E PLURIBUS UNUM. IDENTITÀ E CONVIVENZA - Meeting di Rimini

E PLURIBUS UNUM. IDENTITÀ E CONVIVENZA

E pluribus unum. Identità e convivenza

E pluribus unum. Identità e convivenza

Partecipano: Miguel Diaz, Ambasciatore USA presso la Santa Sede; Andrea Simoncini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buongiorno, vi ringrazio della vostra partecipazione a questo incontro che è intitolato “E pluribus unum. Identità e convivenza”. E’ con particolare senso di gratitudine e di amicizia che vorrei ringraziare l’Ambasciatore americano presso la Santa Sede, Miguel Umberto Diaz, perché ci ha fatto questo grande regalo della sua presenza per questa occasione del Meeting. Abbiamo parlato in altre occasioni, a Roma, di questa possibilità: noi eravamo molto interessati al racconto della sua esperienza e della sua visione. Miguel Diaz è Ambasciatore presso la Santa Sede, sposato, ha quattro figli, un ambasciatore teologo. E’ stato strappato dai suoi amatissimi studi, dalla sua amatissima attività di docente per servire il suo paese, gli Stati Uniti d’America, con un compito molto delicato, che è quello che riguarda appunto i rapporti tra gli Stati Uniti e la Santa Sede.
Devo dire che il titolo, che abbiamo visto insieme nel corso di alcuni colloqui, voleva cercare di sottolineare uno dei grandi temi che accompagnano da sempre la riflessione umana, la storia delle culture, delle civiltà: e cioè, l’uomo e il suo rapporto con la dimensione del con. La proposta è quindi di cercare di approfondire questo tema del cuore dell’uomo in relazione con l’altro. Non è un incontro di tipo diplomatico, perché l’ambasciatore è qui in tutte le vesti possibili, come amico del Meeting, come studioso e teologo, anche per raccontarci un po’ come il suo paese, gli Stati Uniti d’America, abbia in fondo quello che noi pensiamo essere il simbolo di una risposta a questo grande tema, a questo grande dibattito che accompagna da sempre l’umanità.
Quello che ammiriamo, penso in tanti, negli Stati Uniti è proprio questo tentativo di risposta all’uomo e alla sua dimensione del con. E quale fondamento ha questa risposta negli Stati Uniti, nella cultura americana, là dove nasce questa società aperta al con? Questa è l’origine dell’incontro di oggi. Prima di dargli la parola, volevo presentare il nostro altro ospite, Andrea Simoncini, docente di Diritto Costituzionale a Firenze che è reduce, tra l’altro, da alcune esperienze condotte nell’università dove l’ambasciatore ha studiato, Notre Dame, famosissima università cattolica degli Stati Uniti. Con Andrea Simoncini e con l’ambasciatore Diaz, vogliamo offrire a noi stessi la possibilità di un approfondimento, individuare questo percorso e ragionare un po’ sul perché è così interessante e così affascinante la risposta che un paese come gli Stati Uniti, nella sua cultura ed evoluzione storica, ha dato a questo grande tema e a tutte le implicazione che verranno fuori nel nostro incontro. Perciò, vorrei invitarvi ancora una volta ad accogliere l’ambasciatore con il nostro più caloroso benvenuto e lo prego di prendere la parola per questo suo intervento. Grazie.

MIGUEL DIAZ:
Vi ringrazio moltissimo. Ho sentito dire a molti italiani: non è possibile, l’ambasciatore americano parla italiano. Questo mi dà un grande piacere, perché per me le lingue sono molto importanti, specialmente in questo tempo. Ho già detto che il mio lavoro è di costruire ponti. Quindi, eccomi, voglio costruire ponti. Il discorso di oggi lo farò in inglese perché l’ho già preparato. Forse l’anno prossimo, e l’anno in avanti, lo farò totalmente in italiano. Ma oggi torniamo all’inglese, la mia lingua, in questa maniera posso esprimermi un po’ meglio.
Nel suo classico noto in tutto il mondo Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry racconta la storia di un piccolo principe che si imbarca in un viaggio alla scoperta di sé. Chi tra noi conosce questa storia può ricordare le preziose osservazioni che si correlano all’adeguato esercizio del potere, alla condivisione delle risorse umane naturali e la sua posizione contro il conformismo, nonché il suo forte sostegno per l’interdipendenza tra gli uomini. Il tema centrale di questa storia riguarda la natura umana e la sua capacità di sviluppare una vera e propria visione. Questo messaggio viene inviato da una volpe saggia che rivela al piccolo principe quello che secondo lei è il segreto della vita. “Voici mon secret. Il est très simple: On ne voit pas bien qu’avec le coeur. L’essentiel est invisible pour les yeux. C’est les temps que tu as perdu pour ta rose que fait ta rose si important”. Non vediamo bene se non attraverso il cuore. Quello che è essenziale è invisibile agli occhi, è il tempo che si passa con la propria rosa che rende la rosa così importante.
Questa edizione del Meeting di Rimini esplora la natura del cuore e il suo desiderio di raggiungere grandi cose. È un tema adeguato, oggi, in un momento di grandi problemi economici, in un momento di intolleranza religiosa, con le conseguenze delle catastrofi naturali, un periodo di conflitti umani irrisolti che fanno sì che molte delle nostre nazioni siano in guerra. Più che mai prima, sappiamo che il cuore dell’uomo, i cuori degli uomini devono pulsare assieme, se dobbiamo affrontare le sfide che ci stanno davanti con successo. Nel suo discorso altamente simbolico a Berlino, l’allora candidato Barak Obama chiese al mondo di abbattere i muri che separano, i muri che si basano sulle differenze economiche, nazionali, etniche e religiose. Riconoscendo che sostituire i muri con i ponti non sarebbe stato facile, ha fatto appello agli uomini e alle donne di buona volontà di tutto il mondo affinché condividessero gli oneri del costruire lo sviluppo economico, la giustizia, la diplomazia, il progresso e la pace. Il Presidente Obama ha sottolineato questo, e cito: “La partnership e la collaborazione tra le nazioni non è una scelta. È l’unico modo per proteggere la nostra sicurezza comune e far progredire la comune umanità”.
