Vittorio Bellini: la "Via crucis" di Vertova - Meeting di Rimini
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Vittorio Bellini: la “Via crucis” di Vertova

 

‘Questa grande, e per più sensi, incondita “perazione” figurativa, questo vero e proprio “actus” drammatico realizzato con tele e colori, è destinato a collocarsi come una delle imprese più forti e sorprendenti che, negli ultimi anni, la storia delle forme ci abbia dato. L’autore, fin qui quasi ignoto, Vittorio Bellini, nato nel 1936 a Vertova in provincia di Bergamo, benché dipingesse da sempre, ha solo da poco avviato il suo definitivo discorso pittorico, tralasciando, via via quei lavori che le necessità della vita l’avevano costretto ad affrontare. La pittura restava tuttavia, per lui, non già il “violon d’Ingres”, bensì la mai placata necessità prima, la mai placabile prima urgenza. I tempi, il maturarsi dell’esperienza, forse l’assommarsi, dietro le spalle, degli anni e il connesso sentimento che, ormai, bisognava che il gran “dado” fosse tratto, l’hanno finalmente deciso. E i frutti sono stati, subito, tali da redimere il lungo, doloroso rinvio cui per anni era stato costretto. Ma, proprio i termini di tale costrizione, l’inevitabilità cioè della pratica sussistenza sua e della famiglia, hanno innescato nel cuore del pittore bergamasco una tale carica di verità e d’amore, un tale bisogno di partecipare al destino dell’uomo, che la sua pittura è parsa, subito, d’assoluta novità e maturità. La forza di Bellini e la sua originalità nel panorama dell’arte italiana (e non solo italiana) stanno proprio nella naturalezza con cui le voci e le forme della sua tradizione (quelle più popolarmente e realisticamente bergamasche) si sono incontrate con le drammatiche urgenze dell’ultimo “Espressionismo”; quello che, partendo dalla Germania, ha infuocato la pittura più significativa d’Europa. Tutto questo è visibile e tangibile, tanto nel pensiero compositivo delle varie “stazioni” – ridotte spesso a frammenti o a esplosive meditazioni sui dettagli dei corpo martoriato di Cristo -, quanto nel formularsi d’ognuna d’esse. L’enorme “assieme” acquista così la completezza degli antichi cicli riguardanti la “Passione di Cristo” ma nulla lascia delle interrogazioni, delle domande, degli urli e delle invocazioni ultimative del nostro tempo. Così la religiosissima “innocenza” di base subisce, nel farsi pittura, il terremoto della contemporaneità. In tale terremoto, l’innocenza non perde nulla dei propri valori. Mettendoli alla prova, caricando su di sé tanto tragico peso, essa sembra cadere e risorgere, quasi le fosse chiesto di ripetere il ritmo stesso della “Via crucis”. Un profondissimo, primigenio, e come intangibile sentimento di cosa sia stato e continui ad essere Cristo per l’universo e per l’uomo, invade il disegno complessivo e i singoli dipinti. Bellini, forte della sua innocenza e della sua così sofferta e pagata umanità, sembra non temere alcun ostacolo. Tutti egli li affronta, come se, oltre che a sé, riferisse la realizzazione del suo impegno al Cristo, inteso e vissuto come centro, senso e significato dell’uomo; come suo fratello, compagno di dolori e suo salvatore. Così, mentre quasi sempre l’arte moderna sembra non riuscire ad andare oltre all’atto del martirio, Bellini giunge a chiudere il suo “ciclo” proprio su quel dipinto che sta a destra del grandissimo “Cristo deposto”: dipinto in cui il sangue, fuoco di quello che sta a sinistra, diventa, come per incandescenza resurrezionale, luce e oro; dal cui salvifico magma ecco apparire, segno di finale speranza, la colomba dello Spirito e della Pace. Giovanni Testori’

Data

20 Agosto 1989

Edizione

1989
Categoria
Esposizioni Mostre Meeting