nel bosco, come si faceva da mille anni, possono entrare solo i muli, che però non ci sono più. Questo per dire che occorre declinare il tema della sostenibilità a misura d’uomo, affinché questa emergenza uomo veramente non sia l’effetto delle nostre stesse decisioni. Noi ci troviamo di fronte ad un’ulteriore grandissima sfida dal punto di vista agricolo. Ma oggi la sfida è molto grande, si declina sui tre assi che abbiamo detto: deve essere inclusiva per reggere una sfida sociale con cui ci dobbiamo confrontare tutti i giorni; sostenibile dal punto di vista ambientale, altrimenti quale sarebbe l’azienda che noi stessi avremmo se sfruttassimo semplicemente l’azienda che coltiviamo? Sarebbe solo una questione di tempo e poi non troveremmo più niente sui cui coltivare; sfida anche economica da cui deriva la possibilità di spendere di meno e guadagnare di più. Allora perché oggi abbiamo fatto questo Ecocloud? Perché è un’organizzazione di rappresentanza e se vuole essere tale, deve percepire i cambiamenti che ci sono in atto nell’economia. Compito di un’organizzazione è quello di mettere insieme quella somma di particolari e immaginare le problematiche del futuro. Oggi abbiamo di fronte la sfida della sostenibilità, abbiamo capito come si può declinare e Confagricoltura mette a disposizione di tutti l’ingegno delle aziende, raccontando al mondo e al sistema quali sono gli esempi di sostenibilità che possono essere messi in campo. Quindi, come ho fatto per sapere di cosa parlare oggi, invito tutti quanti a verificare, sul sito di Confagricoltura, quali sono le possibilità, quali sono le cose che altri ingegni hanno saputo mettere in campo, ciò che ognuno di noi pensava non si potesse fare. Una coscienza più collettiva, una responsabilità può aiutare tutti quanti a farlo. Questo è il significato di Ecocloud, ed è la promozione che vuole fare. Le prossime risorse della politica agricola comunitaria devono avere questo prerequisito, sia dal punto di vista dei piani dello sviluppo rurale sia dal punto di vista della sostenibilità economica ambientale e sociale, affinché non ci sia un’emergenza uomo e questa emergenza uomo possa essere superata negli anni a venire.

MARIO BENEDETTO:
Grazie a tutti per la partecipazione. Come vi è stato detto, la presenza di Confagricoltura continuerà con lo stand qui al Meeting. Grazie ancora di essere venuti qui tutti. E buon proseguimento.
Trascrizione non rivista dai relatori