Le mie osservazioni di oggi si concentreranno sul coro di voci sempre crescente e diversificato che cerca di riconoscere la natura interdipendente del cuore umano. Farò anche alcune osservazioni sulle modalità con cui ciascuno di noi, e in particolare la nostra missione presso la Sante Sede, può promuovere le interazioni umane per il bene comune. “E pluribus unum”: esistere come individuo significa coesistere con gli altri. Appena più di un anno fa, al Cairo, il Presidente Obama ha ricordato che gli Stati Uniti d’America sono fondati sull’ideale che tutti quanti siano creati uguali. Gli Stati Uniti hanno lottato per secoli per dare significato a queste parole, all’interno dei nostri confini nazionali e in tutto il mondo. Il nostro Presidente ha sottolineato che gli americani “sono stati forgiati da tutte le culture, raccolte da qualsiasi angolo del mondo, e dedicati ad un semplice concetto: E pluribus unum, dai tanti, uno”.
Questa natura dinamica sempre in evoluzione che caratterizza l’identità americana continua a generare tanto interesse sia all’interno dei nostri confini che all’estero. Un recente studio demografico ha svelato che gli Stati Uniti stanno per raggiungere una nuova pietra miliare dal punto di vista demografico: nessuna comunità etnica deterrà da sola la maggioranza. Oggi, in America, nel mio paese, uno di sette nuovi matrimoni è interrazziale o interetnico. L’ho visto bene nel mio stesso matrimonio. È giusto dire che gli schemi migratori all’interno e nell’ambito degli Stati Uniti, nel corso degli anni, hanno alterato e continuano ad alterare il paesaggio americano, creando una realtà molto complessa e diversificata dal punto di vista sociale, culturale, politico e religioso. In conseguenza di questa diversità e complessità, l’America continuerà a lottare per affermare il grande principio che sta alla base della sua fondazione. La vera e propria sfida del concetto “e pluribus unum” equivale a mettere in pratica tutto questo, a far sì che da tanti si arrivi ad uno: è il compito che ciascuna nuova generazione di americani deve affrontare, con le proprie sfide ed opportunità. Quindi, non è assolutamente una realtà scontata.
Sia che parliamo della lotta di varie comunità di immigrati, nel passato e allo stato attuale, che parliamo del diritto di voto alle donne, del movimento per i diritti civili oppure del movimento per i braccianti agricoli, tanto per menzionarne alcuni, è chiaro che, per ciascuno di questi esempi, nel mio paese ci si è trovati davanti ad un compito difficile, riflettere, aggiornare e tradurre in azioni significative e concrete questo principio che è alla base della fondazione nel nostro paese: “e pluribus unum”. La questione di riconciliare le differenze umane, ovviamente, non è soltanto questione americana, nemmeno riguarda principalmente solo problemi sociali e di carattere politico. Si tratta piuttosto di una questione che già dai tempi antichi è proprio al cuore della civiltà.
Se pensiamo, per esempio, al monismo radicale di Parmenide oppure alla riconciliazione magistrale di san Tommaso delle differenze tra gli uomini, proponendo appunto l’analogia dell’Essere, la questione della riconciliazione tra l’uno e i tanti è sempre stata una preoccupazione per l’uomo. Oggi, le problematiche di coesistenza pacifica tra i diversi membri della famiglia umana, e la stessa sopravvivenza delle differenze tra gli uomini, minacciate da cause naturali e artificiali, richiedono che i nostri cuori si pongano questa questione fondamentale della identità umana. Su questo ci dobbiamo di nuovo concentrare. Più che mai, affermare la vita e contribuire alla riconciliazione delle diversità che ci circondano significa che dobbiamo abbracciare in linea di massima, sia con i principi che con le azioni, l’idea che esistere significhi coesistere con gli altri.
Ai fini di un riferimento storico, posso aggiungere che io non sono il primo ambasciatore presso la Santa Sede ad interessarsi alle esplorazioni di carattere filosofico e socio-politico che riguardano la questione dell’identità umana. Come forse qualcuno ricorderà, Jacques Maritain, un importante filosofo cattolico del XX secolo, nonché ambasciatore francese presso la Santa Sede nel periodo ’45-’48, filosofo che visse e insegnò anche negli Stati Uniti, pone molta attenzione a questa questione. Le sue riflessioni sull’uomo, sull’individuo, sul bene comune, sulla religione e sull’ordine temporale offrono tante prove del suo interesse filosofico per le problematiche che riguardano la diversità umana, il bene umano, il bene comune e le implicazioni politiche concrete che emergono da esplorazioni e considerazioni di questo genere.
La questione dell’interdipendenza degli individui, degli uomini tra loro e con altre creature che abitano il nostro pianeta, è una questione che è stata esaminata da tante voci contemporanee, nel mondo orientale e occidentale. Queste voci includono leader politici e religiosi. Forse, una delle principali voci a questo riguardo è quella del Metropolita ortodosso John Ziziloulas. Commentando quello che a suo avviso è la sfida più fondamentale dei nostri tempi, scrive: “Nella nostra cultura, la protezione dagli altri è una necessità fondamentale. Ci sentiamo sempre più minacciati dalla presenza degli altri. Siamo obbligati ed addirittura incoraggiati a considerare l’altro come nemico, ancora prima di trattarlo come amico. La comunione con l’altro non è qualcosa di spontaneo, si fonda su barriere che ci proteggono dai rischi, dai pericoli impliciti nella presenza degli altri. Accettiamo l’altro solo nella misura in cui l’altro sia utile ai fini della nostra felicità individuale. Il fatto che la paura dell’altro sia patologicamente insita nelle nostre esistenze porta alla paura non soltanto dell’altro ma di tutta l’alterità. L’alterità radicale è un anatema. La differenza, di per sé una minaccia. Che questo sia universale e patologico, va visto nel fatto che anche là dove la differenza non costituisce effettivamente una minaccia per noi, semplicemente la rifiutiamo, proprio perché non ci piace assolutamente”.
Ziziloulas ritiene che la nostra autocentralità sia alla base di questa visione mondiale della paura, e soprattutto della paura dell’altro. Quindi, sfidando questa visione, l’autore sostiene che l’essere umano è costituito dai rapporti con gli altri e all’interno di questi rapporti. In questo senso, la relazione con gli altri non è semplicemente una scelta che gli esseri umani compiono, qualcosa che va ad aggiungersi, qualcosa che integra una identità umana già esistente, piuttosto invece Ziziloulas ritiene che l’autentico sviluppo dell’essere umano non possa avere luogo se non all’interno e attraverso tutta una rete di relazioni tra gli uomini. Quindi, non è il pensare in termini di ergo (come diceva Cartesio, “Cogito ergo sum”) che forgia l’identità umana, ma sono i rapporti: mi rapporto con gli altri, quindi sono, quindi esisto. Considerato questo, si potrebbe anche concludere che il cuore ha un desiderio innato ed una innata capacità di amare e correlarsi agli altri. Ed è proprio la realizzazione di questa capacità che consente lo sviluppo dei popoli e delle comunità. Secondo modalità analoghe, altri pensatori contemporanei di estrazione cristiana, ebraica e musulmana, hanno sottolineato che, cito, “è soltanto attraverso l’interazione che una persona, e per estensione qualsiasi comunità o nazione, cresce e diventa se stessa”. Leader religiosi come ad esempio il rabbino Jonathan Sachs, Mohammed Talbi, Ziaul, Miroslav Volf, and Hasan Faruqi hanno sottolineato l’esigenza dell’agire umano nell’ambito di una rete diversificata di interazioni tra gli uomini, soprattutto per quanto riguarda le azioni interconfessionali.
