PUBBLICO PER NATURA – PUBBLICO PER FUNZIONE - Meeting di Rimini

PUBBLICO PER NATURA – PUBBLICO PER FUNZIONE

Workshop Rivista Non Profit. Partecipano: Salvo Andò, Rettore della Libera Università Centrale Kore di Enna; Luciano Eusebi, Docente di Diritto Penale all’Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza; Luigi Fiorentino, Segretario Generale Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

MODERATORE:
Buonasera, siamo qui per l’annuale Workshop della Rivista Non Profit che ogni anno al Meeting ha l’occasione di riflettere su temi che sono di particolare attualità anche rispetto al suo operato e quest’anno il tema è “Pubblico per natura – pubblico per funzione”. Mi sembra un tema molto di attualità, perché il tema cosa sia pubblico e cosa sia privato e quale sia lo sviluppo dei due termini è assolutamente all’ordine del giorno, perché abbiamo un pubblico che, come sappiamo anche dai giornali, dagli interventi dei ministri, fa acqua ma, la semplice soluzione di privatizzare tutto e di andare verso una situazione di concorrenza da mercato in ogni settore, come vorrebbe certe volte qualche Commissario della Comunità europea, per cui settori come sanità, assistenza, istruzione dovrebbero essere semplicemente regolate dalle leggi di mercato, sembra essere molto pericoloso nonché inefficiente perché sono settori molto particolari.
Allora l’idea di oggi è di aprire un dibattito che poi all’interno della rivista può essere approfondito e quindi abbiamo tre interlocutori che coprono tre aspetti diversi e che possono quindi aiutarci in questa riflessione. Abbiamo innanzitutto Salvo Andò, Rettore della Libera Università Centrale Kore di Enna, che è un notissimo costituzionalista e politico. Sapete tutti il suo cursus honorum di Ministro della Difesa e di altri incarichi di governo e il suo lunghissimo curriculum come costituzionalista. Oggi è Rettore di un’università del Sud che, come dire, essa stessa è un esempio di qualcosa che è pubblico e privato nello stesso tempo. Poi abbiamo Luigi Fiorentino, Segretario Generale Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che è, come dire, l’interlocutore privilegiato di questo tema, perché evidentemente, per fare un esempio, su tutte le cose che riguardano il non – profit è proprio la Comunità Europea che molte volte dice: questo è contro la concorrenza.
Ma allora cosa vuol dire concorrenza? Vuol dire libertà di mercato in un pluralismo di strutture che possono essere private, pubbliche o non profit.
Quindi anche questo è un punto di attualità grande. Luciano Eusebi è docente di Diritto Penale all’Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza. Anche questo, il diritto penale, è un argomento interessante benché strano. Cosa c’entra il penale su questo? Il penale riguarda solo l’aspetto della infrazione grave o in qualche modo è una concezione che si può avere anche nei rapporti tra pubblico e privato? Ci diceva qualche attimo fa l’avv. Sciumè, un tema che lui ha sviluppato qualche volta con i responsabili della rivista, che c’è un modo di trattare i rapporti pubblico privato…. – pensate a tutto il tema tributario che è l’aspetto punitivo, un aspetto, diciamo, di a priori, di sospetto verso il cittadino, che probabilmente potrebbe essere trattato anche in un modo diverso. Penale non vuol dire semplicemente la pena, ma vuol dire la concezione del rapporto tra individui e soggetti. Allora darei la parola ai nostri interlocutori.

SALVO ANDÒ:
Ringrazio Giorgio Vittadini perché assegnando le parti nell’ambito di questo interessante incontro ci agevola, perché ciascuno di noi può riferire dei dati nell’ambito della materia di cui trattasi.
Devo dire che il tema è di straordinaria attualità, in presenza di una riforma dell’Università peraltro annunciata dal precedente Ministro Mussi; ma di riforma degli ordinamenti sta parlando, ha parlato anche l’attuale ministro, che registra prese di posizione molto polemiche proprio sul terreno dell’identità istituzionale che le Università devono avere, del collegamento tra l’identità istituzionale e il sistema del finanziamento pubblico e registra anche un sovraccarico di, come dire, di passioni e di impuntature ideologiche, che paiono francamente datate. Io credo che bisogna partire da un chiarimento. L’Università è certamente un bene pubblico e un servizio gestito in una forma di organizzazione privatistica o pubblicistica deve soddisfare delle esigenze che non sono soltanto le esigenze degli utenti diretti ma della società. In questo senso non possiamo dimenticarci che i clienti dell’Università sono almeno due, mi si passi l’espressione clienti, ci sono gli studenti ma c’è anche la società e da questo secondo punto di vista l’Università svolge non soltanto attività di insegnamento e di ricerca ma anche una attività certificatoria. Il nostro è un sistema in cui il titolo di studio ha un valore legale e quindi l’organizzazione degli studi deve essere tale da consentire, a chi certifica il valore legale del titolo di studi, di verificare appunto la rispondenza del corso degli studi e dell’accertamento del merito ad alcuni parametri .
L’Università fa tutte queste cose e tuttavia io credo che il valore legale del titolo di studio non può essere assolutamente l’alibi, costituire l’alibi per svilire il senso dell’autonomia universitaria. Il senso dell’autonomia universitaria va riferito ad una riforma voluta dal Ministro Ruberti. Devo dire che sul tema dell’autonomia interventi poi così significativi come quelli del tempo del Ministero Ruberti non ne sono stati fatti e ci si è mossi in una sorta di terra di nessuno all’interno della quale si succedono svolte liberiste e svolte dirigiste, a prescindere dal colore politico del governo.
Da questo punto di vista c’è un certo continuismo, probabilmente il fatto che il sistema sia un sistema sottocapitalizzato, complessivamente sottocapitalizzato, spinge nella direzione di una presa di tipo dirigistico sulla gestione degli atenei da parte del Ministero. Noi ci troviamo di fronte ad una autonomia che è stata chiarita nei termini di autonomia statutaria e ordinamentale e quindi l’unico limite doveva essere quello della legge, ma devo dire che il governo dell’Università si realizza attraverso una serie di atti che non hanno da parte del Ministero forma legislativa e comprimono molto l’autonomia organizzativa. Ora, di fronte a questo scenario, ci troviamo in presenza di sollecitazioni importanti da parte del Governo, la prima delle quali è quella che riguarda la possibilità delle Università di organizzarsi attraverso Fondazioni, sol che lo vogliano e da questo punto di vista si riavverte l’antica querelle: l’Università bene pubblico deve avere una gestione “statale” o invece può avere una gestione diversa? La polemica che si sta sviluppando in queste settimane sulla identità istituzionale che devono avere le nostre Università, ripropone i termini di un antico conflitto ideologico, culturale, a cui faceva riferimento Vittadini e credo che da questo punto di vista qualche chiarimento deve essere dato, perché molte cose sono accadute negli ultimi anni che ci portano a ripensare i termini di questo conflitto e tra le molte cose accadute, per esempio, c’è la riforma del Titolo V. La riforma del Titolo V contiene norme importanti, penso al 114 dove si dice che la Repubblica si compone di Comuni, Città metropolitane, Province, Regioni e Stato, e c’è l’art. 118, in cui c’è un’affermazione secondo cui la Repubblica favorisce l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà.
