PROFEZIA E POESIA. La voce del salmista e la voce del poeta greco di fronte all’emergenza uomo - Meeting di Rimini

PROFEZIA E POESIA. La voce del salmista e la voce del poeta greco di fronte all’emergenza uomo

Reading a cura di Zetesis. Consulenza musicale di Silvia Balsamo. Partecipano: Alessandro Guerra, Studente; Davide Longaretti, Studente; Moreno Morani, Docente di Glottologia all’Università degli Studi di Genova; Giulia Regoliosi, Preside del Liceo Classico "Alexis Carrel" di Milano.

 

PROFEZIA E POESIA. La voce del salmista e la voce del poeta greco di fronte all’emergenza uomo
Ore: 21.45 Sala Neri
Reading a cura di Zetesis. Consulenza musicale di Silvia Balsamo. Partecipano: Alessandro Guerra, Studente; Davide Longaretti, Studente; Moreno Morani, Docente di Glottologia all’Università degli Studi di Genova; Giulia Regoliosi, Preside del Liceo Classico "Alexis Carrel" di Milano.

MORENO MORANI:
Intendiamo l’espressione “emergenza uomo” nel suo senso originario: l’emergere, l’affiorare di una percezione di sé che spinge l’essere umano a prendere coscienza delle sue potenzialità e a riconoscersi come una creatura diversa e speciale nel grande panorama del creato. Questa presa di coscienza genera delle domande, una zetesis, per esprimerci con una parola chiave che sintetizza il lavoro di studio e approfondimento che stiamo svolgendo da anni. Gli antichi greci definivano l’uomo come microcosmo, infinitamente grande di fronte a realtà di dimensioni microscopiche e infinitamente piccolo di fronte a un universo le cui dimensioni sono tali da sbigottire. Ancora, l’uomo si colloca sulla linea di demarcazione fra razionale e irrazionale, partecipa delle doti proprie degli esseri divini e ha dentro di sé le pulsioni e gli istinti dei bruti. E deve scegliere in ogni momento se valorizzare gli aspetti della sua razionalità o lasciarsi dominare da queste pulsioni. Così l’uomo si trova di fronte a una serie di contraddizioni: l’osservazione della realtà gli presenta bellezze e meraviglie tali da richiamarlo alla mano del Creatore. E sarebbe stolto se dalla contemplazione delle creature non risalisse alla percezione del Creatore, come osservava già nella Bibbia il libro della Sapienza: “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio e dai beni visibili non riconobbero Colui che è, non riconobbero l’Artefice pur considerandone le opere”. Ma è anche vero che questo Creato affascinante può trasformarsi in una valle di lacrime, dentro la quale l’uomo si sente esule e privo di difese, e la natura anziché madre può essere vista una malvagia matrigna, come asserivano con espressioni più o meno simili autori pagani quali Cicerone o Plinio e cristiani come Sant’Agostino. L’uomo è stato gettato in queste angosce da una natura non come una madre ma come una matrigna. “Emergenza uomo” significa allora accorgersi di essere un granellino di sabbia in mezzo ad altri granellini di sabbia, miliardi di granellini di sabbia, collocato in un punto e in un momento che non si è scelto, e nel contempo scoprire di essere un granellino di sabbia speciale. Ognuno di questi granellini ha una sua storia, e quando uno di essi verrà meno in un momento e in circostanze che non può prevedere e decidere, non potrà essere sostituito, perché i nuovi granellini che si aggiungeranno al deserto saranno a loro volta diversi e irripetibili. L’affiorare di questa coscienza, come si è detto, genera domande. Vorremmo seguire il nascere, l’approfondirsi di queste domande, e il presentarsi di tentativi di risposta nei testi poetici di due tradizioni del mondo antico: quella greca e quella ebraica. Tradizioni diverse fra di loro, ma destinate infine ad amalgamarsi e fondersi in una sintesi feconda. Se come ci ha insegnato Papa Benedetto XVI, l’esperienza greca, criticamente purificata, è parte integrante della fede cristiana e del formarsi della nostra cultura moderna, ebraismo e grecità hanno rivestito un ruolo essenziale. Due tradizioni diverse per lo spirito che le anima e per il loro retroterra culturale, in quanto al desiderio di astrazione e di amore per la bellezza del mondo greco si contrappone la concretezza e il duro senso pratico della cultura semitica. Ma soprattutto diverse perché la ricerca di una risposta alle domande più essenziali dell’uomo, la zetesis per l’appunto, è demandata nel mondo greco alle sole forze dell’essere umano e della sua razionalità, che viene per questo valorizzata in modo straordinario, mentre nel mondo ebraico è accompagnata passo passo dalla presenza misteriosa e partecipe di una compagnia più grande, in una storia nella quale si alternano in maniera continua abbandono fidente, senso di ribellione, tradimento e domanda di perdono. Nel mondo ebraico Dio è continuamente presente accanto all’uomo, e si rivela e fa sentire la sua presenza; nel mondo greco l’uomo deve inventarsi i suoi dei e poi affidare a queste figure da lui create il suo anelito di infinito e di infelicità. Nel percorso che tratteggiamo questa sera daremo un ruolo privilegiato alla poesia dell’età arcaica e classica per il mondo greco e alla poesia dei salmi per i mondo ebraico, in una sorta di parallelismo che presenta aspetti sicuramente affascinanti.

GIULIA REGOLIOSI:
Il bambino piccolo chiede con insistenza il perché di tutte le cose e si rivolge ai suoi genitori, ritenendo che siano gli unici a potergli dare delle risposte dall’alto della loro più lunga esperienza umana e della loro maggiore competenza. La domanda che l’uomo adulto ha dentro di sé è molto più radicale: chi sono, come posso ottenere la felicità, perché devo morire? Chi può fornire una risposta all’inquietudine dell’uomo? Di fronte alle domande eternamente ripetute dell’umanità, chi può vantare o da chi ci si può aspettare un’esperienza più lunga o la competenza più elevata? Gli occhi dell’uomo che cerca e chiede sono rivolti verso il cielo, nella speranza che qualcuno possa sentire la sua domanda e mandare una risposta. Ma il cielo sembra lontano rispetto ai desideri e alle attese dell’uomo che procede da solo. L’unica possibilità è quella di fidarsi di chi sa andare al fondo dell’esperienza umana e sembra trasmettere nella sua voce e nel suo comportamento almeno una scintilla di quella realtà invisibile da cui può provenire una risposta. Per l’uomo greco la poesia si situa in questa zona privilegiata dell’esperienza. Nel poeta riecheggia un barlume di esperienza che sembra travalicare l’umano. Lo dice il filosofo Platone nel dialogo Ione, una catena collega gli dei al poeta, il poeta all’interprete, l’interprete al pubblico. E vari autori di prosa e di poesia ribadiscono questo motivo. È talmente forte questa percezione del valore profetico della poesia da mettere al centro della vita della polis, la città-stato della Grecia arcaica, gli spettacoli teatrali nei quali la voce del poeta ammaestra la città come fa il maestro coi suoi scolari. E dunque il poeta può avere dentro di sé questa consapevolezza della sua missione, come dimostrano i tre seguenti brevi passaggi che troviamo in due Odi di Pindaro e in una tragedia di Eschilo, l’Agamennone.

ALESSANDRO GUERRA:
Davvero sono molti i prodigi, ma le storie costruite con menzogne variopinte, parole di uomini, ingannano travalicando la verità. E il fascino che genera tutte le dolcezze per i mortali infonde valore e spesso rende credibile l’incredibile, ma i giorni che seguono sono testimoni sapienti. È bello per l’uomo dire cose belle di Dio. Ti prego signore di guardare benevolo secondo armonia ciascuna opera che creo. Giustizia è presente con dolce canto festoso. L’età mi ispira da parte di Dio un senso di fiducia che ha forza di canti.

GIULIA REGOLIOSI:
Il canto del poeta è canto profetico, profezia che può dischiudere agli uomini verità. Ed è dovere del poeta partecipare agli uomini quello che la sua coscienza, ispirata da qualcosa di più alto, gli detta. Ancora Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
C’è un motto fra gli uomini: non nascondere nel silenzio sotto terra il bene avvenuto, cui si addice il canto profetico, parole di lode.

GIULIA REGOLIOSI:
Ma anche nel mondo ebraico è attraverso la parola del profeta che l’uomo comune conosce il senso del suo destino e della storia, perché anche nel mondo ebraico, non diversamente da quanto accade in Grecia, l’uomo deve cercare Dio, e Dio si rivela solo all’uomo che lo cerca.

ALESSANDRO GUERRA:
Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esiste un saggio, se c’è uno che cerchi Dio.

GIULIA REGOLIOSI:
Se una presenza misteriosa accompagna e guida il destino del popolo di Israele, è attraverso altri uomini che la sua voce si fa sentire, attraverso genialità religiose, come Abramo, Mosè, Isaia, Davide, e dunque il salmista può richiamare l’attenzione del suo popolo all’ascolto della sua voce, con espressioni come questa.

ALESSANDRO GUERRA:
Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento, ascolta le parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca in parabole, rievocherò gli arcani dei tempi antichi.

GIULIA REGOLIOSI:
La prima e più immediata percezione che l’uomo ha della vita è quella della sua precarietà. Sogno di un’ombra è l’uomo, un soffio, meno di un soffio. E l’esperienza greca e l’esperienza ebraica percepiscono in maniera simile questa triste realtà. Ce lo ricorda ancora Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
Nati di un giorno, che è mai l’uomo, chi e che cosa? Sogno di un’ombra è l’uomo, alterni sono i soffi di venti che volano dall’alto. La felicità degli uomini non giunge stabile a lungo.

GIULIA REGOLIOSI:
E Sofocle.

ALESSANDRO GUERRA:
Vedo che non siamo altro che immagine, tutti noi che viviamo. Ombra leggera.

GIULIA REGOLIOSI:
Non diversa la percezione del salmista, che si avvale di parole molto simili.

ALESSANDRO GUERRA:
Sì, sono un soffio i figli di Abramo, una menzogna. Tutti gli uomini insieme sulla bilancia sono meno di un soffio. Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come un’ombra che passa.

GIULIA REGOLIOSI:
Questa creatura fragile sembra non avere certezze, un eterno fluire di gioia e dolore la vita. L’uomo non sa quale sarà il suo futuro, ma una saggezza antica gli dice che qualunque possa essere il percorso della sua vita, alla fine il conto dei mali supererà il conto dei beni. Anche in questo la voce del poeta greco si allinea con quella del salmista. Così ancora Pindaro, che in vari passaggi richiama a non esaltarsi di fronte alle gioie del momento, perché nessuno può conoscere il destino a cui va incontro.

ALESSANDRO GUERRA:
Se sai conoscere il senso profondo dei detti, questo hai appreso dagli antichi e conosci. Gli dei assegnano agli uomini due mali per ogni bene. Gli sciocchi non lo accettano in armonia, i buoni lo accettano e pongono in rilievo il bene. Certo, per i mortali non è stabilito il confine della morte, né quando compiremo con un bene indistruttibile un tranquillo giorno figlio del sole. Giunge agli uomini un alterno fluire di gioie e dolori. Se un uomo possiede nella mente la strada della verità quando ottiene dagli dei un bene deve accettarlo. Nessuno degli abitatori della terra ha scoperto da parte di Dio un segno certo di ciò che verrà. I responsi del futuro sono ciechi. Molte cose sono capitate agli uomini contro l’attesa. Talvolta la gioia, altre volte chi si è imbattuto in terribili tempeste dopo breve tempo ha mutato il dolore in profonda bellezza. Se qualcuno è felice e supera gli altri in aspetto e vincendo le gare dimostra la sua forza, ricordi di avere corpo mortale, e che alla fine di tutto sarà rivestito di terra. Eppure molte cose bramando avanziamo in progetti grandiosi, le membra irretite da una spudorata speranza.

GIULIA REGOLIOSI:
Ma non di meno il richiamo del salmista, che ribadisce con parole molto dure la totale impotenza dell’essere umano a forgiare un destino diverso da quello che altri ha disposto per la sua vita.

ALESSANDRO GUERRA:
Finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore. Passano presto e noi ci dileguiamo. L’uomo nella prosperità non comprende, come gli animali che periscono. Questa è la sorte di chi confida in se stesso, l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole. Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte. Scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà ogni loro parvenza. Gli inferi saranno la loro dimora. Se vedi un uomo arricchirsi, non temere. Se aumenta la gloria della sua casa, quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria. Nella sua vita si diceva fortunato, ti loderanno perché ti sei procurato del bene. Andrà con la generazione dei suoi padri, che non vedranno mai più la luce. L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono.

GIULIA REGOLIOSI:
Anche per il salmista come per il poeta greco, ciò che ci resta da vivere non è prevedibile e il senso di precarietà è l’unica certezza.

ALESSANDRO GUERRA:
Rivelami signore la mia fine. Quale sia la misura dei miei giorni. E saprò quanto è breve la mia vita. Vedi in pochi palmi hai misurato i miei giorni. E la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa. Solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga.

GIULIA REGOLIOSI:
Concludiamo questa prima sessione del nostro percorso con un brano del poeta greco-arcaico Mimnermo, che riprendendo un’immagine già usata da Omero, il susseguirsi delle generazioni degli uomini paragonato alle generazione delle foglie, esprime una idea di realistico pessimismo che non sembra lasciare scampo.

ALESSANDRO GUERRA:
Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera ricca di fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole, noi, simili ad esse, per un tempo brevissimo godiamo i fiori della giovinezza, né il bene né il male conoscendo dagli dèi. Oscure sono già vicine le Kere, l’una avendo il termine della penosa vecchiaia, l’altra della morte.

GIULIA REGOLIOSI:
Eppure questo essere fragili e indifesi sembra avere avuto in sorte un destino speciale. Sogno di un’ombra è l’uomo, abbiamo sentito da Pindaro. Ma questo è l’immediato proseguimento di quel passaggio poetico.

ALESSANDRO GUERRA:
Ma quando con lo splendore dato da Zeus fulgida avvolge gli uomini la luce è dolce il tempo.

GIULIA REGOLIOSI:
Molte meraviglie ha la natura ma nulla v’è di più meraviglioso dell’uomo, ci ricorda Sofocle nell’Antigone. Utilizzando per descrivere l’uomo un termine in cui è contenuta insieme l’idea dello stupore e del timore. L’uomo è nulla di fronte agli dei mortali. V’è un divario incolmabile fra gli effimeri destinati alla morte e gli eterni che godono di potenza smisurata. Ma l’uomo partecipa della natura degli immortali e discende dalla loro stessa stirpe.

ALESSANDRO GUERRA:
Una è la stirpe degli uomini, una quella degli dei. Da una stessa madre entrambi traiamo respiro. Ma tutta la nostra potenza è distinta, l’una è uguale al nulla mentre il cielo rimane sempre sede bronzea e immutabile. Tuttavia siamo prossimi agli immortali per grandezza di mente o per natura, pur non sapendo quale percorso di giorno e di notte il destino ci ha prescritto di compiere.

GIULIA REGOLIOSI:
E anche per il salmista alla domanda “che cosa è l’uomo?” corrisponde una risposta in cui viene affermata la sua dignità e la sua posizione di signoria nel creato.

ALESSANDRO GUERRA:
Se guardo il cielo opera delle tue dita, la luna e le stelle che tue hai fissate, che cosa è l’uomo perché tu te ne ricordi? E il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e d’onore l’hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi. Tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna.

GIULIA REGOLIOSI:
Un’altra interessante analogia tra le due culture è il richiamo a considerare sempre il proprio limite. L’uomo greco deve rispettare il limite della propria condizione, senza pretendere di andare oltre. Oltrepassare il limite costituirebbe quello che nel mondo greco si chiamerebbe peccato di Hýbris. Il tentativo di eccedere al di là di quello che il destino e gli dei ti hanno assegnato. Così Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
Due sole cose nutrono il soavissimo fiore della vita con fiorente felicità, avere buona sorte e buona fama. Non volere essere dio, hai tutto se ti giunge parte di questi beni. Ai mortali si addicono cose mortali.
GIULIA REGOLIOSI:
Anche il salmista riconosce la necessità di astenersi da pensieri superbi.

ALESSANDRO GUERRA:
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, non sono boriosi i miei occhi, non mi muovo tra cose troppo grandi, superiori alle mie forze.

GIULIA REGOLIOSI:
In lui riconoscere il limite dell’uomo significa anche non confidare negli altri uomini. Perché nessun uomo, per quanto ricco e potente, può garantire la salvezza di un altro uomo. Solo Dio garantisce fedeltà e salvezza.

ALESSANDRO GUERRA:
Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare. Esala lo spirito e ritorna alla terra. In quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, Creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre.

GIULIA REGOLIOSI:
E ancora

ALESSANDRO GUERRA:
Non confidate nella violenza. Non illudetevi della rapina. Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore. Una parola ha detto Dio, due ne ho udite. Il potere appartiene a Dio, tua, Signore, è la grazia. Secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo.

GIULIA REGOLISI:
Se finora abbiamo visto la riflessione del mondo greco e del mondo ebraico procedere come su due linee parallele, con risonanze e persino espressioni quasi simili, da un certo punto in avanti le due esperienze si divaricano. Angoscia di fronte all’umano e desiderio di una compagnia che sia insieme guida e consolazione hanno soluzioni diverse. L’uomo non può fare a meno di Dio, a Dio l’uomo anela con un desiderio e con una sete che non può essere placata se non dalla sua vicinanza. Così il salmista.

ALESSANDRO GUERRA:
Come la cerva anela a io corsi d’acqua così l’anima mia anela a te o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio? O Dio tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di Te a sete l’anima mia. A Te anela mia carne come terra deserta, arida senz’acqua, così nel santuario ti ho cercato per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode. Così ti benedirò finche io viva, nel Tuo nome alzerò le mie mani. L’anima mia languisce e brama gli atri del signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. Anche il passero trova la casa, la rondine il nido dove porre i suoi piccoli presso i tuoi altari Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.

GIULIA REGOLIOSI:
Vi sono momenti in cui questa presenza fedele e buona sembra non farsi sentire e l’uomo si sente solo e privo di speranza. È un sentimento che percorre in modo continuo il libro dei salmi, esprimendosi talora con accenti di drammatica intensità.

ALESSANDRO GUERRA:
Perché Signore stai lontano e nel tempo dell’angoscia ti nascondi? Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio e cade nelle insidie tramate. Fino a quando Signore continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento, e fino a quando su di me trionferà il nemico? Guarda rispondimi signore mio Dio. Conserva la luce ai miei occhi perché non mi sorprenda il sonno della morte. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza, sono le parole del mio lamento. Dio mi ti invoco di giorno e non rispondi. Grido di notte e non trovo riposo. Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre dove è il tuo dio? Rispondimi Signore. Benefica è la tua grazia. Volgiti a me nella tua grande tenerezza. Non nascondere il volto al tuo servo. Sono in pericolo. Presto rispondi, avvicinati a me. Riscattami, salvami dai miei nemici. Tu conosci la mia infamia, la mia vergogna e il mio disonore. Davanti a te sono tutti i miei nemici. L’insulto ha spezzato il mio cruore e vengo meno. Ho atteso con passione ma invano consolatori ma non ne ho trovati.

GIULIA REGOLIOSI:
Dio sembra assente. E sembra ignorare le attese dell’uomo. Ma il salmista sa che, benché apparentemente lontano, Dio ascolta la sua voce e il suo lamento. Ma se l’uomo ha bisogno di Dio, anche Dio vuole essere cercato dall’uomo.

ALESSANDRO GUERRA:
Lo stolto pensa non c’è Dio. Sono corrotti fanno cose abominevoli, nessuno più agisce bene. Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio, se c’è uno che cerchi Dio. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti.

GIULIA REGOLIOSI:
All’uomo Dio si è fatto presente di persona e ha fatto conoscere il suo nome e per questo il salmista può sciogliere i canti che esprimono fiducia illimitata.

ALESSANDRO GUERRA:
Ti amo Signore mia forza, Signore mia roccia, mia fortezza e mio liberatore. Mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo, mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. Invoco il Signore degno di lode e sarò salvato dai miei nemici. Il Signore è il mio pastore non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male, perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa, al cospetto dei miei nemici, cospargi di olio il mio capo, il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni. Solo in Dio riposa l’anima mia, da lui la mia salvezza. Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa, non potrò vacillare. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria, il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio. Confida sempre in lui o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio.

GIULIA REGOLIOSI:
Il Signore è rifugio e salvezza. Naturalmente condizione di questo aiuto è la promessa di seguire le sue leggi e le sue vie.

ALESSANDRO GUERRA:
Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri, guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in Te ho sempre sperato. Ricordati Signore del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre. Non ricordare i peccati della mia giovinezza, ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà Signore. Via da me voi tutti che fate il male. Il Signore ascolta la voce del mio pianto. Il Signore ascolta la mia supplica, il Signore ascolta la mia preghiera. Arrossiscano e tremino i miei nemici, confusi indietreggino all’istante.

GIULIA REGOLIOSI:
Ben diversa la situazione dell’uomo greco. Questi non può attingere simili certezze. I suoi Dei sono figure evanescenti, intraviste come nella nebbia e persino infide. Per il lui la presenza degli dei non garantisce necessariamente la presenza di giustizia sulla terra. Ce lo ricorda in modo drammatico il poeta tragico Euripide.

ALESSANDRO GUERRA:
Il pensiero degli dei, quando giunge al mio animo, toglie via ogni dolore. Ma mentre muta la speranza di capire, vengo meno guardando alle sorti, alle opere degli uomini. Ahimè le cose che dici non c’entrano coi miei mali. Io non credo che gli Dei desiderino amori colpevoli e si imprigionino l’un l’altro. Non lo ritengo vero, né me ne lascerò persuadere. E neppure che si rendano a vicenda padroni. Dio, se è davvero Dio, non ha bisogno di nulla. Questi sono miserabili discorsi di poeti.

GIULIA REGOLIOSI:
L’uomo però è tenuto a seguire la giustizia e la moralità. Ce lo ricorda Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
Anche in passato c’era la funesta colpa, compagna di blande parole, colpevole, malvagia, operatrice di frode, che schiaccia chi splende. Zeus padre.

GIULIA REGOLIOSI:
Non è mai in discussione il fatto che esistono delle leggi divine a cui si devono conformare le leggi dell’uomo e il suo comportamento. L’uomo che operi il male, la frode ha poca speranza di felicità, perché gli dei vigilano su di lui e prima o poi lo puniscono. Per le leggi eterne, divine che regolano i rapporti fra gli uomini e fra questi e gli dei, Antigone, la figlia di Edipo, sceglie di dare la sua vita. E’ l’argomento di una grande tragedia di Sofocle, in cui l’eroina accetta di morire pur di non offendere le leggi divine che impongono di onorare e tumulare l’uomo defunto. Non è una scelta facile, perché rinunciare alla vita è un passo duro da accettare e Antigone si avvia alla morte esprimendo amarezza e rincrescimento per questa sua scelta.

ALESSANDRO GUERRA:
Quale giustizia degli dei ho violato, perché devo ancora infelice guardare agli dei, chi invocare in aiuto, sono stata pia, ho ottenuto empietà.

GIULIA REGOLIOSI:
Se il fatto di seguire le leggi divine e di onorare gli dei non assicura agli uomini la felicità, perché non sempre ai meriti e alla purità dell’uomo corrispondono i doni elargiti dagli dei, vi è il pericolo di inclinare verso la disperazione e verso l’atteggiamento che oggi chiameremmo, almeno tendenzialmente, nichilista.

ALESSANDRO GUERRA:
Ma se tali azioni empie sono onorate, perché dovrei danzare? O potente, se pure questo nome ti si adatta, Zeus di ogni cosa sovrano, non sfugga tutto questo a te e alla tua immortale signoria, vengono meno gli antichi oracoli, la fede va in rovina.

GIULIA REGOLIOSI:
Se questo non avviene o avviene soltanto in settori limitati e marginali dell’esperienza greca antica, è perché l’uomo greco è sostenuto da una parte dalla salda certezza dell’esistenza di leggi a cui, indipendentemente dalla ricompensa che gli dei possano dare, deve comunque corrispondere, dall’altra da un atteggiamento di fondo positivo e gioioso di fronte alla vita, cosa che gli permette di affrontarla anche quando le circostanze sembrerebbero talmente negative da non lasciare prevedere nessuno sbocco favorevole. Inoltre, anche nei suoi dei così fragili, l’uomo greco vede una possibilità con cui può placare la sete di trascendenza e avere un Tu più alto con cui mettersi in relazione. Per il salmista l’idea che Dio intervenga a favore dell’uomo, magari con durezza e infliggendo severi patimenti per punire i suoi tradimenti e le sue dimenticanze, è una certezza.

ALESSANDRO GUERRA:
I passi del mio vagare Tu li hai contati. Le mie lacrime nell’otre Tu raccogli. Non sono forse scritte nel Tuo libro? Allora ripiegheranno i miei nemici quando Ti avrò invocato. So che Dio è in mio favore, lodo la parola di Dio, lodo la parola del Signore. In Dio confido e non avrò timore. Che cosa potrà farmi un uomo? Su di me o Dio i voti che Ti ho fatto. Ti renderò azioni di grazie perché mi hai liberato dalla morte. Hai preservato i miei piedi dalla caduta perché io cammini alla presenza Tua nella luce dei viventi o Dio. Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora, non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi. Lo salverò perché a Me si è affidato, lo esalterò perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta. Presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso.

GIULIA REGOLIOSI:
Il salmista può dire: “Ti amo Signore mia forza, Alleluia, ti amo Signore perché ascolti il grido della mia preghiera”, perché la presenza di Dio accanto all’uomo è storia, non racconto mitico.

ALESSANDRO GUERRA:
Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli. Diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la Sua potenza e le meraviglie che Egli ha compiuto. Ha stabilito una testimonianza in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli perché li sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i Suoi comandi.

GIULIA REGOLIOSI:
L’uomo greco non ha goduto di questo dono. Vi sono però circostanze in cui l’uomo pagano percepisce la presenza del dio vicino a lui. Come appare da questo frammento della poetessa Saffo che, nell’incanto di un paesaggio tranquillo, avverte vicino a sé la presenza della dea Afrodite.

ALESSANDRO GUERRA:
Vieni qui in questo tempio santo dov’è per te un grazioso bosco di meli e altari ardono di incenso. Qui fresca acqua risuona fra i rami dei meli e tutto il luogo è ombreggiato di rose e allo stormire delle foglie stilla un sonno incantato. Qui un pascolo di cavalli e tutto un germoglio di fiori primaverili e le brezze spirano miele. Qui tu Cipride cinta di sacre bende versa delicatamente in coppe d’oro nettare misto a gioia.

GIULIA REGOLIOSI:
La speranza è quella di poter trovare conforto da parte delle divinità: “A Zeus io lo so, stanno a cuore le tue pene”, fa dire il poeta Euripide ad un suo personaggio, suscitando da parte sua una risposta dubbiosa. Se l’esperienza sembra suggerire prospettive angoscianti di dei in conflitto fra loro e pronti a vendicarsi sugli uomini per soddisfare i loro egoismi, è anche vero che sarebbe temerario per l’uomo dare un giudizio sull’operare degli dei e se il mito parla di un passo antropofago degli dei, è meglio che l’uomo non osi giudicarli, come avverte ancora Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
E’ giusto che l’uomo pronunci dei lumi il bello, è minore la colpa. Mai riuscirei a dir schiavo del ventre uno dei beati. Arretro, nessun guadagno tocca ai blasfemi.

GIULIA REGOLIOSI:
Al di sopra di tutto vi è il volere di Zeus che garantisce il compiersi e l’avverarsi della giustizia, ma le modalità con cui questa si attua sono conoscibili solamente da Zeus. Queste parole sagge e profonde risuonano nel finale di una tragedia di Eschilo, Le Supplici.

ALESSANDRO GUERRA:
Come potrei pretendere di scrutare nel pensiero di Zeus, abisso insondabile? Rivolgigli dunque una preghiera moderata.

GIULIA REGOLIOSI:
Su quest’ultima affermazione dovremmo tornare fra poco, per ora ci limiteremo ad osservare che dal cuore dell’uomo pagano possono fluire preghiere di grande intensità, come questa che proponiamo da Pindaro.

ALESSANDRO GUERRA:
O Dei ascoltate la mia preghiera, con voi infatti tutto ciò che è gioia, tutto ciò che è dolce capita agli uomini e da voi dipende, il suo nome è sapiente, se è bello, se è glorioso.

GIULIA REGOLIOSI:
O da Euripide.

ALESSANDRO GUERRA:
Salve cara Signora, ricevi una corona per i tuoi capelli d’oro dalle mie mani pie. Io solo fra i mortali ho questo dono, vivo con te, parlo con te, udendo la tua voce anche se non vedo il tuo volto. Posso concludere la vita come ho iniziato.

GIULIA REGOLIOSI:
E questa preghiera del poeta e legislatore ateniese Solone, celebre per la sua saggezza e moderazione, lunga preghiera alle muse, le divinità del canto, dell’arte e della memoria, di cui proponiamo alcuni passi.
ALESSANDRO GUERRA:
Splendenti figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio, Muse Pieridi, la mia preghiera ascoltate.
Concedete che io abbia prosperità dagli dèi beati, e da tutti gli uomini grande fama per sempre. Sia io dolce agli amici e aspro ai nemici; per gli uni degno di onore, per gli altri tremendo a vedersi. Tra i mortali non durano le opere della prepotenza. Il compimento di tutte le cose Zeus sorveglia e, all’improvviso- come spazza subito le nuvole il vento di primavera che, rimosso il fondo del mare sterile, dalle molte onde, sulla terra che produce frumento distrugge i bei lavori dei campi, e giunge poi al cielo, l’inaccessibile sede degli dèi, e fa di nuovo vedere il sereno; limpida rifulge allora la forza del sole sulla pingue terra, e nessuna nube si può più vedere -; così è la punizione di Zeus,

GIULIA REGOLIOSI:
L’uomo fonda la sua speranza sul fatto che già altre volte si è rivolto agli dei e questi lo hanno ascoltato. “Se mai anche altre volte mi fosti vicina, vieni qui anche ora”, con queste parole si rivolge la dea Afrodite alla poetessa Saffo, che soffre le pene di un amore senza speranza. Ma la preghiera dell’uomo deve essere misurata e corrispondere al volere della divinità, altrimenti sarebbe essa stessa colpa e superba presunzione. Così appare da uno dei passaggi più ispirati e profondi della lirica greca. Un brano del poeta Simonide. Danae è stata punita dal padre perché resa madre da Zeus. Ella viene richiusa in una cassa e gettata in mare insieme al bambino Perseo. Mentre infuria la tempesta e il piccolo, ignaro del pericolo e della possibile fine, dorme inconsapevole, la donna rivolge a Zeus la sua preghiera, una richiesta semplice e sincera d’aiuto elevata da chi non può più contare sulle sue forze e non ha più altra speranza che la benevolenza del Dio. Ma questa preghiera potrebbe essere audace o lontana dalla giustizia e allora la donna chiede che Dio la perdoni per aver invocato un’assoluzione non coerente con il suo volere.

ALESSANDRO GUERRA:
Quando nella cassa ben lavorata, il soffio del vento, il moto dell’onda l’abbatterono per il terrore, con le guance bagnate gettò le braccia intorno a Perseo e disse: “O figlio, che pena ho! E tu dormi e col tuo cuore di lattante riposi nel legno senza gioia dai chiodi di bronzo, disteso nella notte senza luce, nella tenebra cupa e non avverti l’acqua profonda del flutto che passa sopra i tuoi capelli, né la voce del vento mentre giaci col tuo bel viso sulla coperta purpurea. Se per te fosse terribile ciò che è terribile, presteresti il tuo piccolo orecchio alle mie parole, ma ti prego dormi bimbo e dorma il mare e dorma la smisurata sciagura. E un cambiamento si mostri Zeus padre da te. Seppur la mia preghiera è audace o fuori della giustizia, perdonami.

GIULIA REGOLIOSI:
Giungiamo così quasi alla fine del nostro percorso. L’esperienza dell’uomo semitico e l’esperienza dell’uomo greco si muovono lungo una linea comune, perché al fondo vi è l’uomo con le sue eterne domande e con i suoi tentativi di risposte. Nell’un caso come nell’altro l’uomo giunge a percepire la sovranità di Dio. Rivolgersi a Dio è il compimento del suo desiderio, delle sue aspettative, ma per il salmista è una conclusione suffragata dalla certezza di un incontro. Il salmista effonde la sua lode a un Dio che gli si è presentato e si è fatto conoscere per nome e ha concretamente aiutato l’uomo. Il suo è un canto frutto di certezza.

ALESSANDRO GUERRA:
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della Sua bocca ogni loro schiera, come in un otre raccoglie le acque del mare, chiude in riserva gli abissi. Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a Lui gli abitanti del mondo, perché Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste. Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli, ma il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del Suo cuore per tutte le generazioni. Il cielo annunzi la Sua giustizia, Dio è il giudice. Ascolta popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te Israele, io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti. Non prenderò giovenchi dalla tua casa, né capri dai tuoi recinti. Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna. Se avessi fame a te non lo direi. Mio è il mondo e quanto contiene. I poveri mangeranno e saranno saziati. Loderanno il Signore quanti lo cercano, viva il loro cuore per sempre. Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra. Si prostreranno davanti a Lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il Regno è del Signore, Egli domina su tutte le nazioni. A Lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra. Davanti a Lui si curveranno quanti discendono nella polvere e io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene e annunzieranno la Sua giustizia. Al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore”. Il Signore tuona sulle acque, il Dio della gloria scatena il tuono, il Signore sull’immensità delle acque. Il Signore tuona con forza, tuona il Signore con potenza. Il tuono del Signore schianta i cedri, il Signore schianta i cedri del Libano. Fa balzare come un vitello il Libano e il Sirion come un giovane bufalo. Il tuono saetta fiamme di fuoco. Il tuono scuote la steppa. Il Signore scuote il deserto di Kades. Il tuono fa partorire le cerve e spoglia le foreste. Nel suo tempio tutti dicono Gloria. Il Signore è assiso sulla tempesta. Il Signore siede Re per sempre.

GIULIA REGOLIOSI:
Il salmista può connettere a Dio tutte le qualità positive, la somma giustizia o la fedeltà incrollabile, perché Dio stesso si è fatto conoscere come l’Eterno e l’Onnipotente, Colui che ha da sempre e per sempre la Signoria sul creato, opera nelle sue mani. In una parola Colui che è da sempre e per sempre. L’uomo greco non ha la possibilità di arrivare a queste conclusioni. Per lui è difficile pensare ad una creazione e a un Dio unico e creatore. Soprattutto gli è difficile associare le divinità al concetto certamente complesso di onnipotenza. I suoi dei sono eterni, ma tutti più o meno limitati e spesso in conflitto con forze oscure che cercano di minarne il potere e dalle quali si devono difendere. Eppure al di là di questo anche l’uomo greco percepisce, seppur in modo vago, l’esistenza di una divinità che deve essere Signore di tutta l’umanità e di tutto l’universo. A questa conclusione arriva non per diretta conoscenza, ma attraverso un’intuizione, forse guidata dalla mano stessa di Dio, come avvertivano già i Padri della Chiesa. Uno di essi, Eusebio di Cesarea, parlava di una Praeparatio Evangelica. Dio non si è fatto conoscere direttamente dall’uomo greco, ma ha lanciato semi di verità che dovevano permettere una più immediata consonanza con la Rivelazione nel momento in cui questa si sarebbe presentata attraverso il Cristianesimo. La profondità di questo cammino pur incerto e solitario si avverte dagli ultimi brani che presentiamo. L’intuizione geniale dell’esistenza di una divinità che ha signoria su tutto, eppur nel panorama variegato e multiforme di un politeismo ricco di miti, regge in modo positivo l’universo. E’ affermato da Pindaro che proclama:

ALESSANDRO GUERRA:
Inonda di silenzio il tuo manto, Zeus amministra ogni cosa, Zeus il Signore di tutto.

GIULIA REGOLIOSI:
In un passaggio della tragedia Agamennone di Eschilo, questo motivo traluce in maniera ancora più netta, perché è affermata non solo la superiorità e la signoria di Zeus, ma anche in qualche modo la non completa corrispondenza fra lo Zeus dei miti e la divinità che regge il mondo.

ALESSANDRO GUERRA:
Zeus, chiunque mai sia, se con questo nome a lui è caro essere invocato, con questo lo invoco. Non ho nulla da paragonargli, pur ponderando ogni cosa, al di fuori di Zeus, se veramente il vano peso dell’angoscia voglio gettare.

GIULIA REGOLIOSI:
Sono barlumi di luce nelle tenebre, ma tali da farci misurare la grandezza di una cultura che si è cimentata alla ricerca di un dialogo col divino. Con l’ultimo brano ci spostiamo a un’epoca di diversi secoli posteriori. Siamo nell’ultima fase di questa ricerca, una fase nella quale invece di insistere sugli aspetti positivi della sua ricerca, la cultura greca finisce per avviarsi a una dissoluzione. E’ come la parabola dell’uomo che lasciato solo è incapace di arrivare fino in fondo alla sua ricerca e Dio per farsi riconoscere per come è deve scendere fra gli uomini e assumere la carne umana. E’ un brano di un filosofo Cleante, vissuto nel IV secolo a.C., un inno alla grandezza di Zeus che emblematicamente conclude e sintetizza il percorso di ricerca che abbiamo tratteggiato questa sera.

ALESSANDRO GUERRA:
Glorioso fra gli immortali, Dio dai molti nomi, sempre onnipotente, Zeus, iniziatore della natura, che governi con la legge tutte le cose, salve! E’ giusto per tutti i mortali rivolgersi a te. Infatti siamo nati da te, avendo in sorte l’imitazione di Dio, noi soli fra quanti esseri vivono e abitano la terra.

GIULIA REGOLIOSI:
Grazie.

ALESSANDRO GUERRA:
Grazie.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

20 Agosto 2013

Ora

21:45

Edizione

2013

Luogo

Sala Neri