AL CUORE DELL’ESPERIENZA: PERDONARE È POSSIBILE - Meeting di Rimini

AL CUORE DELL’ESPERIENZA: PERDONARE È POSSIBILE

Al cuore dell'esperienza: perdonare è possibile

Partecipano: Lucia Bellaspiga, Giornalista di Avvenire; Margherita Coletta, Associazione Giuseppe e Margherita Coletta. Introduce Davide Perillo, Direttore di Tracce.

 

DAVIDE PERILLO:
Buon pomeriggio. Benvenuti a tutti. Oggi si parla di altra gente; racconterà altra gente che è rinata in un incontro. E il titolo di oggi, come sapete, è un titolo un po’ strano, perché è: Perdonare è possibile. Perché questo titolo? Perché ci sono parole che è difficile adoperare, hanno un peso, uno spessore tale per cui certe volte è come se si facesse fatica a pensare di poterle includere, come diceva don Giussani, nel vocabolario umano: misericordia, è una di queste parole, e perdono, che è simile. E’ difficile, perché all’uomo, perdonare pare essere impossibile. Eppure è quello che il nostro cuore desidera di più, cioè qualcosa che permetta di vincere il male, di superare il male, di andare al di là del male, della morte, della fatica, del dolore; il perdono è ciò che desideriamo di più, una delle cose che desideriamo di più nella vita è essere perdonati. Beh, questa cosa che desideriamo sembra essere impossibile, all’uomo è impossibile. E allora, quando invece lo vediamo accadere, è un’altra cosa che diventa impossibile, diventa impossibile fermarsi lì, diventa necessario chiedere: come è successo? Come è successo che questa cosa, che l’uomo non riesce a fare, accade? Che cosa rende possibile il perdono? Quando vediamo delle cose come quelle che ci racconteranno oggi le nostre ospiti, le nostre testimoni di oggi, quando vediamo accadere queste cose, allora ci viene lanciata una sfida, perché il cuore percepisce quello che desidera, e la ragione è sfidata a chiedersi: perché, cosa rende possibile questa cosa che io non riesco a fare, che io da solo non riuscirei a fare? Ed è per raccogliere questa sfida che abbiamo chiesto il loro aiuto e che abbiamo invitato le ospiti che vedete sul palco con me.
Una è Margherita Coletta, che vedete qui al mio fianco. Margherita l’abbiamo conosciuta tutti in una maniera imprevedibile, quando quella sera del novembre del 2003, dopo l’attentato di Nassiriya, dopo quei 19 morti, uno era Giuseppe suo marito, la vedemmo comparire impensabilmente ai telegiornali, dicendo parole che in quel momento sembravano, appunto, impossibili. Me la ricordo, con il Vangelo aperto davanti, leggere quel brano: “occorre amare i propri nemici”. L’abbiamo scoperta così, siamo stati colpiti, abbiamo avuto un contraccolpo da quella sera, e vi ricordate le parole, le parole con cui don Giussani, colpito quanto noi e più di noi da ciò che Margherita disse quella sera, le parole con cui commentò quello che accadde a Nassiriya? Le riprendiamo rapidamente, ma vi ricordate che citò Dante don Giussani:
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate
.
In te misericordia, perché l’uomo cade, senza conoscere il dove, il come, il quando; in te pietate, perché l’uomo è debole e contraddittorio, fragile fino alla morte; in te magnificenza, è il comunicarsi di una forza di vittoria, come luce finale; la testimonianza di Dante Alighieri, disse don Giussani, è rifiorita nel dolore della signora Coletta”.
L’abbiamo conosciuta così, ma l’abbiamo conosciuta meglio in questi anni, perché poi da lì l’abbiamo incontrata tante volte, non qui al Meeting, ma so che tanti di noi hanno avuto occasione di conoscerla e di incontrare e di stupirsi per quello che nel tempo è fiorito, è nato, in questi sette anni: l’associazione, di cui ci racconterà dopo, ma soprattutto una possibilità di vita, di respiro, che sarebbe stata impossibile con le sue sole forze, e che invece è accaduta, come ci racconterà.
E l’altra ospite è una sua amica, perché in questo generarsi imprevisto da una esperienza di dolore, uno dei fiori è stata l’amicizia con lei, con Lucia Bellaspiga, che è inviata di Avvenire, che salutiamo. Perché dico, perché dico uno dei frutti impensabili? Perché dopo ci racconterà lei come è nata l’amicizia tra loro, come è nato il libro che hanno scritto insieme. E colpita, commossa quanto noi dall’impatto delle parole di Margherita, l’ha cercata, ha cercato di rispondere alla domanda che le è nata nel cuore: ma come fa a essere così? E sono diventate amiche e ci racconteranno di quello che è nato dalla loro amicizia e che sta nascendo dalla loro amicizia.
Allora quello che vi chiedo è di ascoltarle, paragonandoci, adoperando il cuore, paragonandoci con quello che ci verrà detto e immedesimandoci con quello che sentiremo raccontare. Perché è la modalità con cui possiamo conoscere meglio noi stessi, e per conoscere meglio quello che ci racconteranno, partiamo con un filmato, che fa capire quello che è successo quella sera, anzi quel giorno di novembre del 2003 a Nassiriya. Facciam partire il primo filmato per favore.

Video

DAVIDE PERILLO:
Non è per dare spettacolo, è per immedesimarsi, per cercare di capire. Un camion bomba, trecento chili di tritolo, la base italiana che salta, 19 morti, uno era Giuseppe, il marito di Margherita, che pochi minuti dopo, poche ore dopo, diceva: perdono.
Come è stato possibile, e come è possibile che si generi quello che ci racconterai man mano? Prego.

