Rimini, 25 agosto 2025 – Al Meeting di Rimini si è tenuto l’incontro “Costruire quando tutto viene distrutto”, trasmesso in diretta sui canali digitali di askanews, QN, Telepace Verona e Teleradiopace. Sono intervenuti Mons. Pavlo Honcharuk, vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhya dei Latini, e Konstantin Gudauskas, cittadino kazako che vive in Ucraina e ha fondato un’organizzazione per aiutare le vittime della guerra. Ha introdotto i lavori Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS. L’incontro si è aperto con la lettura di una poesia di una donna ucraina, che raccontava il peso del dolore vissuto in guerra: «Porto il mio dolore in un fagotto per una strada affollata, il dolore grida rombante, disturba i passanti». Un testo che ha fatto da cornice alle testimonianze, incentrate sul compito della Chiesa e sulla responsabilità personale in una realtà segnata dalla distruzione.
Il compito della Chiesa accanto a chi soffre
Nel suo intervento, mons. Honcharuk ha ricordato la decisione di restare con i suoi sacerdoti all’inizio del conflitto: «Quando è incominciata la guerra io e i miei sacerdoti non ce ne siamo andati. Abbiamo portato fuori le famiglie, ma siamo rimasti per servire». Per il vescovo, la prima missione della Chiesa è «stare accanto alle persone che soffrono». La Chiesa, ha detto, è «le mani di Dio, con cui Egli aiuta l’uomo». Ha ricordato le tante iniziative portate avanti: evacuazioni dalle zone di combattimento, accoglienza dei profughi, distribuzione di viveri, vestiti e medicine. «Una donna anziana, ricevendo un pacco alimentare, disse con le lacrime agli occhi: “Dopo tutto Dio esiste nel mondo”». Accanto all’aiuto materiale, la Chiesa in Ucraina porta avanti un lavoro educativo e di sostegno psicologico, spiegando come la guerra influisce sulla mente e sulle relazioni, e promuovendo percorsi di riabilitazione. «Il compito più profondo è aiutare l’uomo a incontrare Dio attraverso i sacramenti, risvegliando in lui la coscienza della dignità umana», ha spiegato.
Esperienze di fede in mezzo alla distruzione
Il vescovo ha raccontato episodi concreti. Nel 2017, visitando un villaggio distrutto vicino al fronte, ha celebrato il funerale di una donna in un seminterrato illuminato da candele. «Vidi occhi vuoti, come voragini», ha ricordato. Dopo la preghiera, quelle persone – che inizialmente erano ostili – gli chiesero di recitare di nuovo il Padre Nostro: «Il Signore ha toccato i loro cuori vuoti e li ha trasformati in cuori umani». Ha insistito anche sul valore del perdono, distinguendo tre dimensioni: perdono, scuse, riconciliazione. «Il perdono è un atto di volontà e di ragione, non di sentimento», ha detto. «Significa desiderare che l’altro sia liberato dal male. È la via per non essere divorati dall’odio». Con una metafora ha chiarito: «Il cuore umano è come un autobus. Rabbia e dolore hanno diritto di starci, ma non devono sedere al volante: al volante ci deve essere l’amore».
Il racconto dell’“angelo di Bucha”
Dopo l’intervento del vescovo, ha preso la parola Konstantin Gudauskas, definito dal quotidiano Avvenire “l’angelo di Bucha”. Nato in Kazakistan, trasferitosi in Ucraina nel 2019, ha raccontato il suo drammatico impegno durante l’occupazione russa di Bucha. «Avevo una vita felice, poi una mattina mi sono svegliato per le esplosioni. Pregavo Dio di salvarmi, ma Lui mi ha risposto che aveva bisogno delle mie mani per salvare altri». Ha ricordato il momento in cui affronta un comandante russo: «Mi puntò il fucile alla testa e mi chiese: cerchi la morte? Risposi: no, sto cercando Dio. Premette il grilletto, ma non partì il colpo. In quel momento è morta la mia paura». Gudauskas ha raccontato le atrocità viste a Bucha: «Camminavo per le strade e trovavo corpi abbandonati, cani che si cibavano dei volti. Era l’inferno incarnato». Ma ha sottolineato che proprio lì «ogni salvataggio è stato una testimonianza dell’amore di Dio».
La fede dei bambini e la speranza nella vittoria
Raccontando la vita dei più piccoli sotto le bombe, ha detto: «I bambini hanno una comprensione chiara. Dicono: questo è il nostro Paese, dobbiamo vincere. Fanno disegni per i loro padri al fronte e pregano per loro. Sopportano con eroismo le sofferenze». Ha ricordato come l’opera di aiuto sia nata quasi spontaneamente: «Ogni persona salvata diventava volontaria. Anche i loro amici si univano. Non parlavo di me stesso, ma delle opere di Dio». E ha condiviso l’esperienza di un padre che, la sera, trovava i figli in preghiera: «Non l’avevano mai fatto prima, ma la preghiera imparata durante l’occupazione è rimasta per sempre».
Non perdere se stessi in tempo di guerra
Nella parte finale dell’incontro, il moderatore ha chiesto ai due ospiti di spiegare cosa significhi “non perdere se stessi mentre la guerra infuria”. Mons. Honcharuk ha risposto: «La guerra distrugge tutto. Non perdere se stessi significa non perdere il contatto con Dio. Significa scoprire ancora di più la sua luce e lasciare che usi le nostre mani. Così, alla fine della vita, possiamo dire: ho servito Dio». Gudauskas ha aggiunto: «Per me significa rimanere umano, senza odio, dominato dall’amore. Dopo aver visto tanti morti e seppellito anche bambini, il compito più grande è non maledire, ma pregare per chi li ha uccisi. Solo Dio può cambiare i loro cuori».
Conclusione: un appello alla preghiera e alla responsabilità
L’incontro si è concluso con un ringraziamento agli ospiti e con l’impegno dei partecipanti ad accompagnarli con la preghiera. «La guerra finirà, tutte le guerre finiscono», aveva detto Gudauskas. «L’importante è non perdere se stessi mentre tutto viene distrutto». Il Meeting ha offerto così una testimonianza viva che anche nelle macerie è possibile costruire, se l’uomo resta fedele alla propria dignità e aperto a Dio.







