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Tarkovskij Andrej

Andrej Tarkovskij, figlio di un poeta piuttosto noto in URSS, Arsenij Tarkovskij, vissuto in provincia negli anni dell’infanzia e della guerra, già studente di geologia in Siberia, ha cominciato a fare film negli anni ’60: “Il rullo compressore e il violino” (cortometraggio del 1961) e “L’infanzia di Ivan” del 1962.
Del 1966 è Andrej Rublev. Fin dai suoi primi film, Tarkovskij si rivela un autore con una chiarissima prospettiva esistenziale e poetica. La scelta si rivolge sempre all’uomo: “Il significato delle cose io lo pongo nel tremore della vita che mi circonda” e ancora: “il cinema è un modo per rispondere al problema: morirò o non morirò?”
A soli 34 anni, con Andrej Rublev, Tarkovskij ci dà un saggio maturo della sua genialità: “Ho voluto raccontare la potenziale energia creatrice del popolo russo, la sua fiducia nell’avvenire, il suo tradizionale ottimismo storico”. Nella storia della vita del monaco russo, nella descrizione interpretandola attraverso la chiave della passione religiosa.
Il film ottine, nel 1968, il Gran Premio della critica a Cannes. È questo un riconoscimento importantissimo per il film, che solo così potrà ottenere di essere proiettato al pubblico sovietico nel gennaio del 1972, sei anni dopo la sua realizzazione.
Il terzo lungometraggio è a colori, si intitola “Solaris” (1972) ed è tratto dall’omonimo romanzo di Stanislav Lem. Il ricorso a un genere in voga, la fantascienza, potrebbe essere motivato da una sorta di compromesso tra l’autore e la produzione di stato. Ma Solaris è un film tutt’altro che rassicurante. La domanda che Tarkovskij si pone davanti al soggetto letterario è: “Quale sarà la misura morale per definire un comportamento umano in una situazione inumana?” La risposta è un film realizzato senza effetti speciali, sconvolgente nella sua quotidianità: la scoperta di un nuovo pianeta, la cui strana geografia è la memoria, insinua nello spettatore il dubbio, di “orientale memoria”, che forse tutto quello che siamo, quello che possediamo, sia stato generato dalla volontà di un altro.
L’alterità diviene misura del comportamento morale. Solaris è giunto in Italia mutilato e, soprammercato, stravolto dal doppiaggio curato da Dacia Maraini. Nonostante questo, resta il film che, molto più profondamente dell’americano “2001: Odissea nello spazio“, ha inferto un colpo mortale ai postulati rassicuranti ed ottimistici di una fantascienza spesso oziosa e conformista.
Anche “Solaris” ottine l’ambito Premio della giuria al Festival di Cannes del 1972.
“Lo specchio” del 1974 è una sorta di riepilogo esistenziale alla Bergman che Tarkovskij compie con un linguaggio decisamente simbolico molto vicino, per certi aspetti, alla psicanalisi. “…Il problema del supermercato della crisi comincia nel momento in cui l’uomo si accorge della propria esistenza… In una società anormale, l’uomo ispirato viene considerato anormale. Ma ora, per fortuna, aumenta sempre più il numero degli uomini ispirati”.
Gli ambienti istituzionali sovietici cercano di stroncare “Lo specchio” con accuse di cerebralità ed intellettualismo.
Tarkovskij si difende citando le parole di una donna delle pulizie irritata da un dibattito particolarmente feroce: “Per quale ragione si sta tanto a discutere? Il film è chiarissimo. Si tratta di un uomo che, sul punto di morire, fa un bilancio della propria vita, e si rende conto che non è riuscito a dare agli altri quanto doveva. Per questo motivo egli prova un senso di colpa e si vergogna“.
Queste parole diventeranno la chiave di lettura che Tarkovskij stesso offrirà per il suo film.
Dopo un allestimento teatrale dell’Amleto (1976), Tarkovskij torna alla fantascienza con “Stalker” (o La macchina dei desideri), nel 1979, presentato fuori concorso a Cannes nel 1980.
Film religioso, “Stalker” ripropone le domande, questa volta urgentissime, presenti nelle altre opere: la memoria, il senso della vita, la morte, l’alterità.
Dopo Stalker Tarkovskij ha girato “Nostalgia“, scritto e sceneggiato in collaborazione con Tonino Guerra.