Questi leader religiosi si discostano da una interpretazione astratta e sentimentale dell’amore e invitano invece i vari cuori umani a unirsi assieme per soddisfare le esigenze concrete del mondo che ci circonda. Miroslav Volf sostiene: “Nella giusta accezione, l’amore non è una emozione soft e nebulosa, bensì una virtù solida e pratica, virtù di benevolenza e beneficenza, virtù di cui la giustizia fa assolutamente parte integrante”. La visione del Presidente Obama, a livello di relazioni diplomatiche e internazionali, riflette ampiamente questa interdipendenza e questa azione interdipendente tra i cuori degli uomini. Guidato dall’universalità della regola aurea del fare agli altri ciò che vorremmo gli altri facessero a noi, il Presidente Obama al Cairo ha invitato gli uomini e le donne di buona volontà “a tramutare il dialogo in servizio interreligioso, in modo che i ponti tra i popoli portino a delle azioni, che si tratti di combattere la malaria in Africa o di fornire gli aiuti per una catastrofe naturale”. Il Presidente Obama ha espresso questo punto di vista anche presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, osservando che “più che mai nella storia dell’uomo, gli interessi di nazioni e popoli sono condivisi”. Ha sostenuto anche: “Le convinzioni religiose che serbiamo nei nostri cuori possono forgiare nuovi legami tra i popoli oppure separarci”.
“È il tempo trascorso ad occuparti della tua rosa” osserva la volpe saggia “che la rende così importante. In questo modo, diventi per sempre responsabile di questa rosa”. La strategia di sicurezza nazionale della amministrazione Obama richiede la promozione di certi valori universali e numerose interazioni, sempre nel nome del bene comune. In un mondo che è diventato sempre più interconnesso e sempre più piccolo, in seguito al processo di globalizzazione, deve emergere una rete diversificata di soggetti e nazioni responsabili. Lo scopo di questa rete potrebbe essere espresso come segue: da tante interazioni, un bene comune.
Gli Stati Uniti d’America cercano di impegnare i propri partner in tutto il mondo e di invitare nuovi amici ad appoggiare il compito di promuovere i diritti fondamentali e le responsabilità, nonché il benessere di tutti, in accordo con la Dichiarazione Universale dei Diritti umani. La nostra strategia di sicurezza nazionale afferma quanto segue: “Le nostre capacità a livello di diplomazia e sviluppo devono aiutare e prevenire conflitti, devono promuovere la crescita economica, rafforzare gli Stati deboli che stanno per crollare, alleviare la povertà tra la gente, combattere i cambiamenti climatici e le patologie epidemiche e rafforzare gli istituti di governo democratico”. In particolare, dobbiamo invitare i nuovi cuori e le nuove menti, soprattutto quelli dei giovani di tutto il mondo, a respingere e rifiutare la polarizzazione e la stereotipizzazione, la violenza.
È ora, è proprio il momento giusto, il tempo in cui dobbiamo occuparci gli uni degli altri senza creare divisioni: questo ci permetterà, a titolo individuale e collettivo, di perseguire proprio quell’ampia collaborazione globale, efficace e necessaria per rispondere ai segni dei nostri tempi. Presso la nostra missione americana alla Santa Sede, continueremo a collaborare con diverse comunità al fine di difendere i diritti umani fondamentali, prevenire il traffico degli esseri umani, promuovere la salute a livello globale, combattere la fame e promuovere pace e sicurezza in tutto il mondo. L’anno scorso, la nostra ambasciata ha co-sponsorizzato una conferenza con la Caritas Internazionale sulla prevenzione dell’HIV, l’Aids, dalla madre al bambino. Quest’anno, nel prossimo ottobre, continueremo a costruire dei ponti di speranza con le comunità ebraiche, musulmane e cristiane. La prossima conferenza internazionale verrà co-sponsorizzata dalla nostra Ambasciata e dall’Università Pontificia Gregoriana. Mirerà a condividere e diffondere storie di successo, promuovendo azioni interreligiose in particolare relativamente a tre aree: i cambiamenti climatici, le economie eque e giuste, le risoluzioni dei conflitti.
Però, questo lavoro importante di costruire ponti non può essere svolto da una singola ambasciata, da un singolo Governo, da una singola organizzazione ecclesiastica. Data l’esigenza urgente di promuovere la collaborazione di diverse comunità, invito proprio ciascuno di voi a prendersi un po’ di tempo, durante questa settimana al Meeting di Rimini, per valutare le seguenti questioni: come concepite il bene comune, come possono persone di diverse fedi, oppure persone senza fede, unirsi proprio per il bene comune dell’umanità, quali azioni considerate essenziali per promuovere il bene comune, come potete contribuire, all’interno delle vostre comunità, delle vostre organizzazioni, delle vostre attività, delle vostre nazioni, a promuovere le azioni che costruiscono ponti tra i popoli. Quali sono secondo voi gli ostacoli più grandi da superare per promuovere il bene comune. E infine, cosa molto importante, quali sono le azioni concrete che proprio voi potrete intraprendere per aprire i cuori degli altri, per praticare il grande comandamento di amare Dio e il prossimo.
Miroslav Volf ha sottolineato che “l’impegno ad un amore per Dio e il prossimo, nella giusta accezione, trasforma gli individui profondamente religiosi, proprio perché sono profondamente religiosi, in pluralisti sociali”. Questi pensatori religiosi sono individui che, da un lato affermano il bisogno umano della grazia di Dio, d’altro canto rimangono profondamente impegnati a tradurre la grazie divina in azione umana. Un approccio così integrale tra fede e azione rappresenta anche l’interpretazione che di tutto questo dà il Presidente Obama. Infatti, in numerose occasioni, ha sottolineato l’ispirazione che ha ricevuto in prima persona quando ha visto cuori umani aprirsi a Dio, al servizio del prossimo. Riflettendo sulle proprie esperienze religiose afroamericane e sulle sue esperienze come responsabile di comunità a Chicago, ha scritto: “La chiesa nera raramente ha avuto il lusso di separare la salvezza individuale dalla salvezza collettiva. Doveva servire come centro per la vita politica, economica, sociale e spirituale della comunità. E quindi aveva compreso in maniera intima la richiesta biblica di nutrire gli affamati, di vestire gli ignudi e di sfidare i poteri e i principati”. “Nella storia di queste lotte” scrive il Presidente “sono stato capace di vedere la fede come qualcosa in più di un conforto a coloro che erano stanchi e affaticati. Oppure come qualcosa in più di una protezione nei confronti della morte. Ho visto invece la fede come agente attivo, palpabile nel mondo”.
Alcune parole conclusive: questo Meeting di Rimini è pieno di individui che sono intrisi di fede, che capiscono sicuramente quello che intende il Presidente Obama quando fa riferimento alla relazione intima che esiste tra l’amore di Dio e le azioni piene di amore nei confronti del nostro prossimo. Credo che molti di voi qui presenti saranno d’accordo che, oggi più che mai, nessuna persona singola o nessun paese da solo può sopravvivere come isola a se stante. Quindi, come tante persone nel mio paese si sono impegnate in una lotta costante per perfezionare la nostra unione e per tradurre in maniera significativa e pratica il nostro principio fondamentale di “e pluribus unum”, ciascuno di noi deve lottare individualmente e collettivamente, come nazioni e comunità, per dare espressione a questo principio umano che ci fa onore. Di fatto, da tante azioni piene di amore, dobbiamo cercare di promuovere un bene comune. Ciascuno di noi deve fare la propria parte per costruire ponti e per abbattere le barriere e i muri che ci separano: le idee e le capacità che servono sono già qui, presenti attorno a noi, però coloro che sono impegnati in questo compito, e le risorse finanziarie, spesso non sono sufficienti.
Con il vostro impegno a coltivare il cuore umano, possiamo dire: “Yes, we can”, sì, possiamo aiutare gli altri, soprattutto i giovani uomini e le giovani donne, possiamo aiutarli a vedere questo mondo in una nuova luce. Dobbiamo sempre ricordare la saggezza della storia de Il piccolo Principe, che consiste nell’insegnare ai nostri figli con l’esempio che diamo noi, vivendo. È proprio ora, è il tempo che spendiamo a rapportarci con gli altri, specialmente con quelli che non conosciamo, soprattutto con i poveri e con quelli che sono più bisognosi, che renderà questo mondo veramente il luogo migliore dove vivere. Vi ringrazio dal profondo del cuore per la vostra presenza qui, oggi. Dio benedica gli Stati Uniti d’America, Dio benedica ciascun individuo e ciascuna nazione di buona volontà. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, ringrazio molto l’ambasciatore Diaz per questo approfondimento sulla natura interdipendente del cuore umano e per queste domande, per questo invito, per questo appello rivolto al Meeting, a tutti noi che siamo qui, ad approfondire questo percorso per svolgerne anche tutte le implicazioni. Ora, l’ambasciatore ha esordito dicendo che il suo lavoro è costruire ponti. Vorrei invitare Andrea Simoncini ad incamminarsi su questo ponte. Non so se vuol fare l’architetto o l’ingegnere, in questo caso.

ANDREA SIMONCINI:
Il genio pontiere. Io dovrei partire da una osservazione sul contesto in cui ci troviamo. È indubbio che oggi stiamo vivendo un momento di profondo disorientamento, nel senso più letterale del termine, come di una persona che si trovi catapultata in un ambiente del tutto sconosciuto, senza alcuna idea di dove si trovino i punti cardinali. È Heidegger, probabilmente, il filosofo che ha messo a fuoco in maniera più bruciante questa vertiginosa condizione dell’essere umano oggi: disorientamento, sradicamento, spaesamento, sono i termini che lui usa. E dice Heidegger: “Più cresce lo spaesamento, più cresce a dismisura il bisogno di un’etica”. Questa condizione fa sì che siamo tutti sbilanciati alla ricerca disperata di questa etica condivisa, spesso dimenticando lo spaesamento che la rende necessaria. Tutti cerchiamo un’intesa, un accordo, un assetto comune di rapporti, tutti cerchiamo la convivenza. Ma spesso è più difficile guardare in faccia a cosa oggi ci renda così senza patria, per usare sempre un termine di Heidegger. È dunque questo il paradosso in cui oggi viviamo: quanto più la globalizzazione, i flussi migratori, le tecnologie, Internet stanno rendendo possibile una mobilità ed un interscambio tra uomini e culture, che mai si sono visti nella storia del mondo, tanto più cresce una profonda solitudine, una reale paura dell’altro, una sensazione di diffidenza, di ostilità.
Il termine che oggi normalmente i politici affiancano, ad esempio, alla questione dell’immigrazione, è il termine sicurezza. Identità e convivenza, che sono i due termini del nostro titolo, spesso sono considerati un ossimoro, una espressione conflittuale, intrinsecamente conflittuale. D’altronde, queste sensazioni e questi sentimenti non sono pretestuosi o immaginari, molti fatti che sono successi e succedono spingono nella direzione della paura. Pensiamo a come si è aperto il secolo in cui viviamo, ormai è passato quasi un decennio dall’11 settembre del 2001 e dagli attentati terroristici delle Twin Towers. Da allora, nel secolo presente, si sono moltiplicati i conflitti armati internazionali su base etnica e religiosa, sia quelli dichiarati che quelli non dichiarati. Ma anche la stessa globalizzazione economica che, secondo certe teorie ultramercantiliste, avrebbe portato con se inevitabilmente un maggiore benessere, si è scontrata con la dura realtà di una delle crisi economiche e finanziarie più gravi che ci sia dato di ricordare. Dunque, il contesto in cui oggi viviamo sfida radicalmente questa capacità di convivenza, questa capacità di costruire ponti, diceva l’ambasciatore.
L’unica alternativa sembra proprio quella di abbandonare le identità, in quanto presupposti divisivi: “ne cives ad arma veniant”, per dirla con i latini, perché i cittadini non si sparino tra di loro. L’unica strada percorribile sembra essere quella di ricacciare nella sfera interiore, nell’immaginario personale, privato, chi siamo davvero, per assumere una certa maschera sociale e tornare così ad un’idea di persona pre-cristiana (appunto, la maschera dei Greci e dei Latini). É un po’ l’idea, per usare un’immagine un po’ più moderna, dell’Avatar, del secondo io, della second life virtuale, che vive in un altro mondo in cui io posso essere finalmente quello che vorrei essere. Nella realtà, quella che purtroppo è data, si può solo recitare a soggetto, si può agire esclusivamente accettando di ridurre la portata comprensiva dei propri ideali. Così, appare sempre più reale l’immagine che quel grandissimo genio poetico, e dunque profetico, che è stato Eliot aveva vividamente dipinto: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. / Gli uomini hanno abbandonato dio non per altri dèi, di¬cono, ma per nessun dio; e questo non era mai acca¬duto prima / Che gli uomini negassero gli dèi e adorassero gli dèi, pro¬fessando innanzitutto la Ragione / E poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamano Vita, o Razza, o Dialettica”. La necessità di eliminare Dio come ideale capace di spiegare tutta la vita ha rimesso in gioco gli altri dèi e tra questi, in primo piano, il potere, cioè colui che produce le regole e l’ordine. Ma, come sempre lo stesso Eliot dice, con la sua fantastica acutezza: “Mille poliziotti che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate”.
Spesso, una delle critiche che viene mossa alla Chiesa Cattolica è di essere fondata su dei dogmi. A me pare che anche questa sorta di nuova condizione politeista, descritta da Eliot, abbia dei suoi dogmi, chiamiamoli postulati (forse è il modo più adeguato per definirli: postulato è un’idea che dobbiamo premettere e ritenere vera perché, senza quella premessa, non si spiegherebbero tante conseguenze che vediamo). Oggi vediamo il fallimento della convivenza. Vediamo che le diverse religioni tendono solo a sopprimersi a vicenda. Vediamo che l’unica cosa che conviene perseguire è un bene individuale mentre il bene comune chiaramente è recessivo. Perché accade tutto ciò? E’ chiaro: perché gli uomini non hanno nessuna struttura comune. Gli uomini nascono e si formano negli ambienti in cui vivono e questi ambienti esercitano su di loro un influsso così decisivo da rendere impossibile qualsiasi contatto.
Questo postulato fondamentale viene definito in maniera diversa – non vorrei poi cadere nell’errore delle definizioni -, multiculturalismo. Su questo vorrei fare una precisazione: quando parliamo di multiculturalismo, si rischia sempre un equivoco. Un conto è il multiculturalismo come fatto, cioè il fatto che nello stesso territorio coesistano, vivano insieme culture diverse: è un dato di fatto che c’è stato da sempre. Un conto è invece il multiculturalismo come ideologia. Proprio per evitare confusioni, proporrò di chiamare questa particolare ideologia “relativismo multiculturale”. Questo relativismo si fonda, mi pare, su un duplice postulato, come altri hanno già messo in evidenza. Il primo: l’individuo si risolve nella sua identità collettiva, nel gruppo, l’io coincide col suo gruppo (immaginando il gruppo come qualcosa di assolutamente compatto). Secondo postulato: le culture, questi gruppi, tra loro sono inconfrontabili, cioè non esiste la possibilità di gettare quel ponte di cui parlava prima l’ambasciatore. Tutti i valori, le norme si spiegano solo all’interno dei gruppi, ma non c’è nulla all’esterno di questi. Ora, appunto, mi pare che la condizione di paura in cui viviamo nasca dalla diffusione di questo modo di pensare, che ritiene l’impossibilità del dialogo un postulato, cioè lo dà come un a priori. Non esistendo nulla in comune tra gli uomini e le culture, è del tutto impossibile pensare a politiche d’integrazione, intese come riconoscimento di valori comuni cui obbedire. Le politiche multiculturali finiscono per essere semplicemente ripartizioni di spazi, in senso sia materiale che territoriale, oppure anche in senso immateriale: ognuno vive nella sua diversità. La stessa idea del rispetto delle leggi di un paese, che è il presupposto ovviamente necessario per qualsiasi convivenza, in molti casi non nasce dalla promozione dell’incontro tra la cultura di chi obbedisce e la cultura di chi chiede obbedienza. Anche l’obbedienza alla legge non è proposta come l’incontro tra culture ma nasce dal presupposto, spesso dogmatico, che si possa obbedire solo a regole neutre, senza cultura, come se il solo proporre l’ideale cui s’ispira un certo assetto sociale, o l’origine della sua diversità, possa diventare un ostacolo allo sviluppo libero e autonomo.
Su questo non posso che richiamare le parole vibranti, di un grande amico del Meeting e anche mio personale, che è il professore Joseph Weiler che, come molti di voi sapranno, scelto come avvocato da otto stati europei dinanzi alla Corte di Strasburgo per la revisione della sentenza che bandiva il crocefisso dalle scuole italiane, ha ammonito i giudici di Strasburgo dicendo: “Una regola per tutti, come vorrebbe la Corte europea, priva di un contesto storico, politico, demografico e culturale, non è solamente sconsigliabile ma mina il pluralismo, la diversità, la tolleranza più autentici che la Convenzione europea intende salvaguardare e che sono il marchio dell’Europa”. In sintesi estrema, questa ideologia che mi pare si stia diffondendo postula l’impossibilità di una categoria centrale e per me assolutamente decisiva nell’esperienza umana, che è la categoria dell’incontro. Con la parola incontro, intendo l’imbattersi, non previsto dalla persona, in qualcosa di esterno a sé, di non prodotto da sé, ma che ciò nonostante interessa, stabilisce un nesso, inter-essa, con questa inattesa diversità. Mentre un aspetto del mondo è governato da uno svolgimento meccanico sì da poterne sospettare e scoprire le leggi, l’aspetto più tipicamente umano in cui entrano in gioco la libertà, l’intuizione e l’amore è sollecitato solo da questo insorgere di incontri apparentemente casuali, quasi irrazionali. Eppure: questo crea la storia umana, la storia umana dentro l’evoluzione cosmica. Questa è una citazione del 1967 di don Luigi Giussani.
