VIGILANDO REDIMERE. QUALE IDEA DI PENA NEL XXI SECOLO - Meeting di Rimini

VIGILANDO REDIMERE. QUALE IDEA DI PENA NEL XXI SECOLO

Vigilando redimere. Quale idea di pena nel XXI Secolo

Vigilando Redimere. Quale idea di pena nel XXI Secolo

Partecipano: Nicola Boscoletto, Presidente del Consorzio Rebus; Tomáz de Aquino Resende, Procurador de Justiça do Ministério Público do Estado de Minas Gerais, São Paulo; Giovanni Maria Pavarin, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia; Luciano Violante, Presidente del Forum Riforma dello Stato del Partito Democratico. Introduce Paolo Tosoni, Presidente della Libera Associazione Forense.

 

VIGILANDO REDIMERE. QUALE IDEA DI PENA NEL XXI SECOLO

Data
Martedì, 21 agosto 2012

Ora
Ore 11.19

Partecipano:
Nicola Boscoletto, Presidente del Consorzio Rebus; Tomàz de Aquino Resende, Procurador de Justica do Ministério Publico do Estado de Minas Gerais, Sào Paulo; Giovanni Maria Pavarin, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia; Luciano Violante, Presidente del Forum Riforma dello Stato del Partito Democratico

Moderatore:
Paolo Tosoni, Presidente della Libera Associazione Forense

MODERATORE:
Buon giorno a tutti. Un saluto di benvenuto a tutti voi dal meeting, dalla libera associazione forense, e un sluto e un ringraziamento anche ai nostri relatori che via via andrò a presentare. Anche quest’anno, come già in altri anni, nel 2007, 2008, il meeting propone il tema del carcere e dell’esecuzione della pena. Vigilando redimere. Quale idea di pena nel XXI secolo. Perché ci interessa? Innanzitutto perché ci sono stati dei fatti, degli incontri, di alcuni, molti noi, per le vie più disparate, con dei detenuti, con dei carcerati che avevano letto un articolo, letto un libro, o incontato qualcuno che, qualche nostro amico che faceva volontariato presso le carceri, sono nate delle amicizie e soprattutto, la cosa impressionante, è che vi è stata come un reciproco arricchimento, persone che sono cambiate, che hanno ritrovato una speranza, che hanno detto di sentirsi liberi in uno stato detentivo come quello del carcere. Quindi innanzitutto ci interesa per questo. Questi incontri hanno generato anche una mostra che è stata presentato nel 2008 qui al meeting, “Libertà vo cercando che si cara, vigilando redimere” appunto come il titolo di oggi, che ha girato anche in tutta Italia. La seconda ragione per cui ci interessa è perché sdiamo entrati attraverso questi rapporti, alcuni di noi già da tempo si occupavano del volontariato del lavoro presso le carceri, dell’assistenza, ecc. abbiamo scoperto di più attraverso dei rapporti concreti le problematiche che vengono vissute in carcere. Questo eneorme problema della detenzione, del come viene svolta la detenzione nel nostro paese e quindi questo ha incentivato proprio un lavoro di volontariato, di cooperative, di assistenza perché ci ha appassionati a queste persone, a queste realtà. E l’ultima ragione per cui ci interessa è perché come viene eseguita la pena in un paese segnala la concezione che la nazione, la società ha della persona ossia se il criterio che prevale è quello farisaico della divisione tra i buoni e i cattivi o se è quello indicato dallo stesso titolo del meeting “la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” quindi a chiunque deve essere data la p possibilità di cambiare, di ripartire, di pentirsi, di scontare la propria pena per il male commesso ma una speranza e un futuro per ripartire. E questo forse è una la ragione principale per cui oggi noi proponiamo ancora questo tema e questo incontro e che adesso vedremo testimoniato attraverso alcune interviste proprio ai detenuti, in u n breve video che proiettiamo col quale iniziamo il nostro incontro. Grazie.

Video
Parte il video
Fine video

MODERATORE:
Come avete visto il lavoro è fondamentale per l’uomo e anche quindi soprattutto per chi è detenuto, perché è una modalità di esprimersi, è un modo di dare senso alla giornata anche in restrizione, soprattutto come può un uomo che non lavora, che non ha una speranza per il futuro redimersi o educarsi alla società civile alla vita civile come prevede la nostra costituzione? Potrà al massimo alienarsi. Do quindi adesso la parola a Nicola Boscoletto Presidente del consorzio Rebus che si occupa proprio principalmente di dare lavoro presso il carceredi Padova, comunque ve lo spiegherà lui, per una breve introduzione al nostro incontro. Grazie.

NICOLA BOSCOLETTO:
Vi confesso che ogni volta che vedo e ascolto questi amici, non riesco a non commuovermi. Prima di tutto voglio ringraziare, anche se per problemi di lavoro non ho potuto essere qui, ma lo sarebbero state veramente volentieri, perché anche con loro, dentro il lavoro è nato un rapporto, Monica Maggioni e Maria Silvia Santilli per questo video che avete visto che è un pezzettino di quel speciale TV7 che hanno mandato in onda a marzo ma che hanno riadattato e ripreparato proprio per l’iniziativa di oggi. E io voglio proprio ringraziarle di cuore perché è stato vedere un giornalismo vero, fatto di preparazione di passione di competenza, di cui oggi ne avremo molto bisogno, quindi vi chiedo un applauso. Un secondo ringraziamento e vorrei vederli in piedi un po’ dappertutto dove sono sparsi, va a tutti gli operatori, direttori, educatori, volontari di varie associazioni, lavoratori di molte cooperative sociali, agenti di polizia penitenziaria, magistrati, che con fatica hanno perseguito il loro dovere non tradendo il compito loro affidatogli dalla società e assieme a loro tutti quei detenuti che hanno deciso, hanno trovato la forza, vedendo questi esempi, per ritornare al titolo del video di “riprendersi la vita”. Come sempre qualcuno è rimasto seduto però l’applauso va anche ai seduti.
Allora anche se non è nel nostro DNA, lasciate che vi dia alcuni dati su tre temi, soprattutto visto l’instancabile richiamo in tutto quest’anno del Presidente della Repubblica Gioorgio Napolitano di fronte all tragicità dei numeri, appello che proprio un anno fa il Presidente lanciava da questo luogo.
Tre temi: il primo riguarda la recidiva. La recidiva non fa più notizia. Oggi in Italia come del resto in moltissime parti del mondo, la recidiva reale si attesta sul 90%, sì il 90%, 9 persone su dieci escono dal carcere più preparati di prima e più convinti che non vale la pena fare i bravi perché quelli che dovrebbero essre i primi a dare l’esempio fanno il contrario. Al male lo stato risponde con un male più grande, e per seguire un male in nome di un bene, è l’assassinio più grande che si possa compiere. Il secondo tema riguarda i costi: a che prezzo perseguiamo questa ipocrita sicurezza? La somma di tutti i costi diretti e indiretti fa si che un detenuto alla collettività quoti € 250 al giorno poco meno di € 100.000 annui a persona. Uno che rimane in carcere 10 anni ci costa un milione di euro. Stiamo parlando di miliardi di euro che si ripetono inesorabilmente ogni anno. Solo 18 centesimi a persona vengono investiti nel recupero dei detenuti all’interno dlele carceri attraverso un lavoro vero, la così detta legge Muraglia. E la recidiva per quei pochissimi fortunati, e in Italia sono 901 su 67.000 nel 2011, scende dal 90% al 1% si’ a 1% contro il 90%. E’ provato che ogni milione di euro investito in rieducazione attrverso il pilastro del trattamento che è il lavoro, se ne risparmiano 9 milioni di euro. Ma ci dicono che non ci sono i soldi, salvo scoprire che in dieci anni sono stati spesi 110 milioni di euro per dei braccialetti elettronici mai usati o meglio in dieci anni ne hanno usati 14. Ogni braccialetto ci è costato sette milioni e ottocentomila euro. Ma se non bastasse, alla scadenza del contratto decennale perché così fanno a Roma, affidamento diretto, non trattativa privata, a noi per mille euro ci fanno l’indagine di mercato tra cinque cooperative per altri è stata fatta un affidamento diretto, per altri 62 milioni di euro, per altri 7 anni. Da notare che qeusti 63 milioni di euro facevano parte di un affidamento diretto ben più sostanzioso di 707 milioni di euri. Questo esempio è una goccia di un oceano ma solo per dire che il problema di questa crisi non è la mancanza di risorse economiche. Il terzo tema riguarda i morti, dalla prima settimana di agosto, e non ho neanche avuto il coraggio di andare ad aggiornare queste ultime due settimane perché è già sufficiente, nel 2012 dal primo gennaio alla prima settimana di agosto, i detenuti che si sono suicidati in carcere dall’inizio dlel’anno sono 37, i morti totali 97, e 7 sono gli agenti di polizia penitenziale che si sono suicidati tra cui un isepttore capo. Dal 2000 ad oggi sono 729 i detenuti che si sono suicidati, 2030 i morti totali, 96 gli agenti di polizia penitenziale tra cui un provveditore, migliaia i tentativi di suicidio sventati dagli agenti e dagli stessi detenuti. Nel solo 2010 gli atti di autolesionismo registrati sono stati 5703, gli atti di aggressione 3039, il danneggiamento di beni dell’amministrazione penitenziaria 1289, gli scioperi della fame 6626 e qui mi fermo. Ma voglio chiedervi una cosa, questa sera tornando a casa, o prima di addormentarvi, ricordate con una preghiera, con un pensiero, tutte queste persone 2130 abbiamo detto ma in particolare ricordiamoci dei loro familiari, genitori, padri, madri, fratelli, mogli, mariti e soprattutto dei loro figli. Qui ora vi chiedo però un applauso.

