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LA MORTE DELL’EROE. Letture epiche
Nando Gazzolo, attore e doppiatore, Franco Graziosi, attore e Paola Mannoni, attrice e doppiatrice leggeranno brani tratti dalle opere di: Omero, Dante, Turoldo, Tasso, Melville, Cervantes.
A cura di Orazio Costa Giovangigli, regista teatrale, direttore artistico ed insegnante. Accompagnamento musicale a cura del gruppo musicale “Zafra“.
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LA MORTE DELL’EROE
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”: la celebre parola di Bertold Brecht sembra negare definitivamente ogni cittadinanza agli eroi nel mondo contemporaneo e relegare la poesia epica tra le ombre del passato. La differenza sostanziale tra il mondo ove risuonano le voci dei grandi poeti che ascolteremo e il mondo contemporaneo è che oggi l’umanità è stretta assai più che un tempo nella ferrea morsa delle ideologie e della lotta politica.
L’eroe offre la sua gloria in omaggio alla potenza dei dominatori, ai loro miti della razza, del sangue, della sopraffazione; o viceversa incarna la volontà di non rassegnarsi a quel dominio.
Ma sia l’esaltazione, che per via retorica si destina alla leggenda, sia la necessità etico-politica di una risposta di libertà, impoveriscono entrambe, pur in forme e in gradi diversi, l’orizzonte di verità che la vita umana attraversa.
L’eroe non è fuori della misura umana, non è al di là della vita, ma ne è una figura preziosa, ora gentile e dolente, ora corrusca e orgogliosa, ora di giovinezza e d’impeto, ora di olocausto, accompagnata, sempre, dall’ombra fedele della morte. Anche chi crede che la storia sia inesorabilmente segnata, o guidata, da un’ininterrotta vicenda di lotte per il potere, deve riconoscere che all’uomo è dato talora il privilegio di toccare la pienezza pura del vivere, facendosi emblema del significato alto e supremo della nostra vita. Tale è il privilegio dell’eroe.
Occorre certamente eliminare, nella pronuncia del nome “eroe”, ogni inflessione estetizzante e ogni sospetto di superuomo. Se proviamo a identificare i tratti essenziali della figura eroica, quale ci è tramandata dalla grande poesia, possiamo riassumerli nei seguenti: la capacità di vivere in un unico gesto il dialogo e la solitudine, la profonda coscienza dei valori umani universali, il sentimento che l’ingiustizia e la giustizia della morte sono congiunte ed inseparabili.
Tutto ciò è proprio dell’uomo; e si spiega così perché l’eroe, la sua figura, le sue gesta, la sua sorte, siano intimamente affini all’animo popolare, unito all’eroe da un rapporto non già di delega (che sarebbe di natura politica) ma di identificazione (che è di natura esistenziale). Ogni uomo, infatti, nato per l’incontro con gli altri, è anche, come Cristo sul Calvario, creatura di solitudine; ogni uomo é preda quotidiana dell’egoismo, della mediocrità e dell’affanno, ma al di là della vanità di gran parte dei suoi giorni riconosce in se stesso un patrimonio di affetti, ideali, certezze, valori, ai quali è affidato il senso profondo della vita, del proprio io e della famiglia umana che di generazione in generazione abita la terra; ogni uomo infine sente la propria morte come lacerazione, interrompimento e ingiustizia, ma è cosciente che una misteriosa giustizia colloca anche la sua morte in un ordine di destino che sarà forse chiarito alla fine dei tempi.
“Il sentimento della miseria umana è condizione della giustizia e dell’amore” ha scritto Simone Weil, e in questo senso l’eroe è il protagonista della forza e insieme del dolore, e anche la sua morte è una figura della vita.
Geno Pampaloni, Giornalista e critico letterario
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Saranno letti brani tratti da:
OMERO:
Iliade (traduz. Giovanni Pascoli) – Canto XXII, passim
DANTE:
Divina Commedia – Canto XXVI
TUROLDO:
Chanson de Roland (traduz. Giovanni Pascoli) – Lasse 157-175 e 267-268
TASSO:
Gerusalemme Liberata – Canto XII, passim
MELVILLE:
Moby Dick (traduz. Cesare Pavese) – capitolo CXXXV, passim
CERVANTES:
Commento alla Vita di Don Chisciotte di Miguel de Unamuno (traduz. a cura di Carlo Candida) – capitolo LXXIV







