Cielo è terra

 

‘Ogni incontro ha sempre qualcosa di fortuito; è comunque affidato alla imponderabile azione di minuti e magari insignificanti accidenti. La cosa vale anche per questo evento espositivo sui generis, che vede accostate – ma senza confusioni, data la eterogeneità dei due linguaggi – una quindicina di opere del pittore William Congdon e le fotografie di Elisabetta Vallarino Gancia. “Congdon per primo ha intuito quello che rappresentavano i miei cieli, e con poche ma incisive parole mi ha dato fiducia in me stessa e la spinta nel portare a termine la mia ricerca”, dichiara la Vallarino Gancia nella presentazione al suo “Cieli. Trentasei nostalgie d’infinito” (Ed. Umberto Allemandi & C., 1996). Quando, nell’estate ’96, il volume citato, con la bella prefazione di Furio Colombo, giunse sulla scrivania di Congdon, a Paolo Mangini, fedele custode e profondo conoscitore dell’opera congdoniana, venne l’ispirazione di raccogliere una quindicina di dipinti dell’anziano maestro, tra i numerosi che costituiscono la collezione FIUA, e di disporli sulle pareti di una sala. Ne venne fuori una mostra straordinariamente coerente e suggestiva, tanto più che si trattava di opere mai esposte in precedenza insieme. Esse appartengono a una fase del tutto peculiare della pittura congdoniana – fine anni Ottanta e inizio anni Novanta – che non aveva mancato di sconcertare i suoi amatori, per il fatto che non sembravano più riconoscibili nè l’inconfondibile gesto del maestro americano, nè il suo consueto modo di organizzare lo spazio pittorico. Per la prima volta, dunque, balenava l’idea di una piccola mostra esclusivamente consacrata a questo momento strano ed enigmatico – si potrebbe dire, in tutti i sensi della parola, estremo – della vicenda artistica congdoniana, senza riferimenti ad alte e più celebrate stagioni. Dunque, tra le due rassegne esiste anzitutto un “legame genetico”: l’una, sia pure per vie traverse, è stata occasione dell’altra. Esistono anche ragioni più interne di un simile accostamento: entrambi gli artisti, ciascuno a suo modo, si sono misurati con l’indefinito-indefinibile. Come se l’uno e l’altra avessero voluto forzare i limiti dell’immagine e del raffigurabile, arrivando a toccare, nello stesso tempo, la radice stessa di ciò che è immaginabile e raffigurabile. Furio Colombo, a proposito dei “Cieli” della Vallarino Gancia, osserva che “il cielo è la sola parte della natura che sia pura immagine”, aggiungendo che “poichè solo immagine, il cielo esiste due volte, dentro e fuori di noi”. Il cielo – si potrebbe dire – è lo specchio adeguato della natura e del destino ultimo dell’uomo. Congdon, dopo essere stato per dieci anni un pittore di “terre” (i campi della Bassa milanese dove vive), nel gruppo di opere qui esposte si cimenta con due situazioni-limite della visibilità: la notte e la nebbia. Entrambe, paradossalmente, sono una sorta di “rete” nella quale intrappolare la luce, resa (quasi) autonoma dal suo rifrangersi e riflettersi sugli oggetti. Né l’una né l’altra di queste due imprese vuole essere un rifiuto del mondo visibile e concreto (della terra di cui l’uomo è fatto), o una fuga da esso. Piuttosto, ci troviamo qui di fronte al tentativo di dare della realtà una rappresentazione che sia all’altezza del desiderio e del destino umano. E’, quindi, realismo compiuto. Lo suggerisce ancora Furio Colombo: “Il cielo non è una metafora”. A cui Congdon risponde: “Scopro che le nuvole appartengono non sempre al cielo che è nostra anima – ma appartengono alla terra, che è nostro corpo”.’

Data

24 Agosto 1997 - 30 Agosto 1997

Edizione

1997
Categoria
Esposizioni Mostre Meeting