“CHE FAI TU LUNA IN CIEL?” IL MISTERO SCONFINATO DELL’AMICIZIA

In diretta su Corriere della Sera
In differita su Tv2000 in seconda serata

S.Em. Card. José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, poeta, in dialogo con Daniele Mencarelli, Scrittore e poeta. Modera Alessandro Banfi, Giornalista.
Letture a cura degli attori Matteo Bonanni e Laura Palmeri.

La poesia, la letteratura e la scrittura sono al centro di questo dialogo fra il Prefetto del Dicastero vaticano per la cultura e l’educazione José Tolentino de Mendonça e lo scrittore Daniele Mencarelli. L’inesauribile risorsa dell’amicizia, nelle due flessioni dell’amicizia con Dio e dell’amicizia tra donne e uomini, viene analizzata attraverso la parola scritta e quella in versi. L’ispirazione di Giacomo Leopardi indica l’orizzonte di una domanda infinita sul senso della vita e sulla domanda di salvezza.

Con il sostegno di Tracce.

“CHE FAI TU LUNA IN CIEL?” IL MISTERO SCONFINATO DELL'AMICIZIA

Convegno del Meeting di Rimini: 

“Che fai tu luna in ciel?” Il mistero sconfinato dell’amicizia

 

24/08/2023, ore 17:00, Auditorium Isybank D3

 

Relatori: S.Em. Card. José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, poeta; Daniele Mencarelli, scrittore e poeta. Moderatore: Alessandro Banfi, giornalista. 

Letture a cura degli attori Matteo Bonanni e Laura Palmeri.

 

Alessandro Banfi:

«Buon pomeriggio e benvenuti a tutti, sia a coloro che sono qui in sala sia a chi ci segue da lontano. Sono veramente felice e onorato di moderare questo incontro, che ospita due personalità eccezionali: il Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione, e lo scrittore Daniele Mencarelli, che è anche un grande amico. Io sono Alessandro Banfi, giornalista e autore televisivo, e sono qui semplicemente per facilitare questo dialogo. Nel contesto del Meeting dell’amicizia, il nostro incontro, con due grandi personalità, è discretamente incentrato sul tema dell’amicizia e della letteratura. 

L’idea di questo incontro nasce da un titolo che, forse, ha attirato anche voi, oltre che dalla presenza dei nostri ospiti: “Che fai tu luna in ciel? Il mistero sconfinato dell’amicizia”. Questo titolo è ispirato a una suggestione che mi ha offerto il libro di Sua Eminenza, il Cardinale Tolentino, intitolato Amicizia, pubblicato proprio poco prima del Meeting – con un tempismo, direi, provvidenziale, probabilmente non voluto, ma certamente favorevole. Il verso “Che fai tu luna in ciel” è uno di quei versi di Giacomo Leopardi che risuonano nel cuore di ciascuno di noi, perché, come tutti sapete, evocano la domanda di infinito, di verità, di assoluto che abita il cuore umano. Veniamo da un grande maestro che ci ha insegnato a leggere in profondità la poesia di Leopardi e la domanda che essa porta con sé. Questo verso è il titolo di uno dei capitoli del libro del Cardinale, un capitolo che mi ha subito richiamato alla mente un tema di fondo presente anche nell’opera di Daniele Mencarelli, che tutti conoscete, in particolare in Tutto chiede salvezza, un’opera che è diventata una straordinaria serie Netflix, un piccolo grande evento nel mondo della comunicazione e dello spettacolo. 

Questo capitolo, che cita il verso di Leopardi, mi è sembrato un ottimo punto di partenza per il dialogo di oggi. Per questo abbiamo chiesto a due attori di aiutarci, perché una delle grandi lezioni della letteratura è che si parte sempre da un testo. Cominciamo dunque con la lettura di alcune righe tratte da Amicizia di José Tolentino de Mendonça, per poi rivolgere le domande ai nostri ospiti.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (da Amicizia di José Tolentino de Mendonça):

