IL BENE COMUNE: TESTIMONIANZE DAL VENEZUELA

José Manuel “Chema” Colmenarez, Direttore Clinica ONG (Oidos, Nariz y Garganta), Barquisimeto; Carlos Franceschi, Imprenditore produttore di cacao e cioccolato, Venezuela; Alejandro Marius, Fondatore Associazione Trabajo y Persona. Introduce Monica Poletto, Cdo Opere Sociali.

Il bene comune: testimonianze dal Venezuela

José Manuel “Chema” Colmenarez, Direttore Clinica ONG (Oidos, Nariz y Garganta), Barquisimeto; Carlos Franceschi, Imprenditore produttore di cacao e cioccolato, Venezuela; Alejandro Marius, Fondatore Associazione Trabajo y Persona. Introduce Monica Poletto, Cdo Opere Sociali.

 

MONICA POLETTO:

Innanzitutto vi presento i nostri amici, José Manuel Colmenarez, detto Chema, direttore della clinica Oidos, Nariz y Garganta di Barquisimeto, ma soprattutto presidente della fondazione Stapedium: dopo ci spiega che cosa significa. Poi abbiamo Carlos Franceschi, che è imprenditore e produttore, figlio di una generazione di produttori di cacao e cioccolato in Venezuela, oltre che surfista e recente papà di una bellissima bambina e Alejandro Marius, fondatore e presidente della associazione Trabajo y Persona. Facciamo l’applauso anche per Alejandro. Chema, che cosa significa per te costruire il bene comune nel tuo Paese? Perché hai dato vita a tutte queste iniziative gratuite, perché continui a farlo e come questa gratuità sta cambiando te e quello che c’è intorno a te?

 

JOSÉ MANUEL “CHEMA” COLMENAREZ:

Vorrei ringraziare tutti per avermi invitato, grazie per essere qui. Vorrei ringraziare Monica e gli organizzatori di questa bellissima e importantissima manifestazione. Questa domanda che mi hai fatto me la fanno tante persone, anche io me la faccio. Questa è la cartina del Venezuela, vedete El Tocuyo, il paesino da cui provengo e dove svolgiamo l’attività principale della nostra fondazione. Qualche giorno fa, ho preso l’aereo e sono arrivato in Europa dal Venezuela: poi ho dovuto prendere treni, automobili e ho continuato a farmi questa domanda: «Perché invitano proprio me in questo Meeting così importante, dove di solito viene gente tanto importante, riconosciuta, rinomata e che viene a parlare del lavoro che fa e della propria vita? Perché sono tanto fortunato?». E mi sono ricordato di quando nel 1995 tornavo da Los Angeles, in California, dove avevo finito i miei studi di Chirurgia come chirurgo dell’orecchio, specializzato in Otorinolaringoiatria. Tornavo in Venezuela e non sapevo che cosa avrei fatto, non sapevo come avrei potuto aiutare le persone del mio paesino e tutta la popolazione del Venezuela, utilizzando quello che avevamo imparato. Quando sono tornato a casa mia a El Tocuyo, alcuni amici mi hanno invitato a partecipare ad una iniziativa medica all’ospedale del paese, un ospedale piccolino come il mio paese. Il paese di El Tocuyo è uno dei più antichi del Venezuela, è stato fondato cinquecento anni fa dai conquistadores spagnoli. Però è un Paese che ha una storia, una tradizione molto importante. Si trova in una vallata dove scorre un fiume e si estende per circa 20 km2. Nel 1995 ero l’unico dottore che si trovava lì: avevo solo due pazienti. Adesso, vedete l’ospedale del paese in queste immagini. Questa è la clinica di Otorinolaringoiatria, della quale sono direttore; questa è la fondazione Stapedium che ha molto a che fare con l’iniziativa della quale vi voglio parlare. In questa slide vedete che nel 1995 c’era solo un medico, io, e due pazienti. E l’anno scorso invece siamo arrivati ad avere 140 medici, 2500 pazienti assistiti dall’ambulatorio e 432 interventi. Dal primo anno, l’attività è cresciuta come fosse stata una palla di neve che alla fine diventa una valanga. Abbiamo aggiunto tanti volontari, abbiamo moltiplicato sia i medici che i pazienti, che arrivano ormai da tante zone del paese e anche da altri paesi. Perché? Perché in 23 anni della nostra esistenza abbiamo fatto più di 7000 consulti medici, più di 3000 interventi totalmente gratuiti. Non ci occupiamo dei pazienti soltanto dal punto di vista medico: somministriamo farmaci, spesso diamo anche da mangiare alle persone e diamo regali ai bambini perché questa attività la svolgiamo a dicembre prima di Natale. Sono due giorni in cui lavoriamo in maniera intensissima, e che però presuppongono mesi di preparazione anticipata. Questo sforzo viene ricompensato dalla gioia di vedere i bambini, gli adulti felici perché li abbiamo aiutati a risolvere un problema di salute. Questa iniziativa di El Tocuyo adesso si chiama Operativo: è l’ambulatorio più grande del Venezuela e non si rivolge solo alla popolazione di El Tocuyo ma a tutto il Paese. Per arrivare ad avere questo successo, chiaramente, non siamo stati soli: abbiamo avuto bisogno dell’appoggio delle istituzioni, di organizzazioni governative, commercianti, imprenditori. Ci hanno aiutato tante chiese. È stato fondamentale il supporto della clinica di Otorinolaringoiatria e anche della fondazione Stapedium. Ci avevano invitato anche in altre parti del Paese, per svolgere questo stesso tipo di attività: noi andiamo come dottori, andiamo in sala operatoria, operiamo e poi ce ne andiamo. A El Tocuyo, invece, non facciamo solo questo perché dobbiamo affrontare tanti problemi che, durante gli anni, sono veramente peggiorati. Non vado io come Chema, come medico: dobbiamo risolvere problemi perché manca la corrente elettrica, perché non funziona l’ascensore e lo dobbiamo riparare, dobbiamo dipingere una parete. Qualunque problema si presenti, dobbiamo risolverlo e lo facciamo, in un ambiente, in un Paese che ha la maggiore inflazione al mondo, dove lo stipendio minimo è veramente bassissimo: una situazione che fa sì che ogni anno ci sia sempre più gente che ci chiede aiuto. Adesso vi faccio vedere qualche slide perché questa attività inizia sempre con una messa di benedizione, dove i bambini arrivano con i loro genitori che hanno bisogno del consulto medico: prima ricevono la benedizione, poi vanno dai vari specialisti perché li visitino. Monica mi chiedeva: «Perché la tua fondazione si chiama Stapedium?». È una cosa interessante, lo voglio spiegare. Lo stapedio è il muscolo che sta nell’orecchio medio, il più piccolo del corpo umano: quando si contrare, protegge l’orecchio interno dai rumori troppo forti perché altrimenti diventeremmo ben presto sordi. Questo muscolo così piccolo svolge una funzione importantissima e quindi è un po’ una metafora di quello che facciamo noi con la nostra fondazione. Voglio anche dirvi che alla fine questo tipo di iniziativa non dovrebbe esistere, se in Venezuela il sistema sanitario funzionasse come dovrebbe per le persone che potrebbero andare a farsi visitare durante tutto l’anno. Potrebbero avere un intervento chirurgico, se ne hanno bisogno, tutto l’anno. Purtroppo non è così, non è un problema nuovo ma la situazione è peggiorata. A metà degli anni Cinquanta, eravamo molto orgogliosi del fatto che il Policlinico universitario di Caracas, la capitale del Venezuela, fosse il miglior ospedale di tutta l’America latina: c’erano dei veri pionieri per quando riguarda la chirurgia cardiovascolare, ad esempio. Adesso, in questo ospedale, è invece molto difficile occuparsi dei pazienti o fare un intervento chirurgico. Come diceva Monica, adesso Caracas è come se fosse un altro Paese, perché tutto il resto del Venezuela ha problemi veramente enormi e sta in condizioni peggiori. Non abbiamo nemmeno l’energia elettrica per occuparci dei casi di emergenza e non abbiamo investimenti, non abbiamo risorse economiche, è veramente una Via crucis quella che facciamo tutti i giorni. E poi, come dicevo prima, ci sono le migliaia di medici che se ne sono andati dal Paese l’anno scorso, il 40 per cento dei medici che si sono laureati se ne sono andati subito dal Paese e hanno prestato la loro attività in tanti altri Paesi dell’America latina. Però l’emigrazione è arrivata ormai a cinque milioni di persone e questa situazione fa sì che le condizioni si siano aggravate. Perché tantissime persone hanno dovuto affrontare un problema di questo tipo e l’emigrazione ha portato problemi anche in tanti altri Paesi: c’è per esempio il caso dell’ospedale universitario di Caracas, troverete informazioni su Internet. So che qua ci sono tante persone che magari hanno parenti in Venezuela oppure sono venuti nel nostro Paese, magari per turismo. So che ci sono rapporti molto stretti tra il Venezuela e l’Italia. Dove abitavo io, a El Tocuyo, c’erano dieci famiglie nel mio isolato: tre di queste erano italiane, due spagnole e cinque autoctone, originarie del Venezuela. La migliore pasta e pizza della mia vita l’ho mangiata proprio nell’isolato dove vivevo io, perché avevamo vicini italiani. Quando cerchiamo nelle storie delle edizioni passate del Meeting, perché al Meeting c’è sempre così tanta gente che partecipa, ci rendiamo conto di quanto sia sensazionale tutto questo. Col tempo, mi sono reso conto che, quando ho deciso di aiutare gli altri, proprio aiutando gli altri mi sono aiutato da solo, in un modo che non avrei mai immaginato. Potere aiutare un paziente ad uscire dalla malattia e dal dolore mi ha fatto capire meglio