STORIE DAL MONDO. THE SILENT CHAOS - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. THE SILENT CHAOS

Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Antonio Spanò, Regista. Produzione: Office Number Four. Partecipano: l’Autore; Gian Micalessin, Giornalista. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

STORIE DAL MONDO. THE SILENT CHAOS
Ore: 19.00 Sala D3
Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Antonio Spanò, Regista. Produzione: Office Number Four. Partecipa l’Autore.

ROBERTO FONTOLAN:
In apertura di questo nostro incontro, vorrei intanto ricordare a tutti voi l’appello per i cristiani perseguitati che potete firmare nelle diverse postazioni presenti al Meeting. In secondo luogo questa sera vedremo un reportage veramente originale, drammatico e commovente. Lascio la presentazione a Gian, ma vorrei dire che Antonio Spanò, che è il regista, è insieme l’autore di questo documentario. La loro è una storia un po’ particolare, perché sono dei giovani, meglio ex giovani, profondamente innamorati di questo lavoro, del lavoro del reporter, del documentarista, del racconto visivo, televisivo. Questo documentario, che vedremo questa sera, sta girando molti festival, sta vincendo dei premi, ed è frutto della passione di questo gruppo di ragazzi, quasi ex-ragazzi, possiamo dire così, che hanno cominciato qualche anno fa. Noi ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando avevano fatto un primo lavoro veramente avventuroso sul Kurdistan, e oggi sono qui con questo reportage che adesso Gian presenterà, e che è arrivato in finale ai David di Donatello e che sta ottenendo diversi premi in tutto il mondo. Gian, a te la parola.

GIAN MICALESSIN:
Beh, grazie mille innanzitutto al pubblico del Meeting. Il mio applauso è per voi che riempite questa sala, tantissimi, noi siamo abituati, quando facciamo le conferenze nelle grandi città, ad essere fortunati se abbiamo 50-100 persone che ascoltano le nostre storie del mondo. E qui al Meeting è veramente una gioia e una soddisfazione parlare davanti a voi, per questo vi ringrazio anche questa sera. Ma voglio ringraziare innanzitutto Antonio, perché Antonio è riuscito con questo reportage, con questo documentario, a stupirmi. Non riesco a stupirmi più tanto spesso, perché faccio questo lavoro dal 1983, quindi sono 30 anni ad agosto di quest’anno, da quando andavo in Afghanistan le prime volte, quindi di guerre ne ho viste parecchie, e purtroppo questo è un lavoro che ti porta nei luoghi più sfortunati del mondo. Ma come ho detto, Antonio è riuscito a scendere col suo reportage, reportage che vedrete, a scendere in uno degli ultimi gironi dell’inferno della disperazione. C’è la guerra del Congo, una guerra dimenticata, una guerra che spesso non vediamo, una guerra che nessuno vuole raccontare, una guerra dove la tragedia e gli orrori raggiungono l’apice. Antonio è andato in Congo e ci racconta la storia degli sfortunati tra gli sfortunati: degli abitanti dell’ultimo girone di questo inferno, una piccola comunità di sordomuti, una comunità di handicappati che già vivono un’esistenza sfortunata, perché in Africa chi porta un handicap è non solo ai margini della società, ma è indicato come un personaggio, una persona, che per qualche sortilegio, per qualche magia, si è meritato quell’handicap. E quindi sono già discriminati, vivono già con sofferenza. Ma voi pensate cosa significa essere privi di un senso fondamentale come l’udito in mezzo ad una guerra. Significa non ascoltare e non udire il rumore delle bombe, dei proiettili, significa non poter farsi ascoltare quando si ha bisogno di aiuto. Ecco, questo è l’inferno dei dannati del Kibu che non possono parlare. Lo guardiamo assieme e ci vediamo dopo la proiezione, grazie mille.

“Video”

GIAN MICALESSIN:
Piccolo problema tecnico: mancano i sottotoli, che in un film girato con i sordomuti sono abbastanza fondamentali. Perché magari il linguaggio del Kibu lo capite, quello dei sordomuti è un po’ più difficile, quindi se ci date un attimino, cinque minuti, risolviamo anche questo piccolo problema. È un problema del proiettore, eh, lui li aveva messi

“Video”

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, una grande emozione, un lavoro di immagine, di visione, e Gian introduce così le nostre riflessioni, come ieri sera. Chi volesse approfittare della presenza dell’autore e anche del suo gruppo di collaboratori, sono presenti in sala, davanti. E come dicevo, appunto, se ci sono delle domande, delle osservazioni… Ah, ecco, stasera abbiamo il microfono che gira, così si può alzare la mano senza venire in fila qui. Allora, Gian, introduci.

GIAN MICALESSIN:
La prima volta che l’ho visto, l’ho giudicato un documentario impressionista, perché è un documentario che con poche pennellate ci racconta da una parte la bellezza sconfinata dell’Africa, i suoi spazi, le sue ricchezze, le enormi contraddizioni, e dall’altra ci porta dentro il dramma di queste persone, di questi esseri umani che sono i sordomuti, che ci raccontano il dramma nel dramma. Ecco, mi è piaciuto molto come Antonio ha raccontato, come ha messo insieme i pezzi di questo reportage, senza fare grandi racconti, grandi spiegazioni, lasciandoci così capire e intravedere. E soprattutto vedendo in questa bellezza dell’Africa, perché il Congo tra l’altro è uno dei posti più belli dell’Africa, in questi colori del mondo, questa storia che è una storia quasi ai confini dell’umanità, una storia che è quasi post-nucleare. E anche le musiche che ci accompagnano, le musiche che ricordano molto le sonorità di Blade Runner, quindi qualcosa al di fuori del nostro tempo, che avviene quasi sospesa in un nulla futurista, così, post-nucleare. Questo mi piaceva. Però, ecco, la prima domanda la faccio io, ed è la classica domanda che fanno i giornalisti: come avete trovato questa storia?

ANTONIO SPANÒ:
Intanto buonasera a tutti, ringrazio Fontolan e Michele per l’invito e per la bellissima occasione che ci date. L’abbiamo trovata come al solito, la vita è fatta di incontri. Abbiamo incontrato un prete congolese, nella parrocchia di Chiusi, noi veniamo da Siena, e ci ha prospettato la possibilità di andare giù in Congo. E il Vescovo è stato così gentile da invitarci, mandarci una lettera di invito, e siamo andati giù in Congo. Volevamo riportare, perché è quello che rende felici – insieme a me sono venuti Edoardo e Francesco Picciolo, mio fratello Agostino, e abbiamo costituito questa piccola produzione di documentari – una delle guerre silenziose. Ricordo che è la guerra che dopo la Seconda Guerra Mondiale ha provocato più vittime, più di 5 milioni di morti. Eppure io non sapevo niente del Congo, non sapevamo niente, a parte che è più di 15 anni che è in corso una guerra civile. Abbiamo colto la palla al balzo, siamo andati giù e mi piacerebbe dirvi che partendo dall’Italia non ci avevamo neanche pensato ai sordi. È stato, anche lì, un altro incontro, il secondo giorno: avevamo la macchina rotta e siamo andati a visitare la scuola che avete visto nel filmato, e la cosa ci ha shoccato, ci ha commosso. Il film è venuto incontro a noi, perché volevamo riportare una guerra silenziosa, e appena abbiamo visto i sordi, hanno cominciato a raccontarci, abbiamo toccato con mano e visto con gli occhi le immani difficoltà che vivono, abbiamo detto, abbiamo pensato che erano perfetti per raccontare una guerra silenziosa. Quindi, è un documentario testimonianza, questo, non ho voluto fare un documentario di inchiesta, non ho voluto fare un documentario storico e addentrarmi nel ginepraio storico e tra le mille fazioni che sono sul campo. Ho voluto riportare, quello che mi interessa, cioè l’uomo, l’esperienza umana. Di qui il documentario testimonianza: son loro direttamente che raccontano, non c’è bisogno di aggiungere niente.

GIAN MICALESSIN:
La domanda che fa subito uno che fa questo mestiere è: come si parla, come si intervista un sordomuto?

ANTONIO SPANÒ:
E’ una lunga catena, molto difficoltosa. Le interviste erano lunghe perché facevamo la domanda al nostro interprete italiano, lui la traduceva in kinande, che è un dialetto, una delle 240 lingue che sono parlate nel Congo, poi l’insegnante, mentre ascoltava il kinande, la traduceva con la lingua dei segni, una lingua dei segni autoctona – loro hanno avuto dei libri di scuola americana e dei libri di scuola francese e hanno fatto un mischione, un mix all’africana, quindi parlano un sordo americano-italiano-francese. Siamo stati all’inizio del 2011 per poco più di un mese, ed il film è uscito all’inizio di quest’anno, perché riportare le traduzioni è stato davvero difficoltoso. Siamo tornati con più di 30 ore di interviste e volevamo la traduzione letterale, e lì abbiamo incontrato la voce fuori campo, che ora è un missionario congolese, che stava a Roma, ed è stato così gentile da tradurci. Lui è il fondatore della scuola, l’unica scuola elementare del Nord Kivu per sordi.

GIAN MICALESSIN:
Senti, io guardavo stasera nuovamente questo reportage, e la stessa sensazione che ho avuto la prima volta che l’ho guardato mi si è riproposta anche stasera: che le interviste fatte a questi sordi siano quasi più espressive, riescano a trasmettere più verità di quelle fatte ad una persona che parla.

ANTONIO SPANÒ:
Pochissimi degli udenti avevano voglia di parlare, avevano probabilmente paura, mentre i sordi erano desiderosi, morivano dalla voglia di comunicare la loro realtà, e di raccontarci la guerra. Infatti sono quasi gli unici contributi che ci raccontano e hanno riportato la tragedia della guerra. E questa voglia di comunicare si vede proprio. Bisogna tenere bene a mente che è una cultura orale, quella africana, quella dei Wanande, che è la tribù dove è stato girato il documentario, e la cultura viene trasmessa attraverso la parola. E chi non ha accesso alla parola e non può farsi udire, parlare, non può comunicare, è tagliato fuori, e non è tagliato fuori solo dalla realtà, dalla società, ma è tagliato fuori dalla stessa famiglia. Il film ha due grandi tematiche: la condizione dei sordi e, ovviamente, la guerra. L’anello di congiunzione è il ribelle Maimai che fa parte di un gruppo, possiamo paragonarli all’africana ai partigiani, ai nostri partigiani: delle milizie locali che difendono il territorio. E lo difendono con le armi della magia, combattono con le armi della magia. E quindi è servito per far capire quanto è presente, quanto ancora siano presenti gli elementi arcaici e mistici della magia all’interno della società. Queste credenze permettono di combattere e risultare invincibili in battaglia, ma sono le stesse che estromettono dalla società e che ti permettono di ripudiare, di bruciare, di uccidere, di mandar via tuo figlio.

ROBERTO FONTOLAN:
Io ho una mia domanda. Il film mi ha colpito molto, tutto quello che è stato detto naturalmente è vero. Ma c’è una frase, detta da una persona, proprio con la sua voce, che mi ha molto colpito. “Noi non è che soffriamo, noi moriamo”. Quel signore che era inquadrato mentre cercavano di costruire una casa, o ricostruire, non so quale fosse il contesto. Beh, mi ha molto colpito questa frase, perché è un po’, come dire, suggello della disperazione, no? Cioè l’idea che non è neanche la sofferenza, è proprio questo senso di ultimatività, che comunica un po’ questo mondo. Allora, volevo capire se tu, voi, vivendo lì in quel periodo, incontrando tutta questa gente, immergendovi nella loro vita di sordi o di non udenti, nella vita di questo posto, di questi posti, – la terra rossa, il traffico, la notte e tutte queste persone che camminano, camminano, camminano continuamente, è abbastanza impressionante, ti colpisce – avete visto anche, come dire, dei segni di vita, oltre che di tutta questa morte.

ANTONIO SPANÒ:
Grazie della domanda, hai colto nel segno. Nel film, nel documentario abbiamo riportato l’assenza del tempo, questa cappa quasi oppressiva, opprimente, di cupa disperazione, che abbiamo avvertito. Non c’è niente di romantico nel Nord Kivu, siamo abituati ai documentari, comunque ai reportage dall’Africa, che riportano anche i colori, la musica e i sorrisi. Nel Nord Kivu abbiamo visto sorridere pochissime persone, e questa è una cosa che ti colpisce. Mi ha colpito, quando eravamo lì, che i sordi erano quelli pieni di vita, quelli che avevano voglia di vivere, e quelli che lottavano. Si può dire che la società congolese, i cosiddetti normali, sono rassegnati, ormai, mentre questo contrasto con i sordi, che erano vogliosi di affermarsi e di vedere, credo si veda anche dalle immagini. Un’altra cosa che mi ha colpito è che vagano quasi senza meta, li incontri anche distanti dalla città, che camminano per queste strade lunghe, dove in un raggio di 30km non c’è niente, e ti viene naturale chiederti dove stiano andando quelle persone.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, ripeto, se c’è qualche osservazione, se no, io ho a mia volta un’altra domanda. Di questa guerra non si sa quasi nulla. Nel filmato si vedono soldati, si vedono forze dell’Onu, si vedono questi Maimai partigiani. Volevo chiederti, qual è un po’ il contesto, se ce lo puoi brevemente raccontare?

ANTONIO SPANÒ:
Mi dispiace per la proiezione, avevo preparato una copia in blue ray dove c’era un cappello iniziale che aiutava sicuramente lo spettatore che non conosce la realtà. È un Paese in guerra, è stato definito dagli storici contemporanei come il fallimento dello stato. È un Paese in guerra da 15 anni, soprattutto nella regione del Nord Kivu. La missione ONU è presente dal ’96 nel Congo, ci sono tantissimi interessi, e tantissime presenze di milizie armate: ci sono i ribelli ugandesi, che si rifugiano nel Nord Kivu, l’esercito regolare ruandese che ogni poco entra nei confini del Nord Kivu in Congo. Ci sono le milizie locali, che avete visto, i Maimai, l’esercito regolare. Sono talmente tanti gli elementi e le forze in gioco che è davvero il caos.

GIAN MICALESSIN:
L’impressione è che la guerra sia diventata parte della vita di ogni giorno, sia un elemento proprio comune, cioè nasci, vivi e muori con la guerra, non te ne libererai mai.

ROBERTO FONTOLAN:
Potremmo chiudere; no, fermi, fermi: c’è una volontaria in extremis!
Nel frattempo ricordo che il dvd del documentario è in vendita presso la libreria del Meeting, è l’unica nostra fonte di finanziamento, quindi se lo giudicate degno, insomma, ci aiutate. Sentiamo questa signora.

DOMANDA:
Mi son fatta avanti perché andrò a casa con un bellissimo ricordo di questo terribile, in un certo senso, documentario, che mi ha però lasciato una immagine bellissima, che io ho subito collegato al titolo di questo Meeting. Il bambino che ha imparato da solo, sordomuto, a fare il calzolaio. È una emergenza uomo positiva, la possibilità di una umanità che emerge da tutte le cattiverie del mondo.

GIAN MICALESSIN:
Grazie, molto vero, perché, come dico sempre io, ripetendo un po’ la frase di un mio amico che purtroppo è morto facendo questo mestiere, la guerra è il posto dove capisci facilmente chi sia lo stronzo e chi sia la persona che ti potrà aiutare. È una specie di filtro che estremizza un po’ la condizione umana, è dove l’uomo risalta in tutti i suoi difetti e in tutti i suoi valori, e anche nel Congo.. e anche nell’Africa martoriata da 15 anni di guerra succede questo.

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, in conclusione vorrei appunto anche ricordare una cosa che mi è piaciuta, che hai detto, che questo film vi è come venuto addosso. Voi siete andati con un altro progetto, e questa realtà fatta di incontri, fatta di queste persone, vi è entrata dentro e vi ha spinto a raccontarla, e questo è anche un bel modo di commentare il grande titolo del Meeting di quest’anno. Bene, io vi ringrazio tutti, domani non ci saremo, però ci sarà un altro appuntamento molto importante con il nostro amico Gian, perché alle 19.00, al Caffè letterario, presenta il suo libro Afghanistan solo andata insieme al ministro Mario Mauro. Noi con il nostro ciclo Storie dal Mondo ritorneremo Giovedì con un lavoro americano, sulla guerra in Iraq e sulla vita dei soldati americani.

GIAN MICALESSIN:
Un film che inizia nella provincia più disperata e più pericolosa dell’Afghanistan, con la più alta percentuale di attacchi dei Talebani e finisce con il comandante di un plotone americano che, dopo un anno di guerra, viene ferito nell’ultima settimana di servizio, torna a casa con una grave ferita e si porta dietro i ricordi di questa guerra che interferiscono continuamente con la sua vita di ogni giorno, rendendogli quasi impossibile reintegrarsi nella società.

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, chiuderemo il nostro ciclo venerdì, però alle 15, non alle 19, con una storia, un documentario spagnolo che sta avendo un successo incredibile, frutto del passaparola, con centinaia e centinaia di proiezioni, dedicato alla storia di un sacerdote, si chiama L’ultima cima. Quindi, per chi è interessato ci rivedremo qui Giovedì alle 19.00 e venerdì alle 15.00. Grazie, buona serata, e vi ricordo il dvd di Antonio e dei suoi amici, in vendita al Meeting. Grazie.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

20 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala D3