NICOLA BOSCOLETTO:
Come sempre qualcuno sarà rimasto seduto però l’applauso va anche ai seduti.
Allora, anche se non è nel nostro DNA, lasciate che lasciate che vi dia alcuni dati su tre temi soprattutto visto l’instancabile richiamo in tutto quest’anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di fronte alla tragicità dei numeri appello che proprio un anno fa il Presidente lanciava da questo luogo. Tre temi: il primo riguarda la recidiva. La recidiva, non fa più notizia oggi in Italia come del resto in moltissime parti del mondo la recidiva reale si attesta sul 90 per cento, si il 90 per cento, nove persone su dieci escono dal carcere più preparati di prima e più convinti che non vale la pena fare i bravi, perché quelli che dovrebbero essere i primi a dare l’esempio fanno al contrario al male lo Stato risponde con un male più grande e per seguire un male in nome di un bene è l’assassinio più grande che si possa compiere. Il secondo tema riguarda i costi: a che prezzo perseguiamo questa ipocrita sicurezza. La somma di tutti i costi diretti e indiretti, fa sì che un detenuto alla collettività quoti 250 euro al giorno, poco meno di 100 mila euri/anno a persona uno che rimanga in carcere dieci anni ci costa un milione di euro. Stiamo parlando di miliardi di euro che si ripetono inesorabilmente ogni anno, solo 18 centesimi a persone vengono investiti nel recupero dei detenuti all’interno delle carceri, attraverso un lavoro vero, la cosiddetta legge Smuraglia e la recidiva per quei pochissimi fortunati, e in Italia sono 901 fu 67 mila nel 2011, scende dal 90 % all’1 %, sì all’1 % contro il 90 per cento. E’ provato che ogni milioni di euro investito in rieducazione attraverso il pilastro del trattamento che il lavoro se ne risparmiano 9 di milioni di euro, ma ci dicono che non ci sono i soldi, salvo scoprire che in dieci anni sono stati spesi 110 milioni di euro per dei braccialetti elettronici mai usati, o meglio, in dieci anni ne hanno usati 14; gni braccialetto ci è costato 7 milioni 800 mila euro, ma se non bastasse, alla scadenza del contratto decennale, perché così fanno a Roma, affidamento diretto, non trattativa privata, a noi per mille euro ci fanno l’indagine di mercato tra cinque cooperative per altri è stato fatto un affidamento diretto per altri 63 milioni di euro per altri sette anni da notare che questi 63 milioni di euro facevano parte di un affidamento diretto ben più sostanzioso di 707 milioni di euro. Questo esempio è una goccia di un oceano, ma solo per dire che il problema di questa crisi non è la mancanza di risorse economiche.
Il terzo tema riguarda i morti dalla prima settimana di agosto e non ha avuto neanche il coraggio di andarla ad aggiornare a queste ultime due settimane perché è già sufficiente nel 2012, dal primo gennaio alla prima settimana di agosto, i detenuti che si sono suicidati in carcere dall’inizio dell’anno sono 37, i morti totali 97 e 7 sono gli agenti di Polizia penitenziaria, che si sono suicidati tra cui un ispettore capo; dal 2000 ad oggi sono 729 i detenuti che si sono suicidati, 2030 morti totali 96 gli agenti di Polizia penitenziaria, tra cui un provveditore, migliaia i tentativi di suicidio sventati dagli agenti e dagli stessi detenuti, nel solo 2010 gli atti di autolesionismo registrati sono stati 5703 gli atti di aggressione 3039 il danneggiamento di beni dell’amministrazione penitenziaria 1289, gli scioperi della fame 6626 e qui mi fermo, ma voglio chiedervi una cosa questa sera, tornando a casa prima di addormentarvi ricordate con una preghiera con un pensiero, tutte queste persone 2130, abbiamo detto, ma in particolare ricordiamoci dei loro familiari genitori, padri, madri, fratelli, mogli, mariti e soprattutto dei loro figli qui, ora vi chiedo però un applauso.
Ritorniamo a quello che abbiamo visto e sentito nel filmato e nel titolo dell’incontro, quale idea di pena nel ventunesimo secolo questa domanda equivale a quale idea di uomo nel ventunesimo secolo a quale idea di comunità civile nel ventunesimo secolo il primo vero motivo, la prima vera causa del sovraffollamento è l’assenza di senso, di significato, di prospettiva e per dare questo senso, questo significato, bisogna prima di tutto averlo e viverlo. È la mancanza di sensola prima cosa che oggi fa la differenza, è dare un senso alla carcerazione, dare un senso alla pena è l’unica vera strada di cui il lavoro è il principale strumento. Ora, per rimanere sull’idea della pena voglio raccontarvi due dei molteplici episodi successi in questi anni tra l’altro questi episodi sono accaduti tutti e due qui nel 2008 in occasione della grande mostra su esperienze di umanità dalle carceri, di tutto il mondo a questa mostra un po’ tutti facevano da guida gli operatori, gli agenti gli avvocati e anche i detenuti, dopo il primo giorno vedendo la presenza di molti bambini e ragazzi. Ci siamo chiesti che cosa facciamo? Pensando ai programmi tv da fascia protetta, che non sono in fascia protetta cioè i telegiornali, che sono dei veri e propri bollettini di guerra, violenze, stupri, uccisioni, esempi pietosi squallidi, liti continue e gossip, essendo il telegiornale uno dei programmi più visti anche dai bambini e dai ragazzi, abbiamo deciso di fare un turno al mattino ad uno al pomeriggio solo per loro, in una di queste visite spiegata da un ergastolano, da un pluriergastolano una bambina di otto anni, ci ricordiamo ancora il nome: Rebecca, alla fine della visita chiede alla ergastolana: “Ma perché non ci ha pensato due volte prima di sparare e di uccidere?” all’ergastolano gli si raggela il sangue, riesce solo a dire: “sì, hai ragione, dovevo pensarci due volte e scappa dietro le quinte chiedendo di essere riportato in carcere nella sua cella, un nostro operatore gli da un calcio nel di dietro e lo rimanda in mezzo alla mischia, capite, aveva già scontato diciassette anni di galera, ma in realtà iniziava veramente a scontare la pena in quell’istante di fronte a quella bambina di otto anni che gli chiedeva: “Perché? Perché?” per 17 anni era stato solo rinchiuso dentro quattro mura inutilmente senza capire niente, ma soprattutto senza scontare quelli che tutti chiedono e invocano, cioè di scontare la pena e così tutta la settimana i bambini con l’arma più potente a chiedere: “perché rubi? Perché hai ucciso? Perché ti droghi e spacci? Se ti fa male rovini te e la tua famiglia, perché rubi alla vecchietta? Il dolore vero, la pena vera comincia con un incontro e uno non scappa via.
Il secondo riguarda una mamma che da sola, con discrezione, segue la spiegazione della mostra, sempre spiegata da un altro ergastolano. Alla fine della mostra con gli occhi lucidi ed un groppo alla gola prende in disparte questo ergastolano gli dice: “Vorrei tanto che chi ha ucciso mio figlio potesse fare il percorso che ha fatto lei e che potesse cambiare come cambiato lei.” Un colpo, anche questo voleva rientrare in carcere, ma capite, normalmente dal carcere si vuole fuggire, non ritornare. È nell’impatto con la realtà, con qualcuno che ti permette di prendere coscienza di chi sei, e perciò anche del male fatto e non nel nascondimento. L’ ultimo pensiero mi nasce dalla visita che ho avuto la fortuna, la grazia la provvidenza, come diceva il nostro nuovo grande amico Tomàz De Aquino Resende la fortuna di andare a fine luglio in Brasile, passando da Lisbona dove ho visitato, conosciuto meglio l’opera di recupero dei detenuti tossicodipendenti di padre Pedro Quintela. In Brasile sono stato invitato dall’ AVSI, che ringrazio di cuore per l’esperienza che mi ha permesso di fare, dove da anni portano avanti un paziente lavoro di collaborazione con un’ esperienza di reinserimento dei detenuti, le cosiddette “Apar(30:55)” che quest’anno hanno festeggiato i quarant’anni. Ho portato il nostro piccolo contributo, ma soprattutto ho potuto conoscere da vicino questa esperienza, oltre a visitare una struttura statale di circa 2 mila detenuti. È incredibile come a duemila chilometri di distanza nin Portogallo, in 10 mila chilometri di distanza in Brasile possa accadere la stessa cosa che bello che speranza che gioia nel cuore mi sono portatori tornando a casa, ho incontrato detenuti, recuperandi, come li chiamano loro, che avevano lo stesso volto di molti dei nostri detenuti, volti che in questi anni il Meeting ci ha fatto incontrare girando nei vari padiglioni, gli stessi volti che ho visto a Lisbona e in Brasile, volti che hanno colpito tutti. Ma ho incontrato volti di magistrati, giudici, pocuratori, com’è successo un po’ a noi a Padova con il dottor Pavarin, il dottor procuratore Calogero, il dottor Tamburino, operatori, imprenditori cooperatori, ognuno impegnato con responsabilità nel proprio compito, con un cuore con una umanità, un coraggio per alcuni di loro che svolgono funzioni pubbliche di primissimo piano. Mi hanno colpito e commosso. Una di queste persone, dicevo, è il procuratore della giustizia Tomáz de Aquino Resende ma voglio ricordare Joaquine Alvez(32:31) un magistrato anziano che dopo una lunghissima carriera in cui ha dedicato la sua vita a sostegno di queste opere, alla fine del suo intervento al congresso a cui sono stato invitato, ha riassunto in una frase quello che ha imparato in tutta la sua lunghissima carriera di magistrato: “Ricordatevi che nessuno va in cielo senza una raccomandazione di un povero. O il giudice Louis Carrol(33:32) o ancora Paulo Antonio de Calvario(33:02) “Solo qualcosa di grande e di comune a tutti può far sì che in ogni parte del mondo possa succedere qualcosa che risponde così in maniera prepotente vera alle esigenze, ai bisogni dell’uomo”. Queste testimonianze, questa certezza, presente in tutto il mondo e nel tempo, è la cosa più bella che ci sia e che può far dire a tutti, anche di fronte a tanto male misteriosamente presente, “come bello il mondo come grande Dio”. Grazie.

MODERATORE:
Grazie a Nicola Boscoletto per la passione con cui ci ha raccontato e vive il lavoro che fa, anche per le statistiche che elencato e che sono impressionanti e devo veramente far riflettere perché se si vuole fare qualcosa si può, se non si vuole si accampano scuse.
Ora do la parola a Tomáz de Aquino Resende che è Procuratore di giustizia presso il Ministero Pubblico dello Stato del Minas Gerais in Brasile. È un grandissimo Stato secondo solo a San Paolo e che si occupa da tantissimi anni, di una sorta di sussidiarietà, diciamo così, attraverso alcune associazioni proprio dedicate all’assistenza e alla protezione dei condannati attraverso un’associazione che si chiama Apac(35:00)
Prego, ci racconti l’esperienza del Brasile. È abituato a parlare in piedi perché, ci raccontava che in Brasile il procuratore della repubblica Siracusa(35: 16), parla in piedi, i giudici stanno seduti quindi ci parlerà in piedi.

TOMΆZ DE AQUINO RESENDE:
Innanzitutto vorrei ringraziare l’organizzazione, gli organizzatori di questo evento del Meeting che mi hanno dato l’onore di essere presente qui oggi, in modo particolare vorrei ringraziare la fondazione AVSI, il mio amico Nicola Boscoletto responsabile proprio della mia presenza qui oggi.
Confesso una cosa, quando sono stato invitato a partecipare al Meeting oggi, esaminando la grandiosità di questo evento, l’importanza anche degli interventi e dei relatori qui nel programma e con un pubblico così colto e numeroso, mi sono un po’ preoccupato e lo sono ancora preoccupato, ma a mio soccorso è giunta una storia che vi vorrei raccontare attribuita ad un santo, San Giovanni Maria Vianney, protettore dei preti, dei sacerdoti. San Giovanni Maria viveva in uno seminario insieme ad altri giovani e il Vescovo, passando dal seminario ogni anno ordinava una serie di sacerdoti, dopo molti anni che trascorrevano Giovanni Maria non veniva mai ordinato prete e, secondo il Vescovo, non era abbastanza intelligente. Ma un giorno dopo qualche anno nell’occasione di un’altra visita nel seminario del vescovo, Giovanni Maria gli disse: “Signor Vescovo, oggi mio ordinerà prete e lesse un passaggio della Bibbia che, disse: “la convincerà a ordinarmi prete” Si mise a leggere un passaggio della Bibbia in cui Sansone nel deserto trovò il teschio di un asino e riuscì a fare fuori, a distruggere, tutto l’esercito di mille Filistei e allora disse: ma si immagini Vescovo che cosa Dio non potrà fare con me che sono una asino intero.”
Adesso c’è il video.
E quindi questo è un po’ il fatto che ispira la mia presenza qui, sono un Magistrato di sorveglianza da 23 anni, venti anni dei quali trascorsi con associazioni, fondazioni, lavorando con loro. Negli ultimi dieci anni, dieci anni fa, avviai tutto un tipo di attività di lavoro riguardante gli intersettorialità. intersettorialità significa fondamentalmente che il Governo, il mercato, le organizzazioni no profit operano in modo congiunto, cercando soluzioni ai problemi sociali, ambientali. Otto anni fa, ho avuto l’onore, il privilegio di seguire la procedura di accompagnamento di un’associazione, associazione per la protezione e l’assistenza ai condannati APAC(40:19) nella quale mi sono appunto coinvolto in questo tipo di lavoro, di intervento e, proprio lì, nell’APAC(40:26)ho sentito parlare della teoria appunto dell’intersettorialità che veniva appunto applicata in seno all’associazione, il Governo fa quello che deve fare, fissa le regole, le norme, stabilisce i controlli, promuove varie attività e infine, svolge il proprio ruolo, il ruolo che gli compete in modo molto ben definito e anche lì ho potuto sentire, vedere constatare, quella che è la partecipazione del secondo settore: il mercato che propizia appunto il lavoro dei cosiddetti “recuperandi”, li chiamiamo così questi detenuti coinvolti in questo tipo di progetto, dando loro appunto delle opportunità lavorative, e poi c’è il terzo settore che partecipa anch’ esso attraverso volontari ed è appunto l’APAC(41:42) una di queste associazioni. Nell’ambito della teoria dell’ intersettorialità in cui si cerca di definire qual è il ruolo che spetta a ciascun settore l’elemento principale della nostra osservazione è stato l’esistenza un punto di convergenza fra tutti questi settori e in questo punto di convergenza vi sono persone coinvolte, appunto, per esempio, nella tutela dell’ambiente: lo Stato, lo Stato è formato da persone chi opera nell’ambiente, Il terzo settore, il Governo, tutto questo opera in questo ambito, in questo campo La creazione da parte della legge, di questo settore si giustifica soltanto se agiscono in modo che l’ambiente sia adeguato per tutti e naturalmente questo tipo di lavoro, deve essere svolto congiuntamente, quindi da tutti. Nella APAC abbiamo visto giocare, diciamo così, il concetto di Gagnan gagnan(42:01), cioè un intervento in cui tutti guadagnano. E noi, naturalmente, ci si muove per i grossi interessi. Nel caso del Governo per esempio nella democrazia ceh è il peggiore dei regimi politici si opera meno degli altri e il potere pubblico si muove, interviene sulla base di ragioni di voto le azioni pubbliche vengono svolte quando vi è un ritorno di guadagno politico il mercato si muove naturalmente alla ricerca del profitto e deve essere così, se le imprese non fanno profitto saranno evidentemente irresponsabili perché chiuderanno baracca e burattini, non produrranno più prodotti di qualità e non potranno più sostenere l’impiego l’occupazione nel terzo settore anche lì ci sono degli interessi, l’interesse della pace personale delle persone, un interesse che è una sfida vera e propria che, secondo me, la persona che più si è spesa gli interessi degli altri nel secolo attuale quello scorso è stata Madre Teresa di Calcutta, che oggi è seduta al lato di Dio, e lì è il suo posto, è quindi questo un interesse legittimo. Allora adesso vi vorrei far vedere una serie di foto, di immagini che riguardano l’APAC, ma prima vi farò vedere alcune foto alcune immagini di prigioni comuni. Nella destra in alto abbiamo una foto in cui appunto viene reiterata una prigione dove c’è spazio per venti persone e ce ne stanno 80 e si fanno i turni per dormire, in basso a destra, abbiamo un’altra foto in cui vediamo come i detenuti passano le loro giornate dentro la prigione nell’ozio più totale, adesso ragazzi, giovani come questi nelle APAC sono invece in queste condizioni: sono detenuti condannate a pene di vario tipo, uguali a questi ragazzi sono persone sono figli come i nostri, sono genitori come i nostri, fratelli come i nostri e sono trattati come bestie e non come persone. queste sono persone. Nel mio Paese e nelle prigioni comuni, il tasso di recidiva si aggira intorno al 90% e su questo 90%, la maggior parte commette reati più gravi di quelli che li hanno portati in prigione la prima volta. Naturalmente si creano posti vuoti nella prigione occorrono 20mila euro e per mantenere appunto un detenuto, il costo è di 600 euro al mese nelle prigioni comuni. Quindi arresta, peggiora e sviluppa e si spreca denaro pubblico. Secondo me questo è un problema, un modo inappropriato di fare amministrazione. Qui vediamo una tasso di recidiva inferiore al 10 % e coloro che commettono nuovamente reati in reati più gravi di quelli che li hanno portati in prigione, hanno un’alternativa alla pena ed abbiamo recentemente scoperto questo tipo di approccio, questa impostazione. da che mondo è mondo esistono i reati e naturalmente, se il problema è il reato, c’è il problema di chi ha commesso il reato e non soltanto nel mio paese ma in tutto il mondo. Dobbiamo evidentemente trattare questo problema, questa questione in un altro modo, perché se il tasso di recidiva mondiale e del 70 % evidentemente non stiamo risolvendo il problema, le persone come queste, come ha detto bene il professore non vengono ris socializzate, è stata svolta una ricerca, uno studio che ci dice che negli Stati Uniti, se la situazione continua così, per quanto riguarda il sistema carcerario negli USA nel giro di meno di 15 anni, la metà della popolazione sarà detenuta e l’altra metà dovrà pagare le tasse per mantenere in prigione questi detenuti, quindi il problema non fa che peggiorare. Un’altra prigione, allora sappiamo che il Brasile è il Paese dei contrasti questa prigione è considerata la peggiore prigione, il peggior carcere delle Americhe e si trova nelle Rio Grande Do Sul.