«Mi tornano alla mente i versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi: “Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna? […] Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende / questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale?”. Nel componimento, il pastore errante contempla la luna. Con quale necessità? In cerca di cosa? Alla ricerca di una profondità che forse non riusciremo mai a raggiungere completamente, ma nella quale abbiamo bisogno di sentirci immersi. Esiste un orizzonte più ampio al di là della soluzione individuale della mia esistenza? Io resterò incompleto, qualche parte essenziale di me resterà insviluppata, se non sarò mai arrivato a confrontare seriamente il “vagar mio breve” con il “corso immortale”. In latino, la parola contemplazione viene dalla combinazione di due termini: cum e templum, con cui si indicava nell’antichità lo spazio aperto nelle cupole per poter interpretare i segni del futuro. Contemplare non è solo introdurre una benefica lentezza nel nostro sguardo, ma anche percepire il tempo della vita come un tessuto relazionale, un’intersezione dialogica che dilata all’infinito il senso che la parola amicizia può contenere.» 

Alessandro Banfi:

«Grazie. Ecco la prima domanda, Eminenza. Che relazione c’è tra l’amicizia e questo senso di infinitezza, questa domanda radicale? Forse non siamo soli nel chiederci: “Che fai tu luna in ciel?”.» 

José Tolentino de Mendonça:

«Buonasera a tutti. Permettetemi di salutare Alessandro Banfi, Daniele Mencarelli e di esprimere la mia gioia di essere qui con voi questo pomeriggio. Quando sono arrivato, Matteo mi ha accolto alla stazione e io gli ho chiesto: “Ma quante persone partecipano a questo Meeting?”. Matteo, un po’ stanco, mi ha risposto: “Tanti”. Ho ripetuto la domanda ad Alessandro, e lui mi ha detto: “Tantissimi”. Ora, guardandovi, ho la certezza che le loro informazioni fossero corrette: siete tantissimi, e questo è davvero bello! [Applauso] 

Riguardo alla domanda, direi che non dobbiamo temere la solitudine. Un amico, un’amica, non è una soluzione o una medicina per guarirci da quella solitudine fondamentale, da quello spazio, da quella domanda che, in quanto esseri umani, dobbiamo necessariamente abitare. L’amicizia non rende la vita più facile; al contrario, la rende più vera, più autentica. Ricordo una citazione della filosofa Simone Weil, che diceva: “Gli amici sono due strade in linea retta che si incontrano nell’infinito”. Il segreto, la forza, il motore dell’amicizia non risiede negli amici stessi: il fuoco di un’amicizia è Dio, una realtà che ci trascende. 

Davanti alla domanda dell’infinito, ci troviamo di fronte alla responsabilità di una risposta personale. Cosa fanno gli amici nella nostra vita? Ci aiutano a rispondere, a formulare una risposta che nasca da un’esperienza di verità. L’amicizia ci stimola a dare questa risposta. Penso che, davanti alla luna della poesia di Leopardi, che rappresenta un’icona dell’infinito, ognuno di noi prova uno stupore unico, personale. Ma questo stupore è condivisibile: possiamo condividerlo con coloro che percorrono una strada insieme a noi, i nostri amici. 

Pensando a quella poesia, “Che fai tu luna in ciel?”, credo che per scrivere questi versi Leopardi dovesse già aver sperimentato cosa significhi l’amicizia. Questa capacità dei grandi poeti di rapportarsi alla realtà, supponendo una relazione, una possibilità di alterità, è una scuola. L’amicizia ci insegna ad abitare la realtà in modo diverso, perché capiamo che la realtà non è muta, ma dialogica. Possiamo stabilire un rapporto con la sua profondità, come troviamo nei versi di Leopardi, ma anche nell’esperienza quotidiana della vita. Leopardi è riuscito a scrivere questa poesia perché sapeva cosa un “tu” possa illuminare nella nostra esperienza singolare, come gli amici possano essere maestri per le grandi domande. 

Rispondendo alla sua domanda, Alessandro, penso che, pur arrivando all’orizzonte di senso in una chiave sempre personale, siamo sostenuti, stimolati, ispirati dalla conoscenza e dalla sapienza umana che l’amicizia ci offre. Grazie mille.» 