MARGHERITA COLETTA:
Buonasera a tutti. Vedo che siamo pochi intimi! E’ da tanto che non rivedevo queste immagini, quindi sembra che con il tempo un po’ uno dimentichi, invece, purtroppo non si dimentica; il dolore un po’, passando il tempo, si affievolisce, però adesso rivedendole, è come se uno si ricatapultasse di nuovo a sette anni fa.
Le parole di perdono dette quel giorno, la domanda che hai fatto prima, appunto: come si può perdonare chi ti ha ucciso il marito, chi lo ha ridotto a brandelli insieme ai suoi colleghi? Umanamente questo, credo che nessuno di noi sia in grado di farlo, però scatta dentro, supportato appunto da questa forte fede che io credevo e credo di avere, anche se è un briciolo, magari, rispetto a tutto quello che magari nel corso della mia vita ancora potrò sperimentare. E in quel momento è stato Cristo che ha agito nella mia vita; è come se in quel momento Lui volesse rispondere all’odio con l’amore, perché quello che sarebbe successo altrimenti sarebbe stato proprio quello di rispondere all’odio con altrettanto odio.
Io non so perché quel giorno Lui ha deciso che fossi io a parlare e a dire queste parole di perdono; avrebbe anche potuto scegliere qualcun’altra delle altre vedove, delle altre signore. Io non ho nulla in più rispetto alle altre. Probabilmente anche il fatto di aver perso un bambino, di leucemia, all’età di sei anni, ha fatto in modo che nel cuore della gente magari si innescasse, si inserisse magari una domanda, che probabilmente è stata quella di dire: come può perdonare, dopo che ha perso un figlio e il proprio marito?
Io sinceramente non mi sono né arrabbiata, in quel momento soltanto ho pensato che non avrei più riabbracciato mio marito, che non lo avrei più visto varcare la soglia di casa, magari fischiettando, aprire la porta, entrare e abbracciarmi. Quindi non mi sono nemmeno posta il problema di chi fosse stato a causare quell’attentato, ma non perché sia stata brava io, perché la reazione umana, la prima reazione umana è quella di arrabbiarsi, di provare odio, rancore. Invece in quel momento io ho soltanto pensato che lui non c’era.
Cristo ha messo nel mio cuore un sentimento di perdono, perché il cristiano è questo quello che deve fare, altrimenti tutti noi siamo qualcos’altro. Cristo è venuto ad insegnarci questo, come comportarci, anche perché il Vangelo serve proprio a questo. E’ come se fosse un vademecum per il Cristiano, e questo ci aiuta a vivere meglio i rapporti con gli altri.
Ricordo che quel giorno io ero in giro con la mia bambina, avevamo fatto delle compere ed eravamo state dalla pediatra perché lei aveva qualche problema influenzale.
Mi sono fermata perché mi suonava il cellulare e una mia amica dall’altra parte mi ha detto: hai saputo che cosa è successo ai nostri ragazzi in Iraq?
Non sapevo dove esattamente Nassiriya si trovasse, me ne aveva parlato mio marito, ma avendo parlato di Iraq, che è talmente vasto…
Ma mi ha detto, proprio a Nassiriya, dove ci sono i nostri ragazzi.
E lì è scattato dentro qualcosa che solo chi è moglie può capire, quando l’amore che lega due persone ti fa comprendere che qualcosa è successo all’altra persona che ami.
La prima cosa che ho fatto è di andare subito in caserma per chiedere informazioni al Comandante.
Lui era in borghese, poi all’improvviso ho visto che era andato a mettersi in divisa, e questo mi aveva già fatto sospettare qualcosa.
Da lì a circa un’ora, erano circa le 23.00, ho visto arrivare a casa un Colonnello dei Carabinieri e vedevo lui salire i gradini, perché ero a casa del Comandante di fronte.
La mia mente rifiutava che lui varcasse la soglia di quella casa.
Mi sono resa conto di come la mia mente rifiutasse questo avvicinarsi, perché io già presagivo quello che lui era venuto a dirmi.
Lui è entrato, ha cominciato a piangere, ci siamo abbracciati e quindi non c’è stato bisogno di parole.
Quando poi sono arrivate le telecamere in casa, ebbi l’istinto di prendere la Bibbia in mano, senza rendermene conto.
E quel giorno le parole di Cristo, che aveva detto 2000 anni prima, hanno assunto una valenza diversa.
Era come se fossero diventate vive.
Rivedendo poi le immagini, giorni dopo, mi sono chiesta come ho potuto dire quello che avevo detto, in quel momento di dolore così estremo, il secondo, perché per una donna perdere prima il figlio e poi il marito con cui hai fatto quel bambino, credo che siano i dolori più grandi che uno possa subire nella vita.
Ed io mi sono anche vergognata di me, perché è come se mi fossi messa in mostra di fronte alla gente, invece di piangere mio marito, che sarebbe stata forse la cosa più umana da fare.
Invece poi ho compreso tutto questo, come Dio ci usa, nel senso buono del termine, per arrivare al cuore dei nostri fratelli.
Anche il fatto di stare qui oggi, io ho portato dietro la mia bambina, perché era giusto stare qui, ognuno di noi ha il suo dolore, nessuno ne è esente, però credo che sia giusto condividere quello che Cristo fa alla nostra vita. Credo che questo sia il senso della mia presenza qui oggi.
Nonostante dietro tutto il dolore che mi porto dietro, anche se adesso è un po’ più facile, un attimino più leggero questo peso da portare, però è giusto stare qui insieme a voi per condividere, perché quello che dico a voi adesso lo dico anche a me adesso, perché io non sono qui per insegnare qualcosa a qualcuno.
Quello che dico a voi è anche un monito a me stessa ogni volta, quindi vi ringrazio di avermi invitato per rinfrescare anche a me quello che sto dicendo a voi.

