ESIGENZA DI GIUSTIZIA ALLA RADICE DELLA DEMOCRAZIA

Esigenza di giustizia alla radice della democrazia

Esigenza di giustizia alla radice della democrazia

Partecipano: Jason Kenney, Ministro Federale Canadese dell’Immigrazione e Multiculturalismo; S.Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede per le Nazioni Unite a Ginevra. Introduce Andrea Simoncini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze.

 

ESIGENZA DI GIUSTIZIA ALLA RADICE DELLA DEMOCRAZIA
Ore: 11.15 Salone B7

ANDREA SIMONCINI:
Buon giorno, benvenuti al nostro incontro che ha per tema: “Esigenza di giustizia alla radice della democrazia”. Debbo purtroppo iniziare questo nostro incontro dando ragione a un’assenza che ci spiace davvero, è quella della signora Tahani al-Gebali, Vicepresidente della Corte Costituzionale Suprema Egiziana e Presidentessa dell’Associazione Cairo Meeting; purtroppo, un’improvvisa malattia in famiglia le ha impedito di partecipare e debbo dire che è un’assenza che pesa e non poco, e non solo sul nostro incontro, perché sicuramente ci priva della possibilità di ascoltare una grande protagonista della fase attuale di politica in Egitto. Sappiamo tutti che la Corte Costituzionale egiziana, di cui la signora Tahani è vicepresidente, sta giocando un ruolo determinante nella crisi politica successiva alle elezioni del nuovo Presidente egiziano e con un coraggio e con un senso del rispetto per quella che normalmente in Europa chiamiamo la “rule of role” (rispetto della legge), che è veramente invidiabile per una donna e per una Corte Costituzionale in un contesto di accesso alla democrazia come quello che adesso sta vivendo l’Egitto. Dicevo, da un lato il nostro incontro perde un interlocutore, ma direi poi il Meeting, purtroppo, non ha l’opportunità e il piacere di avere ospite Tahani al-Gebali, che non è soltanto una grande giurista e giudice, ma anche una grande amica del Meeting, tanto da accettare di diventare la presidentessa dell’Associazione “Meeting Cairo”, cioè dell’ Associazione sorella del Meeting che, voi sapete, due anni fa ha organizzato il Meeting in Egitto. Direi che, a nome del Meeting e di tutti noi, va l’auspicio di una pronta guarigione, solidarietà e vicinanza da parte di tutti alla signora al-Gebali.
Passerei a presentare brevemente i due ospiti con cui oggi dialogheremo sul tema della democrazia della giustizia. Il primo è Jason Kenney, Ministro Federale Canadese dell’Immigrazione e Multiculturalismo. Jason Kenney è stato nominato Ministro nell’ottobre del 2008 e confermato nel maggio del 2011, aggiungendo all’incarico di Ministro quello di Presidente del Comitato di Governo di Gestione. E’ un politico canadese particolarmente amato, se è vero, com’è vero, che è stato rieletto per cinque volte, e l’ultima volta con il 77% di voti, una percentuale che sicuramente indica quanto sia amato.
L’altro nostro interlocutore è un volto ben noto al Meeting di Rimini, perché abbiamo avuto più volte l’onore ed il grande piacere della sua presenza, mi riferisco a Monsignor Silvano Maria Tomasi. E’ osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, presso tutte le organizzazioni internazionali che hanno sede a Ginevra, ma pochi sanno, sono riuscito a strappare qualche novità nella sua bio, che in realtà Monsignor Tomasi comincia come professore, alla Università di New York, di sociologia, poi, strappato agli studi per essere sempre inserito profondamente nel cuore della vita e del mondo, è stato nunzio presso il Corno d’Africa, l’Unione Africana, segretario del Pontificio consiglio per gli emigranti; è stato inoltre molti anni negli USA, fondatore della rivista International migration review, che si occupa dei temi della migrazione che sono temi particolarmente cari a Monsignor Tomasi. Voi provate ad immaginare qual è il peso di questa responsabilità, di uno che, con la propria voce, fa udire la posizione della Santa Sede di fronte alle Nazioni Unite, di fronte a organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, il Consiglio dei Diritti Umani. Ecco, Monsignor Tomasi è la voce della Chiesa Cattolica in questi contesti e la cosa che avevo notato, discutendo con alcuni amici, è che lui fa tutto questo sostanzialmente da solo. Per darvi un idea: lo staff della Cina al WTO è composto da circa 200 diplomatici, solo all’Organizzazione Mondiale del Commercio, Monsignor Tomasi è molto più di tutto questo, da solo riesce a rappresentare tutta la Chiesa.
Allora, finita la parte delle presentazioni, io volevo introdurre, scusate prenderò qualche minuto in più per l’assenza della signora Al Gebali, spero non deviando e annoiando.
Vorrei introdurre il tema di oggi, “l’esigenza di giustizia e la democrazia”, in maniera un po’ provocatoria, come spesso facciamo qui al Meeting; cioè io vorrei iniziare da questa domanda: siamo certi che la democrazia abbia un futuro? O se vogliamo dirlo in altro modo, siamo certi che la democrazia che abbiamo conquistato e in cui oggi viviamo, possa essere considerata una conquista definitiva, acquisita?
Questa certezza sicuramente è stata la certezza incrollabile, fortissima su cui le generazioni europee, che avevano vissuto la tragedia della II guerra mondiale, dei totalitarismi, hanno ricostruito tutti gli Stati. Mi è capitato di andare a visitare il campo di concentramento di Dachau dove c’è questa enorme pezzo di marmo nero in cui c’è scritto “never again”, mai più!
La democrazia è stata considerata la scelta, l’unica scelta possibile, negli anni ’40-’50, alla fine della II guerra mondiale, per quasi tutti gli stati dell’Europa e non solo dell’Europa. La democrazia è stata considerata sicuramente il modello migliore preferibile. Quando nel 1989 abbiamo avuto il crollo del muro di Berlino e quindi nuovi Paesi che vivevano in condizioni di regimi autoritari si sono liberati da questi regimi, anche lì la scelta inevitabile è stata la democrazia, pur imperfetta, ricordando il vecchio detto di Churchill: “Pur imperfetta, comunque la migliore di quelle possibili, disponibili”.
Ora se ben riflettiamo, la democrazia certamente non può essere considerato un sistema di per se perfetto e questo per il motivo semplicissimo che la maggioranza non è detto che abbia ragione. Questo è un dato di fatto abbastanza evidente, ma proprio per correggere questa imperfezione della democrazia, sono state inventate le cosiddette costituzioni rigide, cioè sono state inventate delle strutture, legali, statali, in cui i diritti, i valori, le aspirazioni dell’uomo, fossero messe, come dire, al riparo dalle maggioranze e dunque sui diritti non si vota, sui valori di fondo non si vota. Le costituzioni del secondo dopoguerra sono servite, come dire, a correggere la democrazia. Con questa importante correzione, la democrazia, pur imperfetta, ha sicuramente vinto, è il modello in cui tutti ci troviamo; anche la Chiesa, dopo qualche iniziale incertezza, si è schierata chiaramente a favore della democrazia, come modello che più si approssima all’esigenza naturale con cui l’uomo affronta il problema della convivenza. Ricordo che don Luigi Sturzo, il pioniere del cattolicesimo politico italiano, fondatore del Partito Popolare, sin dai primi del ’900 aveva compreso, e chiaramente dichiarato, che sei cattolici italiani volevano competere per il governo del Paese, avrebbero dovuto combattere sul piano delle ragioni comprensibili a tutti, facendosi preferire per la concretezza e la validità delle loro proposte, non per il Diktat di preti o di autorità ecclesiastiche e dunque conquistando democraticamente il potere.
Altrettanto con qualche riluttanza in più, bisogna dire, hanno fatto i comunisti in Italia, accettando da Togliatti in poi di entrare nel Parlamento Italiano, realizzato con la Costituzione e, quindi di abbandonare l’ipotesi di guerra civile o di conflitto distruttivo, tutti per entrare nell’organo democraticamente eletto e rappresentativo dell’Italia, il Parlamento.
Il Parlamento in questi anni è stato una grande scuola, il Parlamento Italiano in cui tutte le grandi forze politiche hanno accettato di entrare è stata una grande scuola di democrazia.