il mondo attuale, dove vediamo la parte peggiore della commedia e della tragedia. Vediamo il contrasto enorme che c’è tra gli avanzamenti tecnologici e la povertà economica ed esistenziale. Ci sono differenze tra democrazia e dittatura, tra uomo e donna, tra bambini ed adulti, tra il Nord e il Sud, però alla fine dobbiamo cercare di prevenire e non soltanto curare, come diceva papa Francesco, dobbiamo cercare di prevenire “l’Alzheimer spirituale”, come l’ha chiamato lui. Tutti gli anni di questo lavoro mi sono serviti perché ho cercato il mio io come tratto di tutta la mia esistenza. Monica sta facendo vedere le slide: vedete che dopo la messa le persone cominciano ad andare ai vari ambulatori dove verranno assistiti. Questa è la sala d’attesa. Questa filosofia, questa attività mi ha aiutato a capire che la tecnologia non deve essere considerata nemica ma bisogna utilizzarla per il bene di tutti. E mi ha aiutato a capire che quando mi rivolgo alle nuove generazioni, queste sono lo specchio nel quale noi ci guardiamo: ciò che lo specchio riflette è molto più di quello che si vede esteriormente. In termini tecnologici, voglio insegnare appunto alle nuove generazioni a farsi un selfie ma del cuore, non del viso. Che possa essere un tweet della coscienza. Devono seguire l’instagram della coscienza, della bontà e dovrebbero far parte tutti di un gruppo, il gruppo del bene comune che ti insegna ogni secondo della tua vita ad essere più forte, ad essere una persona migliore. E tutta questa attività mi ha insegnato che il miglior facebook è il gruppo di Dio. E il miglior motore di ricerca è la Bibbia, per noi. Poi mi sono trovato nel mezzo di questa profonda crisi nazionale del Venezuela. Per me è stata una sorta di vitamina spirituale per arrivare alla fine. E adesso gli odori non li percepiamo più come prima e i suoni non li percepiamo più come facevamo in passato: è cambiato tutto per me e anche per la mia famiglia. La prossima slide. Poco tempo fa abbiamo avuto un anniversario importante, quello dei 50 anni dallo sbarco dell’uomo sulla luna. Ne ho già parlato stamattina, però avvertiamo che per arrivare al cuore ancora manca tantissimo. Dobbiamo lavorare per cercare di diventare quello che io chiamerei cuorinauti. Per raggiungere questo obiettivo nella vita, dobbiamo cercare l’incontro trascendentale e lo dobbiamo anche riconoscere. Penso che questo sforzo, da parte mia e della mia famiglia, degli amici, mi abbia aiutato a riconoscere questo momento. Nella poesia di Karol Wojtyla che rappresenta il titolo del Meeting – “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi” -, io l’ho sentito veramente nel profondo. Tante persone oltre a noi, tante altre persone in Venezuela, hanno riconosciuto il momento. In questo momento preciso stanno rinascendo e stanno cercando il loro io. La crisi fa si che guardiamo le cose in maniera diversa rispetto a come facevamo in passato. Quando ci siamo resi conti di quello che ci stava succedendo, abbiamo deciso di fare qualcosa. Però alla fine tutto quello che ci è successo, anche la crisi, per me è risultata una benedizione perché ci siamo resi conto del fatto che ogni volta che assistiamo un paziente in ambulatorio, ogni volta che riusciamo a portare a termine un intervento chirurgico, aiutiamo un paziente ma in realtà aiutiamo noi stessi. In ogni consulto che facciamo, in ogni visita che facciamo, in ogni intervento, io stavo operando me stesso. Per noi, tutta questa attività è stata una vera benedizione. Questa slide mostra una persona che si chiama Carlos. È una persona che ha avuto problemi di delinquenza giovanile a El Tocuyo, è stato consumatore di droga, però circa 15 anni fa aveva problemi di salute, aveva un figlio con problemi di salute e non sapeva come risolverli, non aveva risorse economiche. Quindi, venne da noi. Abbiamo operato il figlio e ci ha promesso che ogni anno, quando avessimo organizzato questa attività, lui avrebbe preparato arepas, un cibo tradizionale venezuelano, e le avrebbe vendute. Vedete? Qua c’è lui con la bicicletta che prepara le arepas ogni anno, poi le porta ai medici e alle persone che partecipano all’ambulatorio. E adesso lo fa con i suoi figli, che sono stati curati e che gli danno una mano. Ci sono tantissime testimonianze come quella di Carlos. Nella poesia di Giovanni Paolo II, abbiamo evidenziato che la Veronica è emersa. Era una donna come tante altre, che ha acquisito un nome, un viso, quando ha guardato il volto di Cristo. Si è aperta un passaggio tra la moltitudine della gente e si è impressa il ritratto della Verità quando ha fissato il volto di Cristo. Un’altra slide, un papà con un bambino. Negli ultimi anni ci siamo resi conto che succedeva questo: operavamo i bambini, però i bambini tornavano a casa in braccio ai loro genitori che dovevano camminare, con il bambino in braccio, per tre o quattro ore. Non avevano chiaramente la macchina, non avevano un mezzo di trasporto. Ci sono persone, amici nostri, che magari hanno un automobile e che non sono medici. Mi dicevano: «Come faccio a dare una mano?». Abbiamo organizzato, insieme ai volontari, un sistema di trasporto con persone che prestano la loro auto per chi ha appena subito un intervento chirurgico. Fanno in modo di controllare che sia andato tutto bene e che il trasporto sia andato a buon fine. Ce lo fanno come favore, sono volontari. Sappiamo tutti che possiamo vivere nel mondo così com’è, in queste condizioni, però possiamo anche lavorare per fare in modo che il mondo sia il posto che dovrebbe essere davvero. In Venezuela, abbiamo bisogno di tante cose, ma più delle carenze materiali cerchiamo nuovi “pittori”, per così dire. I fratelli Lorenzetti che cancellino il murales delle disgrazie e finalmente possano dipingere il sogno del bene comune e del buongoverno. In questa slide, vedete le attività che svolgiamo: non è soltanto un discorso di attività e di assistenza medica. Per esempio, offriamo servizi come il barbiere: i bambini fanno i disegni, dipingono i murales, ci presentano i disegni che hanno fatto. Abbiamo creato una parte dedicata agli anziani. Qualche volta riusciamo a dare anche un altro tipo di supporto, per esempio chi viene da noi riceve anche una ciotola con il mangiare. Un’altra cosa bella è che, attraverso l’associazione, aiutiamo anche bambini che hanno problemi uditivi, per poterli integrare e perché possano utilizzare la musica: questo è il coro delle voci bianche del Venezuela. Per terminare, voglio spiegarvi il regalo magico e divino della visione: voglio che succeda quello che succede nella poesia di papa Giovanni Paolo II. Io vi sto guardando, voi mi state guardando, però la luce che entra si riflette nella cornea e l’iride è una specie di diaframma che regola l’intensità della luce che entra nell’occhio e poi si riflette sul cristallino, sulla retina e il nervo ottico porta le informazioni al cervello. Questo è il modo che abbiamo di vedere. È il cervello alla fine che ci fa vedere e sentire. Però noi abbiamo bisogno che i nostri organi, gli occhi o le orecchie, siano quello che è stata la Veronica. La luce che diventa segnale elettrico non deve rimanere solo al cervello ma deve arrivare anche al cuore, fino al cuore di tuti noi, in modo che possiamo fare uscire il nostro vero io e possiamo rinascere. E così chiediamo a tutti di guardare il Venezuela con gli occhi della Veronica; che vedano il Venezuela, tantissime persone che si sono caricate la propria croce e la propria corona di spine, che stanno compiendo un cammino di supplizio, di sofferenze e per molti di loro anche di crocefissione. Però speriamo anche che il Venezuela alla fine possa resuscitare. Grazie mille.

 

MONICA POLETTO:

A Carlos ho fatto queste domande e lui risponde nella sua presentazione. Gli ho chiesto: come sei cambiato in questi anni difficili in Venezuela, tu e il tuo modo di dirigere la tua impresa? Come sono cambiate le persone che lavorano con te? Che esperienza hai fatto di costruire il bene comune? Hai conosciuto delle persone con le quali condividi il tuo desiderio di costruire il Paese?

 

 

 

CARLOS FRANCESCHI:

Grazie, Monica, per questo invito. L’esperienza di essere qua a Rimini è straordinaria. Sento tanta energia, tanta solidarietà; magari si potesse trasportare con la stessa forza anche in Venezuela tutta questa energia e solidarietà! Ho ascoltato Chema e ho conosciuto Alejandro e tante altre persone. Serve questa energia ma si deve moltiplicare molte volte per poter arrivare ad un cambiamento. Leggerò il mio intervento perché così riuscirò a trasmettere meglio i messaggi che avevo preparato. Molti mi chiedono come sia possibile avere l’intenzione di vivere e lavorare in Venezuela nelle circostanze attuali. Per molti, è una cosa senza senso, a volte ricevo critiche. Ci ho pensato molto e non posso spiegarvi questa cosa senza condividere con voi alcuni momenti importanti, perché fanno parte di ciò che sono e sento che hanno avuto un ruolo chiave per avere la certezza del fatto che la vita ci parla e bisogna sempre prestarle attenzione. Vorrei condividere con voi quattro lezioni che ho appreso, aneddoti che riguardano la mia vita in generale. Quando avevo sette anni, ho cercato di volare, come ha detto ieri sera l’artista Adelfo Galli, sono saltato dal tetto di casa mia con le braccia aperte. Mi sono rotto le braccia. Pensavo di poterlo fare perché mio nonno materno mi aveva convinto che bastava un po’ di fede per trasformarsi in un uccello e per diversi giorni credevo che avrei potuto volare, pregando con la fede. Nonostante l’insuccesso, l’allegria e la fiducia di quei giorni mi hanno lasciato questo: cercare di credere ci apre ad un’infinità di possibilità ed è un passo che ci avvicina al mistero. Ed è vero che ho cercato di farlo due volte. Sono cresciuto nella penisola di Paria, tra il mar dei Caraibi e foreste grandissime: è lì che nacque in me un grandissimo amore per la natura, per gli animali e un desiderio infinito di conoscere il mondo, di vivere intensamente. Sono l’ultimo di cinque fratelli e i miei genitori sono persone straordinarie, profondamente cristiane. Alla natura e a loro devo questo grande stimolo di avere conversazioni con Dio, di riflettere sull’esistenza per voler amare, riconoscermi vulnerabile, rispettare tutti coloro che lavorano per il bene comune, al di là del proprio credo, e tantissime altre cose. Da quando ho dei ricordi, mi hanno sempre affascinato i numeri e tutto questo mi ha aiutato nel mio lavoro, seminando piante, raccogliendo frutti, preparando biscotti. Però, la prima lezione che ho imparato non la dimenticherò mai perché nacque dal voler aiutare una delle mie sorelle. Prima del Mondiale del Novanta, facevo una cosa molto semplice: compravo delle figurine dell’album dei calciatori mondiali in edicola e le vendevo a scuola a un prezzo conveniente. Il mio primo finanziatore è stato mio nonno, quello che mi aveva convinto che mi potevo trasformare in uccello. E quello che ho imparato da questo aneddoto è che la motivazione al lavoro si intensifica quando ha un impatto positivo sugli altri. Ho viaggiato tantissimo, in molti Paesi, sempre zaino in spalla. Mi piacciono gli sport adrenalinici: skate, surf, parapendio. Mi sono divertito tantissimo in queste esperienze, ho conosciuto persone meravigliose, padri che mi hanno regalato la vita, bellissime amicizie, posti incredibili. Mi sono rapportato con una vasta gamma di persone, al di là della loro origine e del loro credo cercando circostanze e contesti diversi dove potevo apprendere moltissimo. Però, in questa ricerca di vivere al massimo, di conoscere il mondo pienamente, mi sono visto esposto a situazioni anche pericolose e mi sono trovato in zone dove c’erano più probabilità che ci fosse anche il male. Per esempio, cercare di imparare la boxe, a 18 anni, in un quartiere di Caracas, mi ha portato a frequentare un gruppo di persone che, anche se tiravano di boxe, erano delinquenti, facevano parte di bande. Questo come altri aneddoti mi hanno fatto capire che in un qualche modo c’era sempre Dio, siamo sempre luce ed ombra, e che la conversione succede ogni giorno. Il 95 per cento delle persone a Caracas sono lavoratori, persone bravissime. Però a volte si incontrano bande, delinquenti molto pericolosi. Viaggiare è sicuramente una passione, però il miglior viaggio della mia vita avvenne quando mi ammalai. Avevo 26 anni e, in qualche modo, mi sentivo responsabile di essere ammalato; volevo un cambiamento profondo nella mia vita ma non riuscivo. La cosa peggiore della mia vita è stata la mia benedizione. Sono passati sette mesi con poca mobilità, mi sentivo come un vecchio di novant’anni, così, dalla sera alla mattina. Per uno che ama lo sport, non riuscire a muoversi è traumatico e quindi mi venne una depressione, però il viaggio fu straordinario. Sono rimasto tutto il tempo in una stanza di 13 metri quadrati. Fui grato di tantissime cose e mi pentii di molte altre; fu un processo di ragionamento profondo. Imparai a piangere di nuovo e a dare importanza anche alle piccole cose, anche al semplice fatto di poter respirare. Creai un collegamento forte con il presente, dando vita a quello che io chiamo protagonismo dello spirito, assumendo un ruolo più importante nella mia vita, molto simile a quello che avevo quando ero piccolo. Questa forza dello spirito mi dava molta allegria e sete d’avventura, a partire dall’amore, ma senza ansia. E questo mi ha portato ad avere una vera apertura verso la realtà e a coltivare il presente. Adesso, vorrei raccontarvi della mia partecipazione ad organizzazioni imprenditoriali che hanno dovuto reinventarsi – per quanto riguarda il loro modello di gestione -, nei valori e nel riaffermare gli obiettivi. Questi cambiamenti progressivi, molto empirici all’inizio, ci hanno permesso di crescere in maniera sostenibile in un contesto estremamente complesso come quello del Venezuela. Non sono imprese di qualsiasi tipo, si parla di un gruppo familiare venezuelano che fin dal 1830 ha avuto un percorso eccezionale. Avevamo affrontato tantissime sfide nel corso di due secoli, e adesso ci trovammo di fronte ad una nuova sfida in circostanze molto particolari. Riguardo al Venezuela, vi posso dire che vive una tragedia. Durante il pranzo, pensavo al rapporto con un amico: l’amicizia è la cosa più bella della vita. Mi sono ricordato che sì, c’è una tragedia, però a volte non ci si permette di parlare di certe cose. Io avevo un amico che non vedevo da quando ero piccolo: era magrissimo, non aveva i mezzi per comprarsi molte proteine, tutti i vestiti gli andavano larghi. Era un uomo di grande orgoglio e amor proprio, ma era difficile: pensando a lui ho fatto un collegamento con la tragedia. Non è sempre stato così, in Venezuela: dopo il 1958, abbiamo cominciato a portare il Paese verso la pace sociale. Nel 1964, per la prima volta nella storia repubblicana, un presidente fu eletto a suffragio universale Ha poi passato il potere al suo successore che pure era stato eletto democraticamente. Ma la cosa più importante avvenne nel 1968, quando un candidato dell’opposizione aveva vinto le elezioni per una differenza minima di voti, e il Governo in carica, rispettando il principio dell’alternanza, aveva rispettato il verdetto popolare e concesso il potere in maniera pacifica e civile: qui nasce veramente la democrazia in Venezuela. Bisogna sottolineare che questo processo non è dovuto solo agli attori politici, anzi, è una questione che poi ha coinvolto tutti i venezuelani perché si è capito che avrebbe avuto un effettuo per tutti, e tutti ne avrebbero tratto vantaggio. Quindi, gli attori politici, assieme al settore imprenditoriale, si sono impegnati nello sviluppo del Paese, convinti e disposti a generare libertà per tutti. C’era un esercito cosciente della sua funzione che rispettava la legalità, una cittadinanza che voleva trasformarsi in una società degna e un Paese a tutto tondo che si riconosceva in un progetto democratico. Ma riprendendo i termini di Linz, uno studioso, il Venezuela, a partire dagli anni Ottanta, cominciò a soffrire una spaccatura della democrazia: le élite politiche e intellettuali si sopravvalutarono e dimenticarono che la democrazia si costruisce tutti i giorni perché altrimenti si distrugge tutti i giorni. La popolazione si sentì disillusa, cominciò a perdere l’entusiasmo e la speranza nel sistema e cambiò il ruolo degli introiti dal petrolio, il guadagno facile. Si iniziò a vedere come una posizione di rendita, si lasciarono da parte l’etica e la cultura del lavoro, si diede la colpa alla democrazia per i vizi del Paese. Così fu giustificato l’arrivo di Chavez e il suo progetto del socialismo del XXI secolo, di cui, secondo quello che ha detto Monica, abbiamo visto le conseguenze. Leggere Hannah Arendt ci permette di capire il punto a cui siamo arrivati. Al di là di tutte le idee, capiamo bene il significato di tutto questo. Pensiamo adesso al 2011: abbiamo Chavez all’apice del suo successo e collegato ultimamente con una parte della popolazione, che polarizza da tutti i punti di vista ricchi e poveri, imprenditori e operai. In questo contesto, c’era l’azienda di famiglia in situazioni economiche difficili e in una delle regioni più povere del Paese. Che cosa abbiamo fatto? Anche se l’azienda del gruppo famigliare si era sempre basata sui valori, la dinamica sociale si era imposta. Quindi, abbiamo proposto una nuova cultura del lavoro a partire da un esempio: abbiamo trasformato i paradigmi, organizzato assemblee e workshop, molte sessioni di riflessione, sempre capendo che il lavoro è degno e ha un senso. E da questo riconoscimento dei valori, abbiamo identificato persone che sono esempi di sincerità e che hanno un profondo desiderio di bene comune, anche se potevano avere una posizione politica che andava contro lo sviluppo dell’impresa in cui lavoravano. Però, lavorare in comunione ha distrutto le barriere e costruito armonia tra tutti: come si dice in Venezuela, abbiamo creato una “buena vibra”. All’inizio, c’era un senso quasi romantico, anche una resistenza al cambiamento, ovviamente. Ma poi si è trasformato in un cambiamento in termini numerici molto positivo. Dopo nove mesi di questo cambiamento, la produzione è aumentata del 132 per cento, e abbiamo ottenuto una riduzione di spesa del 42 per cento. La chiave è stata scommettere sulle persone perché prestassero attenzione al presente, si aprissero alla realtà. L’impegno verso le persone è stato tale che il tempo sembrava allungarsi. A volte, bisogna smettere di misurare la dimensione del tempo e così si ottiene di più. Tutti dicevamo che stavamo coltivando il presente e in questo modo potevamo costruire il futuro. Sono stati molti i paradigmi che abbiamo cambiato, l’ultima volta che abbiamo cercato di analizzarli abbiamo visto che erano più di 40. Vi farò un esempio concreto: i capi smisero di essere tali, abbiamo cominciato a chiamarli responsabili. La differenza stava nel cambiare il modello di leadership e aiutarci ad aprire il cambiamento di ogni persona. Non era semplicemente una parola, ovviamente, bisognava anche approfondire altro ma questo approfondimento di neurolinguistica ci ha aiutato in maniera strategica. Siamo passati da una leadership di servizio e abbiamo smesso di lavorare con un ordine gerarchico: abbiamo cominciato a lavorare con una rete e una struttura dove ciascuna persona aveva diverse responsabilità e funzioni, però capiva il valore degli altri al di là del proprio incarico, collegando la complementarietà e l’importanza di ogni persona all’interno dell’organizzazione. Questo ha portato a una comunicazione orizzontale. Per fare un esempio della sfida all’inizio, qui vi faccio vedere che nel 2011, in una delle prime occasioni in cui abbiamo cominciato a riflettere assieme ai lavoratori sulla realtà dell’azienda, c’era una tensione fortissima che si poteva tagliare con il coltello in sala. Forse gli altri pensavano che io fossi un miliardario, corrotto e sfruttatore: tre etichette false, l’azienda stava praticamente per andare in bancarotta. Per prima cosa, ho parlato con sincerità e poi scherzando: «Lasciamo da parte le nostre differenze – ho detto -, è importante lavorare come organizzazione. Ricordiamoci che quando moriremo tutti saremo mangiati dai vermi. Non pensate che i vermi faranno differenza tra noi e voi»: mi sono messo a ridere quando ho detto questa cosa. La sincerità ha portato fiducia e ricerca di armonia e l’ambiente pesante che si respirava ha cominciato a cambiare. Ricordando che siamo tutti luce e ombra, che la morte è un punto che ci accomuna tutti, al di là delle differenze, come vediamo nella foto, l’empatia e l’umiltà, una volta che si mettono sul tavolo incominciano a funzionare. L’energia per lavorare continuava a crescere e si capiva che, se le aziende miglioravano, tutti saremmo migliorati, noi che lavoravamo, le nostre famiglie e il contesto. Quindi, la motivazione per il lavoro si intensificò nel momento in cui si vide l’impatto positivo negli altri. Da lì è nata la fondazione San José che oggi svolge un ruolo importante in questa zona. Questa ricerca di impatto maggiore ci ha fatto lavorare con altre organizzazioni per il bene comune. Un giorno è apparso l’amico Alejandro Marius, dicendo che sarebbe venuto a trovarci a Paria. Voleva un’azienda con tutte le forze vive della zona. Scherzando, gli abbiamo detto che gli avremmo preparato l’agenda delle forze morte perché era quello che restava per davvero. L’incontro con Alejandro è stata una benedizione. Anzitutto, per l’amicizia che è nata da quell’incontro; poi abbiamo cominciato a costruire una rete di organizzazioni che lavorano per il bene comune e con ogni alleanza facevamo progetti assieme. Da qui è nata l’amicizia che oggi continua a crescere tra persone che sono membri di organizzazioni diverse. Tra queste, la diocesi di Carupano e il suo vescovo, una persona infaticabile, che si impegna tantissimo e lavora nella penisola di Paria. La sua amicizia ci invita ad essere migliori e a dare il meglio di noi. Certamente, la fondazione ha continuato a crescere e ad ampliare la propria rete per avere un impatto sempre più grande. Quando uno comincia a collegarsi con il bene comune, c’è un’energia che viene molto più che dal singolo. Con il passare del tempo, le aziende si sono professionalizzate, hanno creato nuove leadership che hanno costruito un équipe di lavoro con senso che collega il presente con ciò che è trascendente. Questa proposta di riflessione sul perché facciamo quello che facciamo è contagiosa e fa sì che nuovi membri internazionali, che avevano lasciato il Paese per lavorare, hanno ricominciato a scommettere sul Venezuela, nonostante la situazione. Continuiamo ad andare avanti nella comprensione e nella professionalizzazione della nostra cultura, creando un percorso per queste persone. Non voglio che pensiate che sia tutto facile, di veramente difficile nei cambiamenti delle organizzazioni ci sono le sfide di ogni giorno; ma quello che vi posso dire è che la cosa più preziosa per me è vedere il cambiamento nelle persone. Anche in una persona, è più che sufficiente. Dopo quello che vi ho raccontato, capirete che non è una follia dire che «Sì, voglio stare in Venezuela, sono felice lì». Questa opportunità è stata utile per rispondere e conoscere altri venezuelani. E credo veramente che questa malattia di cui soffre il Paese sia la più grande disgrazia storica però sarà la più grande benedizione, se siamo responsabili. E ci credo perché so che crederci vuol dire avere infinite possibilità. Non prendetemi per un buonista o un idealista, semplicemente è il desiderio che ci fa andare avanti. Abbiamo capito che non è il fine che giustifica i mezzi ma sono i mezzi che sono un fine in se stessi. Adesso ho altre ragioni per tornare lì il più presto possibile: Ana, una grande donna, mia moglie, e Lia che ha solo due mesi e mi ha già insegnato tantissimo. Mi ha insegnato a sentire un amore davvero incondizionato, forse simile a quello che Dio ha nei confronti di tutti noi. Molte grazie.

