DENTRO LA CRISI, OLTRE LA CRISI

Dentro la crisi, oltre la crisi

Dentro la crisi, oltre la crisi

Partecipano: Paolo Scaroni, Amministratore Delegato di Eni; Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia e delle Finanze. Introduce Bernhard Scholz, Presidente Compagnia delle Opere.

 

BERNHARD SCHOLZ:
Buonasera a tutti e benvenuti a questo incontro sul tema “Dentro e oltre la crisi”. Un benvenuto particolare al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, e all’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni. La mostra sulla crisi, che hanno fatto gli studenti di Milano insieme alla Fondazione per la Sussidiarietà all’interno di questo Meeting, ci insegna che da questa crisi si può e si deve imparare. Però bisogna anche capire che cosa bisogna imparare, che cosa si può fare per migliorare le condizioni affinché ognuno di noi possa vivere meglio. Stasera parliamo di economia e di politica economica finanziaria. Dopo la decisione dell’Unione Europea, a maggio, di sostenere la Grecia con 750 miliardi, Giulio Tremonti ha detto che la dominante politica nella scelta non è stata l’alternativa tra stabilità e crescita ma è stata l’alternativa tra stabilità ed esistenza del Continente.
Le conseguenze le conosciamo: sono stati i tagli, i sacrifici in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e anche nel nostro Paese. Come è giusto che sia in democrazia, la Manovra Finanziaria presentata da Giulio Tremonti ha suscitato un breve e intenso dibattito. Però nessuno ha messo in dubbio il coraggio di salvaguardare il bilancio dello Stato, già appesantito da un enorme debito pubblico, di ridimensionare finalmente e realmente la spesa pubblica, di introdurre delle prime misure contro gli sprechi. Mi preme sottolineare che sia i dipendenti pubblici sia gli insegnanti non hanno certamente reagito con entusiasmo, ma hanno accettato con senso di responsabilità i sacrifici: penso che questo sia segno della maturità civile di questo Paese. La riduzione del debito pubblico non è certamente uno scopo in sé, ma consente il raggiungimento di una maggiore libertà di azione dello Stato, gli consente di fare interventi mirati a sostegno dell’economia, del welfare e della riduzione della pressione fiscale, obiettivi che Giulio Tremonti ha cercato di raggiungere e realizzare nei primi Governi ai quali ha partecipato come Ministro.
Ma poi è esplosa la crisi e ha costretto a limitare al minimo indispensabile le spese pubbliche e gli interventi statali. Però sono state anche deliberate somme importanti per gli ammortizzatori sociali, specialmente attraverso la cassa integrazione, che hanno permesso a tante aziende di non licenziare. E penso che questo sia un grande merito. Già durante la crisi, si era cominciato a lavorare sul federalismo fiscale e su una riforma fiscale correlata. Questi sono due obiettivi importanti, che noi evidentemente condividiamo in pieno in quanto espressione del principio di sussidiarietà. Si sono fatti anche i primi passi per la semplificazione della burocrazia: sono riforme che non costano niente e speriamo che la giusta lotta contro l’evasione non appesantisca di nuovo gli adempimenti amministrativi delle imprese.
Però, qualsiasi riforma fa leva sulla forza imprenditoriale di questo Paese. Quindi siamo grati a Paolo Scaroni di essere qua con noi, per riportare dal suo punto di vista la situazione economica di questo Paese. Il suo punto di vista è quello di una persona che lavora al vertice della più grande multinazionale italiana, che conosce molto bene, attraverso il suo settore, quello dell’energia, il fabbisogno odierno e futuro delle famiglie e dell’industria: tra l’altro, conosce anche il prezzo che paghiamo per l’energia, e quindi ha un osservatorio globale. Non avendo, almeno per ora, né gas né petrolio in questo Paese, conosce anche molto bene le interdipendenze internazionali con cui dobbiamo operare. Quindi, grazie: la parola a Paolo Scaroni.

PAOLO SCARONI:
Buonasera a tutti, l’ultima volta che sono venuto al Meeting era il 2007. A quel Meeting, parlavamo della mia azienda, dell’Eni, parlavamo del prezzo del petrolio che continuava a crescere e sembrava inarrestabile, sostenuto dal boom dell’economia mondiale. Si parlava anche della nostra Italia che non cresceva, un’ammalata cronica in un mondo che sembrava in piena salute, e delle molte patologie per le quali per noi era impossibile crescere, del fatto che soffrivamo più di altri l’impatto della globalizzazione. Sono passati tre anni ed è cambiato tutto. La crisi si è abbattuta prima sugli Stati Uniti, poi sull’Europa, insomma, su tutto l’Occidente, colpendo banche, risparmiatori, imprese, lavoratori e ultimamente anche i bilanci degli Stati. Beh, devo dire che, contro tutti i pronostici, il nostro Paese ha retto bene alla crisi. L’Italia, la pecora nera d’Europa, quell’Italia in declino che non riusciva mai a crescere più di un misero zero virgola, tanto da venire superata in velocità dalla Spagna in pieno boom e che continuava a portarsi dietro un debito pubblico record, se la sta cavando meglio di quanto avremmo pensato anche noi ottimisti.
A cosa dobbiamo questa performance insperata? A mio parere, la dobbiamo a tre caratteristiche della nostra economia, da sempre sottovalutate. Primo, la patrimonializzazione delle nostre famiglie: le nostre famiglie hanno pochi debiti, hanno risparmiato molto, spesso posseggono la loro casa. Secondo, il provincialismo delle nostre banche, che le ha tenute al riparo, grazie a Dio, da quelle scorribande finanziarie internazionali che sono state il detonatore della crisi che abbiamo vissuto. Infine, la manifattura, questa caratteristica tipica della nostra economia che ci fa grandi produttori e grandi esportatori. E poi, devo dire che ce la stiamo cavando meglio perché per una volta abbiamo pescato un jolly, abbiamo affrontato questa crisi internazionale con una maggioranza di Governo forte, che ha sostenuto una politica economica del Governo, severa e senza tentennamenti. Il ministro Tremonti, che è qui con noi oggi, in questi due anni ha fatto le cose giuste e soprattutto ha evitato di fare le cose sbagliate che in tanti gli suggerivano.
II combinato delle caratteristiche della nostra economia e della gestione efficace della crisi ha fatto si che nel gregge dell’Europa non solo non siamo più noi, la pecora nera, ma anzi siamo nella parte migliore del gregge, solo pochi passi dietro la bianchissima pecora tedesca che ormai è irraggiungibile. Ora, forse il peggio l’abbiamo dietro le spalle: dobbiamo dunque ricominciare a crescere, affrontando la concorrenza globale di quei Paesi – la Cina, l’India, il Brasile e non solo – che la crisi non conoscono, ma che anzi continuano a guadagnare posizioni nell’economia mondiale. Allora, nel dopocrisi noi italiani siamo piazzati bene, meglio di quei Paesi per i quali i deficit di bilancio pubblico sono una novità. Non erano abituati, non come noi, hanno famiglie indebitate fino al collo, sistemi bancari azzoppati, oppure centinaia di migliaia di nuove case invendute, che fanno presagire dei mercati immobiliari in crisi ancora per molti anni. Per l’Italia e per ENI, che è la più grande azienda del nostro Paese e che vuole continuare a crescere nel mondo, la crisi rappresenta una opportunità da non sprecare. E’ l’occasione irripetibile che abbiamo per sottoporci a un check-up, porre rimedio alle croniche inefficienze del nostro Paese, per cambiare in meglio, stimolati e non spaventati dalla concorrenza internazionale.
E qui mi sembra molto appropriata questa frase, che per la verità non conoscevo, di Albert Einstein, che ho visto riprodotta al Meeting. Dice: “Una crisi può essere una vera benedizione, per ogni uomo e per ogni nazione, perché tutte le crisi portano progresso”. Possiamo dunque ricominciare a crescere, dobbiamo solo essere capaci di toglierci di dosso gli ultimi residui di quella cultura egualitarista, sviluppata nel Sessantotto, e poi portata avanti nell’economia chiusa degli anni Settanta e Ottanta, che voleva livellare tutti verso il basso e che per trent’anni ha reso quasi impossibile premiare i migliori, penalizzare i furbi, mettere al centro della nostra società l’uomo, l’individuo e la famiglia, per costruire quell’Italia che tutti noi vogliamo. Cominciamo cambiando la scuola. Qui qualche segnale positivo comincia a vedersi, ma per troppi anni la scuola è stata soprattutto lo strumento per dare lavoro ai professori, abbiamo costruito una scuola che promuove tutti, penalizzando i migliori, e che per di più, come abbiamo recentemente appreso, discrimina con voti fasulli gli studenti del Nord del Paese. E che dire dell’Università? Una pletora di sedi di laurea, con innumerevoli corsi, creati senza testare il mercato del lavoro per il quale dovrebbero essere destinati. Abbiamo costruito un sistema universitario costoso e ridondante, con pochi poli di eccellenza, scarsamente considerato all’estero. Abbiamo dimenticato che lo scopo dell’Università è formare laureati in grado di entrare nel mercato del lavoro, apportando nuove competenze, e che il nostro sistema economico ha bisogno di eccellenze per competere nel mondo.
In ENI, noi assumiamo circa 1.500 laureati all’anno; siamo, credo, l’azienda italiana che ne assume di più; selezioniamo dalle migliori Università italiane ed estere, molti nostri laureati hanno studiato in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, ma anche in India, in Pakistan, in Egitto e così via. Una considerazione generale: i giovani laureati fuori dall’Italia sono meglio preparati per il lavoro, molto meno attaccati al posto fisso e più disponibili alla vita, spesso avventurosa, ma di sacrificio, che è parte essenziale della carriera in ENI. E allora, se vogliamo lasciare la crisi dietro alle spalle, dobbiamo partire dall’educazione: scuole e Università devono preparare al lavoro e alla competizione, promuovere chi si impegna, formare i talenti che servono all’Italia per competere. Dobbiamo poi affrontare una volta per tutte il problema di una Amministrazione pubblica costosa, inefficiente, del tutto inadeguata a quello che serve per competere nell’economia globale. Non possiamo più vedere nell’Amministrazione Pubblica, soprattutto locale, un postificio, dove al privilegiato che ne fa parte non si chiede l’efficienza e spesso nemmeno la presenza. Devo dire che non ho mai capito perché il barista svogliato, assenteista, o che tratta male i clienti, venga licenziato senza che ciò desti scandalo, mentre il dipendente pubblico resti un intoccabile, qualunque cosa faccia. Il risultato? Una spesa pubblica elevata e crescente, e servizi per i cittadini e le imprese inadeguati.
ENI opera in settanta Paesi al mondo, molti dei quali sono considerati Paesi sottosviluppati. Posso dire che per noi, e siamo italiani, i rapporti con le nostre Amministrazioni locali, per lo meno in alcune parti del Paese, sono tra i peggiori che abbiamo. Per uscire vincenti dalla crisi, dobbiamo toglierci di dosso questa burocrazia costosa ed inefficiente, che protegge i fannulloni, penalizzando chi lavora seriamente. Se la nostra Amministrazione Pubblica rappresenta l’esempio più evidente di quel garantismo malsano, teorizzato in norme e accordi sindacali negli anni Settanta, non si può dire che il mondo delle imprese ne sia immune. Per competere sui mercati mondiali, continuando ad investire e a produrre in Italia, le nostre imprese e noi di ENI per primi dobbiamo essere efficienti e flessibili, con uomini e donne pronti a dare al massimo. Operiamo invece in un mercato del lavoro, con regole lontanissime da quelle dei Paesi con i quali competiamo, frutto di una stagione sindacale ideologizzata, regole che sembrano fatte apposta per proteggere chi non si impegna e per impedire di premiare merito e risultati. Così come nella Pubblica Amministrazione, anche nelle imprese italiane la presenza sembra un optional! Pensate che il tasso di assenteismo di ENI nel nostro Mezzogiorno è più del doppio di quello che registriamo nei nostri stabilimenti in Nord Italia. E, badate, i nostri stabilimenti in Nord Italia hanno un tasso di assenteismo più alto di quello che noi abbiamo nei nostri stabilimenti in Centro Europa. Allora, quando io vedo che nel nostro Mezzogiorno abbiamo tassi di assenteismo superiori al 10%, questi vogliono dire una organizzazione inefficiente, più ore di straordinario, costi non competitivi, meno propensione a investire proprio in quelle aree del Paese dove c’è più bisogno di nuova occupazione.
Se esitiamo noi di ENI, o esita Fiat, a investire nel nostro Mezzogiorno, come possiamo sperare che lo facciano le multinazionali straniere? Fatico a credere, devo dire che fatico davvero a credere, che in Puglia o in Sicilia ci si ammali davvero il doppio di quanto ci si ammala in Lombardia, o il triplo di quello che ci si ammala in Francia o in Germania. Allora, siccome non ci credo, non ci credo che ci si ammali il triplo che in Germania, vuol dire che siamo di fronte a una truffa collettiva, che i sindacati locali non contrastano, tollerata, se non coperta, da chi è responsabile di quelle visite fiscali che continuiamo a chiedere senza alcun risultato. Questi furboni assenteisti, artisti della finta malattia e dello straordinario a rotazione, danneggiano chi lavora seriamente, impediscono la creazione di nuovi posti di lavoro e minano la competitività dell’Italia nel mondo.
Più sofferta, invece, la questione degli esuberi, persone che per molti anni hanno fatto un lavoro onesto e che un giorno non possono più essere impiegate, pena la perdita di competitività dell’azienda. Il fatto che questa sia una situazione sofferta, e lo è, non può esimerci dall’affrontarla. In un mondo globalizzato, nel quale nascono ogni giorno nuovi concorrenti, non si può difendere l’occupazione per decreto; mantenerla ad ogni costo, anche questo vuol dire fabbricare prodotti cari, in perdita o invendibili, è una strategia destinata a fallire, perché per un’impresa perdere la capacità di competere vuol dire alla lunga perdere tutti i posti di lavoro. Abbiamo sotto gli occhi, tutti noi, gli effetti di un mercato del lavoro ingessato. Avere creato una categoria di lavoratori superprotetti ha provocato la nascita di una categoria di lavoratori superprecari, quei trentenni al quarto stage, con contratti a tempo determinato o formule equivalenti. D’altronde, il sistema ipergarantista creato negli anni Settanta con lo Statuto dei Lavoratori porta gli imprenditori del nostro Paese, noi inclusi, ad interrogarsi non solo su come attirare i giovani di talento, ma anche su come ritardarne l’assunzione a tempo indeterminato. Di ogni neoassunto, non si valutano solo le capacità ma anche il costo di quarant’anni di stipendi, visto che si dovranno ineluttabilmente impiegare e pagare fino alla pensione.
Questo mercato del lavoro ingessato va cambiato, e subito, per renderlo simile a quello dei Paesi con i quali competiamo. Tutte queste riforme, della scuola, della Pubblica Amministrazione, del mercato del lavoro, sono difficili, certo, ma sono realizzabili se ognuno, Stato, imprese e cittadini, farà la sua parte. I benefici per il nostro Paese sarebbero immensi. Mi piace immaginare un’Italia nella quale una azienda come ENI può trovare tutti i talenti dei quali ha bisogno: ragazzi preparati, competitivi, grintosi, pronti a spostarsi e a cambiare Paese, a mettersi in gioco per avere successo nella competizione globale. Mi piace immaginare un’Italia in cui le aziende internazionali ed italiane fanno a gara per investire, soprattutto al Sud, perché lì si lavora con passione e impegno, perché uomini e donne sono capaci ed efficienti, perché l’Amministrazione Pubblica facilita in ogni modo l’attività delle imprese. Un Paese, quello che sogniamo, in cui i giovani possono trovare lavoro in un ambiente che stimoli all’eccellenza, premi i risultati e faciliti il cambiamento, stimolando quella creatività, gioia e dignità che, come ricordava Giovanni Paolo II, sono proprie dell’attività lavorativa. Questa Italia può crescere e vincere nella competizione globale. La crisi ha messo in luce le nostre qualità, il dopo-crisi ci dà l’opportunità di fare ciò che sappiamo deve essere fatto. Non sprechiamola.

BERNHARD SCHOLZ:
Noi abbiamo sempre sostenuto che un’economia ha dei presupposti culturali ed educativi, e quindi grazie a Paolo Scaroni, che ha evidenziato come la crescita di un Paese dipenda prima di tutto dalla capacità di mobilitare le risorse esistenti, che in questo Paese certamente non mancano, ma che hanno bisogno di un polso forte. Penso che questo Meeting darà sicuramente un contributo. Ci sono pochi politici in Europa che hanno riflettuto in modo così approfondito, sulle cause della crisi e sulle misure da prendere, come Giulio Tremonti. Difatti è stato invitato dalla Scuola Centrale del Partito Comunista cinese a Pechino ed è stato anche invitato all’Istituto Eucken di Friburgo, nella culla di quel liberalismo che ha potuto generare l’economia sociale di mercato. Noi non siamo né un istituto né tanto meno un partito, siamo un popolo semplice, che cerca di dare il suo contributo al bene di tutti e quindi desiderosi di ascoltare il Ministro.

GIULIO TREMONTI:
Passavo di qua per caso, ho visto un po’ di gente, eccomi qua! E’ un onore e un piacere essere qua, un piacere, anche perché occasione di mettere su il braccialetto di Cometa: di questi tempi, essere un po’ leggero, e se volete anche un po’ fricchettone, non guasta. Ho disegnato il mio discorso in tre punti: da dove veniamo, dove siamo, dove andiamo. E’ una formula che ho copiato da sant’Agostino. I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Il primo è la memoria, il secondo è la visione, il terzo l’attesa del futuro. E non c’è attesa, non c’è speranza, senza un tempo interiore. Ed è per questo che io qui cerco di esprimere il mio pensiero e di rappresentarvelo in una logica di responsabilità, che sento e che vorrei condividere con voi. Con la globalizzazione, noi siamo passati di colpo dall’età della certezza all’età dell’incertezza, dal mondo G7 al mondo G20, e di colpo, perché mai nella storia dell’umanità una mutazione così profonda – sono cambiate di colpo la struttura e la velocità del mondo – è avvenuta in un tempo così breve, in soli venti anni, quanti sono gli anni che vanno dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi. E la globalizzazione è tra le cause della crisi, con gli squilibri enormi che ha determinato, e pensare che la crisi sia dipendente da altro e non dagli squilibri tipici e propri e intrinseci alla globalizzazione, è oggettivamente piuttosto inappropriato. Che un cambiamento così forte del mondo possa essere privo di effetti economici e politici, che possa avere altre cause, altre colpe, altri fattori scatenanti, è francamente superficiale, ed è anche per questo che io credo sia intellettualmente importante la mostra che avete fatto qui al Meeting.
Le cause sono diverse e sono profonde. E la crisi ha sorpreso il mondo con il suo arrivo improvviso, improvviso per tanti ma non per il Governo a cui ho l’onore di partecipare, che si è presentato, nel marzo del 2008, in campagna elettorale, con un programma con scritto dentro: “Una crisi che arriva e che si aggrava”, e che ha agito di conseguenza. E tuttavia, come la crisi, con il suo arrivo improvviso, ha sorpreso il mondo, così la ripresa, a sua volta, ci si presenta con margini molto ampi di incertezza, di disomogeneità, di discontinuità, tanto da configurarsi ancora come terra incognita, incognita per i grandi e per i piccoli, a Oriente come a Occidente. Nel mondo della globalizzazione, nel mondo G20, le forze in campo, le dinamiche dello sviluppo, della crisi, le fasi, i cicli, sono assolutamente e imprevedibilmente diversi, diversi rispetto a prima e ancora incogniti. E cambia anche la politica: la mutazione imposta dalla crisi è anche una mutazione sulle forme del pensiero politico. Dappertutto, nel mondo, si cercano politiche adatte al tempo presente, diverso dal tempo passato.
Per l’Europa, e cerco di focalizzare il mio intervento sull’Europa prima e sull’Italia poi, il gong della crisi ha suonato e segnato la fine del mondo coloniale, ed è il derivato costituito dalla nostra storica rendita di posizione. Prima potevamo vendere le nostre merci ai prezzi che volevamo, piazzare i nostri titoli quando, dove e come volevamo. Ora non è più così, si è, con la crisi, spianato il differenziale di favore, il differenziale coloniale che l’Europa ereditava dalla sua storia. Adesso tutto è competitivo, tutto piano, tutto simmetrico. Per essere chiari, nel vecchio mondo del G7, più o meno c’erano sette Paesi che controllavano l’80% dell’economia, unificati da un codice economico, il dollaro, da un codice linguistico, l’inglese, da un codice politico, la democrazia occidentale. Nel mondo che viviamo adesso, che vediamo interno alla tavola del G20, è tutto radicalmente diverso. E’ il G20 che ha l’80% della ricchezza del mondo, il codice linguistico non è più l’inglese, perché orgogliosamente è parlata la lingua di tanti altri grandi Paesi, e il codice politico non è più solo quello della democrazia occidentale: altri ordinamenti, altri Paesi si presentano orgogliosi della loro posizione e della loro tradizione.
E uno si deve chiedere che chance abbia l’Europa, un continente vecchio, abbastanza statico, rispetto a Paesi che sono più vitali, più forti, più giovani. L’Europa sta reagendo con un processo politico che inizia dopo il secondo weekend di maggio, quando in effetti tutti vedono l’alternativa tra la fine e un nuovo principio. Da quel fine settimana, l’Europa comincia a costruire una sua architettura, che apparentemente è economica, che apparentemente è tecnica, che in realtà è profondamente, potenzialmente politica. Ed è una architettura che ha base su quattro pilastri. Primo: la Banca Centrale Europea comincia ad avere una funzione diversa da prima, non ancora uguale a quella delle altre grandi banche centrali, ma certamente una funzione di difesa del nostro sistema. Secondo: viene attivato il Fondo di Difesa e di Garanzia Europeo, un Fondo al quale ha concorso con molta forza anche il nostro Paese, con forza politica, intellettuale e non solo economica. E queste due posizioni, la Banca Centrale Europea e il Fondo Europeo sono le due basi della difesa esterna dell’Europa, la difesa contro la speculazione, la difesa contro la sfiducia. Ma sull’altro lato, ci sono altri due pilastri. Il primo è l’idea di una riscrittura del Patto di Stabilità e di crescita, e guardate, questa non è economia o tecnica, questa è profondamente politica, l’idea che il nuovo Patto si basa su una sessione di bilancio comune vuole dire una forte devoluzione di potere dagli Stati a una sede sovranazionale. Non è la sessione di bilancio, un punto dell’agenda dei Ministri, non è un luogo puramente temporale, è l’idea che i Governi coordinano le loro politiche ogni anno, l’idea della sorveglianza che non può essere limitata ai debiti pubblici, ma anche estesa ad altre grandezze ugualmente, potenzialmente pericolose. E poi le sanzioni.
Il quarto punto, che insieme al terzo, il nuovo Patto, la nuova politica europea compone con il Patto: da una parte la difesa verso l’esterno, dall’altra, la disciplina interna dell’Europa. Ed è il nuovo tipo di politica che la crisi impone a tutti gli Stati. Puoi avere un’idea romantica di questo tipo di politica, ed è quello che sentono in Inghilterra, come se fosse, quella politica di austerità, una riedizione della battaglia d’Inghilterra, una mobilitazione della popolazione in una azione fatta per l’interesse comune nazionale. Puoi avvertire quel tipo di politica in altre forme. Io credo, pur non condividendo tante analisi né i presupposti politici, che possa essere per tutti utile rileggere gli scritti di Berlinguer sull’austerità. I presupposti sono molto diversi, ma quanto dice e scrive Berlinguer nel ’77 sull’austerità, è un termine di riferimento etico e politico che non possiamo trascurare. E certo, la nostra politica è diversa da quella, la nostra visione delle società occidentali è diversa da quella formulata allora, ma un ragionamento sulla responsabilità nelle politiche di bilancio credo sia la base politica di riflessione per i prossimi anni in tutta Europa.
Italia: e qui parlo da Ministro del Governo Berlusconi. Il Presidente del Consiglio oggi mi ha incaricato di salutarvi. Noi siamo orgogliosi e convinti della politica che abbiamo fatto, la politica sulla sicurezza, per la quale esprimiamo le nostre scuse alla malavita. La scuola, l’Università, la Pubblica Amministrazione, i cantieri sono aperti, le emergenze, e tra le emergenze, l’emergenza causata dalla crisi. Io credo, è ragione fondamentale di orgoglio per noi, il successo finora conseguito in questo campo. Quello della stabilità finanziaria non è un dato ragionieristico, contabile, economico, è il dato politico per eccellenza, perché i bilanci contengono una parte fondamentale della vita di ciascun Paese. E avere tenuto i conti ha prodotto come effetto la tenuta del sistema finanziario e bancario, del sistema pensionistico, della coesione sociale, anche della conservazione della nostra base industriale. Ed è ragione di orgoglio avere resistito alle proposte deficiste e stimoliste che venivano da tante parti della politica e della società civile. E’ solo sul presupposto della tenuta dei conti, che adesso possiamo volgere lo sguardo al futuro, e non c’è possibilità di fare diverso, se non continua ad esserci la tenuta dei conti, ma se c’è la tenuta dei conti, ci può essere il presupposto per una politica che avanza. Ed è questo il tema delle riflessioni che questo agosto ho fatto con il Presidente del Consiglio.
Non possiamo pensare che lo sviluppo si faccia con il deficit, perché il deficit non causa sviluppo, causa crisi. Non possiamo illuderci che lo sviluppo si faccia con la Gazzetta Ufficiale, che si faccia per decreto. Dobbiamo immaginare e disegnare tutti insieme una politica che, mirata allo sviluppo, dia a questo Paese una prospettiva in più. E in questo è la funzione del Governo. I Governi liberali moderni non hanno il bastone sovietico sull’economia, non hanno la bacchetta magica, nel nuovo mondo le politiche nazionalmente orientate non sono più possibili, e tuttavia i Governi hanno un potere, un dovere, una responsabilità. E questo è il potere e dovere che abbiamo in questa fase: adattare e sviluppare il nostro programma a un mondo che sta progressivamente cambiando. Quindi, dobbiamo riaprire il cantiere delle riforme e delle cose da fare. Certo, questo è un Paese strano: se la produzione industriale non va bene, è colpa del Governo! Uno dovrebbe dire: se la produzione industriale non va bene, è colpa degli operatori economici, no, è colpa del Governo. Se il sistema bancario non funziona bene, idem, è colpa del Governo. Se il sistema commerciale non va bene, idem, è colpa del Governo. Questo è un Paese davvero molto strano, per cui sulla politica, si dice che fa tutto e può tutto, e poi a lato tutti si fanno gli affari loro. E questo è uno scenario non positivo, fortemente negativo, se si va avanti così, viene fuori un po’ l’immagine del vecchio Brügel della Torre di Babele, e noi non pensiamo, contro quelli che invece vorrebbero il nostro Paese come la Torre di Babele, che l’Italia sia fatta così. L’Italia che abbiamo e che vogliamo è molto diversa ed è molto migliore.
E tuttavia, il Governo ha il dovere di disegnare un quadro strategico, di disegnare un software, di scriverlo, di identificare dei punti strategici, degli obiettivi, di combinarli coi mezzi e con le ambizioni che abbiamo, conoscendo i nostri handicap ma anche guardando le nostre chance. E questo richiede un impegno da parte del Governo, ma un impegno da parte di tutti, e richiede il consenso e la collaborazione di tutti, non solo del Governo, non solo degli altri soggetti, ma di tutti insieme. E noi a questo punto dobbiamo cominciare e stiamo cominciando a fare una analisi della realtà economica del nostro Paese, e non è solo economica, è anche istituzionale. Scrivere alcuni punti su cui riflettere. Uno si può chiedere: perché la media della crescita in alcuni Paesi è maggiore che in Italia, per magia, per sorte, per negatività tipiche del nostro Paese, o per altri fattori, per altre cause? Ecco, noi abbiamo cominciato a mettere giù otto punti su cui cominciare una riflessione per capire cosa è, in negativo o in positivo, il differenziale di crescita dell’Italia. E certo uno potrebbe andare a vedere quello che è stato fatto, prima, il latte versato, certo la struttura demenziale di alcune privatizzazioni fatte a debito, e a volte a doppio debito, dalle telecomunicazioni alle autostrade, agli spezzatini dell’Enel, potrebbe dire perché l’Italia ha un differenziale negativo competitivo rispetto ad altri Paesi, ma è il passato. Non possiamo neanche essere fatalisti, del tipo: nel calcolo del PIL non c’è l’evasione, che è più grande da noi che altrove, quindi noi siamo, sia pure fuori bilancio, ricchi almeno come gli altri. Non è corretto neanche andare dietro e dire: la nostra economia segue il ciclo, viene un po’ dopo il ciclo, siamo il secondo livello di officina della Germania, quando ci sarà una ripresa consolidata compreranno anche i nostri prodotti di lusso. Sono tutte cose ragionevoli da considerare, ma credo che dobbiamo essere più ambiziosi.
Primo punto di riflessione. In un mondo in cui l’economia e la competizione è tra giganti, è critica la posizione di un Paese come il nostro, che ha una quantità enorme di prodotto interno lordo fatto da imprese con 15, 50 addetti. Lo straordinario successo competitivo della Germania dipende dal fatto che la Germania parla con i giganti, con la Cina, da gigante, con dieci settori industriali concentrati e fondamentali. La nostra posizione è oggettivamente diversa, è più critica, la nostra piccola e media impresa ha una dimensione non adatta, non completamente adatta alla competizione che si prospetta tra giganti. Contiene in sé enormi positività, ma forse bisogna pensare qualcosa in più. Oggi viene approvato il regolamento del mega Fondo per le piccole e medie imprese, Fondo al quale concorrono lo Stato con la Cassa Depositi e Prestiti, la Confindustria, molti operatori, da ultimo anche le Banche Popolari, e sicuramente è fondamentale per dare alle nostre piccole e medie imprese una dimensione maggiore. Nella manovra, art. 42 – sto cercando di fare una analisi, vi rubo un po’ di tempo, forse è troppo tecnica e poco retorica, ma credo sia utile una riflessione – c’è la norma sulle reti di impresa. Non puoi killerare le piccole imprese, non puoi costringerle a fondersi, le puoi mettere in rete. Ed è una norma molto importante, pensiamo che possa essere molto utile, pensiamo che Confindustria e le organizzazioni delle piccole e medie imprese debbano fondamentalmente concentrasi su questo strumento, che contiene gli incentivi per mettere in rete le piccole e medie imprese italiane. Sull’estero, è fondamentale la concentrazione delle nostre strutture di promozione commerciale. Dobbiamo concentrarci come rete sull’Italia, dobbiamo concentrarci come rete sull’estero. E questo è un intervento che va assolutamente fatto.
Ma non dobbiamo dimenticare, ripeto, che in un mondo dominato da giganti la nostra dimensione piccola e media è positiva ma non sufficiente. Secondo punto, nel mondo la competizione non è più tra uguali ma tra disuguali. Un tempo non era così, la competizione era tra uguali. L’Italia competeva con la Francia, la Spagna con il Belgio, tutti avevano più o meno, nell’ordine del mercato europeo, una fondamentale omogeneità strutturale. Adesso non è più così, noi competiamo con giganti non uguali a noi. Competiamo con economie, con Stati e con ordinamenti totalmente diversi da noi, dove le regole dell’impresa, del lavoro riflettono una realtà, una storia radicalmente diversa da quella che abbiamo accumulato in questi decenni in Europa. Questo pone la grande questione del diritto, e da sempre, nella storia, la battaglia per il diritto è battaglia politica. L’antico regime cade quando non risponde, nei cahiers de doléances, al popolo produttivo che chiede un re, una legge, un ruolo d’imposta. Non volevano l’anarchia, volevano un re, una legge, che poi sarebbe venuta con i grandi codici borghesi alla base della rivoluzione industriale, un ruolo d’imposta. Non volevano essere taglieggiati e taccheggiati di continuo dappertutto.
La grande questione, la battaglia per il diritto, torna ad essere fondamentale in Europa e in Italia. Noi viviamo in un sistema in cui tutto è vietato tranne ciò che, graziosamente e temporaneamente, è permesso dallo Stato. Noi dobbiamo ribaltare questo sistema e dire: tutto è libero, tranne ciò che è vietato da una legge che merita di essere considerata come legge, e non come base dell’arbitrario taglieggiamento fatto dalle burocrazie amministrative e politiche. Le caste e i costi sono qua. E naturalmente, non vuol dire che è libero ciò che è permesso dalla leggi penali, e ti dicono: ah, ma diventa come il Far West. Io credo che dobbiamo cominciare a pensare che una certa quantità di diritti e di regole è un lusso che non possiamo più permetterci. Non possiamo pensare che il mondo si adatti all’Europa, è l’Europa che deve adattarsi al resto del mondo. Quando si fanno discussioni sul mondo perfetto, sui diritti perfetti, ottimo, però bisogna stare attenti che se tu vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un’altra parte. Un altro punto è la finanza pubblica. La finanza pubblica italiana è cresciuta negli ultimi trent’anni come un albero storto. Troppa responsabilità al centro, troppa non responsabilità, dato che non c’è il dovere e potere di mettere le tasse, alla periferia. E dunque, noi abbiamo troppo debito pubblico, troppa evasione fiscale e troppa inefficienza amministrativa. E quello che dobbiamo fare è il federalismo fiscale e lo stiamo facendo. Non è un salto nel buio, è un salto verso il futuro, non è una regressione storica, è l’allineamento dell’Italia all’Europa. Lo stiamo facendo con grande responsabilità, con grande fiducia. Il sistema fiscale italiano è oggettivamente molto complicato e la pressione è molto alta. Non è molto diverso in altri Paesi, dove si lamenta il carattere caotico della legislazione, l’eccesso della pressione fiscale. Per inciso, certo è molto alta, e non voglio fare qui l’apologia della pressione fiscale, ma un conto è avere uno stipendio, un basso cuneo fiscale, ma non avere la casa e dovere pagare la scuola e la sanità. Un conto è avere un carico fiscale, ma avere almeno la sicurezza della scuola e della sanità: ma certamente la pressione fiscale è alta.
Come è scritto nel programma del primo Governo Berlusconi, nel ’94, bisogna passare dal centro alla periferia, il federalismo fiscale, e così possiamo e dobbiamo passare dal complesso al semplice. E siamo convinti e dobbiamo ricominciare a studiare: avevamo cominciato l’impegno su questo, poi è venuta la Grecia, che ha lievemente distorto le attenzioni e l’impegno amministrativo. Dobbiamo ricominciare a ragionare su una Riforma Fiscale che abbatta radicalmente il numero delle complicazioni, dei regimi che si sono segmentati in trent’anni. E noi siamo convinti che da questo esercizio – semplificare molto sulle aliquote, eliminare tutti i regimi o quasi tutti i regimi, se li vuoi conservare conservi i vecchi regimi con le vecchie aliquote, sennò avrai nuove aliquote e una base imponibile semplicissima – possa venire fuori spazio per tre agevolazioni, per tre favori indirizzati dallo Stato: solo sulla famiglia, sul lavoro, sulla ricerca. E certo, su questo è fondamentale studiare, capire, spiegare in Europa, fare i giusti calcoli. Vedete, il politico firma l’assegno, ma se è scoperto sono le famiglie che lo pagano: e noi non vogliamo questo. E quindi avremo un regime più semplice, un regime fiscale di sostegno per la famiglia, per il lavoro, per la ricerca, ma solo sul presupposto solido e serio della tenuta dei conti. Molti di quelli che parlano di riduzioni fiscali, di ingegneria di questo tipo, mi sembrano di quelli che vanno al bar e dicono: da bere per tutti. E chi paga? Voi!
Lavoro, sopra la dimensione della piccola impresa, il sistema produttivo italiano è ancora basato sull’ideologia del conflitto tra capitale e lavoro. Il caso di Pomigliano la dice abbastanza lunga. C’è anche un paradosso, se ci fate caso, nelle imprese con meno di quindici addetti: non c’è l’articolo 18, ma c’è un grande spirito di coesione tra l’imprenditore e i lavoratori. C’è una koiné, cioè un sentimento comune, non c’è conflitto. Perché l’imprenditore è un ex lavoratore, perché il lavoratore sogna di diventare a sua volta imprenditore. Sopra quella dimensione, non c’è l’articolo 18 ma c’è il conflitto, seppure in misura progressivamente minore, più l’eccezione che la regola. Che cosa poi deve fare un Governo? Deve assolutamente continuare la politica di combinazione tra il capitale e il lavoro. La politica che è iniziata due anni fa con i contratti di produttività, che dovrebbe svilupparsi, noi pensiamo, non con la partecipazione dei lavoratori alla gestione ma con la remunerazione del lavoratore calcolata anche sugli utili dell’impresa, come parametro, come base di calcolo. Ed è un po’ questo, della combinazione tra capitale e lavoro, in una logica comune, uno dei segreti della Germania. Noi sappiamo che dobbiamo fare di più su questo e vorremmo iniziare un esperimento di compartecipazione, non alla gestione, ma in qualche modo di calcolo della remunerazione. Un esperimento vorremmo cominciare a farlo con Poste Italiane SpA.