DAVIDE PERILLO:
L’impatto, la reazione di chi ha visto Margherita reagire così, è rimasto commosso, toccato. Dopo ci racconterà che cosa ha generato nel tempo questa cosa, questo impatto,
questa commozione iniziale. Dare credito a questo impatto, a questa commozione iniziale, ha fatto sì che Lucia Bellaspiga, inviata di Avvenire, sentisse il desiderio di conoscerla, di incontrarla.
Ne è nata un’amicizia, un libro Il seme di Nassiriya, dove si racconta che cosa quel dolore ha generato. Però io vorrei chiedere a lei anzitutto come è nata questa amicizia, cosa ha colpito lei e perché la commozione iniziale ed il perdono sono diventate una sfida per lei, che ha voluto vedere che cosa la rendesse possibile. Raccontacelo.

LUCIA BELLASPIGA:
Quello che hai detto tu era proprio vero. Quel giorno della strage ero con tutti i miei colleghi in redazione ad Avvenire e seguivamo con angoscia crescente la serie di notizie che arrivavano da Nassiriya, perché la mattina i morti non erano 19, e vi ricordo che è stata la strage di nostri militari più sanguinosa e più grande dalla seconda guerra mondiale.
E quel giorno ci sentivamo in un film, gli italiani non sono abituati a queste cose, non siamo gli americani, non abbiamo mai grosse perdite.
Pur essendo gli italiani in missione di pace, il teatro era però di guerra ed in un frangente cosi catastrofico, triste, anche per noi giornalisti che normalmente siamo anche un po’ cinici, in un’atmosfera di questo genere io sento dalla televisione delle parole che mi sembrano incredibili, quello che tu hai descritto, e vedo questa ragazza giovane che leggendo, citando il Vangelo di Matteo, dice che bisogna amare il nemico e perdonare il persecutore.
La logica è antica, di 2000 anni prima, sono parole che conosciamo, ma sentirle dire dal diretto interessato, a poche ore dalla strage e sentir dire “amare chi ci vuol bene” è facile per chiunque, ma la sfida vera è amare chi ti ha fatto del male, è una sfida per tutti. Come si fa a pronunciare queste parole, a pronunciarle concretamente, come si fa a dire queste cose?
Perché io lo posso dire dall’alto dello scranno del giornalista, dal pulpito del sacerdote, o dalla cattedra dell’insegnante: però tutto questa è bellissima teoria.
Io dall’amico Socci leggevo una pagina del suo libro dove descrive proprio questo.
Quindi ho sentito fortissima la necessità di incontrare Margherita, l’ho intervistata per Avvenire, e lei mi ha raccontato come era nata in lei questa esigenza di perdonare, etimologicamente poi il per-dono è il dono portato all’ennesima potenza.
Ecco, lei lo incarnava.
Quello che hai appena detto è molto importante, tu hai notato come Margherita non si fosse posta il problema di chi fosse stato, la sua prima esigenza è stata quella di perdonare.
Questo non chiedersi chi è stato, se ci pensate bene, è già alla radice del perdono.
Perché, se a me dite: vi hanno sfregiato l’automobile, io la prima cosa che dico è: chi è stato? Perché voglio la rivalsa, devo sapere su chi mi devo rivalere, se non vendicare.
Margherita non ha mai chiesto chi è stato, ha subito perdonato.
Mi ricorda un altro grande personaggio, che ho conosciuto grazie al giornalismo, che è Carlo Castagna, il nonno sopravvissuto alla strage di Erba.
Anche lui ha pronunciato quasi subito parole di perdono incomprensibili ai più, che hanno fatto dire a molti intellettuali: o è matto, o qui c’è qualcosa da capire in questa sua follia.
E anche lui non ha chiesto chi è stato, si è saputo un mese dopo chi era stato.
Il giorno dopo lui ha detto perdono, perché la risposta è quella di Margherita, l’alternativa sarebbe quella di rispondere all’odio con l’odio.
Bene, la nostra è stata un’amicizia da lontano per molti mesi, perché ci sentivamo tutti i giorni, ma non ci eravamo mai viste, finché Margherita, che è un vulcano in eruzione, non a caso vive sotto l’Etna, ha preso l’aereo ed è venuta a casa mia a Milano, mi ha salutato, mi ha abbracciato, ha ripreso l’aereo ed è tornata in Sicilia.
Quindi, pensate, questo è Margherita, questo e molto altro.
Solo una persona così poteva poi volgere il discorso di morte in un grande discorso costantemente di vita.
Lei un giorno mi disse: la morte si vince solo con la vita, e quindi l’idea del libro, che è venuta a Margherita, mi ha coinvolto in questa splendida avventura per un giornalista. Pensate, per un giornalista, staccarsi dalla cronaca nera, dai fatti di sangue, dai litigi dei politici, dalle bassezze dei corrotti, dal brutto tempo, dal traffico in autostrada, da questi soliti lavori routinari, per addentrarsi invece in una vicenda che era immensa!
Non me la potevo tenere per me, quindi è nata l’idea del libro, che racconta la vicenda di Margherita, ma che anche vuole avere conseguenze sul piano del fare. Quindi ci siamo posti l’obiettivo concreto: raccogliamo i soldi attraverso il libro, non per farli noi, i soldi, ma per rendere possibile ciò che adesso è in fieri nel Burkina Faso (Margherita poi vi dirà).
Ma tante famiglie sono state aiutate anche in Italia, non solo all’estero, ci sono famiglie che non arrivano alla terza settimana perché lo stipendio è finito prima.
E non è retorica, quando poi sentiamo dei fatti di disperazione sempre sui nostri giornali, è perché di risposte forse non ce ne sono state.
Ecco, se io passo due ore con Margherita è terribile, perché il suo cellulare non smette mai di suonare, sono famiglie che chiedono aiuto ed Istituzioni comuni che la cercano.
E lei mi ha insegnato che la Provvidenza arriva sempre.
E qui concludo perché non voglio togliere tempo a parole più importanti, però vorrei dire, sempre con l’occhio del cronista che segue i segni, che fra i semi di Nassiriya ci sono stati questi due anni di incontri con la gente, da quando è uscito il libro.
Noi siamo quasi costrette a dire 10 no e un sì perché ci chiamano in tutta Italia a raccontare di questo libro e della vicenda, e per noi, è una crescita ogni volta, è una condivisione e potremmo fare moltissimi esempi.
Per me giornalista è risollevare la mia professione per raccontare la bella notizia, perché non esiste solo la brutta.
Sono contenta che Avvenire mi permetta anche di raccontare la bella notizia e di amare la mia professione. Grazie.