E lo stesso dicasi a livello Europeo. In quegli anni, ’48-’50, nasce da un lato la Comunità del carbone e dell’acciaio, l’energia atomica e gli inizi della Comunità Europea: non si era mai visto che alla fine di una guerra sanguinosissima, vincitori e vinti si mettessero allo stesso tavolo da pari. Alla fine della guerra noi abbiamo sempre avuto armistizi, in cui ci sono i vincitori che dettano le condizioni e i vinti che le subiscono. Grandissima novità, l’intuizione su cui è nata l’Unione Europea è che i vincitori, Francia, Belgio, Lussemburgo, i Paesi Bassi si mettessero insieme ai vinti, Germania, Italia e così è nata l’Europa. Bene!
Secondo punto: democrazia e libertà economica. Questo è sembrato il binomio vincente, una sorta di presupposto implicito. Gli stati democratici e gli stati con economie di mercato, economie non pianificate, non si fanno la guerra. Questa era una sorta di evidenza empirica che ci ha guidati. Uno stato democratico, se è veramente democratico, non dichiara più guerra. Uno stato in cui c’è libertà di scambi commerciali, difficilmente fa guerra. Questa incrollabile certezza ha costituito il comodo giaciglio nel quale i nostri Paesi hanno dormito sonni tranquilli negli ultimi 50 anni. Ma oggi è ancora così?
La Rivista di Economy pubblica ogni anno il democracy index, un indice, un rapporto sulla qualità della democrazia nel mondo. Un bollettino sullo stato di salute della democrazia.
Il rapporto del 2011 è intitolato: Democracy under stress, la democrazia è stressata, diciamo così, o è sotto stress. I dati di questo rapporto del 2011 sono in effetti preoccupanti. Secondo il rapporto del 2011, nel mondo su circa 200 Stati solo 25 possono essere definiti democrazie in senso pieno; 53 democrazie imperfette, tra queste c’è l’Italia.
L’Italia non è tra le democrazie piene, ma in questa scala siamo stati retrocessi in serie B l’anno scorso. Il dato più impressionante, se ci riflettiamo, è che in questo momento nel mondo oltre la metà dei nostri amici, uomini e donne, vivono in stati non democratici. La democrazia perfetta, dunque, resta molto più un’utopia che una realizzazione, ho detto, altrimenti la stragrande maggioranza delle democrazie che funzionano realmente non sarebbero imperfette.
Il dato forse più impressionante riguarda l’Europa. L’Europa continua ad essere sicuramente, secondo questo rapporto, il continente di gran lunga più democratico, ma, attenzione, la qualità della democrazia in Europa sta calando drammaticamente: dal 2008 al 2011 ben quindici paesi su 21 sono stati retrocessi in serie B dalla serie A e tra questi l’Italia.
La Francia, la Grecia, il Portogallo, ma anche i Paesi europei rimasti in serie A non è che possano cantare vittoria, se è vero che la Germania, in serie A, posizione n. 14, ha il tasso record di astensionismo alle elezioni, Regno Unito, numero 18, a livello di partecipazione politica rispetto a tutti gli altri è il peggiore. Quindi qualcuno in Europa è rimasto in serie A; allora si possono discutere questi indici, sono sicuramente discutibili, però danno un’idea. L’altro, quindi chiudo questa mia introduzione, l’altro dato riguarda l’altro pilastro, la libertà di economia come fattore trainante della democrazia. Anche democrazia e libertà economica sono andate a braccetto per tanto tempo, ma il dato di fatto in cui viviamo oggi è che Cina e Russia, due delle più grandi potenze economiche esistenti, non sono democrazie, India e Brasile, le altre due, sono classificate in questo rapporto come regimi ibridi ovvero autocratici, cioè non regimi pienamente democratici. Ultimo punto, i flussi finanziari globali. Chi ha avuto la possibilità di ascoltare la presentazione che ha fatto il professor Maduro ieri, ha avuto una chiarissima percezione di questo. I flussi finanziari, il grande impatto, il cambiamento del mercato della finanza che si è avuto in questi anni, è un cambiamento che prescinde completamente da sistemi democratici di responsabilità, quindi è una grande sfida.
Ultimo punto, poi ci sarà una parte positiva, se no viene un po’ di ansia… Ultimo punto. Tra gli organi, tra le istituzioni che noi conosciamo nei nostri Stati, i Parlamenti e i Governi e la Magistratura, l’organo chiaramente democratico, espressione della democrazia, il Parlamento, è sicuramente l’organo più in crisi che oggi c’è.
I Governi sono sicuramente più forti, chi poi sicuramente vive un grande momento di fioritura, dal punto di vista della capacità di influenzare le politiche, sono i giudici, il potere giudiziario, che sicuramente è quello meno democraticamente responsabile. Su tutto questo sistema si è abbattuta come un tornado la crisi economica e qui ancora una volta faccio riferimento alla lezione di ieri del Professor Maduro, che ha come acceso una luce su quello che sta succedendo in Europa su questo. Infatti ha detto che questo problema va inserito in un contesto più grande che è quello della crisi. La crisi finanziaria economica mondiale sta colpendo alla radice la democrazia, e così emerge questa sorta di curioso paradosso: quella stessa condizione di crisi economica che da un lato ha acceso le speranze dei paesi del Nord Africa, iniziando questo ciclo di grandi rivolgimenti, quel desiderio di un maggior benessere, quel desiderio di democrazia in alcuni stati, ha prodotto l’opposto nelle nostre democrazie. Noi abbiamo infatti un Governo cosiddetto tecnico, la Grecia sostanzialmente è stata commissariata, sia politicamente, che come Governo.
Dunque ci sono motivi, ne ho illustrati alcuni, per dire che oggi l’ideale democratico è sottoscacco, l’ideale democratico è alla prova. L’impressione è che noi ci troviamo di fronte a democrazia sazie, a democrazie appagate, senza più reale spinta ideale.
Chi ha sentito la relazione Miguel Maduro di ieri, ha notato quell’accenno finale sulla differenza tra considerare l’Unione europea, per motivi di calcolo, di utile razionale o per amore o per passione. Ecco, l’impressione che io ho è che quel che manca alle nostre democrazie sazie, sia proprio quella fame di giustizia, quell’esigenza di giustizia che è la base di una domanda democratica.
Il desiderio di partecipazione, la voglia di crescita sono la base di una democrazia vitale ed è proprio ciò che, sebbene in maniera incerta soprattutto per gli esiti, vediamo accadere in molte parti del mondo. Per l’Occidente, oggi sembra che una riduzione della democrazia a procedura, sia l’ultima spiaggia per salvare la democrazia. Togliamo dalla democrazia qualsiasi aspetto sostanziale, qualsiasi riferimento all’uomo, alla dignità, manteniamola come una procedura di decisione.
Ho l’impressione che se questa è la destinazione, l’approdo, sia una spiaggia deserta, una spiaggia senza nessuno e mi ha stupito trovare, tra gli scritti di don Giussani, un’osservazione scritta nel 1964 sulla democrazia, che mi sembra particolarmente utile, con la quale darei subito la parola ai nostri relatori che sono qui con me. Diceva Giussani nel ’64: “La democrazia è una esigenza di rapporti esatti, giusti fra persone e gruppi; punto di partenza per una vera democrazia è l’esigenza naturale umana che la convivenza aiuti l’affermazione della persona e che i rapporti sociali non ostacolino la personalità nella sua crescita”.
Nel suo spirito la democrazia non è innanzitutto una tecnica sociale, un determinato meccanismo di rapporti esterni. La tentazione è quella di ridurre la convivenza democratica ha puro fatto di ordine esteriore e di maniera. In tal caso, il rispetto per l’altro tende a coincidere con una fondamentale indifferenza per lui, cioè ci rispettiamo perché ci siamo sostanzialmente reciprocamente indifferenti, non mi interessa che tu ci sia, o cosa o chi tu sia.
In questo senso il multiculturalismo, cioè il fatto che le nostre democrazia siano sempre più aperti alla diversità, sembra la sfida principale, la sfida forse più finale della democrazia: come si fa a decidere democraticamente quando siamo così diversi? Il presupposto inevitabile della democrazia è che siamo tutti un po’ omogenei. In questo il Canada è forse uno degli esempi più avanzati. Tutti conoscono il Canada come uno degli esperimenti, dei laboratori in cui questo tema della conciliazione tra democrazia e differenza e multiculturalismo ed immigrazione ha come trovato e sta trovando forse le soluzioni più avanzate. Proprio per questo io inizierei il nostro dialogo, ascoltando il ministro Kenney. Grazie!

JASON KENNEY:
Grazie tante. Prima di tutto devo dirvi che è veramente un piacere trovarmi qui per la prima volta al Meeting di Rimini, un’esperienza meravigliosa proprio di convivenza, di vita insieme, una specie di idea molto festosa di fraternità. Magari ci fosse una cosa del genere, in Canada, magari potremmo incoraggiare i canadesi qui presenti ad avviare il Meeting anche in Canada. Ringrazio tutti quanti, ringrazio anche per la presenza di Monsignor Tomasi che conosco, appunto, perché abbiamo lavorato alle Nazioni Unite ad un’importante problematica correlata ai profughi.
Comincerei con alcuni concetti, con alcuni problemi legati al titolo di questa sessione: “Esigenza di giustizia, alla radice della democrazia”. La democrazia non è solo un sistema di regole, di maggioranze; se ben intesa, la democrazia è un sistema di Governo che si basa sull’idea della dignità inalienabile della persona umana, una dignità che non è un dono dello Stato, è un dono che precede lo Stato ed è dalla dignità della persona umana che poi deriva il diritto degli esseri umani di essere governati, di scegliere i propri governanti. Questo è espresso in uno dei documenti che fondano la democrazia moderna, la Dichiarazione Americana: tutti gli uomini sono creati uguali, sono dotati di certi diritti inalienabili, tra cui quelli alla libertà, alla vita e alla ricerca della felicità. Di fatto questa idea, quella del diritto ad essere governati, è anche insita nel concetto cristiano di persona. Jacques Maritain, dopo la seconda guerra mondiale, grande filosofo francese che conoscete, ha parlato di impulso evangelico nel creare la coscienza di dignità umana che porta la democrazia. Dice che “l’impulso democratico sorto nella storia, è spuntato come manifestazione temporale dell’ispirazione del Vangelo, che aveva colto la dignità della persona umana e il fatto che la persona è parte dello Stato ma trascende lo Stato, proprio per via del mistero della sua libertà spirituale.
Quello che si guadagna, in termini di coscienza secolare, dall’impulso evangelico, è la fede nei diritti della persona umana come soggetto umano, come persona civica, come persona impegnata nella vita socio-economica, come persona che lavora ed è la fede nella giustizia come fondamento necessario della vita comune e come proprietà essenziale della legge, che non diventa legge se è ingiusta”. Questa è un’espressione bellissima, la maggior parte di noi sicuramente intende appunto queste come le radici della democrazia moderna. Io credo che tutto questo si rifletta anche negli insegnamenti di Giovanni Paolo II. Nell’enciclica Centesimus annus, ci ha ricordato che la democrazia autentica è possibile soltanto in uno stato governato dal diritto e sulla base di un concetto corretto della persona umana. Bisogna dire, appunto, che se non c’è una verità ultima che guidi l’attività politica e la diriga, le idee e le convinzioni possono essere facilmente manipolate per motivi di potere, come dimostra la storia.
Una democrazia senza valori facilmente ci può portare un totalitarismo sotto mentite spoglie.
Un uomo che ha avuto un grosso impatto sulle idee di Giovanni Paolo II nella Centesimus annus è stato Michael Novak, il teologo americano che ha scritto un libro bellissimo, Lo spirito del capitalismo democratico, che raccoglie tutte queste idee nel 1982, ed ha suggerito che quello che noi chiamiamo capitalismo democratico è predicato prevalentemente in tre sistemi.
Prima di tutto un sistema politico democratico che si basa sulla dignità della persona umana e, poi, il libero mercato che si fonda sulla dignità del lavoro, da cui viene tutta l’idea che l’uomo ha diritto alla proprietà privata, frutto del suo lavoro e poi una società pluralistica, in terzo luogo, una società che non cerca di imporre un’idea su altre attraverso l’esercizio dell’autorità dello Stato, ma incoraggia le espressioni della libertà umana autentica attraverso le comunità locali, attraverso appunto le cose più piccole della società civile. Io direi che tra le mie responsabilità politiche, c’è quella della sorveglianza del multiculturalismo in Canada.
Si è detto che il Canada è un modello per multiculturalismo, certamente in Europa c’è stato tanto dibattito sul fallimento del multiculturalismo.
La Merkel, Cameron, Sarkozy, e anche tanti leader politici americani, anche teorici social, hanno detto che il multiculturalismo è stato un fallimento, nel contempo, c’è sempre una serie di politici europei che vengono a farmi visita in Canada e mi chiedono appunto come fa il Canada ad avere conseguito i propri risultati, come è riuscito a mantenere una convivenza sociale secondo un modello abbastanza di successo, che non è perfetto, non è un’utopia, ma è un modello di successo con unità e diversità.
Dobbiamo chiarirci su alcuni termini, perché uno dei problemi del multiculturalismo è che significa radicalmente diverse cose, a seconda delle persone.
Uno dei motivi per cui il multiculturalismo è stato così tanto rifiutato come approccio alla società nell’Europa occidentale, in parte è perché è stato introdotto nel dibattito politico in Europa, non come riflesso di una realtà sociale vissuta, di un’esperienza concreta, ma come sforzo, sforzo per imporre una teoria accademica di relativismo culturale, effettivamente ispirata dalla marxista scuola di Francoforte, che ha rifiutato il concetto della possibilità che la società si organizzi attorno ad un certo patrimonio culturale, a certe tradizioni culturali, finendo in un relativismo culturale molto radicale. Quindi in Europa effettivamente, secondo me, non si è mai capita l’importanza di queste idee, in una realtà pratica; poi c’è anche un problema pratico che, secondo me, si lega alle politiche sull’immigrazione.
La storia dell’immigrazione in Europa occidentale nel dopoguerra si è basata, per la maggior parte, sull’avere ammesso dei lavoratori di basso livello di studio, di basso livello di capacità linguistica, di capacità limitate anche di integrarsi.
In pratica la politica dell’immigrazione canadese si è basata sul selezionare i soggetti che magari avevano più capacità di integrarsi, con un maggior livello di capitale umano, un maggior livello di studio, capacità appunto di conoscere le lingue, fattori che potevano rappresentare un elemento di integrazione. Però in Canada l’idea del multiculturalismo di fatto non è stata un’imposizione da parte di una teoria radicale sociale operata da qualche élite, è stato invece piuttosto qualcosa che rispecchiava la realtà vera e propria del nostro Paese. La nostra storia è un’eredità delle cose migliori dell’imperialismo britannico. L’impero britannico, geograficamente e culturalmente, è stato quello più esteso di tutta la storia dell’uomo, andava dall’India all’Africa, fino alle Americhe. Lì i britannici hanno sviluppato una brillante capacità di accettare le differenze all’interno di questo ampio sistema. Pertanto, quando i britannici hanno conquistato i francesi, nella nuova Francia, nel diciottesimo secolo, non hanno cercato di assimilare i cattolici francesi e farli diventare protestanti britannici, non hanno cercato di imporre la loro cultura, ma li hanno invitati a mantenere la loro identità cattolica, la loro lingua francese, le loro istituzioni, il loro codice civile, il loro sistema e praticamente questa è stata un’espressione pratica e reale di questo approccio brillante da parte degli inglesi, un approccio equo nei confronti del pluralismo: le persone, ad esempio, con fede diversa, potevano vivere assieme fianco a fianco, in una convivenza sociale.
Questo approccio è stato duplicato in Canada, nel momento in cui, nel Ventesimo secolo, sono arrivate enormi ondate di immigrati dall’Europa orientale, poi dall’ Asia e da tutto il mondo.
L’approccio è stato rilassato, da parte del Canada, un approccio organico rilassato, proprio nei confronti della realtà della diversità, riconoscendo le associazioni di volontariato che si sono formate nelle comunità locali. I gruppi religiosi locali rappresentavano qualcosa di essenziale per fare vibrare la nostra società.
La maggior parte dei canadesi, secondo me, non vede una contraddizione tra questa idea di pluralismo ed il desiderio di avere una società coesa, che si basi su certi princìpi politici di fondo, e questo è un punto importante da sottolineare. I teorici accademici, in Canada come in Europa, propagano quest’idea di approccio radicale al multiculturalismo, che vuole sopprimere tutto il patrimonio cristiano dell’Europa e del Canada, però effettivamente sono molto emarginati, sono una piccola frangia.
La mia realtà è che la maggior parte dei nuovi canadesi, provenienti da tutte le parti del mondo, indipendentemente dalla loro fede religiosa, sono molto rispettosi delle istituzioni, dei simboli, dei valori che sono radicati nella nostra storia e che, fondamentalmente, sono poi dei valori e dei simboli di estrazione europea.
A Natale, per esempio, tutti gli anni, ci sono delle controversie tipiche, se ci deve essere un albero di Natale negli edifici pubblici, oppure se nelle scuole bisogna cantare le canzoni di Natale etc. Ogni anno si discute sempre delle stesse cose e ci sono persone che dicono che bisogna togliere le espressioni della tradizione cristiana dalle strade pubbliche. Questo, in genere, lo dicono in nome del multiculturalismo, ma interessante è anche che le persone che sostengono queste cose, quasi sempre sono dei canadesi nativi, non immigrati e non fanno parte di comunità di minoranza e rispettano le tradizioni che legano le nostre società.
Noi abbiamo comunque altissimi livelli di migrazione, sicuramente ci sono degli stress associati a questa situazione. Sappiamo perché e sappiamo quanto possa essere difficile tutto questo; ecco perché attualmente noi in Canada stiamo proprio rafforzando un concetto, il concetto che il multiculturalismo non è un’autorizzazione, una licenza a imporre qualsiasi pratica culturale, anche aberrante, nella nostra società.
Quello che facciamo è adottare un approccio equilibrato, non una corsa affannosa per riconoscere le minoranze in maniera ideologica. Abbiamo pubblicato, per esempio, una guida per il cittadino che dice che la diversità e la tolleranza canadesi non si estendono a certe pratiche barbare a livello culturale, tipo, non so, uccisioni per onore, oppure mutilazioni genitali femminili, oppure abusi sul partner. Queste pratiche vengono condannate in Canada, vengono punite in base alla nostra legge. Tanto per darvi un esempio di come noi stiamo rafforzando alcuni valori politici di base, che possono mantenere la coesione in una società diversa.
Dalla prospettiva canadese, io non vedo alcuna tensione particolare tra la democrazia e la diversità nella nostra società, anzi, uno dei motivi per cui il modello canadese ha funzionato, è che proprio il nostro approccio è equilibrato, bilanciato. Diciamo che chi arriva da noi, ha l’obbligo di integrarsi, però riconosciamo anche che tutta la società ha la responsabilità di creare uguali opportunità, pari opportunità per chi viene da noi da altre parti del mondo, incluso l’aspetto politico. Io sono, per esempio, al Governo vicino ad un nativo canadese, i cui genitori vengono dall’India, è un Sik e ha portato un po’ della sua cultura anche da noi. Poi, dall’altra parte, c’è una signora che è nata ad Hong Kong, che praticamente parla come prima lingua il cantonese.
Questi due colleghi forse sono ancora più rispettosi delle tradizioni europee della società canadese, rispetto ad altre persone che prendono tutto per scontato. Non è un punto di tensione, secondo me l’esperienza canadese è un’esperienza positiva, non è perfetta, vi dicevo però rispecchia il fatto che abbiamo creato una società che si basa sulla dignità della persona umana, che si esprime in una società libera.
La gente è riuscita a mantenere la propria identità e questo ha garantito una coesione. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Ringrazio di cuore il Ministro Kenney per questa fotografia dell’esperienza canadese, che probabilmente molti degli specialisti e dei politologi, come diceva il Ministro, che studiano il Canada e che ce lo propongono spesso come il modello di un multiculturalismo estremo e radicale, forse dovrebbero osservare con maggiore sincerità. Infatti, questa idea di un multiculturalismo ragionevole è basato sull’esperienza, il multiculturalismo degli immigranti più che degli ospiti, questo mi è sembrata veramente una grande apertura. La parola ora a Mons. Tomasi, perché il suo punto di vista, cioè nel cuore di quelle organizzazioni internazionali che cercano di promuovere tutto questo, ci è particolarmente caro e vogliamo sentire la sua opinione su questo tema.

S.ECC. MONS. SILVANO MARIA TOMASI:
Grazie. Sono onorato di partecipare con il Ministro Federale Kenney e la moderazione del prof. Simoncini in questa bella occasione. Io cercherò di affrontare il tema della democrazia come essenzialmente partecipazione di tutti nella gestione della cosa pubblica, della res publica, ed utilizzare un po’ il tema del Meeting, questa aspirazione all’Infinito, come il motorino che spinge ad avanzare nella ricerca di una partecipazione sempre più attiva, facendomi la domanda: “C’è un contributo efficace che l’esperienza umanistica, la nostra esperienza cristiana, può dare alla democrazia?”. Allora la ricerca di uno stile di vita che soddisfi il desiderio e l’aspirazione profonda del cuore di ogni persona disturba la storia, anzi ne fa da fermento per cambiare la situazione. La partecipazione in questa ricerca e nella formazione di strutture che rispondano nella vita quotidiana all’aspettativa degli individui, delle persone, in qualche modo definisce le democrazie di oggi. Anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite da dove vengo, e gli organismi collettivi, che la comunità internazionale si è dati e che a Ginevra formano un laboratorio per la cultura contemporanea, per quanto riguarda diritti umani, lavoro, eccetera, sono emersi dalla tragedia dell’ultima guerra, come diceva il prof. Simoncini, quale aspirazione a trascendere l’odio e la violenza per creare un mondo migliore. La Corte Penale Internazionale viene concepita ed entra in vigore nel 2002 come una struttura permanente per la giustizia, legata alla democrazia, e questo per evitare la formazione di tribunali occasionali dei vincitori solamente. E dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, sono nate decine di democrazie. La sfida al potere nasce dall’esigenza del popolo di volere rispettata la sua dignità, di voler dare spazio al suo desiderio di bene, di bellezza e tradurre in decisioni pratiche e operative l’inquietudine profonda dell’intimo dell’essere di ciascuno, che ci parla del bene aldilà di catastrofi, aldilà del peccato anche. E in maniera più o meno articolata anche i movimenti politici recenti, nel Nord Africa e nei Paesi Arabi, sembrano partiti dal desiderio di lavoro, di possibilità di esprimere i propri talenti, di sognare un futuro umano accettabile e di partecipare alla sua costruzione. Se guardiamo indietro nella storia, scopriamo che l’aspirazione al bene inietta una dinamica nelle società anche se ancora non completamente democratiche. Per esempio, andiamo indietro al secolo VI, con papa Gregorio Magno, che scriveva ad alcuni vescovi preoccupati di sistemare una situazione economica: tieni un certo equilibrio, cito, “affinché con la libertà possa fiorire la giustizia”. L’interazione tra libertà che crea una varietà di scelte e la giustizia che attua il bene comune rimane una sfida anche oggi. Oggi come ieri la pace è frutto di giustizia. Infatti la costruzione di una democrazia è un processo particolarmente complesso. Lo scenario globale non è molto confortante. La frammentazione di istituzioni e della società domina in troppi paesi e rende difficile l’attuazione dello stato di diritto e di un minimo di coesione che garantisca una consistenza serena e produttiva. Le democrazie moderne sono caratterizzate da una combinazione di antiche divisioni di classe, dato che ancora oggi vi è un ‘gap’ tra paesi e regioni del mondo e all’interno dei singoli paesi tra varie fasce della popolazione. Abbiamo da una parte persone ricche, istruite, tecnologicamente molto avanzate e dall’altra persone povere e quasi del tutto tecnologicamente analfabete oppure senza accesso alla tecnologia. Le implicazioni di questo contrasto hanno un impatto diretto sul funzionamento della democrazia e la coerenza che deve esistere tra i principi di uguaglianza enunciati dalle varie costituzioni e la realtà che vediamo ogni giorno. Poi la crisi economica ha aggiunto un’ulteriore difficoltà ai cambiamenti portati dal pluralismo, creata dai flussi immigratori, da stili di vita diversi, da un individualismo esasperato e da varietà di religioni e di convinzioni. Anche i paesetti più piccoli hanno qualche immigrato che ha non solo una cultura e una religione diversa ma richiama realtà completamente nuove. La scelta degli strumenti di comunicazione, per esempio, e dei programmi di intrattenimento lentamente integra le persone in un mondo che è limitato a persone collegate tra loro e che risulta indifferente agli altri. La rete, parliamo della rete nelle comunicazioni, coi nostri cellulari o I-pad ecc., la rete, che è la summa dei legami che il singolo stabilisce, è quello che ogni singolo si porta dietro assieme al suo proprio corpo, la sua specifica rete, un po’ come una chiocciola che porta la sua casetta quando si muove. I legami ai quali si fa riferimento non sono quelli della fratellanza o meglio quelli naturalmente sviluppati da un legame fisico o da una storia come la famiglia, il quartiere, una comunità religiosa, una nazione, ma sono al contrario dei legami fluidi, flessibili, liquidi. Le unità individuali vengono aggiunte o tolte dalla rete che la singola chiocciola porta con sé, con uno sforzo non maggiore a quello con cui si mette o si cancella un numero dalla rubrica del cellulare. Quindi relazioni labili, identità instabili, diversità di ‘outlook’, ripiegamento su di sé, ricerca di soddisfazioni immediate. Sono elementi che certo faticano a sostenere una democrazia. Si parte senza una aspirazione più alta. Mi ricorda quello che ha scritto il romanziere francese François Mauriac, quando dice che il gatto che ha mangiato è soddisfatto ma non è contento. La gioia è a un altro piano, un piano superiore. Quindi nuovi interrogativi sorgono anche per le democrazie, che devono sviluppare dei criteri ragionevoli per arrivare ad una sintesi che includa i diritti di tutti per una rappresentatività efficace e davvero democratica. E per raggiungere questo ‘target’ la strada è quella del bene comune. Ed è qui che la giustizia diventa criterio indispensabile per salvaguardare i diritti di ogni persona, di ogni cittadino. Tra visioni del mondo e del futuro in competizione tra di loro occorre identificare e sviluppare dei punti in comune sui quali continuare a costruire la partecipazione democratica. Questi punti o valori fondanti, proprio per poter essere comuni, dovranno trascendere le differenti culture, religioni e ordinamenti politici, anche se possono affondare lì le loro radici; indipendentemente dal colore della pelle, quello che abbiamo in comune è la natura umana e quindi la ragione e l’aderenza alla realtà di questa natura e alla centralità della persona, che è appunto la base dell’universalità dei diritti. Il legame con la realtà, con la natura, apre il discorso all’unità dei saperi. Non c’è solo il sapere scientifico, non c’è solo il sapere logico, ci sono anche altre forme di conoscenza. La sorgente nel profondo della persona dell’intuizione creativa dell’arte, della poesia, ed anche la stessa sorgente dell’esperienza religiosa e della razionalità, la cultura di un popolo e la forma delle civiltà, esprimono la convergenza di tutti questi saperi e portano alla formulazione di criteri di convivenza e dello stesso diritto il cui linguaggio più universale, più comprensivo, oggi, è quello dei diritti umani, che sostengono la libertà di convinzione e di espressione, l’uguale dignità di ogni persona, la necessità del dialogo come via per la riconciliazione delle differenze. Quindi, radicati nel profondo della persona, i diritti umani e il loro linguaggio beneficiano dell’apporto dei vari aspetti della conoscenza e quindi escludono l’imposizione di capricci, di passioni come diritti, e favoriscono invece un giusto equilibrio che provvede al funzionamento della democrazia, tenendo realisticamente conto del pluralismo attuale nelle nostre società. Il compito del legislatore, che è rispettoso della democrazia, sarà quindi quello di creare le condizioni che favoriscono la piena attuazione e partecipazione delle persone, delle famiglie, dei gruppi sociali, del potere al servizio del bene comune. Il legislatore traduce la giustizia nel quotidiano, di modo che attraverso l’applicazione della sussidiarietà ciascuno riceva il suo e i più deboli partecipino effettivamente nell’uguaglianza delle opportunità. Purtroppo tante volte l’esperienza mostra che c’è una contraddizione tra queste aspirazioni e la realtà. Un altro problema riguarda la riluttanza a parlare della discriminazione religiosa, come se l’applicazione dei diritti umani alle persone di fede non avesse lo stesso valore e non fosse per lo Stato e per la comunità internazionale un uguale dovere che nei riguardi di ogni altra persona. Nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta più. Ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri delle sue scelte. Questo lo ha detto papa Benedetto, parlando davanti al Bundestag il settembre scorso. Pur senza fare appello a rivelazioni religiose specifiche, l’unità dei saperi porta a riconoscere ciò che è giusto, quindi, natura e ragione si incontrano per provvedere al processo democratico quei principi o quei valori morali fondanti che trascendono il consenso sociale. Poi nelle democrazie si incontrano persone con visioni molto diverse, in contrasto addirittura tra loro. Quindi, quali regole devono guidare le persone di fede nella loro partecipazione al dibattito democratico? La religione diventa un test per la democrazia. Infatti, il diritto per le persone di fede a pronunciarsi su questioni con implicazioni etiche, il diritto ad esprimersi liberamente e ad organizzarsi, a sviluppare e gestire istituzioni che riflettano e applichino il credo religioso, sono tutti elementi che una democrazia giusta deve riconoscere. Quindi ritorna a questo punto la questione se nel contesto democratico anche le religioni debbano adattarsi alle decisioni e alle regole derivate dalla volontà della maggioranza. Questa è una delle questioni che nelle democrazie attuali, specialmente nel mondo occidentale, è molto dibattuta. In certi paesi è la mancanza fisica di libertà che genera persecuzione, la mancanza di protezione dovuta ad ogni cittadino; in altri paesi, è una maniera più sottile di discriminazione, dove con l’aspirazione all’uguaglianza dei diritti per tutti, di fatto poi si discrimina contro quelli che hanno delle opinioni diverse, dovute a delle convinzioni religiose. Queste democrazie attuali dovranno confrontarsi con la nuova realtà che sta emergendo, dovuta al pluralismo nelle nostre società e, senza perdere niente delle proprie qualità, queste democrazie dovranno accettare il contributo che gli altri possono portare. La frammentazione contemporanea delle società può essere però non solo un ostacolo ma un’opportunità per creare forme innovative di solidarietà, e qui mi rifaccio un po’ alla storia. La Rivoluzione francese parlava di libertà, uguaglianza, fraternità. Certo, si è fatta molta strada da allora; la bandiera della rivoluzione, libertà, uguaglianza e fraternità, che ha probabilmente, e senza molti dubbi, una radice anche cristiana, questa bandiera, vediamo come viene applicata. Libertà, sì certo, e l’individuo è stato messo al centro di tutto; uguaglianza, sì, il senso dell’uguaglianza è entrato nelle strutture degli Stati, almeno come obiettivo ideale da raggiungere, a cui tendere; e la fraternità? Si è rimasti timidi nell’affermazione della fraternità. Eppure con la fraternità, nelle democrazie contemporanee, le differenze possono trasformarsi in una opportunità, in pietre di costruzione per un futuro più ricco e interessante. La relazione tra libertà, uguaglianza e fraternità va al di là di un’espressione culturale o di un momento storico; una libertà effettiva è collegata alla verità e ai limiti che questa impone per attuare la giustizia; l’uguaglianza trascende l’uniformità dei ruoli che uno porta avanti nella società e questa fratellanza poi permette alle democrazie di funzionare nel pluralismo attuale, e mi avvio alla conclusione. C’è un apporto originale che il Cristianesimo può dare alla ricostruzione di società democratiche che controbilancia forze centrifughe, creando uno spazio comune dove progetti comuni, solidarietà, fiducia nel futuro vengono realizzati assieme. Si tratta di riscoprire il tipo di fraternità che per diciannove volte ritorna negli scritti del Nuovo Testamento, attraverso la parola greca che si chiama koinonia, che vuol dire comunione. Magari possiamo non arrivare alla comprensione religiosa del termine, ma il suo messaggio è molto pratico. Comunione implica partecipazione profonda, condividere, contribuire, insieme di elementi che creano un legame con il prossimo attraverso esperienze e obiettivi comuni, in vista di raggiungere un bene più grande. L’immagine di questa idea, che poi è anche un ideale oltre che essere un’idea, è raffigurata – forse molti di voi l’hanno visto – nel magnifico affresco di Giotto della Cappella degli Scrovegni, dove fa vedere la Comunione dei Santi; affresco realistico, dove anche il male con la sua razionalità è visibile nella raffigurazione dell’Inferno. Del resto questa fraternità non è solo funzionale ad obiettivi economici e materiali, ma può essere addirittura rivoluzionaria nella sua originalità, in quanto dà in maniera effettiva un valore reale ad ogni persona, indipendentemente dal suo stato e solo perché è parte di questa fraternità. In tale prospettiva, libertà economica e tecnologia delle comunicazioni, per esempio, possono aprirsi all’altro e far fiorire la società. I giovani oggi, assieme ad altri costruttori della città dell’uomo, nella riscoperta della fraternità trovano la possibilità di costruire una nuova democrazia, dove prevale la giustizia e dove ogni persona è uguale, pur svolgendo servizi diversi per il bene comune. Se non si realizza questa fraternità, la gestione della globalizzazione in corso diventa ambigua, problematica ed ingiusta. Il nostro futuro comune, invece di essere ipotecato in un relativismo di convenienza, può diventare un esperimento di successo, perché le ambiguità di libertà, uguaglianza e fraternità devono essere rimosse e l’autentica aspirazione verso l’infinito prevalga, che è appunto il segno più prezioso della nostra umanità. Questa aspirazione deve continuare a stimolarci verso una partecipazione viva di tutti nella comunità locale, nazionale e mondiale, così le esigenze di giustizia per la vera democrazia si attuano ed aprono un orizzonte più vasto di quello della giustizia, che è l’orizzonte dell’amore. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Approfittando del fatto che abbiamo ancora pochissimo tempo, ma c’è ancora, io approfitterei di questo per porvi una ulteriore domanda a cui chiedo una sorta di risposta flash. Se avete ascoltato con cura le due relazioni, hanno in qualche modo smentito la mia introduzione. La mia introduzione era piuttosto fosca e dava uno scenario preoccupante. Abbiamo ascoltato due testimonianze positive, di positività, due testimonianze di come la democrazia, può avere un futuro. E questa è una notizia, dal meeting al mondo. Allora io vi vorrei chiedere, sintetizzando per noi, partendo dall’ultima osservazione che faceva mons. Tommasi, se voi doveste indicare quali sono i valori, i contenuti, qual è la base su cui questa democrazia, che non può essere il vecchio modello, è qualcosa di nuovo che sta accadendo, questa democrazia che non teme il dialogo multiculturale, questa democrazia che non teme la crisi economica, e che riesce a rimettere a tema la parola fraternità, secondo voi, da dove ripartire? Qual è il punto, qual è il valore, quale tipo di indicazione suggerireste? Perché il meeting non è Davos o lo Studio Ambrosetti dove si fanno le analisi del mondo, il meeting è un posto dove si lancia una proposta, discutibile, ma si lancia una proposta che mobilita, allora vi chiedo, quale potrebbe essere questa ipotesi? Ministro Kenney.

JASON KENNEY:
Beh se vuoi posso essere un pochino oscuro a questo proposito. Uno dei motivi per cui, appunto, è stato organizzata questa tavola rotonda, è parlare anche della prospettiva della democrazia, nel contesto della primavera araba. Questo è il motivo per cui doveva essere presente la rappresentante egiziana. Emerge uno spirito democratico in parte del mondo soprattutto nel Medioriente, in zone che vivevano in regimi autoritari praticamente per tutta la loro storia. Contemporaneamente c’è una preoccupazione, cioè che questi nuovi sistemi democratici possano non essere basati su un senso di giustizia e sicuramente non su un senso di pluralismo. È questa la preoccupazione che devo evidenziare, gli europei sono appunto preoccupati di questo problema del multiculturalismo, della diversità, ecc. però dobbiamo vedere che è un enorme dono nel contempo, riuscire ad accettare in una società coesa diversi impegni di fede e anche tute le varie asserzioni di fede di queste comunità, accettare la libertà di coscienza, di culto e questo è quello che abbiamo appunto nel multiculturalismo e pluralismo. Abbiamo adesso dei movimenti in Egitto, in Sira e altrove; per esempio guardiamo la Repubblica islamica in Iran. C’è stata appunto tutta questa rivolta democratica contro un regime autoritario e che cercava di radicare espressioni di pluralismo in quella società che appunto di basava su una tradizione molto antica, i Bahai per esempio, pur coloro che si erano convertiti al cristianesimo, i gay, le lesbiche, venivano tenuti in prigione, torturati e anche sottoposti alla pena di morte. Siamo tutti d’accordo sul fatto che un approccio distorto alla democrazia debba essere alterato, modificato; prendiamo l’Egitto con, per esempio, la comunità copta 9 milioni di soggetti che stanno per eleggere il loro nuovo pope e che hanno un ruolo antichissimo in quella società, hanno partecipato tutti i ribelli in quella società, eppure adesso sono terrorizzati, hanno paura che la democrazia prenda la strada sbagliata e in Egitto hanno paura di vivere sotto pressioni sempre crescenti, incapaci di poter esprimere la loro libertà di coscienza e religione.
Ancora peggio vediamo la situazione della Siria oggi; ogni giorno migliaia di profughi, con minoranze cristiane, scappano nei paesi vicini perché sono terrorizzati dalla prospettiva anche di un nuovo regime ispirato da intolleranza nei confronti delle minoranze religiose, pur non accettando il precedente regime. Quindi vediamo tutto quello che succede nelle società moderne, davanti da queste tensioni, tra un impulso democratico e la necessità di giustizia, l’esigenza di proteggere la libertà di religione, coscienza ed espressione che è in fondo è alla base del pluralismo. Secondo me dovremmo tenere a mente tutto questo.

S.ECC. MONS. SILVANO MARIA TOMASI:
Se guardiamo ai molti conflitti in corso attualmente, quelli conosciuti e quelli anche non sono nelle prime pagine dei giornali che però fanno morti ogni giorno, vediamo che alla radice di questi conflitti c’è l’incapacità di partecipare nella vita sociale in maniera uguale. Quindi c’è un fallimento della democrazia o per ragioni tribali, etniche, religiose, di mancanza di preparazione tecnica ecc. se la vera democrazia essenzialmente è dare la possibilità a individui, famiglie, gruppi sociali di partecipare attraverso meccanismi che ogni comunità si dà, alla gestione della vita pubblica, certo se questa è democrazia vediamo che ci sono molti fallimenti; però non occorre essere pessimisti, il pessimismo viene se mancassimo la possibilità o la strada per trovare delle soluzioni. E la strada per trovarle c’è, la questione è la volontà politica di percorrere questa strada.
Primo: dobbiamo fare in modo che non siano le solite élite culturali o economiche che manipolando le strutture democratiche perpetuano semplicemente il loro potere a proprio servizio invece che a servizio della comunità e della società. Questo è uno dei pericoli che anche nelle vecchie democrazie continua a riemergere.
Secondo: c’è una cosa nuova nel mondo di oggi che facendo appello all’expertise, alla competenza tecnica, si rischia di eliminare la partecipazione della maggioranza. Ci sono questi nuovi fenomeni che devono essere affrontati, però rimane sempre alla radice, una forza che è eternamente nuova e positiva, la possiamo chiamare fratellanza, rispetto della dignità innata in ogni persona, uguaglianza di ogni persona umana davanti alla comunità e davanti al diritto, ma è solamente nel rispettosi questo principio fondamentale che al centro di tutto è il servizio alla persona e non la persona al servizio dello stato o di altre realtà che deve prevalere.
Se noi imbocchiamo questa strada, che poi è quella del Vangelo, alla fine di tutto, anche se non vogliamo usare la terminologia religiosa, però questa è l’esperienza che ha fatto nascere le democrazie in maniera reale, perché riconosce la dignità di ogni persona. Oggi questa strada, questa intuizione è ancora dinamica e viva in maniera tale che può rinnovare le nostre società e le nostre comunità, questa è la domanda a cui ognuno di noi deve rispondere.

ANDREA SIMONCINI:
La mia risposta è “sì”, cioè esiste ancora e c’è questa possibilità. Sono veramente grato ai nostri relatori perché, debbo dire in maniera per me molto sorprendente, oggi abbiamo ascoltato un dialogo su un tema difficile, complesso. Discutevamo con il Ministro, riuscire a trovare una linea dentro il nostro titolo era abbastanza difficile, ma la cosa che mi ha colpito è come siamo riusciti ad arrivare ad individuare concretamente delle proposte, delle indicazioni percorribili, forse perché avevamo un politico canadese e un monsignore. Con i politici italiani è difficilissimo riuscire ad ottenere qualche indicazione un po’ precisa sul futuro, con quelli italiani e con quelli più locali diciamo.
In ogni caso debbo dire che sono rimasto sorpreso dalla chiarezza, c’è una speranza. Il nostro mondo in tantissimi momenti ha di fronte un bivio, tutti i paesi che ha citato il ministro Kenney sono di fronte ad un bivio ed è vero che non c’è nulla che ci garantisca che la strada della democrazia, fondata sulla giustizia, sia quella scelta. Siamo di fronte a tanti bivi. La democrazia senza la giustizia resta un modello formale che può avere conseguenze di qualsiasi genere, il problema è cosa tiene desta nella persona questa idea, che l’esigenza di giustizia non sia solo un prodotto di alcune stimolazioni chimiche, o non sia semplicemente un’attitudine particolare sviluppata dalla razza umana che la differenzia da altre razze, ma che sono sullo stesso piano dell’evoluzione biochimica. Qui si capisce il valore del tema introduttivo al Meeting, proposto da Javier Prades, quando ci ha spiegato che, tra le implicazioni culturali dell’affermazione che la natura dell’uomo è apertura all’infinito, c’è proprio questa definizione di una visione dell’uomo come persona e dignità assoluta. Certo, come diceva Monsignor Tomasi, questo punto può essere condiviso da tutti, può essere la base e la condivisione per tutti questa necessità di proporzionare alla dignità dell’uomo qualsiasi struttura o potere. È chiaro, il cristianesimo aggiunge una cosa a questo, la spiegazione del “perché l’uomo ha questa dignità infinita” e ci dice, riprendendo il saluto introduttivo del Papa, che dire la “natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano. Questa è una ragione che il cristianesimo dà per spiegare perché la dignità è assoluta. Potrebbero esserci altre spiegazioni, il cristianesimo suggerisce questa, nella storia, nella sua esperienza. In ogni caso una strada c’è, questa è la buona notizia con cui chiudiamo l’incontro di oggi. Saluto tutti e ringrazio ancora il Ministro Kenney, Sua Eccellenza Tomasi e vi invito a proseguire.

Data

23 Agosto 2012

Ora

11:15

Edizione

2012

Luogo

Salone B7
Categoria
Incontri