Sud: l’Italia è un Paese duale, dove le medie non sono mediane. Il Centro Nord Italia, quaranta milioni di abitanti, un medio Paese europeo, ha un livello di ricchezza e produttività molto sopra la media europea. Il resto, venti milioni di abitanti, è nella posizione rovesciata o opposta: e questa è la grande questione del Paese. Ed è la questione meridionale: è demenziale quello che è stato fatto finora, anche da noi, di considerare la questione meridionale come una questione regionale. La questione meridionale è una questione nazionale e non è la somma delle singole Regioni. Quando ho detto: bisogna rifare la Cassa del Mezzogiorno, l’idea non è stata accolta in modo unanime, ricordo anche delle reazioni, era un modo per indicare: serve una politica nazionale per il Meridione. Il Meridione non è la somma delle Regioni, dove ogni Regione si fa centro di se stessa. Ci vuole una visione generale, una visione meridionale. E questo vuol dire che i fondi che ci sono devono essere prima inventariati, c’è la cattiva abitudine di nasconderli: devono essere inventariati e poi concentrati e diretti in una strategia nazionale. Venendo in giù, facevo una considerazione molto banale. Il passante di Mestre è stato fatto in quattro o cinque anni, la Salerno-Reggio Calabria é un cantiere di – stavo per dire alcuni decenni -, ma insomma, ci sarà qualcosa che non va. E la differenza non è che mancano i soldi, è che manca una visione strategica meridionale.
L’istruzione è un fattore competitivo fondamentale. Molti Paesi, che sono ormai la sesta, la settima potenza industriale, non erano così vent’anni fa: sono diventati così perché hanno investito sull’istruzione, sul capitale umano che, nella globalizzazione, è un fattore strategico fondamentale. Credo che molto abbiamo cominciato a fare, e molto di più dobbiamo fare, una riflessione in più sulla ricerca e sul finanziamento della ricerca. Ma è una riflessione che va fatta con grande responsabilità, non in una logica burocratica, non disperdendo i fondi a pioggia. E poi c’è un altro punto, su cui siamo molto indietro, pur essendo la quinta manifattura del mondo: è l’istruzione tecnica. Noi abbiamo abbandonato l’istruzione tecnica, e l’istruzione tecnica è invece strategica per lo sviluppo di questo Paese. E non c’è niente di male se sull’istruzione tecnica si lavora con le industrie e con le imprese. Ottavo e ultimo punto, quello dell’energia. Uno dice: perché gli altri Paesi crescono più di noi, perché noi meno degli altri? Pensate un po’ che gli altri Paesi con cui ci confrontiamo hanno il nucleare. Non va dimenticato che nel calcolo del PIL, che è un calcolo algebrico, c’è anche dentro l’onere che tu hai sull’import di energia. Ora, competere senza nucleare è competere in un modo lievemente autospiazzato. Quindi, credo che questo ottavo punto, il nucleare, sia fondamentale per lo sviluppo.
Questi otto punti possono diventare sette o nove, si può approfondire qualcosa, si può cambiare, ma credo che sia dovere del Governo aprirli a tutti gli uomini e a tutti i soggetti di buona volontà, nell’interesse di questo Paese. E non credo sia giusto un ragionamento che distingue il chi dal cosa, la cosa giusta è definire le cose giuste: e se una cosa è giusta, è giusta perché è giusta, a prescindere da chi la propone. Devo finire, e cerco di finire con la politica. Nel vecchio mondo, la politica scendeva dall’alto verso il basso ed erano le ideologie che si calavano sui popoli e ne determinavano la vita e la realtà. Io credo che, nel mondo che viviamo, il motore giri all’incontrario, la politica non deve essere dall’alto verso il basso, dalle ideologie verso la realtà, deve essere dal basso verso l’altro. E quando dico basso, dico in realtà l’alto della persona, della famiglia e della comunità. E credo che tutto questo sia fondamentale per definire un modello politico, un modello civile che non contenga solo la solidarietà socialista, che non contenga solo, anzi, sempre meno, l’avidità mercatista, che contenga in sé anche molto della carità cristiana. E dunque, non solo l’avere ma anche l’essere, non solo gli interessi ma anche i valori, non solo il comprare ma anche il donare. Il vostro Meeting, il nostro Meeting, si inscrive nella formula di desiderare cose grandi: questo è il cuore. Ebbene, c’è una bellissima frase di Pascal che dice: “Unire le ragioni della mente a quelle del cuore, così da vedere le cose con un solo sguardo”. Grazie!

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie a Giulio Tremonti, per i tanti spunti di riflessione che ci ha lasciato. Si è capito che anche le decisioni più complicate – e quelle da prendere sono veramente complicate – alla fine sono riconducibili sempre a una visione dell’uomo, a una visione della persona: la crisi è nata da una visione che pensava che gli egoismi più spiccati alla fine si sarebbero compensati a vicenda: il liberismo. E adesso, come spesso succede nella storia, si pensa di trovare rimedio nel dirigismo, e andiamo di nuovo dal liberismo al dirigismo. E invece si è capito stasera che il titolo del Meeting, il desiderio che nasce dal cuore dell’uomo, è un fattore politico ed economico. Perché noi non partiamo da un’antropologia negativa, partiamo dalla fiducia che nell’uomo ci sia il desiderio che vuole il bene, che vuole il bello e che vuole fare cose grandi. E questo vuole dire che la politica può servire questo cuore, a condizione che questo cuore – perché non bisogna essere sentimentali -, che questo desiderio venga educato e possa esprimersi attraverso una responsabilità reale. E’ una politica che fa – e spero tanto le farà – le Riforme per sprigionare ulteriormente questo cuore, come fattore economico e politico dentro questo Paese. E’ quello che ci promettiamo da questo Meeting, e speriamo che ognuno di noi possa dare il suo contributo perché, alla fine, ciò che abbiamo detto durante il Meeting e ciò che diremo ancora nei prossimi giorni, non dipende da una massa generica ma da ognuno di noi. Grazie, Ministro, grazie, Scaroni.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria
Incontri