Qui invece abbiamo la migliore prigione il miglior carcere del mondo in cui opera l’APAC e che appunto qui svolge la sua attività con i recuperandi. La peggiore e la migliore. Qui abbiamo una foto che ci fa vedere la uno spazio comune un cortile di una prigione gli uomini, le persone, i detenuti sono nudi, sono buttati per terra, praticamente vengono perquisite tutte le celle per cercare telefoni, armi, droga, quindi vengono tenuti lì mentre vengono perquisite le varie celle. Nell’ APAC l’uso del cortile della prigione è invece diverso: questo è il cortile di una prigione, questi sono altri cortili di un’altra prigione. Anche qui ci sono immagine appunto che ritraggono come viene utilizzato dall’ APAC lo spazio carcerario in questa prigione APAC non c’è Polizia non ci sono agenti di Polizia penitenziaria, non ci sono i pubblici impiegati, ci sono associazioni per la protezione dei condannati, associazioni anche di membri della collettività come coloro di cui ci ha parlato prima l’amico Nicola anche di operatori delle pastorali carcerarie collaboratori che gestiscono appunto queste APAC e chi si occupa appunto di queste prigioni di queste carceri sono gli stessi i detenuti, gli stessi recuperandi, come li chiamiamo noi, sono loro che hanno la chiave del portone per così dire e, come detto Nicola poco fa, anch’io vorrei fare il mio l’esempio, l’esempio di un amico che ho incontrato, che mi sono fatto proprio quella prigione che, purtroppo, è scomparso:José du Jisoys(53:36) aveva commesso 56 omicidi, 50 anni di pena, questa era stata la sua condanna. Rimaste più di vent’anni nelle carceri comuni, venti anni così, per due volte evase dalle prigioni e quando conobbe l’ APAC mi apri la porta mi spalancò la porta per farmi entrare e aveva già scontato nove anni di pena e mai, mai mise piede fuori senza l’autorizzazione del magistrato. Allora gli abbiamo fatto una domanda: “lei è evaso da tutte le prigioni e perché non fuggi anche da questa? hai chiave, lo puoi fare! E lui che cosa ha risosto: “Dall’amore nessuno fugge!” José du Jisoys (54: 55) questo era il nome del mio amico detenuto, doveva ancora scontare quattro anni e un giorno una cosa mi colpì, mi chiese un favore, mi disse: “Dott. Tomaz,vado verso la fine della pena, mi aiuti a rimanere qua, non so dove andare fuori da qui, questo è l’unico luogo dove sono stato rispettato”. Purtroppo, però, non si riuscì a far continuare il lavoro nell’ APAC, e riuscì a continuare l’intervento nella prigione con l’APAC, ma poco prima, nella prigione, venne a mancare. allora io ho detto al Presidente il Panel (56: 11) che ho assistito al miracolo: “devo testimoniare questo miracolo” e per farlo evidentemente avrei bisogno di molto, molto tempo, perché in questi otto anni io ho visto cose incredibili, fra cui una frase una frase come questa, senza traduzione perché la parola “utopia” può avere un senso, un significato diverso nella nostra lingua l’ italiano sarebbe qualcosa di non esistente, che non esiste, mentre nella mia lingua è un qualche cosa che è irraggiungibile. Come la linea dell’orizzonte non possiamo raggiungerla la linea dell’orizzonte, noi andiamo avanti di un passo e lei va avanti di un passo, noi corriamo e, anche lei corre e allora che senso ha cercare di perseguire la linea dell’orizzonte è il senso di farci camminare, è il senso di farci andare avanti. Detta questa spiegazione la frase sarebbe questa: credo, più nell’utopia perché la realtà è incredibile. Questa realtà per me è incredibile questa utopia invece la possiamo raggiungere.” Ma io ho detto anche un’altra cosa, che anche in poco tempo che abbiamo anche dovuto dividere con la traduzione e anzi e vi chiedo scusa, signori signori, ma questa è la prima volta che lascio la mia terra e non immaginavo di essere uscito andato fuori dal mio Paese e quindi se c’è ancora un pochino di tempo vorrei, come dire, poter ritornare in questo bellissimo Paese che è il vostro paese e la prossima volta, appunto, mi sforzerò di imparare la nostra lingua un vorrei chiudere la mia partecipazione al Meeting, come l’ho fatto anche nelle ultime 200 volte che ho parlato dell’ APAC, ma nessuna mai così importante come quella di oggi.
Ci sono tre cose che ho imparato 2 con due persone diverse e una andando avanti, proseguendo il mio cammino.
La prima cosa, in Brasile e c’è una cosa che forse voi non avete qua, si fa la raccolta della spazzatura per il riciclaggio, per riciclare la spazzatura. Allora, la signora Geralda(1:00:11) appunto questa signora che raccoglieva la spazzatura, un giorno, partecipando a un nostro evento, quando la parola di moda era reinserimento, riscatto, quindi riabilitazione, recupero, riscatto delle donne, dei detenuti e quant’altro, grandi oratori in quel periodo parlavano di questo: di riabilitazione di riscatto, di recupero e alla fine questa signora questa donna Geralda(1:00:49) fece una domanda: “Se recuperare significava appunto per riavere quello che veniva perso, quindi recuperare quello che si era perso”. “Sì, sì, ha ragione, la signora ha ragione”, “No, no!” disse lei, non si può ritrovare quello che non si è mai avuto questi detenuti non hanno mai avuto dignità non hanno mai avuto rispetto e quindi non possano ritrovare non possano recuperare quello che non hanno mai avuto e quindi dobbiamo fare in modo, dobbiamo far sì (..) E don Serafino, un prete cattolico, mi insegnò un’altra frase in un altro evento, in un’altra cirscostanza, in cui la parola d’ordine, diciamo, la parola di moda era “speranza” (sto finendo) dovrei aprire una parentesi qui, sono il nonno di 15 fratelli sono nato a Grottavas (1:02:03) in Brasile, appunto, e sono tifoso di una squadra di football che da trent’anni non guadagna un titolo, la squadra di Ronaldino, sono brasiliano, ovviamente, procuratore, magistrato e, appunto tifoso dell’ Atletico, diciamo che nedduno più di me può avere speranza date queste premesse, e queindi ho parlato di speranza, alla fine questo Serafino mi chiese dicendo: “Tomaz hai ragione: avere speranza è la cosa più importante per l’uomo, avere speranza avere speranza sperare quasi sinonimo di avere la vita piccole speranze per esempio quella del nostro Presidente che spera che il mio discorso a un certo punto si concluda che invece il nostro prossimo pranzo si concluda, queste sono piccole speranze e poi ci sono le grandi speranze: cambiare il mondo, cambiare le prigioni riformare in un certo senso tutto il tutto il sistema. Però c’è una cosa ancora più importante di avere speranza ed è “essere speranza”, fare una cosa per cambiare una realtà che non ci piace che ci disturba, fare una cosa fare qualcosa con, alla speranza, essendo speranza ci permette di coniugare nella prima persona nella singolare questo verbo, io faccio, oppure quello che deve succedere non succederà. Mi scuso, se sono stato un po’ troppo lungo. Vi ringrazio naturalmente tutti voi per la vostra attenzione e spero che la mia presenza qui sia stata utile.

MODERATORE:
Molte grazie al amico procuratore brasiliano anche perché un esempio concreto anche la, a 10000 km di distanza di come le cose che avete visto dalle diapositive possono essere, in un modo piuttosto che in un altro e anche per le parole di speranza, concrete che ci ha testimoniato. Adesso do la parola al dottor Giovanni Maria Pavarin Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia e per tanti anni magistrato di sorveglianza a Padova. Vi dico solo questo soprattutto per i non addetti ai lavori che il magistrato di sorveglianza è una figura particolare nel nostro ordinamento perché non è il giudice dei fatti ma viene, tra virgolette, definito il giudice della persona perché la persona, il condannato, è già stato condannato ed è proprio un attenzione che questa particolare figura di magistrato nel nostro ordinamento ha nel seguire il percorso della persona e anche a lui chiediamo la sua testimonianza e le sue valutazioni, grazie.

GIOVANNI MARIA PAVARIN:
Grazie a voi. Bene il titolo del incontro di oggi ci pone una domanda: quale idea di pena nel XXI secolo? Quello che passa per la strada potrebbe dire e pensare ma questi sono tutti strani , è cambiato il secolo ed io dovrei cambiare l’idea della pena? In fondo l’idea della pena che la gente comune identifica con il carcere mi va benissimo cosi com’è. E’ una pena moderna perché esiste da non più di 2-3 secoli, è la risposta dell’illuminismo, è la risposta civile al problema della pena che veniva risolto con l’inflizione di pene corporali. Fino al XVIII secolo chi sgarrava veniva punito più che altro pungendolo nella carne con delle pene corporali, poi è venuto l’illuminismo che ha considerato come risposta normale al problema criminale limitare la liberta personale di chi si è macchiato di un reato. E’ vero in carcere si sta male, il carcere è sovraffollato, il carcere non è come la legge lo vorrebbe ma si tratterà allora di invitare la politica ad adempiere al suo dovere di rendere il carcere cosi come la legge lo vuole e la mia coscienza è a posto. L’idea della pena è questa, è giusto retribuire il male con il male: ti faccio del male perché tu capisca che non lo devi più fare, perché gli altri capiscano che se si comportano come te finiscono in carcere. Beh in fondo anche la chiesa cattolica nella sua espressione statuale che è lo stato della città del Vaticano conosce il codice penale, conosce le pene detentive e dispone perfino di celle delle quali è stato per qualche giorno ospite il maggiordomo del Papa, cosa volete da me voi del Meeting? Perché vi fate questa domanda? Questa domanda si pone perché c’è chi ritiene che la eguaglianza pena-carcere sia oggi superabile, sia una uguaglianza sbagliata, sia un concetto che nel XXI secolo, epoca in cui abbiamo anche fisicamente toccato il pianeta marte, sia tutto cambiato al punto che possiamo permetterci di dare una risposta alternativa al crimine.
Sono due posizioni diverse, la prima è inutile che ve lo dica è quella sposata dal uomo della strada, è quella sposata dai politici quando parlano di questi problemi fanno degli investimenti elettorali sicuri: pena effettiva e pena certa significa consenso elettorale, se andassi in giro a dire che voglio abolire il carcere, io candidato al parlamento credo che non sarei eletto, è una mia impressione, poi il Presidente Violante mi smentirà.
E’ un dilemma, sono due posizioni diverse; la risposta come si può trovare? Specchiandoci, io credo in quello che la costituzione esige e pretende dalla pena, la costituzione è molto sobria, dice poche cose, due cose dice, due paletti ti do a te che ti occupi della pena.
Primo: la pena non deve consistere a trattamenti contrari al senso di umanità.
Secondo: deve tendere alla rieducazione. Paletto negativo il primo, positivo il secondo. Quindi la Costituzione ci lascia liberi, è una delle più belle al mondo anche sotto questo punto di vista, scritto questo articolo da chi ha sperimentato sulla sua pelle il carcere. Chi ha avuto l’accortezza dopo mesi di discussioni di non scrivere che la pena è uguale al carcere, le pene devono consistere, non dice che le pene equi… (SI INTERROMPE E RICOMINCIA IL DISCORSO LASCIANDO IN SOSPESO QUESTO PARAGRAFO).
Però c’è anche una pretesa, la Costituzione pretende che la pena, pretende che qualsiasi sia il sistema di penalità cui lo stato propende, questo tipo di pena deve tendere alla rieducazione e non sto qui a raccontarvi le dispute, le critiche in ordine al termine rieducazione che molti considerano paternalistico però ci siamo capiti cosa significa rieducazione. Significa fare qualcosa che stronchi il fenomeno della recidiva di cui abbiamo sentito parlare fino a qualche attimo fa. Allora la domanda che dobbiamo porci è questa: il carcere, la pena cosi come sono oggi rispondono o no a quello che la Costituzione esige? La risposta è semplice, il tasso di recidiva è cosi elevato, cioè il numero di coloro che tornano a delinquere dopo aver espiato una pena in carcere è un numero che fa paura, avete sentito il collega di prima, avete sentito i conti che hanno fatto in America tra 25 anni se continua cosi il 50% delle persone andrà a finire in carcere. Abbiamo una statistica nota agli operatori del settore che ci dice che quando la pena detentiva è espiata tutta in carcere la recidiva è al 80-90%, quando invece la pena detentiva si trasforma in una misura alternativa sul esempio di quel carcere mite che abbiamo visto prima la recidiva scende paurosamente, ve l’ha detto anche Nicola Boscoletto poco fa. Da questa considerazione dobbiamo trarre la conseguenza che è utile investire più che sia possibile, sperimentare più che sia possibile forme alternative al carcere per ridurre il tasso di utilità ma io non sono mica contento perché ho detto che è utile; il termine utilità è una categoria economica che non centra niente con le idealità e con i principi ma siccome sono le idealità e i principi che fanno da perno coagulante agli incontri annuali del meeting è altrove che dobbiamo cercare la giustificazione per la scelta che individui una forma di pena che dia, che riduca più che sia possibile il tasso di sofferenza personale del condannato e che nel contempo garantisca il raggiungimento della finalità che la Costituzione vuole che la pena abbia.
Leggo la in fondo Natura del uomo è rapporto con l’Infinito allora una nuova idea di pena per il XXI secolo non può non prendere in considerazione il fatto che la pena detentiva il carcere è una pena che priva il condannato della liberta, lo esclude dalla società e lo pone in condizione, come dicono gli esperti, di incapacitazione.
L’esecuzione penale è un affare dello Stato il quale reagisce al crimine allontanando il colpevole, obbligandolo a non fare niente, avete sentito la percentuale tra chi lavora e chi non lavora, obbligandolo a non fare niente; ozio forzato e l’esecuzione penale non è affare anche della vittima? Quasi tutti i reati non hanno anche delle vittime? E la vittima non è quasi mai considerata nella concezione della pena moderna, e anche quando il condannato comincia a avviare il percorso virtuoso: si rende conto del male che ha fatto, se ne pente, intende risarcire, ritorna in se e si avvia verso quella metà che abbiamo detto; anche in questo caso la vittima non ne sa nulla, non viene informata e quindi non riceve neanche quella parziale consolazione che le deriverebbe dal sapere che il colpevole si è reso conto del male che ha fatto, partecipa del dolore della vittima, desidera avvicinarsi alla vittima, quando questo è possibile per elidere o attenuare il dolore che il reato le ha provocato. C’è nel diritto penale minorile quest’esperienza che ha avuto successo della mediazione penale. Mediazione penale è una cosa che rivoluziona, ribalta l’ottica punitiva e punta l’accento sulla necessità di riavvicinare, quando è possibile, la vittima al colpevole ripristinando quel rapporto che è stato leso dal reato per sanare questa frattura che si è creata. Una nuova idea di pena dovrebbe dunque comportare non l’ozio forzato ma l’obbligo per il colpevole di porre in essere comportamenti positivi a favore della vittime e/o dello Stato, un comportamento positivo, un obbligo di fare, non di stare fermi 22 ore su 24 e quindi pene effettiva e pena certa: slogan applauditissimo significa pena che non produce recidiva. La pena che non produce recidiva è la pena che raggiunge il suo obbiettivo che è quello di convincere il colpevole a rispettare le regole, non per timore del carcere ma perché le condivide, perché condivide il valore sotteso alla regola la cui trasgressione è sanzionata dalla norma penale; concetto espresso anche nel ultimo libro di Gherardo Colombo che vi consiglio di leggere. Gherardo Colombo e altri, e sono molti, traggono una conseguenza a questo punto aboliamo il carcere.
Il carcere è un fallimento dal punto di vista pratico; non servono commenti, dal Presidente della Repubblica in giù tutti hanno pesantemente in questi mesi detto e illustrato le condizioni pietose in cui sono i nostri istituti. Padova l’abbiamo visto ma non pensate è una rara eccezione. Ma è un fallimento anche dal punto di vista teorico sostengono gli abolizionisti perché è impensabile, l’ha detto Nicola Boscoletto che rispondendo al male con un male ne possa nascere un bene e inoltre il fallimento del carcere è testimoniato dal tasso di recidiva. Io qui andrei molto piano e sarei molto cauto, il carcere purtroppo in certi casi è necessario per contenere la pericolosità di uno, se domani mattina trovassimo quelli che hanno sgozzato i due coniugi a Lignano, che cosa faremmo? Li dovremmo chiudere da qualche parte per vedere cosa sono e cosa fanno e cos’hanno in testa, se sono matti o non sono matti? Il carcere purtroppo, sia pure come estrema ratio serve quantomeno a contenere la pericolosità sociale di chi si sia macchiato di crimini efferati, violentissimi, reiterati oppure di chi appartenga alla criminalità organizzata, e li non ci piove.
C’è un’altra eccezione che farei, quando il reato, magari gravissimo, è commesso da un iper-garantito da un iper-istruito, da un iper-colto da colui cioè che per le condizioni sociali, culturali, economiche, ambientali ha pochissime giustificazioni vorrete concedermi che una fettina di retribuzione in linea di mero castigo dobbiamo infliggerla prima di concedere misure alternative alla detenzione punto di domanda, lo dice il senso della giustizia che sta dentro di noi.
Beh il popolo del Meeting conosce Claudio Chieffo che nel ’65 ha scritto questa bellissima canzone che mia sorella, che è una ciellina, mi ha insegnato “beati i furbi, beati i ricchi beati quelli che han denaro in tasca, beati i forti ed i violenti, beati quelli che sono potenti” quando per puro caso, e i casi sono pochi, uno di questi soggetti incappa nelle maglie della legge reputo che sia giusto in linea di retribuzione un assaggio di pena detentiva in linea di retribuzione secondo me va dato perché non c’è proporzione tra chi eri tu e che cosa hai commesso tu, ma al di la di queste eccezioni la concezione carcero centrica della pena non può che essere superata nel XXI secolo. Qual è la pena che noi desidereremmo che i politici si dessero e a cui i politici pensassero? È un idea di pena che metta al centro l’uomo e che non tema le critiche della gente, le critiche che spesso non vengono dal cervello ma dalla pancia della gente; un idea di pena che non sia un capitale elettorale per nessun partito come ho detto prima. Una pena che miri alla ricostituzione del rapporto tra il colpevole e la vittima, sia una vittima fisica, sia lo Stato. Era di casa ma oramai lo è divenuto in tutto il mondo, era di casa a Rimini don Oreste Benzi, una delle frasi più amate da don Oreste era questa “l’uomo non è il suo errore” serve una pena che non identifichi il colpevole con la colpa e che ricordi l’insegnamento di S.Agostino riscoperto da don Giacomo Tantardini anche da Nicola Boscoletto la colpa è opera del uomo, l’uomo è opera di Dio si distrugga la colpa e si salvi il colpevole pereat quod a fecit omoliberetur quod a fecit Deus ???(1°22’01”) San Giacomo insiste e va anche oltre e ci dice la seconda lettera super exaltat misericordia iudizium???(1°22’09”) la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio oppure San Paolo, tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto amerai il prossimo tuo come te stesso il che è come dire se il colpevole fossi io come vorrei essere trattato? E mi aggancio a quello che tu hai detto prima, quando quel condannato che poteva scappare e tu gli hai chiesto ma perché non sei fuggito? Lui ti ha risposto: dal amore non si scappa e credo che una pena che differenzi la risposta sanzionatoria a seconda dei rei e delle colpe abbia un sistema che con il carcere punisce tutto, chi maltratta un animale ha lo stesso tipo di pena riservato a chi accoltella il suo prossimo.
Una pena che sia frutto della fantasia e della sensibilità di un legislatore illuminato e che si ponga come fattore di trasformazione della cultura comune; la legge spesso codifica quello che è un sentire comune ma a volte la legge si pone come fattore di trasformazione della coscienza sociale, un manipolo di deputati possono proporre qualcosa che sta al di la, che va oltre la coscienza comune, si dovrebbe impegnare a fare qualcosa che sta al di la di quello che è la pancia della gente dice e questo potrebbe riconsegnare al Italia il suo ruolo storico di culla del diritto nel mondo e se vincessimo questa guerra non c’è spread che tenga, saremmo i primi al mondo, avremmo un primato assoluto perché il tuo codice penale è stato scritto da un nostro professore di diritto penale che è il professor Bettiol che andavi in Brasile negli anni ’60 per cui abbiamo esportato questa cultura anche da voi e mi rendo conto che questo è l’utopia, è l’infinito, è la tensione verso l’infinito ma se non si parla di Infinito al Meeting non si parla da nessuna parte. Il qui e l’oggi vogliono altre cose, mi avvio alla conclusione prima di lasciar la parola a uno dei politici più ascoltati e apprezzati e perciò influenti che l’Italia abbia e mi rivolgo a te se permetti. Quello che abbiamo visto e sentito impone elle soluzioni urgenti, i 100 costituzionalisti scrivono la Presidente della Repubblica fai un gesto, datti una mossa, manda almeno un messaggio, non si può più andare avanti cosi. Il Presidente risponde non ci sono le condizioni per l’amnistia e per l’indulto. Allora ci son delle cose che possiamo fare anche senza fare l’amnistia e l’indulto, introdurre il numero chiuso.

Il numero chiuso c’è in Norvegia, è possibile anche da noi di fatto c’è: i liberi sospesi entrano in carcere se e quando il tribunale di sorveglianza vuole; pensi il Parlamento a dire questo: il mio sistema puo contenere X persone, quelli che non ci stanno aspettano, si mettano in coda e decido io parlamento se e quando farli entrare, secondo le mie scelte. E’ una cosa che si è fatta altrove, non capisco perché non si possa fare anche in Italia.
Rifinanziamento immediato delle leggi che consentono quegli squarci di umanità che abbiamo visto, avete visto il carcere di Padova, se non si rifinanzia quella legge che permette lo sgravio contributivo e fiscale a chi organizza quel lavoro quelle scene non le vedrete più.

Serve urgentemente rispondere al appello che il dottor Boscoletto ha fatto prima, ampliare le misure alternative, rafforzare l’area penale esterna, abbiamo tantissimi agenti moltissimi dei quali sono bravi, altri meno, e abbiamo poche persone assistenti sociali che seguono chi vive in misura alternativa: rafforzare l’area penale esterna.
Non fare più processi nei confronti di chi non si trova, non posso perdere anni a processare uno che non vedo e non tocco e non sento e nei cui confronti la pena non sarà mai eseguita.

Ultimissima cosa, presidente Violante, per fare amnistia e indulto servono i 2/3, non capisco perché per fare nuove leggi penali che incriminino nuove condotte e che traccino sempre la uguaglianza pena=carcere la nostra Costituzione non possa prevedere in futuro la maggioranza qualificata; servono i 2/3 per farli uscire, basta la maggioranza, la metà più 1 per far entrare in carcere qualcuno.
Questa è la mia ultima proposta, Grazie.

MODERATORE:
Grazie al dottor Pavarin e grazie soprattutto per il contributo di idee e di possibili riforme. Riforme che speriamo la politica ascolti ed accolga. Do ora la parola per ultimo a presidente Violante, presidente del forum Riforma dello Stato e il Partito Democratico, ex presidente della Camera per le sue valutazioni in merito, grazie.