Ecco, all’interno di questi due pilastri che dovrebbero sostenere la nuova forma di stato, si sta sviluppando l’iniziativa sinteticamente definita dalla riforma del federalismo fiscale, che comporta che competenze importanti in questa materia andranno trasferite alle Regioni. E naturalmente questo comporta tutta una serie di conseguenze significative, innanzitutto c’è un limite di carattere generale all’ampiezza del trasferimento, se il Titolo V non dovesse essere modificato, che riguarda proprio la natura di servizio pubblico della nostra Università e quindi la garanzia dei livelli essenziali della prestazione che viene fornita. Quindi il fatto che vengano devolute competenze importanti in quest’area non significa che lo Stato possa disinteressarsi dal regolamentare alcune di queste competenze, trasferite proprio per garantire il livello essenziale di questo servizio. Che cosa significa questo? Significa che lo Stato può legiferare su tutto, significa che lo Stato può, deve occuparsi dei requisiti minimi, di quanti professori ha bisogno un’Università per essere in regola con le prescrizioni ordinamentali. Che lo stato debba occuparsi del numero di professori che vengono fuori dai ruoli tradizionali, significa che lo Stato deve occuparsi dei percorsi di studio, di guisa che deve essere garantita una certa uniformità con riferimento all’ offerta formativa,
Ecco, il problema che su questo terreno si pone per l’università, si pone anche su questo terreno per altre materie che vengono devolute.
Devo dire che l’Università italiana, ma non solo, è in un certo senso paralizzata da questo mito della uniformità, che deriva da una interpretazione molto riduttiva, come dire, dei doveri che conseguono al fatto che il nostro titolo di studio ha valore legale e quindi l’Università è in un certo senso limitata da un certo tipo di governance, che ancora vede il Ministero in una posizione assolutamente centrale. Ma l’Università si limita anche da sé. Io spesso leggo sconcertato delle graduatorie, e leggo anche sconcertato i commenti che si fanno anche in sede universitaria di queste graduatorie, la rissa che c’è, per guadagnare un posto utile o migliore in graduatoria. A mio giudizio non si affronta un problema fondamentale: che cosa significa stare in una graduatoria di questo tipo e stare in posizioni significative, di prestigio? Significa rispondere a dei parametri di valutazione che dovrebbero essere uguali in tutte le Università.
Qui si pone un problema molto serio, si pone un problema molto serio con riferimento al mercato della conoscenza generale e un problema molto serio anche in riferimento ad un sistema universitario che non sarà regionalizzato, ma dovrà trovare un rapporto diverso con il territorio, dopo la riforma del Titolo V e in particolare dopo la riforma, se ci sarà, del federalismo fiscale.
Io credo che noi come Università non dobbiamo solo scoprire retoricamente la ricchezza delle diversità, ma scoprire il significato che deve avere una offerta formativa che in qualche misura risponde alle esigenze di sviluppo del territorio.
Ecco, da questo punto di vista io credo che ho fatto un’esperienza importante, e importante per due ragioni: è importante per il luogo dove ho avuto modo di fare la nostra esperienza, ed è importante anche perché trattasi di un’esperienza recente – la mia università ha tre anni di vita – e perciò è un’esperienza attendibile, con riferimento ai ragionamenti che vogliamo fare sul futuro dell’università.
La provincia nella quale è stata creata l’università Kore, è la provincia di Enna. La provincia di Enna, nella graduatoria delle province più progredite, sulla base di quelli che sono appunto i tradizionali indici di produttività – numero di aziende che si costituiscono … e quant’altro – era agli ultimi posti della graduatoria nazionale: viaggiava tra il centunesimo posto e il centocinquesimo posto. Quest’anno la provincia di Enna, stando ai dati forniti dall’Unioncamere, è la prima provincia italiana con riferimento al saldo attivo delle aziende che sono state create, cioè tenuto conto delle aziende che cessano e delle aziende che si creano. Un saldo attivo di 700 aziende, e naturalmente questo dato bisogna prenderlo poi, come dire, per quello che significa, tenuto conto delle condizioni di partenza: naturalmente più sfavorite sono le condizioni di partenza, più significativo diventa questo dato. Però c’è un elemento che ha indotto me e i miei collaboratori a riflettere: che noi, tutto sommato con un piccolo investimento – e mi riferisco alle osservazioni che faceva Vittadini a proposito di una concezione troppo mercatista dell’Università – che corrisponde al costo di 3-4 Km di superstrada, abbiamo realizzato una spinta, una sollecitazione in termini di attività produttiva e di creazione di nuovi servizi, del tipo di quella che io ho descritto. Quindi, in un certo senso, promuovere la conoscenza, organizzare servizi del tipo di quelli che fanno capo a un’università, porta sviluppo.
Tutto questo come è stato fatto? Beh, è stato fatto avvalendoci di un modello di governance abbastanza snello, cioè l’Università ha la sua Fondazione, ha gli enti locali che tra virgolette sono proprietari della Fondazione, è meno oberata di tutta una serie di adempimenti burocratici che costano. Naturalmente noi dobbiamo rispondere a quelle che sono le prescrizioni ministeriali, per quanto riguarda il numero dei docenti di ruolo, per quanto riguarda il numero di esami che bisogna dare per conseguire il titolo di studio, dobbiamo rispondere ai controlli del Ministero con riferimento a norme che hanno poi a che fare con la contabilità dell’Ateneo.
Però qual è la contraddizione che io colgo? La contraddizione che io colgo è che noi facciamo tutto questo senza ricevere una lira dallo Stato. Non la possiamo ricevere perché ancora siamo sotto valutazione, non abbiamo superato il triennio, l’abbiamo superato in questi giorni, ma il regime è quello di un’Università di prima nomina, e abbiamo cercato di organizzare le risorse che ci vengono dagli enti finanziatori in modo tale da non investire in organici ma da investire in servizi. La prima sollecitazione che viene invece da parte del MIUR, è che dobbiamo innanzitutto preoccuparci degli organici. E devono essere tutti Professori di ruolo, perché la quantità di docenti di ruolo che noi cogliamo certifica la serietà delle nostre intenzioni. In sostanza, se io prendo dei Visiting Professor dall’estero anche di chiara fama, non valgono nulla, pur essendo nel mercato della conoscenza dei Professori importanti, noti. Io devo investire in Professori di ruolo. Ecco, a fronte di questo, però, vengo escluso da tutta una serie di opportunità che le Università Statali hanno. Sono escluso dal fondo dei finanziamenti ordinari, non posso, in regime di cofinanziamento col contributo pubblico, chiamare Professori che vengono da un’altra Università e si trasferiscono nella mia, non posso avere dei Ricercatori con il contributo dello Stato, cioè in sostanza non posso organizzare il mio organico in modo da privilegiare soprattutto un reclutamento dei giovani. Quindi lo Stato discrimina. Lo Stato discrimina e crea una condizione di disparità pesante tra la mia Università, che svolge un servizio pubblico apprezzabile, tenuto conto dei dati di Unioncamere ai quali ho fatto riferimento, e invece un’Università statale che magari ha, come dire, grandi numeri. Nel territorio siciliano ce ne sono tre di mega-Atenei, e per la propria natura non possono rispondere a esigenze del territorio come può rispondere un’Università che, per le proprie dimensioni, per la propria mission e per il proprio modello di governance, è nelle condizioni di leggere il territorio e di interagire con esso.

LUIGI FIORENTINO:
Grazie. Grazie innanzitutto agli organizzatori che hanno voluto invitarmi. Il tema è molto interessante, ma prima di partire con l’intervento che ho preparato, volevo prendere spunto da ciò che diceva il Professor Andò relativamente all’uniformità dei modelli di gestione delle università. Questa in realtà, diciamo, è una tendenza che viene ormai da lontano, perché viene soprattutto, è dovuta soprattutto al fatto che alcune regole di gestione sono imposte dal centro, appunto il modello di finanziamento, il meccanismo dei controlli. E un altro profilo che va tenuto in considerazione è le modalità di utilizzo che le università – ma io l’ho potuto notare anche per altri enti – fanno dell’autonomia, cioè come le università hanno sfruttato le potenzialità offerte dall’autonomia. Una ricerca che ho avuto modo di condurre attorno al 2000 su tutti gli Statuti delle università, ha potuto constatare che proprio relativamente ai meccanismi della gestione e ai modelli di controllo, le università in realtà pur avendo una possibilità, diciamo, di differenziarsi rispetto ai modelli statali, ai modelli propri della legge generale di contabilità di Stato, in realtà ricalcavano quel tipo di modello. Quindi in realtà noi abbiamo due fenomeni: da un lato sicuramente la gestione stato-centrica degli enti come quelli universitari con un’autonomia, ma dall’altro anche il fatto che quell’autonomia, quelle possibilità, non sono state sfruttate fino in fondo. Certo, esiste un problema e sicuramente si porrà col passare del tempo, circa le condizioni, circa come sono trattati i soggetti privati che svolgono una funzione pubblica, come la Kore University che ancora non prende ancora risorse dallo Stato, rispetto invece alle Università statali. Io penso che così come è accaduto, sta accadendo, per esempio nel campo dei servizi pubblici, con cui sempre di più si va appunto a una equiparazione delle modalità di trattamento, e si tende verso una modalità di trattamento del soggetto pubblico che in precedenza era monopolista della gestione di un determinato servizio, così io credo che è un percorso anche culturale da avviare, si arriverà sicuramente al momento in cui anche le Università private e le Università statali, entrambe svolgono una funzione pubblica, diciamo dovranno avere delle pari opportunità. Di questo, diciamo, sono abbastanza convinto.
Il tema di cui parliamo questa sera è un tema molto ampio, e l’intervento del Professor Andò ce lo dimostra, è un tema che può essere affrontato da una pluralità di angolazioni. Io, per la mia esperienza di dirigenza delle pubbliche amministrazioni, oggi sono segretario generale dell’Anti-trust, lo affronto dall’ottica del giuspublicista, partendo dalla mia esperienza. Articolerò il mio intervento in alcuni punti: innanzitutto il concetto di pubblico, della scienza giuridica, come si passa dalla nozione di Stato alla nozione di Poteri Pubblici, le esigenze di arretramento del perimetro dello Stato quando si pone, appunto, l’esigenza di ridimensionamento di quella che è la sovranità pubblica, e il tema, a mio modo di vedere centrale, dei privati del terzo settore e l’esercizio di funzioni pubbliche.
In realtà, preparando questo intervento, ho riletto una prolusione che Ranelletti, famoso amministrativista, sostanzialmente tenne all’Università di Pavia, intorno al 1905, immagino, in cui si soffermava sul concetto, sul significato, dell’aggettivo “pubblico” nel campo del diritto e nel campo delle scienze sociali. Notava innanzitutto come il concetto di pubblico indica un rapporto con una cosa, con un luogo, con un’azione, e, quasi sempre, c’è un rapporto di una cosa, di un luogo, di un’azione con una data collettività, con un pubblico. E’ una definizione, questa, qualificatoria, una definizione che prescinde da caratteri strettamente formali, ma concerne invece l’attinenza con una data comunità. I casi invece in cui un giurista fa un uso del termine “pubblico”, sono per lo più legati a un’accezione formale. Con esso si indica appunto un’attività, una cosa, un rapporto, che pertengono a una persona giuridica; la persona giuridica per antonomasia, lo sappiamo, è lo Stato. E’ un’accezione questa che tende, appunto, a delimitare l’area del diritto pubblico secondo il noto modello di Ulpiano: il pubblico è ciò che spetta allo Stato in contrapposto al diritto privato, che regola gli strumenti e gli interessi per l’utilità dei singoli. Ma il concetto di “pubblico” a un certo punto, una volta individuate le persone giuridiche, ha un’esigenza di apparati, un’esigenza di burocrazia. Perché? Per implementare appunto le decisioni, per implementare le decisioni di una determinata collettività.
Ma quand’è che si passa dalla concezione stato-centrica a una concezione che noi possiamo definire plurale del potere pubblico? Nelle scienze giuridiche si passa soprattutto col Massimo Severo Giannini, intorno agli anni ’80 del secolo scorso; l’elaborazione di Giannini fa da spartiacque proprio nella teoria generale delle scienze amministrative. E’ una nozione che riesce a superare il riferimento allo Stato e alle sue articolazioni, ricomprendendo in questa nozione anche alcune organizzazioni che operano parallelamente allo Stato, le amministrazioni parallele. Perché? Perché lo Stato in quanto tale, già in quella fase storica, non riesce a dare quelle risposte necessarie, non riesce più a rappresentare gli interessi, non riesce più a soddisfare gli interessi collettivi. Ecco, è con Massimo Severo Giannini che si introduce il concetto di “poteri pubblici”, di “settore pubblico”, si parla di amministrazione al plurale, le “pubbliche amministrazioni”, non è più l’amministrazione com’era una volta, tutta uniforme. Si parla di poteri pubblici, e nei poteri pubblici si ricomprendono non solo soggetti tipicamente riconducibili alla sfera dello Stato o delle sue articolazioni, ma anche soggetti privati, il terzo settore, ma anche soggetti privati che svolgono funzioni pubbliche.
Recentemente tale fenomeno, come è a tutti noi noto, si è notevolmente ampliato. Da un lato basta ricordare il riconoscimento delle associazioni dei consumatori o delle stesse associazioni ambientalistiche, per esempio, che hanno addirittura, proprio per la rilevanza degli interessi tutelati, la possibilità di partecipare al procedimento amministrativo ma anche in sede giurisdizionale. Ma che cosa è accaduto, come è cresciuto lo Stato, come sono cresciuti i pubblici poteri fino agli anni ’90 dello scorso secolo? Un punto fondamentale che dobbiamo tenere in considerazione è che l’apparato pubblico, le pubbliche amministrazioni, sono state finanziate in disavanzo, c’è stato il finanziamento in disavanzo delle spese pubbliche. Questo ha condotto a quel fenomeno noto come gigantismo degli apparati pubblici. Dobbiamo dirlo – io sono meridionale – con molta onestà, quello serviva anche a dare una risposta alle esigenze occupazionali, di qui quel termine fortunato delle scienze giuridiche, che il Professor Cassisi ha coniato, di “meridionalizzazione” degli apparati pubblici. Gigantismo anche al di là del necessario. Ma dagli anni ’90 dello scorso secolo, sotto la spinta dei problemi posti dall’unificazione europea, si pone l’esigenza di ridimensionare la sfera pubblica, di riorganizzare la macchina pubblica. Per due motivi: perché da un lato occorreva rispondere alle esigenze di contenimento della spesa pubblica per rispettare i parametri che erano posti a livello comunitario per l’ingresso in Europa; dall’altro invece si inizia a porre un problema rilevante, che è quello del dominio del cittadino, cioè i cittadini cominciano a esprimere esigenze di qualità dei servizi e delle amministrazioni pubbliche. Quali sono le risposte che si danno? Le risposte sono molteplici, ma io le ho sintetizzate in due aree che vi dico sinteticamente: all’arretramento del perimetro pubblico e, secondo, alla nozione di Stato, come potere unico, si sostituisce sempre di più la nozione di Repubblica, come insieme di poteri, che sarà poi evidente con la riforma dell’Art. 114 della Costituzione. L’arretramento della sovranità opera a più livelli: opera in senso verticale e opera in senso orizzontale. In senso verticale verso le autonomie territoriali, ma anche verso gli organismi sovranazionali, e in senso orizzontale verso la società civile. Verso la società civile, perché appunto si consente uno spostamento di attività e funzioni verso soggetti privati e verso il terzo settore. Si affacciano quindi nuovi modelli, modelli che tendono nella loro essenza a ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni pubbliche. Si struttura una poliarchia, un sistema democratico come rete di poteri che produce decisioni pubbliche dentro e attorno lo Stato pluriclasse. E’ in questo quadro che si inseriscono le numerose iniziative di riforma delle amministrazioni pubbliche, che si contraddistinguono da un lato per la convergenza della modalità di azione dei pubblici poteri verso quelle delle aziende private – è importato in Italia il new public management proprio come criteri di gestione -, e dell’altro per la sperimentazione di modelli di partenariato pubblico/privato. Un ruolo sempre più pregnante è il ruolo che spetta al privato. I privati sono coinvolti attraverso importanti progetti e processi di esternalizzazione, che si realizzano o attraverso il meccanismo concessorio o attraverso i contratti pubblici. Proprio per questo è importante definire ciò, come dice il titolo del nostro incontro, ciò che è pubblico per natura e ciò che è pubblico per funzione storica e/o politica. Le esternalizzazioni sono state viste coerenti soprattutto con ciò che è pubblico per funzione, anche se tale approccio ormai è superato. E’ superato dalla realtà, nel senso che anche molte funzioni o attività pubbliche per natura, per esempio la difesa dello Stato. La vicenda dei contrattisti della guerra in Iraq, a cui han fatto ricorso gli Stati Uniti, significa proprio questo: come un’attività tipicamente, che per natura è un’attività statale come la difesa, viene esternalizzata a un soggetto privato appunto come i contrattisti di guerra. Questo è un caso limite naturalmente, ma ce ne sono molti altri. In questi giorni si discute di Alitalia, e noi sappiamo tutti che chi sta lavorando alle procedure per Alitalia è un soggetto privato, una banca privata. Nel caso in cui pubblici poteri arretrano, si pone l’interrogativo su quale ruolo spetti alle pubbliche amministrazioni. Quale ruolo per il sistema delle pubbliche amministrazioni? Penso che occorra tendere verso un modello con un’amministrazione più intelligente; ma un’amministrazione deve esserci, un’amministrazione come strumento di garanzia per i cittadini e gli utenti, ma anche come operatore straordinario di fronte ai cosiddetti fallimenti del mercato. Inoltre l’ampia diffusione delle esternalizzazioni, come dicevo prima, attraverso i contratti, attraverso le concessioni, ma anche ormai i privati che operano nei mercati liberalizzati – la telefonia, l’energia elettrica – pongono nuove esigenze. Si tratta comunque di soggetti, anche i soggetti che operano nei mercati liberalizzati, che svolgono per lo più attività che non possono che considerarsi pubbliche, avendo appunto attinenza con la collettività, o perché, nel caso delle attività che sono svolte tramite concessione, agiscono sulla base di un trasferimento di poteri dai soggetti pubblici. La sfida è certamente il cambiamento del sistema pubblico, ma non solo: io penso che la sfida è per un nuovo modello di operatore privato, un privato che sappia comprendere il suo ruolo in rapporto alla galassia di poteri pubblici, un privato che abbia soprattutto un’etica del servizio e della funzione pubblica. Le grandi imprese di telefonia, piuttosto che le imprese erogatrici di energia elettrica, svolgono attività di rilievo pubblico, a prescindere dal fatto di essere soggetti privati. Questo, io penso, è un punto centrale. Voglio sottolineare questo aspetto perché è un aspetto a cui tengo moltissimo, la solitudine del cittadino, la solitudine del cittadino che chiama il call center di una grande società telefonica privata. Ecco, i call center sono l’emblema, il simbolo della società della comunicazione, sono il mezzo che era stato pensato per avvicinare i cittadini a questi colossi privati, molto spesso invece è il diaframma, è qualcosa che tende a separare e tende appunto a ritardare le risposte. Anche i concessionari devono rendersi conto di svolgere una funzione pubblica. Non so se vi è mai capitato di andare in uno dei grandi parcheggi degli aeroporti che stanno nella nostra Italia, molte volte parcheggi sporchi, senza luci; in tutti gli aeroporti, non solo Roma, son gestiti dai concessionari che gestiscono le strutture, le infrastrutture aeroportuali. Io penso, qui c’è uno spazio, un nuovo spazio, c’è bisogno di un’amministrazione diversa sicuramente, perché l’amministrazione deve sapersi rapportare a questi soggetti, c’è bisogno quindi di un’amministrazione che, nel momento in cui pensa alla gestione del servizio e quindi utilizza l’esternalizzazione piuttosto che la concessione, deve avere la capacità di pensare ai livelli qualitativi del servizio, e deve essere in grado di monitorare. Quindi noi abbiamo bisogno di un’amministrazione diversa, non c’è più bisogno dell’amministrazione che abbiamo conosciuto e che è appunto una propaggine dell’amministrazione ottocentesca, che produce carte, cioè che produce provvedimenti. Oggi c’è bisogno di un’amministrazione che sappia monitorare, che sappia impostare il lavoro che è un lavoro di strutturazione, di come rendere i servizi all’amministrazione, alla collettività. Anche l’autorità garante della concorrenza del mercato, voglio parlare un po’ di casa mia tra virgolette, che è casa di tutti, essendo istituzione pubblica, casa nostra, anche l’autorità ha nella sua organizzazione modificato qualcosa, proprio andare appunto, essere più vicino al consumatore. Voi sapete bene, l’autorità si è formata in Italia come autorità della concorrenza, ha importato le tecniche, le metodiche proprie della concorrenza, quindi la classe dirigente dell’autorità è legata a questo tipo di impostazione. Però, nel corso degli ultimi due anni, e soprattutto dall’anno scorso, è stata istituita una nuova direzione generale, cinque uffici e un call center che sostanzialmente si occupa di tutela del consumatore. Questo perché ci sono state delle norme che ci hanno attribuito dei poteri. Io vi voglio dire soltanto questo: il call center in pochi mesi ha ricevuto 10.000 telefonate. Sei giovani laureati, attraverso una società di lavoro interinale, danno risposte e quelle segnalazioni si tramutano in denunce, in segnalazioni, che saranno poi esaminate dagli uffici istruttori. Voglio dire che il 50% di queste segnalazioni riguardano disservizi nel settore delle comunicazioni, quindi delle grandi società di comunicazioni, delle banche (un altro 20%), l’energia (un 10%), e poi c’è il resto dei servizi. Ecco, in questo quadro, in questo contesto, io credo centrale il ruolo del terzo settore, che deve essere un ruolo non subalterno. Ormai è uno spazio sociale e giuridico dove la società civile emerge come soggetto collettivo e, come il Professor Vittadini ci ricorda, ci consente il passaggio dal welfare state alla welfare society. Questo trova copertura costituzionale, come tutti sappiamo, non solo nell’Art. 18 della Costituzione, ma anche nell’Art. 2. E qui vorrei ricordare Aldo Moro, che appunto ci diceva che l’uomo si associa secondo una libera vocazione sociale. Ecco, il terzo settore non dev’essere una propaggine, non dev’essere residuale, il terzo settore deve potersi integrare con il mercato e con le istituzioni pubbliche. E in questo tutta la dinamica della sussidiarietà esprime quel punto di equilibrio raggiunto tra i valori cardine della pratica della politica moderna: da un lato l’eguaglianza e dall’altro la libertà. Grazie.

LUCIANO EUSEBI:
Ringrazio anch’io della possibilità di essere qui a riflettere insieme, della possibilità di portarvi a riflettere sul nodo ritengo centrale dei nostri rapporti, solo apparentemente scoordinato dai temi che abbiamo finora affrontato. Qual è il modello del rapporto intersoggettivo che abbiamo interiorizzato, soprattutto nella nostra cultura occidentale? Quello che è rappresentato dalla bilancia: io ti giudico. Il rapporto interpersonale si fonda, ditemi se non è vero, quasi sempre sul giudizio. Prima ti giudico, prima di aver stabilito una relazione con te, anzi ti giudico proprio per sapere come devo atteggiarmi nei tuoi confronti. A seconda del giudizio che darò di te agirò verso di te in termini di reciprocità. Se ti avrò giudicato qualcosa di positivo per me agirò positivamente, se ti avrò giudicato qualcosa di negativo sarà gioco forza che io agisca in termini negativi nei tuoi confronti. Del resto, se tu sei il negativo per me è giusto che per recuperare, per realizzare la mia libertà, anzi, per dilatare la mia libertà, io ti elimini dalla mia strada. E’ in fondo la prospettiva radicale di Caino, un ragionamento molto razionale: chi è l’altro per me? Che ne sappiamo se Abele era buono o cattivo? Ma si era messo in mente che Dio avesse più in simpatia Abele. Era sulla sua strada e per recuperare la sua libertà dice: io lo faccio fuori, così recupero la mia libertà. Hegel nell’epoca moderna lo ha teorizzato: il mondo va avanti per contrapposizioni, tanto che se in un rapporto di coppia non si litiga ci sarà lo psicologo che dice: qui le cose non funzionano, perché se non c’è contrapposizione le cose non vanno avanti. Notate che in quest’ottica, l’ottica della bilancia, della reciprocità dei comportamenti, è facilissimo trovare nell’altro, a seguito di un giudizio, qualche cosa di negativo, perché ciascuno di noi è portatore di qualcosa di negativo e se è questo il modo di riguardare l’altro ci sarà sempre un alibi per giustificare il mio agire negativo verso l’altro. Chi dei grandi malfattori della storia non aveva un progetto a fin di bene che passava da un giudizio negativo nei confronti dell’altro e che lo portava a sognare la società perfetta? Il diritto penale in qualche modo, materia di cui io mi occupo, è il paradigma di quest’ottica. Il modello tradizionale della prevenzione su che cosa si fonda? Qual è il modello di prevenzione nell’ottica tradizionale del diritto penale? Io faccio prevenzione minacciando e applicando qualcosa di negativo, un danno, nei confronti dell’altro. Quindi: ah, se fossi il ministro della giustizia, so bene come potrei ottenere prevenzione: basta elevare le pene alla massima crudeltà, magari reintrodurre la pena di morte, e questo produrrebbe prevenzione. Poi magari non accettiamo le conseguenze estreme, però l’idea è che la prevenzione derivi dalla minaccia del negativo e dall’applicazione del negativo. Ci sta dietro, tra l’altro, un ben preciso modello del rapporto stato-cittadino, se volete. Non è un rapporto tra interlocutori paritari; io faccio prevenzione considerandoti come un corpo da condizionare: tu non farai reati per il timore della pena, tu non farai reati perché ti ho messo in condizione di non nuocere, ti ho legato, ti ho deportato. Il rapporto stato-cittadino, comunità-cittadino si fonderebbe sul condizionamento non sul riconoscimento dell’altro come individuo capace di scelte, capace di scelte libere. E ci si illude che questo costituisca il meglio della prevenzione e poi ci si accorge che non è affatto vero che gli stati che hanno i sistemi sanzionatori più crudeli sono quelli che hanno i tassi di prevenzione più elevati. Con tutto il rispetto che abbiamo, anche l’affetto che abbiamo, per gli Stati Uniti d’America, noi abbiamo lì dei tassi di criminalità che sono spaventosamente più alti di quelli italiani, dei livelli di penalizzazione che portano un cittadino su cento degli Stati Uniti ad essere recluso in carcere. E del resto questo modello si esprime con molta chiarezza anche nel processo. L’aula di giustizia che cosa è nella nostra mente? Non il luogo dove su una frattura, perché le fratture tra gli esseri umani siamo davvero capaci di provocarle, spesso davvero grondano sangue, con fatica, si può gettare un ponte. Lo intendiamo come un luogo del non dialogo; alla vittima nel processo non si dà nulla, si dà soltanto l’entità di una pena, non si dà il confronto, il guardarsi negli occhi, il dirsi una parola di verità. E da questo ci si aspetta il massimo di prevenzione. Poi magari non si capisce perché dove si applica la pena di morte ci sono più fatti di sangue di dove non la si applica. Ma questo ci fa capire che la prevenzione dipenda da qualche cosa di totalmente diverso. Ma prima di dire ciò che costituisce questo diverso, consideriamo anche come questo modello del penale, del negativo per il negativo, del male per il male che produce il bene, e credo tra l’altro che non ci sia nulla di più radicalmente anticristiano dell’idea che la contrapposizione del male al male possa produrre hegelianamente il bene, questo modello è in realtà paradigmatico di tante altre cose che avvengono nei rapporti. Pensiamo ai rapporti internazionali, alla guerra, al fatto che la pura esistenza degli stati che in sé è una cosa positiva, la costruzione di una società organizzata, ha creato per millenni la guerra: che cosa ci sta dietro? Ci sta dietro l’idea che se ci sono due realtà, due entità, la modalità di rapporto tra quelle due entità non potrà che essere il conflitto, la contrapposizione, il giudizio sulla negatività dell’altro, o meglio, sul fatto che l’altro può un essere un limite alla mia realizzazione, alla mia libertà. Non possiamo fare qui una teoria ma pensiamo ai rapporti politici: siamo proprio sicuri che il top della democrazia sia dividere anche il più piccolo comune della nostra penisola in due fazioni contrapposte che dicono a priori tutto il male l’una dell’altra? Pensiamo ai rapporti di coppia, l’ho già detto, ma pensiamo anche ai rapporti economici dove qualche volta c’è da distinguere, ma non mi posso certo permettere un’analisi economica, tra quella che è la logica positiva della concorrenza e quella che invece è la logica che vede tutto il bene dello sviluppo economico ancora una volta in un meccanismo di contrapposizione, che porta a prevalere sull’altro e a distruggere magari quello che l’altro ha costruito. Ma pensiamo anche alla bioetica, perché dobbiamo avere il coraggio di dire che l’attenzione alla tutela del debole e della vita in tutte le sue dimensioni ha a che fare con questo discorso, ha a che fare, perché se io giudico l’altro, il nonno malato, il portatore di un handicap, il bambino inatteso come qualche cosa di negativo nella mia strada, è gioco forza che io autorizzi me stesso a eliminarlo dalla mia strada. Ma è davvero questo che mi realizza? Questo vale anche per l’autore di reato: è davvero ciò che mi realizza considerare l’altro come un nemico e magari fabbricarmi come nemico il più debole, anche se magari è un disturbatore sociale? Dicevo la giustizia è qualche cosa di diverso probabilmente. Innanzitutto ha a che fare più che con la forza, con il timore e con la paura, come sa ogni educatore e ogni genitore, con il consenso. Il paese che ha il livello maggiore di prevenzione anche dei reati è il paese che riesce a tenere più elevati non i livelli di paura ma i livelli di consenso dei cittadini liberamente prestati al rispetto delle norme. Perché la pena di morte non produce prevenzione? Perché paradossalmente destabilizza il messaggio preventivo dello stato. Se lo stato dice: la vita è un bene sommo, e poi lo stato uccide una persona ormai inoffensiva, legata in maniera ponderata alla luce di un processo, è chiaro che il messaggio è: non è vero che la vita sia un bene sommo. Posso avere ben altre ragioni io di uccidere, se uccide lo stato una persona che magari davvero mi difende. Lo stato che fa prevenzione è quello che riesce a tenere maggiormente elevati i livelli di consenso e non ci spaventi allora constatare che nulla ma davvero nulla fa più prevenzione di una persona recuperata; perché una persona messa fisicamente nella condizione di non nuocere fa parte delle regole del gioco, anche la mafia lo accetta, una persona che mette in discussione con coraggio la propria precedente esperienza sbagliata è una persona che sul territorio mi cambia le cose. Perché se è vero, come insegna la miglior criminologia, che i comportamenti si diffondono in quanto io tendo a fare ciò che è approvato nel gruppo di appartenenza, nel gruppo in cui mi identifico, allora nulla è più importante per la prevenzione di una persona di quel gruppo che ha il coraggio, la forza di rielaborare la propria esperienza negativa. Perché la grande organizzazione criminale teme molto di più (lasciamo perdere il discorso pentiti, è tutta un’altra cosa) ma teme molto di più la persona che rielabora una esperienza criminale della persona che prende una lunga pena detentiva. Ma questa consapevolezza ci fa essere molto più realistici anche della prevenzione, perché ci fa sentire non come la società dei giusti. Il diritto penale non rappresenta il confine tra il bene e il male, ma proprio perché ci fa sentire non come la società dei giusti ci fa capire che l’altra dimensione della prevenzione è quella della corresponsabilità, cioè ci fa capire che, esistendo certo la responsabilità personale, esistono mille fattori di carattere culturale, economico, sociale che favoriscono le scelte negative. E allora una società che fa prevenzione, che si sente corresponsabile, deve avere coraggio di fare prevenzione primaria, di intervenire su quei fattori. Non possiamo scandalizzarci alla sera dell’omicidio efferato, pur tenendo presente che da venticinque anni, non lo dice nessuno, gli omicidi volontari in questo paese diminuiscono, e poi essere totalmente indisponibili all’investimento in prevenzione rispetto soprattutto a quelle situazioni border line con il patologico e quant’altro. Bene, da tutto questo non deriva irenismo, deriva la necessità di fare progetti più realistici e faccio ancora esempi che riguardano il mio settore. La prevenzione penale non dipende solo dalla repressione, dipende dalla disponibilità a fare dei sacrifici. Per esempio, per tagliare le gambe alla criminalità organizzata siamo davvero disposti a una grande trasparenza fiscale, è un fattore fondamentalissimo, siamo davvero disposti a far sì, con difficili trattative internazionali, che non ci siano più i paradisi fiscali? Queste sono le cose, non i rom. E allora, sul piano del sistema sanzionatorio, io sono stato membro della commissione per la riforma del codice penale nella precedente legislatura che ha cercato di fare un lavoro non segnato dall’appartenenza all’una o all’altra maggioranza di governo e sono stato relatore proprio per quanto riguarda la riforma del sistema sanzionatorio. Teniamo presente che uno stato che fa prevenzione non è lo stato che applica, come avviene assurdamente da noi, solo la pena detentiva e che in questi termini porta poi in carcere, oltre quel sei sette per cento di criminalità organizzata, quella amplissima fetta di outsider sociali che sono la popolazione dei nostri penitenziari. Un sistema che fa davvero prevenzione è un sistema che ha il coraggio di adoperare serie sanzioni non detentive che incidano sugli interessi economici, sugli interessi patrimoniali, che incidano sul fattore pecuniario, che siano serie pene interdittive. Ma è anche un sistema che sa coniugare la giustizia riparativa e la giustizia conciliativa. Nulla fa più prevenzione di una riparazione effettivamente prestata, e magari spontaneamente incentivata e prestata. Le esperienze di mediazione penale, di cui i giornali non parlano, che sono state attuate in molti tribunali per i minorenni, sono di grandissimo rilievo; le riassumo in una battuta: si sospende il processo, si invita l’autore del reato e la vittima a incontrarsi davanti a un mediatore. Che cosa diventa possibile davanti a un mediatore? Quello che nel processo non è possibile: dirsi la verità. Perché dire la verità nel processo non è possibile, se no ti condannano di più, non è possibile ristabilire un dialogo; davanti al mediatore, se il mediatore è bravo, si ristabilisce un dialogo, ci si guarda negli occhi, ed è la stessa vittima che fa una proposta, molto spesso ci stupisce il livello di impegno di queste proposte, per la riparazione e la riconciliazione. Perché di queste modalità di giustizia che fanno prevenzione nel concreto parliamo così poco? Perché così scarsa attenzione allo sforzo per un sistema penale più umano e più efficiente? Perché certo che deve essere più efficiente; anche nella comunità cristiana tante volte c’è questa scarsità di attenzione e quindi sono felicissimo di trovare la mostra che c’è qui al Meeting. Ma consentitemi l’ultimo tema. Siamo in uno snodo culturale delicato: costruire la società degli uomini credenti, non credenti, essendo anche significativi come credenti. E allora dobbiamo dire: c’è un modello diverso di giustizia che fortunatamente è stato intuito sia nell’ambito di una elaborazione laica sia nel patrimonio della riflessione cristiana, anche se troppo spesso dimenticata? Il modello della dignità umana, dei diritti fondamentali dell’uomo ci presenta una giustizia che non è più quella della bilancia; l’essere umano ha diritti fondamentali dal concepimento alla morte naturale. Perché ha diritti fondamentali? Non in funzione di un giudizio che dà delle mie qualità, delle mie capacità, dell’epoca del mio sviluppo, ma semplicemente in quanto sono un essere vivente, umano. Ecco allora la giustizia del riconoscimento. Io sono giusto non quando agisco con l’altro in termini di reciprocità, ma quando riconosco l’altro come un tu e agisco in termini corrispondenti alla sua dignità, anche perché intuisco che in questo modo, diversamente da quello che pensava Caino, non privo me stesso di qualche cosa ma realizzo la dimensione più profonda del mio essere. E allora supero quell’ottica che mi ha portato mille volte a fare l’eutanasia e gli aborti, gli eugenisti figurati della vita, cioè che mi ha portato a eliminare tutti gli altri che sulla mia strada mi facevano problema, perché immaginavo che limitavano la mia libertà e intuisco che la mia libertà passa per l’incontro con quella persona e per il dire di fronte al male, di fronte al negativo, ciò che è altro dal male. Ecco allora una giustizia che non è più una bilancia che ripropone il negativo per il negativo, se volete il male per il male, ma una giustizia che ci dice che dinnanzi al male si tratta di fare progetti di bene, non perché si è passivi di fronte al male, perché reagire con progetti di bene di fronte al male è ciò che è l’alternativa più radicale al male. Non dobbiamo dimenticare, ed è l’ultimo tema che tocco ma mi preme moltissimo, che da cristiani abbiamo ampiamente dimenticato la riflessione biblica, veterotestamentaria e neotestamentaria, sulla giustizia. Ci siamo pasciuti anche noi di quei dati culturali: nella Bibbia c’è qualche riferimento alla legge del taglione, ci sono immagini molto crude di un Dio violento. La Bibbia è la storia di un popolo, di una comprensione faticosa del rivelarsi di Dio. Qualcuno, ne ha fatto le spese Gesù Cristo, immaginava che Dio fosse un liberatore in termini politico militari. Poi certo ci sono grandi metafore nella Bibbia di vicende apparentemente belliche che vogliono significare ben altro, pensate solo alla storia dell’Esodo, ma qual è il discorso più profondo della Bibbia già nell’Antico Testamento sulla giustizia? Rispetto ad Adamo, qual è la tentazione di Adamo e la tentazione di ciascuno di noi? Se esci dalla logica di Dio, ovviamente la logica dell’amore, allora sì che sarai realizzato, che sarai felice; se sfrutti il prossimo, se ti disinteressi dell’altro, allora sì che sarai felice. Adamo fa questa esperienza, si ritrova nudo. Non c’è bisogno del giudice che ti dà la pena, è il male che non ti realizza, mentre noi nella nostra cultura abbiamo ritenuto che è la pena che rende male il male, perché il male in sé sarebbe il bene, farlo sarebbe molto bello. La Bibbia ci dice: no, il male non ti realizza, ed è la vicenda di Caino che già abbiamo detto. E Caino fa come Adamo l’esperienza della non realizzazione: ogni altro mi potrà uccidere, io ho istituito la legge della reciprocità, chiunque altro mi potrà considerare qualcosa di negativo per lui; e Dio è giusto perché ti va a cercare e ti rida una strada. Dio non è passivo dinnanzi a noi, ma di fronte al tuo fallimento ti rida una strada. Questo ovviamente ha la sua pienezza in Gesù, la giustizia di Dio, Gesù giusto per gli ingiusti. La giustizia non è ripagare il male con il male ma di fronte al male spendere pienamente se stesso nella consapevolezza, lo possiamo dire a parole ma tanti lo hanno testimoniato, che come Gesù è questa la Resurrezione. Mettendo in gioco l’amore, il progettare secondo il bene di fronte al male, potrai magari anche essere sconfitto dinnanzi agli uomini, e la croce è la massima delle sconfitte umane, ma in Dio sei nella pienezza della vita. La giustizia che emerge dalla tradizione religiosa, dobbiamo avere il coraggio di dirlo altrimenti non convertiamo più nessuno, non è la logica del premio e del castigo perché, come ci ha insegnato anche il Santo Padre Giovanni Paolo II, l’Inferno non è la pena che ti dà Dio; l’Inferno è la drammatica possibilità che tu ti chiuda alla logica dell’amore e resti separato da Dio, nonostante Lui si metta totalmente in gioco per te, perché è giusto, perché di fronte al negativo che tu ripeti, ripetendo l’atteggiamento di Adamo, Lui si mette in gioco per la tua salvezza. Ma c’è una passione anche nella comunità ecclesiale per dire oggi cosa può essere autenticamente la giustizia? Ecco io vorrei che su questi temi una profonda riflessione culturale possa instaurarsi. E allora vi ringrazio tanto della vostra attenzione.

MODERATORE:
Abbiamo sentito tre relazioni di un interesse veramente generale che quasi trascende l’argomento della discussione di oggi e spero siano recuperate anche in termini scritti in qualche strumento. Io partirei dalla terza, perché diciamo che la terza è stata una riflessione di tipo antropologica, che va ben al di là dell’idea pubblico-privato, per avere un rapporto tra stato e cittadino-persona che, come diceva lui, non è punitivo. Siamo partiti dal livello del rapporto su tassazione o altro per arrivare alla fine a percepire l’idea di persona come percorso. E io che ho curato la mostra sulle carceri in questo Meeting insieme ad altri, ho trovato delle assonanze totali, perché l’idea non è quella di un cittadino che non paghi per le colpe che fa, ma una possibilità di uno sviluppo, di un’appagare le colpe per poter riemergere positivamente. E dall’altra parte un’idea positiva innanzitutto: io non devo innanzitutto controllare qualcuno che a priori sbaglia, ma qualcuno che ha una potenzialità positiva e, nel momento in cui sbaglia, sanzionarlo per tornare a questa possibilità positiva. La cosa nasce da una riflessione antropologica per arrivare a guardare tutti gli aspetti, perché evidentemente quante volte ho sentito dire che la nostra amministrazione ha un rapporto, diciamo, di sospetto verso la persona anche prima che commetta il reato? Io controllo perché sono sicuro che tu mi stai fregando, per cui io ti devo controllare perché a priori so che questo sta avvenendo in questo modo. Capite che questo è una rivoluzione, una rivoluzione culturale senza cui, secondo me, ogni tipo di riforma anche in tema pubblico-privato avrà poco effetto. Che conseguenza ha questo sul tema pubblico-privato? Il pubblico è qualcosa che il privato non può perseguire, perché per definizione il privato è contro il bene comune, quindi come tale devo controllarlo, perché pubblico è quello di tutti, mentre il privato è il regno degli interessi che è lecito ma è in qualche modo sospetto a priori. Mentre pubblico e privato si mischiano perché il privato che va fino in fondo nel suo interesse in qualche modo persegue il pubblico, secondo un’idea di privato che è un po’ diversa da una riduzione moderna, dalla riduzione verso cui ci porta la modernità. Ma è anche vero che ci può essere un interesse positivo che porta alla costruzione del bene privato e del bene comune. Quindi qui abbiamo una serie di riflessioni assolutamente interessanti che aprono la relazione intermedia del dottor Fiorentino. Cos’è l’authority? Qualcuno che va a controllare qualcuno che vuole fregare. Ma calma, se vale questa idea di concezione pubblico-privato e di persona, innanzitutto dobbiamo ridefinire il pubblico, dobbiamo ridefinire il privato, l’abbiamo sentito prima, perché di fronte alla crisi di questo rapporto abbiamo risposte molteplici che, diciamo, vanno sulla privatizzazione di tutto e su una difesa dello stato che non sta più in piedi e che evidentemente sono figlie di un’antropologia che non cambia. Se cambia l’antropologia allora nasce il pluralismo, la possibilità di ragionamento. L’avvocato Sciumè spesso ricorda il suo maestro su questo punto, il professor Grossi, che ha sempre detto: guardate che l’idea di pubblico-privato o di diritto contemporaneo non è il diritto; ci sono pluralismi totali di forme che nascono da un’idea articolata di società e di stato e che quindi danno vita a pubblico-privato che, guarda caso, nel mondo del non profit internazionale trova forse la sua eco. Ci sono realtà che di per sé essendo private hanno dentro la loro mission non tanto semplicemente l’aumento del profitti quanto la divisione del profitto tra gli stakeholder, il perseguimento di beni di interesse collettivo. Allora capiamo tutta la sua ricchissima trattazione che entra nel merito di un’amministrazione pubblica che possiamo dire aperta, permeabile a un apporto del privato, di un privato che diventa non concorrente, nemico di un’amministrazione pubblica, ma compete con lui a costruire il bene comune. Pensate che scenari si aprono, scenari anche molto più ampi di certi tentativi di ridefinizione del mondo del non profit, libro primo e libro quinto, che, lasciatemelo dire, sono figli di un’antropologia, di una visione un po’ vecchia, che cerca di rifare dei vestiti nuovi usando delle misure vecchie, quindi non vanno bene, o di scarpe che non entrano nel numero giusto delle persone che le devono portare. Cede a una rivoluzione che oltretutto sarebbe una rivoluzione, pensiamo appunto al professor Grossi che va a prendere la lunghissima tradizione giuridica italiana con migliaia di forme diverse. Quindi anche qui, anche questa seconda relazione è uno scenario che si apre. E poi mi sembra che una grandissima esemplificazione di uno strumento di applicazione sia l’intervento del professor Andò sull’università, perché come ci diceva giustamente, realtà pubblico-private diverse nessuno le ha prese in considerazione. Allora il tema che lui ha sviluppato dell’autonomia universitaria e del tentativo di costruire fondazioni, è qualcosa di assolutamente all’ordine del giorno. E’ la terza via rispetto all’idea tagli sì tagli no. Perché tagli si o tagli no, o noi andiamo ad usare queste cose o succede che ci sono certi tipi di spesa dove non ci sono soldi da spendere, e altri dove, per la rigidità della legislazione, si hanno troppi soldi e alla fine dell’anno si cerca di spenderli in qualche modo, perché sennò diventano passivi e ritornano allo Stato. Ma perché non ci può essere una legislazione tale per cui magari ti do una serie di fondi, ti do dei controlli, e dopo tu cerchi di costruire efficienza, di trovare fondi privati, di avere regimi diversi, anche di contrattazione, di rapporti. Allora capite: queste relazioni, questo incontro di oggi è più che altro una apertura d’interessi, e dice l’interesse ad andare avanti a studiare queste cose. Non stiamo parlando di qualcosa di sofisticato, ma di un tema che apre ad orizzonti che sono una rivoluzione nella nostra società. Vi ringrazio. Arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2008

Ora

19:00

Edizione

2008

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria
Incontri