DAVIDE PERILLO:
Vedete, che la gente cerchi lei è la prosecuzione di quell’impatto, di quella commozione quella sera di fronte a quelle parole.
Allora la domanda diventa ancora più acuta. Cosa rende possibile questo?
Nel libro ci sono alcune pagine molto belle; prendo uno spunto per sottoporlo a Margherita, perché bisogna scavare su questo, bisogna capire, perché quell’impatto, nel tempo, duri e generi.
E qui parlava del suo rapporto con Giuseppe.
“Quando ci si sposa ci si sposa in tre, nel nostro matrimonio era presente Cristo, altrimenti una coppia non regge, e da soli si cade.
Anche oggi siamo in tre.
Occorre che le coppie si donino l’uno all’altro, ad amarsi vicendevolmente mettendo Cristo al centro.
Allora non potranno temere alcun male, qualunque cosa accada, non cadranno.
Le croci che cadranno sulle loro spalle, Gesù le solleverà per loro.
Io lo provo su me stessa. Ho un grande peso da portare, ma Lui non mi abbandona”.
Che cosa vuol dire questo per te oggi, e chi è Lui per te?

MARGHERITA COLETTA:
Lui è stato sempre presente nella mia vita, già dalla mia infanzia, come per tutti i ragazzini nel catechismo, poi ha iniziato a farsi sempre più presente durante il matrimonio, soprattutto con la nascita di mio figlio Paolo. Paolo è stata una benedizione nella nostra vita, purtroppo le cose non sono andate come io e Giuseppe speravamo, perché all’età di 6 anni si è ammalato di leucemia, e nel giro di sei mesi non è stato più con noi. Anche questo evento, è proprio come se tutto iniziasse dalla morte di Paolo, questo seme di Nassiriya appunto, è già nato dalla morte di Paolo, è stato tutto un percorso, un percorso che Cristo già conosceva e io credo che la mia forza, la nostra forza, sia proprio questa: il fatto di sapere che Cristo sa le cose in anticipo, ancor prima che accadano. Non le evita, perché non le evita? Questo non sta a noi saperlo. Io, per farmi forza, penso sempre appunto a Cristo in croce: Cristo, il Figlio di Dio, non è stato risparmiato dalla croce, Dio poteva, poteva in un solo istante fare in modo che questo non accadesse, però cosa c’è stato dietro la croce? La resurrezione, altrimenti io non starei nemmeno qui oggi a parlare. Perché io sono certa che tutto quello che è accaduto, la morte di mio figlio, quei bambini in ospedale, una realtà che prima della malattia di mio figlio io non conoscevo, come ha detto Lucia prima, se non sperimenti questo dolore, non lo riesci a vivere e capire fino in fondo. Non riesci quindi stare anche a contatto con l’oncologia pediatrica, appunto, e vedere questi bambini morire. Io pensavo che al mio non sarebbe mai accaduto, perché? Perché io pregavo, anche questa fede all’inizio, conteneva un po’ di richiesta, era una fede che pretende. All’inizio dicevo: io prego, quindi Dio me lo salva. La mia fede era questa domanda e risposta, io mi sentivo in diritto che mio figlio venisse salvato magari rispetto agli altri, perché io pregavo. Poi ho capito che non funziona così.
Il fatto che Paolo non è più con me non vuol dire che Dio non mi abbia ascoltato, probabilmente, sicuramente i miei desideri non erano quelli che Dio aveva per mio figlio, perché mio figlio era un dono, io avevo solo il dovere di crescerlo, di aiutarlo qualora fosse stato possibile, ma sono certa che comunque Dio mi ha ascoltata, che mi ha sorretta, perché nessuno riesce a vedere il proprio figlio con degli aghi per fare la chemioterapia nella schiena, degli aghi enormi, oppure riesce a resistere lì impassibile senza poter fare nulla. Ed è proprio questo che ha mosso Giuseppe. Perché Giuseppe ha iniziato ad andare in missione di pace all’estero? Proprio perché non avendo potuto fare nulla per nostro figlio, lui ha cercato di portare sollievo attraverso un’ istituzione che lui amava, l’Arma dei Carabinieri; quindi gli ha dato anche la possibilità, come diceva lui, di far arrivare più lontano la divisa che indossava. La mia vita è stata come un puzzle, man mano ogni tassello è andato al suo posto, ancora non è completo, altrimenti non starei qui. Man mano che la mia vita sta andando avanti, anche nelle difficoltà, perché non crediate che, cioè io stessa non credo che siano finite le sofferenze della mia vita, oppure, “ormai quello che io avevo da dare, l’ho dato”, può darsi che ce ne saranno anche altre, però quello che rimane presente è questo rimanere ancorati in Lui, io mi sento come aggrappata a questa croce, perché so che è l’unica salvezza per me e per tutti noi, anche se devo essere sincera, questo ultimo anno è stato un anno davvero difficile per la mia vita; mi sembra giusto anche condividere con voi la fragilità che io provato in questo ultimo anno, la mia piccolezza, la mia nullità. Magari il fatto di essere andata in giro anche a parlare di Gesù, è come se io ormai lo ritenessi una presenza costante nella mia vita, forse ormai lo davo per scontato, e quindi nell’istante in cui ho fatto determinate scelte in questo ultimo anno, che non sono sbagliate, però ho deciso io da sola, sono crollata. Ho davvero sperimentato cosa significa sprofondare nell’abisso, cosa che non avevo sperimentato con la morte di mio figlio e di mio marito. Vi chiedete: Com’è possibile? Il dolore più grande, come ho detto prima, è proprio questo: perdere prima il figlio e poi il marito, però questo, aggrappata a Cristo assume una valenza diversa, viene trasformato, diventa un qualcosa che fa rifiorire. Invece quello che ho sperimentato quest’anno, rapporti, relazioni anche con le persone, ho sperimentato la cattiveria dell’altro, che io forse fino in fondo credevo che non esistesse, invece purtroppo esiste, e solo se sei sublimata dall’amore che uno ha per Cristo, riesci a superarla, riesci anche ad accettare l’altro com’è. Ho sperimentato anche la natura umana. Io sono stata spostata solo con mio marito, quindi non ho avuto altre esperienze; purtroppo ho sperimentato anche il tipo di uomini che esistono, un’altra realtà che non conoscevo, che non è stata un errore, casomai è stata una crescita, per essere magari più attenta nel valutare anche le persone, come dice Gesù nel Vangelo: “prudenti come i serpenti, e docili come le colombe”. Quindi credo che nella vita di ognuno di noi non ci siano degli errori, ci siano delle esperienze che uno si porta dietro, e probabilmente non potrei prendere parte un giorno a quel posto che Cristo ha preparato per tutti noi, se non avessi sperimentato fino in fondo la mia piccolezza. Quindi io oggi vorrei usare un termine che don Giussani ha usato parecchie volte e che io magari non ho compreso fino in fondo: “Rifiorire”. Io adesso mi sento Margherita, non mi sento solo “la vedova di”, mi sento una persona, ho una mia identità, ho un rapporto personale con Cristo, quindi mi sento cresciuta nella fede, ho una fede più adulta. Non che quello che io abbia detto prima è cancellato, però adesso è diverso, è un rapporto davvero personale con Lui, anche perché, vi racconto questo perché non voglio che tutti voi o chi magari mi incontra, mi metta su un pulpito e dica: “No, io non sarò mai come lei!”. Io sono come tutti voi, ho i miei pregi, ho tanti difetti, però davvero, siamo tutti uguali, quello che fa la differenza è davvero rimanere aggrappati a Lui, e vi assicuro, come c’è scritto in quella frase, che si cade, ci si rialza, si cade e ci si rialza nuovamente, ma vi assicuro che Cristo è sempre presente e che siamo noi ad allontanarci da lui, non è mai lui ad allontanarsi.

DAVIDE PERILLO:
E per te Lucia, cosa ha voluto dire però diventare amica di una testimone così? Personalmente, cosa vuol dire lavorare gomito a gomito e essere amici di una persona che vive con questa intensità il rapporto con Cristo? Cosa ha cambiato?

LUCIA BELLASPIGA:
Eh, è un bel problema. E’ un bel problema perché vivere con uno tsunami accanto, ti assicuro che non è facile in tutti i sensi, perché ti senti ancora più piccolo di come ti sentivi prima, perché ti poni comunque a confronto, perché ti chiedi cento volte al giorno: “Ma io sarei capace di dire, di fare tutto quello che fa e che dice lei?” E perché comunque ti senti, grazie a Dio, coinvolto e trascinato: ci sentiamo più volte al giorno in certi periodi, e ogni volta che lei ha un’idea, all’inizio mi spavento, e poi dico: “Alla fine ha sempre ragione lei, porta sempre a qualcosa di positivo, anche attraverso le avversità, le difficoltà”. Adesso probabilmente a novembre andremo insieme in Africa, lo dico qui, così magari c’è qualche collega del Giornale che lo scrive e il mio Direttore lo viene a sapere senza che debba andare a chiedergli i giorni di permesso, perché vogliamo andare appunto in questi villaggi del Burkina Faso dove lei si è già recata così, senza pensarci più di tanto, e dove i bambini lei li ha trovati col ventre gonfio non perché mangino tanto come i nostri, ma perché hanno la schistosomiasi, o le altre malattie parassitarie che fanno esplodere gli organi interni e portano a morte dolorosa. Ecco, tutto questo per un vermiciattolo che è nell’acqua non potabile. E quindi, come dicevo prima, è andata a porre fisicamente la prima pietra di quell’orfanotrofio che adesso è un bellissimo edificio, e ha fatto scavare questo pozzo che adesso serve anche i villaggi circostanti, quindi le malattie man mano spariscono, non solo nella zona dell’orfanotrofio, ma in tutti questi villaggi, e così via. Quindi, se noi giornalisti siamo un po’ quelli che raccontano però magari non fanno, che giudicano, ma guai a giudicare noi tante volte, siamo una categoria un po’ strana, che predicano sempre benissimo, e poi bisogna vedere: qualcuno razzola molto bene, qualcun altro no. Ecco, vivere con Margherita accanto è la pietra del paragone: io capisco che se scrivo, parlo e poi non faccio, mi sento molto più ipocrita di prima. E per me è una grazia quotidiana. Io ringrazio veramente tutte le sere Dio perché me la messa accanto, quando provo a riavvolgere il nastro e ricordo quella famosa sera in cui l’ho vista al telegiornale, tra l’altro io ho scoperto solo in un secondo tempo che nello stesso momento, nello stesso istante anche don Giussani la stava vedendo la televisione e infatti poi ha scritto quella preghiera cui hai accennato prima. Quindi, come sono rimasta scioccata io, lo siamo rimasti in tanti. Ecco, riavvolgendo il nastro e ritornando a quella giornata drammatica, capisco quello che dice sempre Margherita: anche il male più grande porta poi a qualcosa, a un bene. È questione di logica naturalmente, io torno al mio concetto, la fede anche come logica, perché la fede non deve essere nemica della razionalità, anzi guai. C’è questo grande fraintendimento soprattutto in chi non ha la fede, la fede è la negazione della logica, assolutamente no, e d’altra parte per chi crede che Dio è amore è assolutamente irrazionale e illogico pensare che Dio possa volere il nostro male. Quando poi io come tanti altri chiediamo a Margherita, come si fa ad avere una fede come la sua, lei mi risponde: “chiedila, chiedila, prega”. Capite questo per me che impulso, che continuo stimolo, che grazia, ecco che grazia è stata?