 

MONICA POLETTO:

Grazie, Carlos. Alejandro, che cosa significa educare al lavoro in Venezuela? Ma a questo punto anche a te chiedo: perché resti? Perché non fai come tante persone che vanno via? Credo che un sacco di gente ti assumerebbe qua in Italia, tanta gente forse ti fa anche proposte di lavoro. Tu, perché vuoi rimanere?

 

ALEJANDRO MARIUS:

Bene, parlerò in italiano. Non voglio che la domanda che mi hai fatto generi confusione. Come ha detto Carlos, io non sono un ottimista e un sognatore, sono un ingegnere. Ma la domanda che mi hai fatto sul perché restare nel Paese, mi fa pensare ad altre domande che, secondo me, sono per tutti. Perché ognuno di noi è nel posto in cui è? Perché fa il lavoro che fa? Qual è il compito della nostra vita, di ognuno di noi? Cosa vuole Dio da ognuno di noi per la nostra vita? Quindi, il tema della vocazione. Mi ha colpito molto una frase che ha detto don Julián Carrón agli esercizi di quest’anno della fraternità di Comunione e liberazione. Dice che «tutta la nostra vita si gioca nel percepire il momento in cui la bellezza passa davanti ai nostri occhi: come sappiamo questo? Perché apre i miei occhi e sveglia il mio desiderio». Quante volte passano delle cose bellissime, anche in un paese come il Venezuela, e non riusciamo a vederle? Non so se avete avuto l’opportunità di guardare la scultura che rappresenta Dante, qua al Meeting: è impressionante come Dante guarda a Beatrice che gli viene incontro. Però abbiamo bisogno di amici che ci aiutano ad avere uno sguardo, anche dentro una situazione molto in ordine, politicamente stabile, come quella dell’Italia in cui, a prescindere dai politici, funzionano i servizi: tutti voi avete l’acqua, la luce e mangiate tutti i giorni. Siete a posto, veramente. Qui ci sono posti di lavoro, magari non è proprio il lavoro che tanti ragazzi hanno in mente e che hanno studiato per fare. Ma chiedete ai ragazzi venezuelani che sono in giro per il mondo se trovano lavoro. Lo trovano! L’ingegnere fa l’autista: non è il massimo però riesce a portare a casa i soldi per mangiare, li invia alla sua famiglia in Venezuela. Allora, dentro a una situazione a posto, si può guardare e capire che ci sono un po’ di baracche ma allo stesso tempo, dentro le baracche, se uno guarda bene, può incontrare la bellezza. Questa è la cosa che mi ha colpito di più in questi anni. Come andare a proporre opportunità di formazione al lavoro a tanti giovani, tante donne nelle peggiori situazioni? Non parlo del peggior bar di Caracas, come nella pubblicità del rum, ma di tanti posti difficili dove uno può incontrare persone piene di desiderio di lavorare, di crescere, di costruire un futuro migliore per loro e per il Paese. Allora, questo è la prima cosa: uno sguardo. Come hanno detto i miei amici prima, sono circa 4 milioni i venezuelani che sono all’estero. In Siria, è un fenomeno simile ma lì c’è una guerra, da noi no. È un altro tipo di problema. Tante persone anziane sono rimaste da sole, con i familiari all’estero che inviano le rimesse. Ma non ci sono badanti. Allora abbiamo detto: possiamo lamentarci o cerchiamo un modo di aiutare a creare un nuovo percorso formativo in Università? Abbiamo lavorato con l’Università centrale del Venezuela, per sviluppare un diploma per badanti, in modo che la gente possa fare un auto-impiego e servire tante persone che sono anziane e vivono da sole. Abbiamo già fatto il primo corso per questi badanti. Vuole dire avere una intelligenza della realtà nel lavoro. Questa foto l’ho fatta io, ne sono orgoglioso: l’ho fatta nella piantagione di cacao di San José in Paria, dove è lui. Questo è il fiore di cacao che, tra parentesi, è il nome di una canzone spettacolare che dopo ascolterete. Per me significa il valore del tempo, perché chi di voi ha visto un fiore del cacao? Avete un’idea? Mangiate tanto cioccolato e non avete idea da dove viene il fiore. Nel tempo, dal fiore arrivano le fave e noi possiamo, insieme a tanti altri, proporre alle donne delle favelas di fare il cioccolato. Vogliamo fare la concorrenza al Belgio, alla Francia, all’Italia e a tutto il mondo, vogliamo dimostrare che non siamo capaci solo di avere le materie prime ma che, nel tempo, possiamo sviluppare, grazie al lavoro delle persone, un grande Paese, il Venezuela. E lo stiamo facendo con tanti altri. Monica ha conosciuto la sede della fondazione, è interessante perché sono le donne che studiano e ci sono gli ex allievi che fanno lezione di cioccolato, in questo momento, i collaboratori di Trabajo y persona. Ma c’è anche l’ambasciatrice dell’Unione europea, l’ambasciatore della Francia, l’ambasciatore dell’Italia, lo zio, il papà e di fianco il più grande concorrente della sua azienda: si mettono tutti insieme per aiutare a fare questo lavoro. Una cosa che mi ha colpito molto: sapete che in Venezuela abbiamo bisogno di tanta assistenza perché siamo in una situazione di emergenza. Mi ha colpito molto una frase che papa Francesco ha detto nel 2015 e che Monica mi ha aiutato a ricordare. Dice: «I piani di assistenza che servono a certe emergenze dovrebbero essere pensati solo come risposte transitorie, occasionali. Non potrebbero mai sostituire la vera inclusione, quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale». Allora, noi siamo una non profit di formazione al lavoro: ci hanno chiesto in tanti, e ci hanno offerto anche tanti soldi, di dare da mangiare ai bambini. E noi abbiamo detto: «Non possiamo fare una mensa?». Perché è come quando i bambini iniziano a giocare a calcio, dove c’è il pallone sono tutti dietro il pallone. Allora dobbiamo giocare come professionisti, come società civile: chi fa il goal, fa il goal, chi è il portiere fa il portiere. Noi facciamo percorsi formativi, abbiamo proposto di insegnare alle mamme con bambini malnutriti che ancora vanno a scuola, da 6 a 12 anni, perché da 0 a 5 ci lavora già la Caritas: invece, quelli che ancora rimangono a scuola hanno bisogno di mangiare. Però noi facciamo la formazione alle mamme perché diventino cuoche, imprenditrici gastronomiche, perché imparino insieme ad una fondazione di chef a cucinare con quello che c’è. Portiamo avanti il progetto già in due paesi e il mese prossimo iniziamo in un’altra città, a Valencia, dove loro, terminato il percorso formativo, frequenteranno il corso che è gratuito e faranno volontariato cucinando per i loro figli e altri bambini della zona. Si risponde all’emergenza, al bisogno, però con la promessa che dopo un anno i loro figli non mangeranno più lì perché loro saranno in grado di dare loro da mangiare a casa. È una proposta diversa di che cosa significa sviluppo. Avete visto che all’inizio c’era un logo dei 10 anni, perché il 20 febbraio abbiamo fatto 10 anni della nostra associazione Trabajo y persona? L’anno scorso avevamo detto: «Non basta fare percorsi formativi». Io sono un ingegnere non molto colto, però ho capito che avevamo bisogno della bellezza, della cultura, perché il popolo venezuelano è un popolo allegro, un popolo che lavora cantando, tradizionalmente tutti i canti si fanno sul lavoro: è gente che vuole lavorare e svilupparsi». Così l’anno scorso abbiamo fatto la proposta a questo musicista che abbiamo di fronte, Francisco, un applauso a Francisco che è un chitarrista! Ieri ho capito meglio la sfida nel rapporto, perché eravamo a cena con Franco Nembrini. L’anno scorso al Meeting di Rimini, insieme a Michael che è un musicista italiano, agli amici di Itaca e con Monica, stavamo ragionando su come dare una mano a Francisco che voleva suonare la sua passione, la sua chitarra, il jazz. Ma in Venezuela non c’è tanto mercato per suonare la chitarra e il jazz; con quello che guadagnava per andare a suonare in un bar, riusciva solo a pagarsi il taxi per il ritorno. Allora ho detto a Francisco: «Abbiamo una proposta per te. Perché non facciamo un disco e un libro sui canti venezuelani del lavoro?». Ieri lui, raccontandolo a Franco, gli ha detto: «Mi sono sentito come alla fine del Purgatorio, di fronte a tutte le fiamme. E Alejandro era quello che era dentro alle fiamme e diceva: “Vieni qua, vieni qua”. «A una condizione, però» gli ho detto «non puoi suonare la chitarra». «Come mai? Io voglio suonare la chitarra». «No, tu devi fare il project manager, fidati!». Eravamo insieme in un caffè: mentre io andavo a pagare, lui stava leggendo quel pezzo del Purgatorio e ha detto: «Quando mi sono fidato degli amici, la cosa è andata bene. Allora, mi fido». E ha detto di sì. Quel suo sì è stato strepitoso. Abbiamo qua con lui il più grande musicista venezuelano, il più noto compositore e chitarrista, che ha vissuto 11 anni a New York, una cosa fantastica: loro due insieme hanno coinvolto più di 30 musicisti del Venezuela, pensate, hanno iniziato a registrare a marzo, nell’unico studio professionale buono che rimaneva a Caracas. I musicisti, tante volte mi hanno detto che alla fine della registrazione camminavano per due ore perché non c’era la benzina, non c’era trasporto pubblico. Pensate, c’è una canzone che piace molto a mio fratello, è nel libro dei canti di Comunione e liberazione dell’America latina, e lui la canta: abbiamo scoperto che è stata scritta da uno molto collegato al governo chavista. Gli hanno fatto la proposta e questo tizio ha detto: «Vi regalo i diritti di questa canzone, voglio cantarla io, e registrarla». É stata un’occasione bellissima per coinvolgerlo. Allora, come ha detto Carlos all’inizio, uno più uno è cento, perché se qualcuno di voi ha ascoltato giovedì il concerto di loro due, con altri tre musicisti venezuelani, se avete l’occasione di andare in libreria o sul sito di Itaca libri e comprare questo libro-Cd, troverete che esprime tutto un percorso del lavoro, dall’alba fino alla sera, con diversi canti venezuelani, con un suono contemporaneo, bellissimo, che vincerà tanti premi, sono sicuro, nel futuro. Potrete capire, come ha detto un amico dell’Argentina che era al concerto e mi ha scritto venerdì mattina: «Ale, io faccio una gara con te. La prima traduzione sarà in spagnolo in Argentina e faremo un concerto, perché quello che avete scritto insieme a madre Cristiana, una mia cara amica di 94 anni che vive in un monastero trappista, quello che ha scritto Francisco, quello che ha scritto Bernhard, quello che hanno scritto Monica, Achille, un po’ di gente, è un percorso che serve per tutti in tutti i Paesi. È un percorso umano per capire che la bellezza fa rinascere il lavoro e questa è una cosa che noi in Venezuela vogliamo dire: il canto, il popolo e il lavoro sono cose che vanno insieme perché rappresentano la possibilità di una speranza per sviluppare un Paese che ha bisogno di voi. Il vostro sguardo sia su di noi, perché possiamo diventare veri protagonisti del cambiamento. Noi, non i politici: il cambiamento lo facciamo ognuno di noi nel metro quadro che abbiamo per sviluppare un Paese. Grazie.

 

MONICA POLETTO:

Grazie, io ringrazio tantissimo i nostri amici del Venezuela. La vostra irriducibilità, l’amicizia con voi, sapere che esistete, mi rende una persona diversa e credo migliore in quello che a me tocca ogni giorno. Per cui, l’augurio è che tutti noi, avendoli negli occhi, diventiamo desiderosi costruttori del bene comune la dove siamo. Adesso ascoltiamo la canzone che ci piace tantissimo, che ha scritto Achilles e che vede anche Francisco chitarrista, nonostante Alejandro glielo avesse impedito, perché poi, insomma, va bene il Purgatorio ma dopo c’è anche il Paradiso. Perciò ascoltiamo questa canzone. Dico a tutti, con molta semplicità: compriamolo, questo Cd, e facciamolo comprare il più possibile. Il nostro desiderio, con tutte le persone che lo hanno realizzato, gli amici di Itaca, noi della Cdo, e chiunque voglia bene al Venezuela, è far sì che, attraverso il ricavato, dopo che avremo coperto i costi, si possano creare borse lavoro e borse di studio in Venezuela. L’importanza del lavoro, il desiderio loro di coinvolgere persone in questi percorsi per far ripartire il loro Paese, è stato chiaro, per cui, chi ha aziende faccia i regali di Natale, lo dica agli amici, aiutateci il più possibile. Grazie, facciamo partire la musica.

Traduzione non rivista dai relatori

 

Data

24 Agosto 2019

Ora

15:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri