UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA - Meeting di Rimini
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UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA

Partecipa Lorenza Violini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano e Responsabile del Dipartimento Pubblica Amministrazione della Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Anna Cavallo, Studentessa di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano.

 

ANNA CAVALLO:
Buongiorno a tutti, sono Anna Cavallo e studio giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano. Questo momento molto semplice ha lo scopo di approfondire con la professoressa Lorenza Violini, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, la terza sezione della mostra intitolata “150 anni di sussisidiarietà”. Le domande che oggi faremo alla professoressa Violini sono sorte durante il lavoro di preparazione della mostra e sono la continuazione di un dialogo già iniziato nel corso dell’anno, quindi senza perdere altro tempo le rivolgo la prima domanda:
Il referendum del 2 giugno del ’46 vede vincitori i sostenitori della Repubblica a discapito della monarchia, al contempo si eleggono i membri di un’assemblea che avrà il compito di riformare le basi dello stato redigendo il nuovo testo costituzionale. Nell’adempiere tale compito l’intenzione dei padri costituenti è quella di superare il modello del vecchio stato liberale, mantenendo gli aspetti positivi di libertà ma aggiungendo nuovi valori tesi a favorire le nuove formazioni sociali, gli enti territoriali e a tutelare i diritti sociali. Da che storia nascono e in che cosa si concretizzano questi aspetti profondamente innovativi?

LORENZA VIOLINI:
Grazie. Premetto che questo lavoro di costruzione della mostra che non si vede ovviamente, che è tutto il backstage la cui parte visiva poi voi vedete, è stato un lavoro di ricerca, ed è stato un lavoro di ricerca nel senso reale del termine. Se voi pensate a quello che si studia normalmente nelle scuole, dalle elementari all’università, emerge sempre come prevalente la dimensione politica dell’unità di Italia. Abbiamo voluto invece guardare dentro questa unità, che è un’unità popolare, un’unità sociale, che è un’unità cristiana, per vedere da dove nasce l’unità, da dove nasce questa unità politica.
E il momento dell’Assemblea costituente è stato un momento da cui è come emerso questo nuovo, questa possibilità per il popolo italiano di interrogarsi, dopo le varie crisi vissute dall’unità al momento del dopoguerra, e chiedersi come si poteva ripartire. Non si può ripartire e costruire uno Stato se non si recuperano le ragioni storiche e ideali che hanno costruito l’unità del popolo e se non si guarda al futuro; in questo senso il momento costituente è stato un momento veramente grande e veramente importante per la nostra storia. Ma ripeto, non è stato il lavoro di alcuni, gli eletti, quelli che hanno materialmente scritto ma è stato un lavoro che ha guardato alla nostra storia.
E vi ha guardato in due sensi: il primo è stato quello di ritrovare gli elementi positivi della storia e l’altro è stato quello di distinguersi, per cercare di superare gli elementi negativi. Che cosa è stato positivo, che cosa è stato recuperato dalla storia precedente? Sicuramente è stata recuperata la grande spinta a restare vivi dentro tutte le contraddizioni che la nostra storia aveva fatto emergere, che la storia unitaria aveva fatto emergere. Se voi avete seguito un po’ il percorso della mostra, avrete visto che dal non expedit in poi, dall’unità d’Italia in poi, quando appunto la Chiesa aveva messo se stessa contro lo stato, perché lo stato aveva travolto la sua struttura territoriale, ecco dentro questa pur apparente drammaticità, la vita del popolo cristiano, la vita del popolo italiano aveva ritrovato molti elementi di vitalità. Le grandi opere sociali del movimento cattolico, del movimento operaio, le grandi opere educative, assistenziali, ospedaliere, ecco nel momento della Costituente hanno potuto ritrovare un punto di visibilità. Noi per esempio abbiamo ragionato sull’articolo 38, che è l’articolo che dice che la Repubblica ha l’obbligo di dare assistenza agli indigenti, alle persone con handicap, ai disoccupati e in questo art. 38 tutta la storia del movimento cattolico ha trovato il suo punto d’emergenza.
Poi però c’è stata anche tutta la tensione in Assemblea costituente a distinguersi dalla stato liberale. Lo Stato liberale era uno stato che aveva fondato tutto sull’individualismo, cioè sulla capacità dell’uomo singolo di essere se stesso in rapporto diretto con lo Stato, ed è per questo che l’art. 2 parla di persone, persone e formazioni sociali. Proprio per sottolineare che si teneva alla persona, ma ad una persona concreta che vive dentro dei contesti: la famiglia, le associazioni, le scuole. Quindi, direi che l’elemento di novità che è più rilevante per l’Assemblea costituente, è proprio quello di aver guardato al passato, di essere cosciente che c’era una tradizione da recuperare e da valorizzare, una tradizione di impegno sociale e anche politico del mondo cattolico, del mondo operaio, da far vivere dentro il nuovo stato e poi una capacità di guardare al futuro, dicendo che il nostro Stato non voleva più essere solo qualcosa di “liberal”, di liberale, ma voleva essere uno Stato nuovo, dove la democrazia era sostanziale, la libertà di associazione protetta e la capacità delle formazioni sociali di essere soggetti della vita dello stato sufficientemente valorizzata ed apprezzata. Quindi è un momento in cui con grande energia, con grande forza ideale, le varie componenti del popolo italiano si sono ritrovate per dar vita a queste nuove basi per la convivenza.

ANNA CAVALLO:
Mi colpiva molto anche l’attualità del problema dell’unità del Paese, che è anche il tentativo della mostra, di parlare ai problemi attuali. Continuo con la seconda domanda, riferita soprattutto agli uomini della Costituente.
Studiando i verbali della Costituente, abbiamo incontrato i personaggi che hanno svolto un ruolo di primo piano, Togliati, Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani e così via. Ci siamo accorti che la stessa DC non si presentava come un partito monolitico, ma erano anzi presenti due anime differenti, per storia e provenienza culturale.
Potrebbe approfondire le posizioni di queste due correnti, tenendo conto anche dei diversi ruoli che svolgevano in quel momento storico?

LORENZA VIOLINI:
Allora, certamente il pluralismo era presente nelle varie componenti dell’Assemblea costituente. Lo sappiamo, c’era una parte di mondo cattolico, poi c’erano socialisti e i comunisti, poi c’erano liberali, certamente questo pluralismo si rispecchiava anche all’interno dei partiti, i partiti non erano realtà monolitiche. Se guardiamo in particolare alla Democrazia cristiana, per rispondere alla domanda, ecco lì bisogna fare lo sforzo di immaginazione, di guardare a questo gruppo di uomini, alcuni dei quali erano anche giovanissimi e venivano da un’esperienza che era l’esperienza dell’Azione cattolica. Come voi tutti sapete l’Azione Cattolica era stata il grande strumento di presenza della Chiesa sotto il fascismo. L’Azione Cattolica era stata fortemente voluta dal Papa negli anni Venti per costruire un alternativa educativa e culturale reale al tentativo allo stato fascista di monopolizzare sia la cultura che l’educazione. Forse saprete che uno dei motivi che mosse il Papa a stringere con Mussolini i Patti Lateranensi, fu proprio quello di difendere l’Azione cattolica. Nel momento in cui il regime, nel ’26, abolisce tutte le associazione educative, gli Scout, i vari gruppi, etc., il Papa svolge questa forte pressione sul regime affinché lasci sopravvivere l’Azione cattolica, qualificandola come una associazione religiosa, con scopi religiosi. Si entrava nell’Azione cattolica da ragazzi, e poi piano piano si faceva il percorso educativo che portava fino alla maturità. Ecco, alcuni di questi giovani erano stati educati dentro l’Azione cattolica e pertanto erano stati portati ad impegnarsi in politica. Questo manipolo di giovani evidentemente, avendo vissuto l’esperienza del fascismo, erano persone profondamente critiche, anche in modo un po’ aggressivo, nei confronti dell’esperienza fatta. Quindi loro sono i portatori di questo elemento di forte novità, di forte desiderio di distinguersi dal passato. E sono loro, Moro, La Pira, Fanfani, tutte queste persone che insistono molto affinché la Costituzione abbia dentro un forte elemento innovativo.
Insieme a questo gruppo di persone, c’era invece un altro gruppo, ma non invece, si completava questo manipolo con coloro che avevano fatto un’esperienza diversa. Voi sapete che nel ’19, anche a seguito della legislazione di Giolitti che aveva esteso il suffragio universale maschile per rivivificare lo stato liberale che stava decadendo dentro conflitti singoli di interesse, Sturzo aveva fondato il Partito popolare e il Partito popolare di Sturzo – siamo nel ’19, pensate anche alla Russia, al comunismo, etc. etc. – aveva dentro una fortissima esigenza di tutelare la società civile, di tutelare la libertà, di tutelare insomma quei valori positivi che la modernità aveva portato dentro l’esperienza della politica e dello stato. Quindi sono un po’ queste due le anime del partito. Un’anima che spinge molto avanti in alcuni momenti, essendo anche, possiamo dirlo, fortemente statalista, perché si pensava che lo stato dovesse assumersi anche compiti di sicurezza sociale, di capacità di aiutare la gente, quello che nell’Ottocento invece era lasciato totalmente alla società civile, e invece questo altro gruppo che, avendo responsabilità di governo, pensiamo massimamente a De Gasperi, aveva anche l’esigenza di mantenere, conservare alcuni elementi positivi che la storia del nostro popolo aveva fatto emergere.
Quindi da una parte una compagine che aveva responsabilità di governo e che porterà avanti il Governo nei primi anni della Repubblica, e dall’altra questo manipolo di giovani e di prodi che volevano portare molto più avanti, forse, il ruolo e l’intervento dello stato. In questo senso Sturzo, da lontano, vedendo certi elementi della Costituzione, era abbastanza timoroso che si riproponesse uno statalismo monopolista, cosa che poi negli anni ’60-’70 si realizzerà. Diciamo che sul punto dello statalismo c’era un gruppo che voleva spingere lo stato ad assumersi delle responsabilità e c’era un altro gruppo che invece era un pochino più cauto, perché temeva che questo statalismo avrebbe in parte ucciso la vitalità della società civile, dove i membri di questo gruppo erano stati educati, erano stati cresciuti e avevano portato avanti la loro identità politica. Non dimentichiamo poi anche la questione della cosiddetta sussidiarietà verticale: Sturzo e il suo gruppo era anche fortemente determinato a conservare l’elemento di municipalismo e di regionalismo che era sempre stato nella tradizione cattolica, e di federalismo, in senso un po’ estremo; mentre forse questi uomini che guardavano un po’ più al futuro erano più favorevoli a dare allo stato centrale una forza, che poi in realtà avrebbe avuto. E possiamo dire che per tutti gli anni ’60 e ’70 questa forza statalista è stata anche abbastanza forte nel nostro Paese.

ANNA CAVALLO:
Bene. Emerge quindi una pluralità di realtà politiche con identità molto forti che su alcuni argomenti, in particolare sulla libertà di educazione e sul problema dell’iniziativa economica privata, e anche su altri temi, ha raggiunto compromessi con lotte aspre, che tutt’ora, potremmo dire, presentano profili problematici, in particolare gli articoli 33 e 41, che sono anche descritti all’interno della mostra, che appunto trattano rispettivamente della libertà di educazione e dell’iniziativa economica. L’art. 41, pur riconoscendo la libertà dell’iniziativa economica privata, afferma che “è compito della legge determinare i programmi e i controlli perché la libertà economica pubblica e privata possa essere coordinata ed indirizzata ai fini sociali”.
Questo terzo comma ha storicamente ostacolato lo sviluppo economico? La sua modifica, che oggi è fortemente paventata da alcuni esponenti politici, garantirebbe maggiori possibilità di sviluppo nel nostro Paese?

LORENZA VIOLINI:
Per quanto riguarda il 41 faccio anche qui una piccola premessa, se posso. Nel senso che questa pluralità, sia di partiti che di tendenze dentro i partiti, è molto visibile nella filigrana della Costituzione, tanto che molti la considerano una Costituzione di compromesso, nel senso deteriore del termine. Dicono: si vi siete messi d’accordo per formulazioni che alla fine non dicono chiaramente un’identità, quindi non indicano chiaramente una strada, quasi che la Costituzione debba essere una specie di programma politico che poi la politica deve attuare. Ecco, io credo che questa lettura non dia interamente ragione dell’anima della Costituzione, perché la Costituzione è sì una serie di norme che devono essere attuate, su questo non c’è dubbio, ma prima di essere questo è un punto in cui le diverse forze politiche si riconoscono. Noi non dobbiamo mai dimenticare che la storia del nostro Paese, nel bene o nel male, con tutte le contraddizioni che ha avuto dopo, ha trovato, magari anche solo formalmente, nel richiamo alla Costituzione un elemento di coesione. Guardando ai vari articoli, bisogna tenere presenti un po’ questi due aspetti: da un lato che c’era la necessità di trovare una formula condivisa, che avrebbe potuto anche abbassare il livello del compromesso, ma dall’altro questo lavoro di ricerca di una formula condivisa è stato anche il terreno su cui persone, gruppi e ideologie si sono incontrate. E il 41 in questo è davvero emblematico, perché se voi lo guardate con attenzione, la prima mossa, che è la mossa che ancora oggi ci convince, è l’iniziativa privata libera, l’affermazione che l’iniziativa economico privata è libera. Quindi questo elemento di libertà che emerge come primo aspetto. Dopo di che però, qui se volete potete leggere tutta l’anima cattolica sociale, antiliberale, dice: sì, è libera ma questa libertà è finalizzata all’utilità sociale. Anche qui, sembrano solo parole, ma dicono di un’intenzione, dicono dell’intenzione di non lasciare un liberismo senza regole che travolga la realtà sociale. E poi il terzo comma, quello a cui faceva riferimento la domanda, parla del grande tema della programmazione. Il tema della programmazione – barra pianificazione – è chiaramente un tema che oggi un po’ ci fa sorridere, ma se voi pensate al ’48, era come il grande punto in cui l’esperienza socialista e comunista voleva dire se stessa; l’economia sovietica era per definizione un’economia totalmente programmata, pianificata, sia nella domanda, che nell’offerta. Quindi rendiamoci conto che dietro questa parola c’era tutta la forza ideale della sinistra, che voleva affermare la sua presenza e la sua capacità di incidenza sul nuovo stato. Però, come vedete, questo aspetto viene per terzo, cioè viene dopo l’affermazione della libertà e l’affermazione della finalizzazione della libertà e come, diciamo, terza possibilità anche la possibilità di inserire elementi di programmazione. In questo senso noi guardiamo a questo articolo, dicendo: il modello economico è un modello tendenzialmente anche oggi vigente, tendenzialmente ‘liberal’, liberale, ma può anche contenere, per motivi di benessere comune, degli elementi di programmazione. E’ chiaro che l’esperienza della pianificazione e programmazione ha mostrato poi negli anni la sua sostanziale inapplicabilità, sia nei Paesi socialisti, – tutti sappiamo l’hanno poi dovuto dismetterlo pienamente – ma anche nella nostra esperienza: i grandi piani quinquennali degli anni ’70 sono cose scritte, che in realtà non si sono mai potute realizzare. Però, che ci sia anche questo elemento della Costituzione, a mio parere non nuoce, è una espressione di una concezione che al tempo aveva una sua validità ideale, che ha mostrato tutti i suoi limiti e che oggi potremmo considerare serenamente dismesso. Quindi si potrebbe anche pensare di modificare l’impianto costituzionale, abolendo il terzo comma, ma sapete, modificare una Costituzione è un lavoro molto importante per il Parlamento, forse oggi il Parlamento può avere altre urgenze. Tra l’altro, approfitto della domanda, domanda molto interessante, per dirvi che anche lo stesso art. 81, che adesso è molto in discussione volendosi inserire la parità di bilancio come compito costituzionale che la politica deve realizzare, nell’intenzione dei costituenti era già così. Perché il budget di uno Stato liberale era per definizione un budget a pareggio; è stato lo sviluppo degli anni ’70-’80 che ha portato l’incremento del debito pubblico. Forse oggi potrebbe essere utile ribadire espressamente la necessità di arrivare ad un bilancio in pareggio, ma certamente questa idea era un’idea che i costituenti avevano già in mente. Si potrebbe pensare anche, lo dico un po’ polemicamente, a lavorare veramente sui dettagli e a mettere questi dettagli sotto dei grandi principi, che comunque la nostra Costituzione ha già nel suo Dna, nel suo codice genetico.

ANNA CAVALLO:
Per quanto riguarda invece l’art. 33, che tratta della libertà di educazione, il famoso emendamento “senza oneri per lo stato” ha da sempre giustificato l’indifferenza dello stato nei confronti dell’iniziativa dei singoli in campo educativo.
A cosa è dovuta questa interpretazione restrittiva rispetto a quella originale proposta dal Partito liberale? E’ possibile oggi dare spazio ad una diversa lettura di tale dettato?

LORENZA VIOLINI:
Allora, noi abbiamo messo l’articolo 33 appositamente, cioè volendolo proprio risottolineare, perché ci è sembrato un punto in cui effettivamente si vede che la Costituente ha fatto fatica a trovare, in alcuni punti, degli elementi di consenso. Il 33 è stato per noi come un punto di riferimento, per far capire che in alcuni casi si è dovuto cedere molto alla possibilità di trovare un elemento di consenso e questo “senza oneri per lo Stato” è stato molto dibattuto nell’Assemblea costituente, veramente ci sono state delle fortissime opposizioni e alla fine, se si è accettata la formula, la si è accettata con l’idea che ci fosse un divieto di valorizzazione delle esperienze educative, che tra l’altro erano fortemente difese dal mondo cattolico, ma che semplicemente questo poteva essere un elemento che la politica avrebbe sviluppato secondo la sua sensibilità. Quindi se voi guardate la mostra, c’è proprio il punto, a conclusione del dibattito, anche molto aspro, in cui espressamente si dice non che c’è il divieto, semplicemente si dice che non c’è un obbligo e che nessuno può costruire scuole poi pensando che la responsabilità economica ricada su altro, ricada sullo Stato. Vera o falsa che sia questa dichiarazione, però è stata questa dichiarazione che poi ha permesso la votazione dell’articolo. Cosa è successo dopo, lo sappiamo tutti: questa lettura del “senza oneri per lo Stato” è diventata la bandiera del laicismo. La bandiera del laicismo che tra l’altro ha molto sottostimato la dimensione, anche banalmente economica, della presenza delle scuole private, perché sappiamo tutti noi, che abbiamo fatto grandi battaglie a tutti i livelli, che se improvvisamente le scuole private chiudessero, lo stato dovrebbe investire e investire molto di più per potere far fronte anche solo semplicemente agli obblighi di educazione della popolazione. Quindi questa è diventata, tra virgolette, nonostante le formulazioni e le discussioni in Costituente, la bandiera che il laicismo ha sempre sventolato contro le iniziative della società civile e contro una visione della sussidiarietà che è quella che ci sta sommamente a cuore. Quindi, io direi che l’abbiamo messo come per dire: guardate che non è nato così, è diventato così! Proprio per una certa fedeltà all’anima della Costituzione, perché la Costituzione sì, c’è, ma è poi consegnata per la sua attuazione alle forze politiche. Da un certo punto di vista, è quasi più grave che il mondo cattolico, la Democrazia cristiana, abbia ignorato per anni, per decenni, la questione del sussidio finanziario alle scuole private, non per una sorta di carità cristiana nei confronti delle scuole private, ma semplicemente perché le scuole private svolgono una funzione sociale, hanno una utilità sociale, vedi articolo 41, che in qualche modo è un elemento da valorizzare nella storia di un Paese. Quindi, diciamo, noi l’abbiamo messo appositamente proprio per dire: guardate, la responsabilità della politica resta, nonostante i grandi diktat costituzionali. Ed è anche un po’ quello che ci fa dire oggi: va bene, possiamo cambiare anche molto della Costituzione, ma quello che è veramente da cambiare è il modo con cui la politica guarda alla Costituzione, guarda al popolo, guarda alla società civile e capisce cosa c’è da cambiare e come c’è da cambiare. Quindi il 33, leggetevelo con attenzione, è stato un monito che abbiamo voluto mettere per dire che la politica deve fare il suo dovere, deve dire la sua, quando si trova davanti a formule costituzionali che potrebbero essere interpretate in un senso, interpretate in un altro, ma che vanno interpretate da chi ha il dovere primo di interpretare la Costituzione, cioè la politica, il Governo ed il Parlamento.

ANNA CAVALLO:
Nel nostro studio abbiamo notato come alcuni Costituenti, pur senza teorizzare il principio di sussidiarietà, inserivano, anche faticosamente, come ha accennato la professoressa, delle aperture che permettessero libertà di iniziativa privata in vari campi o in ambito per esempio di libertà religiosa, come è stato con l’articolo 7. Perché quindi parliamo di sussidiarietà nei lavori della Costituente, dal momento che non si trova questa parola nel testo costituzionale? Si potrebbe parlare di una sussidiarietà di fatto?

LORENZA VIOLINI:
Dunque, questa è una questione un po’ conclusiva che è interessantissima perché abbiamo chiamato questa mostra 150 anni di sussidiarietà, benché la parola non sia presente in Costituzione. Io do un’interpretazione personale che però abbiamo condiviso con gli amici che hanno pensato questa mostra. Io credo che il tema della sussidiarietà sia un tema da guardare, non nominalisticamente, nel contesto costituzionale. Noi, è dal 1992, che abbiamo messo questa parola al centro del costituzionalismo europeo e, dico questa data, perché è una data importantissima, è la data del trattato di Maastricht, e il trattato di Maastricht è stato il trattato che ha costituito l’Unione europea ma soprattutto ha creato la possibilità di arrivare, dopo un certo periodo di tempo di preparazione, di arrivare alla moneta unica. Quindi, Maastricht 1992 è stato il momento in cui l’Europa si è detta: dobbiamo costruire un’unione, non solo economica, ma anche monetaria, e, per fare questo, ha usato la parola sussidiarietà, per garantire gli Stati. Nonostante la dismissione della sovranità monetaria, essi avrebbero conservato la propria identità: questo è stato il senso di questa parola. Dal 1992 in poi, questa parola ha dilagato nel costituzionalismo europeo, sia nel trattato di Maastricht, sia nei trattati successivi, sia nelle costituzioni nazionali, molte delle quali hanno inserito espressamente la parola sussidiarietà nelle proprie Costituzioni, perfino la Francia recentemente, che è stata il campione dello statalismo e del centralismo. Noi abbiamo questa idea, che è una parola centrale. Se portiamo questa visione nel ’48, capite bene che c’è come una sorta di disequilibrio, perché per il ’48 la sussidiarietà altro non era se non una parola presente nei documenti della Chiesa cattolica, forse era una parola che era importante per una certa concezione dello stato liberale, inteso come stato minimo, ma che fosse una parola centrale per la costruzione di una Costituzione ecco, credo che questo, nella concezione dei Costituenti, fosse una questione lontana, una questione ancora estranea, per cui non ci stupiamo che la parola non ci sia. Invece, andiamo a cercare, e lo si può fare con grande valore, con grande possibilità di successo, nella filigrana della Costituzione questa parola. Nella filigrana della Costituzione, del testo costituzionale, l’idea di sussidiarietà è un’idea assolutamente dominante! Se voi passerete nella mostra vedrete che ad un certo punto ci sono delle parole scritte a mano, sono le parole di Ambrosiani. Ambrosini è stato uno dei grandi Padri costituenti, uno di quelli che erano più vicini a Sturzo, un siciliano, che è andato in Costituente con l’idea fondamentale di tutelare l’idea sussidiaria di Stato, l’idea federale-sussidiaria. Difatti nell’idea di Ambrosini, l’articolo 1, quell’infelice formula secondo cui l’Italia sarebbe fondata sul lavoro, che oggi non è un’espressione che potrebbe essere ripetuta senza un minimo di ironia, ecco per Ambrosini, l’articolo 1 avrebbe dovuto essere che l’Italia è una Repubblica, è formata da regioni, pProvince, comuni. Quindi c’erano persone in Costituente che avevano così in mente la dimensione sussidiaria che l’avrebbero direttamente inserita nell’articolo 1. Poi non è stata messa nell’articolo 1 per mille motivi, non è questa la sede di approfondire, ma se voi passate semplicemente all’articolo 5 vi ritrovate la stessa idea che la Repubblica si riparte in regioni, province e comuni, per dire che non c’è uno Stato monolitico, uno Stato centralizzato. Non dimenticate che i comuni erano stati anche il luogo dove i cattolici per primi erano andati a votare, perché il non expedit, cioè il divieto di voto al Parlamento nazionale era stato poi attenuato per le elezioni comunali, quindi il Comune non è solo una dimensione amministrativa per i Costituenti ma è veramente il cuore della democrazia. Questo primo tratto di sussidiarietà lo si trova in Costituzione dentro questa visione dell’organizzazione dello stato. Poi ci sono tantissimi altri articoli che testimoniano questa matrice sussidiaria della realtà del testo costituzionale, pensate solo alla sistematica. La sistematica della parte prima è tutta “sussidiaria”, perché c’è un titolo I che parla della persona, quindi tutti i diritti classici di libertà, ma c’è un titolo II che parla della famiglia, c’è un titolo III che parla della scuola, c’è un titolo IV che parla dell’economia, c’è tutta la dimensione sociale, c’è il famoso art. 38, dove le iniziative caritative e benefiche sono organizzate o sostenute dallo Stato, c’è l’articolo sulla famiglia, dove molti costituzionalisti hanno letto, più che il riconoscimento di una sussidiarietà di fatto, il riconoscimento di una sussidiarietà sostanziale. Quando la nostra Costituzione dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio e che il compito educativo è principalmente della famiglia, dice proprio questa dimensione sussidiaria, cioè che lo stato o le realtà pubbliche non possono sostituirsi a questo compito fondamentale che è un compito educativo. Ma si potrebbero fare molti altri esempi per dire, con una certa enfasi, forse un po’ eccessiva, che l’anima dei Costituenti o alcuni aspetti dell’anima dei Costituenti era un’anima intrinsecamente sussidiaria, perché hanno guardato a questa costruzione normativa con la tensione ad aver presente tutto quello che era la realtà del popolo a cui facevano riferimento. Insomma il legame veramente strutturale tra la politica e la società civile, che era presente nella Democrazia cristiana, anche nel movimento operaio, forse solo i liberali erano un pochino più elitari, è quello che ha animato l’Assemblea costituente a fare quello che ha fatto. Per finire, non posso non citare l’articolo 2 come testimonianza di questa anima tendenzialmente sussidiaria. Se c’è un articolo che dice centralità della persona, centralità delle formazioni sociali, è proprio l’articolo 2. Certo, si può pensare che questa logica delle formazioni sociali avesse qualche reminiscenza dell’organicismo dello stato fascista, però diciamo che è veramente una visione minimale e che guarda al passato. Invece, la valorizzazione delle formazioni sociali che l’articolo 2 contiene, è veramente un punto grandemente interessante che ancora oggi può essere estremamente valorizzato. La stessa realtà del Meeting, che dimostra la sua forza ogni anno, può trovare in questo articolo 2, se mai gli interessasse trovarlo, un punto di riferimento ideale anche costituzionale.

ANNA CAVALLO:
Mi sembra ci sia una domanda dal pubblico. Prego.

DOMANDA:
Mi scusi professoressa, non so se dal suo discorso ho capito bene: lo sviluppo economico è uguale al debito negli anni settanta?

LORENZA VIOLINI:
E’ solo questa la domanda, sviluppo economico uguale debito?

DOMANDA:
Si, in ogni caso per quanto riguarda la Costituzione penso che sia stata fatta bene all’epoca, certamente qualche ritocchino potrebbe andare bene, però non esageriamo tanto, penso che in linea generale è una buona Costituzione, qualche apporto, qualche modifica si potrebbe diciamo fare.

LORENZA VIOLINI:
Sviluppo economico uguale debito: non vorrei desse adito ad equivoci. Lo sviluppo economico, come pure la quarta parte della mostra benissimo dimostra, è stato uno sviluppo che ha affondato nella capacità di intrapresa dell’io, delle persone, dei singoli imprenditori che hanno fatto grandissimi sforzi per ricostruire l’Italia. Dico solo che lo sviluppo istituzionale del nostro Stato è andato nella direzione di una crescita del debito abnorme, di cui noi oggi dobbiamo farci carico anche per andare verso una riparificazione di questo sviluppo. Quindi ci sono mille motivi e non è questa la sede in cui approfondire. Credo che il giudizio di fondo sia: la Costituzione “va bene”, se ci sono dei cambiamenti li possiamo fare, tenendo però presente che il vero cambiamento e io spero che la mostra lo faccia vedere, è un cambiamento che deve partire da noi, dalla società civile, dall’uomo, dall’io, come ci siamo detti tante volte, da un io “sussidiario”, cioè che non aspetta che lo stato crei le condizioni perché si possa rispondere ai bisogni, ma che si muove con una mossa originale, autonoma. E’ difficile, lo so molto bene, se le circostanze economiche e politiche fossero più favorevoli saremmo certamente tutti meno drammaticamente preoccupati in questo momento, però non dimentichiamo, e questo spero che la mostra lo faccia vedere, che la mossa dell’io non è stata impedita, nella storia del nostro Paese, da nulla. L’Ottocento, che con i santi sociali è andato incontro ai bisogni e ha costruito opere sociali che ancora oggi sono importanti per il nostro Paese, non ha aspettato che ci fossero delle condizioni istituzionali ideali per muoversi, ma si è mosso. Certo oggi per muoversi la situazione è molto diversa, ma se non si riparte da un punto originario, sarà molto difficile che qualcosa possa succedere e non so cosa potrà succedere ma certamente la necessità che si riparta oggi è una necessità fortissima.

ANNA CAVALLO:
Sta arrivando il microfono.

DOMANDA:
Come diceva Giovanni Paolo II, è il lavoro in una comunità la cosa più importante. Da questo punto di vista possiamo leggere l’articolo 41, ma come diritto alla libera impresa e non privatisticamente inteso. Come anche l’articolo 2, sul riconoscimento delle formazioni sociali. Il termine più importante è il verbo riconoscere le formazioni sociali, che ben ingloba, valorizza il concetto stesso di sussidiarietà.

LORENZA VIOLINI:
La ringrazio per questa puntualizzazione. Come sempre un termine così ampio come il lavoro può essere letto in vari modi. L’accento polemico che io ho voluto immettere in questo dibattito sul tema del lavoro, spero non sia in contraddizione con quello che lei ha fatto emergere e la ringrazio. E’ semplicemente che nel nostro Paese, oggi, il lavoro spesso è penalizzato. Pensiamo al regime fiscale del lavoro: ecco, forse che questo regime fiscale del lavoro risponde a questo valore ideale del lavoro che lei ha giustamente richiamato? Secondo, pensiamo alla struttura previdenziale: spesso la nostra previdenza, negli anni passati, è stata una previdenza che ha quasi scoraggiato il continuare a lavorare. Lo dico così molto generalisticamente, quando abbiamo messo in pista le baby-pensioni, lei capisce bene che abbiamo fatto delle operazioni di valorizzazione del lavoro che ha portato a dire: conviene stare a casa e prendere la pensione che non andare a lavorare. Allora, vorrei che restasse di questo incontro quello che è scritto in Costituzione; è bene che lo riguardiamo, che lo riconsideriamo, ma non possiamo dimenticare che poi la Costituzione è nelle mani del popolo ed è il popolo con i suoi rappresentanti che deve darle vita, darle vita in un senso o in un altro. Può darle vita riconoscendo il valore ideale di quello che c’è scritto e cercando di rispondere al valore ideale di quello che c’è scritto o può, anche, magari con uno scopo buono, costruire sistemi fiscali, sistemi previdenziali, sistemi assistenziali che negano il valore ideale da cui si parte.

ANNA CAVALLO:
Se non ci sono altre domande, finiremmo qui. Concluderei parafrasando la frase finale di Pasolini che c’è nella mostra: le radici cattoliche così come quelle socialiste e liberali, intrinsecamente legate alla storia italiana, sono il presupposto della democrazia, quindi di un governo di popolo. Questo mi ha colpito molto studiando, incontrando i Costituenti e le realtà politiche e sociali di quel momento. E’ quello che mi rimane un po’ e ci parla adesso, ai problemi attuali, alla crisi di adesso e al modo con cui affrontarla.

LORENZA VIOLINI:
Grazie a tutti, arrivederci alla prossima

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2011

Ora

13:45

Edizione

2011

Luogo

PAD. B5
Categoria
Focus