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MERCATO UNICO, EURO, PNRR: QUALE SVILUPPO ECONOMICO PER L’UE?
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Piero Cipollone, membro comitato esecutivo Banca Centrale Europea; Raffaele Fitto, ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR; Enrico Letta, estensore del Rapporto strategico sul Mercato unico europeo. Saluto introduttivo di Luca Beccari, segretario di Stato per gli Affari Esteri, gli Affari Politici, per la Cooperazione Economica Internazionale e Transizione Digitale della Repubblica di San Marino. Introduce Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà
Le elezioni europee sono alle spalle ma le domande sul futuro dell’Europa e dell’Italia sono tutte aperte. Uno dei grandi temi è lo sviluppo economico caratterizzato dal mercato unico, dall’euro governato dalla banca Centrale europea e dal grande piano di investimento del Next generation UE comunemente conosciuto in Italia come PNRR. Ne discutono tre protagonisti in un confronto che non ha nulla di scontato
Con il sostegno di isybank, 34.BI-MU e LAMIERA 2025, Generali-Cattolica, Tracce
MERCATO UNICO, EURO, PNRR: QUALE SVILUPPO ECONOMICO PER L’UE?
GIORGIO VITTADINI Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo “Mercato unico, Euro, PNRR: quale sviluppo economico per l’Unione Europea?”. Chi ha seguito il Meeting ha visto che l’Europa è stata sullo sfondo, ma uno sfondo molto appariscente, perché l’intervento del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha riecheggiato il rapporto fra l’Italia e l’Europa, il commissario Paolo Gentiloni ha dedicato appunto a questo suo lavoro il suo intervento, poi c’è stato l’incontro dei parlamentari e oggi abbiamo un panel di altissimo livello, variegato, che ci può permettere di mettere a fuoco fino in fondo questo tema. Innanzitutto, prima di una breve presentazione, dico che questo panel è composto, in ordine alfabetico, da Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea; Raffaele Fitto, ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR; ed Enrico Letta, nell’ultimo suo ruolo tra i tantissimi, estensore del rapporto strategico sul mercato unico europeo.
Prima di introdurre l’incontro, però, chiederei un saluto introduttivo a Luca Beccari, segretario di Stato per gli Affari Esteri, gli Affari Politici, la Cooperazione Economica Internazionale e la Transizione Digitale della Repubblica di San Marino.
LUCA BECCARI Grazie, buon pomeriggio a tutti. È per me sempre un piacere essere qui nella mia veste di segretario di Stato per gli Affari Esteri della Repubblica di San Marino, è la quinta edizione consecutiva di partecipazione al Meeting, ma sicuramente la collaborazione di San Marino con questa formidabile kermesse va da molto più lontano. Abbiamo iniziato, mi ricordo benissimo il mio primo intervento nel 2020, nei primi spazi di libertà che ci siamo guadagnati dopo la prima ondata di Covid, un’edizione molto particolare dove si cominciava a discutere il tema dello sviluppo dell’Europa dopo il Covid.
Poi siamo usciti da questa bruttissima vicenda e siamo ripiombati invece in un contesto ancora più complicato geopoliticamente parlando, di tensioni proprio nella nostra regione, dove la guerra è tornata dopo tantissimi decenni e dove il tema della stabilità e il tema della sicurezza sono diventati ancora più importanti. Il lato positivo è che si è cominciato anche a parlare di sviluppo in un’ottica nuova: si è cominciato a parlare di resilienza, di capacità di adattamento, di capacità di resistenza a quelli che sono tutti gli shock esterni che possono riguardare un Paese, ma si è iniziato a parlare soprattutto ancora di più di cooperazione. E in questo contesto di cooperazione la Repubblica di San Marino non poteva essere da meno. In questo periodo devo dire che sono successi due eventi molto importanti nel rapporto di San Marino con l’Unione Europea, che poi incidono anche positivamente nel rapporto di San Marino con l’Italia. Il primo è sicuramente la conclusione del negoziato per l’accordo di associazione, che spero presto riusciremo a firmare, che porterà San Marino a partecipare e a integrarsi all’interno del mercato unico, quindi a far parte di questa incredibile piattaforma economica e sociale, perché non è sicuramente solo una piattaforma economica.
San Marino già adotta l’euro da anni e quindi è già integrato a livello valutario; non saremo purtroppo, ahimè, parte del PNRR in quanto non siamo ovviamente destinatari di risorse europee, non essendo Stati membri, ma già partecipiamo agli strumenti di euro-progettazione in partnership con diverse realtà europee. Non in modo particolare solo con l’Italia, ma per quanto riguarda la nostra regione, con i Paesi dell’iniziativa Adriatico Ionica. Siamo quindi sicuramente in un contesto nuovo, siamo in un contesto nuovo anche di integrazione politica con l’Unione Europea, grazie alla nostra partecipazione alla CPE, la Comunità Politica Europea, che è diventata il nuovo formato di discussione politico all’interno della regione europea, che riguarda non solo i 27 Stati membri, ma tutti gli Stati che in qualche modo hanno una relazione strutturata con l’Unione Europea. Quindi questo panel sicuramente offre tre elementi di riflessione importanti che sono la base di un’integrazione e cooperazione.
Mi permetto di dire che, nonostante le avversità e nonostante quello che può essere sembrato un periodo molto difficile, sicuramente l’Europa ha preso consapevolezza del fatto che non esiste solo l’Europa dei 27, ma esiste un’Europa come macro-regione che coinvolge Stati in pre-adesione con accordi di associazione o accordi di vicinato, per i quali, appunto, anche San Marino ha bisogno di una maggior sinergia e di una capacità di far fronte alle sfide. Sfide che in scala sono uguali per tutti: perché l’inflazione, il problema della qualità della vita dei nostri cittadini, il bisogno di investimenti e il bisogno di facilitare gli scambi sono problemi comuni a tutti. Grazie e buon lavoro a tutti.
GIORGIO VITTADINI Allora, come dicevo, abbiamo tre interlocutori che hanno ruoli decisivi. Il primo, Enrico Letta, ha stilato questo rapporto e ha scritto questo bellissimo libro, “Molto più di un mercato”, che vi consiglio di leggere perché capirete molto del funzionamento dell’Europa. Piero Cipollone è membro della BCE, quindi ci potrà parlare di qualcosa che di solito è ostico, in cui vediamo tassi e non tassi, ma che investe invece tutto il tema di come questo sia cruciale per lo sviluppo. E Raffaele Fitto ha veramente traghettato, essendo qui dall’anno scorso, il PNRR, e quindi ha mostrato un modo con cui l’Italia coopera positivamente per l’Europa. Quindi lascerò a loro l’approfondimento economico di questo.
Voglio solo dare tre linee di contesto, visto che abbiamo detto che al Meeting ci interessa capire in che momento si situa per noi questo tema dell’Europa, che di solito è sempre affrontato in termini calcistici, agonistici: bianco o nero, bella o brutta, e così via. Siamo in un momento di radicale transizione, perché siamo passati, vi ricordate Fukuyama, da: «È finita la storia» e dall’equilibrio americano, a un disequilibrio multipolare, dopo trent’anni, in cui evidentemente l’Europa deve trovare il suo ruolo. Ed è un ruolo che, prima che economico, vediamo essere politico, o addirittura militare.
Cosa ne sarà di questo di fronte alle elezioni americane, di fronte alla Cina, di fronte alla Russia, di fronte ai conflitti? L’Europa è nata in un nesso profondo con gli Stati Uniti e così via. Oggi come ne esce? Questa è la prima domanda. Anche perché l’Europa è nata su un fatto, l’abbiamo visto – chi l’ha visto alla mostra di De Gasperi – sull’idea: «Superiamo la guerra, superiamo la guerra soprattutto sul suolo europeo».
Se leggete i discorsi di De Gasperi che sono riportati lì, l’idea duplice era l’Italia in Europa, ed è nata da Paesi che si erano fatti la guerra, che avevano avuto i parenti e gli amici uccisi dagli altri. Un miracolo. Oggi è tornata la guerra sul suolo europeo, anzi, era tornata già nel mondo slavo; adesso è presente anche su una parte non compresa nell’Unione Europea, ma che è parte dell’Europa.
Quindi, ecco una seconda domanda: se prima c’è stato il superamento del monopolarismo, il secondo tema è quello della guerra. Il terzo tema globale sono le sfide sociali, ambientali e tecnologiche. Perché le ultime due legislature, quella di Ursula von der Leyen che è finita adesso e il discorso iniziale, hanno rimesso a tema l’Europa come il luogo della sostenibilità, che per noi, per molti, è una parola che rischia di essere astratta. Il Green Deal, cosa c’entra con lo sviluppo, la vera occupazione, cosa ha a che fare con gli aspetti sociali, visto che ci sono i 17 punti dell’Agenda? E poi l’intelligenza artificiale: ricordiamo che l’Europa, tra i primi, ha fatto un tentativo di legislazione sull’intelligenza artificiale.
Voi capite, quindi, che non stiamo parlando dell’economia come se fosse un’isola isolata, ma di un’economia immersa in un mare che sta continuamente cambiando. Da questo punto di vista, è interessante in questo mare rifarsi a un’idea per superare la situazione attuale. Torniamo all’idea che l’Europa è nata, paradossalmente, sfidando tutto su degli ideali.