DAVIDE PERILLO:
Vedete cosa genera una amicizia presa sul serio: uno dei primi frutti del seme di Nassiriya, l’altro è questa Associazione di cui abbiamo sentito parlare. Una Associazione che si occupa soprattutto di bambini nei paesi più poveri e nasce dal fatto che Giuseppe, il marito di Margherita, anche per la vicenda vissuta in famiglia con Paolo, era appassionatissimo alla sorte dei bambini che incontrava nelle sue missioni all’estero e questa modalità per ricordarlo che ha scelto Margherita che adesso ci racconterà, è un altro frutto impensabile di quella tragedia che abbiamo visto prima. Però vorrei che ce la raccontassi tu: che cos’è questa Associazione, che cosa fa?

MARGHERITA COLETTA:
Dopo i funerali che si erano svolti a Roma, abbiamo fatto i funerali, appunto, ad Avola, il luogo appunto dove eravamo nati io e Giuseppe. Io poi mi sono trasferita in Sicilia e quindi sono tornata a Napoli per fare il trasloco e una sera eravamo con gli amici, appunto, il Comandante della caserma e tutti gli altri amici che comunicavamo con Giuseppe ed eravamo tutti mi ricordo nel soggiorno seduti e parlavamo di Giuseppe, della vicenda, il dolore era ancora abbastanza recente quindi. Non mi ricordo di preciso chi è stato di loro che ha detto: “perché non facciamo qualcosa affinché Giuseppe venga ricordato in maniera concreta, non soltanto il ricordo magari una volta all’anno oppure il parlarne ogni tanto in modo che ci teniamo uniti, andando io poi ad abitare in Sicilia e voi in Campania”. Volevamo creare un legame che ci tenesse uniti, perché poi si sa purtroppo che, cambiando luogo, ognuno continua la propria vita, come è giusto che sia d’altronde e ricordo che uno di loro disse: “perché non costituiamo una Associazione?” Siccome io mi sono sentita sempre una piccola creatura e lo sono tutt’ora, io non sono nulla di straordinario, però ricordo che dissi: “Facciamo una cosa, chiediamo a Dio se è d’accordo con questo”. Io non avevo la più pallida idea di come si potesse gestire un’Associazione, essendo una mamma e una moglie e ricordo che dissi: “Facciamola e se un giorno questa associazione verrà fuori, se Dio vorrà, ci aiuterà, quindi ci aprirà la strada oppure se lui non è d’accordo ci metterà i paletti, tanto Lui sa come fare e quindi un giorno se questa associazione prenderà vita la chiameremo, appunto, Bussate e vi sarà aperto”. Ma io l’ho buttata lì questa frase, cioè nemmeno ci pensavo più; di lì a poco ci siamo trovati dal notaio di Avola dove io mi ero trasferita con alcuni colleghi, amici di mio marito e miei e quindi ci siamo trovati da questo notaio a concretizzare quello che s’era detto quel giorno. Perché è nata? Aall’inizio sinceramente io volevo affiancarmi a qualche altra associazione già esistente, perché sono sempre convinta che è giusto collaborare, lavorare insieme, però non so il motivo ed è nata così. E quindi abbiamo fatto lo statuto, ci siamo messi d’accordo con i soci fondatori e ci siamo proposti, appunto, di aiutare prevalentemente i bambini in difficoltà. I bambini hanno una famiglia, quindi, i bambini e di conseguenza anche le famiglie con piccoli progetti, non è che noi dell’Associazione vogliamo salvare il mondo, e se uno comincia ad avere progetti così grandi non arriva da nessuna parte, ma dei progetti concreti con un inizio e una fine: dalla borsa della spesa all’affitto della casa per le persone, perché questo per le grandi realtà magari può non significare nulla, però invece per chi lo vive quotidianamente è difficile riuscire davvero, come diceva Lucia, arrivare a fine mese. La povertà non è solo in Africa, cioè uno non può pensare di fare le cose soltanto lontano da noi e quindi l’Associazione si prende cura delle problematiche di cui ogni giorno noi veniamo a conoscenza e che non cerchiamo fra l’altro: Dio sa quale sono le nostre intenzioni, quindi anche le problematiche che ci vengono poste Lui sa già quali sono e quindi noi per quello