Potrei sintetizzare così il punto centrale che oggi vorrei illustrare: la più imponente dimostrazione della infondatezza di questo postulato del relativismo multiculturale, secondo cui uomini diversi, culture diverse, popoli diversi, religioni diverse non si possono incontrare, questi ponti non si possono costruire, la più imponente dimostrazione della infondatezza di questo postulato è che nella storia, invece, questi incontri ci sono stati. Ci sono stati e ci sono tuttora. A dire il vero tutta la nostra storia, tutta la storia umana, come direbbe don Giussani, è la storia di questi incontri. Non intendo, dunque, contestare o smentire il postulato sul piano teoretico: altri, ben più competenti di me, l’hanno già fatto nel mio settore. Vorrei limitarmi ad osservare che questo postulato non spiega alcuni, secondo me, moltissimi fatti che invece accadono e sono sotto gli occhi di tutti. Tutta la nostra storia, soprattutto quella contemporanea, è in moltissimi casi la storia di incontri tra culture, religioni, etnie, culture politiche diverse. Il primo, il motivo per cui forse noi siamo qui è “e pluribus unum”, la storia della nazione americana che abbiamo ascoltato, un grande esempio esattamente di questo, cioè di come quel postulato non spieghi l’esistenza della democrazia più grande che abbiamo oggi nel mondo. E non mi pare un’eccezione da poco rispetto al sistema generale. Citava prima, l’ambasciatore, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, del 1948. Ricordiamo che abbiamo avuto la presentazione del libro della professoressa Glendon, che è stata anche la precedente ambasciatrice presso la Santa Sede, che appunto si occupava, l’anno scorso al Meeting, della nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, un altro incontro assolutamente imprevedibile tra culture e religioni assolutamente diverse. Scusate se vado in un campo che forse conosco un po’ di più, ma secondo me l’Italia, la nostra Costituzione repubblicana, è l’esempio di questo incontro. E’ l’esempio, cioè, dell’incontro tra culture politiche abissalmente diverse. Dico sempre che se pensiamo alla distanza che c’era tra Togliatti, La Pira, Vittorio Emanuele Orlando, alla Costituente nel 1948 in Italia, è incommensurabilmente più ampia della distinzione che oggi c’è tra Berlusconi e Fini o tra Berlusconi e Bersani.
Eppure, qualcosa è successo in quel momento. Vorrei citare, a proposito, Togliatti, per descrivere questo punto. C’è una discussione, nel settembre del ’46, alla Costituente, in cui si deve decidere quale sia il catalogo fondamentale di diritti da mettere in Costituzione. Comincia La Pira con una sua descrizione, e immediatamente si crea un clima gelido. Si può immaginare, chi ha un po’ di conoscenza della storia politica e culturale italiana sa che Giorgio La Pira non si infingeva molto della sua tradizione, della sua cultura cristiana e cattolica. Nasce, quindi, una discussione, ma a un certo punto, e questa mi sembra una descrizione efficace di come si sia determinato questo punto d’incontro, Togliatti che, lo dico per chi non è pratico della storia politica italiana, era il capo della delegazione del Partito Comunista all’Assemblea Costituente, interviene e dice: “Il punto sul quale nasce la divisione tra noi è il rapporto tra la persona e lo stato, ma io non vedo perché ci si dovrebbe differenziare su questo. Per conto mio, lo stato è un fenomeno storico che a un certo momento dovrebbe scomparire, mentre sarebbe assurdo che si pensasse che debba scomparire la persona umana. Io sono d’accordo che un regime politico, economico e sociale è tanto più progredito quanto più garantisce lo sviluppo della persona umana. Io e l’onorevole Dossetti potremmo dissentire nel definire la persona umana, però ammetto che il fine di un regime democratico deve essere quello di garantire il più ampio e libero sviluppo della persona. Perché si parte da una esperienza politica comune e non da una esperienza ideologica comune. Questo dovrebbe offrire un terreno d’intesa”.
Cioè, il terreno d’intesa non è tanto l’ideologia, il postulato, è quest’idea dell’esperienza politica: penso sia abbastanza facile dimostrare che, per Togliatti e per quelli che come lui facevano la Costituente, era stata l’esperienza concreta di cosa vuole dire uno stato padrone dei diritti. Venivano tutti dall’esperienza totalitaria, tutti avevano avuto l’idea di che cosa vuole dire una realtà politica dis-umana, contro l’umano. Ma si potrebbe dire: tutti questi esempi che tu hai citato sono storia, storia passata, che non c’è più. Ecco, io penso che se vogliamo una dimostrazione in diretta, una sorta di dimostrazione secondo me inconfutabile del fatto che, contro il postulato relativista, questi incontri, questi ponti oggi esistano, che la dimostrazione più in diretta di tutto ciò sia l’occasione in cui oggi ci troviamo: il Meeting di Rimini. Perché, che cos’è questa trentunesima edizione del Meeting di Rimini se non la testimonianza vivente di una storia, di una trama di incontri che prosegue nel tempo? E prosegue mettendo a tema il cuore dell’uomo, non a caso, l’origine, la struttura. Occorre, però, e questo è un ulteriore punto che vorrei proporvi, rendersi conto del valore non meramente privato ma culturale, sociale ed infine politico che ha la categoria dell’incontro. Cioè, occorre evitare il rischio di considerare l’incontro solo come qualcosa che accade nelle dinamiche inter-soggettive, tra le persone.
Su questo vorrei citare rapidamente un brano intitolato “L’incontro tra le persone come origine di novità culturale” da un discorso che don Julián Carrón ha pronunciato all’Università degli Studi di Firenze il 18 dicembre 2006. Dice Carrón: “La curiosità sconfinata del bambino documenta che l’uomo nasce con una struttura originaria, che può essere definita come di inesausta apertura della ragione di fronte all’inesausto richiamo del reale. Egli viene al mondo dentro il contesto storico di un popolo, che possiede una sua cultura, cioè un suo modo particolare di guardare e concepire la realtà… Da questa maternità l’uomo è senza dubbio storicamente condizionato. Ma è corretto sostenere che questo condizionamento sia in grado di precludere un rapporto autentico tra uomini? Si può – come oggi spesso accade – accusare questo condizionamento di essere la causa di una chiusura della ragione? O, invece, questo condizionamento è un grande trampolino di lancio verso la realtà di cui essere grati?”. Un fatto, nella sua apparente piccolezza, mi ha costretto a riflettere: cosa accade quando, per circostanze della vita, due persone di culture diverse diventano amiche? E’ l’esempio che auspicava prima l’ambasciatore, pensando a una settimana come quella del Meeting. Possono appartenere a mondi culturalmente lontanissimi: un cattolico italiano, un bonzo giapponese, un egiziano musulmano: eppure, le differenze non possono impedire che sorga un’amicizia tra di loro e ciascuno è costretto ad allargare la ragione per cercare di entrare nel mondo culturale dell’amico, nel suo modo di percepire le cose e di rapportarsi col reale.
Cosa permette un incontro, una cordialità e un’amicizia tra persone fortemente segnate dalle proprie tradizioni d’appartenenza? E’ la presenza in ognuno di noi, a qualunque latitudine del pianeta siamo nati, della stessa esperienza elementare, un complesso di evidenze ed esigenze originali, talmente originali che tutto ciò che l’uomo fa e dice da esse dipende. Nella cultura religiosa giudaico-cristiana, questo livello profondo dell’io è espresso col temine biblico “cuore”. L’esigenza della verità, dell’amore, della giustizia, della felicità, queste domande costituiscono il cuore dell’uomo, il tema del Meeting di quest’anno. E’ esattamente l’opposto, è partire dalla realtà per indurre il fatto che questa struttura esattamente esiste.
Rapidamente, vorrei proporvi altre due considerazioni: è dunque l’esperienza umana piena d’incontri a smentire questo postulato, a creare il legame tra identità e convivenza. Ed in particolare, c’è un’esperienza di incontro comune a tutti gli uomini che la Chiesa spessissimo usa nel suo Magistero come l’immagine descrittiva e prescrittiva per indicare la comunità planetaria. La Chiesa nella sua dottrina, come anche prima abbiamo ascoltato nel discorso dell’ambasciatore Diaz, per indicare la convivenza di tutti i popoli usa l’immagine della famiglia umana. L’espressione, citata undici volte nella Caritas in veritate – c’è tutto un capitolo, il quinto, che è proprio dedicato alla collaborazione della famiglia umana – mi ha colpito: cioè, l’idea che l’immagine cui si vuole tentativamente paragonare il mondo nella sua complessità è quella della famiglia. La famiglia è uno dei fenomeni umani, dei fatti che, in maniera semplice, rendono evidente come l’identità si costruisca nel confronto con chi è diverso e non con chi è eguale. La famiglia educa a vivere la differenza, sia quella sessuale (marito-moglie, padre-madre), sia quella di generazioni (genitori, nonni, fratelli), in maniera coesiva, in maniera positiva, non come un male da eliminare. In questo senso, la famiglia è una risorsa preziosissima, prima che sul piano teologico-morale, su quello della stretta razionalità sociale, della capacità di coesione che caratterizza una certa società o una certa nazione.
Si pensi al ruolo determinante della famiglia in una crisi economica come quella che sta attraversando il mondo e la differenza che fa una cultura in cui ci sia ancora un residuo di questa struttura coesiva e culture che non hanno questo residuo. Questo dovrebbe indurci a comprendere come certe spinte sempre più forti ad eliminare la differenza dalla famiglia, ad esempio la differenza sessuale o la differenza tra le diverse formazioni sociali, attraverso la distinzione tra famiglie eterosessuali ed omosessuali, sia, al di là delle considerazioni morali, che qui non interessano, un drammatico impoverimento della capacità integrativa e coesiva che il nucleo famigliare offre a tutta la società. Non c’è assolutamente discussione che ci sia spazio per queste forme. Quello che vorrei dire è che mi sembra che il tasso totale di capacità integrativa diminuisca, eliminando le differenze.
Non possiamo, da un lato, scandalizzarci per la crescente diffidenza nei confronti di chi è diverso, ad esempio di chi è straniero, o dell’intolleranza crescente e, dall’altro, voler eliminare proprio questa diversità, ad esempio all’interno delle famiglie. Ed è così vero che l’immagine della famiglia non è un prodotto specifico della morale cattolica, ma è patrimonio dell’esperienza dell’umanità, che la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata nel 1948, afferma: “Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà”. Questa è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ma pensiamo alla nostra identità, la nostra carta d’identità, nome e cognome. Il nome è il segno distintivo della nostra unicità ma non basterebbe ad identificarci, sarebbe un problema, un mondo fatto solo di nomi. Occorre il cognome, il segno della nostra appartenenza ad una famiglia. Il nome è il punto nel tempo, il cognome è la linea a cui apparteniamo. Tutti condividiamo il cognome che è segno di una famiglia da cui veniamo, ma adesso preponiamo il nome come carattere distintivo della nostra unicità. Oggi, invece, l’affermazione dell’identità è presentata come la suprema capacità di prescindere da qualsiasi rapporto costitutivo, da questa interdipendenza di cui ascoltavamo. Non mi meraviglierebbe se in un futuro non lontano una certa corrente di tutela dei diritti umani cominciasse a volgere la sua battaglia giudiziaria allo scopo di eliminare il nome ed il cognome, che in fin dei conti sono ancora un segno del fatto che la definizione della nostra identità non è opera nostra. Sia il nome che il cognome sono infatti dati, non scelti: il nome è scelto dai genitori, il cognome poi non è neppure scelto ma è proprio ricevuto. Presto potrebbe accadere che la battaglia per l’autonomia diventi una battaglia per la anomia o l’anonimato.
Ultimo punto: resta sullo sfondo il grande tema, quello del ruolo dello stato in tutto ciò, che mi limiterò ad affrontare molto rapidamente. Qual è il ruolo dello stato in questo difficile rapporto tra identità e convivenza? Si pensi al caso particolare ma decisivo. La convivenza tra le identità religiose all’interno di uno stato è forse il caso più classico sul quale possiamo soffermarci. Qui, notoriamente, nella storia si sono proposti modelli differenti, venivano anche prima citati. E vorrei provare a fare una riflessione su questo. Normalmente, Italia e Stati Uniti d’America sono definiti come gli estremi di due soluzioni completamente diverse: da un lato, c’è la separazione assoluta tra lo stato e le confessioni religiose, il primo emendamento della Costituzione americana, il muro di separazione che ci deve essere. Dall’altro, il modello concordatario italiano in cui lo stato, invece, pur riconoscendo alla Chiesa Cattolica e alle altre Chiese indipendenza e autonomia, stabilisce patti e intese con queste confessioni religiose. Penso, però, che oggi, alla luce delle riflessioni che ho proposto, la vera distinzione, più che su questi modelli, stia in un altro settore. A me pare che al fondo, su questo tema, ci siano due concezioni radicalmente opposte che si confrontano: da un lato, una concezione pluralista, dall’altro, quello che io ho chiamato il relativismo multiculturale. Concezioni che, come abbiamo visto, si distinguono radicalmente per i presupposti antropologici ma, e questo è il punto, producono due idee opposte di stato, di autorità pubblica.
Il presupposto antropologico da cui muove il pluralismo che io auspicherei, che ho cercato di svolgere in queste mie riflessioni, è che un terreno di incontro tra le culture, come ho cercato di dire, esiste storicamente ed esiste prima del diritto. Esso avviene principalmente nell’esperienza umana dell’incontro e, quindi, all’interno di una dinamica umana e sociale, prima che giuridica. La diretta conseguenza è che uno stato pluralista deve riconoscere, garantire questo incontro che accade. Il presupposto antropologico di quello che – ripeto, senza poi affezionarsi alla definizione – è chiamato relativismo multiculturale, è invece che questo incontro tra diversità, naturalmente, ovvero socialmente, non è possibile. Le diverse culture sono tra loro incommensurabili, dunque la convivenza è possibile solo grazie al diritto e alle sue procedure. Nell’approccio relativistico multiculturale, non c’è unità prima del diritto, mentre le Costituzioni pluralistiche del secondo dopoguerra europeo sono nate esattamente per affrontare il contrario: c’è qualcosa prima del diritto e il diritto deve rispettarlo.
Chiunque di voi abbia avuto la possibilità di passare anche un po’ nella mostra della CdO, dove c’è l’affresco del Buon Governo, capisce bene come questa idea del rispetto venga dal “rispecchiare” l’ordine che c’è nella realtà. Io penso che oggi sia questa la vera discriminante, non tanto il principio separatista concordatario, tanto è vero che gli specialisti stanno spesso osservando una certa convergenza tra i due modelli. A ben guardare, infatti, il sistema costituzionale americano e quello italiano, pur profondamente diversi nella struttura, negli strumenti di tutela, presuppongono entrambi la pre-esistenza del fenomeno religioso rispetto allo stato, e la irriducibilità dell’uno all’altro. In entrambi i casi, quantomeno nelle rispettive culture fondative, non è lo stato a produrre la convivenza ma è la società that comes first, che viene prima, e che deve essere rispettata nella sua autonomia.
Le concezioni oggi sempre più diffuse, invece, muovendo da una concezione pessimistica della capacità umana di realizzare incontri – incontri che non siano semplicemente la guerra di tutti contro tutti -, finiscono per attribuire solo allo stato questa funzione di coesistenza. Non è nient’altro che la riproposizione aggiornata di Hobbes per cui, essendo gli uomini lupi incapaci di convivenza tra le loro diverse identità, l’unica strada che hanno è conferire la propria identità alla super identità laica dello stato. L’unico modo per far convivere le diverse identità, ad esempio quelle religiose, è confinarle o nell’immaginazione, l’Avatar religioso, accettando nella sfera pubblica solo la super identità, oppure attraverso procedure deliberative eque e democratiche che producano questa convivenza.
Conclusione: io penso che questa sia la sfida del futuro per l’Europa in cui viviamo, sempre più al bivio tra la creazione di una super identità neutralizzata, ovvero un esempio storico di dialogo tra popoli e nazioni che per secoli si sono, invece, affrontati nelle guerre. E questa idea di dialogo mi pare sia la sfida dell’identità, della convivenza, e in questa idea mi pare che stia una prima risposta, se posso, alla domanda, alla provocazione che ci lanciava l’ambasciatore. Penso che il modo per costruire ponti sia questa idea di dialogo che vorrei sintetizzare con della parole scritte nel 1967, ma che mi paiono di attualità clamorosa: “Il dialogo è la proposta all’altro di quello che io vivo e l’attenzione a quello che l’altro vive, per una stima della sua umanità e per un amore all’altro che non implica affatto un dubbio in me, che non implica affatto il compromesso in ciò che io sono. Ciò che abbiamo in comune con l’altro, non è tanto da ricercare nella sua ideologia quanto in quella struttura nativa, in quelle esigenze umane, in quei criteri originari per cui egli è uomo come noi. Apertura di dialogo, perciò, significa saper partire da ciò cui l’ideologia dell’altro o il nostro Cristianesimo fanno proposta di soluzione, perché fra ideologie diverse ciò che è in comune è proprio l’umanità degli uomini che portano quelle ideologie come vessilli di risposta o di speranza”. Lo scrittore, come molti di voi avranno capito, è don Luigi Giussani. Il libro si chiama Appunti di metodo cristiano. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Ringrazio Andrea Simoncini per l’intensità. Ha dovuto un po’ correre nella lettura, spero che i traduttori non si siano affaticati troppo, ma ha toccato al cuore il fondamento di tante questioni che ci premono così fortemente nella nostra riflessione generale attorno al Meeting. Vorrei chiedere in un minuto, purtroppo abbiamo veramente pochissimi secondi, un’ultima cosa all’ambasciatore, se posso, se mi dà il permesso. Di un passaggio che mi ha colpito, tra le tante cose che ha detto, volevo chiederle un piccolo approfondimento. Qual è il ruolo della fede, della religione, nello spazio pubblico americano?

MIGUEL DIAZ:
Il Presidente Obama ha scritto precisamente sul ruolo dello stato e della religione. Noi abbiamo una storia specifica ma penso che sia una storia interessantissima, perché noi abbiamo la separazione della chiesa, di una sola religione, dallo stato. Questo non vuol dire che ci sia una separazione fra la fede e la politica. Il Presidente Obama parla del fatto che non si può scrivere o pensare alla storia degli Stati Uniti senza pensare al dialogo fra questi due temi. Penso che sia una cosa interessantissima, che si possa dire che negli Stati Uniti abbiamo questo tipo di secolarismo positivo, invece di un secolarismo che non ammette, non vuole la relazione tra la fede e la politica. Dobbiamo, specialmente l’ambasciatore, rispettare la Costituzione, la separazione, ma non vuole dire che il pensiero di quelli che rappresentano gli Stati Uniti non siano influenzati dalla loro fede, dalla loro convivenza, dalla loro esperienza umana. Penso che sia un dialogo molto importante, specialmente in questo momento storico, perché non è un dialogo di una sola fede, è un dialogo pluralista che possono avere negli Stati Uniti tutti quelli che hanno fede in Dio e anche quelli che non hanno fede. Crea lo spazio necessario per fare questo tipo di ponti.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, grazie. Era un punto interessante, mi scuso per la costrizione alla brevità, ma è che noi, invece, in Italia e in Europa, ci troviamo un po’ in una situazione paradossalmente contraria di paesi di regimi concordatari dove si assiste continuamente al tentativo di cancellare l’espressione della fede, l’espressione religiosa, dallo spazio pubblico. Potrebbe essere anche un po’ surreale, questa situazione, questo rovesciamento continuo, mentre negli Stati Uniti, dove vige questa separazione molto chiara, la presenza della fede nello spazio pubblico non solo è ammessa ma è addirittura incoraggiata. Ecco, per questo punto mi interessava la conclusione. Io vi ringrazio tutti. Vorrei ringraziare ancora l’ambasciatore per la sua pazienza, per la sua cortesia, e anche prenderlo in parola per l’anno prossimo, perché ha detto che tornerà, parlerà in italiano, anche se la citazione di Saint-Exupéry, in un francese perfetto, mi ha fatto temere che l’anno prossimo volesse parlare francese. Vi ringrazio tutti e buona giornata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Sala Neri
Categoria