Perché ha avuto questa intelligenza di nascere sul carbone e sull’acciaio? Ci si mette insieme per guardare le fonti di energia, che di solito sono quelle che fanno bisticciare, ma in nome di una forza ideale. E allora cosa vuol dire rifare un disegno di un’Europa in questo momento? Anche perché, e con questo arrivo all’ultimo argomento che voglio introdurre, non è chiaro cosa debba essere l’Europa.
C’è chi dice che deve aumentare il ruolo del Parlamento europeo, della Commissione, dei capi di governo. Non avendo fatto una Costituzione, la governance è ancora tutta da vedere. E, dall’altra parte, che cosa deve essere il rapporto tra gli Stati? Perché ormai abbiamo questa antinomia abbastanza pesante tra l’unanimità, che impedisce molte volte delle decisioni, e dall’altra parte i governi, gli Stati, che hanno paura che la loro autonomia su certi temi fondamentali venga loro sottratta.
Allora voi capite che questa introduzione serve semplicemente per complicare la vita ai nostri tre interlocutori, per dire che non parlano all’interno di un panorama chiaro. Io ammiro molto i loro tre ruoli, perché stanno affrontando questi temi e sono abituati in modi diversi, per i ruoli che svolgono, a dibattiti con tutti gli altri Paesi in un panorama che è tutt’altro che chiaro. Però, detto questo, la domanda è come quello che stanno facendo loro sia utile.
Allora avremo un primo giro di domande che farò, diverse a tutti e tre. La prima, proprio a Enrico Letta, è: cosa dice questo report sul mercato unico, contenuto poi nel libro? Che cosa suggerisce di fronte a questa situazione? Di che tipo di mercato unico stiamo parlando e come può aiutare l’integrazione europea? Perché l’ultima cosa che dico è che tutti quelli che sono passati di qui, anche Panetta – che a sorpresa poteva parlare di altro – hanno detto che senza Europa non si va da nessuna parte. E finisco con una battuta di Enrico che gli ho sempre rubato da quando l’ho sentita, che è: «L’Italia era un Paese grande in un mondo piccolo, adesso è un Paese piccolo in un mondo grande».
Da sola non ce la farebbe. La parola a Enrico.
ENRICO LETTA Grazie Giorgio, grazie al Meeting per questa grandissima e bellissima occasione. Grazie a Raffaele e a Pietro, con entrambi ho avuto modo di collaborare e li voglio molto ringraziare per l’estensione di questo rapporto. Voglio raccontarvi come è nato il rapporto, perché il metodo è stato per me un elemento essenziale di contenuto, e anche per farvi capire perché e cosa oggi dobbiamo fare per superare i limiti che stanno rendendo l’Europa più in difficoltà di quanto possiamo immaginare. Il rapporto l’ho scritto ascoltando tanto: facendo 400 incontri in 65 città europee, 27 Paesi tutti visitati, 8 mesi di incontri, 8 mesi di ascolto, 8 mesi di confronto, importante ovviamente anche per molti in Italia.
Per fare questo viaggio, inizio con questa esperienza che secondo me è abbastanza indicativa del problema che abbiamo in Europa. Ho pensato dentro di me: «Devo fare un viaggio, devo visitare i 27 Paesi, ho pochissimo tempo. Se dovessi farlo in Italia la stessa cosa la farei ovviamente usando il treno ad alta velocità, perché abbiamo l’alta velocità e quindi la farei così». Ho cominciato a pensare di fare la stessa cosa a livello europeo, anche perché in Francia c’è l’alta velocità, in Spagna c’è l’alta velocità, in Germania c’è l’alta velocità, quindi ho immaginato: «Lo facciamo così».
Mi sono reso conto di una cosa che sapete sicuramente tutti benissimo: è impossibile in Europa pianificare un viaggio tra le capitali europee attraverso l’alta velocità, perché non c’è l’alta velocità tra le capitali europee. L’alta velocità unisce i capoluoghi di regione dei diversi Paesi all’interno dei Paesi, ma non unisce le capitali europee. È indicativo del problema che noi oggi abbiamo.
Siamo troppo divisi Paese per Paese, ogni Paese dentro il suo problema, ma non ci connettiamo tra di noi, e questa mancanza di connessione è un danno enorme. Vi faccio due esempi di danno molto concreto derivante dalla mancanza di connessione. Uno su cui devo ringraziare la BCE, perché è un dato che è emerso dagli studi della BCE.
Pensate a cosa vuol dire il fatto che un argomento, che spesso e volentieri teniamo fuori dai nostri ragionamenti, ovvero i mercati finanziari, sembri una cosa lontana. I mercati finanziari sono importanti. Se i mercati finanziari non sono efficienti, l’economia non va.
Se i mercati finanziari sono organizzati male, va meglio l’economia degli altri. Gli Stati Uniti oggi corrono e vanno molto meglio di noi perché hanno un mercato finanziario unitario, fortissimo, che approfitta della nostra frammentazione: i nostri risparmi di europei, che lo sappiamo o che non lo sappiamo, finiscono in una parte significativa a Wall Street. Perché? Perché Wall Street è grande, integrata e molto, molto più vantaggiosa.
Proprio perché è grande e integrata. Pensate che il Nasdaq vale come il doppio di tutte le borse europee sommate tra di loro. Pensiamo alla differenza di scala e di dimensione.
E senza che noi lo sappiamo, i nostri risparmi finiscono lì. E quando finiscono lì, cosa succede? Succede che lì si trasformano in azioni che rafforzano le imprese americane, che poi tornano in Europa con i nostri soldi a comprare le imprese europee. La frammentazione, e la bandiera nazionale tenuta su in una logica di nazionalismo totalmente inutile, ha un effetto negativo, e di questo gode Wall Street e la finanza americana.
Un secondo esempio, la frammentazione di un altro settore che sempre di più sta diventando importante, lo ha citato Giorgio poco fa. L’Europa è un continente di pace ed è un progetto di pace, però l’Europa deve essere anche un grandissimo strumento di difesa. Se non l’avete ancora fatto, andate a vedere la mostra su De Gasperi, è straordinaria.
C’è quel momento fortissimo: gli ultimi giorni della vita di De Gasperi sono giorni di amarezza, perché si rende conto che sta andando verso il fallimento il progetto della Comunità Europea di Difesa. Viene raccontato molto bene in quella mostra.
Cosa succede? Che quella Comunità Europea di Difesa non esiste, e quello che è successo in questi ultimi mesi è che abbiamo tutti aiutato l’Ucraina. Sapete quanto abbiamo speso per aiutare l’Ucraina? 140 miliardi di euro, noi europei. Abbiamo fatto bene e dobbiamo continuare ad aiutare l’Ucraina a difendersi.
Qual è il problema? È che, essendo frammentata la difesa europea, con quei soldi abbiamo comprato materiale non europeo e con i soldi nostri, dei contribuenti europei, abbiamo creato posti di lavoro in Turchia, Corea del Sud, Michigan, Wisconsin, Pennsylvania. È un’assurdità totale. Anche perché gli altri non fanno la stessa cosa.
Gli americani hanno speso una cifra simile, ma con quella cifra hanno comprato materiale americano e hanno creato posti di lavoro negli Stati Uniti, non in Europa. Noi con queste nostre frammentazioni stiamo perdendo terreno. Stiamo andando contro i nostri stessi interessi.
Abbiamo bisogno di integrarci di più. In tutti i settori chiave, io nel rapporto ne ho identificati 3 più 1. I “3” sono i grandi settori che, quando il mercato unico è nato, sono stati tenuti fuori dall’integrazione: telecomunicazioni, energia e mercati finanziari.
Il “più 1” è la difesa, l’ho citato adesso. Sono settori nei quali oggi c’è bisogno di maggiore integrazione per essere più efficienti, per creare posti di lavoro e per essere competitivi a livello globale. Se no, succederà come sta già succedendo nel campo delle telecomunicazioni, dove alla fine stiamo diventando semplicemente un terreno di conquista tra americani e cinesi.
Questo è quello che sta capitando. Noi non possiamo pensare che il futuro dell’Europa debba essere quello di scegliere se essere una colonia americana o una colonia cinese. E dobbiamo capire che il mondo sta cambiando.
La frase che Giorgio ha avuto la cortesia di ripetere sul fatto che l’Italia (ma la stessa cosa la si può dire sulla Francia, la Germania, i grandi Paesi europei) era grande quando il mondo era piccolo, 40 anni fa, 50 anni fa. Le nostre generazioni hanno vissuto un fatto che storicamente è il più grande cambiamento della storia dell’umanità: l’avvento della Cina e l’avvento dell’India.
Cioè un miliardo e mezzo e un altro miliardo e mezzo di persone che erano completamente fuori dalla storia e che stanno diventando come noi. E noi siamo solo 60 milioni. E questi 3 miliardi di persone improvvisamente sono entrate nella storia.
Vi faccio un altro esempio, Giorgio, ti piacerà quest’altro esempio. Quando parliamo della Cina, per capire che cosa vuol dire il cambiamento, pensate a una sola cosa. Alle ultime Olimpiadi, Stati Uniti e Cina si sono battuti per chi arrivava per primo: 40 medaglie d’oro l’uno e 40 medaglie d’oro l’altro. È stata una lotta fino all’ultimo minuto. Gli Stati Uniti hanno sempre preso 40 medaglie d’oro, 35, 50.
Sapete quante medaglie d’oro ha preso la Cina quando è nato il mercato unico? Cinque. In 30 anni, in 35 anni, la Cina è passata da essere la trentesima nel medagliere, la ventesima nel medagliere, a essere la numero uno, a giocarsi il posto di numero uno. Questo è il vero cambiamento.
Il cambiamento non è dato solo dalla dimensione, ma dalla rapidità in cui tutto questo è avvenuto. E attenzione, questa non è una cosa che non ci riguarda personalmente. Quanti di noi, ogni giorno, nella vita concreta, difendono il Made in Italy? Difendono il Made in Europe? Però poi, dopo, quando facciamo i conti col nostro portafoglio, andiamo nel negozio con le cose cinesi sotto casa e compriamo a 50 centesimi i prodotti che competono con i nostri; sono più scarsi, però alla fine li compriamo, perché non costano nulla, perché loro sono in grado di costruirli a nulla.
E allora vengo rapidamente alle conclusioni, alle proposte che ho inserito nel rapporto. Le proposte sono di integrare questi tre settori: telecomunicazioni, energia, servizi finanziari, non soltanto per essere più competitivi, ma anche per via della parola chiave di questi anni. La parola chiave di questi anni è: sicurezza.
La stiamo declinando tutti. Come possiamo essere sicuri se non siamo indipendenti energeticamente? Come possiamo essere sicuri se abbiamo un mercato finanziario debole? Come possiamo essere sicuri se non c’è connettività? Il mondo delle telecomunicazioni parlava europeo negli anni ’80 e ’90. Tutti i marchi, Giorgio, degli anni ’80 e ’90 erano tutti europei.
Il GSM era europeo. Oggi il 5G è americano o cinese. Tutte le piattaforme sono tutte americane o cinesi.
Perché? Perché siamo divisi in 27. Sapete qual è il numero medio di clienti, per via di questa frammentazione, di un operatore americano di telecomunicazioni, di un operatore cinese e di un operatore europeo? 460 milioni è il numero medio di clienti di un operatore cinese. 107 milioni è il numero medio di clienti di un operatore americano.
E il numero medio di clienti di un operatore europeo è 5 milioni. Come potete immaginare che un operatore europeo abbia i soldi da investire sull’intelligenza artificiale applicata alle telecomunicazioni? È ovvio che lo faranno americani e cinesi, per via della nostra frammentazione. Noi dobbiamo mettere la bandiera europea in questi settori, non per un’ideologia, ma per una convenienza.
Avere la bandiera europea in quei settori e non avere il nazionalismo in quei settori è fondamentale e conveniente. E quindi il primo punto del mio rapporto è proprio questo. In questi tre settori dobbiamo unirci.
Così come dobbiamo unirci in materia di difesa. Se non lo facciamo, non saremo in grado, per esempio, di trasformare tutti i soldi che investiamo nella difesa in progetti che diano posti di lavoro a noi europei. In progetti che facciano sì che il Made in Europe sia più vincente e che non andiamo a finire a comprare in Turchia o in Corea del Sud o negli Stati Uniti.
E poi l’altro grande progetto. Giorgio, tu hai parlato di sostenibilità. Voglio riprendere il tuo punto sulla sostenibilità, che so essere un tema sempre importante al Meeting, e quest’anno di particolare importanza.
Qual è, se mi chiedete, qual sarà la questione più importante per la prossima Commissione Europea? Per i prossimi cinque anni, Raffaele, qual è la questione più importante che avrete da gestire? La questione più importante secondo me sarà questa: dare risposta alla seguente domanda. Come reperire i 500 miliardi di euro l’anno che servono per finanziare la transizione verde, giusta e digitale? Perché nei prossimi dieci anni la transizione la faremo.
Noi dobbiamo fare la transizione perché i nostri figli ce lo impongono, la salute del nostro pianeta ce lo impone e il nostro futuro ce lo impone. Ma noi dobbiamo finanziare la transizione, perché se non la finanzieremo succederà quello che io ho ascoltato nei miei giri per l’Europa parlando con gli agricoltori polacchi, parlando con gli imprenditori spagnoli, parlando con i lavoratori italiani. Ho sentito da parte di tutti questi lo stesso messaggio:
«Voi volete che facciamo la transizione. Ci dite che costa un sacco e non ci dite da dove si prendono i soldi. Quindi vuol dire che io, agricoltore polacco, agricoltore italiano, penso che dovrò pagare qualcosa, o che io, lavoratore nell’industria automobilistica, dovrò pagare qualche cosa».
Nel rapporto io faccio una proposta, e molto concretamente la chiamo “L’unione dei risparmi e degli investimenti”, in cui mettendo insieme investimenti privati e risparmio, con un incentivo a un interesse più vantaggioso per noi risparmiatori e con l’intervento pubblico, insieme si riesca a dare una risposta a questa domanda. Se lo si farà, faremo la transizione e questa transizione sarà socialmente accettabile. Se non lo faremo, sarà un disastro.
L’Europa andrà contro gli interessi dei suoi stessi cittadini e noi su questo saremo in una grandissima difficoltà. Voglio terminare su un punto al quale tengo moltissimo. Giorgio, il punto è questo.
Uno dei motivi per i quali noi siamo indietro rispetto agli Stati Uniti è il fatto che gli Stati Uniti in questi anni hanno deciso di investire moltissimo in innovazione. Tutte le grandi innovazioni arrivano oggi dagli Stati Uniti perché hanno i soldi per farlo, hanno la cultura dell’innovazione. Io quante volte ho girato incontrando giovani start-upper in questi mesi di viaggio attorno all’Europa, che ho raccontato nel libro al quale Giorgio ha fatto cortesemente riferimento, e mi sono sentito ripetere da ognuno di questi giovani start-upper – non solo italiani:
«Non pensiamo noi che siamo i più sfortunati di tutti». L’ho sentito dallo start-upper finlandese, da quello portoghese, da quello irlandese: «Il mio sogno è andare negli Stati Uniti a sviluppare la mia idea, il mio progetto, la mia iniziativa. Perché lì trovo i finanziamenti, perché lì trovo l’ambiente giusto per rischiare». Noi dobbiamo essere in grado, su questo tema, di fare un grande cambiamento sul mercato unico. Il mercato unico è stato anche chiamato “il mercato delle quattro libertà”.
Libertà di movimento di beni, servizi, capitali e persone. Queste quattro libertà suonano molto da Novecento. Sono tutte tangibili.
È l’idea dell’economia analogica, di quello che si tocca. Noi abbiamo bisogno di inserire, ed è quello che io propongo nel rapporto, una quinta libertà: la libertà dell’innovazione, della ricerca e delle competenze.
Cioè la capacità su questo fronte di andare verso l’intangibile. Se non lo faremo, noi saremo indietro. Ancora indietro e non ce la faremo.
Io ho voluto raccontarvi queste cose rapidissimamente. Le trovate ovviamente scritte nel rapporto e sintetizzate nel racconto del libro. Ma soprattutto ho voluto cercare di dare un messaggio molto forte ai governi europei e un messaggio molto forte alle istituzioni europee.
Guardate, non abbiamo più tempo. Noi stiamo perdendo terreno e stiamo diventando sempre più marginali come europei. O ci integriamo e siamo in grado di essere molto più competitivi e molto più performanti, oppure dovremmo porci il problema se essere una colonia americana o una colonia cinese. Io non voglio che i miei figli crescano avendo di fronte questa alternativa. Io voglio che i miei figli, che i nostri figli italiani, crescano con l’idea che l’Europa è il nostro continente e che l’Europa è il continente dei valori, il continente della solidarietà e il continente nel quale la coesione sociale e la giustizia sociale – come dice De Gasperi in una delle lettere che sono raccontate nella mostra di prima – sono il più grande impegno che la politica europea possa mettere in campo.
Questa è l’Europa che dobbiamo costruire e l’Europa che sono convinto che costruiremo. Grazie.
GIORGIO VITTADINI Allora, adesso vorrei chiedere a Piero Cipollone, in quanto membro del Board della BCE: in che misura in questo momento la moneta unica, l’integrazione delle economie, è un fattore di crescita? Perché di solito, anche qui, della BCE si sente solo dire: «Questi cattivoni con i tassi», eccetera eccetera, ma non si capisce qual è il ruolo che svolge per quello di cui stiamo parlando.
PIERO CIPOLLONE Grazie, buon pomeriggio a tutti. Grazie Giorgio per l’invito, è un onore partecipare al Meeting, in particolare a questo panel che capita in un momento delicatissimo, visto quello che sta succedendo a Bruxelles in termini di composizione della nuova Commissione e soprattutto riguardo a quello che avranno da fare nei prossimi cinque anni. Per venire alla tua domanda, la mia risposta è molto semplice: io penso che l’integrazione europea, il mercato unico e la moneta unica siano stati un grandissimo successo. Ora, la giustificazione di quello che sto dicendo risiede in un numero infinito di rapporti, ma da ultimo il Governatore l’altro giorno ha ricordato che, in assenza del mercato unico, il reddito pro capite in Europa sarebbe stato inferiore di un quinto rispetto a quello che è, quindi è la prova evidente.
Però attenzione, gli economisti quando parlano ci danno sempre numeri, parlano di evidenze concrete; però attenzione, le evidenze non vanno molto in là se non entrano nelle percezioni delle persone, se le persone non percepiscono come reali i numeri che noi diamo come economisti. E allora bisogna guardare a che cosa dicono le persone. Bene, se uno guarda a quello che le persone dicono rispetto all’Europa, si conferma quello che ho appena detto.
Io mi sono andato a guardare i dati dell’Eurobarometro. Sapete, l’Eurobarometro è questa specie di grande organizzazione che fa i sondaggi in tutta Europa; bene, secondo i dati dell’Eurobarometro del 2024, oggi l’86% dei cittadini europei dice che non sono mai stati così soddisfatti come lo sono oggi. Questo numero era molto più basso (questa è la percentuale più bassa dal 1974) e la cosa interessante è che è sempre stata crescente questa proporzione a partire dai debiti sovrani, dalla crisi dei debiti sovrani. Per la moneta unica la storia è la stessa.
Oggi il 70% dei cittadini europei pensa che l’adozione dell’Euro sia stata una buona cosa per l’intera area. Questa percentuale era molto più bassa all’inizio: leggo per non sbagliarmi, era il 53% nel 1992 ed era il 61% al momento dell’adozione. Quindi la percezione dell’Euro come un elemento di successo è andata crescendo.
Ancora più interessante è il fatto che le persone pensano che per l’Europa l’Euro sia stato un elemento di successo più di quanto lo sia nel proprio Paese, quindi l’erba del vicino ovviamente è sempre più verde. E se uno domanda ai cittadini dei Paesi che non hanno adottato l’Euro, anche loro ritengono che per i Paesi che l’hanno adottato sia stato un elemento di successo? Tant’è vero che il 57% dei cittadini dei Paesi che non hanno adottato l’Euro sono pronti ad adottarlo. Ovviamente questo cambio di percezione non è venuto «out of the blue», come dicono gli inglesi: ci sono stati dei fatti concreti negli ultimi cinque anni che forse hanno permesso di far cambiare opinione.
A partire dalla non brillante esperienza inglese – sapete a che cosa mi riferisco – per non parlare poi della pandemia e della risposta che l’Europa ha saputo dare, sia nella sua versione Commissione che nella sua versione BCE, da un lato con il Next Generation EU e dall’altro con il PEPP. E infine gli eventi delle guerre in Ucraina e a Gaza. Certamente questi elementi, questi nuovi fatti, hanno rafforzato il bisogno di integrazione e questo ha influito anche sulla rappresentanza, su come chi vuole dare una rappresentanza politica agli europei ha cambiato la propria posizione.
Cinque anni fa c’erano molti che dicevano che volevano uscire dall’area dell’euro o abbandonare l’euro. Non è stato così in questa campagna elettorale. Le ragioni forse sono quelle che ho appena ricordato.
Ovviamente uno può dire che quindi è stata un’esperienza di successo, però il successo del passato non garantisce affatto per il futuro. Nella tua domanda, Giorgio, dicevi: cos’è che garantirà la forza delle nostre economie e quale è il ruolo per l’Europa? Io penso che l’Europa debba rispondere a tre domande fondamentali.
Noi riusciremo ad andare avanti, questo processo di integrazione e di rafforzamento della sua utilità nella percezione dei cittadini continuerà, se l’Europa sarà pronta a rispondere esattamente alle sfide di cui vi parlava un attimo fa Enrico Letta. La transizione ecologica, la transizione digitale e il rafforzamento della sicurezza fisica ed economica del continente. Queste sono le sfide che abbiamo davanti.
Quindi uno si chiede che cosa dobbiamo fare per poter affrontare bene queste sfide. Io faccio il banchiere centrale, quindi guardo sempre ai soldi. Quindi la prima questione è: ce li abbiamo i muscoli finanziari per fare queste transazioni? Dove troviamo tutti i soldi che saranno necessari? Intanto dobbiamo renderci conto di che cosa stiamo parlando, perché avere la concretezza dei numeri è molto importante.
Qualche settimana fa alcuni colleghi della BCE hanno provato a fare i conti di quanto costino le transizioni green, digitale e di difesa sulla base delle stime della Commissione e della NATO. La loro stima è che tra il 2025, cioè domani mattina, e il 2031 dovremo investire 5.400 miliardi. Questa è la cifra di cui stiamo parlando.
Secondo questi colleghi, dove troviamo questi soldi? Secondo loro una quota non banale verrà dai fondi pubblici, un po’ europei, un po’ dai bilanci nazionali. Parliamo di 400 miliardi da parte dei fondi europei, 900 miliardi da parte dei fondi nazionali. Il grosso deve venire dagli investimenti privati.
Stiamo parlando di 4.100 miliardi. Quindi la domanda essenziale è quali siano le condizioni per trovare questi soldi. Lo stesso Governatore qualche giorno fa ci diceva che da questo punto di vista una capacità fiscale comune europea può essere di grande aiuto.
D’altra parte ci ricordava quali sono i vincoli di finanza pubblica. La necessità di ridurre il debito è urgente. Il Governatore ha illustrato benissimo di che cosa stiamo parlando.
L’Italia spende per servire il proprio debito tanti soldi quanti ne spende in istruzione. È un dato che lascia riflettere. La strada pubblica per finanziare questa transizione è molto stretta.
È evidente che il grosso deve venire dalle risorse private. Come le si possono generare? Ci sono due dimensioni sulle quali dobbiamo fare meglio: generare più risorse e usare meglio quelle che abbiamo.
Per generare più risorse non c’è che una strada, la crescita. La crescita per i prossimi anni non sarà brillante per via di due motori fondamentali della crescita: la demografia e la produttività si sono inceppate o non girano alla velocità necessaria.
Vi voglio ricordare solo un numero, perché fa impressione, sulla demografia. Mi sono andato a riguardare le stime dell’Eurostat. La popolazione dell’UE nei prossimi cinque anni, sempre guardando a questo orizzonte di cui si occuperà la prossima Commissione, resterà intorno ai 450 milioni di persone.
Il punto drammatico è che quelli che hanno un’età da 20 a 64 anni, cioè quelli che possono lavorare, scenderanno di 6 milioni di persone, pari al 2-3%. Quelli ancora più giovani, cioè i futuri lavoratori, coloro che hanno meno di 19 anni, scenderanno di 4 milioni di persone, il 4%. Non andrà meglio dopo il 2030, anzi, peggiorerà.
Quindi avremo un enorme problema di trovare le persone disponibili che possano lavorare. Le stime dell’Eurostat tengono già conto dell’immigrazione, quindi gli spazi, anche quelli, sono già considerati. Ci sono due strade che si possono intraprendere.
Per mantenere il reddito pro capite e quindi almeno continuare a generare le risorse che generiamo, possiamo fare due cose: aumentare il numero delle persone che lavorano, oppure aumentare la loro produttività. Aumentare il numero di persone che lavorano è la strada che abbiamo battuto negli ultimi anni.
Il tasso di occupazione nell’UE negli ultimi 20 anni è cresciuto di quasi 8 punti percentuali. Siamo adesso all’incirca allo stesso livello degli Stati Uniti. È difficile pensare che si possa fare molto di più.
Ci sono ancora delle aree, delle sacche su cui si può lavorare, ma non mi pare una strada che possa cambiare in maniera radicale le prospettive. Resta la produttività. Lo ricordava un attimo fa il Presidente Letta.
Tenete conto che anche sulla produttività abbiamo dei serissimi problemi. Negli ultimi 30 anni la produttività nell’area dell’euro è cresciuta di due terzi rispetto a quella degli Stati Uniti. Abbiamo accumulato un ritardo enorme e soprattutto questo differenziale è aumentato moltissimo negli ultimi anni.
Molto dipende non tanto dall’accumulazione di capitale, ma dall’efficienza con la quale utilizziamo le risorse. Non voglio dire di più su che cosa si può fare per riaccelerare la crescita. Se date un’occhiata al rapporto del Presidente Letta troverete un sacco di informazioni e un sacco di utili consigli.
Il problema è metterli in atto. La questione rimane quindi il punto cruciale: come possiamo fare per utilizzare meglio le risorse che abbiamo per finanziare queste grandi sfide che abbiamo di fronte? Penso che ci siano almeno un paio di numeri importanti per far capire che c’è molto spazio per fare meglio.
Il primo è il numero che ha citato il Presidente Letta. Oggi la posizione netta sull’estero – si chiama tecnicamente così, ma in parole povere i risparmi, le attività finanziarie degli europei investite in altri Paesi, al netto del contrario – sono 580 miliardi. Parliamo del 4,1% del PIL.
Sarebbe utile che queste risorse trovassero un’occupazione magari nell’area dell’euro. Il secondo elemento importante da considerare è come utilizziamo i nostri risparmi. Nell’area dell’euro i risparmi, le attività finanziarie delle famiglie, sono circa 30 mila miliardi.
Di questi, un terzo è investito in depositi. Ovviamente i depositi delle famiglie presso le imprese sono anch’essi fonte di finanziamento per l’economia, nella misura in cui le banche finanziano con questo le imprese. Ma certo ci possono essere dei margini di miglioramento, e quindi la questione fondamentale è esattamente quella che diceva il Presidente Letta.
Possiamo trovare delle forme di investimento di questi risparmi che siano più redditizie per le famiglie e, al contempo, siano più legate esattamente a questo tipo di transizione di cui stiamo parlando. Quindi la questione è come mobilizziamo queste risorse, quali strumenti finanziari utilizzare, come possiamo migliorare la struttura dei mercati finanziari per permettere che gli investimenti siano diretti in maniera più precisa rispetto alle sfide che stiamo affrontando e come possiamo anche attirare capitali esteri all’interno dell’Unione per finanziare questi investimenti. Qualche tempo fa, come BCE, abbiamo pubblicato un rapporto che dettaglia in maniera molto precisa esattamente le cose di cui sto dicendo, e lì facciamo tre raccomandazioni che sono molto simili a quelle presentate nel capitolo dedicato ai mercati finanziari nel rapporto Letta.
Sono tre sostanzialmente: il primo è quello di scongelare la quota dei risparmi privati che sono parcheggiati in modo improduttivo; la seconda questione è sviluppare i mercati obbligazionari e azionari per renderli più attraenti per gli emittenti e i sottoscrittori di titoli; la terza è migliorare l’attrattività dei mercati finanziari europei per gli investimenti esteri. Ovviamente Giorgio mi diceva: «Ma voi come BCE che fate?». Noi come BCE facciamo due cose sostanzialmente: contribuiamo a questo dibattito nelle sedi opportune – una delle sedi fondamentali è l’Eurogruppo, dove noi partecipiamo – e dall’altra mettiamo in campo delle azioni concrete che sono legate esattamente al nostro mandato. Sulla prima questione, due informazioni telegrafiche.
Primo, per superare la frammentazione dei mercati finanziari noi abbiamo sempre sostenuto che sia necessaria un’integrazione non solo dei mercati, ma anche e soprattutto della regolamentazione e della sorveglianza. La Presidente Lagarde lo scorso anno si è chiaramente espressa per una SEC europea, non per avere 27 regolatori frammentati. La seconda questione sulla quale abbiamo sempre insistito è il fatto che noi riteniamo che l’Europa abbia bisogno di una capacità fiscale comune, proprio per finanziare i beni pubblici europei.
I singoli Paesi non ce la fanno, c’è un problema di “free riding” e quindi di sottoinvestimento negli investimenti pubblici. Su questo noi siamo stati e continueremo a essere molto «vocal». Invece, per quello che riguarda ciò che noi facciamo, per generare le risorse di cui abbiamo bisogno, necessitiamo di un ambiente macroeconomico stabile con un’inflazione sotto controllo.
Quindi per noi il controllo dell’inflazione, il ritornare dell’inflazione al 2%, è un fatto fondamentale perché proprio la stabilità dei prezzi garantisce una programmazione di lungo periodo alle imprese e alle famiglie e quindi di generare quelle risorse necessarie per le questioni di cui stiamo parlando oggi. Invece, con riferimento alle azioni concrete che più riguardano gli aspetti delle infrastrutture e dei mercati finanziari, noi stiamo lavorando per rafforzare il ruolo dell’Euro e lo stiamo facendo lavorando su tre dimensioni fondamentali. Primo, offrire un sistema di pagamenti al dettaglio che sia atto a un’epoca digitale, e su questo mi sto riferendo all’euro digitale.
Magari ci torneremo nel seguito della discussione, ma per noi è essenziale superare la frammentazione del sistema di pagamenti, che si è frammentato anche di più dei sistemi ferroviari europei. La seconda è costruire un sistema di infrastrutture e di mercato che sia atto per un’epoca digitale. Mi riferisco a quelle che si chiamano le transazioni eseguite su piattaforme digitali, le famose DLT.
Stiamo cercando di capire come poter trasformare gli attuali sistemi di pagamento affinché siano in grado di gestire queste trasformazioni. E, da ultimo, stiamo lavorando per connettere i sistemi di pagamento europei a quelli degli altri Paesi per consentire i pagamenti trasfrontalieri in modo che siano più veloci, più economici e più sicuri. Voglio concludere dicendo che Jacques Delors diceva che il mercato europeo si fonda su tre principi: «La concorrenza che stimola, la cooperazione che rafforza e la solidarietà che unisce».
Nel corso dei diversi decenni abbiamo messo l’accento sull’uno e sull’altro. Io penso che in questo momento dovremmo mettere l’accento soprattutto sul terzo, la solidarietà che unisce, perché rinunciando agli egoismi nazionali potremmo essere più sicuri, più forti e più liberi. Grazie.
GIORGIO VITTADINI L’uomo che ha portato avanti il PNRR in Italia è stato lui, quindi cosa vuol dire l’Italia rispetto a questa situazione?
RAFFAELE FITTO Grazie a Giorgio, grazie a te, grazie al Meeting per l’invito, torno ogni anno con grande piacere. Mi fa particolarmente piacere partecipare a un dibattito con Enrico Letta e Piero Cipollone, anche per i contenuti che stiamo affrontando e per la grandissima attualità dei temi oggetto della nostra discussione. Mi piace partire da una considerazione preliminare che, come Enrico Letta ha ricordato, ci ha visti anche confrontarci in modo molto costruttivo e positivo.
Io lo ringrazio anche per l’approccio che ha avuto nel rapporto con i diversi governi europei, come lui ha ricordato, anche con il nostro. Mi fa molto piacere perché, all’interno del rapporto che condivido, emergono in modo molto chiaro una serie di obiettivi fondamentali, sia dal punto di vista della valutazione storica di quelle che sono state le scelte principali degli ultimi trent’anni, ma anche in modo particolare su quelle che sono le necessità di cambiamento o, se così possiamo dire, di adeguamento a quello che è lo scenario nuovo di fronte al quale noi ci troviamo. In questo contesto penso che sia assolutamente rilevante e positivo il fatto che all’interno del rapporto si individuino una serie di temi che chiaramente non potevano essere oggetto di una riflessione oltre trent’anni fa, ma che oggi sono di strettissima attualità.
Cercherò in questo mio intervento anche di collegarli un po’ allo schema di lavoro che il Governo ha messo in campo, sia nel rapporto con la Commissione Europea, sia nella fase di attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma non solo, della necessità di un coordinamento strategico delle risorse a disposizione. Perché, se è vero com’è vero, non è che noi abbiamo la capacità o la possibilità di coprire le risorse per intero necessarie per mettere in campo programmi di investimento di questa dimensione. Se è vero com’è vero, quello che ci ricordava Enrico Letta è che il costo di questa azione è un costo notevole ed è necessario cercare di mettere in campo alcune scelte fondamentali.
La prima è quella di capire come poter utilizzare bene e al meglio le risorse disponibili, cercando di finalizzarle e adeguandole agli scenari nuovi. Una valutazione che mi piace fare è che non si può avere un tempo lungo per reagire a quello che accade nel mondo, perché i nostri competitor a livello internazionale hanno una rapida azione che non ci consente di poter stare al passo con quei tempi se dobbiamo seguire un iter, una tempistica o una modalità così complessa. Quindi, se mi posso permettere, una delle questioni che a me ha più colpito positivamente nel discorso di Ursula von der Leyen il 18 luglio in Parlamento Europeo è stato il passaggio relativo alla necessità di avviare una netta scelta sul fronte della sburocratizzazione e della semplificazione.
Penso che questa sia la cornice dentro la quale ci sono tutti i temi di cui oggi noi ci occupiamo. Mi fa piacere sottolinearlo anche perché proprio nel dibattito parlamentare, in preparazione del Consiglio Europeo dello scorso giugno, il Presidente del Consiglio Meloni nel suo intervento pose questo come un tema centrale. Il fatto che sia stato ripreso con questa modalità rappresenta certamente una delle fondamentali esigenze di cui l’Europa oggi ha fortemente bisogno, insieme al fatto del piano strategico sulla competitività, che rappresenta un’esigenza che emerge chiaramente dal rapporto preparato da Enrico Letta, ma che è anche un punto centrale nell’agenda strategica approvata nello scorso giugno dal Consiglio Europeo e che rappresenta una modalità fondamentale.
Questa è anche una priorità nell’ambito del dibattito futuro a livello europeo. In questo contesto è molto importante cogliere alcuni aspetti cercando di renderli attuali. Alcuni esempi sono molto ben collegati a quanto è stato detto precedentemente.
In modo particolare penso al tema dell’energia, così come al tema della difesa. Sono questioni che ci pongono di fronte ad una questione anche qui di carattere più ampio che, consentitemelo, sottolinea anche alcuni errori compiuti nel passato. Il tema fa riferimento a quello della cosiddetta autonomia strategica, cioè della capacità che l’Europa deve avere, se vuole essere competitiva con gli altri grandi a livello mondiale: essere in grado di riuscire a chiudere la filiera produttiva all’interno dei suoi confini.
Mi fa piacere dirlo, sottolineando quello cui accennava Enrico e che sicuramente va in questa direzione, quanto sul fronte della difesa possa essere strategico e fondamentale chiudere la filiera dell’autonomia strategica per evitare di andare a fare shopping in giro per il mondo, ma avere la capacità di chiudere una filiera che ci consente, su questo come su tanti altri aspetti, di poter avere un punto di forza. Anche per dare degli elementi, dei segnali di grande rafforzamento del settore manifatturiero che è rappresentato da sempre come un punto di grande forza del contesto europeo e che può, sulle grandi linee, sulle grandi questioni, essere fondamentale. Il tema energetico ne è una dimostrazione, se è vero com’è vero che dal 22 febbraio del 2022, momento in cui la Russia ha invaso l’Ucraina, ad oggi si è quasi assottigliato, ridotto se non scomparso, il tema della dipendenza energetica dal fronte russo.
Ma questo non ha comportato però una riduzione dei costi, dei prezzi dell’energia in modo coordinato, e questo, sul terreno della competitività del contesto europeo, rappresenta uno degli elementi più importanti. E ritengo che su questo ci sia bisogno di fare una valutazione che tiene dentro anche un po’ le riflessioni che ho ascoltato in questi giorni, anche nel dibattito che c’è stato qui al Meeting, e anche nelle considerazioni che poc’anzi faceva Cipollone in riferimento al tema, che è centrale, della capacità che l’Europa deve avere di utilizzare bene e al meglio le risorse disponibili. Qui io penso che ci sia il collegamento con il Next Generation EU, con il PNRR, per diverse ragioni, di carattere generale e di carattere particolare nazionale.
Di carattere generale perché il Next Generation EU ha rappresentato una forma di indebitamento comune che, in un momento drammatico, ha visto la condivisione da parte di tutti gli Stati membri. Forse oggi il tema di dove e come reperire le risorse per sostenere i programmi di investimento di cui abbiamo bisogno è certamente un tema reale, perché la disponibilità nella condivisione di un debito comune che ha portato al finanziamento del Next Generation EU non è facilmente recuperabile nei prossimi mesi da parte degli altri Stati membri. E questo ci pone un tema anche collegato ad un’altra difficoltà, che è una decisione strategica fondamentale e ci mancherebbe altro, ma che però pone una questione importante dal punto di vista economico e finanziario.
Parlo dell’allargamento dell’Unione Europea, che ha avuto un’accelerazione per ragioni diverse da quelle che tradizionalmente hanno portato l’Europa ad allargarsi verso altri Stati membri, i quali hanno avuto ragioni molto collegate al tema strategico di quello che purtroppo è accaduto in Ucraina, e quindi del fatto che le scelte collegate all’allargamento sono state in gran parte frutto di valutazioni legate alla necessità di guardare alla situazione geopolitica, che purtroppo emergeva di volta in volta nel contesto europeo. Penso però che sia importante tener conto di questo dato: non è che noi possiamo pensare di andare verso un allargamento senza porci il problema dei costi dell’allargamento, perché se noi pensiamo di poter fare le stesse cose con un’Europa molto più grande, con le stesse risorse, sappiamo che non è possibile. E quindi è evidente che questo tema rappresenta anche l’esigenza di andare a guardare con attenzione alcune politiche di intervento che con l’allargamento potrebbero diventare oggetto di un’attenzione particolare, che oggi sono all’interno del bilancio europeo voci di bilancio molto rilevanti, tra le più rilevanti, e che impattano molto nell’ambito delle scelte economiche, del sistema della competitività delle nostre imprese.
Mi riferisco in modo particolare all’agricoltura e alla coesione, che sono le due voci del bilancio europeo che potrebbero, su questo tema, essere interrogate a dare delle risposte completamente differenti rispetto al passato. In questo contesto c’è il tema del debito che viene richiamato. Perché? Perché noi siamo reduci da una stagione nella quale il Covid ci ha fatto dimenticare alcuni aspetti.
Però se noi andiamo a vedere l’aumento della spesa pubblica nei vari Stati membri, alcuni in modo particolare, ci rendiamo conto non solo che la spesa pubblica è aumentata notevolmente, ma che la qualità dell’aumento di questa spesa pubblica è in molti casi molto discutibile. E questo comporta un problema serio, perché per affrontare la grande questione del debito abbiamo due strade. La prima è quella della riduzione della spesa pubblica improduttiva, non della spesa pubblica in generale, perché se lo facessimo in modo lineare, generico e senza logiche per dimensioni esagerate ed esasperate, rischieremmo di avere un impatto negativo sul PIL.
E in secondo luogo abbiamo un altro aspetto, altrettanto rilevante, che è quello della crescita. E quindi c’è bisogno di una spesa buona, c’è bisogno di avere investimenti che siano qualificati dal punto di vista della scelta, perché una spesa positiva ci consente di poter rientrare dal debito. E qui il nesso è chiaro col PIL, perché l’Italia – e vengo all’aspetto specifico – è, rispetto alla credibilità di una forma di finanziamento come il Next Generation EU, il primo Paese osservato.
Perché? Perché evidentemente l’Italia ha il più grande PNRR d’Europa. È il Paese che, insieme alla Grecia e alla Romania all’inizio, quando fu deciso questo piano, decise di prendere per intero la quota a debito. E quindi, se noi andiamo ad analizzare nello specifico il nostro PNRR, sappiamo e ricordiamo che a fronte di 194 miliardi di euro di risorse assegnate per il PNRR italiano, 122 sono a debito.
E questo è un primo tema che ci deve far comprendere quanto sia rilevante la qualità della spesa di queste risorse in questo contesto. Secondo, mi piace ricordare un dato tutto nazionale, cioè che si arriva a 220 miliardi di euro di spesa complessiva aggiungendoci il piano complementare nazionale, altri 30 miliardi di euro sempre all’epoca presi a debito. Ed è evidente che è importante anche sottolineare come, e arrivo al punto, in quella situazione si decise di inserire 68 miliardi di euro di cosiddetti “progetti in essere”, cioè progetti che erano stati finanziati precedentemente al PNRR, quindi che già costituivano parte dell’indebitamento nazionale per linee di finanziamento all’interno del bilancio dello Stato, che già avevano contratto un debito pubblico, con una logica degli interessi sicuramente migliorativa, ma che però hanno rappresentato il grimaldello di un percorso che ha visto iniziare il cambiamento e il miglioramento della spesa pubblica all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Perché? Perché lo scorso anno noi abbiamo dato vita ad una revisione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e l’abbiamo fatta sulla base di una valutazione di due tipi. La prima era collegata allo scenario internazionale: se cambia il mondo, dicevamo prima, dobbiamo fare qualcosa per cambiare le cose. La Commissione Europea, quando c’è stata l’invasione dell’Ucraina, ha messo in campo il REPowerEU, cioè uno strumento per dare una risposta alla crisi energetica, dando agli Stati membri su quello strumento soprattutto la possibilità di utilizzare la quota a debito che fino a quel momento solo tre Paesi avevano utilizzato in quella quantità, cioè Italia, Grecia e Romania.
Per esempio, la Spagna in quel contesto prese circa 84 miliardi di euro per mettere in campo il suo piano di investimenti sul REPowerEU. L’Italia, non potendolo fare, diede vita alla revisione del piano; faccio questo esempio perché ci dà molto la dimensione della qualità della spesa, del lavoro fatto, del lavoro che bisogna continuare a fare in questa direzione. In quel contesto noi abbiamo dato vita ad uno spostamento di progetti che non potevano essere collocati nel PNRR, perché banalmente non sarebbero stati in grado di poter raggiungere il risultato di essere rendicontati all’interno del PNRR.
Abbiamo individuato contemporaneamente a quello le scelte che sono fondamentali e che ben si coniugano con le considerazioni che emergono nel rapporto, che emergono sul tema, sugli obiettivi e le strategie che devono essere messe in campo nei prossimi mesi e nei prossimi anni a livello europeo sul fronte della competitività. Mi riferisco in modo particolare al fatto che il nostro REPowerEU per esempio ha trasformato una serie di risorse che erano oggetto di interventi per progetti precedenti al PNRR, mi limito a dire discutibilissimi e non aggiungo altro, spostati fuori dal PNRR, che hanno visto la possibilità di essere sostituiti con una serie di interventi; ne cito alcuni. Da giorni siamo sulle pagine dei giornali positivamente perché il Governo ha messo in campo un bando molto importante, che è quello relativo alla Transizione 5.0 per le imprese, mettendo a disposizione 6,3 miliardi di euro, che vanno esattamente nella direzione di tutti gli obiettivi di cui stiamo parlando adesso.
In secondo luogo c’è un tema energetico che non riguarda solo l’Italia, ma che riguarda l’Europa, e la dimensione della vicenda geopolitica scoppiata in Ucraina ci porta a pensare che quella che era un’idea con la quale abbiamo convissuto per qualche decennio, cioè l’approvvigionamento energetico dalla Russia, va sostituita sicuramente con una politica di interventi importante e positiva sul fronte della riduzione della dipendenza e sul fronte degli investimenti nell’ambito delle rinnovabili. Ma sappiamo che questa non è l’unica soluzione sulla quale possiamo poggiare una prospettiva futura di sviluppo di un contesto qual è quello europeo, se vogliamo essere realmente competitivi, ed è per questo che abbiamo messo in campo nel REPowerEU anche una serie di investimenti che si collegano al cosiddetto “Piano Mattei” che il Governo Meloni ha messo in campo, che è quello di una strategia che guarda ai Paesi del Mediterraneo e che punta a una fase di crisi drammatica e difficile. Quella conseguente alla guerra scoppiata in Ucraina con l’invasione della Russia, a mettere in campo invece una dimensione completamente nuova che è quella fatta di una serie di investimenti sul fronte energetico, elettrico, del gas per rafforzare e potenziare le infrastrutture presenti nel nostro Paese e per delineare un ruolo per il nostro Paese non nazionale, di soluzione del problema energetico nazionale, ma europeo, per dare all’Italia la possibilità di essere il ponte, la naturale piattaforma all’interno del Mediterraneo nel confronto con l’Africa, dal quale emergono degli elementi di grande preoccupazione su diversi fronti, non ultimo appunto quello dell’approvvigionamento delle materie prime fondamentali per poter essere competitivi a livello internazionale.
In questo contesto noi abbiamo messo in campo un’azione mirata rispetto al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza raccordata – ed è l’ultima considerazione che voglio fare – alla politica di coesione. La politica di coesione sembra un fantasma che si aggira nel nostro Paese, di cui tutti parlano ma che nessuno inquadra realmente. Si aggiungono le quote di cofinanziamento nazionale e regionale per un totale di 75 miliardi di euro di risorse, che si aggiungono al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Quindi è evidente che il tema del coordinamento che noi abbiamo messo in piedi da subito, anche le deleghe delle quali io ho la responsabilità, rappresentano una scelta chiara ed una visione del Presidente del Consiglio Meloni che ha voluto mettere insieme queste deleghe per raccordare queste politiche. Per il semplice fatto che il PNRR ha una scadenza, che è quella del giugno del 2026, entro il quale raggiungere i target previsti, mentre la coesione ha una scadenza che va fino al 31 dicembre del 2029.
Il raccordo nella contemporaneità dell’avvio di questi due piani è decisivo per evitare sovrapposizioni e addirittura contrasti tra i due piani e per avere una dimensione che possa riutilizzare nel modo migliore le risorse disponibili. E questo riguarda non solamente l’Italia, perché sul tema della politica di coesione, basta leggere l’ultimo rapporto che la Commissione Europea ha presentato, il nono rapporto sulla politica di coesione, per veder emergere in modo molto chiaro questo aspetto. Lo dico perché anche Enrico richiama l’aspetto specifico della politica di coesione.
In questo contesto penso che sia importante, e concludo questo mio intervento, cogliere l’esigenza della qualità della spesa perché, come accennavo prima al tema del debito, la riduzione del debito avviene con la crescita e con la riduzione della spesa pubblica improduttiva. La crescita è determinata solamente dai fattori della qualità della spesa, e la qualità della spesa è quella che genera la crescita e che quindi ci consente di rientrare dal debito. E avendo noi complessivamente ritrovato sulla vicenda del PNRR oltre 150 miliardi di euro di debito aggiuntivo che si aggiungono a un debito che, come è noto, rappresenta uno dei record purtroppo a noi noti storicamente per il nostro Paese, è evidente che la strada è obbligata.
La qualità della spesa nell’ambito del PNRR è fondamentale. Altri tre numeri e chiudo. Si parla molto della spesa del PNRR, non si parla per nulla delle riforme del PNRR, come se questo fosse un piano di spesa dove devi solo spendere i soldi e se non spendi i soldi va male.
Innanzitutto i soldi; e dirò anche con dei numeri che li stiamo spendendo anche in tempi rapidi e in modo efficace, ma è importante fare un’altra considerazione. Il tema delle riforme è decisivo, perché dopo il giugno del 2026 noi non ci troveremo di fronte a un Paese che avrà un altro PNRR. Queste risorse sono «una tantum», vanno spese bene e vanno inserite e integrate in un sistema di riforme che consenta al nostro Paese di poter iniziare un percorso nuovo per il futuro.
Quando parliamo di giustizia civile, di giustizia penale, di concorrenza, di pubblica amministrazione, potrei fare dei lunghi elenchi. Lo dico perché, e mi dispiace questo, quando si parla del PNRR si parla della spesa e basta. Ma noi otteniamo delle risorse perché raggiungiamo le rate.
Le rate sono fatte da decine di obiettivi. In quegli obiettivi non c’è solamente il raggiungimento dell’obiettivo fisico della spesa, ma ci sono molti obiettivi intermedi delle riforme che vedono, nel confronto con la Commissione Europea, l’approvazione di questi risultati da parte dell’azione che stiamo mettendo in campo, e quindi rappresentano anche un contributo fondamentale. Un contributo fondamentale sul terreno delle riforme, del consolidamento di un sistema che deve accompagnare il nostro Paese dando una risposta vera e un significato forte e profondo al senso dell’indebitamento comune.
Perché, se l’indebitamento comune lo trasformiamo in una risposta positiva in termini di crescita per l’Italia e quindi per l’Europa, avremmo dato una buona ragione per mettersi intorno a un tavolo e discutere sulla possibilità che su alcuni piani strategici fondamentali, come la difesa, come l’energia o come altri elementi fondamentali sul terreno della competitività, si possa discutere su come utilizzare queste risorse. Si può ipotizzare di mettere in campo un percorso che possa vedere anche l’utilizzo di uno strumento analogo o in parte analogo al Next Generation EU. Diversamente, la partita rischia di essere una partita da dibattito ma non da risultato concreto.
E lo dico perché noi abbiamo un tema fondamentale. La riuscita del PNRR italiano, essendo il PNRR più importante a livello europeo, è la riuscita o meno dello strumento del Next Generation EU. E quindi su questo è fondamentale mettere in campo un’azione mirata che possa accompagnare questo percorso in un rapporto, lo voglio sottolineare, di proficua collaborazione che abbiamo costruito con la Commissione Europea in questi due anni e che ha rappresentato uno degli elementi più importanti. Questo per far sì che non sia quello che dice il Ministro del Governo, che sarebbe un giudizio di parte, ma quello che dice il rapporto intermedio che la Commissione Europea ha approvato qualche mese fa, dando un mandato a dei valutatori privati esterni, e che ha detto con chiarezza che l’Italia è il Paese che ha raggiunto il maggior numero di obiettivi e che, nella fase di avanzamento e delle performance del piano, è più avanti rispetto a tutti gli altri Paesi.
Non lo dico per alzare le penne, lo dico perché mi dispiace un po’ che nel dibattito italiano questo rapporto sia scomparso nelle nebbie di un’assenza e invece non venga valorizzato, perché non è un risultato del Governo, ma del “sistema Paese” che sta dando dei risultati positivi in questo contesto. Questo non toglie le difficoltà, i problemi nella realizzazione di questo piano che ci sono e ci saranno ancora; bisogna lavorare molto per poter portare a casa i risultati, soprattutto perché 126 miliardi di euro era la cifra della programmazione 2014-2020 a disposizione del nostro Paese tra risorse europee e nazionali. Dopo nove anni la spesa era del 34%, quindi c’è un problema sulla spesa? Certo che c’è, lo sappiamo bene, stiamo mettendo in campo però tutte le risposte adeguate per migliorarlo e dare una risposta efficace ed efficiente in questo senso.
GIORGIO VITTADINI Un secondo giro molto telegrafico su un accenno: politica di coesione vuol dire Stato sociale, una battuta su come nelle vostre tre visioni vedete un tema fondamentale per noi, la sussidiarietà, la partecipazione dei corpi intermedi per questa politica di coesione che può permettere un’integrazione anche sociale dell’Europa.
ENRICO LETTA Parto su questo telegraficamente da un episodio che ho vissuto direttamente. Do un manifestino pro-europeo in un mercato; lo prende una persona anziana, lo guarda, legge che è una cosa per l’Europa, me lo ridà indietro in modo non provocatorio o antagonista, e mi dice: «L’Europa non è per me».
Io gli chiedo: «Cosa vuol dire, perché?». Lui dice: «L’Europa è per quelli che prendono l’aereo». Io gli chiedo un attimo, perché non capisco cosa vuol dire questo concetto, e gli chiedo di spiegarmi.
Capisco il suo ragionamento ed è un ragionamento profondo. L’Europa è per quelli che prendono l’aereo, cioè per quelli che sono mobili, cosmopoliti, che viaggiano da un Paese all’altro, che vanno a lavorare in un altro Paese, che parlano diverse lingue. L’Europa è per quelli che vogliono la mobilità personale.
Ma c’è tanta gente che non viaggia… Allora nel rapporto io ho lanciato questa provocazione, che è quella di dire: attenzione, l’Europa, il mercato unico, non è solo “freedom to move”. L’Europa, il mercato unico, deve garantire anche la “freedom to stay”. Cioè non soltanto la libertà di muoversi per coloro che possono muoversi, ma la libertà e il diritto a poter vivere nel proprio ambito… E qui si apre la questione della sussidiarietà.
Perché la sussidiarietà va vissuta come aiuto delle zone, dei territori più fragili. La riforma della politica di coesione, Raffaele, dovrà toccare soprattutto questo punto. Oggi chi vive nei centri ha molte più opportunità rispetto a chi vive nelle aree periferiche.
E oggi i servizi di interesse generale sono assolutamente applicati in modo discriminatorio tra chi vive nei centri e chi vive nelle aree periferiche. E questo è uno dei grandi temi di questo tempo. Fammi concludere dicendo che io sono molto contento e ottimista su quello che abbiamo davanti perché l’Europa ha passato un passaggio difficilissimo e lo ha fatto rapidissimamente.
Io voglio spendere veramente una parola e spezzare una lancia a favore di Ursula von der Leyen per un motivo molto semplice. Se ne è parlato pochissimo di questo. Da anni, decenni, una Presidenza di Commissione Europea non era indicata, votata e legittimata così rapidamente come è capitato a von der Leyen oggi.
Legittimata in modo forte nonostante che si sia raccontato di un voto che era un voto anti-europeo in cui i populisti hanno vinto. Attenzione, al Parlamento Europeo c’è stata chiaramente un’indicazione di sostegno al mandato di Ursula von der Leyen con la voglia di fare che cosa? Cose che lei ha detto in un discorso molto bello e molto ambizioso. Io personalmente sono molto contento perché Ursula von der Leyen ha ripreso alcuni capitoli essenziali del rapporto a partire dalla questione dell’unione dei risparmi e degli investimenti che ha citato così.
Ha ripreso questa parte sui fondi di coesione e ha ripreso anche l’ultima cosa che voglio dire qui. Questa proposta del ventottesimo Stato virtuale che voglio in 60 secondi raccontarvi, che secondo me è fondamentale per il futuro soprattutto per questo bisogno di semplificazione che è essenziale, e per abbattere questa idea della frammentazione nazionalista che oggi è diventato un problema per tutti i diversi Paesi europei nel rapporto con cinesi e americani. Cosa vuol dire il ventottesimo Stato virtuale? Se voi chiedete a una piccola e media impresa, e ne ho incontrate tantissime in giro per l’Europa: «Perché non sfrutti fino in fondo il mercato unico europeo?», la risposta è molto semplice, perché il mercato unico europeo esiste teoricamente, ma è soprattutto per le grandi imprese.
Perché? Perché esistono 27 diritti commerciali, 27 sistemi fiscali, ovviamente ci sono 24 lingue. Cioè la frammentazione è oggettiva. Se voi dovete passare dalla Slovenia alla Croazia, dovete cambiare diritto commerciale tra la Slovenia e la Croazia.
Figuriamoci tra l’Italia e la Germania. Se siete una piccola impresa non potete mica avere un ufficio legale di 30 persone che vi aiutano in questo passaggio. La proposta qual è? La proposta è quella di creare il ventottesimo Stato virtuale europeo.
Perché faccio questa proposta? Perché io sono uno molto pragmatico, so benissimo che se io avessi proposto nel rapporto: «Eliminiamo i diritti commerciali dei 27 Paesi e facciamone uno solo», sarebbe stato impossibile, perché si sarebbero opposti tutti; ognuno ha tradizioni centenarie del proprio diritto commerciale. Ma facciamo una cosa di grande pragmatismo. Creiamo il ventottesimo Stato virtuale europeo.
Gli Stati Uniti ce l’hanno, è il Delaware. Creiamo il ventottesimo Stato virtuale europeo, cioè uno Stato virtuale nel quale c’è un diritto commerciale che le imprese, a partire dalle piccole e medie imprese, possono scegliersi. E questo diritto commerciale è valido in tutta Europa.
Pensate che passo in avanti questo vorrebbe dire per ogni impresa: poter scegliere quello strumento che diventa un “passepartout”, che elimina tutta la burocrazia e tutte le difficoltà e che le consente di vivere fino in fondo in questo spazio europeo. E io in questo senso mi dichiaro sovranista in conclusione di questo dibattito, mi dichiaro sovranista europeo. Noi abbiamo bisogno di fare un grande passo in avanti verso il sovranismo europeo.
È l’unica strada con la quale riusciremo a dare un futuro al nostro continente, che sia effettivamente un futuro efficace e non quello di essere colonia cinese o americana. Grazie.
PIERO CIPOLLONE Prima dicevo che su 5.300 miliardi, 4.100 devono venire dal mercato. Più forma, voglio dire, di sussidiarietà di questo non lo si può pensare, ma giusto per dare una risposta. Però voglio usare un solo esempio per dare un’indicazione concreta. Io non ho avuto modo di parlare dell’euro digitale, che è una questione fondamentale e affronta esattamente il tema di cui parlavamo prima, sia con il Presidente Letta sia con il Ministro Fitto, cioè il fatto che in Europa noi continuiamo a essere 27 Stati nazionali o, nell’area dell’euro, 20 Paesi nazionali.
Non esiste un sistema di pagamenti unico, per cui se tu vai in Francia non puoi pagare col tuo bancomat, ma devi usare uno strumento che è gestito da imprese americane. Ci sono due grandi player, tu devi usare quelli. Anche se tu vuoi fare una spesa online, durante il lockdown, per le persone anziane che volevano fare una spesa online perché non potevano andare al supermercato, non c’è modo di pagare con uno strumento europeo: devi usare una carta di credito americana.
L’euro digitale vuole risolvere questo. E per parlare di sussidiarietà e di inclusività, noi stiamo pensando a uno strumento che sia in grado di rispondere alle esigenze di tutta la popolazione, in particolare alle fasce più deboli della popolazione. Chi vive nei centri rurali e ha difficoltà di accesso al contante, per esempio, o chi non ha l’expertise per utilizzare in maniera sofisticata i tanti sistemi di pagamento, noi stiamo pensando di creare delle app molto semplici, ma c’è bisogno di qualcuno che li aiuti.
La BCE farà il massimo possibile per rendere gli strumenti accessibili a tutti, ma ci sarà un problema di ultimo miglio e per quelli che non hanno un conto in banca o che hanno difficoltà a rapportarsi con le banche, lì c’è bisogno di una forma di raccordo per aiutare queste persone a utilizzare questi sistemi di pagamento. Quello è uno spazio grandissimo per la sussidiarietà, per delegare ai corpi sociali intermedi un possibile ruolo. Dobbiamo essere in grado di guardare a delle soluzioni.
RAFFAELE FITTO Quali sono i divari? Stiamo al nostro Paese: Nord-Sud è quello che più ci viene in mente facilmente, ma quello fra aree urbane e aree interne è una delle questioni più importanti, che apre al tema dello spopolamento, che si riconnette anche ad uno degli elementi di maggiore criticità che abbiamo sul fronte della crisi demografica. Noi abbiamo intere aree interne che sono a rischio sempre maggiore di spopolamento, con una popolazione che invecchia, con la mancanza dei servizi, con la necessità di mettere in campo un sistema che possa realmente attuare delle soluzioni per queste aree. Quindi è chiaro che all’interno di una revisione della politica di coesione è necessario mettere in campo anche delle attenzioni concrete per quelle parti del territorio europeo che hanno queste esigenze, per cercare di avvicinare i cittadini anche alla dimensione della politica che viene messa in campo, soprattutto dando delle risposte concrete.
Il fronte dei servizi è fondamentale, è possibile sviluppare un territorio se non ci sono i servizi essenziali dai trasporti alla sanità? Quello è l’elemento fondamentale per poter rendere quel territorio in grado di essere vivibile in modo reale e concreto, di connetterlo al resto del mondo. Se noi non abbiamo un sistema di collegamento adeguato per poter mettere in rete quei territori con il resto del mondo, quando mai potranno essere attrattivi e quando mai potrà esserci una crescita in quei territori e quando mai potremo ridurre quel tipo di divario? Sono tutte scelte che verranno messe in campo in una strategia che deve superare la logica degli investimenti piccoli, dei microinvestimenti, delle decine di migliaia di piccoli investimenti che non sono efficaci, per mettere in campo degli investimenti che possano realmente rimettere in gioco intere aree di territori europei che possono, da questo, avere un beneficio importante.
In questo contesto il tema della sostenibilità è fondamentale anche sul fronte della capacità di un coinvolgimento sempre maggiore del sistema pubblico e del privato. Questa è un’altra grande sfida che dobbiamo essere in grado di raccogliere e di portare avanti, e che sicuramente rappresenta, negli elementi di integrazione del PNRR e della Politica di Coesione, uno degli elementi fondamentali delle priorità per il futuro.
GIORGIO VITTADINI Una breve conclusione che è anche la conclusione di questo filone del Meeting dedicato all’economia, al sociale e alla politica. L’ex governatore della Banca dell’India Rajan ha scritto un libro un po’ di anni fa intitolato “Il terzo pilastro” in cui dice che il futuro sarà Stato, mercato e realtà locali, tutte fondamentali. Allora la nostra responsabilità è, a tutti i livelli, non solo che “piccolo è bello”, ma anche sostenere, collaborare, credere nei grandi tentativi a cui partecipiamo, in cui qualcuno è protagonista ma ha bisogno di qualcun altro che lo spieghi al vecchietto che è lì, che dica come risparmiare, che lo aiuti nelle aree deboli a muoversi. Da una parte per capire questo aspetto e dall’altra parte c’è bisogno di luoghi di costruzione, della difesa di un welfare universalistico che è la caratteristica del sistema europeo, una delle caratteristiche quasi uniche al mondo e a cui noi non potremmo rinunciare perché fa parte della dignità della persona.
In questo momento abbiamo affrontato tutti e due questi temi nel tour della sussidiarietà, abbiamo parlato proprio della vita, del vivere meglio nei borghi o nella grandezza; l’anno prossimo la Fondazione Sussidiarietà dedicherà il rapporto a “sussidiarietà e welfare territoriale”, come abbiamo detto, e ringraziando i nostri interlocutori – che scocceremo ancora – vorremmo andare avanti con loro anche dopo il Meeting, continuamente, a imparare, conoscere e soprattutto sostenere la loro azione e le loro diverse responsabilità. Grazie e buon tutto.