che possiamo, facciamo. L’Associazione non ha nessun contributo né dalle Province né dal Comune né dalle Regioni, da nessuno, sono soltanto donazioni libere dei cittadini e soprattutto questo centro che abbiamo fatto in Africa lo abbiamo fatto grazie ai proventi del libro. E poi da tante realtà, ad esempio c’è stata una associazione, no una azienda di Piacenza che ha voluto farci un bonifico di duemilacinquecento euro, avevano visitato il sito, gli era piaciuto questo nostro progetto, così la Provvidenza, come la chiamiamo noi, ci aiuta. Quindi l’Associazione si prende cura delle piccole, anche piccole problematiche. Questo progetto del Burkina Faso, se vogliamo, è un po’ ambizioso, infatti all’inizio non volevo nemmeno iniziare questo progetto perché avevo paura di non essere in grado insieme agli altri di portarlo avanti, perché già basta dire Africa, è talmente distante da noi che hai paura che si perdano i soldi; insomma il difficile non è raccogliere i fondi, più che altro è portare a buon fine poi questo progetto. Siamo arrivati a tutt’oggi, il centro è stato quasi ultimato, questo pozzo dell’acqua è stato frutto di un desiderio espresso da un sacerdote del Burkina Faso, che si è trovato nel mio paese. Stava facendo un corso di aggiornamento, quando è entrato nel mio negozio che ho ad Avola, un negozio di articoli religiosi, per chiedere aiuto, perché gli si era scucito il colletto della camicia sacerdotale. Nel negozio ha visto un quadro che raffigurava mio marito, mi ha chiesto “chi è quest’uomo in divisa?”, ho detto “questo è mio marito” e ricordo che mi ha detto “ma perché non me lo presenti”, ho detto “guardi è un po’ troppo distante per farglielo conoscere”. Poi lui ha espresso il desiderio del pozzo perché è venuto a conoscenza della realtà associativa che avevamo e io ho detto: “Senti Gesù, se tu vuoi che questa cosa si concretizzi, fai come hai fatto per tutto il resto”. Siamo stati in Africa, abbiamo conosciuto personalmente il Vescovo della Diocesi di dove stiamo costruendo il pozzo e abbiamo consegnato diecimila euro di acconto al Vescovo nelle sue mani per iniziare i lavori; abbiamo continuato facendo i bonifici e tutto il progetto è venuto a costare quarantacinquemila euro, sia il centro orfani che il pozzo per l’acqua. Adesso abbiamo mandato altri settemila euro per acquistare dei lettini e il necessario per arredare l’interno e noi come Associazione ci siamo fatti carico di sostenere tutti i bambini del centro annualmente che ospiterà 64 bambini orfani. Perché se a uno gli dai la bici e poi non gli insegni a pedalare non serve a nulla, noi abbiamo deciso di sostenere cioè di finalizzare tutto in quel villaggio, in quel luogo, altrimenti fare un po’ qua un po’ là, uno vanifica un po’ le cose. La Provvidenza ci aiuterà, ci sosterrà, di questo sono certa e questo progetto appunto credo che sia il modo migliore per ricordare il sacrificio di mio marito e dei suoi colleghi, perché l’orfanotrofio verrà intitolato, appunto, a tutti i 19 caduti a Nassiriya il 12 novembre del 2003 e il pozzo per l’acqua invece verrà dedicato a Luana Englaro. Io ho avuto un rapporto speciale con lei, io dico che tutto il dolore che ho provato nella mia vita non è paragonabile a tutte le grazie che ho ricevuto, a tutti i doni che Dio mi ha fatto incontrando tanta, tanta gente Eluana è stata una di queste. A lei come tutti noi sappiamo è stata tolta la vita togliendo l’acqua e il cibo quindi ho pensato che il modo più bello per ricordare lei sia appunto, in maniera diversa, il dar da bere. Mi perdonerete io ho montato un piccolo video. Avevo poco tempo a disposizione per rendervi partecipi davvero perché le parole sono belle però alle volte, almeno io la vedo così, anche le immagini entrano proprio nell’anima quindi ho montato questo video proprio per poter condividere con voi tutte queste realtà, quindi scusatemi se non è un gran che però davvero l’ho fatto davvero con il cuore.

DAVIDE PERILLO:
Vediamolo, vediamolo. (filmato). Vedete amici quello che abbiamo assistito è una sfida, è una sfida. La commozione iniziale, il contraccolpo che abbiamo avuto la prima volta sentendo quelle parole di Margherita sono diventate una sfida e non si può stare di fronte a quello che abbiamo sentito e visto senza fare i conti con una domanda e questa domanda scava. Come è possibile questo? Come è possibile che da un dolore, che dallo strappo di una ingiustizia, di una doppia ingiustizia, l’ingiustizia più grave che si possa soffrire, subire, doppia perché al male si aggiunge l’ingiustizia del male della persona più cara che ti viene strappata: tuo figlio prima e tuo marito dopo. Si aggiunge il dolore di un altro male che a strappartelo è stato un altro che guidava quel camion bomba. L’ingiustizia è ancora più acuta e il nostro cuore invece desidera la giustizia, desidera il bene, la felicità. Come è possibile che da un male così, che sembra la negazione di ciò che il nostro cuore desidera, nasca un bene, nasca qualcosa, venga generato qualcosa, fiorisca qualcosa. Questa domanda è una sfida con cui occorre fare i cont, perché abbiamo visto, abbiamo visto che quello che è impossibile, che umanamente è impossibile accade. E la cosa impressionante è che accade continuando nel tempo, generando nel tempo, perché una umanità particolarmente acuta e sensibile, uno che sente quel desiderio di bene che nel nostro cuore è così forte e potente, può anche avere il contraccolpo iniziale di dire “perdono, perché ci deve essere qualcosa di più grande del male che vedo”. Uno su mille, uno su un milione può anche pronunciare questa parola come contraccolpo iniziale ma che questa cosa nel tempo, quando il dolore dello strappo si fa più acuto, quando la solitudine si sente di più, che nel tempo duri e generi, faccia fiorire fino, fino a iniziare a cambiare la vita di una persona, di quei volti in Burkina Faso, capite, cioè l’altra parte dell’universo, questo è una cosa umanamente inspiegabile, umanamente inspiegabile, è una sfida per la nostra ragione, eppure accade. Abbiamo visto, lo vediamo e se accade può voler dire soltanto una cosa, che la nostra ragione è obbligata, è obbligata a fare i conti con qualcos’altro. E una cosa così può accadere soltanto se uno sta vivendo un’esperienza, cioè il rapporto con qualcosa che è più grande della morte, che è più forte della morte, che dal male genera, dalla morte fa fiorire qualcosa di più grande della morte e non può essere una idea, non può essere una parola, non può essere una frase, non può essere un pensiero, perché nulla di tutto ciò può essere più forte della morte, deve essere qualcosa di presente, di reale, una presenza più forte della morte, qui e ora, perché la nostra vita si gioca qui e ora e quello che stiamo vedendo accadere e quello che abbiamo visto sta accadendo qui e ora. Allora siamo obbligati a cedere, siamo costretti a cedere, siamo costretti a riconoscere questa Presenza. Nella nostra vita, entra, può entrare qualcosa di più grande della morte: Cristo. E abbiamo visto che cosa genera questo, che cosa fa nascere questo: abbiamo visto i segni, abbiamo visto l’amicizia, abbiamo visto il modo con cui Lucia parlava dell’amicizia con Margherita, una grazia, cioè una sfida continua, abbiamo visto che cosa è iniziato nelle vite di quei bambini africani, ma abbiamo visto soprattutto – che è la cosa più sorprendente – abbiamo sentito Margherita che diceva: “Io adesso, dentro tutta la fatica, l’ultimo periodo (parlava dell’ultimo anno, perché la vita non è che diventa rose e fiori, continua come prima, i problemi sono quelli di prima, le fatiche i dolori sono quelli di prima, ma se si vive il rapporto con questo qualcosa, Qualcuno più potente della morte accade quello che ha detto Margherita prima) io ora sono Margherita”. Vi ricordate? L’io fiorisce, nel rapporto con Cristo l’io fiorisce.
Capite che non è immaginazione. È l’unica spiegazione possibile di quello che abbiamo visto. La cosa impressionante è questa: che il perdono diventa possibile, che vincere il male diventa possibile, che quello che desideriamo di più diventa possibile! Diventa possibile grazie alla misericordia di Cristo, diventa possibile grazie alla presenza di Cristo nella nostra vita, diventa possibile, reale, possiamo farne esperienza. Allora l’unica questione è che questo rapporto duri. È cedere a questo rapporto, è affezionarsi, attaccarsi a Lui, aggrapparsi a Cristo, come diceva Margherita prima: aggrappati a Lui. Non c’è altro. Quello che desideriamo di più, qualcosa di più forte del male e della morte, accade nella nostra vita, è entrato nella nostra vita e possiamo aggrapparci a Lui. E se Lui è più forte della morte e dell’ingiustizia, capite come travolge tutte le difficoltà e quelle piccole grandi ingiustizie e dolori e fatiche che viviamo giorno per giorno nella quotidianità? Quelle piccole morti, mortificazioni che subiamo tante volte nel quotidiano, che ci sembrano tante volte problemi insormontabili; ma sen nella nostra vita c’è una presenza più grande della morte, che permette quello che abbiamo visto, che permette il perdono, che permette che dal male fiorisca il bene, se nella nostra vista c’è questo non possiamo aver paura; se siamo leali con quello che vediamo accadere, con quello che nel nostro cuore riconosce, possiamo non aver più paura di nulla e affronteremo tutti i problemi che ci capitano, tutte le difficoltà e tutte le piccole e le grandi tragiche e dolorose e faticose morti della nostra quotidianità senza paura. Non c’è nulla di più desiderabile nella vita che accada. Abbiamo visto che accade. Allora la sfida che ci è stata lanciata oggi e di cui siamo grati, siamo gratissimi a Margherita e Lucia, la sfida che ci è stata lanciata oggi è questa. È quella che ci ha lanciato Lui, è quella che ci ha lanciato Cristo, se la prendiamo sul serio è la stessa cosa: senza di me non potete fare nulla, se rimanete in me, farete cose ancora più grandi di quelle che avete visto. La sfida che ci viene lanciata è questa. E quello di cui possiamo fare esperienza, quello che il nostro cuore desidera verificare nella vita è questa possibilità che abbiamo intravisto. Allora di questo siamo grati alle nostre ospiti di oggi e siamo grati, se permettete, anche a quei 19 ragazzi che quel giorno di novembre del 2003 sono morti. Neanche loro immaginavano di poter generare qualcosa attraverso quella modalità impensabile che è accaduta, eppure è stata bene. Allora dobbiamo ringraziare anche loro.
Infatti Margherita mi diceva prima: guardate, io ci tengo tantissimo, ancora più dell’altro filmato sull’associazione, ci tengo tantissimo a far vedere quelle 19 facce ed è quello che facciamo adesso, perché è giusto ricordare quei 19 carabinieri morti, dalla cui morte si sta generando quello che abbiamo visto.
Prego, facciamo partire l’ultimo filmato.

Video

LUCIA BELLASPIGA:
Vorrei unirmi a voi in questo lungo applauso, però ricordandovi che oltre ai dodici carabinieri uccisi, ci sono cinque soldati dell’esercito e due civili, di cui uno era lì come volontario della Cooperazione Internazionale. Nello stesso attentato sono morti nove iracheni, quasi tutti bambini e facenti parte della stessa missione di pace. Vi chiedo lo stesso applauso per loro.

DAVIDE PERILLO:
Vi prego soltanto, e prego me stesso, di una cosa: di raccogliere questa sfida fino in fondo, cioè di fare i conti con questa presenza che rende possibile quello che abbiamo visto: che la nostra vita generi e che anche il dolore e il male generino.
Grazie a tutti e buon proseguimento!

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria