AL CUORE DELL’ESPERIENZA: FARE IL CRISTIANESIMO IN TERRE DI FRONTIERA - Meeting di Rimini

AL CUORE DELL’ESPERIENZA: FARE IL CRISTIANESIMO IN TERRE DI FRONTIERA

Al cuore dell'esperienza: fare il cristianesimo in terra di frontiera

Partecipano: David Maurice Frank, Indiano della Ahousat Riserve, Vancouver Island; Alfredo Monacelli, Sacerdote della Diocesi di Victoria, Vancouver Island. Introduce John Zucchi, Docente di Storia alla McGill University, Montreal.

 

JOHN ZUCCHI:
Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a questo incontro intitolato Al cuore dell’esperienza: fare il Cristianesimo in terre di frontiera.
Questa terra di frontiera di cui trattiamo oggi si chiama Vancouver Island, che per dirla franca, e considerate dai canadesi più terra dei pensionati che terra di frontiera. Di fatti è una isola splendida piena di alberi altissimi secolari, con una temperatura molto moderata, circondata dall’Oceano Pacifico, con una bellissima vista delle Montagne Rocciose.
In quest’isola si sono incontrate e si incontrano tante culture. A pensare che negli anni 1860 c’era già una grande presenza cinese sull’isola! Ma l’incontro più grande è stato tra quelli di origine europea, soprattutto britannica e I popoli aborigeni, tra i più prominenti di questi i Salish e gli Haida.
In termini di missione, si potrebbe dire che siamo ancora alla frontiera. Figuriamoci che la cosiddetta religione di più rapida crescita della zona è l’ateismo che ora rappresenta la prospettiva di 35% della popolazione. Eppure ci sono tanti segni positivi. C’è una crescita nella Chiesa Cattolica a Victoria e soprattutto a Vancouver (la quale e a un ora in traghetto da Victoria), dovuta sopratutto alla conversione degli immigrati cinesi (il Wst Coast è un centro importante della diaspora cinese).
E poi ci sono tanti altri piccoli segni che hanno una grandezza infinita proprio per il desiderio, il cuore con cui dei protagonisti vivono la loro fede.
Oggi due cristiani ci racconteranno di cosa vuole dire fare il cristianesimo in questa terra di frontiera, cioè cosa vuol dire stare di fronte al mondo, agire in questo mondo di frontiera dove già gli uomini e le donne sono pochi e dove I cristiani sono solo una piccola frazione.
David Frank è un Native Elder, un anziano del popolo della Ahousaht First Nations Reserve vicino a Tofino, sula costar estrema di Vancouver Island. Gli Ahousaht sono una confederazione di alcune tribù e bande di aborigeni. Il vero nome del Sig. Frank è Yawatch, che significa o protettore delle genti o avvocato. È sposato con 4 figli ed è attualmente manager della Communit Health Service, dove il suo équipe aiuta gli abitanti di Ahousaht tramite la terapia tradizionale occidentale.
Padre Alfredo Monacelli è nato a Varese ed è emigrato con la famiglia a Victoria a 23 anni. Diplomato in Odontotecnica nel 87, ha fatto vari lavori prima di entrare in seminario con una vocazione adulta. Ordinato prete nel 2008 a servito alcune parrocchie sulla isola di Vancouver e ora fa il parroco nella cittadina di Duncan.
Però volevo cominciare questo incontro con una preghiera che sarà detta da David Frank nella sua lingua. Chiediamo che tutti si alzino in piedi per la preghiera.
Prima di iniziare l’incontro vorrei anche presentare Ginger, la moglie di David Frank, Ginger would you please stand up? Passiamo la parola a don Alfredo.

ALFREDO MONACELLI:
Vorrei cominciare con una premessa: sono nato e cresciuto a Varese, con l’esperienza dell’oratorio di san Vittore, un’esperienza oratoriana, però i miei responsabili, quand’ero ragazzino, avevano un’esperienza del Movimento nel senso che io parlerei di un’esperienza oratoriana a influenza un po’ ciellina. Quello che ho vissuto e che mi è rimasto dentro e proprio stata quell’esperienza oratoriana con le canzoni che si cantavano che sono canzoni del Movimento. Poi quando sono andato in Canada a 20-23 anni, nel ’90, ho lasciato quell’esperienza ma mi sono accorto dopo un po’ che mi mancava qualcosa dentro. Poi nel corso degli anni in Canada ho maturato la vocazione al sacerdozio e sono entrato in seminario. Nella prima settimana di seminario a Edmonton, dalla parte di qua delle montagne rocciose, si presenta il presidente del Newman theological College, dove ho studiato in seminario, un polacco, Mr Kristoff, e mi dice: “ma tu sei di Milano? Sei italiano?”, gli faccio “sì sì, sono di Varese, Milano”. Mi fa: “ma senti, aiutami – lui era del Movimento – a iniziare il Movimento qui a Edmonton”. Gli ho detto: “no guarda, io non sono ciellino, non conosco il Movimento”. Lui poi ha insistito ma nonostante le mie incertezze non potevo resistere al suo fascino, quando mi ha detto: “dai, vieni solo a farci da mangiare, ci fai la pasta, una bella spaghettata e basta”. E io ho detto: “va beh, da, per una spaghettata posso venire”. Allora sono andato da lui, eravamo in cinque suoi amici, e quando abbiamo iniziato abbiamo iniziato con la canzone Povera voce. Dopo 15 anni di assenza, di nostalgia di quel gruppo giovanile, a sentire quella canzone per la prima volta ho incominciato a piangere, a piangere veramente come dice quella canzone “ridere come un bambino piangere come un uomo”. Ho iniziato a piangere per il ricordo della mia giovinezza, per quella nostalgia che mi ha accompagnato per 15 anni e ho riconosciuto subito, in quel momento, un senso di appartenenza a quello che Kristoff mi stava proponendo. Allora da lì ho cominciato a seguirlo. Poi dopo il seminario, dopo 5 anni di seminario, il vescovo mi manda non ancora prete nella città di Campbell River, ecco qui abbiamo l’isola, Campbell River è un po’ in cima all’isola di Vancouver, sulla costa dentro il quadrato c’è Ahousaht dove ho incontrato Dave. A Campbell River, dopo la messa, mi si avvicina un signore molto timido, un indiano di una riserva, e mi chiede molto timidamente: “non potete mandare qualcuno a farci del catechismo nella riserva?”. Io gli ho detto: “perché no, lo chiedo al parroco”. Così sono andato a chiederlo al parroco e il parroco mi dice che avevano provato tante volte a mandare là la gente ma senza nessun risultato, per cui non c’era nessuno disponibile per andare in riserva. Allora io gli ho detto: “ma io sono qui a far niente, perché non vado io? Posso andare io”. E lui mi dice: “sì, si se vuoi vai”. E io sono andato, una volta alla settimana con pochi della riserva, e ho capito subito perché nessuno voleva andare: perché se l’incontro era per le 7, io aspetto, aspetto, 7 e mezza, 8 meno un quarto, arriva lì una signora e mi dice “ah si sei il prete, aspetta che chiamo qualcuno e vediamo se c’è qualcuno” e così dopo le 8, 8 e mezza, si comincia a fare qualcosa in 3-4. Ho capito che il problema per cui nessuno voleva andare lì non erano loro, non era la loro mentalità, il problema era mio. Quello di chiedere a Gesù la pazienza di essere lì, quello di accettare, di abbracciare tutto quello che mi viene incontro, di chiedere di darmi la disponibilità di essere senza pregiudizi, e aspettative. Era mio il problema di non imporre il metodo a loro. Io sono lì per loro, io sono lì per Cristo, che è la stessa cosa. E ho trovato conferma quando, leggendo l’ultimo Tracce, don Carrón dice in un articolo, commentando una frase di don Giussani che dice che “la responsabilità è conversione dell’io all’evento presente”, dice che sarebbe molto più semplice appartenere a un’associazione perché non dovremmo fare i conti con quella frase, la conversione di me, dell’io, di chi sono io, all’evento presente che mi sta davanti. Per cui il problema è mio, a convertirmi a loro che mi arrivano un’ora dopo e mi dicono ah sì, sei tu, aspetta che chiamiamo qualcuno. E io rispondo: “sì, dai, vediamo se oggi c’è qualcuno così iniziamo!”. E così è stato per un anno e mezzo. Poi, dopo la mia ordinazione a sacerdozio, ricevuta per grazia divina, il vescovo mi manda come assistente a Port Alberni che è proprio al centro dell’isola con l’incarico di andare almeno una volta al mese a Ahousaht. Allora dovevo fare un’ora e mezza – due di macchina per arrivare sulla costa, la costa del West, dell’ovest, arrivare a Tofino, prendere un’imbarcazione gestita da loro per 45 minuti di mare e arrivare alla riserva. Mille famiglie, 2000 persone, vado lì a dire messa, rimango lì per la notte e vado trovare gli anziani che sono nelle case, il giorno dopo ritorno. E lì scopro il mio sangue varesino, borghese, meschino, schizzinoso, che mi porto dietro. Senza offesa ai miei amici di Varese qui presenti, ma è così, è così perché andando lì a Ahousaht mi sono sentito oppresso dalla povertà, dalla miseria, dallo stile di vita ostile al mio. In verità poi mi sono detto: “ma io cosa ci faccio qui che non appartengo? Dove tutto mi è estraneo, dove tutto mi sembra non corrispondere, tutto è estraneo, diverso, ostile?”. All’inizio andavo con un senso di dovere, quasi controvoglia, perché quando si fanno le cose per un senso di dovere si fanno anche controvoglia. E uno dice: “ma sì, lo si fa per la volontà di Dio”. Per la volontà di Dio è già un passo, e va bene, lo si fa per la volontà di Dio e del vescovo e questo basta per andare avanti. Invece poi uno scopre di più, attraverso l’obbedienza uno scopre di più, perche la volontà di Dio deve attrarre, deve corrispondere, deve diventare mia, perché se no il cuore non c’è, il cuore non è lì, non è presente e si fanno le cose controvoglia. Così ho deciso di andare due volte al mese, non una, due, ogni secondo martedì, per cominciare una relazione più profonda, per cominciare un’amicizia. Così ho incominciato a incontrare Dave, Ginger, sua moglie, Tristam, 13 anni, che venivano a messa fedeli, Mary sua sorella, Vera, i pochi fedeli della messa, 7-10-12. Poi un giorno, la vigilia di Natale, vado a dire la messa per Natale, vado lì a Ahousaht per la celebrazione del santo natale e Mary sua sorella mi invita a mangiare a casa sua. Inizia a preparare la pasta. Ma all’improvviso deve andare via e mi dice “finisci tu che tanto lo sai come si fa” e mi lascia lì, solo con suo figlio Dom, un ragazzo di 33 anni, spesso intossicato, ubriaco come purtroppo molti nella riserva, uno dei drammi di tante riserve che poi Dave spiegherà. Ero con lui lì, da solo, alla vigilia di Natale, per circa due ore, questo qui completamente intossicato. All’inizio mi era anche ostile, mi guardava con diffidenza perché ero un prete. Poi inizia a parlare e mi travolge con tutti i suoi problemi, spesso parlava anche a vanvera e io penso: ecco il mio Natale, il Signore mi chiede di essere lì, mi chiede di avere pazienza. Poi andiamo fuori a fumare una sigaretta e mi dice: “vedi padre, niente nella vita ha senso, tutto mi sembra una miseria, la vita è una miseria. Tutto va male!”, poi si ferma un attimo, mi guarda fisso negli occhi e mi dice: “ma poi in 5 secondi, tutto diventa meaningfull, tutto diventa chiaro. Poi silenzio. Poi torna tutto come prima – mi dice – torna tutto una miseria, diventa realtà”. Io mi blocco stupito e dico: cavolo ecco qua lo spiraglio di luce, cinque secondi di Dio! In cui Dio penetra questa anima e io cerco di fermarlo: “ecco, guarda quei 5 secondi che hai appena detto, è Dio che ti ama”. Ma lui ostinato torna alle sue tragedie. Due settimane dopo ricevo la notizia che Dom è morto e non si sa neanche come. Mi chiamano a fargli il funerale cattolico. Mi rimane difficile fare un funerale cattolico per Dom, la sala era piena, tutta la riserva era lì, 2000 persone, gremita. Tutta la riserva era lì e ho detto nell’omelia che sono proprio le sue parole di Dom che lo hanno salvato. È quella sua esperienza di 5 secondi che l’ha salvato quando ha detto che tutto ad un tratto gli è diventato chiaro. Quei 5 secondi l’hanno salvato, perché ha incontrato l’infinito, perché ha incontrato il Mistero, Dio stesso. Ha incontrato il significato della vita, in cui tutto gli è diventato chiaro, che solo Dio può fare. Se guardiamo il titolo di quest’anno La natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore, vediamo che anche Dom, un ragazzo di una riserva indiana, dall’altra parte del mondo, nella sua completa miseria, scopre per 5 secondi che il suo cuore, che anche lui ha il desiderio di qualcosa di più grande, di un significato per la vita. Un cuore, un desiderio che come ho detto lo hanno salvato. Poi un altro giorno vado a trovare Stanley, un anziano, un “older”. Entro a casa sua, dopo la messa gli porto la comunione. C’è disordine dappertutto, una povertà ostile. Senza parlarne male ma è la realtà. E vedo che questo anziano seduto sul letto mi vede e con queste rughe profonde, conciato male, mi vede, fa fatica a camminare, per quello è nel letto, e mi dice: “padre, grazie di essere qui!”. Thank you for being here. “Vedi questo rosario qua? – mi dice – io prego tutti i giorni”. Più santo di me questo qui! E mi racconta dei suoi antenati, i suoi antenati che per tradizione parlano del paradiso dove c’è una chiesa unita per tutti, per tutta l’umanità. Lui mi dice queste cose e mi sorride. Quello che mi è rimasto impresso è il suo sorriso, il sorriso di un uomo vecchio nelle sue condizioni colpisce, quasi ferisce il cuore, mi sorride perché è felice che io sono lì da lui, e lì scopro, davanti al suo volto umano, che è nella sofferenza che il volto umano rivela tutta la sua bellezza. Un sorriso che si sprigiona dalla sofferenza, e lì scopro il perché io sono lì. La volontà di Dio è mia, in quel momento è diventata mia, in quell’istante è diventata mia, la volontà di Dio coincide con la mia. Perché davanti a quel sorriso, in quel momento, non voglio essere da nessuna altra parte al mondo, ma lì, davanti a quel sorriso, davanti a quel “grazie”, davanti a Stanley. E questo mi ha aiutato a essere più presente nella vita, nelle cose della vita, nella vita della parrocchia che non è mai facile. Ma in particolare a essere presente nella preghiera. C’è una frase nella preghiera eucaristica, la terza, che da quando ho incontrato gli amici di Ahousaht come Dave, Dom, Stanley, Mary, Ginger, mi diventa molto più familiare, più vera, più concreta. Dice: “per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio, nostro Signore, nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo e continui a radunare intorno un popolo che da un confine all’altro della terra offra al tuo nome il sacrificio perfetto”. Da un confine all’altro della terra, e in inglese poi dice “da east a west”, da est a ovest. E quando dico messa con questa preghiera eucaristica, ho in mente esperienze concrete, ho in mente volti concreti a cui posso offrire, perché la preghiera eucaristica è un sacrificio e ho persone in mente, esperienze concrete da offrire in quel momento! Una cosa bellissima, poter avere queste presenze dentro il cuore da poter offrire, questi volti, queste esperienze. E questa è la vita della Chiesa, questa è la vita della Chiesa, l’unità della Chiesa, come mi diceva Stanley, a cui noi tutti apparteniamo. Ma ciò che mi colpisce di più è la domanda di come è possibile che loro, avendo una tradizione così ricca, una loro cultura così ricca, a un certo punto della storia incontrano due o tre missionari e abbracciano il cristianesimo. Pazzesco. Mi chiedo perché, come mai e oggi ancora chiedono il prete che vada lì. Perché non è il mio vescovo che ha il pallino degli indiani e mi manda a Ahousaht, no, sono loro che chiedono al vescovo “mandaci il prete!”, almeno una volta al mese! E il Signore usa me, pazzesco, usa me che vengo da Varese per andare da loro! Questo per me è lo sguardo che il Mistero che ha su di me.

JOHN ZUCCHI:
Adesso il signor David Frank.

DAVIDE MAURICE FRANK:
Grazie a tutti quelli che hanno organizzato questo grande evento, il Meeting di Rimini, grazie a tutti i volontari che rendono questo possibile.
E grazie a Rimini per avermi invitato qui. Grazie.
Io mi chiamo Jauach almeno nella mia lingua tradizionale.
Mio padre e mia madre erano nati nel 1898 e avevano ormai quasi 50 anni quando sono nato io. Per certi versi è stato come crescere con dei nonni anziché dei genitori. Mio padre era un cattolico battezzato, mia madre era stata invece battezzata nella United Church. Mio padre era molto tradizionalista, faceva tutte le cerimonie tradizionali, anche quelle, appunto, con il bagno e la pulizia, quelle che si usavano da noi; anche mia madre aveva ricevuto tutti gli insegnamenti tradizionali dai miei nonni. I miei nonni invece non erano battezzati come cristiani, erano solo molto, molto tradizionali, tradizionalisti. I miei genitori avevano ricevuto quegli insegnamenti, dicevano sempre che erano molto, molto simili alla nostra dottrina cristiana e che erano tante le similitudini con il Cristianesimo. Quindi c’era un parallelismo tra l’insegnamento della Bibbia e quello che mi insegnavano i nonni.
Da bambino, quando ero piccolo, i miei genitori mi portavano, camminando per 45 minuti, ad una piscina, ad un lago, lì si faceva una cerimonia che ci doveva aiutare. Lungo la strada, camminata di 45 minuti, mio padre e mia madre recitavano il Rosario, recitavano per tutta la strada il Rosario e quando arrivavamo vicini all’acqua interrompevano il Rosario e cominciavamo la cerimonia tradizionale. Dopo la fine della cerimonia tradizionale tornavamo indietro e lì ricominciava il rosario. E proprio attraverso queste cose che mi hanno insegnato i miei genitori, mi sono reso conto che quello che loro volevano dirmi è che i loro insegnamenti e quelli cristiani sono molto simili, per un certo verso sono una cosa sola. E utilizzando tutti questi insegnamenti ho potuto utilizzare quello che avevo io, quello che aveva mia madre, mio padre. E poi in questo periodo frequentavo un collegio, un convitto e la Chiesa cattolica e il governo canadese mettevano in piedi delle scuole lontano dalle nostre comunità, dove venivamo mandati da bambini per studiare; rimanevamo lì anche per dieci mesi e di noi si occupavano preti e suore. Ed è stato lì che mi sono accadute delle cose, ho subito abusi sessuali da parte di un prete e questa è una cosa che ho portato con me per gran parte della vita, purtroppo. Non riuscivo nemmeno a capire perché successero cose del genere, perché mai un uomo di Dio doveva farmi cose così gravi e ho chiesto a Dio: perché mi è accaduto questo? Perché hai consentito che ciò accadesse proprio a me? Sono anche uscito, mi sono completamente distanziato dalla Chiesa cattolica, ho abbandonato i miei insegnamenti tradizionali, non ci credevo più, non credevo che esistesse una giustizia, non credevo neanche più che ci fosse un Dio, che fosse lì per proteggermi, un Dio che fosse lì a far valere la giustizia alla luce di ciò che mi era accaduto. E allora ho trovato conforto nelle droghe e nell’alcool e sono diventato un dipendente da queste sostanze. Ho anche tentato il suicidio nel corso della mia vita, perché non pensavo che ci fosse più nessun motivo per vivere, non pensavo che a Dio importasse nulla di me. E allora mi sono rivolto di nuovo a Dio, gli chiedevo: spiegami perché succedono queste cose alle persone che invece dovrebbero aver fiducia in te e avere conforto da te. E per fortuna non sono riuscito a togliermi la vita, però mi rivolgevo a Lui quando stavo per farlo; gli dicevo: non ne posso più della vita; volevo essere ascoltato. In quel periodo tutto molto buio, ero pronto a morire, pronto a togliermi la mia stessa vita e ho sentito qualcuno che bussava alla porta, una chiamata ed è entrato un prete nella stanza: era venuto a trovarmi. Mi ha chiesto come stavo. E io ho detto: scusate. Ed è stato in quel momento che mi sono reso conto che Dio c’era ancora e che Dio era un Dio amorevole ed ho risentito nella mia mente gli insegnamenti di mio papà e di mia mamma che mi ritornavano nella memoria; li ho risentiti nel mio cuore oltre che nella mia testa. E anche quella parte degli insegnamenti che venivano dai miei nonni, ovvero che uno deve amare tutte le persone, tutto il prossimo e quando uno ama tutti gli altri non ha più nemici perché ama tutti. E questo insegnamento mi è tornato nella mente e mi ha molto aiutato ad attraversare quel momento buio che stavo attraversando. In quel momento la mia vita stava cambiando, avevo ricominciato ad andare in chiesa, ho cominciato a fare tutte le mie cerimonie religiose, tradizionali ed in quel momento ho compreso che dovevo andare avanti e che dovevo amare tutti, anche quella persona che mi aveva fatto del male, anche perché non era stata la Chiesa tutta a farmi del male, era stata un’unica persona membro della Chiesa, non la Chiesa. E poi proprio quel prete che era entrato nella mia stanza mi ha aiutato a comprendere che dentro la Chiesa c’erano tantissime buone persone, che erano lì pronte ad aiutarmi, buone suore, buoni sacerdoti pronti ad aiutare. Si chiamava padre Simon e lui mi ha aiutato, mi ha aiutato a capire gli effetti di un abuso sessuale, mi ha aiutato molto ad elaborare, a comprendere e mi sta aiutando ancora oggi. È stata una grande fortuna per me, perché Dio mi era stato accanto nella vita e aveva mandato nella mia vita persone come padre Alfredo, il vescovo Richard, persone che sono arrivate nella mia vita come un dono; sono molto fortunato. E soprattutto sono molto fortunato di essere qui oggi con voi; è molto bello condividere con voi questo racconto. Oggi lavoro nella riserva di Ahousaht. In Canada abbiamo tanti problemi, però abbiamo tante brave persone, persone amorevoli, persone amichevoli. C’è un’altra cosa che vi voglio dire, che talvolta la giustizia tradizionale canadese per noi non vale. Ad esempio c’era stata una giovane che aveva subito abusi sessuali da suo fratello maggiore e sapeva che se si fosse rivolta ai tribunali canadesi la sua famiglia sarebbe crollata, si sarebbe disintegrata. Per cui ha chiesto a noi di aiutarla. E le abbiamo detto: cercheremo di fare quello che possiamo per te. Quindi abbiamo dovuto fare un cerchio di guarigione per lei, abbiamo gestito le cose in modo tradizionale; lei ha incontrato suo fratello, si sono parlati e ha detto a suo fratello come si sentiva dopo questa violenza sessuale che aveva subito. E suo fratello si è scusato, si è scusato con lei, si è scusato e ha ammesso la sua colpa, si è scusato ha detto “non è colpa tua, capisco come ti senti”; quindi ha ritrattato, si è tirato indietro. E in seguito a quel cerchio di guarigione il fratello è poi tornato e ha detto: “posso avere anch’io il mio cerchio di guarigione? Voglio avere anch’io un cerchio di guarigione, voglio un cerchio con mio zio perché mio zio aveva fatto la stessa cosa con me, mi aveva violentato”. Abbiamo organizzato un incontro con delle scuse reciproche. E quando ha parlato, lo zio ha detto: “magari avessi potuto farlo molto tempo prima, perché mio zio a sua volta mi aveva violentato in passato”. Io penso che con l’amore, la pietà, il perdono, la compassione si può generare guarigione, si guarisce. È una cosa bellissima da vivere. Ci si avvicina alla bontà di Dio, alla bontà delle persone. Oggi quando sono entrato qui ho sentito la presenza di Gesù Cristo, la presenza di Dio. Ognuno di voi rappresenta Dio, ognuno di voi rappresenta Gesù, ce lo avete nei vostri cuori. Devo parlare anche per i nostri capi: il nostro capo tribù, il nostro capo tradizionale non parla mai in pubblico; questo perché se fa un errore in pubblico dovrebbe render conto a tutti di questo errore e dar da mangiare a tutti. Per cui lui nomina dei portavoce, nomina dei delegati; per cui se viene fatto un errore sono io quello che finisce nei guai e non direttamente il capo, sono io il responsabile. Io sono molto grato di essere qui oggi, vi ringrazio per essere qui con me, per esservi presi il tempo di ascoltarmi, di ascoltare la mia storia e vi ringrazio per la vostra gratitudine che mi dimostrate e che mi fa sentire bene. Siete persone speciali solo per essere qui. Grazie. Siete generosi, buoni con voi stessi, buoni col vostro spirito. Grazie.

JOHN ZUCCHI:
Jauach adesso vorrebbe benedire tutti, se possiamo alzarci in piedi.

DAVIDE MAURICE FRANK:
Benedice l’assemblea (nella sua lingua).

JOHN ZUCCHI:
Tre cose vorrei sottolineare di questo incontro, ascoltando i nostri due amici oggi. Primo di tutto cosa succede quando noi prendiamo sul serio il nostro desiderio, i nostri desideri, quando noi ascoltiamo quella piccola voce del nostro cuore. Questa voce mi trae, mi tira fuori dal mio piccolo mondo costruito, questo piccolo mondo dove io non aspetto più niente dalla vita. Pensiamo per esempio a questo povero amico di Alfredo, quei cinque minuti, no, quei cinque secondi, quei cinque secondi di chiarezza, cinque secondi significativi dove lui vedeva un senso alla vita e poi la difficoltà a seguire questi desideri. Se prendiamo quei cinque secondi sul serio cosa succede? Ci tira fuori dal nostro piccolo mondo e ci apre un altro mondo. Ma questo cuore, questo desiderio è desiderio di cosa? Ci ha ricordato don Pino l’altro giorno, questo desiderio è che Cristo venga. E cosa succede se prendiamo sul serio Cristo? Credo che lo abbiamo visto oggi, no, nella testimonianza di Jauach, cioè che l’impossibile diventa possibile. Questa giustizia che per anni non poteva ottenere con le sue mani, questa frustrazione di non poter trovar giustizia da portare al suicidio, nell’incontro con questo altro prete, dove lui ha iniziato a prendere sul serio Cristo, questa giustizia è diventata possibile. Mi fa però pensare una terza cosa, che padre Alfredo, che don Alfredo, e che Jauach avendo incontrato Cristo, prendendo Cristo sul serio, son diventati testimoni di quel rapporto, come diceva il Patriarca ieri, di quel rapporto che loro hanno vissuto, hanno cominciato a vivere con Cristo. Facendo questo hanno attirato altri verso Gesù. L’ha detto veramente bene oggi Jauach per noi, quando ha detto che nel rapporto con Cristo lui ha imparato che quando amiamo non abbiamo più nemici, cioè che tutto il mondo diventa amico, nella metropoli, nella frontiera, fino alla fine dei tempi. Grazie

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria