Rimini, 25 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un incontro dal titolo “Lievito di concordia per l’umanità”, occasione di riflessione profonda sul ruolo della fede, della politica e delle relazioni umane di fronte alle sfide del nostro tempo. Moderato da Francesco Magni, professore di Pedagogia Generale e Sociale all’Università degli Studi di Bergamo, il dialogo ha visto come protagonisti Luke Bretherton, Canon and Regius Professor of Moral and Pastoral Theology presso Christ Church, Oxford e già Robert E. Cushman Distinguished Research Professor of Moral and Political Theology alla Duke University, e Pierpaolo Donati, sociologo e filosofo, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Il titolo, ripreso dalle parole con cui Papa Leone XIV aveva concluso la messa di inizio del suo pontificato, ha offerto una chiave interpretativa di grande attualità: essere lievito di concordia nel cuore di un mondo attraversato da conflitti, divisioni e trasformazioni epocali.
Politica e umanità: la sfida di vivere insieme
Aprendo il dibattito, Luke Bretherton ha posto al centro la domanda su cosa significhi oggi costruire una vita comune: «Per rispondere alla domanda che ci è stata posta dobbiamo partire da tutta una serie di altre domande più fondamentali che riguardano come comprendiamo, come leggiamo il termine “politica” e ancora che cosa significa essere umani». Non politica intesa come lotta partitica o burocrazia sterile, ma come «questione cruciale per comprendere che cosa significa essere umani». Secondo il professore di Oxford, l’essere umano non può prosperare senza l’altro, anche quando è straniero o nemico. Per questo ha delineato quattro possibili risposte che la storia ha offerto al confronto con la diversità: eliminare l’altro, dominarlo, costringerlo a fuggire oppure «creare una vita comune con chi è diverso da me». È quest’ultima via, quella del vivere insieme, a segnare la possibilità di una vera civiltà. Rifacendosi al Vangelo, Bretherton ha ricordato la parabola del Buon Samaritano: «Gesù ci dice che il nostro prossimo sono gli stranieri, coloro che soffrono, i nostri nemici». In quell’amore si svela non solo la giustizia, ma la stessa presenza di Cristo: «Quando vestite i nudi, quando fate visita ai prigionieri, quando date ospitalità a qualcuno che non conoscete, lo fate per me».
Le crisi del presente: fiducia, paura, relazione
Bretherton ha individuato tre nodi che minano la possibilità di una vita comune: «Siamo di fronte a una crisi di fiducia, a una crisi di paura e a una crisi di relazione». La diffidenza verso le istituzioni, l’ansia diffusa per il futuro, la polarizzazione identitaria e culturale sono i sintomi di un malessere che tocca l’intero Occidente. Alla radice, ha osservato, vi è una crisi più profonda: quella della persona. E proprio qui si innesta la scelta decisiva tra due vie: «Una soluzione democratica, che richiede partecipazione e responsabilità condivisa, oppure una soluzione autoritaria, che concentra il potere in poche mani e trasforma l’altro in un nemico». La democrazia, per Bretherton, non è semplice meccanismo, ma la forma concreta attraverso cui l’uomo può imparare ad amare il prossimo e riscoprire la propria umanità.
Il cristianesimo come lievito e non come cultura fissa
Pierpaolo Donati ha offerto una prospettiva complementare, richiamando la natura relazionale dell’amore cristiano. «L’amore non è solo un sentimento, ma una relazione che produce un effetto», ha sottolineato. E ha messo in guardia da un pericolo tipico delle società occidentali: l’indifferenza. «Il problema non è tanto l’ostilità verso i cristiani, ma la perdita della differenza, come se essere cristiani, buddisti o islamici fosse la stessa cosa. In questo modo si smarrisce l’identità cristiana». Per Donati il cristianesimo non coincide con una cultura particolare, ma è “lievito” che fermenta ogni cultura: «Il lievito non è una cultura, fermenta le culture. Entra in tutte e dà vita a pani diversi, senza identificarsi con una sola». L’identità cristiana, dunque, non è statica né esclusiva, ma dinamica, diffusa, capace di generare unità nella diversità.
«Questa», ha illustrato il relatore «è l’identità cristiana che esiste ma non si vede, esiste solo nei suoi frutti, cioè quando fa fermentare il pane, come il lievito, quindi entra in tutte le culture e non coincide con una sola cultura. Quando coincide con una sola cultura si genera il nazionalismo, il nazionalismo russo di Putin o il nazionalismo americano di Trump. E per questa ragione noi non possiamo accettare l’idea che l’identità cristiana corrisponda a una filosofia monistica. Il cristiano non ha un’identità fissa già stabilita, l’identità è come il fermento. Il lievito si spande dentro la farina, dentro il pane, non è una comunità separata, ecco cos’è la Chiesa».
Per Donati ciò coincide con «una prospettiva un po’ diversa dal vedere la Chiesa come struttura anche gerarchica: la gerarchia occorre, ma se riduciamo la Chiesa alla gerarchia abbiamo sbagliato completamente. Quindi per creare dei legami dobbiamo abbandonare quella che io chiamo la semantica monistica, cioè l’idea dell’identità, ma anche quella che chiamo la semantica dialettica, per cui siamo tutto ciò che non sono gli altri: occorre una semantica relazionale. La semantica è un’antropologia relazionale, il pensiero relazionale è qualcosa che la Chiesa cattolica ha nel suo seno per via della Trinità. Tutto è relazionale, ma dobbiamo scoprirlo perché la relazionalità non è un’identità già fissa e così anche i cristiani non sono un’identità già fissa, sono il lievito».
Relazione e beni comuni: un’antropologia da riscoprire
La prospettiva proposta da Donati invita a superare concezioni riduttive della persona. Non è sufficiente definirla come “sostanza individuale di natura razionale”, come nella tradizione boeziana: «Se restiamo a questo livello rischiamo di alimentare l’individualismo». Occorre invece riscoprire la persona come essere-in-relazione, capace di generare “beni relazionali”. Esemplificando con la vita sociale e associativa, Donati ha ribadito che senza relazioni autentiche non c’è comunità, non ci sono veri corpi intermedi, non si genera bene comune. «La Chiesa – ha detto – deve riscoprire la sua natura di prima istituzione della società civile. Non parlando solo col potere politico, ma con la società viva, con le associazioni, con i corpi intermedi».
Il ruolo dei corpi intermedi nella democrazia
Tornando a intervenire, Bretherton ha sottolineato l’importanza decisiva dell’associazionismo: «Non possiamo sopravvivere e prosperare come individui senza relazioni di qualità. E queste si sviluppano attraverso comunità intermedie: la famiglia, le associazioni culturali e sportive, i sindacati, i gruppi di volontariato». Richiamando l’esperienza italiana, ha elogiato la ricchezza delle associazioni locali, considerate il tessuto che consente di trasformare l’individuo in persona e la società in vera democrazia. Senza di esse, la politica diventa terreno di manipolazioni demagogiche, mentre con esse si costruisce il bene comune.
La testimonianza: il primato del “sì”
Nella parte finale dell’incontro, i relatori si sono soffermati sul valore della testimonianza, soprattutto quando incontra ostilità o indifferenza. Bretherton ha indicato l’esempio di Cristo: «Gesù di fronte all’ostilità non ha risposto con un no, ma con un sì: “Sì, ti amo. Sì, sono qui per te. Sì, ti salverò”». Da qui l’invito alla Chiesa a non fermarsi alla negazione, ma a proporre alternative concrete e costruttive, capaci di incarnare la grazia e l’ospitalità di Dio. «La sfida – ha affermato – è cominciare con un sì, che diventa testimonianza credibile del sì di Dio, proponendo un’alternativa costruttiva anche su questioni come fine vita e aborto». Donati ha ribadito che la vera minaccia non è il conflitto, ma la rottura della relazione: «Quando l’altro non ti vuole vedere, non ti vuole parlare, non vuole sapere di te, quella è la negazione più radicale dell’amore». Da qui la necessità di sviluppare una vera “ragione relazionale”, capace di fondare legami autentici e duraturi, anche di fronte alle sfide delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale: solo riflettere su questa “ragione” insegnerà a riconoscere le relazioni buone e cattive.
Conclusione: relazioni autentiche per il futuro
L’incontro si è chiuso con un richiamo all’esperienza concreta del Meeting, come luogo che rende possibile la nascita e il consolidamento di legami veri. «Don Giussani diceva che la sorgente della cultura è l’esperienza di una compagnia vissuta», ha ricordato il moderatore. E proprio questo è apparso come il frutto dell’incontro: la consapevolezza che il lievito della concordia può fermentare la società solo attraverso relazioni autentiche, vissute nella concretezza delle comunità, illuminate dall’amore cristiano e capaci di generare democrazia e bene comune.