LUCIANO VIOLANTE:
Bene, buon giorno, grazie per avermi invitato. Abbiamo sentito parlere delle condizioni terribili che si vive in carcere. Io volevo far riferimento a una sentenza che il tribunale di Lecce ha emesso nel febbraio di quest’anno. Dunque quattro detenuti hanno chiesto all’amministrazione penitenziaria, il risarcimento dei danni morali per le condizioni in cui erano detenuti. Il tribunale ha accolto questa richiesta, in sostanza, in una cella del carcere di Lecce, e non è l’unico caso purtroppo, la cella era di 11 mq. Erano tre persone detenute, e lo spazio calpestabile, era di 1,5 mq. Per capire quanto è un metro e mezzo tenete presente quattro sedie messe insieme, avvicinate, quello è più o meno un metro e mezzo quadro. Quello era lo spazio che avevano in cella 22 ore al giorno per muoversi. E guardate, seconda questione, il carcere così come è oggi è un inferno per tutti. Qui abbiamo parlato prevalentemente dei detenuti, Nicola prima giustamente aveva accennato gli operatori, io voglio dire che a volte è un inferno anche per gli oepratori, e questa cosa dobbiamo tenerla presente perché altrimenti, come dire, rischiamo di creare degli squilibri nella valutazione di questo problema. Seconda questione: e qui percepisco alcune considerazioni che tu adesso facevi e ora entro anche su questo che hai detto. Però un punto: il nostro sistema penale si regge su alcuni paradossi, io ve ne indico soltanto due: il primo è questo: voi sapete quanto è grave il delitto di falso in bilancio, cioè di quelli che truccano il bilancio delle società per frodare i risparmiatori, il caso Parmalat è il caso classico. La pena massima per il falso in bilancio è quattro anni. Chi registra un combattimento di cani, avendolo organizzato, ha la pena massima di quattro anni e mezzo. Quindi è chiaro che ci sono c’è una forma di schizofrenia una forma (io l’ho chiamato di populismo giuridico) cioè di andare incontro q quelle che sono le tensioni del momento senza mettere ordine nell’ordinamento e la mancanza di un ordine è la cosa più grave che noi dobbiamo segnalare. Il secondo dato è questo: ogni detenuto costa al giorno allo stato circa 140 euro al giorno, il che vuol dire che in un mese costa 4.200 euro. Ora permettetemi questa che è una buttata, però se noi dessimo a circa 20.000 di questi detenuti che sono gente che hanno commesso reati da poco, 2.000 euro al mese, pregandoli di non commettere reati per cinque/sei anni, risparmieremmo € 2.000 al mese. Ora, io credo che sono i paradossi quelli che fanno capire la irragionevolezza delle questioni che abbiamo davanti. Ora come si affronta questo tema tenendo presente che le questioni del lavoro sono fondamentali, il problema di fondo quale è che quando una persona esce dal carcere non dovrebbe commettere più reati. Bene se lavora in carcera e i dati che Nicola Boscoletto ha citato ci fa capire chiaramente che se tu nel carcere lavori, quando esci è assai probabile che non commetti più reati. Se il carcere è un luogo in cui stai in ozio e in condizione di sopraffazione per cinque, sei sette dieci anni, è assai probabile che quando esci commetti dei reati perché. Perché per chiedere a una persona di rispettare i nostri diritti, noi dobbiamo rispettare i suoi, c’è poco da fare. Se non rispettiamo i diritto dell’altro, l’altro non rispetterà i nostri. E allora, io credo che dobbiamo lavorare su questo. Io vorrei citarvi un caso che poco noto del siciliano. C’è una legge siciliana del 2012, scusate no, questa è una legge del ’99, la quale stabilisce la possibilità di dare beni e materie prime fino a 25.000 euro a detenuti che lavorino e si impegnano a lavorare. Sinora, tutti quelli che hanno usufruito di questa possibilità, e sono stati un certo n umero, sono circa 150, nessuno nessuno è caduto in recidiva quando è uscito, non ha commesso più reati. Questa è la conferma che, fermo restando le condizioni di reclusione, e sono d’accordo su alcune cose che diceva il Dottor Pavarin, ferme restando quelle cose, se tu comincia a rispettare i diritti di quella persona quella persona, quando esce, rispetta i tuoi. Ora sull’amnistia, poi passerò alla parte conclusiva, sull’amnistia che tu dicevi io devo dirti, chiedo scusa, ma non sono d’accordo. Non sono d’accordo perché vi dico alcuni dati: l’amnistia è uno strumento per non affrontare i problemi. Nel senso che fatta l’amnistia si risolve un po’ e poi per un po’ di anni non se ne parla più, poi dopo cinque sei anni se ne fa un’altra e siamo allo stesso punto. Sapete in quale regime, in quale periodo ci sono state più amnistie? Sono state più amnistie nei 22 anni di dittatura fascista in 22 anni ci sono stati 51 provvedimenti di amnistia. E sapete perché? Tra amnistia e coercizione c’è un meccanismo di equilibrio, io schiaccio il più possibile, poi do un’amnistia, e poi riprendo a schiacciare e non cambio la struttura del carcere. Ora a questo punto sul numero chiuso dei detenuti io sono abbastanza d’accordo con te, c’è stata non molto tempo fa una sentenza della corte suprema di uno stato degli Stati Uniti che ha condannato l’amministrazione penitenziaria a liberare un certo numero di detenuti perché le condizioni erano talmente disumane, contrarie a qualunque principio fondamentale degli Stati Uniti. Non so se arrivare a questo punto, ma certamente so, questa è una questione, però parliamo del lavoro, di questa questione. Ora permettetemi una cosa, noi non possiamo limitarci, se parliamo di queste questioni alla manutenzione dell’orrore, cioè a fare in modo di l imitare al massimo le cose che non vanno ma tutto il resto continua così, perché i casi di cui ci ha parlato il Procuratore Brasiliano, toccano una minima parte e non può essere diversamente, la grandissima parte vive in quelle condizioni terribili che abbiamo visto. I casi del lavoro, di cui Nicola Boscoletto ha parlato, di lavoro in carcere sono veramente molto pochi rispetto alla grande massa dei detenuti. Allora il problema è cominciare una riflessione sulla questione della pena e passo alla questione finale. Innanzitutto c’è questo dato: la pena perché si passa dalla pena sul corpo la mutilazione, lo squartamento il tagliare pezzi di carne con le tenaglie roventi tipiche del seicento e della prima metà del settecento si passa alla pena detentiva. Fu un grandisismo passo avanti perché si poneva il problema della libertà della persona con l’illuminismo come fatto fondamentale e la pena colpiva la libertà della persona. In questi due secoli sono maturati tutta una serie di diritti della persona. Allora, si possono colpire benissimo ben altri diritti rispetto a quello lì, voglio dire se tu al ragazzino impedisci di usare il telefono e il computer per 20 giorni, va bene, vi assicuro che quella cosa ha una pena, come dire afflittiva per lui, molto di più che condannarlo a due mesi con la condizionale. Allora si tratta di vedere bene quali sono oggi, in relazione al tipo dei delitti commessi, i diritti sui quali si può incidere al fine di avere, senza i costi eccessivi che ha la pena detentiva, lo stesso elemento del come dire di far capire la gravità della cosa perché certamente la società civile, quando vedi un reato, tu facevi cenno a quell’eccidio che c’è stato in veneto, ha bisogno di una risposta, di una reazione e qui bisogna stare molto attenti perché nel concetto della pena c’è un cconcetto di punizione e di reazione e guai se non fosse così, perché sarebbe profondamente sbagliato un atteggiamento puramente compassionevole perché questo atteggiamento farebbe scattare una reazione “barbara” della società di cui si impadronirebbe certamente una certa parte del mondo politico, e quindi bisogna stare molto attenti. Allora permettetemi una buttade, redimere i detenuti bisogna redimere anche la società e mi spiego di che si tratta, nel senso bisogna far passare nella società le idee, l’idea di fondo che anima la discussione che stiamo facendo oggi. Perché vedete, nessun cambiamento profondo c’è nelle cose se non c’è un cambiamento profondo nelle idee, allora bisogna lavorare seriamente per far capire con chiarezza che la pena deve tendere, deve avere come obiettivo, quello di cambiare le cose, non di consolidare lo stato delle cose. E allora qui, io voglio rivolgermi a una cosa di fondo, vedete mi ha colpito il messaggio che il Papa ha mandato al meeting. Il Papa parla dell’uomo come creatura di Dio, il concetto di creatura io credo che valga un pochino, su questo concetto bisogna un po’ riflettere perché noi quando guardiamo l’orizzonte come diceva prima il procuratore guardiamo, si dice il creato, poi c’è il Creatore che nessuno tocca, sta lì, e qui ci sono le creature. Che cosa vuol dire creatura, che è diverso da creato. Creatura che l’infinito futuro dal latino, è qualcosa che si deve creare, cioè che non è finito non è chiuso, e quindi che può cambiare. Il concetto di creatura è un concetto profondo guardate tanto che in dialetto, io sono di origine meridionale, in dialetto i bambini si chiamano creaturi, perché devono crescere. Io non sono cattolico, ma dei cattolici ho capito una cosa di fondo: che l’uomo può cambiare e che bisogna avere semrpe fiducia nel cambiamento dell’uomo. E guardate non è che noi dobbiamo metterci su una cattedra a dire tu devi cambiare perché se quello cambia, cambiamo anche noi e soltanto se cambiamo noi quello potrà cambiare, altrimenti non si cambia. E allora il problema del cambiamento è un problema che non riguarda, guardate il grandissimo errore che si è sempre fatto, di considerare il carcere una periferia del sistema, fuori dalle egole, fuori dai diritti, fuori di tutto, stanno lì in fondo e basta. E noi che siamo bravi, buoni, ecc. guardiamo quella roba lì che sta nel carcere con un certo disgusto. Ma noi siamo parte di quella roba lì e soltanto se cambiamo pure noi quella roba può cambiare perché anche loro devono vedere che c’è un cambiamento nella società. Ecco questo io credo, è il concetto di creatura, anche quando avete parlato di infinito come titolo di questo vostro meeting e creatura e infinito sono due cose che si legano insieme che l’infinito è sempre al di là e ciò che deve modificarsi è sempre al di là del presente e noi dobbiamo riprendere il coraggio di guardare al futuro perché se il concetto di creatura è quello che ho detto, vuol dire che dobbiamo metterci molto più futuro di quanto ne mettiamo oggi. Oggi siamo schiacciati dal presentismo, è tutto presente, è difficilissimo guardare al futuro, progettare, pensare al futuro. Il concetto di creatura invece ci sposta verso il futuro e attraverso quale categoria concettuale, quale idea. Vedete nella bibbia c’è un bellissimo termine che è la conciliazione nella responsabilità, la conciliazione. Io credo che dobbiamo recuperare questo concetto perché soltanto attraverso l’idea della società nella quale sia forte il valore della conciliazione non come “abbracciamoci tutti”, ma di un’unità nelle differenze, di una cessazione delle fratture, delle rotture delle contrapposizioni pregiudiziali sulle quali poi lucrano gli interessi peggiori della nostra società italiana. E allora io credo che c’è la possibilità che cambino queste cose, ma prima ancora di fare le norme, le leggi e così via, dobbiamo mettere in campo delle idee nuove. Sapete perché, perché dobbiamo costringere i difensori del carcere così com’è, di quell’orrore che sappiamo dobbiamo costringerli sulla difensiva non devono essere loro ad attaccare dicendo che noi si vuole rendere la società meno sicura, dobbiamo prima spiegare che la società può essere più sicura soltanto con un carcere diverso e loro devono essere poi a rispondere come perché è così. Le cifre sul danaro che ho dato, che magari sono volgari, però fanno capire abbastanza, le cifre sulla recidiva fanno capire abbastanza, allora mettere in campo queste idee credo può servire a creare un ambiente umano dentro il quale poi possono entrare le riforme. Potremo fare un errore grave se pensassimo a cambiare delle regole senza cambiare lo spirito delle persone, ecco questo voglio dire.

MODERATORE:
Veramente un grazie di cuore al Presidente Violante che mi permetto di dire che è un esempio anche per tutti noi, una persona che ha avuto una storia, idee diverse dalla maggior parte di noi, ma che ci ha testimoniato un’attenzione, una sensibilità, un acume e un cambiamento di cui fare tesoro perché quello che ci siamo detti oggi sia realmente una cosa che piano piano entri anche se faticosamente, goccia dopo goccia, nella testa di chi governa la nostra società e si possa insieme lavorare per un futuro migliore e non solo per l’emergenza del presente che poi continua a ricreare i problemi di sempre. Grazie a tutti e buona giornata.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2012

Ora

11:15

Edizione

2012

Luogo

Sala A3
Categoria
Incontri