Alessandro Banfi:

«Bellissimo il “tu” rivolto alla luna, che è la grande metafora. Questo ci ha permesso di fare un passaggio straordinario. Vediamo nella letteratura, e oggi anche nella forza delle parole, un tema centrale. Molti di voi sono qui per Daniele Mencarelli, e questo è meraviglioso, perché la letteratura ci insegna il senso della trascendenza. C’è sempre un “tu” nascosto e la possibilità di stabilire un rapporto sempre più profondo, forse più silenzioso. Senza questo orizzonte dell’altro, dell’alterità massima che in fondo è Dio, sarebbe impossibile produrre letteratura. Questo vale sia per gli scrittori credenti sia per quelli non credenti, perché la parola umana si costruisce sempre nella direzione dell’altro. Grazie. 

Ora invito la nostra attrice a leggere un passo da Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli per introdurre la prossima domanda.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (da Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli):

«Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato. Di più: sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare. Dal corridoio mi fermo a guardarli. Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, esposti alle intemperie, uomini nudi, abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono. I miei fratelli.» 

Alessandro Banfi:

«Daniele, nella tua storia autobiografica del reparto, della settimana di TSO raccontata in Tutto chiede salvezza, arrivi a dire che quei ragazzi sconosciuti, che non conoscevi, alla fine sono tuoi amici. Verrebbe da dire che, nel fondo toccato in quel reparto, tu accenni a qualcos’altro che non sai ancora definire, ma che ci accomuna e ci rende fratelli.» 

Daniele Mencarelli:

«Innanzitutto, come Sua Eminenza, ringrazio tutti voi per questo tempo trascorso insieme. Il gesto dell’amicizia, il gesto del “tu”, riprendendo le parole del Cardinale, è fondamentale. La letteratura è una lingua che nasce per essere completata da qualcun altro; da sola non esisterebbe, come non esisterebbe nient’altro. Nella mia vita, ho sempre cercato questo “tu” che potesse aiutarmi non solo a conoscere meglio me stesso. Quando incontro i ragazzi, faccio esempi semplici: “Pensate, l’uomo, per la sua fisionomia, come ogni altro animale, non è fatto per guardarsi. Io guardo te, tu guardi me, ma io non mi guardo”. Questo dà l’idea della naturalezza della relazione che dovrebbe legare ogni uomo all’altro. 

Mentre Sua Eminenza parlava, non riuscivo a impedire alla mia immaginazione di evocare immagini. Vorrei raccontare un piccolo aneddoto. Vengo dalla provincia di Roma, e il mio dialetto mi precede. Nel 1985, quando avevo 11 anni, Roma fu colpita da una delle più grandi nevicate dopo quella del ’56. La neve invase tutto. Quella mattina uscii per vedere questa novità, questa coltre bianca che rendeva tutto immacolato, e la trovai immediatamente bella. Dalla casetta accanto alla mia uscì l’unico amico che avevo, Massimiliano. Gli dissi: “Massimiliano, guarda quanto è bianca!”. Vi assicuro che, in quel momento, ai miei occhi la neve divenne ancora più bianca. Questa esplosione, questa estroversione, questa possibilità di condividere lo stupore ha reso quello stupore ancora più grande. 

Tornando alla dimensione dell’amicizia di cui parlavi, Alessandro, rispetto all’ospedale, sono legato, anche se non direttamente, al movimento di Comunione e Liberazione. Grazie a Davide Rondoni, quando ero un ragazzo scapestrato, conobbi Luigi Giussani. Davide mi disse: “Hai mai letto Giussani?”. Non lo conoscevo. Grazie a lui scoprii un poeta che è rimasto nella mia vita, Pär Lagerkvist, che scrive sull’amicizia: “Un amico sconosciuto è mio amico, uno che non conosco, uno sconosciuto, lontano, lontano”. Credo che questa sia la grande evidenza e urgenza di oggi: ritornare a concepire l’umano sconosciuto e lontano come una grande forma di amicizia da proporre, incontrare e intrecciare. Nei miei romanzi racconto momenti di amicizia assoluta, momenti in cui non c’è stato bisogno di parole, in cui l’altro, lo sconosciuto, ha persino messo a rischio la propria vita per me, che ero ai suoi occhi uno sconosciuto quanto lui lo era per me. La grande sfida oggi è tornare a guardare l’umanità sconosciuta come un’umanità che chiede di essere conosciuta. L’amico non è solo chi appartiene al nostro perimetro; la sfida è conoscere l’amico che ancora non conosciamo. Grazie.» 

Alessandro Banfi:

«L’amico sconosciuto. Proviamo a fare un altro passaggio. Chiedo agli attori di leggere un altro brano dal libro di Sua Eminenza.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (da Amicizia di José Tolentino de Mendonça):

«L’amicizia è un miracolo che conserva serenamente l’apparenza che non vi sia proprio alcun miracolo: è solo la naturalità della vita che procede. L’amicizia è una maniera di esporsi all’altro, un esporsi che però non infrange il riserbo, non invade la solitudine. L’amicizia non solo custodisce il silenzio, ma dal silenzio è custodita. L’assenza di amici ci fa ammalare: necessitiamo del riconoscimento mutuo, da persona a persona, un riconoscimento non fondato sul confronto o la competizione, ma sull’affetto; non determinato dalle mere leggi della giustizia o dai vincoli del sangue, bensì basato sulla gratuità. Non è raro che la necessità avveleni la nostra relazione con Dio. Ora, l’amico non è il necessario: è eletto, è gratuito. L’amicizia è un’esperienza sorretta dal perdono. Chi è amico soltanto del proprio amico non rende di per sé il mondo migliore. L’incongruenza non conta quando si parla di amicizia. Quello che sappiamo è che senza l’amicizia la donna o l’uomo vivrebbero come in esilio. L’amicizia ci autorizza a dire: ‘Io sono perché tu sei’.» 

Alessandro Banfi:

«Devo dire che ci sono tanti passaggi belli in questo libro, ma questo mi ha colpito particolarmente. C’è una citazione involontaria, o meglio una coincidenza, con quanto detto da Daniele: “Chi è amico soltanto del proprio amico non rende di per sé il mondo migliore”, un concetto molto vicino a quello dell’“amico sconosciuto”. Di questo brano mi hanno colpito molte cose, ma voglio sottolineare la gratuità e il perdono, che mi sembrano non solo regole dell’amicizia, ma della vita stessa. Questa attività umana naturale, l’amicizia, ha bisogno di questi due fattori, che profumano di divino.» 

José Tolentino de Mendonça:

«Quando pensiamo all’amicizia, pensiamo per esempio alla reciprocità: l’amico è colui che possiamo guardare negli occhi, che ci risponde, che ci accompagna con la sua presenza, che ci nutre in tanti modi. Ma l’amico non è prezioso solo perché introduce dinamiche di risposta; lo è anche perché ci permette di sperimentare la pura grazia della gratuità. Parlando di don Luigi Giussani, lui diceva dell’amicizia: “Possiamo considerarci amici quando il destino dell’altro è da noi amato sopra ogni cosa”. Questo mettere l’altro al centro, nella forma più disinteressata possibile, rende la nostra esistenza più grande. Ogni amico amplia la nostra vita, offrendoci la possibilità di sperimentare dimensioni dell’umano e dello spirituale. L’esperienza della gratuità ci dà il sapore di qualcosa di divino, che possiamo cogliere nella nostra esistenza. 

L’amicizia è, come diceva il mistico, “una rosa senza perché”. Non riusciamo a giustificare perché siamo amici di una certa persona, né a ricordare l’esatto momento in cui lo siamo diventati. Spesso accade che diventiamo amici senza accorgercene, e quando ce ne rendiamo conto, lo siamo già. C’è una pura grazia che si gioca nell’amicizia, una scuola del dono, della donazione di noi stessi agli altri. 

Parlando del perdono, penso anche al suo senso etimologico: in perdono, il prefisso per- indica un’azione compiuta pienamente, come nella parola donazione. Nel perdono c’è una donazione totale. Nell’amicizia sperimentiamo questa donazione in una forma leggera, perché gli amici sono anche maestri di leggerezza, di qualcosa che è vicino a un soffio, a un sorriso. Questa è la scuola dell’amicizia. 

Una cosa importante da riflettere è che, pur avendo tutti la capacità di essere amici, questa capacità va coltivata. Dobbiamo imparare a essere amici. Quello che stiamo facendo qui non è intrattenimento: ognuno porta con sé la propria esperienza, ciò che sa o non sa dell’amicizia, la propria ricerca. In una società sempre più dipendente dalla tecnologia, dove manca la tensione verso la persona, rischiamo di diventare analfabeti degli affetti, analfabeti dell’amicizia. 

Mi ha colpito, nell’enciclica Fratelli tutti, che Papa Francesco faccia quasi un’equivalenza tra fratellanza e amicizia sociale. Un amico è un fratello che scegliamo. L’amicizia ha una dimensione personale, ma anche politica, sociale. È fondamentale che le nostre società promuovano una riflessione sull’amicizia, non come un tema laterale, ma come una priorità. In un mondo polarizzato come il nostro, l’amicizia è una chiave di speranza. Ognuno di noi porta con sé il capitale per costruire amicizie, anche con l’“amico sconosciuto” di cui parlava Daniele. Questo è decisivo per il futuro. Grazie.» 

Alessandro Banfi:

«Stiamo imparando molto sull’amicizia oggi, riflettendo insieme. Nel tuo ultimo libro, Daniele, hai scelto la fiction, abbandonando, almeno in parte, la strada dell’autobiografia. Racconti la storia di un padre e di un figlio autistico. Sentiamo un brano da Fame d’aria, e poi ne parliamo.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (da Fame d’aria di Daniele Mencarelli):

«Gaia, con la sua indole, cerca di trovare l’unica fiammella in mezzo al dominio del buio. “Avrete amici, suppongo, oppure qualche associazione che si occupa di questo tipo di patologie, che vi dà una mano”. Pietro non è più abituato a sentirsi uscire dalla bocca la verità. “Se vuoi ti dico di sì, ma no, nessuno. Gli amici che avevamo, quasi tutti si sono spaventati, o forse ci siamo chiusi noi, chissà. Le associazioni ci sono, tante, sono per bene, ma alla fine fanno il loro, non possono certo sostituirsi a un familiare”. E a tutte le altre difficoltà Gaia si avvicina, lui ne è quasi intimorito. “E tu, tu come stai?”. Nessuna risposta, solo un’alzata di spalle. “Dai, raccontami, a chi vuoi che lo dica?”. Vorrebbe tacere, come suo solito. “Ora viviamo una specie di consuetudine, di normalità molto faticosa e poco felice, ovviamente. Ma quando l’abbiamo scoperto, quando abbiamo capito che, malgrado tutte le promesse, le terapie, i suoi miglioramenti sarebbero stati minimi, sapere che non vedrai mai tuo figlio calciare un pallone o giocare con gli altri… In quegli anni è stato terribile. La sera io e Bianca ci sedevamo ai piedi del letto, ci domandavamo a chi lo avremmo lasciato, chi lo avrebbe difeso quando noi non ci saremmo stati più”.» 

Alessandro Banfi:

«Qui c’è un paradosso: Gaia offre un’amicizia a chi sta vivendo un vero isolamento. L’amicizia ci toglie da quell’isolamento che può farci mancare l’aria, come suggerisce il titolo del tuo libro. Parliamo di questa “fame d’aria” e del tema dell’isolamento.» 

Daniele Mencarelli:

«Parlando con un regista teatrale, mi diceva che il mondo borghese ha creato il dramma, perché nella storia classica esistevano la tragedia e la commedia. Nel caso di Pietro, quando un uomo tenta di schermare la propria sofferenza ma non ci riesce, pone l’altro di fronte a una scelta: girarsi dall’altra parte, non accogliere quella sofferenza, oppure, spesso sorprendendo per primo se stesso, farsi carico di quella sofferenza. Pietro è un uomo che tenta di proteggersi, ma non ci riesce. Mostra una sofferenza che, senza chiederlo esplicitamente, dice: “Tu mi devi aiutare, io non te lo dico, ma mi devi essere amico”. E trova nell’altro un risveglio della compassione. 

Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi. Viviamo in un’epoca che ha trasformato la compassione in un sentimento negativo. Quando vado nelle scuole, spesso incontro ragazzi che piangono raccontando il loro dolore interiore, ma la prima cosa che dicono è: “Non voglio la compassione di nessuno”. Io rispondo: “Perché? Io voglio la compassione di tutti!”. Pietro trova negli altri una nuova casa, un luogo dove rinascere. 

Non posso non tornare alle parole di Sua Eminenza, che mi hanno stordito. C’è una registrazione, sbobinatele! Ha detto una cosa fondamentale: la vera misura dell’amicizia è che l’amicizia è un fatto politico. Politico, politico, politico! In che senso? Alla stessa misura della poesia, della letteratura, di tutto ciò che cerca relazione. Cosa rende lecita o illecita una domanda di senso? L’altro da sé, l’amico, qualcuno con cui condividere una domanda, qualcuno che renda lecita una domanda che questo mondo, preda dell’ipertecnologia, sta rendendo sempre più illecita. L’amico è colui che rende possibile qualsiasi domanda sulla nostra natura. Il vero amico non considera illecita una nostra domanda, ma la accoglie e dice: “La provo anch’io”. Questa è la dimensione politica dell’amicizia, la dimensione politica della poesia, che è politica anche quando parla di una madre, non solo quando parla di impegno civile. Abbiamo un concetto riduttivo di politica. Politico è convivere in un luogo, e l’amicizia è quel luogo che rende lecito l’umano, qualsiasi domanda sulla nostra natura. Il vero amico dice: “Comprendo la tua domanda, perché me l’hai fatta scoprire”. Questa è la vera dimensione dell’amicizia, ed è profondamente politica. Grazie.» [Applauso] 

Alessandro Banfi:

«L’amicizia è anche un fatto sociale, come diceva prima il Cardinale. Prima di passare alla prossima domanda, sentiamo un ultimo brano, drammatico ma positivo, di un autore che mi sta molto a cuore, Primo Levi.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (da Se questo è un uomo di Primo Levi):

«Ora, tra me e Lorenzo non avvenne nulla di tutto questo. Per quanto senso possa avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, col suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi.» 

Alessandro Banfi:

«Parole scritte ricordando Auschwitz, dal grande Primo Levi, che dice: c’è stata una persona, di cui fa il nome, Lorenzo, che si salverà dal lager. Una persona che è stata un amico, che, come diceva il Cardinale, “avviene”, e solo dopo capisci il miracolo che è accaduto. Il miracolo di Lorenzo salvò la vita di Primo Levi e la sua memoria. Quelle cinque parole, Eminenza, restano impresse: “una remota possibilità di bene”. Verrebbe da dire che, anche lontano dal lager, anche fuori dall’estremo dolore e dall’estremo male che Auschwitz ha rappresentato, quelle parole sono ciò che ci fa andare avanti: vedere nell’altro una remota possibilità di bene.» 

José Tolentino de Mendonça:

«Sono parole meravigliose, che ci fanno riflettere profondamente. Tornare a Rimini mi riporta alla memoria di un grande amico, perché le prime volte che sono venuto in questa città è stato per visitare Tonino Guerra, grande poeta. In una sua poesia, e nei dialoghi simili a questo, Tonino ricordava spesso che, uscendo dal campo di concentramento in Germania, ciò che lo rassicurò dopo la prigionia fu: “Ho visto una farfalla e non ho avuto voglia di mangiarla”. 

L’esperienza del male può diventare una prigione, se non vediamo un orizzonte di liberazione. Quando quest’uomo esce dal campo ed è ancora capace di meraviglia, di stupore, di gratuità, capisce che è ancora umano. In momenti estremi, come quelli descritti da Primo Levi in questo libro straordinario, Se questo è un uomo, l’esperienza di cui parla è come sopravvivere al male. Non è facile, non è scontato. Levi è stato sottoposto a un’esperienza estrema, ma ognuno di noi, in qualche modo, fa questa esperienza. Come sopravvivere? Sopravviviamo aprendoci a un’esperienza, anche remota, di bene. 

Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace e sopravvissuto al lager, diceva: “Conosciamo il male assoluto, ma dimentichiamo il bene assoluto che è l’orizzonte dell’uomo”. Raccontava che, nel campo, gli bastava sentire qualcuno chiamare non un numero, ma il suo nome, per sperimentare il bene. Essere chiamati per nome da una voce amica, da un testimone che mantiene la testimonianza della nostra vita, della nostra storia, di chi siamo, ci avvicina a questa possibilità di bene. 

Primo Levi racconta la storia magnifica di Lorenzo, un muratore che gli portava avanzi di cibo, una maglietta piena di buchi. Era un testimone credibile del bene, pur nella sua estrema povertà. Levi dice che Lorenzo gli salvò la vita, perché costruì nel suo cuore, colpito in quelle ore buie della sua storia personale, della storia dell’Europa e del mondo, un ponte che collegava il male assoluto alla possibilità di un bene. Questo è sempre ciò che ci salva, la missione che ognuno di noi ha nella vita degli altri.» 

Alessandro Banfi:

«Da Primo Levi, testimone sopravvissuto, passiamo a Etty Hillesum, che non ce l’ha fatta, ma ci ha lasciato un diario meraviglioso. Sentiamo un brano.» 

Lettura di Matteo Bonanni e Laura Palmeri (dal Diario di Etty Hillesum):

«Giovedì, 9 luglio 1942. Parole come Dio e morte e dolore ed eternità si devono dimenticare di nuovo. Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole, come il grano che cresce o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere. E io sono già abbastanza avanti da poter dire sinceramente: spero di andare al campo di lavoro per poter essere di appoggio alle ragazzine di 16 anni che ci vanno anche loro, per rassicurare i genitori rimasti indietro: ‘Non siate inquieti, io veglierò sui vostri figli’. Quando dico che fuggire o nascondersi non ha il minimo senso, che non ci sono scappatoie e che val meglio rimanere con gli altri e cercare di essere per loro quel che ancora siamo in grado di essere, sembra che io sia molto troppo rassegnata. Sembra che il mio atteggiamento sia del tutto diverso da come intendo. Io ancora non ho trovato il tono giusto per spiegare questo mio sentimento intatto e gioioso, in cui sono compresi tutti i dolori e tutte le passioni. Parlo ancora con un tono filosofico e libresco, come se mi fossi inventata una teoria consolatoria per rendermi più piacevole la vita. Per il momento farei meglio a tacere e a essere.» 

Daniele Mencarelli:

«Questa citazione riecheggia molte delle mie riflessioni. Soprattutto, in queste righe c’è un senso profondo di cosa sia la vita. Fa impressione pensare che questo sia una delle ultime pagine del diario di Etty Hillesum, un diario lungo, ricco, copioso, che lei riuscì a mettere in salvo prima di essere deportata ad Auschwitz. È una delle ultime volte in cui arriva al dunque della vita: il problema della vita è esserci. In quei luoghi, in quelle condizioni che nessun uomo vorrebbe per sé o per i propri cari, come diceva Giovanni Testori, “gli ospedali sono gli ultimi centri culturali rimasti in Occidente”. Sembra una contraddizione, ma in certi luoghi, in certe esperienze, dove vive il male assoluto, trova posto anche il bene assoluto. 

Nel leggere Etty Hillesum provo sempre un timore: è una vetta d’umanità che possiamo solo ammirare dal basso. Una donna capace di trarre il bene assoluto da quell’esperienza è straordinaria. Ma torno a Sua Eminenza, perché ha detto qualcosa che si collega a Etty: “Ognuno di noi deve trovare testimoni credibili di bene”. Trovarli è più semplice di quanto sembri. Quando vengo al Meeting, quando frequento luoghi dove il gesto della gratuità, del volontariato, è diffuso come fosse normale, voglio ricordare che voi siete testimoni credibili di un bene che sta accadendo. Questa sala è qui per testimoniare un bene credibile dentro di noi, e non dobbiamo mai dimenticarlo. 

Concludo: credo che un’altra grande rivoluzione ci aspetti, quella di narrare meglio il bene, di narrarlo di più. Il male, il conflitto, come mi insegni, muove la drammaturgia dell’uomo. Il bene è più silenzioso, ma qui è pieno di testimoni credibili e in azione. Ve lo ricordo con affetto. Grazie.» 

Alessandro Banfi:

«Saremmo arrivati alla fine del nostro tempo, ma abbiamo ancora qualche minuto. Mi ha colpito molto una frase di Sua Eminenza: “Abbiamo bisogno di un ponte che ci salvi”. Questo è politico, profondamente politico. I due personaggi che avete ascoltato sono poeti e scrittori le cui parole pesano. Sarà bello riascoltare il video, che grazie all’organizzazione del Meeting potremo rivedere. Questo ponte che ci salva è una cosa in cui non crediamo abbastanza, ma è profondamente vera e può cambiare il mondo. Forse quando eravamo ragazzi lo vedevamo più chiaramente, o forse, quando lo incontri da vicino, la remota possibilità di bene ti spinge a raccontarla agli altri. 

Vi lascio con uno stimolo. Goethe, arrivando in Italia due anni prima della Rivoluzione francese, prese una carrozza – il taxi del tempo – e, scendendo dal Brennero, giunse sul Lago di Garda. Era una giornata ventosa, bellissima, di settembre, una di quelle giornate limpide che ci prepariamo a vivere con entusiasmo. Arrivò a Torbole, davanti a quella visione meravigliosa, e scrisse nel suo diario, perché era solo con il cocchiere: “Come vorrei che i miei amici fossero qua”. L’amicizia è anche questo: quando trovi il bene, hai bisogno di comunicarlo.» 

José Tolentino de Mendonça:

«Riprendo le tue parole, Alessandro, e quelle di Daniele. Prima di venire in questa sala, ho visitato la mostra sulle parole, curata da Micol Forti, una mostra bellissima. Mi ha colpito vedere tanti ragazzi ascoltare il making of di ogni parola, di ogni opera d’arte. Mi ha impressionato osservare un gruppo davanti a una parola – come compassione, famiglia, amicizia. Noi abbiamo fame di parole capaci di accendere una luce non solo nel nostro cuore, ma in questa civiltà, in questo momento epocale di transizione. Una di queste parole è amicizia

Dipendiamo tanto da questa parola, che è stata un cammino per la rivelazione di Dio nella nostra storia. È bello pensare che la Lettera di Giacomo chiama Abramo “l’amico di Dio”, e che il Libro dell’Esodo descrive l’incontro di Dio con Mosè come quello di un uomo che parla con un amico. L’amicizia ci offre la grammatica per entrare nel mistero dell’uomo e di Dio. Questo dobbiamo prenderlo a cuore. 

Daniele ha ribadito la dimensione politica dell’amicizia. Papa Francesco ci guida in questa direzione, presentando l’amicizia sociale come un linguaggio culturale e umano necessario per portare speranza in questo mondo. Grazie.» 

Daniele Mencarelli:

«Di fronte alla bellezza, all’orrore, a tutto ciò che accade nel mondo, l’uomo solo rischia l’analfabetismo esistenziale. Ha bisogno di un “tu” per trovare l’esatta dimensione di ciò che ha davanti e per condividerlo, accrescerlo. L’uomo da solo vive contro natura. Da soli riusciamo in poco, e soprattutto non riusciamo a farci carico dell’elemento più grande: la bellezza. Stare almeno in due di fronte alla bellezza significa moltiplicarla. Da soli non siamo in grado di portarne il peso. Qui oggi siamo anche un po’ di più. Grazie.» 

Alessandro Banfi:

«Il Cardinale ha detto: “Abbiamo fame di parole”. Io aggiungo: abbiamo fame di parole vere. Oggi pomeriggio ne abbiamo ascoltate molte. Grazie. [Applauso] Ringrazio anche gli attori, Matteo Bonanni e Laura Palmeri, per le loro letture.» 

 

Data

24 Agosto 2023

Ora

17:00

Edizione

2023

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri