DALLA DOTTRINA SOCIALE ALL’IMPEGNO POLITICO - Meeting di Rimini

DALLA DOTTRINA SOCIALE ALL’IMPEGNO POLITICO

Partecipano: Roberto Formigoni, Presidente Regione Lombardia; Enrico Letta, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare. Introduce Luca Antonini, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà e Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Padova.

 

LUCA ANTONINI:
Buongiorno a tutti. Iniziamo questo incontro dal titolo “Dalla dottrina sociale all’impegno politico”. Se siamo realisti, in un incontro di questo tipo non possiamo che partire dalla enciclica “Caritas in Veritate”, cioè l’enciclica sociale di Benedetto XVI. È un documento ricchissimo che richiederà molta riflessione, anche per valutare la sua continuità, come si colloca all’interno della dottrina sociale della Chiesa cattolica, alla quale Giovanni Paolo II, soprattutto con la “Centesimus Annus” del ’91, ha dato un notevole slancio, così come lo aveva dato Paolo VI con la “Populorum Progressio”: due veri e propri snodi della dottrina sociale a partire dalla “Rerum novarum”.
Sono stati tanti i commenti all’enciclica “Caritas in Veritate”. Tante volte però si è rischiato di sfuggire una lettura attenta e complessiva. Nei primi commenti che sono apparsi sui quotidiani, ad esempio, si è tolto dall’etica l’elemento caratterizzante, che in questa enciclica viene pesato con forza, quello della “Veritas”, e si è finito per parlare solamente di etica. Il Papa, invece, sottolinea in modo particolare il nesso tra ragione e carità, che diventa una nuova sfida a vivere un amore ricco di intelligenza e un’intelligenza ricca di amore.
È qualcosa che va al di là della semplice etica e del semplice buonismo. Questa che lancia il Pontefice è una sfida di lungo periodo che vale la pena raccogliere per l’analisi che l’enciclica propone sui temi del mercato, del modo di intendere l’impresa, della distribuzione della ricchezza, del ruolo della finanza. Teniamo conto che è un’enciclica che nasce in momento in cui l’economia finanziaria qualche danno al paese, anzi, al mondo lo ha provocato. È un’enciclica che offre una riflessione in un momento particolarissimo, anche della storia economica, in cui si manifesta un fenomeno le cui proporzioni non potevano essere immaginate prima. La cruda realtà però è sotto gli occhi di tutti: quello che l’economia finanziaria prometteva come il paradiso è diventato l’incubo del mondo. Questa enciclica, dicevo, dà un giudizio profondo su questi temi però, per capirlo, non si può prescindere dalla prima parte dell’enciclica dove si trovano i fondamenti di tutto il resto. Nella prima parte si sottolinea come, cito, “talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società”, mentre, al contrario, “la verità non è prodotta da noi ma sempre trovata o meglio ricevuta”. Queste parole rendono particolarmente contestuale al tema del Meeting, “La conoscenza è sempre un avvenimento”, questo incontro sull’enciclica.
Il disegno che esce dalla “Caritas in Veritate” è unico, ogni elemento è collegato. Quello che colpisce dell’enciclica è la visione unitaria della realtà che vi si ritrova, la grande capacità di lettura del mondo contemporaneo quando, proprio oggi, tanti sembrano smarriti di fronte alla crisi e al crollo di sistemi, che venivano presentati come perfetti. Quindi l’enciclica di Benedetto XVI ricopre la funzione di bussola preziosa per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti a livello globale, ci mostra una strada che richiede coraggio e capacità di rinunciare a comode prese di posizione. Quando nel 1881 Leone XIII pubblicò la prima enciclica sociale, la “Rerum Novarum”, in Francia ci fu un solo imprenditore, Léon Harmel, che prese sul serio quella enciclica, trasformando radicalmente le sue officine di filatura e rendendole un modello, un nuovo modo di fare impresa che poi ha avuto successo. Don Giussani ha osservato che se tanti avessero fatto come lui a quel tempo, l’Europa sarebbe stata diversa. Oggi vogliamo approfondire questa sfida che l’enciclica ci lancia con tre ospiti eccezionali, ovviamente amici del Meeting, che hanno un rilievo nel panorama culturale, politico e sociale Italiano. Per cui, a partire dall’enciclica, io porrò tre domande ai nostri relatori. Abbiamo un’ora e mezzo di tempo, e faccio adesso tutte insieme queste domande.
Prima domanda. Questa enciclica parla spesso di una ragione economica che, andando oltre il binomio stato-mercato, corrode la socialità, parla di una vita economica che deve essere compresa come una realtà a più dimensioni. Il Papa fa riferimento ad un significato esteso di imprenditorialità, parla di pluralità delle forme istituzionali di impresa che generino un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo. Aggiunge poi che bisogna adoperarsi non appena perché nascano settori o segmenti etici dell’economia o della finanza ma, precisa, con un’osservazione essenziale che è stata ridotta dai giornali, non è solo l’etica che viene giustapposta a un sistema economico in se stesso autoreferenziale, bensì l’intera economia e l’intera finanza devono essere etiche non per un’architettura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche della loro stessa natura. Allora la prima domanda che pongo ai nostri relatori è questa: questa civilizzazione dell’economia che sfida apre nel contesto italiano?
Seconda domanda. Oggi ci troviamo di fronte a un retaggio ideologico molto forte, che si è reso evidente con l’uscita del “libro bianco”, che ha ricevuto molti apprezzamenti soprattutto quando diceva che occorreva una revisione antropologica, che non si poteva parlare di uno stato sempre morale e di un privato sempre immorale, come se don Bosco fosse stato immorale mentre l’assistente sociale, per definizione, fosse sempre morale. Il “libro bianco” ha scalzato dal punto di vista culturale le equazioni “stato=morale” e “privato (soprattutto sociale)=immorale”. Il “libro bianco” ha posto una questione antropologica: ha parlato del valore di una welfare society, cioè di una tradizione del nostro modello sociale, che ha fatto la ricchezza culturale, sociale, imprenditoriale dell’Italia e che rischia di essere buttata. Però ci sono state tante critiche che dimostrano come ci sia ancora, appunto, un approccio ideologico al problema del welfare. Per esempio, sulla “voce.info”, ci sono state delle critiche ideologiche per cui il libro bianco parlava troppo di carità e troppo poco di intervento dello Stato. Ecco, allora, la seconda domanda che pongo ai nostri relatori: quale sfida culturale e sociale apre questa enciclica?
Terza domanda. Nell’enciclica c’è un passaggio, che secondo me è importantissimo, nel quale si dice: “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole, a trovare forme nuove di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave fiduciosa piuttosto che rassegnata conviene affrontare le difficoltà, che nessuno nasconde, del mondo presente”. Più avanti rilancia il ruolo della politica con un bellissimo affondo, dicendo: “Si ama tanto più profondamente il prossimo quando più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità di incidenza nella polis. È questa la via istituzionale, potremmo dire anche politica, della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori dalle mediazioni istituzionali della polis. Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico”. Quindi la terza domanda è questa: che cosa può e deve imparare la politica italiana da questa enciclica?
Comincerei lasciando la parola all’Onorevole Letta, ricordo che abbiamo un’ora e mezza di tempo. Grazie.

ENRICO LETTA:
Grazie Luca. Siccome sono arrivato oggi al Meeting e avrò un’altra occasione di parlare venerdì pomeriggio, voglio cominciare ringraziando gli organizzatori che mi hanno invitato, coloro che mi consentono ogni anno di rivivere questa esperienza insieme a voi, un’esperienza straordinaria di partecipazione, di discussione, per cui ogni anno siamo in grado di capire i cambiamenti in corso alla luce di parole, alla luce di fatti, alla luce di avvenimenti che ogni volta ci fanno guardare in modo diverso a ciò che accade. Allora, mentre organizzavo la mia riflessione mi sono accorto che, come penso anche quella degli amici e colleghi Roberto Formigoni e Maurizio Sacconi, è molto complicata. Dire la propria rispetto a questi temi infatti, a partire da un testo così bello, impegnativo e che farà ancora discutere tanto, non è semplice. Quindi io, molto discretamente, ho provato a individuare, leggendo l’enciclica in queste settimane, le cinque parole che mi hanno colpito di più e che ho voluto mettere insieme, un po’ sulla base delle domande che Luca Antonimi ci propone e ci rivolge.
La prima parola è dialogo. Proprio perché Antonini, nella sua terza domanda, chiede della politica italiana, io parto proprio da lì, perché il dialogo è contenuto in una delle prime pagine dell’enciclica. Nel paragrafo 4 si legge: “La verità è logos che crea dialogos, e quindi comunicazione e comunione”. Il Papa comincia parlando di dialogo. E io credo che la riflessione intorno al ruolo e alla centralità del dialogo, della comunicazione, della comunione, in un tempo come questo, sia da rilanciare e rivalutare. Dialogo significa incontro, scambio, e l’incontro è proficuo se avviene tra persone piene, che non hanno paura di incontrarsi perché sono piene e consapevoli. Il dialogo viene rifiutato, normalmente, da chi ha paura della propria debolezza, da chi ha paura di un’identità della quale non è sicuro fino in fondo. Il dialogo è ricercato, è richiesto da chi è conscio della propria identità. Ecco perché, pur non dovendo mai ostentare sicurezza nella nostra identità, credo che questo rilancio centrale e iniziale della parola dialogo mi spinga a dire che, nonostante questo tempo così complesso e difficile per la società, la politica e l’economia del nostro paese, non dobbiamo mai rinunciare al dialogo. L’Italia ha bisogno di dialogare incessantemente, molti di più di quanto faccia oggi, perché c’è un bisogno enorme di dialogo. Dialogo significa scambio di esperienze, scambio di relazioni. Il quinto capitolo, al paragrafo 53, dove il Papa parla della collaborazione della famiglia umana, si apre proprio con l’idea che oggi l’umanità, che vive in modo più interattivo, viva questa maggiore vicinanza proprio attraverso la necessità di relazioni più strette, più forti. Noi oggi, dopo la crisi, siamo chiamati a vivere la dimensione della comunità, ma in modo diverso da come lo facevamo prima perché la crisi, a mio avviso, ha dimostrato di essere l’esplosione degli egoismi, degli individualismi portati fino all’estrema conseguenza in campo economico, finanziario e non solo. Bisogna vivere la dimensione della comunità, che è una somma di relazioni, in un momento nel quale abbiamo la necessità di capire perché nella nostra società la parola paura è forse la più presente nelle nostre società occidentali. La paura è legata all’estraniamento delle classi medie che hanno vissuto i cambiamenti della globalizzazione in questi anni e, piano piano, hanno capito, anzi, abbiamo capito tutto d’un colpo che cosa questi cambiamenti comportavano: la fine delle certezze sul mondo del lavoro e sul potere di acquisto, la fine delle certezze sul tema della composizione delle nostre società, delle nostre comunità. Il cambiamento che negli ultimi 15 anni è arrivato così forte, così prepotentemente, l’estraniamento delle classi medie hanno portato a sentire la necessità di parole come dialogo e comunità, e non certo di termini come logica dell’individuo, monade, singola persona.
La seconda parola che ho voluto estrapolare è la parola dovere. È una parola che nell’enciclica è sempre legata alla parola diritto ma che io invece stacco perché ho colto, nelle parole del Papa, un’indicazione molto chiara e molto forte. Cito dal paragrafo 43: “La condivisione dei doveri, dei doveri reciproci, mobilita assai più della sola rivendicazione di diritti”. Stiamo vivendo in un tempo in cui il tema della condivisione dei diritti reciproci è il perno attorno al quale possiamo costruire una fase di rilancio della nostra società, del sistema economico, una fase soprattutto che ci dia la possibilità di capire quello che è accaduto e ripensare al ruolo dell’etica nell’economia. Quanti codici etici vengono proclamati in società e imprese che hanno fatto porcherie durante la crisi finanziaria. Quanti codici etici di autoregolamentazione, quanto inchiostro è stato scritto, quanti consulenti sono stati pagati per scrivere cose che non vengono minimamente applicate nei fatti, e che erano soltanto una facciata che raccontava una realtà diversa da quella che invece poi veniva praticata. Io penso che ci vogliano poche chiare regole ben applicate e un sistema trasparente. Questa estate, secondo me, ci ha portato grandi novità molto positive: la fine annunciata dei paradisi fiscali innanzitutto, la fine dei sistemi che aggiravano la trasparenza come il segreto bancario. Porre la parola fine a quello che rappresentava la regola negli anni scorsi, cioè l’evasione fiscale a livello planetario attraverso i paradisi fiscali, rimane uno degli elementi a mio avviso più importanti da perseguire per andare incontro alle parole che, in quella parte dell’enciclica, il Papa pone come essenziali. Il mercato e la tecnica, che in questa parte della nostra riflessione assumono un connotato, una connotazione assolutamente particolari, sono necessari entrambi, non bisogna averne paura. Mi tornano alla mente le parole di quello straordinario libro di Emanuel Mounier sulla paura del secolo XX, l’esortazione ai cristiani a non aver paura della macchina, della tecnica, legata a tanti decenni fa, e che oggi può essere sicuramente riproposta. Ma il Papa ci dice che il mercato e la tecnica, che sono fondamentali e importanti, e che non devono essere messi in discussione, non raddrizzano di per sé l’impurità dell’uomo e che il mercato e la tecnica hanno bisogno della rettitudine dell’uomo. Quindi usciamo dalla crisi con la consapevolezza che tornano centrali la persona, il cuore, l’anima, l’intelligenza del singolo perché non c’è regola finanziaria, non c’è mercato, non c’è tecnica in grado di trasformare l’impurità in pulizia e rettitudine. La nostra riflessione viene rilanciata su tutto ciò che crea la persona, su tutto ciò che costruisce l’aspirazione alla rettitudine, su tutto ciò che educazione e istruzione significano. Il paragrafo 40 dell’enciclica ci dà una definizione straordinariamente attuale e innovativa di che cosa sia una delle cose che, nel brutto linguaggio finanziario, viene chiamato “stake holder value”, che dovrebbe rappresentare il futuro andando dal valore degli azionisti, che sono alla base di tutte le scelte dei manager, al valore e all’importanza di tanti fattori che condizionano poi le scelte di una impresa: il territorio, i lavoratori, i rappresentanti del territorio, i rappresentanti dei lavoratori, i fornitori, le famiglie, tutto ciò che ruota attorno alla vita di una impresa, cioè non soltanto l’azionista. Quel paragrafo 40 è di straordinaria attualità, e io credo che dovrebbe essere distribuito a tutti coloro che entrano nella City di Londra o a Wall Street, a tutti coloro che fino all’anno scorso consideravano normale che in un giorno di scambi azionari a Wall Street, si potesse scambiare il 100% delle azioni, un giorno si è arrivati addirittura a questo: il 2% erano azioni di industrie che costruivano qualcosa che si poteva toccare, qualcosa di concreto, il 98% erano azioni di denaro, soldi che creano soldi. In fondo l’esplosione della crisi sta tutta qui.
Rispetto a questo, la parola dovere ci richiama al valore del tempo, la nostra vita cioè è una scansione di passato, presente e futuro. La nostra vita non è solo presente, il tempo che abbiamo vissuto e che ci ha portato alla crisi è stato una continua esaltazione del presente, che è stato dilatato fino a coprire il passato e il futuro. Il presente ha finito per condizionare tutte le nostre scelte basate sulla logica delle trimestrale di cassa in economia, sulla logica del giorno per giorno in politica. Mi ritorna in mente una frase che mi ripeteva sempre mio nonno, che faceva il dottore agronomo in Sardegna nel primo dopoguerra. Doveva organizzare i primi accatastamenti dei terreni dei contadini sardi della Gallura e, come molti di voi avranno visto, questi accatastamenti avvengono attraverso dei muretti a secco, delle vere e proprie opere d’arte che da questi contadini venivano e vengono compiute anche adesso. E quando lui chiedeva di fare presto perché bisognava fare il catasto, eravamo negli anni ’40-’50, i contadini gli rispondevano tutti allo stesso modo: “Lei, dottore, ci chiede di fare tutto in una notte e in un giorno, ma quando qualcuno guarderà questo muretto, tra molti anni, il giudizio che darà sarà se questo muretto è fatto bene o fatto male. Non giudicherà in base al fatto che io avevo lei addosso che vuole obbligarmi a fare questo muretto in un giorno, invece che in un mese, che è il tempo necessario per farlo bene”. Il valore del tempo, in questo senso, diventa per noi uno degli elementi forse da riscoprire.
Tutto questo mi porta alla terza parola – sarò più breve sulle altre tre – che è natalità. La natalità accompagna vari capitoli dell’enciclica, che è sociale, ma pone come centrale il tema della natalità, della promozione della vita. Quello della natalità è un valore universale che purtroppo è declinato in Italia, e per me è un grande dolore. Un paese che non fa figli, come il nostro, è un paese che non vuole futuro. Io credo che questa riflessione sia forse la più dura che tutti noi, che abbiamo responsabilità di vario genere, dobbiamo affrontare. Il nuovo welfare deve investire per aiutare la parte più debole della nostra società, i bambini che non ci sono, le famiglie che stentano a investire sulla natalità: aiutarle è un investimento culturale, un investimento concreto che riguarda le nostre città, che devono essere più a misura di bambini di quanto sono oggi, un investimento che riguarda le misure concrete per aiutare la donna nel nostro paese a vivere la conciliazione tra lavoro e maternità, cosa che ancora oggi avviene con grande fatica. Dobbiamo impegnarci in particolare nel mezzogiorno del nostro paese, dove il tasso di natalità è ancora più basso che nel resto d’Italia, dove il tasso di lavoro femminile è ai livelli più bassi dell’intera Unione Europea. Il Papa dice che la solitudine è il vero male del nostro tempo: l’unico antidoto possibile è la costruzione di una società basata sulla comunità familiare. C’è bisogno di riformare il nostro sistema dello Stato sociale basato sull’Italia degli anni Sessanta e Settanta, sulla centralità del maschio adulto, che è quello che tradizionalmente recepisce di più il nostro welfare perché a quel tempo la famiglia non aveva bisogno di particolari aiuti, era forte di per sé. La famiglia, se davvero crediamo in essa, ha bisogno di aiuti, di interventi pubblici, ha bisogno di aiuti circostanziati incentrati sul tema delle famiglie numerose. Quelli che come me hanno la fortuna di fare esperienza oggi della paternità plurima, sanno che cosa vuol dire che l’Italia è in controtendenza, e sanno che il nostro Paese non è preparato nemmeno culturalmente, perché non sa che cosa voglia dire vivere nelle nostre città con famiglie numerose. Credo che questo passaggio dalla centralità del maschio adulto alla centralità della persona, sia probabilmente il passaggio culturale più importante che noi dobbiamo mettere al centro della nostra riflessione.
La quarta parola è naturalmente lavoro, che ritorna nell’enciclica tante volte e con tanta attenzione, e che io provo a declinare così. Noi dobbiamo combattere tutti perché dalla crisi esca rafforzata la centralità del lavoro, del lavoro autonomo e dipendente, dell’imprenditorialità che è connaturata con la capacità di creare, con la capacità dell’uomo di fare sviluppo, di creare ricchezza e di condividerla. Il grande rischio che tutti corriamo è che dalla crisi esca un Occidente e un’Italia in cui la centralità del lavoro e dell’imprenditorialità venga sostituita dalla centralità della rendita. Purtroppo ancora oggi il nostro Paese, come da sempre o da troppo tempo avviene, è quello nel quale convivono le più basse tasse sulle rendite finanziarie e le più alte tasse sul lavoro e sull’imprenditorialità. La necessità di dire con chiarezza che noi vogliamo aiutare chi vuole investire sul lavoro proprio e degli altri, che questo è un impegno collettivo che vogliamo assumerci, fa parte proprio di quella modalità di uscita della crisi che si legge nel paragrafo 65: “La finanza ha senso soltanto se è funzionale allo sviluppo”, altrimenti no. Tutto questo ovviamente ci riporta alla necessità di un impegno – il paragrafo 61 è infatti incentrato sul tema dell’educazione – , perché il lavoro oggi è tale se si investe sull’educazione e sulla formazione completa della persona. L’Italia è il Paese, secondo alcune graduatorie, che ha un tasso di ineguaglianza terzo soltanto a quello di Gran Bretagna e Stati Uniti, con la differenza che in Gran Bretagna e Stati Uniti c’è però l’ascensore sociale, che ha permesso a due grandi Presidenti di quei paesi di fare le migliori università, parlo di Tony Blair e Barack Obama che venivano da famiglie che non potevano permettersi l’università. Quando guardiamo le nostre graduatorie, sappiamo che oggi in Italia si laureano in gran parte quelli che vengono da famiglie di laureati e ci rendiamo conto che l’ascensore sociale nel nostro Paese non funziona, o forse non funziona più, forse un tempo funzionava, ma è certo che c’è bisogno di fare cambiamenti molto concreti.
Prendo due singoli casi. C’è una riforma bella e importante che hanno fatto in Francia, dove hanno inventato una modalità per dare borse di studio per l’università, andando a cercare le persone proprio in quegli ambienti in cui la condizione familiare e ambientale rende naturalmente inadatta quella persona ad iscriversi all’università. Sono andati a cercare nelle banlieues, hanno fatto degli accordi con dei sistemi che rendono possibile che persona di talento, nate in condizioni familiari e ambientali che bloccano naturalmente il suo percorso di studi, trovi un amo che lo porti a provare a fare l’università. Da noi il diritto allo studio funziona in modo ben diverso. Ho avuto due anni di esperienza al governo nei quali ho scoperto quanto è difficile cambiare una norma che, se la racconto qui, tutti diremmo che è ovvio che va cambiata, e invece è ancora lì. Questa norma fa sì che le borse di studio per l’università nel nostro paese non si danno come normalmente dovrebbe avvenire, cioè prima dell’iscrizione all’università. Nel nostro paese funziona in un altro modo: io mi iscrivo all’università e i miei genitori pagano per me, poi faccio anche domanda per la borsa di studio e solo dopo mesi che ho cominciato l’università e che i miei genitori hanno pagato per me, so se ottengo la borsa di studio oppure no. Ancora oggi questa cosa non si riesce a cambiarla, ma ci deve spingere a considerare che il nostro obiettivo deve essere quello di riattivare l’ascensore sociale. All’università non ci deve andare solo chi viene da famiglie di laureati. Dobbiamo estendere la nostra capacità di creare certi “skills” e certi “assets”.
L’ultima parola è naturalmente sussidiarietà, e sono fiero che a questa parola abbiamo intitolato, ormai sei anni fa, forse l’unico intergruppo parlamentare bipartisan che funziona dentro il nostro parlamento in modo forte, a prescindere dai cambiamenti politici: l’intergruppo per la sussidiarietà. L’enciclica è un’ode alla sussidiarietà, la mette al centro del dibattito pubblico e della riflessione complessiva del nostro paese come mai era stato fatto prima. La sussidiarietà irrompe come questione chiave per la soluzione dei problemi legati alle sfide della globalizzazione. La sussidiarietà è in antitesi al paternalismo, all’assistenzialismo, allo statalismo. La sussidiarietà è innanzitutto libertà, esaltazione dell’autonomia, richiama la necessità di decisioni decentrate e di gioco d’insieme. La sussidiarietà, nel modo in cui viene posta dall’enciclica, non è soltanto una questione di carattere istituzionale, e parlo davanti a Luca Antonini, che è uno dei maggiori studiosi italiani di queste materie, e non è soltanto una ricerca economica, è molto di più. La grande forza dell’enciclica sta nel fare irrompere la parola sussidiarietà al di fuori dei normali comparti nei quali l’avevamo fino ad oggi rinchiusa: o istituzionali o economici. La parola sussidiarietà diventa la chiave con la quale affrontare la sfida della globalizzazione, anche e soprattutto in un paese come l’Italia.
Allora mi viene da concludere citando la storia, ormai nota a molti, di quel viandante che incontra due operai in una delle tante belle piazze del nostro paese, e chiede a questi due operai che stanno ammucchiando mattoni: “Che state facendo?”, si informa del loro lavoro. Il primo dei due operai è triste e gli risponde svogliato: “Sto ammucchiando mattoni”. L’altro gli risponde con il sorriso sulle labbra: “Sto innalzando la Cattedrale della mia città”. Entrambi stanno facendo lo stesso lavoro, un lavoro molto modesto ma uno non sa vedere oltre il gesto che sta compiendo e non può che essere triste, perché è un gesto modesto, l’altro invece inserisce quel gesto modesto dentro un progetto di lungo periodo. Forse non sa nemmeno se ne vedrà la realizzazione finale ma conosce la motivazione del suo lavoro, che è forse anche quella della sua vita. Noi usciremo dalla crisi soltanto se in un paese come l’Italia rincominceremo a costruire Cattedrali. Grazie.

LUCA ANTONINI:
Grazie Onorevole Letta. La parola adesso al Ministro Maurizio Sacconi.

MAURIZIO SACCONI:
Noi a vario titolo decidiamo di questo Paese occidentale, nel quale avvertiamo non soltanto le preoccupazioni inerenti all’immediato impatto della crisi sulla condizione umana di tante persone, ma siamo non meno preoccupati circa la capacità che potrebbe avere il nostro paese di crescere nel momento in cui riprenderà l’incremento del commercio globale. È legittimo e doveroso cioè, chiederci se il problema sia soltanto quello di attendere il passaggio della nottata, o se invece non vi siano ragioni profonde alla base della bassa crescita delle società occidentali, che avviene anche quando non c’è l’instabilità dei mercati finanziari, e se queste ragioni profonde non siano state anche all’origine, come ho già avuto modo di dire, della stessa auto-referenzialità delle attività finanziarie o di molte attività finanziarie. Cioè, noi siamo soprattutto preoccupati per ciò che l’enciclica considera come elemento decisivo per lo sviluppo umano integrale, noi siamo molto preoccupati soprattutto per il declino demografico. Questo è un vincolo, come dicevo ieri, che si aggiunge a quello dell’indebitamento, più o meno presente in tutte le società occidentali, sia nella sua dimensione pubblica che in quella privata. Bisogna capire come organizzare il “dopo crisi”, come realizzare nel “dopo crisi” uno sviluppo sostenibile, uno sviluppo umano integrale, come auspica la dottrina sociale della chiesa, e così come viene ulteriormente delineato nell’enciclica “Caritas in Veritate”. Per chi ha la responsabilità di decidere, questo documento costituisce una fonte straordinariamente importante nel momento in cui noi avvertiamo l’esaurimento non soltanto delle vecchie ideologie del Novecento, ma anche di molte delle culture economiche che ci avevano in qualche modo orientato nel recente passato. Siamo in presenza cioè, credo di poter dire senza esagerazione – l’ho scritto in un articolo sul Corriere della Sera di getto, immediatamente dopo la prima lettura dell’enciclica – , di una sorta di egemonia politico-culturale espressa dalla Chiesa attraverso questa enciclica. L’enciclica offre, sia ai credenti che ai non credenti, straordinarie indicazioni che aiutano a organizzare il futuro, aiutano società smarrite a ritrovare fiducia nel futuro. L’enciclica innanzitutto aiuta nel momento in cui ci segnala che c’è uno stretto nesso tra la questione antropologica e la possibilità di organizzare sviluppo. Può una società nella quale prevale diffusamente una visione scettica circa la vita, essere capace di quell’esprit, di quel vitalismo economico-sociale che può garantire uno sviluppo? Può una società che si rattrappisce, che non è capace di accoglienza verso la vita, che perde il senso della vita, che perde il valore della vita, può una società con queste caratteristiche essere ragionevolmente capace di sviluppo? Parlo di sviluppo includendo quelle caratteristiche che nell’enciclica vengono descritte ma, perché no, anche di sviluppo in senso più tradizionalmente economico, l’incremento del PIL. Può una società nella quale si sviluppa una “mens eutanasica”, una società nichilista dove è diffusa la promozione dell’annichilimento, una società che tende al suicidio, perché oltre alle persone anche le società lo fanno, può una società con queste caratteristiche trovare dentro di sé la forza per reagire anche in condizioni di risorse umane scarse? Può una società del genere creare condizioni di sviluppo e di crescita? Ovviamente l’enciclica ci dice di no, non ci sono le condizioni. Pertanto, nell’agenda di chi ha potere decisionale, l’enciclica consiglia in primo luogo di inserire la questione antropologica. Ci indica il tema della vita e noi sappiamo che in questo paese, da molto tempo, si sta depositando un inquinamento culturale. È paragonabile all’inquinamento agricolo e non a quello industriale che quando c’è si vede subito, si isola, è più facile da identificare, da isolare e da rimuovere. L’inquinamento culturale invece è più pericoloso perché è come quello agricolo, te ne accorgi tardi, quando è già entrato in falda, quando tocca le generazioni successive, e questo paese vive da circa 40 anni un processo di inquinamento culturale che ha indotto i germi del nichilismo nelle nuove generazioni. Noi non possiamo non affrontare subito – io sono membro di governo e ho la responsabilità di essere un po’ più preciso – , nel prossimo autunno, i temi della vita che si pongono prepotentemente da soli come ordine del giorno. Non possiamo non sciogliere il nodo della regolazione del fine vita, almeno per quella parte che ci è stata imposta da un provvedimento creativo della magistratura. Anzi, dico in modo chiaro che, ferma restando la sovranità del parlamento, io auspico che si possa estrapolare dallo stesso disegno di legge approvato dal Senato, il testo di quella “leggina” che era sta approvata all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, e che prevede, sulla base di un laicissimo e fondamentale principio di precauzione, il riconoscimento del diritto inalienabile della persona all’idratazione e all’alimentazione, tanto più quando si trova in condizioni di non autosufficienza, rinviando poi ad una riflessione più ampia, e speriamo ad un consenso più ampio, tutto il tema delle dichiarazioni di trattamento anticipate.
Il Consiglio dei Ministri che ha votato all’unanimità quella “leggina”, può legittimamente, rispettando sempre la sovranità parlamentare, rivolgere almeno alla propria maggioranza, ma io mi auguro sempre un consenso più esteso, l’invito ad approvare quella norma di fondamentale salvaguardia del diritto più inalienabile della persona, per il quale non occorre scomodare la fede ma è sufficiente riferirci all’articolo 2 della carta costituzionale dove i costituenti hanno voluto che fossero riconosciuti i diritti inviolabili dell’uomo, tra i quali non possono non esserci quelli dell’alimentazione e dell’idratazione. Allo stesso modo, dovremo affrontare il pericolo implicito in uno strumento apparentemente banale come una pillola, che riconduce nella solitudine il terribile atto dell’interruzione di gravidanza. Anche in questo caso mi riferisco laicamente alla legge vigente nello Stato, e dico che bisogna chiedere, come abbiamo fatto, all’agenzia del farmaco di indicare un protocollo credibile di coerenza tra l’utilizzo di quella pillola e delle pillole complementari con essa, necessarie per l’infausto percorso. Deve essere garantito il complessivo percorso della legge 194 e in ogni caso deve esserci un monitoraggio dell’esperienza, una forma di farmaco-vigilanza, in modo tale che se dovesse, com’è probabile, verificarsi un contrasto tra la pillola e la legge 194, si possa e si debba decidere di bloccare l’impiego di uno strumento che già in partenza pone dei robusti dubbi in quanto rischia di banalizzare un atto così straordinario e così pericoloso per la salute delle donne. Stesso ragionamento per quanto riguarda la fecondazione assistita, alla luce delle decisioni della corte costituzionale, noi dobbiamo utilizzare, come abbiamo fatto, strumenti di monitoraggio e di riflessione etico-giuridica affinché, qualora venga meno il limite degli embrioni impiegabili, non si faccia partire la manipolazione genetica, che la stessa sentenza della corte costituzionale non vuole, non auspica e ritiene illecita.
Insomma, i temi della vita sono in primo piano nell’agenda e non sono estranei allo sviluppo, insisto su questo. Se infatti non si mantiene il valore della vita, non ci sarà neanche il valore del lavoro, né il senso del lavoro. Se prevale, come ho detto, una mentalità eutanasia, come dice al punto 75 l’enciclica, “chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo sviluppo?”.
In secondo luogo, l’enciclica ci aiuta a riflettere sul mercato e sull’impresa. C’è una straordinaria definizione di mercato. L’enciclica spazza via in un colpo solo tante teorie e culture politiche, compresa quella più moderata, se volete, della critica del mercato che voleva che lo Stato correggesse il mercato che, inevitabilmente, funziona ma esclude qualcuno. L’enciclica dice che il mercato in potenza, se vissuto con libertà e responsabilità da una pluralità di attori, è in grado di includere ogni persona, è in grado di essere inclusivo. Ovviamente è tale se è un mercato compiuto, nel quale gli attori si comportano con quella responsabilità sociale di cui parla l’enciclica, usando un termine che nel contesto nazionale è stato un po’ abusato. Questo ci riporta a due considerazioni sul concreto del nostro vissuto. La prima è sulla propensione implicita all’autoreferenzialità delle attività finanziarie. Questa è presente soprattutto nelle cosiddette banche di puro investimento finanziario, mentre è già meno forte nelle banche commerciali, e per fortuna noi abbiamo un sistema di banche commerciali, resistemmo a quel “liberal de noantri” che voleva, alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, a tutti i costi spaccare la banca commerciale che caratterizzava il nostro sistema finanziario. Però, noi abbiamo bisogno anche per la banca commerciale di antidoti contro l’autoreferenzialità. Questo tra l’altro è un tema di carattere globale, i “global legal standards” di cui ha parlato Tremonti purtroppo non sono ancora realtà, e questa visione che il governo ha avuto e ha offerto nel confronto con gli altri paesi purtroppo non si è tradotta ancora in atti, ma non possiamo permettere che ancora una volta questo sistema finanziario sia lasciato a se stesso: potrebbe generare una nuova stagione di instabilità, che potrebbe essere irreversibile se determinasse la rottura del circuito di fiducia che sostiene un’economia capitalista.
Ma noi dobbiamo pensare anche ad alcuni antidoti nel concreto della nostra realtà e io credo che il principale antidoto per la banca commerciale, perché non scivoli nell’autoreferenzialità, è quello dell’ancoraggio al territorio. Il grande gruppo bancario si è spesso formato per aggregazione di banche territoriali, ma si è trasformato, sradicandosi spesso da quei territori dove prima erano insediate le banche che poi sono confluite in un unico soggetto creditizio. Noi dobbiamo invece mettere in discussione quei moduli organizzativi la cui l’inefficienza ha determinato due velocità nel comportamento degli enti creditizi. Le banche di carattere locale, a partire dalle BCC, banche di credito cooperativo, sono apparse capaci di una valutazione non fredda e burocratica del credito, proprio perché hanno guardato al contesto nel quale esistono, alla persona, alla famiglia imprenditoriale, mentre il grande gruppo bancario si è industrializzato e verticalizzato, astraendosi dal territorio. Qui sorge un problema di negoziazione per cambiare i modelli organizzativi.
Il secondo aspetto che segnalo, a proposito dei modi di costruire un mercato più compiuto, nel senso auspicato dall’enciclica, è quello di favorire una scelta molto esplicita che il governo dichiara di sostenere: non è la prima volta che lo faccio, ma lo dico con ulteriore enfasi alla vigilia di una stagione legislativa autunnale in cui vogliamo concludere progetti di legge, alcuni dei quali esplicitamente favoriti dal governo. Mi riferisco alla partecipazione dei lavoratori. Per la nostra esperienza, un modo concreto per favorire la crescente responsabilità sociale dell’impresa è quello di determinare, con un menù di opportunità che il legislatore può mettere a disposizione, ed è questo il senso dell’intervento legislativo, una forte partecipazione dei lavoratori alla vita d’impresa. In fondo, è quello che accade spesso nella piccole imprese dove non c’è dubbio che il lavoro prevale sul capitale, dove non c’è dubbio che il rapporto di lavoro tra imprenditore e lavoratore è un rapporto di complicità, di condivisione. Favorendo questa condivisione in tutte le imprese, qualunque sia la loro dimensione, essa si rifletterà anche sulla struttura del salario, della retribuzione, che non deve essere solo ancorata a indicatori di produttività ma anche ai risultati d’impresa. Questo poi può anche tradursi in una forma di partecipazione azionaria ma ad ogni modo, il forte coinvolgimento che il governo auspica con delle misure precise e concrete, lo mutua dalla dottrina sociale della chiesa in favore di quella che potremmo chiamare economia sociale di mercato.
Il terzo aspetto è quello della costruzione di un nuovo modello sociale, che abbiamo cercato di descrivere nel libro bianco. L’enciclica dice che la crisi è occasione di discernimento e di nuova progettualità. Noi abbiamo voluto, proprio in relazione a ciò, generare un libro bianco attraverso un processo di consultazione, l’ho ricordato ieri, a cui hanno partecipato circa 1000 attori, e ringrazio Enrico Letta che ha voluto parteciparvi con l’AREL, l’associazione che egli conduce, ma non solo. Anche altri soggetti, vicini all’opposizione, hanno partecipato all’elaborazione di questo libro che, nell’intenzione del governo, voleva essere un contributo all’incremento della costituzione materiale del Paese, non cioè un atto di governo, utile solo all’identità della maggioranza parlamentare o del governo, ma un atto totale per costituire una cornice che faccia da punto di riferimento anche per il confronto politico in parlamento, oltre che per quello fra istituzioni e parti sociali, o tra parti sociali fra di loro. Come ha ricordato il prof. Antonini, il libro bianco compie una scelta esplicita a questo proposito. Dicevo ieri al prof. de Rita che il berlusconismo non è stato soltanto un pur necessario richiamo alla libertà e alla responsabilità individuali, dopo tanti anni di sempre più autoreferenziale paternalismo di molte delle funzioni pubbliche, che hanno avuto effetti deresponsabilizzanti. Quando penso alla retorica sulla precarizzazione dei più giovani, quando penso alle proposte di dare ai giovani pesci, piuttosto che canne per pescare, cioè sussidi, ritrovo quella dimensione paternalistico-risarcitoria che non suscita responsabilità. L’enciclica invece ci invita a incoraggiare la responsabilità e invita in primo luogo i decisori ad essere responsabili, non soltanto in termini di risultato delle loro azioni, ma responsabili soprattutto quando si tratta di non calare dall’alto una gabbia rigida sulla società, con la pretesa di avere la capacità di discernere da soli ciò che va bene e ciò che va male per soddisfare i bisogni delle persone. Chi ha il potere di decidere ha invece la responsabilità di discernere e promuovere le tante espressioni che salgono dalle comunità, e che creano a loro volta comunità, attraverso le quali si organizza un moderno universalismo selettivo. In termini di un moderno universalismo selettivo si riorganizzano le funzioni del nostro modello sociale. D’altronde, noi siamo nel paese di don Bosco, siamo in un luogo straordinario dove basta fare due passi, anzi più di due passi, data la dimensione, per vedere la vetrina straordinaria di ciò che la società, le comunità sanno esprimere in forme libere e plurali, in modo che la risposta ai bisogni, come dicevo, non sia solo quella del richiamo necessario alla libertà, alla responsabilità individuale, ma sia anche una risposta collettiva, non collettivista, non necessariamente statale. E così, quando parliamo di un efficiente modello socio-sanitario, non possiamo non guardare a quello lombardo, dove il pubblico è innanzitutto un regolatore rigoroso che considera gli erogatori e la pluralità degli erogatori come una pluralità di opportunità, che devono essere considerate e valutate solo in relazione all’efficacia che sanno produrre nei confronti del fine ultimo, nei confronti delle persone, che devono essere il fine ultimo di ogni azione. Questo vale anche per la dimensione socio-assistenziale, per il ruolo della famiglia, per il ruolo delle tante attività non profit, per l’educazione e per la formazione.
Noi stiamo cercando di promuovere una stagione importante per il terzo settore non solo attraverso la stabilizzazione del 5 per mille, non solo attraverso l’uso della leva fiscale secondo il più dai e meno paghi, ma anche attraverso una riflessione sulle complessive forme e remote modalità regolative dell’impresa sociale, delle imprese che rappresentano caratteristiche non profit e che concorrono a quel mercato compiuto che l’enciclica descrive. È vero, come dice il prof. Antonini, che siamo stati molto criticati per questo aspetto, per il fatto che il libro bianco si conclude con questa espressione – sono le ultime parole del libro bianco – , “La carità, componente esenziale dell’uomo, si esplicita quotidianamente nel lavoro e nell’inesausta inventiva di ciascuno, impegnato a rispondere al bisogno proprio e altrui. Dalla carità nasce una capacità di costruzione sociale, la quale secondo una pluralità di forme e direzioni, ha letteralmente dato un volto al nostro Paese”. Proprio la collocazione di queste parole è stato oggetto di critica da parte di un sindacato ideologizzato e conservatore, e da parte di certi ambienti elitari. Non è nuova la sinergia tra questi due ambienti. Nell’introduzione del libro bianco si dice invece che questa visione vuole essere la risposta ad ogni forma di egoismo corporativo e alle ricorrenti propensioni a favorire il declino della società, da parte di coloro che, viziati da culture nichiliste, sembrano aver smarrito il senso stesso della vita. Il destino di un popolo è positivamente perseguito solo se nei più prevale l’idea vitale della ricerca della felicità, e la coscienza che il desiderio di realizzazione di ciascuno si compie nella dimensione comunitaria. Io credo che sia possibile ritrovarsi insieme intorno a questi concetti, che risuonavano tra l’altro nelle parole di Enrico Letta anche se, me lo consentirà in questa leggera battuta, non risuonano nella maggior parte del movimento politico al quale appartiene. Però sono fiducioso, credo che grazie alla spinta di questo straordinario documento che la Provvidenza ci ha fatto pervenire nel momento più necessario, anche grazie ad esso sarà possibile far evolvere la nostra costituzione materiale e la nostra attitudine a costruire un futuro di sviluppo umano integrale. Grazie.

LUCA ANTONINI:
Grazie Ministro Sacconi. Adesso cedo la parola al presidente Formigoni.

ROBERTO FORMIGONI:
Io cercherò di rispondere in fila alle tre domande, che trovo particolarmente azzeccate, che Luca Antonini ci ha posto, perché credo anch’io che questa enciclica costituisca una sfida forte destinata a interrogarci per lungo tempo secondo le tre domande che ci sono state rivolte: l’enciclica è una sfida all’economia e alle concezioni contemporanee dell’economia, una sfida culturale e sociale, e infine una sfida alla politica. Questa enciclica non è soltanto una straordinaria sistematizzazione di 120 anni di insegnamento sociale della Chiesa e dei Papi, ma offre anche una visione nuova, in molti punti, dell’economia, del mercato, dell’agire dell’uomo e dei compiti della politica. È una sfida per tutti, credenti e non credenti, come tutte le lettere-encicliche dei Papi, ma questa lo è in maniera particolare ed è una sfida che è rivolta anche a me e alla nostra azione di governo, per il compito che il popolo mi ha e ci ha assegnato. Voglio innanzitutto sottolineare brevemente alcune delle novità dell’enciclica, che sono state sottolineate anche da numerosissimi commentatori. Questa enciclica è un primum per il magistero in molti punti, per esempio credo di poter dire che per la prima volta in termini così espliciti e diretti, quasi tecnici, il magistero pontificio fa una proposta di innovazione radicale in ambito economico. La novità è rilevabile soprattutto in due punti: il Papa parte dalla ragione economica ma mostra come la sua proposta si innesti nelle domande che sorgono dall’interno stesso dell’economia. Quindi il Papa raccoglie, per il suo insegnamento, domande a cui non è stata data risposta, domande che vengono dall’economia e dagli uomini che dell’economia sono i protagonisti. In secondo luogo il contenuto fondamentale di questi suggerimenti pontifici è dato dal principio di gratuità e dalla logica del dono, tesa alla costruzione di una fraternità e viene sottolineato come solo da qui possa venire lo sviluppo integrale dell’uomo. È una novità, quella di introdurre il principio di gratuità e il tema del dono, che anche Enrico e Maurizio hanno già sottolineato, che ha potenzialità molto forti di innovazione. Poi il Papa mette in guardia da un rischio, quello che dopo l’insuccesso delle grandi ideologie del XX secolo, ora sorga un’altra ideologia: c’è il rischio che la tecnica, che è uno strumento utilissimo se l’uomo lo tratta nobilmente, si trasformi invece in una ideologia. Se è trattata clericalmente la tecnica diventa una ideologia, e quindi una sorta di potere assoluto che si arroga il compito di liberare l’uomo da ogni dipendenza, mentre in realtà lo assoggetta a una nuova schiavitù. Contro il rischio dell’ideologia il Papa chiama a soccorso la carità, che sempre mette al centro la persona, la sua ragione e la sua libertà. Mi sembra che anche da questo punto di vista la fotografia che il Papa fa dell’economia sia una fotografia più ricca, più reale di tante teorie economiche o economiciste che presumono di essere moderne, mentre in realtà trattano l’economia secondo una sola dimensione.
C’è un’osservazione che mi è piaciuta di Giulio Sapelli, che sottolinea come per la prima volta si parli di una pluralità di forme dell’attività economica. Anche questa è una fotografia della realtà, non è una teoria sull’economia, è una fotografia della realtà economica che per la prima volta in maniera così autorevole e così evidente, afferma che soggetti e protagonisti dell’impresa economica sono la tradizionale impresa capitalistica, il profit e il non profit, la cooperazione, cioè molteplici forme che si collocano tra il mercato e lo Stato.
Una caratteristica dell’enciclica che mi sembra molto positiva, è quella di non dire no al mercato e all’impresa, e sì soltanto al non profit e al volontariato. Al contrario, ridefinisce impresa e finanza in modo meno assolutista, offre un’idea di mercato più sfaccettata, in qualche modo rappresenta la fine dell’ideologia per cui l’economia, per definirsi, non ha bisogno dell’uomo. Notiamo che questa pluralità di soggetti esistenti nel mondo economico è particolarmente vera in Italia. La nostra economia è, nel mondo, una delle più articolate, una delle più composite; forse anche per questo l’Italia sta resistendo meglio di altri paesi alla crisi economica; abbiamo le nostre difficoltà ma paesi che presuntuosamente pensavano di averci superato, e si sono vantati per anni di aver superato l’Italia, stanno ora molto peggio di noi. Anche perché noi, comunque, per virtù o per costrizione, ma non è il momento di indagare, abbiamo costruito una realtà economica molto più variegata. Mi sembra che in questa enciclica una cosa torni a galla prepotentemente, cioè il valore dell’uomo come valore fondamentale per la creazione della ricchezza, il valore dell’uomo nella totalità delle sue virtù, come la capacità di spendersi, di sacrificarsi, di assumersi il rischio imprenditoriale, di assumersi delle responsabilità. Questo tema della responsabilità io lo trovo straordinariamente importante, soprattutto se riferito alla crisi attuale. Raffaele Bonanni, parlando dell’enciclica e della responsabilità, aggiunge un’altra caratteristica all’esaltazione della responsabilità fatta dell’enciclica: Raffele Bonanni parla di una sottolineatura del potere del lavoratore e del fatto che egli non cerchi solo di difendere la propria dignità e di guadagnarsi un salario ma, attraverso il lavoro, quando è un vero lavoro, il lavoratore dona qualcosa di sé stesso, dona qualcosa in più che va ad arricchire non soltanto l’impresa in sé, quanto la società nel suo complesso e questo è proprio di una concezione cristiana del lavoro, di una concezione pienamente umana. Chiunque, se è un uomo, sente che un lavoro in cui ci sia questa dimensione di dono gratuito è più arricchente di un lavoro trattato in termini semplicemente economicistici, come creazione di valori di scambio, di valore monetizzabile. La dimensione del valore d’uso dell’economia classica aggiunge ricchezza, positività alla concezione del lavoro. Sempre Bonanni parla di una sorta di plusvalore sociale che un lavoro così inteso potrebbe generare e l’enciclica contiene diversi passaggi in cui questo termine, che pure non è presente nell’enciclica, viene lumeggiato.
Anch’io voglio dire, aggiungendo alcune osservazioni a quelle che sono già state fatte, sul tema del lavoro che sono profondamente convinto che nella situazione attuale dobbiamo tornare a riflettere a fondo, e l’enciclica è uno straordinario aiuto da questo punto di vista. Credo anch’io che se vogliamo uscire dalla crisi finanziaria globale che ci ha investito, che è diventata crisi economica, se vogliamo impedire che diventi crisi sociale il tema centrale da affrontare non può che essere quello del lavoro. Dobbiamo tornare a parlare tra di noi del lavoro, del suo significato, del suo valore, non soltanto del lavoro come fattore produttivo ma di tutto il lavoro, compreso quello non remunerato che contribuisce tangibilmente alla creazione della ricchezza di un Paese. Pensiamo al lavoro femminile, al lavoro casalingo, al tanto lavoro non remunerato – l’elenco potrebbe essere lunghissimo – che non entra nei calcoli del PIL, e quindi della ricchezza di un paese, ma che può fare una differenza enorme tra paesi che abbiano l’identico PIL. A parità di PIL, la presenza di quantità massicce di lavoro non remunerato permette ad un paese di cavarsela, addirittura di vivere in un certo benessere. Mi sembra perciò fondamentale questo tema della riscoperta del lavoro nella pienezza del suo significato, come atto di una persona, come azione libera orientata ad uno scopo. Mounier, un autore già citato da Enrico Letta, diceva a questo proposito una frase che mi è sempre molto piaciuta: “Lavorare è allo stesso tempo fare una cosa e fare un uomo”. Forse questa dimensione si è persa nella ridda delle transazioni finanziarie impazzite, senza alcun riferimento all’economia reale. Oggi abbiamo bisogno di un lavoro che cambi la realtà partendo dalla realtà stessa. Vi faccio un esempio di una cosa che è successa qualche mese fa alle acciaierie di Brescia, dove c’era il rischio della chiusura e quindi del licenziamento di centinaia di lavoratori. Quei lavoratori hanno riflettuto insieme all’imprenditore e hanno trovato una soluzione che è come l’uovo di Colombo: siccome le acciaierie sono un’impresa energivora, e siccome l’energia ha un costo durante le ore diurne, e ha un costo radicalmente inferiore durante le ore notturne, con l’appoggio unanime dei lavoratori e dei sindacati si è semplicemente trasferito il lavoro dalle ore diurne alle ore notturne. Tutti i posti di lavoro sono stati confermati e la produttività dell’impresa ha continuato ad essere forte come prima. Noi in Lombardia ci siamo dati appuntamento per settembre: saranno presenti Regione Lombardia, parti sociali e sindacati. Soprattutto il dialogo con la CISL su questo punto, tra il segretario Petene e me, è molto avanzato: abbiamo dedicato molte ore, anche nel corso di questa estate, a pensare ad altre forme creative di reagire positivamente alla crisi. Basta avere elasticità di pensiero e di mente, oltre alla disponibilità a flettere gli strumenti dell’accordo e avere un grande attaccamento alla realtà, saperla ascoltare quando ti parla.
La seconda domanda parlava della sfida culturale e sociale che questa enciclica apre. Sono convinto che ci sia una fortissima sfida culturale e sociale dentro questa enciclica. Innanzitutto, per quanto riguarda il concetto stesso di mercato, mi sembra che l’enciclica ne parli in termini diversi e ci costringa ad adeguare l’idea e il concetto di mercato. L’enciclica dice che “il mercato è l’istituzione economica che permette l’incontro tra persone”. Questa cosa è interessante. Un concetto del genere lo avevo sentito da uno dei teorici di Solidarność, Tischner, che parlava anche lui di lavoro come strumento di dialogo. Vederlo riproposto oggi in una enciclica conferma la validità di quella intuizione e la ufficializza. L’ enciclica aggiunge ancora: “Senza forme di solidarietà e di fiducia reciproca il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”. Il mercato infatti ha bisogno di fare spazio alla gratuità, come dicevo prima. Quindi la sfida è sia sul tema del mercato sia su quello dello sviluppo, perché cambia anche l’idea di sviluppo. Michel Camdessus, che è stato Presidente del Fondo Monetario Internazionale fino al 2000, sottolinea che “lo sviluppo non è visto solo in chiave economica, ma come sviluppo della persona, della società, dei popoli. Uno sviluppo che non ha senso se non in una prospettiva di fraternità”. Incredibile. “Vi è sviluppo economico sano solo laddove il dono ha un suo posto perfino all’interno delle transizioni di mercato”. Stefano Zamagni parla di fraternità come “nuovo principio di organizzazione sociale, che consenta agli eguali di essere diversi”. Che cosa c’entra la fraternità con l’economia? Che cosa c’entra la fraternità con l’organizzazione della società? Che cosa c’entra rispetto alle teorie sociali, economiche che oggi vengono studiate in università, e che sono le uniche ad aver diritto di cittadinanza sulle pagine della nostra stampa? La fraternità oggi è bollata come qualche cosa di arretrato, di sentimentale, di cattolico, cioè come qualcosa che è espulso dalla possibilità di ragionamento e di confronto secondo basi laiche e razionali. Questo è il pregiudizio con cui avviene la riflessione nella nostra società. Invece io credo che un recupero della dimensione della fraternità significhi recuperare tutta quella dimensione del partecipare, del farsi carico della persona, della sua dignità. Il Papa dice che il mercato può reggersi soltanto sulla fiducia, sull’incontro, sul contratto ovvero sulla reciprocità. Quando questa relazione di fiducia si incrina è tutto il corpo sociale a soffrirne. Io dico: come si può concretamente realizzare la società fraterna? La risposta che riesco a darmi è che la modalità più concreta per realizzare una società fraterna è esattamente la modalità della sussidiarietà, quella strada verso il bene comune che non è soltanto la somma degli interessi individuali ma un bene relazionale che deriva dalla capacità di condivisione e di solidarietà, tessuto sociale senza il quale nessun bene può essere prodotto.
L’enciclica ha una messa a punto del concetto di sussidiarietà straordinaria. In tutti questi anni io ho parlato moltissimo di sussidiarietà, tutti noi abbiamo parlato moltissimo di sussidiarietà, abbiamo via via affinato i nostri concetti. Trovo nell’enciclica, nelle pagine dedicate alla sussidiarietà, la sistematizzazione, anche concettuale, migliore, completa di questa idea di sussidiarietà. Il Papa parla di sussidiarietà come espressione dell’inalienabile libertà umana, un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi che implica sempre finalità emancipatrice. Possiamo leggerlo e rileggerlo. Io reagisco a queste cose dicendo che nella politica, soprattutto in quella politica che voglia essere sussidiaria, oggi il tema della sussidiarietà riecheggia negli interventi di uomini di schieramenti molto diversi tra di loro. Allora questo può essere un tema unificante, un tema sul quale realmente noi uomini e donne impegnati in politica possiamo decidere di andare a fondo – non che da questo lavoro siano esentati quelli che fanno gli economisti o gli intellettuali o altro ancora. Possiamo e dobbiamo uscire definitivamente dalla gabbia ideologica del binomio stato-mercato, per sostenere il protagonismo della società civile. Non credo che dalla crisi attuale si esca rafforzando lo Stato contro il mercato o viceversa, in un balletto di ricette che rimbalzano tra certi politici e certi economisti. Se ne esce piuttosto rilanciando, dando prospettive e strumenti al desiderio e alla creatività delle persone. È quanto abbiamo cercato di fare in Lombardia in questi anni, facendo della sussidiarietà non soltanto un principio ispiratore, ma un metodo di governo, cioè lavorando per rendere la sussidiarietà un metodo di governo articolato, sempre più capace di intervenire nei diversi settori in cui si snoda l’azione di governo di una regione, coinvolgendo i diversi protagonisti, perché non è soltanto un decisore che può far entrare il metodo della sussidiarietà nella vita di una regione di 10 milioni di abitanti. L’unico modo per farlo è sfruttare tutte le caratteristiche che la Lombardia ha, con il coinvolgimento, con la concertazione, con l’elevazione a protagonisti e a interlocutori di tutti i soggetti istituzionali, economici, sociali e culturali. Ovviamente sto parlando di sussidiarietà verticale ed orizzontale.
Infine la terza sfida, quella lanciata alla politica. Non facciamo una forzatura quando diciamo che questa enciclica lancia una sfida alla politica, perché mi pare di poter dire che l’enciclica ha anche alcuni obiettivi politici. E a breve, non nel lungo periodo. Si vede da come descrive la crisi. Dice l’enciclica: “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino”, questa frase è riferita al momento esatto che stiamo vivendo. “Ci obbliga a darci nuove regole, a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e rigettare quelle negative”. Io reagisco dicendo che sono personalmente convinto che la vera causa di questa crisi, o meglio una delle vere cause di questa crisi, non sia tanto una mancanza di Stato, di cui oggi si invoca un ritorno taumaturgico, quanto un tradimento, proprio da parte dell’istituzione statuale, del proprio compito e delle proprie responsabilità. Sono molti gli Stati che hanno abdicato alla propria funzione di controllori e garanti delle regole per un corretto funzionamento del mercato. Quindi, per uscire dalla crisi, occorre avere il coraggio di portare alla luce quelle realtà di sussidiarietà sociale che sono entrate significativamente e potentemente nel dibattito politico e istituzionale in questi ultimi anni, e che costituiscono la possibilità concreta perché il governo di una regione o di uno Stato si pongano in modo diverso a tutti i livelli. Sussidiarietà non significa dire sempre e comunque no all’intervento dello Stato, non significa neppure essere ostili allo Stato. La sussidiarietà è l’atteggiamento di chi vuole cambiare la natura dell’azione dello Stato e la natura dei rapporti tra lo Stato e i cittadini, tra lo stato e le altre istituzioni.
E qui c’è un’altra grande sfida politica per l’immediato che il Papa pone, quando indica la necessità di una vera autorità politica mondiale, con la “A” maiuscola. Che cos’è questa se non una sfida a rendersi conto che oggi i processi dell’uomo non possono più essere governati soltanto da dimensioni nazionali o subnazionali? C’è un compito per gli Stati nazionali, c’è un compito per le entità subnazionali, regioni, distretti, c’è un compito per le realtà sovranazionali. Il Papa invoca una vera autorità politica mondiale che non è ovviamente una riedizione del “nuovo ordine mondiale”, ma un indicatore che per gestire l’economia, in modo che sia rispettosa perlomeno del valore di una giusta distribuzione dei beni oggi, e di una giusta preservazione dei beni per le generazioni di domani, c’è bisogno di qualcuno, non di un dittatore ma di una rete di responsabilità nazionali, subnazionali e sovranazionali che si assumano il compito morale di garantire almeno l’equità nelle distribuzioni. In altri termini, mi sembra che il Papa dica che il principio di sussidiarietà non può più venir pensato soltanto nell’ambito nazionale, ma deve essere pensato a livello globale. Ecco perché bisogna riflettere intorno ad una governance globale di tipo sussidiario, una governance basata su una pluralità di centri di potere che si intersecano tra di loro perché la sussidiarietà va sempre insieme, come dicevamo l’altro giorno, al principio di adeguatezza. Non è che tutto debba essere trasferito come centro decisionale al livello più basso possibile, alcune decisioni anzi devono essere prese ad altri livelli, ed ovviamente se cominciamo a pensare alla sussidiarietà in ambito globale, allora vediamo anche i soggetti economici muoversi in ambito globale e possiamo pensare anche alla necessità di una sorta di corpi intermedi globali, di corpi intermedi a livello internazionale, di organismi dedicati ai problemi già emersi che lavorino ogni giorno in modo flessibile e concertato. È la logica “bottom-up”, al posto di quella “top-down”, la grande prospettiva del ventunesimo secolo.
In ambito politico, anche in ambito europeo, si sta riflettendo da diverso tempo – e l’enciclica dà contributi straordinari in questa direzione – sulla necessità di definire un nuovo modello di statualità e di governo, in grado di affrontare la complessità del quadro globale. Da una parte ci rendiamo tutti conto ormai, e l’Unione Europea è nata per questo motivo, che la logica nazionale non funziona più, dall’altra non siamo soddisfatti di come sta andando a livello europeo. Bisogna cercare in termini nuovi l’intreccio tra poteri e funzioni, bisogna pensare ad una governance veramente nuova, una governance multilivello, come si dice in ambito tecnico, che per realizzarsi compiutamente ha bisogno di trasformare in azioni concrete quei temi della sussidiarietà e del federalismo che non possono e non devono mai essere ridotti a bandiere ideologiche.
Infine, per dirvi come ho cercato di raccogliere anche in termini concreti queste indicazioni dell’enciclica, ci parlo delle modifiche del mio e del nostro modo di governare in Regione Lombardia. Sono tre le proposte che farò partire a metà settembre, tre proposte di cambiamento che possono essere importanti. La prima proposta di cambiamento che abbiamo cominciato a studiare riguarda gli ammortizzatori sociali, dove l’accordo tra Governo e regioni ha dato ottimi risultati, perché con il ministro Sacconi, in rappresentanza del Governo, e con gli altri miei colleghi presidenti di regioni, in questa primavera abbiamo firmato un accordo straordinario dotando il sistema italiano di quasi nove miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali. Questo è lo strumento economico per il quale possiamo dire che in Italia vogliamo veramente che nessuno sia lasciato solo. Però io credo che la Regione Lombardia sia pronta per introdurre negli ammortizzatori sociali, almeno inizialmente, il tema del quoziente familiare, perché non è la stessa cosa se a rimanere senza lavoro è un single o un lavoratore che ha a carico un’intera famiglia. Stiamo quindi studiando questa possibilità: io aprirò il confronto con le parti sociali, poi farò una proposta chiedendo al ministro Sacconi di integrarla. Regione Lombardia si farà carico dell’eventuale bisogno di reperire ulteriori risorse, ma mi sembra fondamentale dare un segno in questa direzione.
La seconda novità alla quale stiamo lavorando sempre nel campo dell’assistenza a chi perde il lavoro, è allargare gli ammortizzatori sociali anche ai precari della scuola, una categoria che finora è rimasta priva di questo tipo di assistenza. Anche qui ho già avviato il dialogo con il Governo e con il ministro Gelmini. Anche qui la finalità è, grazie ad accordi già firmati ad esempio con i sindacati, andare verso forme di contrattazione più moderne e quindi decentrate, territoriali e aziendali: io ho già inviato una lettera alle parti sociali e datoriali di Lombardia per offrire loro l’assistenza, l’aiuto di Regione Lombardia per avviare concretamente percorsi di contrattazione aziendale decentrata a livello territoriale. Questa contrattazione decentrata introdurrà criteri di premialità, in funzione della produttività e del merito. Riprenderemo poi un grande accordo che Regione Lombardia ha firmato due anni fa con i propri infermieri, di fronte alla carenza di infermieri, dove abbiamo trovato l’accordo unanime con le parti sociali per premiare la produzione e il merito dei nostri infermieri che oggi permette loro di avere una quattordicesima mensilità, che si aggiunge alle tredici mensilità di tutti i loro colleghi nazionali. In Lombardia abbiamo bisogno di infermieri, questo premio in più ci permette di dare più soldi a questa categoria e di avere più infermieri meglio retribuiti perché venga premiata la qualità e il merito. Vogliamo allargare questa esperienza a tutte le categorie sociali. Questo è il modo con cui, mettendomi in discussione rispetto all’enciclica, ho trovato qualche piccola idea. Se riuscirà ad andare in porto, credo che potrà essere imitata anche da altre regioni. Grazie.

LUCA ANTONINI:
Grazie Roberto, io rubo solo un minuto per dire una cosa. Avete visto che ricchezza di contenuti è venuta fuori da politici di altissimo livello che hanno accettato questa sfida. Altro che spolverata di etica che nasce dall’enciclica, come vorrebbero ridurla quelle società smarrite di cui parlava Maurizio Sacconi, quelle élite di cui parlava lui che tante volte ricordano le vecchie acide della canzone “Bocca di rosa” di de Andrè: danno buoni consigli perché non possono più dare il cattivo esempio. Ecco, mi sembra invece grandissima la ricchezza dei contenuti che è emersa oggi: quello che diceva Letta, il valore del tempo, la solidarietà come sfida per la globalizzazione, l’inflazione dei codici etici che non bastano, oppure quello che nelle proposte concrete adesso ha mostrato Roberto Formigoni, il potere del lavoratore, la responsabilità, l’idea del quoziente familiare, tutte le altre idee che sono emerse per arrivare poi a quella cultura della vita di cui ha parlato Maurizio Sacconi, alla possibilità della carità come capacità di costruzione sociale, che è scritto nel libro bianco del welfare, criticato solo ideologicamente. Come diceva Maurizio, basta fare quattro passi dentro il Meeting per rendersi conto che il libro bianco è molto più vero di tanti libri e di tantissima ideologia sullo statalismo che è stata scritta. Oggi abbiamo fatto vincere la realtà: è bellissima l’idea della cultura della vita legata allo sviluppo! A noi che abbiamo avuto la fortuna di incontrare don Giussani, ci è stata comunicata una febbre di vita che ha reso concrete le parole che lui diceva. Abbiamo capito che quello sviluppo di cui parla l’enciclica è uno sviluppo umanamente incontrabile e umanamente sperimentabile. Ecco, quella febbre di vita al Meeting è concretamente incontrabile proprio perché, come dice il titolo del Meeting, “La conoscenza è sempre un avvenimento”. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Neri
Categoria
Incontri