Rimini, 24 agosto 2026. L’intelligenza artificiale può offrire servizi preziosi, ma non condivide la natura dell’intelligenza umana: sono le persone e le comunità a doverne orientare progettazione e impiego. È il punto centrale emerso nell’incontro “Custodire l’umano: l’impatto antropologico dell’intelligenza artificiale”, trasmesso in diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana e IlSussidiario Tv. Sono intervenuti Benedetta Giovanola, professoressa di Filosofia Morale all’Università di Macerata e co-titolare della Cattedra UNESCO “Ethics of AI and Practical Wisdom”, e Javier María Prades López, professore di Teologia Dogmatica all’Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid e membro della Commissione Teologica Internazionale. Ha moderato Luca Botturi, professore di Media in Educazione alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. Botturi ha collocato il dialogo oltre l’alternativa tra tecno-entusiasmo e catastrofismo: la questione riguarda il lavoro, le relazioni e le comunità. Richiamando l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, ha indicato la prospettiva della giustizia sociale e del bene comune: comprendere come la tecnologia possa contribuire a una società buona per ogni uomo e ogni donna, senza perdere la radice e la misura dell’umano.
La macchina non pensa e non possiede volontà
Prades ha invitato a non umanizzare i sistemi digitali attraverso parole che appartengono propriamente all’esperienza della persona. Un computer non ricorda e non dimentica; un programma che esce dal controllo non per questo si ribella, perché la ribellione presuppone una volontà libera. L’intelligenza umana, ha spiegato, coglie significati, cause, somiglianze e differenze, mentre la macchina esegue processi stabiliti e aiuta l’uomo a risolvere i problemi. L’esempio dell’abaco rende visibile la distinzione: le palline possono rappresentare un’operazione aritmetica, ma non pensano il numero che raffigurano. Allo stesso modo, sebbene con una sofisticazione diversa dei sistemi contemporanei, il funzionamento dell’AI non trasforma il calcolo in coscienza. «La macchina non pensa, come la pallina di legno non pensa», ha affermato. Questa differenza qualitativa non riduce il valore degli strumenti né nega i molti aiuti che essi offrono alla cultura e alla vita quotidiana; impedisce però di attribuire loro qualità umane e di sentirsi subordinati a prestazioni computazionali. La rivoluzione digitale, ha osservato Prades, si inserisce in una storia nella quale la fede cristiana è stata più volte provocata a comprendere contributi nuovi e, insieme, a ridire che cosa significhino ragione, conoscenza e umanità. Il compito non consiste quindi nello spaventarsi davanti alla crisi, ma nel colmare lo squilibrio tra la rapidità dello sviluppo tecnologico e la maturazione umana, spirituale e morale.
Oltre la subalternità alla perfezione computazionale
Giovanola ha ricostruito l’origine dell’espressione “intelligenza artificiale”, coniata da John McCarthy nel 1956 per esplorare la congettura che fosse possibile comprendere e replicare il comportamento e il ragionamento umano nelle macchine. Il termine ebbe anche la forza di attirare interesse e finanziamenti, ma fin dall’inizio antropomorfizzò sistemi tecnologici e li pose in paragone con la persona. Oggi quel paragone rischia di rovesciarsi in un’ottica di subalternità: la rapidità con cui un modello genera testi o svolge operazioni viene assunta come misura dell’intelligenza umana. In realtà i modelli linguistici prevedono correlazioni probabilistiche, individuando, sulla base dei dati, quale parola possa seguire un’altra; producono risultati impressionanti, ma non per questo comprendono nel modo in cui comprende una persona. «Ecco, ricordiamoci di questo prima di pensare di essere sostituibili o di pensare che tutto possa o debba essere automatizzato», ha sottolineato. Il punto non è competere con la macchina sul terreno della prestazione, ma riconoscere le capacità specificamente umane: pensiero critico, comunicazione, empatia, responsabilità e attribuzione di senso. La scelta del linguaggio diventa perciò una scelta antropologica: chiamare “intelligente” un sistema condiziona ciò che ci aspettiamo da esso e il modo in cui interpretiamo noi stessi. Riconoscere la natura probabilistica e strumentale dell’intelligenza artificiale permette di apprezzarne le opportunità senza trasformarla in un modello di perfezione al quale l’uomo dovrebbe adeguarsi.
Lavoro dignitoso: la decisione deve restare alla persona
Sul lavoro, Giovanola ha ricordato che l’intelligenza artificiale non coincide con i soli sistemi generativi. Da tempo strumenti probabilistici intervengono nella selezione e gestione delle risorse umane, nell’analisi dei curriculum, nella valutazione delle prestazioni e nell’individuazione dei talenti. Se ben progettati, possono sostenere le decisioni; non devono però sostituire chi ne porta la responsabilità. «Il punto è che tutto dipende dal modo in cui questi sistemi vengono utilizzati e vengono progettati», ha osservato, ribadendo che il processo decisionale deve rimanere in capo alla persona. La riflessione pubblica sull’occupazione non può inoltre fermarsi al saldo numerico tra posti creati e distrutti. Anche se le nuove opportunità superassero le perdite, chi perde il proprio impiego non accede automaticamente ai ruoli generati dalla trasformazione digitale: resta quindi una questione di sostenibilità e giustizia sociale. Occorre chiedersi quale automazione sia compatibile con un accesso equo al lavoro dignitoso. Alla dimensione quantitativa si aggiunge quella qualitativa: un impiego costantemente monitorato dal management algoritmico e ridotto a prestazioni misurabili può perdere significato e produrre svilimento. Il lavoro, invece, non è soltanto sostentamento; è autorealizzazione, riconoscimento sociale e costruzione di relazioni comunitarie. Orientare l’innovazione al bene comune significa preservare entrambe le condizioni: opportunità accessibili e attività dotate di senso, nelle quali l’intelligenza artificiale accresca le capacità umane senza comprimere dignità, autonomia e responsabilità.
Relazioni incarnate, vulnerabilità e limite
Prades, poi, ha collegato due grandi dimensioni vocazionali nelle quali la persona si compie: la questione del lavoro a quella degli affetti. Un “amico artificiale” può imitare il linguaggio della vicinanza, ma non possiede la pienezza dell’esperienza umana. L’intelligenza dell’uomo è inseparabile dal corpo, senza essere riducibile ad esso; vive nella differenza tra maschile e femminile, nella tensione tra singolo e comunità, nella genealogia e nella generazione. Ha anche ricordato: «sei figlio, perché bambino si smette di essere, figli non si smette mai di essere». La nascita, forse il principale stimolo alla conoscenza umana, mostra che ciascuno viene al mondo attraverso relazioni, dipendenza e cura: un neonato non sopravvive da solo. Questa storia corporea, affettiva e generazionale non esiste nel virtuale e non può essere replicata da una simulazione conversazionale. Accontentarsi di una macchina che conferma e rassicura può quindi segnalare un impoverimento che interpella non soltanto il ragazzo, ma anche la famiglia, la scuola e la società. Prades ha richiamato inoltre la vulnerabilità, che l’enciclica presenta come dimensione inerente alla condizione umana. Dolore, desiderio e amore sono esperienze del limite e, recuperando le parole del Papa, dice: «l’esperienza umana compiuta non è nonostante il limite, ma attraverso il limite». Il sogno transumanista di eliminare fragilità e dipendenza rischia invece di escludere il vulnerabile e di riservare i benefici tecnologici a un’élite. Custodire l’umano significa riconoscere che corpo, limite, legami e bisogno dell’altro non sono difetti da correggere, ma fattori costitutivi della dignità personale.
Democrazia e potere: progettare sistemi inclusivi
La professoressa Giovanola ha, quindi, approfondito l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla conoscenza e sulla convivenza democratica. I sistemi possono sfruttare le vulnerabilità, ma, se progettati bene, possono anche valorizzarle e potenziare l’umano: il futuro non è già scritto e resta aperto alle scelte. Tra i rischi ha indicato quello epistemico, che non riguarda soltanto la disinformazione, ma il modo in cui le persone acquisiscono notizie e formano le proprie idee. La delega continua può produrre sfiducia nelle capacità personali di comprendere e rielaborare, mentre la tendenza dei modelli generativi a confermare l’interlocutore rafforza convinzioni iniziali e chiusure. Il pericolo che la docente sottolinea è la diminuzione dell’interesse per le ragioni altrui, quindi la percezione del dissenso come conflitto inevitabile. La democrazia, ha ricordato, non si esaurisce nel voto: richiede conoscenze affidabili, rispetto reciproco, ragionevolezza, riconoscimento dell’altro e disponibilità al confronto. Per questo la tecnologia non è neutrale. «Ogni esercizio di progettazione – si citava il ruolo delle Big Tech – è anche un esercizio di potere, perché chi progetta definisce e stabilisce le regole del gioco», ha affermato. Democratizzare l’intelligenza artificiale non significa soltanto renderla accessibile, ma coinvolgere industria responsabile, istituzioni pubbliche e società civile in processi di deliberazione inclusiva. Team culturalmente e socialmente diversificati possono contrastare discriminazioni incorporate nei design stessi di queste grandi AI. Italia ed Europa, secondo Giovanola, hanno innanzitutto la responsabilità e poi le capacità per sviluppare modelli alternativi e complementari a quelli privati dominanti, evitando che l’innovazione aumenti le disuguaglianze tra gruppi sociali o tra Nord e Sud del mondo.
Educazione e responsabilità: costruire una società più umana
Nella conclusione, Prades ha riconosciuto la responsabilità di chi opera nella politica, nelle grandi imprese tecnologiche e nella ricerca avanzata, ma ha escluso che il compito possa essere delegato soltanto agli esperti o alle autorità. Ha affermato infatti che «siamo chiamati a un compito di educazione», specialmente in un mondo in cui i fenomeni tecnologici dilagano più facilmente quando sono deboli l’autocoscienza delle persone, i corpi intermedi e il tessuto sociale. Rendere più forte l’umano significa valorizzare l’educazione dei figli, le scuole, le università e i luoghi nei quali si apprende a conoscere la realtà, a esercitare la ragione e ad assumere responsabilità. Il paragone con la macchina sul solo piano delle prestazioni è fuorviante: la vittoria di Deep Blue su Kasparov, nella storica sfida uomo-macchina del ’96-‘97, non ha tolto significato al gioco degli scacchi; l’opportunità che si apre, ad esempio, è l’utilizzo degli strumenti digitali come aiuto nell’allenamento. «Non possiamo delegare la nostra responsabilità educativa a nessuno», ha insistito Prades, perché ne va del futuro dei figli, degli studenti e dei colleghi di lavoro. Quando una persona diventa consapevole di ciò che significa essere umana, si apre uno spazio di speranza capace di reggere la sfida tecnologica. Botturi ha chiuso con l’invito del pontefice a lasciarsi provocare dalla realtà, ascoltarsi reciprocamente e assumere con fermezza la responsabilità di costruire una società più umana e fraterna. Custodire l’umano non coincide dunque con il rifiuto dell’intelligenza artificiale, ma con una maturazione personale e comunitaria che ne disarmi le pretese, ne governi il potere e la orienti al servizio di ogni persona.







