CON O CONTRO LA NATURA? AMBIENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE - Meeting di Rimini

CON O CONTRO LA NATURA? AMBIENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE

In collaborazione con Unioncamere. Partecipano: Manuel Andrés, Amministratore Delegato Nestlè Italia; Giancarlo Losma, Presidente UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE; Umberto Vergine, Direttore Tecnologie e Servizi per la Gestione – Eni Divisione Exploration & Production. Introduce Massimo Ferlini, Vice Presidente Compagnia delle Opere.

 

MODERATORE:
Buonasera a tutti, diamo inizio a questo incontro “Con o contro la natura? Ambiente e sviluppo sostenibile”. Abbiamo chiamato alcuni testimoni, importanti: il rappresentatane della UCIMU, che raggruppa le associazioni di macchine utensili, il Direttore Servizi e Tecnologie per la Gestione dell’ENI, l’Amministratore Delegato della Nestlè Italia. Perché questa rappresentanza ha interesse nel rapporto con o contro la natura? Talvolta viene richiamato il principio che lo sviluppo uccide l’ambiente, io ricordo spesso in questo ambito di discussioni che le colline senesi sono state fatte dall’uomo, che aveva in mente una sua ipotesi di sviluppo e lavorando la terra e piegandola allo sviluppo di quel periodo ha costruito quello che oggi riteniamo una delle massime bellezze naturali. Non sono state fatte così, erano molto più spigolose e molto meno arrotondate, è stato lo sviluppo che ne ha favorito il recupero. Nello stesso tempo è vero che un certo tipo di sviluppo, per la confusione che c’è fra quello che è sviluppo e la mera ricerca della crescita economica, ha portato a molti disastri, disastri naturali, regole che non funzionano, per cui quando parliamo di cibo, di ricerca dell’energia, di produzione dell’energia, delle risorse naturali non è solo perché amiamo il bello, ma anche perché sono utili. Siamo davanti a delle situazioni in cui riteniamo che ci sia da cambiare, da fare degli interventi che cambino. Ecco perché abbiamo chiamato questi protagonisti, che hanno storie diverse e interessi industriali diversi fra di loro ma che si riconducono a questi che sono alcuni dei nodi cruciali del rapporto fra ambiente e sviluppo e innanzitutto il ruolo che la persona, che l’uomo ha dentro a questa natura che ci è intorno, che ci è stata affidata e che quindi va utilizzata. Partiamo dando la parola a Giancarlo Losma, presidente della UCIMU. Prego.

GIANCARLO LOSMA:
Signore e Signori, permettetemi anzitutto di salutarvi a nome di UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione che ho l’onore di presiedere.
Sono molto lieto di partecipare al Meeting, un appuntamento cui l’associazione che rappresento guarda con particolare interesse e cui anche io, come imprenditore e come uomo, mi avvicino e prendo parte con grande entusiasmo e coinvolgimento.
Entusiasmo e coinvolgimento che, in occasione di questa edizione, sento ancora più vivi in considerazione del tema trattato dalla kermesse e del tema del convegno cui sono stato chiamato a dare un contributo.
Partecipare al meeting è sempre un’ emozione, per la carica e l’energia che si respira qui tra i padiglioni della fiera. Emozione ancor più grande se si è chiamati a dibattere su un tema di così alto profilo quale quello oggetto dell’incontro. La natura e l’ambiente.
Mi perdonerete quindi se poi ricondurrò tutto alla mia esperienza di uomo, prima, e di imprenditore, poi, che ha fatto dell’attenzione alla salvaguardia dell’ambiente la propria attività.
Nell’omelia di pentecoste Papa Benedetto XVI è intervenuto sui problemi dell’ambiente e dell’ecologia affermando:
”Come cristiani non possiamo abusare del mondo”, il nostro dovere è piuttosto costruire “il giardino di Dio”.
“Non possiamo usare e abusare del mondo e della materia come di semplice materiale del nostro fare e volere; dobbiamo considerare la creazione come un dono affidatoci non per la distruzione, ma perché diventi il giardino di Dio e così un giardino dell’uomo”.
“La creazione buona di Dio, nel corso della storia degli uomini, è stata ricoperta con uno strato massiccio di sporco che rende, se non impossibile, comunque difficile riconoscere in essa il riflesso del Creatore”.
L’ambiente circostante dunque come giardino di Dio… ma anche la natura come dono che Dio chiede di custodire così come più volte ricorda Don Giussani .
L’uomo, la natura, l’ambiente, tutto è emanazione dello spirito superiore. Essi sono espressioni differenti della grandezza di Dio.
Ecco che considerando il tema “Con o contro natura? Ambiente e sviluppo sostenibile” l’uomo non può avere dubbi.
Con questa domanda l’uomo si trova di fronte a un quesito che riguarda direttamente se stesso.
Salvaguardare l’ambiente significa difendere, rispettare e rendere grazie per ciò che il divino ha voluto offrirci ma significa anche salvaguardare se stessi.
Ciò vale per la vita quotidiana, così come per l’intero sistema economico di un paese. Ciò vale per la società civile, così come per il mondo produttivo e dell’industria globale che non può prescindere dal considerare sacra e inviolabile la natura circostante.
Questo lo dico da imprenditore che opera nel settore dei sistemi di depurazione di aria e acqua per beni strumentali intendendo con ciò tutte quelle macchine installate negli stabilimenti produttivi ove avvengono lavorazioni del metallo.
Quando terminai gli studi cominciai a lavorare, affiancando mio padre che, alla fine degli anni ’60, operava nel comparto della componentistica.
Ero giovane e volevo inventarmi qualcosa di nuovo, qualcosa di mio. Pensai dunque a quali potevano essere gli sbocchi per una attività autonoma di business. Pensai ai robot, ero un appassionato lettore di Asimov; ai PC, portati ai fasti dal prestigioso marchio Olivetti, e pensai, infine, all’ecologia, tema ancor nebuloso ma che cominciava almeno a essere citato nei discorsi della gente comune.
Mi avvicinai a quello che sembrava essere più consono alla mia natura.. cercai di immaginarmi quale prodotto avrebbe potuto migliorare l’ambiente o limitare l’impatto dell’intervento umano sul contesto circostante.
In sostanza interpretai un bisogno della collettività, un bisogno di cui non aveva ancora coscienza.
Con quella scelta, lo capisco ora che sono passati oltre 30 anni, ho voluto provare a essere protagonista, creando un business che, almeno in Italia, non aveva precedenti. Ho deciso di rischiare e investire in un progetto che non potevo immaginare se sarebbe mai decollato.
Nel 1974 nacque così la LOSMA, società di cui sono presidente. Nella nostra sede principale di Curno in provincia di Bergamo operano oggi 65 persone, cui si aggiungono i dipendenti delle nostre filiali estere.
Dal ’74 a oggi i passi compiuti sono stati molti: oltre al headquarter in Curno, oggi abbiamo una sede negli Stati Uniti, una in Germania e una in Gran Bretagna.
Il business è certamente cresciuto ma all’inizio è stata davvero dura.
Non c’era interesse per questo che pareva essere un problema secondario, non di certo sociale.
All’inizio mi presentavo nelle aziende dicendo “Guarda che hai questo problema, io posso risolverlo” ora, invece dico: “guarda che hai questo problema, la LOSMA è la società che te lo risolve con il miglior risultato”.
“Quando proponevo il problema le prime volte mi dicevano”. Ti ringrazio della presentazione ma non mi servono aspiratori per nebbie d’olio o depuratori di liquidi delle macchine. Ho già trenta operai che respirano il gas e emettono aria pulita”.
Non si tratta di una battuta erano davvero considerazioni che muovevano i miei potenziali clienti.
Capite, il contesto non era ancora sensibilizzato sul tema, l’imprenditore di allora non vedeva il problema. era un mondo che andava educato.
D’altro canto, probabilmente i grandi disastri ambientali come quello dell’Icmesa di Seveso hanno aiutato la popolazione e l’industria a avvicinarsi alla tematica contribuendo, indirettamente, anche all’avvio di un business che oggi è sicuramente profittevole oltre che utile alla società.
Un business che vale oggi per la LOSMA oltre 10 milioni di euro, il 18% in più rispetto al dato 2006.
E io cosa posso dirvi.. Sono fiero di aver sviluppato questa attività che, in fase embrionale, pareva realmente ostica e di difficile ritorno economico. e che cresce di giorno in giorno .
Sono fiero di aver creato per primo questo mercato e sono ancora più fiero di tutte le persone che lavorano con me.
Grazie a loro la mia società è considerata oggi leader nel settore. Grazie a loro abbiamo dimostrato quanto strategico sia il comparto delle tecnologie ausiliarie per l’intero settore della macchina utensile, al punto che i costruttori associati a UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE hanno chiamato un suo esponente alla guida della associazione.
Grazie a loro chi opera in fabbrica sulle macchine vede migliorate le proprie condizioni di lavoro. Ma soprattutto grazie a loro la LOSMA dà il suo piccolo contributo alla salvaguardia del nostro dono: l’ ambiente. Grazie.

MODERATORE:
Grazie a Giancarlo Losma per l’intervento appassionato. Do ora la parola all’Amministratore Delegato, della Nestlè Italia Manuel Andrès.

ANDRÈS MANUEL:
Grazie, Buon pomeriggio a tutti voi. Vi ringrazio di avermi invitato a questa occasione di confronto che sono certo ci permetterà di imparare gli uni dagli altri, rafforzando così il nostro impegno per uno “sviluppo sostenibile”. L’anno scorso, proprio qui a Rimini, Nestlé ha contribuito al dibattito su un’altra grande priorità per il nostro mondo: l’acqua e la gestione responsabile/sostenibile di questa risorsa essenziale e sempre più scarsa. Una sfida che ci vede impegnati da tempo, tanto che dal 1998 a fine 2007 (nonostante l’aumento del 76% dei volumi prodotti) abbiamo ridotto il consumo d’acqua del 28% in tutti i nostri processi produttivi (in Italia del 12.5 %).
Nestlé è il più grande gruppo alimentare del mondo: la disponibilità di acqua pulita e di materie prime di qualità sono quindi di vitale importanza. E quando dico “vitale” intendo proprio dire che la sopravvivenza della nostra azienda dipende dalla vita del pianeta, proprio come la vita di ognuno di noi.
In merito dunque al tema di questo dibattito Con O Contro La Natura? Ambiente E Sviluppo Sostenibile, Nestlé si schiera senza dubbio “Con la Natura”
(slide) “Condividiamo tutti la stessa dimora e il futuro della nostra impresa è indissolubilmante legato a quello del pianeta”
Per esprimere il modo in cui Nestlé concepisce il business, lasciatemi citare due dei principi fondamentali del Gruppo. Dal 1866 Nestlé opera per uno sviluppo sostenibile nel tempo, oltre le mode del momento o facili immediati guadagni, per ottenere risultati di lungo periodo. “Mai sacrificare lo sviluppo a lungo termine in cambio di un guadagno a breve”. Non fraintendetemi. Non sto dicendo che Nestlé non è interessata al profitto. Puntiamo anzi ad un costante miglioramento dei risultati annuali e degli utili (crescita organica tra il 5 e il 6%) ma lo facciamo da sempre attraverso obiettivi di lungo periodo. Ad esempio Nestlé si è volontariamente astenuta dall’essere quotata in Borse che richiedevano il reporting di utili su base trimestrale per evitare il diffondersi di una mentalità di business eccessivamente focalizzata sul breve periodo.
Ma non basta. Per assicurare un successo a lungo termine un’azienda deve essere in grado di creare valore nel tempo non solo per i propri azionisti ma anche per la società in cui opera. Gli agricoltori nostri fornitori, i nostri dipendenti e tutti i settori della società in cui lavoriamo, devono poter beneficiare dei nostri investimenti in una relazione di “doppio futuro o doppio vantaggio”. E’ ciò che definiamo Creazione di Valore Condiviso e che sintetizziamo nel motto “Good for the Company and for Society” e nell’immagine della piramide “a tre piani” dove la “creazione di valore” sta in piedi solo se poggia sulle solide basi della compliance e della sostenibilità. Creare valore per la comunità e il territorio in cui si opera è il vero “banco di prova” per qualsiasi business duraturo e Nestlé vuole essere un business duraturo
Grazie a questo approccio al business, Nestlé ha un rating molto elevato a livello mondiale per quanto riguarda “l’adempimento delle proprie responsabilità nei confronti della società”, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Sono 5 le aree di lavoro in cui concentriamo le nostre attività di responsabilità e sostenibilità sociale d’impresa .Esse sono parte fondante della strategia aziendale e del nostro Report 2007 – Creazione di Valore Condiviso, realizzato in collaborazione con SustainAbility e certificato da Bureau Veritas. Coerentemente con il tema di questo incontro (Con la Natura) mi concentrerò oggi su 3 settori “Ambiente” – “Agricoltura/ Sviluppo Rurale” – “Nutrizione, Salute, Benessere” per sottolineare l’impegno che abbiamo a garantire ai nostri prodotti un ciclo di vita sostenibile.
La tutela dell’ambiente è parte integrante del nostro business. La priorità assoluta per Nestlé è l’acqua .obiettivo prioritario è ridurre al minimo il volume di acqua utilizzata nelle nostre attività. Investiamo in impianti per la depurazione dell’acqua dopo il suo utilizzo in produzione, riducendo in tal modo l’impatto ambientale . siamo tra i primi firmatari del progetto ONU GLOBAL COMPACT .
Stiamo investendo molto, e continueremo ad impegnarci: a) per migliorare in tutti i nostri stabilimenti l’efficienza energetica, riducendo le emissioni di gas a effetto serra; b) per ottimizzare il trasporto dei nostri prodotti riducendo così non solo l’uso di carburante, rumore, traffico ma anche i costi aziendali; c) sugli imballaggi lavoriamo costantemente per ottimizzarli e ridurli anche attraverso la ricerca e lo sviluppo di materiali d’imballaggio innovativi, ad esempio siamo stati i primi in Europa a introdurre il PLANTIC un’alternativa biodegradabile alla plastica prodotta da risorse rinnovabili
La qualità dei nostri prodotti può essere garantita solo attraverso una gestione attenta delle risorse che consenta a Nestlé e al territorio / alla comunità di crescere e prosperare. Tutti i nostri prodotti derivano da materie prime agricole, principalmente caffè – cacao – latte, due terzi della spesa complessiva Nestlé in materie prime si effettua in paesi emergenti.
610 000 sono gli agricoltori che riforniscono direttamente Nestlé, che a sua volta impegna una squadra di 675 agronomi e circa 5000 tecnici agrari, che lavorano a 28 progetti in 21 paesi.
Ad esempio nelle Filippine l’erosione del suolo rappresenta un problema critico nei paesi di montagna con intense precipitazioni. Gli esperti agricoli di Nestlé hanno collaborato con il Ministero dell’Agricoltura e con i coltivatori di caffè locali per lo sviluppo del programma SALT (Sloping Agricultural Land Technology). Piantando lungo le linee perimetrali e utilizzando erba di Vetiver per rendere compatto il suolo, l’erosione è stata ridotta fino al 90%, la fertilità del suolo è migliorata e la produzione delle colture è aumentata.
Ad esempio in ETIOPIA (uno dei paesi più poveri del mondo, ma anche il luogo dove per la prima volta è sta coltivata la pianta del caffè) Nestlé ha promosso e finanziato l’installazione di una nuova tecnologia produttiva che consente l’impiego di soli 6 litri d’acqua per Kilogrammo di caffè verde, consentendo un risparmio di 26 milioni di litri d’acqua per raccolto e una riduzione dell’utilizzo idrico del 96%. Oltre alla formazione, alla ricerca, alle infrastrutture, Nestlé rende disponibili circa 29 milioni di CHF sotto forma di microcredito. Con la metà degli stabilimenti ubicata in zone rurali dei paesi in via di sviluppo Nestlé incide profondamente sul bilancio familiare, sulla qualità della vita e sull’avvenire delle generazioni future.
Come Gruppo leader in Nutrizione Salute e Benessere, anche il tema della sostenibilità legato all’alimentazione ci vede impegnati
• non solo da un punto di vista di consapevolezza del consumatore e maggior attenzione agli aspetti nutrizionali (esempio obesità o altre malattie croniche su cui l’alimentazione influisce o stadi di vita come la terza età. Nestlé ha ridotto in tutti i suoi prodotti il contenuto di sale, zuccheri, grassi trans; aggiungendo cereali integrali, vitamine e sali minerali, fibre, pre- e pro-biotici e porta avanti numerosi progetti educativi sull’alimentazione e l’acqua fin dalle scuole primarie)
• ma anche nel contesto globale dove ad una crescente domanda di alimenti in paesi come Cina e India grazie all’aumento del reddito familiare, si abbina la carenza di risorse idriche e materie prime .
Nel 2007, per esempio, in collaborazione con i governi nazionali, abbiamo inaugurato stabilimenti di grandi dimensioni e all’avanguardia nelle zone rurali di Brasile, Cina e Pakistan, per produrre alimenti a elevato valore nutrizionale a un prezzo contenuto (PPP). Lavoriamo inoltre a sostegno dei principi del Global Compact e degli obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ ONU, ridurre la povertà e la fame, assicurare l’istruzione elementare universale, assicurare la sostenibilità ambientale.
Credo che il tempo a mia disposizione stia finendo. Vi invito a consultare il nostro Rapporto 2007 per la Creazione di Valore Condiviso dove troverete notizie, forse inaspettate, sulla Sostenibilità nella Storia del Gruppo Nestlé. Questo report rappresenta un primo passo nel fornire dati globali in merito alla Creazione di Valore Condiviso. È parte integrante del nostro reporting aziendale, insieme al Nestlé Management Report 2007 relativo ai risultati finanziari. La società Bureau Veritas ne è garante. Lungi dall’accontentarci dei risultati raggiunti, abbiamo definito un piano pluriennale per l’ampliamento graduale della nostra misurazione di Creazione di Valore Condiviso: e nel report troverete i nostri prossimi obiettivi più importanti.
La "sostenibilità" non è un tema nuovo e il termine “sostenibilità” sta diventando sempre più presente nel nostro linguaggio. Credo che il peggior rischio in agguato, e non solo per le aziende, sia quello di compiacerci dei risultati raggiunti considerando la sostenibilità come una moda, un’idea che ci porta al successo o peggio ci mette in pace con le nostre coscienze. Cambiamenti climatici, risorse naturali limitate, impatto delle emissioni nell’aria ci chiamano urgentemente a compiere scelte coraggiose e difficili. Lo sviluppo sostenibile è un processo doloroso ma è l’unico investimento possibile sul nostro futuro.
Vorrei quindi concludere il mio intervento riallacciandomi al leitmotiv del Meeting di Rimini “Protagonisti o Nessuno”, con un messaggio a favore di una sostenibilità lontana dalle mode e dai facili successi, che ci vede impegnati in un’impresa comune – “protagonisti di uno sviluppo sostenibile” che pone al centro l’uomo e il suo rapporto di interdipendenza con il pianeta, un uomo che ha preso in prestito la terra e deve restituirla ai propri figli (Antoine de Saint-Exupéry).
Un antico proverbio Tuareg ci insegna che
La differenza tra il deserto e il giardino non la fa l’acqua ma l’uomo
Mi auguro con voi che sapremo restituire un giardino. Grazie

MODERATORE:
Grazie al Dott. Manuel Andrés per le cose che ha detto e per la presentazione del gruppo che ha fatto; ora do la parola Umberto Vergine, Direttore Tecnologico per i Servizi per la Gestione dell’Eni.

UMBERTO VERGINE:
Buona sera, grazie per la partecipazione e l’attenzione, data l’ora tarda cercherò anch’io di fare un intervento sostenibile per tutti. Eni ha partecipato con grande piacere all’invito di questo dibattito su ambiente e sviluppo sostenibile; sono due fattori per Eni di grande importanza. Il tema dello sviluppo sostenibile è ormai riconosciuto come cruciale nella programmazione economica industriale ed è ormai prioritario anche nel dibattito politico internazionale. Il diritto all’energia, con tutte le sue implicazioni si è invece solo recentemente imposto come la grande sfida odierna e per il nostro futuro; è di questo che voglio parlare: della grande sfida sul diritto all’energia e di come Eni, ma non solo Eni, siano protagonisti nel raccogliere e affrontare questa sfida. L’accresciuta domanda di energia e l’accentuarsi delle pressioni sui prezzi hanno riportato recentemente l’energia all’attenzione dell’opinione pubblica, dopo quasi dodici anni tutto sommato di relativa indifferenza, forse una indifferenza per certi versi spiegabili, ma legata anche mancanza di grandi fatti ed eventi internazionali, tipo la guerra nel Golfo del 1990 o cose simili, che invece avevano attirato l’attenzione su questo tema ed era diventato questo un tema privo di incertezze, quindi poco appealing. Al centro dell’interesse generale è oggi invece la duplice sfida sui temi dell’energia, una sfida che ha aperto questo millennio. Come prima la sfida relativa all’approvvigionamento delle fonti energetiche, un approvvigionamento che deve essere sicuro, puntuale (puntuale vuole dire nei tempi dettati dalla domanda), continuo e a prezzi ragionevoli, allo stesso tempo accompagnato anche dallo sviluppo delle opportune reti di distribuzione dell’energia. La seconda sfida è relativa al contenimento dell’impronta umana che lo sviluppo di queste risorse energetiche determinerà sull’ambiente. Tale duplice sfida in sostanza non è altro che la lotta alla povertà e la ricerca al miglioramento, al progresso permanente che è sempre stata parte della storia dell’uomo. Sul tema dello sviluppo sostenibile è opportuno sottolineare nuovamente un tema che è ancora poco considerato nel dibattito complessivo: si tratta dell’estensione a tutti del diritto all’energia. Ma come definire il diritto all’energia? Si può dire che soprattutto e basilarmente è accedere a questo bene primario con continuità, con sicurezza e a buon prezzo. Il prezzo è un tema abbastanza discusso in questi giorni. Che cosa è un buon prezzo? In pratica un prezzo che ne assicuri la disponibilità, ne consenta l’uso e un prezzo che forzi allo stesso tempo a un uso efficiente, senza sprechi; quindi ad un uso consapevole di questo bene, che vuol dire poi collegarsi a un discorso di rispetto dell’ambiente che è l’unico modo per garantire una sostenibilità a lungo termine. Questo sia da parte di chi produce che da parte di chi utilizza. Se valutiamo il concetto di sostenibilità anche in questa ottica, possiamo giudicare che il mondo in cui viviamo anche in questo ha ancora una lunghissima strada da percorrere; i dati sono che circa 1,6 miliardi di persone non hanno infatti ancora diritto all’energia elettrica e circa 3 miliardi di persone nel mondo subiscono deficit per lamenti di energia, cioè non dispongono di un approvvigionamento continuo. Va detto oltretutto che, a fronte di queste carenze che sono macroscopiche, nel mondo ricco e industrializzato si assiste a un utilizzo di questa risorsa che, in larga parte, è fatto senza consapevolezza; una specie di bulimia energetica che quindi accentua questo sviluppo e rende ancora più insostenibile il quadro generale. Io credo che molti di voi abbiano presente la nota immagine satellitare del mondo di notte ed è un’immagine che fotografa benissimo questo squilibrio: nel mondo dell’emisfero del nord abbiamo un mondo illuminato, in cui le luci hanno una soluzione di continuità tale che permettono di leggere i profili geografici anche nel buio notturno. Nel sud del mondo invece si ha un ambiente in prevalenza nero, quello del buio, della carenza, dell’insicurezza. Viviamo quindi gli albori di una grande trasformazione umana che deve condurre, secondo me in tempi molto più brevi di quanto si possa immaginare, a una revisione completa sia del quadro energetico mondiale che dei comportamenti. Noi questo come Eni, con le nostre attività internazionali, lo rileviamo già come una tensione crescente in tutto il mondo. Questa grande trasformazione che abbiamo di fronte non è la prima volta che l’uomo si trova ad affrontare in termini internazionali, in termini globali; pensiamo a quanto è avvenuto alla fine del ’800 prima con l’invenzione dell’elettricità e poi con la diffusione del petrolio in sostituzione del carbone. Per la prima volta una nuova forma energetica raggiunse progressivamente gran parte delle case, questo soprattutto nel nord del mondo, trasformando sia gli usi che la produttività e i bisogni. Oggi gran parte delle persone, sempre in questa parte del mondo che ha accesso a queste risorse, sarebbe probabilmente incapace di vivere senza energia elettrica. Altro esempio è stato l’avvento dell’automobile che ha trasformato completamente il mondo in un angolo di stanza; si è passati dalla mobilità media all’inizio dell’800 di alcune centinaia di metri, a quella che è considerata oggi la distanza media nostra di percorrenza che è sui 50-60 chilometri al giorno. Il fenomeno di grande trasformazione si sta ripetendo e la sfida che deve affrontare soprattutto l’industria energetica mondiale sarà titanica. La crescita della popolazione del pianeta è infatti stimata aumentare in soli 40 anni da 6 miliardi a 9 miliardi. Quindi nel 2050 non solo crescerà la popolazione, ma aumenterà moltissimo il bisogno di energia, proprio perché queste sacche molto estese in cui il diritto all’energia è assente lo esigeranno – e dovremo garantirlo. E’ stimato che da qua al 2050 la domanda globale di energia raddoppierà. Sulla tipologia di fonti energetiche va anche considerata con serietà l’evidenza tecnica e scientifica: allo stato attuale non esistono risorse energetiche che possano rimpiazzare in modo significativo i combustibili fossili. Si stima pertanto che, nei prossimi decenni, circa l’80% dei consumi sia ancora coperto dal petrolio e dal carbone o dal gas naturale, mentre il resto verrà assicurato dall’energia idraulica, l’energia nucleare, le fonti rinnovabili e le bio-masse. Quindi anche se le fonti rinnovabili saranno in grado di raddoppiare la capacità di risposta alla domanda energetica, si stima che al 2030 essa rappresenterà non più del 2 o 3% dei consumi. D’altro canto l’evidenza tecnica e scientifica e chi vede ormai prossima la fine delle fonti naturali che forniscono i combustibili fossili, ci dice anche che dobbiamo rimuovere la produzione. Esistono infatti grandi potenziali inesplorati che permetteranno sia di estendere la vita di quanto è già stato scoperto che permettere ulteriori ritrovamenti. Questo, mentre auspicabilmente si identificheranno soluzioni di lungo termine che permetteranno sia di utilizzarle meglio, ma anche di cambiare quel mix energetico di cui parlavo prima. Il problema che occorre risolvere è comunque quello dell’accesso alle risorse, almeno per il petrolio e il gas naturale, in quanto come quasi tutti sappiamo questi sono detenuti da pochi paesi che già oggi pongono non pochi limiti agli investimenti delle compagnie petrolifere internazionali. Ma come incideranno questi trend di crescita di impiego di energia sul clima? Questo dipenderà dalla progressiva decarbonizzazione del sistema energetico, cioè da tutti quegli interventi che permetteranno sia di limitare, di catturare il carbonio associato alle emissioni, che di cambiare il famoso mix energetico di cui parlavo prima, aumentando l’impiego di solare, di nucleare, di eolico. Per fare ciò sarà quindi necessario intensificare la ricerca per trovare delle soluzioni che siano economiche ed efficienti per ridurre queste emissioni. Parliamo un attimo di Eni; voglio farlo ponendo due domande: qual è il ruolo di Eni nell’assicurare uno sviluppo sostenibile? E poi Eni è una protagonista? Cioè riesce ad assicurare un modello energetico sostenibile e responsabile? Eni ha sempre avuto nel proprio codice genetico la determinazione a cercare uno sviluppo del proprio business con una visione di radicamento nel territorio e quindi puntando ad una crescita che fosse sostenuta nel tempo, avendo delle basi solide e delle relazioni costruttive; è anche la natura stessa del nostro business: noi facciamo investimenti che maturano e si esauriscono nell’arco di decenni. Quindi è impossibile non immaginare che cerchiamo un radicamento e un rapporto con il territorio, fin dalla sua rifondazione nel ’45, sotto la presidenza di Mattei, prima per necessità e poi per vocazione. Eni oltretutto è stata tra le prime società petrolifere internazionali a dare un utilizzo industriale al gas naturale, che allora veniva bruciato e considerato quasi un bale-product scomodo. Un vecchio dialogo tra petrolieri che commentavano i risultati di un nuovo pozzo esplorativo, molti anni fa poteva suonare così: è una cattiva e una buona notizia; la cattiva notizia è che non abbiamo trovato petrolio, quella buona però è che non abbiamo trovato neanche gas; perché allora non avrebbero saputo bene cosa farne. Invece intorno a questo prodotto “scomodo” Eni ha costruito un business model unico, costruendo prima di tutto in Italia una delle reti più diffuse di distribuzione, di valorizzazione di questa risorsa naturale, in modo da utilizzarla e sfruttare la sua efficienza e la sua pulizia. Sembra una banalità, però penso che una parte di noi ancora cucini in casa usando il gas naturale. Prima si parlava di emissioni e di nebbia d’olio, tutti sappiamo cosa voglia dire l’odore dei gas di scarico di un’autovettura, penso che quando cuciniamo nessuno senta alcun odore in cucina, è questo proprio l’indice di quanto poco sia inquinante la combustione del gas naturale. Il gas naturale che usiamo per cucinare in casa è lo stesso che abbiamo usato per uso industriale; quindi effettivamente è una fonte energetica le cui emissioni energetiche non sono nulle, ma sono praticamente nulle, una volta combusto. Oltretutto questa esperienza fatta in Italia sul gas naturale Eni la ha esportata promuovendo la costruzione dei grandi gasdotti di collegamento, in particolare quelli sottomarini del Nord Africa – infatti noi siamo approvvigionati sia tramite questi gasdotti dell’Algeria che della Libia – ma anche alcuni da più lontano come quelli degli anni ’60 dalla Siberia. L’esperienza nazionale è stata poi molto valorizzata anche all’estero, anche nell’utilizzo locale del gas naturale; questo è un po’ un unicum nell’industria. Eni ha quindi perseguito questa politica di sostegno, di sviluppo nei paesi produttori e noi siamo oggi i primi fornitori stranieri di gas, dedicato al mercato interno in Egitto, in Pakistan ed in Libia e, in prospettiva a breve con i programmi già definiti e approvati, lo saremo anche in Congo e in Mongolia, e siamo storicamente tra i principali investitori sull’utilizzo dei gas nigeriani. Vorrei anche ricordare che con la straordinaria capacità imprenditoriale che dimostrò, che lo caratterizzò, Mattei fu anche il primo a costruire una centrale nucleare in Italia che all’epoca era la più grande in Europa, un’esperienza che poi, in un periodo di progressiva indifferenza per la questione energetica l’Italia decise di abbandonare. Eni è stata anche una delle prime società petrolifere ad affrontare il problema del disequilibrio tra le relazioni economiche del paese con l’industria straniera e produttiva, definendo delle formule contrattuali innovative che consentissero una relazione paritetica tra chi deteneva le risorse e chi invece arrivava per produrle; la cosa è importante non solo dal punto di vista economico, ma perché si introdusse in questo modo un concetto di relazione industriale che è diventato di per sé sostenibile, perché ha indotto un reciproco rispetto, ha creato delle basi, per esempio per il trasferimento del know-how e quindi per la realizzazione di centri di addestramento, di insegnamento nei vari paesi, creando un’associazione con le autorità locali che poi è passata piano piano da quelli classici della formazione, dell’istruzione, che erano più legati alla presenza industriale, anche a temi sociali di varia natura, fino a quelli di tipo medico, di supporto alla salute e di sviluppo della micro-industria locale. Tutto questo è avvenuto con decenni di anticipo rispetto ai recenti affollati congressi sulla responsabilità sociale d’impresa e ai dotti trattati che vengono scritti su questo tema. Costruire con trasparenza un percorso industriale che permetta di concretizzare anche gli obiettivi economico-sociali del paese è diventato quindi per Eni una necessità, per assicurare la stabilità della sua presenza in questi paesi. Tra l’altro nell’attraversare il mondo e diversamente da altre società petrolifere (lo posso dire per esperienza personale), Eni non ha mai costruito delle residenze chiuse, protette, lontane dalla gente, ma tende a distribuirsi nelle città e nei paesi, rimanendo a diretto contatto con le realtà dei paesi ospiti. Eni non ha mai abbandonato i paesi in cui operiamo, anche nei momenti più difficili quando altri lo hanno fatto; siamo rimasti per esempio in Libia sia durante l’embargo che i bombardamenti; in Algeria durante la guerra civile, così come in Congo, Nigeria, anche in Pakistan durante momenti di grande tensione. Questo non solo a protezione dei nostri interessi, ma offrendo sostegno e credibilità, da un punto di vista dell’investitore straniero, anche a questi paesi. Questo bisogno d’impresa mi permette di tornare al tema della sfida di riconoscere e di aiutare tutti a soddisfare il diritto all’energia. Eni ha continuato a fare progetti sviluppando iniziative innovative secondo quel modello di sostenibilità che il nostro primo presidente, Mattei, aveva decisamente da precursore individuato e insegnato. In Nigeria, all’inizio degli anni ’90, abbiamo per primi favorito la costruzione di un piccolo impianto petrolchimico, un’industria totalmente assente in un paese che invece è un grande produttore di idrocarburi e quindi un fatto molto anomalo. Più recentemente abbiamo costruito e messo in operazione una grossa centrale di generazione elettrica a ciclo combinato che praticamente produce il 20% di quanto viene prodotto oggi nel paese. Questo è importante perché ci ha permesso sì di utilizzare a beneficio del paese una risorsa naturale, quella del gas, ma anche perché ha trovato uno sbocco a quello che invece è il problema del gas-flowing in Africa, cioè del bruciare il gas associato al petrolio che viene estratto per mancanza di mercato. Tra l’altro questo progetto nigeriano è stato il primo nel continente africano a ricevere il riconoscimento dei crediti alle emissioni, stipulato dal protocollo di Kyoto; l’Eni è molto orgogliosa di questo perché ha stabilito un esempio che adesso anche altri stanno seguendo. Stiamo adottando queste strategie di gestione delle emissioni anche in altri paesi in Africa; in particolare in Congo, su cui abbiamo sviluppato un modello integrato di sviluppo che è abbastanza complesso. Ve lo presento in maniera molto rapida. Da una parte c’è l’attività classica di estrazioni degli idrocarburi, di olio, di gas; dall’altra abbiamo firmato anche recentemente (il nostro amministratore delegato è stato il mese scorso in Congo a incontrare il presidente per ratificare gli accordi) la produzione di idrocarburi da affioramenti di sabbie bituminose e questo verrà fatto utilizzando come fonti energetiche il gas prodotto in modo convenzionale e il gas in eccesso verrà utilizzato in una centrale elettrica che, invece, produrrà ben l’80% di quanto viene consumato nel paese (parlo della Repubblica del Congo –ex Congo Belga-), che è un paese relativamente piccolo, non come l’ex Zaire, che è in una fase di grande trasformazione e di grande sviluppo. Allo stesso tempo facciamo partire un progetto di food plus bio-diesel, cioè la produzione di olio vegetale, olio di palma che è un grosso prodotto alimentare e il cui eccesso verrà destinato alla produzione di bio-diesel. A questo piano industriale, oltretutto, si uniscono varie iniziative di solidarietà sociale, quali progetti medici e siamo molto fieri di un progetto medico che è iniziato da tre anni in collaborazione con gli Istituti Ospedalieri Italiani; progetto di prevenzione della trasmissione dell’AIDS da madre a neonato e in questi quattro anni abbiamo già avuto notevoli successi con casistica di natalità da madri sieropositive di neonati non sieropositivi. Questo è stato sicuramente un risultato dal punto di vista medico non solo molto avanzato ma su cui l’aspetto di ricerca all’inizio era forte e non eravamo sicuri a priori dei risultati. Tra l’altro abbiamo dovuto combattere anche un certo tipo di ostacolo sociale e culturale, in quanto le giovani madri sieropositive erano molto poco disponibili a farsi avanti per partecipare a queste campagne mediche che durano molti mesi, in quanto nel loro villaggio, nella loro tribù le avrebbero identificate e poteva creare dei problemi sociali. L’Eni però continua anche a investire; non è solo interessata a mantenere un forte utilizzo del petrolio e del gas. In quanto industria internazionale vede tutta una serie di opportunità industriali, e quindi continuiamo anche ad investire nella ricerca, nella sperimentazione, affinché si riesca ad avere un mix equilibrato delle varie fonti energetiche; è stato firmato recentemente un accordo con il MIT per sviluppare dei programmi di ricerca sull’energia solare di nuova generazione. Il problema dell’energia solare è trovare un modo di sostituire con qualche cosa di più efficiente il silicio per sintetizzare l’energia elettrica dai raggi solari. Si sta lavorando su dei nuovi polimeri, in quanto il costo del silicio e la sua resa sono da una parte troppo alti e dall’altra parte troppo bassi per generare un kwh che sia competitivo con quello generato dal petrolio; al di là di tutte le buone intenzioni uno non può fare il sacrificio di pagare l’energia il doppio per usare l’energia solare. Quindi bisogna trovare il modo di farlo in modo competitivo. Sono anche in corso dei progetti (questi sono secondo me molto interessanti) per la sequestrazione e biofissazione della anidride carbonica delle emissioni tramite l’impiego di micro-alghe. Questi sono tutti temi di fondamentale importanza e molto critici, che vanno al di là, come ho detto all’inizio, del ruolo di una società petrolifera come Eni. Siamo davanti a un periodo di grande complessità, ma anche di opportunità storiche e siamo tutti chiamati in causa, sia come impresa che come manager, ma anche come cittadini consumatori per fare la nostra parte, per rendere più sostenibile, non soltanto dal punto di vista ecologico, ma anche dal punto di vista sociale e industriale il mondo in cui viviamo. Come recita il titolo di questo Meeting “O protagonisti o nessuno”, infatti siamo tutti sul problema energetico protagonisti di questo cambiamento e lo saremo. Grazie per la vostra attenzione.

MODERATORE:
Grazie al Dott. Umberto Vergine e ringrazio tutti i partecipanti che hanno voluto seguire questo nostro dibattito. Voglio solo richiamare tre cose. Oggi quando diciamo attenzione all’ambiente, mentre pensiamo alla bellezza della natura, alle risorse naturali, partiamo da un’attenzione particolare che riguarda anche gli ambienti che invece abbiamo fatto noi. Ci veniva ricordato come l’ambiente di lavoro, l’ambiente costruito, l’ambiente dove viviamo, la casa stessa dove viviamo ha richiesto oggi e richiede e richiederà particolare attenzione al fatto che non ci siano impatti negativi sulle stesse cose che all’interno facciamo, che quanto noi mettiamo in moto all’interno non produca dei danni. Se pensiamo a cosa deve essere la gestione, dal punto di vista della sicurezza ambientale, della salute degli ospiti che stanno dentro a questa costruzione che è la Fiera di Rimini, ce ne possiamo fare un idea. Questo riguarda le cose cui noi abbiamo dato vita, gli ambienti che noi stesi abbiamo creato per vivere, per lavorare, per starci dentro. E’ stato ricordato come su questo anche l’impegno, quello che adesso è il tema della responsabilità sociale delle imprese, grandi e piccole che siano, sull’aspetto ambientale ha avuto e avrà una grande rilevanza anche nel nostro paese. Penso che questi siano i temi, temi che riconducono a una delle grandi questioni che stanno dentro il tema dell’ambiente, che è quello della responsabilità. Noi abbiamo una grande libertà di fare, di costruire e di fare; questa libertà deve coniugarsi con altrettanta grandissima responsabilità di come ci si muove dentro al realtà. Io credo che, e concludo con questo, il proverbio Tuareg che veniva ricordato dal Dott. Andrès, quando dice “il deserto è diverso dal giardino non per l’acqua ma per l’uomo”, richiama il fatto che ci sono state date tutte e tre le cose: l’idea di un giardino, della bellezza della natura, l’acqua come risorsa naturale, ma anche la sabbia che forma il deserto. E’ nostra responsabilità mixarle in modo che ne venga un giardino, oppure di mantenere il deserto. E’ la responsabilità dell’uomo a cui è stato affidato questo, come un bene che ci è stato dato, che richiama al rispetto, a fare in modo che il rispetto delle cose e la sostenibilità sia un rispetto e una responsabilità nei confronti delle generazioni che ci succederanno. Quindi non un richiamo all’immobilismo, alla pura conservazione, quanto invece a un movimento che sia attento e responsabile di quanto ci è stato affidato. Grazie a tutti e buona serata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2008

Ora

19:00

Edizione

2008

Luogo

Sala B7
Categoria
Incontri