UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. AI TEMPI DEL FASCISMO - Meeting di Rimini

UN CAFFÈ ITALIANO… DOMANDE SULL’UNITÀ. AI TEMPI DEL FASCISMO

Partecipano: Maria Bocci, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Edoardo Bressan, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Macerata; Danilo Zardin, Professore Ordinario di Storia Moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Introduce Sara Farè, Studentessa di Lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

SARA FARÈ:
L’incontro di oggi ha lo scopo di approfondire la seconda sezione della mostra intitolata “150 anni di sussidiarietà. Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”. Tale sezione comprende gli anni che vanno dalla fine della prima guerra mondiale al secondo dopo guerra. Abbiamo con noi per aiutarci in questo percorso tre dei relatori della mostra: Maria Bocci, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Edoardo Bressan, Professore Ordinario di Storia Moderna all’Università degli Studi di Milano e Danilo Zardin, Professore Ordinario di Storia Moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. All’inizio della seconda sezione vediamo la società italiana appena uscita dall’esperienza della grande guerra. E’ una società molto viva e questo è dimostrato anche dalla partecipazione dei grandi partiti di massa, come il Partito Popolare Italiano di don Sturzo e il Partito Socialista Italiano, alle prime elezioni del dopoguerra nel ’19. Assistiamo, dunque, ad un’Italia reale che entra a far parte dell’Italia legale. In realtà si svela, nel tempo, debole, lasciando spazio all’avanzata fascista guidata da Benito Mussolini. Volevo chiedere, quindi, innanzitutto, al professor Bressan di aiutarci a capire la natura di questa debolezza della società italiana. In particolare mi interesserebbe che ci aiutasse a capire l’origine e alcuni punti del programma elettorale con cui don Sturzo si presenta alle elezioni del ’19. Ci è sembrato, infatti, studiando, un programma molto innovativo e per certi aspetti all’avanguardia. Perché allora una proposta di questo genere non è stata capace di perpetuarsi nel tempo? Forse non è stata capita neanche dallo stesso mondo cattolico?

EDOARDO BRESSAN:
La domanda è impegnativa, è la domanda cruciale del Novecento italiano, perché occorre chiedersi, darsi un spiegazione di come mai un Paese uscito vittorioso dalla guerra, ormai un Paese importante, con una democrazia che si stava consolidando, nel giro di pochi anni finisce in mano a una dittatura. Se qualcuno avesse detto a Rimini, nell’agosto del 1920, fra due anni Benito Mussolini sarà Presidente del Consiglio, si sarebbe sentito rispondere: “ma come? Quell’agitatore di Milano che ha preso 5.000 voti alle ultime elezioni e si diverte a incendiare qualche sede socialista? Ecco, questo è il punto vero su cui dobbiamo interrogarci. Credo però che per rispondere alle due domande si debba partire dalla seconda. E non a caso nella mostra il primo titolo che incontrate o che avete incontrato se l’avete già vista, è il laboratorio del primo dopoguerra, perché c’è appunto questa capacità di proposta politica, nel caso specifico cui tu hai fatto riferimento, del Partito popolare.
Da dove viene? Viene da lontano, come diceva stamane Maria Bocci all’incontro di presentazione della mostra con il Presidente Amato, viene da una trama, da una rete, da un insieme di opere e di presenze che avevano da sempre innervato la società italiana e che avevano poi portato anche i cattolici ad entrare nella casa comune del risorgimento. E’ un programma che viene da lontano, è un programma che nasce da un’osservazione attenta della realtà, perché lo vedete bene, Sturzo parte da Caltagirone, parte da una esperienza municipale, quella che accomuna in maniera così significativa cattolicesimo sociale e socialismo riformista. Parte da un osservazione dei bisogni, delle necessità sociali, e quindi possiamo dire, come giustamente hai sottolineato, è un programma all’avanguardia proprio perché è un programma sussidiario. Ecco, c’è una sussidiarietà che possiamo vedere già lucidamente presente ed il risultato con il programma del partito popolare, unitamente all’appello ai liberi e forti del gennaio 1919, è il programma di uno Stato popolare, di uno Stato che non è più uno Stato delle élite, ma è lo Stato in cui tutti possono riconoscersi, entrare e decidere. Questa è la svolta. Allora è un programma, notate, un programma che nasce dal patrimonio e dall’esperienza dei cattolici, ma che non coinvolge la Chiesa, è un programma aconfessionale, è un programma di cattolici che agiscono in proprio con la loro personale responsabilità. Ecco, proprio per questo è un programma coraggiosamente riformatore, riformatore perché si punta all’autonomia regionale, a sanare uno dei problemi più gravi che l’unificazione politica aveva lasciato in eredità all’Italia, l’autonomia regionale e il decentramento comunale. Si punta ad una coraggiosa riforma fiscale, ad una riforma del diritto del lavoro, della finanza locale, del Senato che era di nomina regia, ad un allargamento del quadro delle libertà. Allora veniamo alla prima domanda: perché non ha funzionato? Si potrebbe rispondere così, perché non ha trovato gli interlocutori adatti in quel momento. Forse, certo è vero anche questo, neppure tutto il mondo cattolico era in grado di capire la portata innovativa delle idee di questo prete siciliano e dei suoi amici, ma sono mancati coloro che avrebbero in qualche modo potuto intervenire su questa proposta. Chi è mancato? È mancata la classe dirigente, è mancata la borghesia, perché dobbiamo dirlo, la borghesia italiana non ha voluto pagare il conto della guerra: la riforma agraria proposta da Sturzo. Certo, si era detto ai contadini, fate la guerra e poi avrete la terra, ma poi la terra non arriva; avrete la giustizia sociale, ma la giustizia sociale si vede a fatica o la si deve conquistare con quei momenti, anche drammatici, di conflittualità, di scioperi operai del biennio rosso. C’è una classe dirigente che non è adeguata in quel momento a questa sfida e poi c’è un socialismo che a sua volta non è in grado di intendere e badate bene non il socialismo riformista, non il sindacato, non la CGL, che vedete in mostra, perché li sì che ci sarebbe stato un interlocutore, ma quell’anima e quell’ala massimalista che controllava in quel momento il partito, rivoluzionaria a parole ed inconcludente nei fatti, come avrebbero detto i comunisti facendo la sezione di Livorno del 1921. Quindi una società che in questo momento è attraversata da fermenti, da spinte, da bisogni di cambiamento e di innovazione che non riesce a trovare una sintesi politicamente accettabile ed una guida politica responsabile.
La risposta, ma non possiamo soffermarci su questo, naturalmente, viene nostro malgrado dal fascismo, viene da chi riesce anche ad appropriarsi dei valori patriottici e nazionali della guerra, a torto, ma con un operazione che indubbiamente riesce a creare fin dall’inizio un certo consenso. Sono però d’accordo su questa prospettiva della novità del popolarismo.

SARA FARÈ:
Grazie professore, la seconda sezione della mostra continua con la costituzione del regime fascista, che noi studiando abbiamo individuato come un momento di sussidiarietà negata. Tutta la vitalità sociale, le opere, i sindacati, la CGL, la CISL, i luoghi di aggregazione e gli stessi partiti di massa che abbiamo visto, vengono distrutti. Tutto si deve ricapitolare nello Stato fascista. Vorrei quindi chiedere alla Professoressa Bocci, che cosa rimane di tutta questa vitalità sociale che abbiamo visto dall’unità fino a questo momento.

MARIA BOCCI:
Si. Mi scuso io per il ritardo di oggi, ma io ero bella tranquilla con il Presidente Amato, pensavo che l’incontro fosse già finito, confidando in maniera assolutamente totale nei miei colleghi, ma i tanto lodati studenti, forse li abbiamo lodati troppo secondo me, pensano che la storia contemporanea non possa andar avanti senza di me e adesso li devo chiaramente disilludere e devo anche frenare questo processo di idolatria che ormai arriva ad un livello incredibile. Questo per dirvi che cosa è il Meeting e suppongo che per voi sia stato un disagio e quindi apprezzo la vostra presenza.
Allora, Sara mi chiede che cosa ne è stato di tutto quel patrimonio di cui abbiamo parlato questa mattina, di cui si dice nella prima sezione che ancora esiste ed è fertilissimo e produce tantissimi soggetti sociali rilevanti, almeno fino al 1922. E’ vero che il fascismo ha cancellato tutto? Il fascismo voleva cancellare tutto o forse ciò che non poteva cancellare pensava di poterlo utilizzare per il suo progetto che era, secondo me, a tutti gli effetti un progetto non solo autoritario ma totalitario. Un conto è poi valutare, come dicono i miei colleghi, la riuscita dell’esperimento totalitario, ma se andiamo a vedere le intenzioni che pure si chiariscono con il tempo, quando Mussolini fa fare ai suoi amici la marcia su Roma, questo programma non è ancora così chiaro, ma certamente dalla metà degli anni ’20 nel progetto fascista c’è il bacillo del totalitarismo e per di più del totalitarismo dello Stato, cosa che differenzia, come sanno sempre gli stessi studenti, il totalitarismo fascista dagli altri.
Allora, certamente nella mentalità fascista non c’è spazio per tutto il mondo che noi abbiamo voluto valorizzare e se c’è spazio per questo mondo è solo perché questo mondo può essere utile al proprio progetto totalitario e questo tipo di prospettiva, naturalmente, influisce anche sui rapporti con la Chiesa, con i preti, con le parrocchie, con le associazioni cattoliche, con l’Azione Cattolica di cui parlavamo questa mattina. Nel 1929 ci sono i Patti Lateranensi. Moltissimi miei colleghi dicono che dopo i Patti Lateranensi le cose si chiariscono per sempre tra lo Stato e la Chiesa e soprattutto tra la Chiesa ed il fascismo ed inizia un era di collaborazione che avrà fine solo con la seconda guerra mondiale, dove la Chiesa funziona da strumento nelle mani di Mussolini. Ecco, proprio in quel contesto, in realtà si riaccende una tensione fortissima, che io ho potuto verificare, anche studiando nel mio piccolo la storia dell’Università Cattolica, perché proprio dai mesi successivi alla Conciliazione la tensione riemerge in maniera notevolissima. Mussolini pronuncia la famosa frase che, non so se tu forse citavi prima: “Tutto nello Stato niente fuori dello Stato, niente esiste se non perché lo Stato gli dia vita”. Siamo nel maggio del 1929, da lì si riaprono tutte le tensioni con quel mondo che aveva prodotto queste esperienze di vitalità sociale che sono i soggetti principali della nostra mostra. Riesce questo tentativo di portare tutto nello Stato, soprattutto riesce il tentativo fascista di creare uno Stato etico, uno Stato cioè che detti l’etica, persino l’etica individuale e cioè che arrivi a determinare qual è il significato della vita delle persone? Sono piuttosto d’accordo con gli studiosi che parlano addirittura di religione politica. Il fascismo ha una pretesa enorme, non gli basta che non ci siamo oppositori, non gli basta perseguitare gli antifascisti, vuole creare l’italiano nuovo e questo italiano nuovo, siccome non gli piace l’italiano vecchio, quello che a noi invece è piaciuto, come ho tentato di spiegarvi questa mattina, il fascismo vuole determinare quale sia addirittura il senso della vita delle persone e pensa di costituire uno Stato in gergo noi diciamo organico, con una visione organicistica in cui i corpi sociali, i luoghi dove si fa cultura, gli enti economici, tutto ciò che esiste, esista in funzione degli scopi dello Stato totalitario. D’altra parte questa cosa c’è scritta già nella Carta del lavoro, a metà degli anni ’20.
Riesce questo progetto? Ci sono le Leggi fascistissime naturalmente, a metà della seconda sezione della mostra, che cancellano tantissimo, cancellano i partiti tranne quello fascista, cancellano la libertà di stampa, cancellano le autonomie locali etc.etc.etc. Che cosa rimane vivo? Qualcosa ha tenuto, ci siamo chiesti noi? O tutto è stato sommerso? Quelle energie che hanno dato vita a questa incredibile ricchezza che noi abbiamo incontrato nella mostra, qualcosa di quel mondo è sopravvissuto? Noi abbiamo provato a scovarlo, certo nel nostro piccolo, ben consapevoli che molte cose non le abbiamo viste e di molte non abbiamo potuto parlare. Seguendo il filo logico della prima sezione ci siamo, ad esempio, chiesti che cosa ne è stato del vecchio movimento cattolico, anche perché sapevamo che il vecchio movimento cattolico era morto, grosso modo, nel decennio precedente, in età giolittiana, era stato trasformato dallo stesso Papa Pio X, il quale temendo che l’Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici, di cui abbiamo parlato ieri, diventasse un partito politico nelle mani dei giovani democratici cristiani come Murri, l’aveva sciolta. Che cosa ne è stata di quella incredibile vitalità sociale di quei protagonisti? Probabilmente si sono cercate delle alternative, la stessa Chiesa ha cercato dei nuovi strumenti di presenza nella società italiana, nuovi, diversi dal passato, potremmo dire più belli o più brutti, a seconda delle prospettive, ma i tempi erano quelli che erano e questi nuovi strumenti, in un certo senso misurandosi con il mondo non particolarmente bello che avevano di fronte e acquisendo alcune caratteristiche anche di questo mondo, hanno trovato come degli spazi di manovra in cui potersi inserire e in cui poter continuare a tutelare almeno qualcosa della vitalità sociale di cui tanto stiamo parlando. Nella mostra ne troverete alcuni, troverete la nuova Azione Cattolica, rinnovata dagli statuti del 1923, un’Azione Cattolica che agli studenti ha fatto un strano effetto, perché quando io tentavo di spiegare loro che in certi momenti almeno ha creato dei luoghi che erano un po’ delle zone franche per l’educazione degli italiani rispetto all’omologazione fascista, gli studenti mi hanno detto: “ma scusi, che cosa c’entra con la sussidiarietà, è un organizzazione assolutamente accentrata, verticistica, nelle mani del Pontefice, i laici sono solo gli esecutori della gerarchia, qua di sussidiario non c’è proprio niente!” Certo se la mettiamo in questi termini è vero, solo che poi abbiamo visto che in realtà proprio questo mondo ha creato delle figure vivacissime, capaci di incidere nel destino delle persone, molto più dell’associazionismo falso di regime. Allora abbiamo studiato questo contesto, adesso io non mi dilungo perché non voglio continuare, se leggerete il catalogo della mostra troverete qualcosa di più, forse ci saranno altri momenti per parlarne, poi abbiamo studiato l’Università Cattolica e l’abbiamo studiata ed anche qui gli studenti mi hanno detto: “ma scusi, cosa c’entra con la sussidiarietà?” L’Università Cattolica è nata per creare una nuova classe dirigente, cioè con la prospettiva di conquistare le istituzioni e di creare un nuovo Stato cattolico, integralmente cattolico ed allora mi dicevano loro: noi questa questione della sussidiarietà c’è la vediamo poco. Ci siamo però resi conto, via via, che questa stessa Università è stato frutto di quella storia del movimento cattolico di cui tanto abbiamo parlato, su cui tanto abbiamo riflettuto. Abbiamo capito che è anche una esperienza piuttosto unica in Italia, perché è l’unica Università che nasce davvero dal basso, che nasce con i soldi dei poveri. Nel pannello, credo, trovate questa scoperta che hanno fatto i ragazzi, che cioè i primi finanziamenti sono arrivati da un sanatorio. Gemelli si è rivolto agli industriali, ai banchieri, che invece si sono dimostrati un po’ tirchi, almeno all’inizio. E’ incominciata perciò questa incredibile colletta, soprattutto attraverso la gioventù femminile di A.C. Armida Barelli, che ha permesso la fondazione di un ateneo che aveva sì la prospettiva di conquistare lo Stato, ma tutto ciò era l’esito del processo che era iniziato prima e che riguarda questo passaggio dalla contestazione alla partecipazione di cui parlavamo ieri. Allora è rimasto in vita veramente tanto, a tal punto che il regime si è molto preoccupato. In fondo se questi soggetti non fossero stati rilevanti, non ci sarebbe stato nessun problema nemmeno per il Duce, invece il Duce, il problema della Chiesa ce l’aveva, il problema dei cattolici ce l’aveva, dell’Azione cattolica pure e persino dell’Università di Agostino Gemelli, che pure ha la fama di essere uno dei rettori più fascisti d’Italia, almeno secondo quanto scrivono alcuni miei colleghi. Allora abbiamo studiato anche i momenti di tensione, li troverete nella mostra, io non voglio dire anche questo. Troverete i momenti di tensione, di scontro, in cui emergono due modelli di educazione degli italiani che sono decisamente antitetici. Per dirla solo con una battuta di una studiosa che abbiamo citato nei pannelli: i bambini italiani durante il sabato fascista imparavano ad usare il moschetto, a domenica negli oratori, nei vari rami dell’Azione Cattolica dedicati a loro, imparavano ben altri valori, imparavano, avevano un punto di riferimento diverso che non era quello del regime. In sostanza l’italiano nuovo che il fascismo voleva creare non è stato creato anche perché esistevano queste alternative. Noi abbiamo voluto sottolineare questo aspetto, lasciando più in ombra altre esperienze altrettanto nobili, che sono quelle degli antifascisti che più si conoscono, che però purtroppo a questo punto erano all’estero, in clandestinità o al confino etc… Ci siamo interrogati su cosa ne era della società e dei suoi punti di riferimento anche proprio dal punto di vista delle masse popolari.

SARA FARÈ:
Ringrazio la professoressa. Nel 1930 in Italia il regime fascista deve fare i conti con la crisi economica, quindi volevo chiedere al professor Bressan, come reagisce lo Stato fascista di fronte alla crisi? E più in generale, che cosa cambia in questo momento nel rapporto tra lo Stato e la società? Grazie.

EDOARDO BRESSAN:
La crisi, la grande crisi economica che dal 1929 si era propagata in tutto il mondo, in Europa, in Italia segna profondamente il decennio degli anni ’30 ed è una crisi che certamente ha molte ragioni che qui non possiamo ricordare, che esplode come crisi finanziaria, borsistica ma che poi, attenzione, si sposta sul piano dell’economia reale e sono i milioni di disoccupati degli Stati Uniti, di tanti Paesi europei, della Germania, favorendo tra l’altro non poco il successo del nazionalsocialismo. Sono le difficili condizioni, al di là della retorica del regime, degli italiani e soprattutto dei ceti più deboli. Non dimentichiamo che le organizzazioni assistenziali del partito fascista organizzano i ranci del popolo nelle città italiane, queste mense dove si andava proprio perché non c’era la possibilità di tirare avanti altrimenti, i dormitori popolari, la distribuzione di generi alimentari e di coperte alle famiglie. La rivista del fascio milanese ne dà conto per un po’ di anni, e poi il regime si accorge che questo avrebbe dato un’immagine ancor che realistica troppo negativa della situazione di quel momento, una situazione grave alla quale gli stati rispondono con un intervento pubblico nell’economia. Ecco, è questo il vero cambiamento dal New Deal del presidente Roosevelt negli Stati Uniti alle politiche espansive di diversi stati europei, alle scelte del fascismo che troverete documentate nella mostra, per esempio con l’accenno che viene fatto alla nascita dell’IRI e ad altri appunto interventi di questo tipo. E’ un mutamento irreversibile. Lo Stato diventa a questo punto controllore, per certi versi protagonista diretto dell’attività economica. Adesso noi non possiamo valutare le conseguenze, che sono conseguenze di lungo periodo, però è interessante vedere questo elemento che poi si ripropone in maniera così notevole nel secondo dopo guerra. Mi permetto solo un cenno che magari sarà poi ripreso dalla professoressa Bocci: è interessante vedere come il pensiero, la dottrina sociale della Chiesa colga questo aspetto e l’enciclica Quadragesimo anno che già ricordavamo ieri, sottolinea di fronte a questa crisi, di fronte a questa crisi del capitalismo finanziario, dell’imperialismo internazionale del denaro, che poi finisce però per travolgere la vita di tutti, sottolinea la necessità di un intervento riequilibratore dello Stato nel campo strettamente economico ma anche in quello che si sarebbe chiamato delle politiche di Welfare state. Il Welfare state nasce poi come idea non a caso in quel decennio. C’è un’osservazione che però va fatta conclusivamente. Ecco, da parte di Pio XI la legittimazione, la sottolineatura dell’importanza dell’intervento statale, dell’intervento pubblico in genere, si accompagna, e non a caso proprio nella Quadragesimo anno, con la formulazione precisa e puntuale del principio di sussidiarietà. C’è il professor Feliciani che ha studiato molto bene queste cose e ci ha proprio mostrato come nell’elaborazione del pontefice sia chiaro questo qui: lo stato deve intervenire non per soffocare la società ma per aiutarla a sviluppare le proprie potenzialità, le proprie risorse, le proprie energie. Come sarebbe andata poi, è un’altra storia, ma è interessante vedere come appunto il magistero sociale, proprio in questo momento, sottolinei con forza il principio di sussidiarietà.

SARA FARÈ:
Quindi Professor Zardin, si può dire che il progetto di rivoluzione antropologica dell’uomo, portato avanti in questi anni da Mussolini, sia fallito? Da dove nasce la resistenza al regime fascista a cui si assiste negli anni dal ’43 al ’45?

DANILO ZARDIN:
Questo tema è di grande importanza, è stato anche già accennato nella risposta che ha dato Maria Bocci. Tra l’altro mi è capitato di ritrovare, nei materiali che abbiamo accumulato nel corso della preparazione della mostra, un promemoria dove questa idea di una dialettica tra le forze espressive della società e il ruolo di controllo di un sistema di potere totalitario, che comincia a ramificarsi in modo capillare nel tessuto della società italiana, era già indicato come uno dei punti più significativi su cui lavorare per elaborare un discorso sul percorso storico dei 150 anni. Come piccola curiosità voglio segnalare anche la data di questo promemoria. È la data del 4 ottobre 2010, quindi vuol dire che all’inizio dell’autunno dello scorso anno, proprio all’inizio del primo abbozzo del progetto della nostra mostra era emersa questa esigenza di mettere a fuoco, di misurare, per così dire, l’efficacia distruttiva di quella che è stata chiamata anche stamattina desertificazione del tessuto italiano, operata dal progetto di totalitarismo fascista. In questo piccolo promemoria, proprio leggo solo due righe significative, si dice: “sarebbe interessante scavare sui margini di vitalità e di costruzione lasciati aperti durante il periodo fascista. Anche come necessità di reazione, di difesa la parte dei mondi vitali della società civile, mondo cattolico ma anche comunità locali, mondo popolare etc., a fronte dell’avanzata del progetto di inglobamento totalitario. Il potere può soffocare e manipolare, distorcendo a proprio vantaggio quello che esiste, ma un’altra cosa è la conquista totale che elimina ogni residuo di diversità”. E quindi il giudizio che emerge dalla mostra è proprio questo, la sottolineatura del limite di riuscita del progetto di trasformazione antropologica della coscienza degli italiani. Un conto è l’adesione di massa al fascismo, l’accettazione del fascismo come sistema di controllo autoritario del potere, un conto è l’immedesimazione nei principi culturali, per così dire, nel progetto ideologico che stava dietro la conquista dello Stato da parte del potere fascista. Questa assimilazione del modello antropologico, dell’idea di uomo che ha animato il progetto di egemonia del fascismo, dai dati che emergono anche dai frutti della ricerca portata avanti nel corso di quest’anno, segnano comunque un limite. In uno dei pannelli viene sottolineato questo tema di una resistenza degli animi, è un’espressione molto interessante, di una resistenza morale che viene denunciata anche dalle spie fasciste. C’è un dispaccio informativo del 1934, che è riportato anche nel catalogo, riferito significativamente al fondatore dell’Università Cattolica, Padre Gemelli, in cui appunto i corpi di polizia del sistema fascista individuano il rischio, quello che per loro è un rischio, una minaccia, della creazione di luoghi appunto di resistenza magari implicita, non pubblica, non aperta, di forze di senso che si vanno costituendo come in una rete semiclandestina, ancora debole, ancora poco efficace. I frutti di questa resistenza morale sono accennati in diversi altri punti del percorso. Pur in un sistema di grande compressione di tutti gli spazi di manovra, pur di fronte all’intensificazione oppressiva del controllo anche poliziesco del sistema fascista, ci sono le tracce di gruppi, magari deboli, che hanno avuto una vita limitata nel tempo, in cui si coagulano delle forze di resistenza. A fianco delle istituzioni dell’associazionismo cattolico, a fianco del ruolo educativo dell’Azione Cattolica che è stato ricordato anche prima, c’è scritto per esempio la nascita, nel 1928 – è un episodio che viene ricordato nella mostra – di un gruppo, di un Movimento guelfo di azione che nasce a Milano intorno alla figura di Pietro Malvestiti. Sono riportati nel libro catalogo della mostra alcuni passaggi significativi dei loro programmi, del loro modo di porsi di fronte al rischio di espansione continua del controllo totalitario. Per esempio, nei programmi del Movimento guelfo, leggo solo questa riga e mezza: “la nostra sia oggi opera organizzata di educazione. Organizzare l’educazione, contendere al fascismo il cuore del bimbo, la volontà del giovane, il pensiero dell’uomo”. Ma non sono solo i cattolici che pongono le prime radici, le prime premesse di questa opposizione latente, ancora implicita. Nello stesso 1928 nasce anche un gruppo, un movimento di anti-fascisti liberali, intorno a Lauro de Bosis, che finisce poi tragicamente la sua esistenza nel corso di un’operazione di volantinaggio aereo sulla città di Roma, nel corso della quale erano stati distribuiti e lanciati 400.000 volantini sulla città. È riportato anche nel catalogo uno dei programmi di questo movimento, di questo gruppo di opposizione al fascismo di ispirazione laica, di ispirazione liberale, con alcuni punti molto efficaci, molto significativi: “Non assistere a nessuna cerimonia fascista, non fumare, il fumo rende al fascismo oltre 3 miliardi l’anno, tanto di che pagare tutti i suoi sbirri. Abbi fede nell’Italia e nella libertà, forma una catena di amici fidati su cui puoi contare per ogni evenienza”. Ecco, questi margini di, possiamo dire, riserva critica, di resistenza non militante, non di tipo politico, non di tipo aperto, secondo noi sono anche le radici che hanno posto le premesse di una rete di solidarietà che costituisce probabilmente il retroterra etico, quell’humus di sostegno sociale dentro il quale ha potuto poi attecchire anche l’organizzazione, la rete di una opposizione più esplicita, più aperta, più decisa al fascismo, che maturerà durante la crisi involutiva del regime, durante la guerra, dopo il crollo del fascismo e dopo il ’43 e che confluirà poi nel fenomeno della resistenza. Ma la resistenza armata non sarebbe comprensibile, sarebbe solo un fiore nel deserto, qualcosa di inspiegabile senza appunto ricollegarla a queste radici più diffuse, più capillari, più radicate nel tessuto sociale italiano, dove emergeva questo recupero, dove è potuto emergere questo recupero di un senso di solidarietà, di attenzione al bisogno degli altri, di pietà per l’uomo – è una delle formule che abbiamo individuato e che la mostra tenta di proporre. Un senso di pietà dove, fra l’altro, la matrice religiosa di quel tessuto culturale che costituisce il punto di inizio della prima sezione della mostra, in qualche modo rifiorisce, riemerge in forme nuove, in forme adeguate ad una circostanza completamente mutata. Un senso di compassione, di solidarietà che si esprime in modo significativo, per esempio, nell’aiuto alla popolazione ebraica, nell’aiuto appunto concesso per la fuga all’estero per salvarsi appunto dal rischio della deportazione. Il fenomeno di questa solidarietà, che trova un suo appoggio significativo nel mondo cattolico, e questo è molto importante, è l’ultimo punto che voglio sottolineare, è una pietà per l’uomo. Una compassione che va al di là delle appartenenze politiche, delle scelte ideologiche e che, dalla sua matrice religiosa, si estende, può essere condivisa, può essere re-interpretata con significati diversi anche da altre forze, da altri gruppi. Diventa come un patrimonio comune che si esprime anche in forme organizzative legate ad altri presupposti ideali, ad altre visioni dell’uomo. In questo è significativo che questo tema di una matrice religiosa, che costituiva come il pilastro di quello che abbiamo chiamato la tradizione culturale italiana, è stato capace come di riemergere, di produrre dei frutti nuovi nel momento in cui la cappa di controllo del potere fascista mostra tutte le sue brecce, comincia a sgretolarsi e dà avvio al cammino di ricostruzione di una nuova realtà della società e dello Stato italiano.

MARIA BOCCI:
Io, su quest’ultimo argomento, mi permetto di intervenire, anche di fare un’azione un po’ di forza, fuori dal copione, perché vorrei che ci raccontasse qualcosa una persona che ci ha molto aiutato e che ha lavorato soprattutto sugli aspetti di cui ci sta parlando ora il professor Zardin. Questa persona è una dottoranda dell’Università Cattolica, si chiama Marta, e quindi da me costretta vorrei che ci raccontasse che cosa l’ha colpita. Perché a me l’ha raccontato e quindi ha colpito me il suo racconto, che cosa l’ha colpita delle reti di solidarietà che ha studiato e di cui così bene si racconta nel catalogo della mostra che lei ha contribuito a scrivere. Vieni Marta.

MARTA:
Ah sto in piedi, tanto faccio velocissima. Studiando per questa mostra ci siamo domandati: che cosa era rimasto dopo la distruzione fascista, che cosa aveva poi potuto portare nel ’43 una resistenza armata? Mettendoci a studiare queste cose abbiamo scoperto in realtà una società ancora capace di organizzarsi. In che senso? Nel ’39, nasce questa associazione, da un gruppo di ebrei italiani, che si chiama Delasem e che aveva lo scopo di aiutare gli ebrei stranieri ad espatriare. Quindi dalla Germania venivano fatti entrare in Italia e poi fatti espatriare o in Svizzera o in America. Cosa succede, che con l’arrivo delle truppe naziste in Italia e anche con l’inasprirsi delle leggi razziali in Italia, di fatto questa associazione rischia di fallire, perché molti degli ebrei che l’anno costituita devono scappare all’estero, soprattutto in Svizzera per salvarsi, perché loro stessi colpiti dalle leggi razziali. Per cui, in particolare Valobra che era stato il fondatore, va dal Cardinale Botto, che era Arcivescovo di Genova e gli chiede: puoi tu portare avanti questo lavoro? E da lì nasce tutta una rete, tra il ’43 e il ’45 che salva centinaia di ebrei. Organizzata su tutto il territorio nazionale, benché in quel momento anche solo riuscire a tenere i collegamenti tra il sud Italia e le zone occupate al nord fosse difficilissimo, è di fatto una rete di parrocchie, sacerdoti, soprattutto i vescovi, Schuster a Milano con un gruppo di preti, che portano avanti questa associazione. E in particolare è un esempio bellissimo per la collaborazione tra il mondo ebraico e il mondo cattolico, che fa vedere appunto una società viva e capace di collaborare e di organizzarsi. Per esempio a Firenze nasce uno dei punti centrali dell’organizzazione nazionale, che è il Comitato Ebraico Cristiano di Firenze, nato in collaborazione tra il rabbino della città di Firenze e il Cardinale di Firenze.

SARA FARÈ:
Ringraziamo la Marta. Abbiamo lo spazio per qualche domanda, se qualcosa non è stato chiaro.

DOMANDA:
Io volevo solo aggiungere a quello che ho sentito e che mi interessa tantissimo, anche perché insegno storia e filosofia, che proprio nel ’28 viene silurato l’Arcivescovo Anastasio Rossi, perché troppo fascista. Già caduto in disgrazia tra i suoi preti, perché abbandonò nel ’17 le popolazioni all’arrivo degli Austriaci, seguendo quella parte della borghesia che era andata soprattutto a Firenze, mentre i parroci rimangono ben saldi con la popolazione, e sono gli unici intellettuali che rimangono, quindi già in lite per quel motivo, viene accusato dai suoi stessi preti di essere troppo attaccato al regime. Tra gli artefici di questo boicottaggio dell’Arcivescovo ci sono alcuni arcipreti che poi finiranno al confino, tra essi c’era Protasio Gori, Monsignor Protasio Gori, che insegnava teologia morale lì, in seminario, che finisce al confino. Condannato a cinque anni, dopo un anno si riuscirà in qualche modo a liberarlo da questa triste soluzione. C’era un altro Monsignore tostissimo, che si chiamava Vale, ed era bibliotecario della biblioteca del seminario, il quale, siccome, credo, non so se voi mi confermate, il fascismo aveva introdotto l’ora legale, lui andava sempre in giro con l’orologio sballato d’estate, perché diceva che il tempo e le ore le ha stabilite Dio e quindi non può il regime cambiare il senso delle giornate. Grazie.

SARA FARÈ:
Una domanda?

DOMANDA:
No vorrei fare soltanto un’osservazione, dopo aver visto la mostra questa mattina, mi sembra con molta attenzione. Cioè dal ’43 al ’47 con strascichi nel ’48, noi abbiamo avuto a che fare con un altro totalitarismo che è quello comunista. Mentalità e pratica violenta, per cui, secondo me, questo è un aspetto da rilevare, cioè la capacità di resistere a questa seconda forma di totalitarismo ed essere riusciti a non rimanere invischiati nei pericoli molto forti che abbiamo corso in questi anni.

SARA FARÈ:
Se ci sono domande.

DOMANDA:
Mah, io intanto vi ringrazio, è sempre interessantissimo sia la mostra che… D’altra parte non si capirebbe la DC e De Gasperi se non ci fosse un retroterra sociale a cui lui si richiama e che era sopravvissuto al fascismo. Però volevo chiosare con Augusto del Noce. Augusto del Noce è fondamentale perché nell’interpretazione della storia, lui si pone un problema filosofico, che però non è secondario. È fondamentale perché la sua lettura del fascismo, da vero cattolico antifascista e molto isolato, negli anni in cui la gerarchia, perché diciamo le cose come stanno, il Vaticano, l’Università Cattolica erano molto schierati a favore del fascismo, almeno nella loro ufficialità, elabora una visione, un’interpretazione del fascismo importantissima, perché è quella che illumina il lavoro di Renzo de Felice. Renzo de Felice, quando scrive la sua monumentale opera su Mussolini si richiama a Del Noce, esplicitamente, e Massimo Borghesi in questo bellissimo libro che presenteremo anche qui al Meeting, in cui ricostruisce la vicenda di Del Noce, tira fuori una cosa straordinaria anche per voi, secondo me, storici di professione. Tira fuori il fatto che De Felice scrive la sua originaria introduzione del primo volume, che decide di chiamare “Mussolini il rivoluzionario” per l’interpretazione che Del Noce dà del fenomeno fascista e Cantimori che è il suo grande, diciamo, barone, se così si può dire, il suo grande protettore, glielo censura, dice: “Guarda, non puoi fare una introduzione in cui citi così tanto Del Noce”. De Felice però insiste e lascia il titolo del suo primo e importantissimo, come voi sapete meglio di me, saggio, immutato, lascia “Mussolini, il rivoluzionario”. Ed è fondamentale, perché, se Mussolini è, come dice tanta lettura del fascismo, l’esito naturale del peggio dell’Italia, della nostra storia, in cui c’è dentro la Chiesa Cattolica, i cattolici sono spappolati, spazzati via anche nel dopoguerra; se invece Mussolini nasce come reazione interna di quello che Del Noce dice essere l’idealismo, e comunque nasce come socialista, non solo è un fatto storico vero, ma l’interpretazione di Del Noce salva in qualche modo proprio quello che state raccontando voi, cioè che la realtà cattolica di base è dall’altra parte e naturaliter antifascista, anche se la gerarchia e la cultura cattolica ufficiale arrivano a dei compromessi. Mi sembra importante sottolineare questo, perché giustamente il lavoro di De Felice è il lavoro capitale nella lettura anche storica del fascismo oggi, ed è straordinario che sia stato informato, influenzato da un cattolico come Augusto Del Noce, per certi versi isolato e anomalo rispetto alla cultura cattolica ufficiale italiana.

SARA FARÈ:
Se facciamo domande più sintetiche, così abbiamo 10 minuti.

DOMANDA:
Che importanza ha avuto il re nel montaggio e nello smontaggio del fascismo? Perché l’ha fatto andare avanti? Allora lo poteva fermare, con le forze militari che erano a Roma. Ho sentito dire che non si può attribuire così facilmente la qualifica di totalitarismo al fascismo, perché è rimasto il re al potere, è rimasta la Chiesa. Cioè, vorrei dire, in Russia era sparito tutto….., poi anche gli stessi avversari del fascismo andavano a Ventotene al calduccio. Invece chi era stato sotto Stalin andava a buggerare nei lager fino all’89/90 e chi era sotto Hitler moriva bruciato. Quindi c’è una bella differenza da come venivano trattati gli avversari. Poi anche per dire, Sturzo è stato sacrificato, pensando che arrivare al Concordato poteva essere una soluzione migliore ….

DOMANDA:
Grazie. A me ha molto colpito sul tema della resistenza il libro di Martelli Una guerra e due resistenze, che mi sembra implicitamente sia stato richiamato dai vostri interventi. Quello che mi chiedevo e che mi interessava era di capire, magari attraverso la mostra, come non solo questo totalitarismo sia potuto emergere dalla società italiana, che pure è una società, come abbiamo visto, dinamica, pluralista. Perché proprio nella nostra cultura?

EDOARDO BRESSAN:
Mi parte che gli interventi integrino assai bene i contenuti della mostra, Né che ci sia una difformità tra quanto emerge dalla mostra stessa ad alcune osservazioni. E’ stato detto ora che Università Cattolica, il Vaticano, la Chiesa erano filo-fascisti, però, aggiungendo, nella loro ufficialità. Ecco, questo mi sembra il punto su cui ragionare. Ci sono esigenze di cui non si poteva non tener conto, l’ha detto anche il penultimo intervento, c’era la Questione Romana da risolvere, c’era una proiezione planetaria della Santa Sede da assicurare, c’era comunque una necessità di mantenere l’ordine costituito, questa preoccupazione che poi è la preoccupazione del Re. Il re torna arrabbiatissimo a Roma e dice che firma lo stato d’assedio. La mattina ci sono già per Roma dei manifesti con lo stato d’assedio, con la proclamazione dello stato d’assedio. Non ci sarebbe stata partita, l’esercito italiano era un esercito armato, potente, reduce da una guerra vittoriosa. La marcia su Roma è un’invenzione della propaganda fascista, non è mai avvenuta. I fascisti stanno tutti fuori Roma, sotto una pioggia battente, male armati. Sarebbe stato molto facile risolverlo militarmente. Ecco, sono le preoccupazioni che invece hanno purtroppo fatto andare le cose in un’altra direzione. Io non credo che però con questo la Chiesa italiana, il cattolicesimo italiano, lo diceva bene prima Danilo Zardin, siano stati fascisti. Quando un certo fascismo, per esempio un fascismo di confine, a me ben noto, supera la misura a Udine, a Trieste, a Gorizia, insomma non è possibile che si continui in una vicinanza così stretta. Ecco, né io credo che questo poi sia lontano dalla prospettiva “delnociana”. Certo il fascismo è un tentativo rivoluzionario, è molto vero questo, Mussolini lo aveva ben presente, “O Roma, o Mosca, o me, o Lenin”, quindi il fascismo era immaginato come uno sbocco della crisi italiana. Ma domandiamoci davvero, e concludo, che cosa c’era, o che cosa ci poteva essere di vero in tutto questo, perché qui comincia qualche problema. Certo il fascismo rivoluzionario. Ma che cosa fa il fascismo dal 1919 in avanti, chi lo finanzia, chi lo paga, dove viene fatta la riunione di San Sepolcro, perché bruciare i circoli socialisti o la sede dell’Avanti, piuttosto che i circoli cattolici, era l’unica cosa che sapevano fare i fascisti dal 1920 al 1922? Perché centinaia di persone sono state uccise o colpite o intimidite per le loro idee? Il fascismo aveva, e non dimentichiamocelo, questo volto violento e profondamente reazionario e anche l’idea poi di dare uno sbocco a quei problemi sociali che abbiamo visto prima, quanto era reale? Trovate in mostra un pannello sul corporativismo, ma dice bene Pio XI: non è il nostro corporativismo, questo è un corporativismo di stato, un esperimento corporativo fascista, va bene per i dibattiti con Ugo Spirito, con i fascisti di sinistra, con tutta la retorica della terza via, ma la concretezza, la vita quotidiana dei ceti più deboli italiani, degli operai, dei contadini, non è sicuramente, diciamo così, favorita da queste politiche, Certo, c’è l’intervento dello stato, c’è la creazione di un sistema sociale come avviene in altre parti d’Europa, ma a che prezzo? A prezzo della fine di tutte le libertà sindacali e associative, e a prezzo anche e probabilmente, è vero, si può riscontrare in una comparazione, di un minor aumento del tenore di vita e del benessere. Nella mostra andate a vedere quali erano poi le condizioni dell’Italia uscita dalla guerra. Ecco, io credo che sia molto vero quello che hanno detto i miei colleghi, c’era però una riserva, una riserva morale, ideale, sociale che ha consentito di andare oltre, sarà il tema di domani, di scrivere la Costituzione, di ricostruire il Paese. Ecco, io vorrei che non ci dimenticassimo appunto anche questi aspetti.

SARA FARÈ:
Ringrazio per gli ultimi interventi, le ultime domande, che sono stati utili a completare e concludere questo percorso. Ricordo che se ci sono altre domande, le guide sono sempre disponibili a rispondervi. Ringrazio ancora i professori e i relatori della mostra e ricordo a tutti i prossimi incontri, specialmente quello di domani alle 13.45, sulla terza sezione della mostra, dell’Assemblea Costituente. Grazie a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2011

Ora

13:45

Edizione

2011

Luogo

PAD. B5
Categoria