PERSONA, PROCESSO E MASS-MEDIA

Giovanni Canzio, Presidente emerito della Corte di Cassazione; David Ermini, Vice Presidente del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura). Introduce e modera Michele Brambilla, Direttore de Il Quotidiano Nazionale.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Buonasera a tutti, possiamo partire. Questa sera parliamo di persona, processo e mass-media. Doveva essere presente come moderatore l’avvocato Paolo Tosoni ma ha avuto un grave lutto famigliare, è morto il padre. Quindi si scusa per la sua più che giustificata assenza. Io lo sostituisco nell’introduzione, sono Michele Brambilla, direttore del Quotidiano Nazionale che raggruppa il Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Gli altri relatori sono Davide Ermini, vice presidente del Csm e Giovanni Canzio, presidente emerito e della Corte di cassazione. Quindi, il capo dei magistrati, un magistrato e un giornalista per parlare di un tema su cui tutti abbiamo abbastanza la coscienza sporca, la abbiamo da molto tempo, da quando cioè i processi hanno incominciato a essere celebrati più sui giornali e nelle piazze che non nei luoghi deputati, ce l’abbiamo dal momento in cui la pubblicazione di un nome sui giornali equivale per l’opinione pubblica a una sentenza di condanna, ahimè, spesso definitiva di cassazione, anche quando siamo soltanto all’avviso di garanzia. Noi giornalisti abbiamo fatto danni terribili. Io parlo per la mia parte di categoria e responsabilità. Poi parleranno i magistrati. Sono molti anni che cadono governi per richieste della magistratura, amplificate nei giornali, richieste che poi magari finiscono nel nulla. Sono molti anni che sono pubblicate da noi intercettazioni che dovrebbero essere protette dal segreto istruttorio, dove ci sono delle parti di conversazione che non hanno niente a che fare con l’inchiesta della magistratura ma che distruggono delle reputazioni e delle vite. Tutto questo secondo me ha simbolicamente una data di inizio, il 1983 con l’arresto di Enzo Tortora. Io penso che tutti sappiate cosa è stato il caso Tortora, la prima volta in cui, in modo così massiccio, un errore grave della magistratura si è sposato a un irresponsabile comportamento dei giornalisti. Enzo Tortora fu arrestato in un’inchiesta sulla camorra con più di trecento imputati e fu accusato di essere, lui, uomo di spettacolo, il distributore, in questo mondo, della cocaina, prodotto di cui si dice che molti artisti facciano largo uso. Io, per farvi capire, perché altrimenti poi la gente non immagina cosa possa succedere al nostro Paese, vorrei dirvi cosa sia il mandato di cattura di Enzo Tortora: io l’ho visto, il suo avvocato difensore Raffaele Della Valle è un mio amico, me lo ha fatto vedere. È un malloppo che riguarda circa trecento camorristi e in questo malloppo ad Enzo Tortora sono dedicate due righe nell’ultima pagina e io ve le recito a memoria. C’è l’elenco delle persone arrestate e alla fine c’è scritto: “Tortora Enzo, nato a Genova il…, giornalista. Conduce ogni mercoledì sera su Rai2 una popolare trasmissione chiamata Portobello, in onda alle 20.30. Dicesi consumatore abituale di cocaina”. Fine. Tortora era accusato da un signore che aveva chiesto di vendere dei quadri a Portobello, era un camorrista, gli fu rifiutata questa opportunità. Lui accusò Tortora di essere un distributore di cocaina per conto della camorra nel mondo dello spettacolo e 18 pentiti suoi amici avvallarono questa accusa. Nel mandato di cattura si parlava di 19 pentiti che accusavano Tortora. Tortora venne arrestato in piena notte e portato in una caserma dei carabinieri e tutti voi ricordate le immagini di lui prelevato dai carabinieri in un albergo di Roma e portato giù più o meno verso mezzogiorno. Quella fu una delle prime porcate fatte da noi come categoria, perché lui era già stato arrestato e riportato in albergo ad uso dei telegiornali per filmare l’immagine di colpo di teatro dell’arresto del popolare uomo di spettacolo. Cerco di riassumere, perché la vicenda è lunghissima, quindi sarò molto veloce. Questi 19 pentiti di camorra che chiamavano in causa Tortora, fornivano alla magistratura un riscontro oggettivo, cioè un particolare concreto che desse conforto alle accuse verbali. Il riscontro oggettivo era una agendina di un camorrista su cui era scritto a mano un numero di telefono che sembrava, leggendolo, Enzo Tortora e c’era un numero che incominciava con 081, numero di Napoli. Quel numero non era di Tortora, ma di uno che si chiamava Enzo Tortona e faceva l’idraulico a Napoli. Questo numero di telefono non fu mai controllato fino al processo di secondo grado, fino all’appello. Tortora fu condannato a dieci anni in primo grado. Molti colleghi brindarono perché Tortora era antipatico ad alcuni miei colleghi, alla quale categoria Tortora apparteneva. Fu condannato in primo grado, stette in carcere e solo in appello i suoi difensori riuscirono a ottenere l’audizione del teste Tortona Enzo, idraulico a Napoli, che andò alla Corte di appello di Napoli a dire che il numero di telefono era suo. C’è un filmato straordinario in cui il pubblico ministero del processo di appello gli chiede: «Ma lei che prova ci dà che sta dicendo la verità?» e l’idraulico lo guarda e dice: «Dotto’ facite o numero». Da quel momento poi molte cose sono successe, c’è stata una sensibilità più forte su questi temi, però le cose non sono migliorate. C’è stata un’altra stagione, che è quella di Mani Pulite, che è stata una stagione meritoria per tanti aspetti ma dalle conseguenze incontrollabili per tanti altri, perché da quel momento in poi c’è stato quello che è chiamato l’uso politico delle inchieste da parte di giornali e fazioni politiche; è bastato molto spesso che un politico fosse indagato perché se ne chiedessero le dimissioni, bastava un avviso di garanzia perché un ministro si dovesse dimettere, o un presidente del consiglio si dovesse dimettere e a tutt’oggi noi abbiamo specialmente qualche quotidiano, ahimè, in cui continua questa ripetuta pubblicazione di voci, di inchieste, di sospetti e intercettazioni, magari intercettazioni nelle quali non è il politico che parla ma altre persone che parlano di lui. Allora ci siamo inventati un verbo che spesso vedete nei titoli, che è “spuntare”, “caso tal dei tali, spunta il nome di” e magari ci sono altre due persone che parlano di un poveraccio che finisce in un tritacarne mediatico e giudiziario. Io mi fermo qua, dopo vorrei raccontare un altro episodio terrificante di cui sono stato testimone, perché me ne sono occupato come giornalista lavorando al “Il Corriere della Sera”, di errore giudiziario amplificato dai giornali. Noi abbiamo molte colpe, purtroppo siamo anche impuniti in questo perché ce la caviamo con delle blande multe quando pubblichiamo le intercettazioni. Io chiedo al vice presidente del consiglio della Magistratura: come è possibile che dopo 36 anni dal caso Tortora, 26, anzi 27 anni da Mani Pulite, siamo qui ancora a fare i processi, a condizionare la politica, la vita del Paese, a tenere sulla graticola centinaia di persone con questo uso politico delle inchieste? La magistratura non può far nulla, il Csm non può far nulla?

 

DAVID ERMINI:

Dopo questa premessa non è facile rispondere in qualche minuto. Il tema è così ampio perché i protagonisti di queste vicende sono tantissimi, come lei prima accennava. Il problema innanzitutto è il fatto della lunghezza dei processi, perché se i processi fossero brevi, probabilmente forse non si sarebbero dovuti aspettare dieci anni per avere l’assoluzione di Tortora. Sulla possibilità che il Consiglio Superiore possa intervenire: no, nel senso che nelle attività giurisdizionali di indagine e durante il processo il Consiglio Superiore non ha potere di intervento. Il Consiglio Superiore, di cui ha fatto parte anche il presidente Canzio, è un sistema di autogoverno. Tra le tantissime funzioni che ha, c’è l’ intervento disciplinare sui magistrati, ma l’intervento disciplinare scaturisce nel momento in cui o il ministro o il procuratore generale presso la Corte di cassazione iniziano un procedimento disciplinare. Sostanzialmente la sezione disciplinare del Consiglio Superiore funge da giudice nei confronti dei magistrati, ma l’azione non può essere iniziata dal Consiglio; il Consiglio può lavorare attraverso la prima Commissione sugli eventuali trasferimenti per incompatibilità ambientale o incompatibilità funzionale, ma non ha potere di intervento sull’attività giurisdizionale ed è giusto che sia così. Io parlo da avvocato, l’ho fatto tutta la vita, voi sapete che il vice presidente del Consiglio Superiore è eletto tra i membri laici, per cui non è un togato e anch’io nella mia vita sono stato testimone di indagini su persone che sono state attaccate e in qualche modo messe alla gogna sui giornali e poi risultate innocenti. Tra l’altro lei ricordava l’episodio di Tortora, e io mi ricordo, era ancora vivo mio padre, nell’’83, quindi ancora io non praticavo la professione, che mio padre difese un signore che fu arrestato e dopo una decina o quindicina di giorni, quando passò di fronte a… non mi ricordo se si chiamava La Barra, uno dei pentiti, questo guardando il signore disse: no, il nome era lo stesso, ma la persona era diversa, quindi questo si era fatto una villeggiatura di 10/15 giorni a Poggio Reale, che non deve essere sicuramente gradita. Evidentemente ci sono cose su cui sono stati commessi degli errori anche notevoli. Quando nel 1989 partì la riforma Vassalli del sistema che da inquisitorio passò ad accusatorio, tutti ritenemmo che anche questi temi che si erano verificati nel processo Tortora forse si sarebbero potuti risolvere, cosa poi non vera, – vi ricordate l’episodio di Enzo Carra che fu portato ammanettato in tribunale con tutte le polemiche che ne seguirono – però il sistema da inquisitorio ad accusatorio sembrava un grande segnale di civiltà al nostro Paese. Purtroppo quel sistema, noi lo continuiamo a chiamare Nuovo Codice ma sicuramente è un codice che è ancora datato, non ha portato delle grandi innovazioni su questo tema, anzi. Siamo arrivati un po’ all’assurdo, perché mentre nei tribunali, con tutte le difficoltà, le lunghezze e anche il fatto a cui lei accennava di tenere sotto la gogna mediatica delle persone che magari non avevano fatto nulla, questo sistema accusatorio impone che la prova si formi nel dibattimento, avviene che contemporaneamente in televisione e sui giornali i processi si svolgano in modo parallelo e quando si svolgono in modo parallelo senza le garanzie del processo, è evidente che non possano avere la caratteristica di un sistema accusatorio. Per cui noi abbiamo un sistema accusatorio in tribunale, dove la prova si forma nel dibattimento e dove se il soggetto deve essere assolto è assolto, mentre abbiamo i processi che si svolgono in televisione, che sostanzialmente sono inquisitori, per cui un soggetto non ha le garanzie che dovrebbe avere in un processo di fronte al tribunale. Questa è una delle anomalie su cui giudici e avvocati hanno posto un rimedio, perché ci sono le circolari del Consiglio Superiore, ma so anche che l’ordine degli avvocati ha posto dei limiti agli interventi in televisione, però se voi guardate le trasmissioni televisive, spesso ci sono processi che sono sviluppati parallelamente all’attività delle procure. Questo è un fatto che sicuramente tocca le persone. Un altro aspetto importante, proprio rispetto alle cose che diceva lei, è il fatto dell’utilizzo degli atti di indagine. Nel 1989, quando si sostituì la vecchia comunicazione giudiziaria con l’avviso di garanzia, fu detto che l’avviso di garanzia non era niente sotto l’aspetto della prova, era semplicemente l’avviso che una Procura della repubblica ti dà dicendo: «Signore, guarda, io sto indagando su di te. Sappi che da ora in avanti tu hai tutte le garanzie che il codice ti pone a tutela. Per cui, se vuoi devi nominare un avvocato, devi nominare dei periti in caso di accertamento, puoi fare tutto quello che ti serve per difenderti». Questo purtroppo è diventato un sistema di dire ad un soggetto «tu ormai sei colpevole di quel reato». Questo è l’errore che tutti, ma io vorrei dire non soltanto i giornalisti, anche l’opinione pubblica in generale, fanno e non soltanto c’è il discorso degli indagati, ma più di una volta abbiamo visto che c’è anche la categoria degli archiviati, quei soggetti che vengono indagati e benché dopo un mese, due mesi, tre mesi il Pubblico Ministero ne chieda la archiviazione, si continua a parlarne come di soggetto indagato. Di quel soggetto non se ne dovrebbe parlare più e invece… Ma ci sono anche i cosiddetti citati, come lei diceva, “spunta” il signor X che è stato citato nelle intercettazioni fra Tizio e Caio. Anche questo è un sistema che obiettivamente non può essere posto in un clima di garanzia dei vari soggetti. E qui di chi è la colpa? La colpa è generalizzata. È la colpa naturalmente di chi fa passare le notizie, la colpa è di chi magari le pubblica senza dei commenti o comunque degli scritti adeguati, la colpa è di chi non si rende conto che subire una indagine non vuol dire assolutamente essere colpevoli. E poi la colpa è del fatto che un sistema porta a dei processi che sono eccessivamente lunghi, questo è il primo problema, perché il processo lungo porta ad una attenzione su dei soggetti, che poi vengono dichiarati innocenti, che non è giusto che le persone subiscano. C’è poi tutto il tema delle intercettazioni. Anche quello è un tema molto serio, di difficile soluzione, perché le intercettazioni sono utili, le intercettazioni come strumento investigativo non possono essere toccate, – io sono di quelli che sostiene che le intercettazioni quando sono autorizzate è giusto che vengano fatte, adesso ci sono addirittura dei sistemi, li abbiamo visto anche nella vita del Consiglio Superiore, dei captatori informatici, quindi non c’è più soltanto il telefono, ci sono i microfoni direzionali, ci sono i virus inseriti nei telefonini, addirittura gli esperti mi dicono che possono essere inseriti nelle televisioni e nei computer fissi, quelle televisioni che hanno la telecamera possono diventare degli occhi che vengono puntati all’interno di una abitazione, di una stanza. C’è tutto un sistema di captazione che naturalmente deve essere regolamentato, ma deve esser regolamentato soprattutto non nell’utilizzo, perché la giustizia uno la deve fare per riuscire a fermare e a punire responsabili di reati gravi, ma deve essere regolamentata nell’utilizzo che se ne fa poi successivamente. Allora ci vuole una responsabilità da parte di chi fa uscire delle notizie o comunque distribuisce degli atti che non dovrebbero essere distribuiti. È evidente che tu non puoi bloccare un giornalista che ha una notizia importante, però è un problema di etica personale, professionale e quindi diventa difficile dire a un giornalista «tu una notizia non la pubblicare», però credo che ognuno dovrebbe lavorare su se stesso per capire se quello che adesso io pubblico fa del male ad una persona che non ha fatto assolutamente niente. Quindi i temi sono vastissimi. Come Consiglio Superiore, abbiamo fatto diverse circolari su questo, però sono temi che vanno affrontati dal potere legislativo, su cui io naturalmente non mi azzardo e non metterò mai bocca, però è un problema che va affrontato. Il tema delle intercettazioni oggi è rimasto sospeso, credo che invece debba essere affrontato in modo abbastanza rapido.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Grazie. Presidente Canzio, la Cassazione è quella che dice l’ultima parola, no? Quindi la sentenza definitiva e indiscutibile dovrebbe essere la sentenza di Cassazione, il momento in cui si può dire che uno è colpevole o è innocente. Però la sentenza di Cassazione arriva dopo qualche tempo, mentre nel mondo di oggi i processi si fanno in tempo reale, dopo venti secondi sui social c’è già il tritacarne in azione. Questa discrasia fra i tempi del mondo di oggi e i tempi della magistratura non è anacronistico, non è ormai non più tollerabile? E come si può risolvere? Oggi Di Maio è uscito dal presidente della Repubblica elencando dieci punti di programma, dicendo che i processi si devono chiudere tutti entro massimo quattro anni, sentenza di Cassazione. È possibile una cosa del genere?

 

GIOVANNI CANZIO:

Innanzitutto vi devo raccontare che la Corte di cassazione sta messa molto bene, parlo della Corte di cassazione penale, che è la prima in Europa per quanto riguarda la durata dei processi, cioè l’Italia può vantare questo primato. La Corte di cassazione penale decide che i ricorsi per Cassazione avvengano in un termine massimo di sei mesi e venti giorni.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Dall’inizio dell’istruttoria della causa?

 

 

GIOVANNI CANZIO:

No, no, no, da quando gli perviene il processo.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Quindi non è la Cassazione colpevole. È tutto l’iter che è lunghissimo.

 

GIOVANNI CANZIO:

Però è bene dirlo questo e se l’imputato subisce una violazione della libertà personale, i tempi sono ridotti a due mesi e pochi giorni. E siccome questo è un vanto della nostra Repubblica, è un bene che questo sia detto. Ma le cose non funzionano solo in Cassazione, anche perché la Cassazione spesso riesce anche a rimediare a gravi errori, ma quando rimedia agli errori di fatto, di diritto del giudice di merito, è troppo tardi, per quello che avete detto prima. E quindi vorrei provare ad aprire una riflessione sulle radici di questo fenomeno. Quali sono le radici? La prima è sicuramente la rivoluzione tecnologica. La rivoluzione tecnologica pone uno scarto, che si chiama scarto di paradigma, fra la nozione di tempo che possiede dell’opinione pubblica, che è il qui ed ora, è l’adesso, è il contingente, è quello che si chiama il presente continuo, e i tempi della giurisdizione, che richiedono comunque accertamenti, prove, riflessioni, valutazioni e spiegazioni delle ragioni per cui si è deciso in un certo modo e in un altro. Questo scarto innanzitutto è uno scarto che appartiene alla natura della modernità e di quella che si chiama addirittura la post-modernità. I social, i media, gli algoritmi vanno molto più veloci di quelli che sono i tempi delle riflessioni della giustizia, quindi la prima riflessione è che questo scarto non può essere azzerato da una volontà politica, da una volontà del Csm o sarebbe una velleità non realizzabile. Ci sono, però, alcuni valori della Costituzione da cui non possiamo prescindere. Io penso che tutto quello che avete detto stia a significare qualcosa di più serio, di più grave. Io non so se siete d’accordo con la mia opinione, ma io credo che in questi anni abbiamo assistito ad una progressiva caduta della civiltà democratica, dello stato di diritto, dei principi costitutivi. Nella Costituzione, il principio è la presunzione di innocenza dell’imputato, non di colpevolezza dell’imputato. Parliamo dell’indagato, l’indagato non è neppure presunto innocente, è un indagato sul quale deve essere ancora formulata una ipotesi attraverso l’esercizio della azione penale, ma anche dopo l’esercizio della azione penale si presume l’innocenza. Perché? Perché dietro l’articolo 27 della Costituzione, vi sono gli altri primi articoli che pongono al centro della attenzione di tutti, e quindi anche dei magistrati, dei giornalisti, dei politici, la dignità della persona umana. È questo il valore, il fulcro della nostra Costituzione. La dignità della persona e i diritti fondamentali della persona. Lo stesso articolo 101, che dice che i giudici decidono e pronunciano le loro decisioni in nome del popolo, non dice secondo la volontà del popolo. Il giudice deve stare molto attento nella distinzione non solo dei poteri, potere giudiziario, potere legislativo e potere esecutivo, ma anche da quel potere molto più forte, molto più pressante, direi anche molto più pericoloso sotto alcuni profili, che è il potere della volontà popolare, il consenso popolare, il consenso mediatico. Il giudice deve sottrarsi a tutto questo, perché i valori sono ben altri rispetto a questo. E allora è evidente che il problema serio è la forbice troppo larga tra i tempi normali, naturali – non le durate irragionevoli ma anche le durate ragionevoli – dei processi e i tempi dell’editoria, per esempio. Perché l’altra ragione è anche la crisi dell’editoria: la crisi dell’editoria rispetto alle innovazioni mediatiche, dei media, ha portato anche una qualche forma di maggiore aggressività della stampa rispetto a questo fenomeno. E allora il vero obiettivo tra virgolette “politico”, delle politiche giudiziarie, è quello di chiudere il più possibile questa forbice; eliminarla non sarà mai possibile, perché per quanto si possono accelerare i tempi, la riflessione sui fatti di un processo richiede alcuni tempi. Si può fare? Io credo che si possa fare. L’esempio della Cassazione è un esempio clamoroso di come le cose si possano fare. E allora cominciamo per esempio col tema della prescrizione. Io sono stato anche audito in un momento della riforma della Commissione giustizia della camera dei deputati e ho sottoposto alla attenzione del mondo politico alcuni dati storici, fattuali, perché è la realtà che deve poi condurre alle migliori soluzioni e i dati sono clamorosi: il 67 68 per cento, quindi i due terzi delle prescrizioni, sono tutte ancorate alla fase delle indagini preliminari, stanno dentro gli uffici delle procure della Repubblica, stanno dentro quella fase in cui non abbiamo forze, non abbiamo ancora l’esercizio dell’azione penale. Quindi il problema della prescrizione è per due terzi soltanto lì e occorre quindi intervenire nelle indagini preliminari. L’altro terzo, per una piccola parte, sta nei tribunali, nel giudizio di primo grado, in gran parte in Corte d’appello. Ho segnalato che il fenomeno è particolarmente drammatico in quattro corti di appello, indicando l’importanza di intervenire su quelle corti di appello con misure ad hoc, con risorse ad hoc: personale, scelte dei dirigenti, risorse materiali, anche un numero di magistrati maggiore, – faccio l’esempio di Napoli, di Roma, di Venezia -, per cui come vedete lo stesso problema della prescrizione andrebbe affrontato con misure molto più adeguate a quelle che sono le varie fasi del processo: indagini, primo grado e secondo grado. L’altro elemento che richiede una attenzione è che nel caso di rinvio al giudizio dell’imputato, quindi ancora presunto innocente ma rinviato al giudizio, i dati statistici sono clamorosi ancora una volta: il cinquanta per cento di questi imputati, perché sono diventati imputati, viene assolto in primo grado, con formule diverse, ma viene assolto. Il che vuol dire che l’esercizio della azione penale non è parametrato sulla base di una prognosi realistica, altamente probabilistica di successo della azione penale, cioè di prognosi di probabile condanna dell’imputato. In questo periodo di tempo, però, l’imputato, prima indagato, ha subito quella che si chiama la gogna mediatica, a cui dopo non c’è riparo, anche se interviene il tribunale con l’assoluzione, la Corte d’appello, la Corte di cassazione, perché si rimane archiviati, imputati, se non già condannati mediaticamente. È un compito della magistratura intervenire? Sicuramente. La magistratura non può tirarsi fuori da questo problema, anche perché il problema dello stato di diritto riguarda soprattutto l’indipendenza e la autonomia della magistratura, si perde indipendenza, si perde l’autonomia, si perde la fiducia, si perde la legittimazione nella società. Ma è un problema anche dell’Ordine dei giornalisti. I giornalisti non possono tirarsi fuori da questa vicenda, i giornalisti di fronte ad una fuga di notizie, a una violazione di segreto istruttorio, lo sanno benissimo che c’è. Fanno il loro mestiere come giornalisti nel pubblicare le notizie, però a monte vi è stata una violazione di una regola, per cui dal punto di vista della deontologia professionale il problema si pone. Il problema si pone per gli uffici del Pubblico ministero. Il Pubblico ministero deve immaginarsi come una parte pubblica all’interno di un processo, che inizia con la sua ipotesi, con l’ipotesi che formula le indagini preliminari, ma che deve confrontarsi nel contraddittorio con le altre parti dentro il processo, in particolare con la difesa. Quando appare la difesa il Pubblico ministero deve aprirsi al contraddittorio e dal confronto deve emergere l’accertamento dei fatti e della verità. Il Pubblico ministero non può disancorarsi dal processo, dal contraddittorio nel processo, cercando preliminarmente, talora per via mediatica, di ottenere il successo della sua azione investigativa. La sua azione investigativa va giudicata all’interno del processo. Tutto questo che sarebbe la fisiologia di un processo in uno stato moderno ed è quello che succede nella maggior parte degli Stati europei – non stiamo raccontando una giustizia mitica ma stiamo parlando della giurisdizione come si esercita nella maggior parte dei Paesi con noi confinanti. – richiede quello che oggi qui non è presente, cioè richiederebbe una pressante, urgente e consapevole presa di posizione del mondo politico, perché dietro a tutto questo ci sono delle scelte di politica legislativa. Ne accenno solo qualcuna, poi nel secondo giro possiamo approfondirne alcune. Si è scelto trent’anni fa il rito accusatorio, ripudiando il rito inquisitorio: questa scelta è stata accolta con ovazioni, e però eravamo tutti consapevoli che era una fragile perfezione, che per farlo funzionare occorrevano due o tre cose fondamentali, due soprattutto. La prima, come avviene in tutti i Paesi che hanno il rito accusatorio – guardate gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i Paesi anglosassoni – il rito accusatorio presuppone che i giudizi davanti al tribunale, nel contraddittorio tra le parti, i giudizi pieni, veri e propri, siano un numero esiguo, al massimo il 10-15 per cento. Negli altri Paesi dove c’è il rito accusatorio, oltre l’ottanta per cento dei processi richiede forti riti semplificati, i cosiddetti procedimenti alternativi, i riti premiati, quelli in cui lo Stato offre dei premi a chi sceglie di adire a questo rito semplificato, quindi riducendo la durata del processo e guadagnandone in termini di immediatezza, di efficienza, di efficacia e di funzionamento più generale del sistema. I riti alternativi – faccio riferimento per i tecnici che li conoscono, patteggiamento e giudizio abbreviato – il legislatore non li ha coccolati, per usare altri termini; anzi, devo dire con molto realismo che il più recente legislatore li ha sfavoriti e sfavorendo i riti alternativi ha peggiorato la durata dei processi, perché senza quei riti alternativi tutto si va ad accumulare nel contraddittorio del processo ordinario. La seconda condizione nei Paesi in cui c’è il rito accusatorio, è che ci siano severi filtri alle impugnazioni. Il giudizio accusatorio è un giudizio prevalentemente di primo grado, in cui si concentra l’attenzione degli operatori del diritto nell’accertamento dei fatti, della verità e nell’emanazione, nel processo giusto, della decisione più giusta. Poi vi è un’impugnazione che si chiama “appello” e un’altra “ricorso per cassazione” con forti filtri che non consentono l’accesso all’impugnazione nei casi dei ricorsi non solo a volte generici e fantasiosi, ma anche di quelli manifestamente infondati. I ricorsi manifestamente infondati, come avviene in Corte di cassazione, vengono bloccati con procedure semplificate di inammissibilità dell’impugnazione. Anche questo, per quanto riguarda l’Appello, non ha trovato il consenso ancora del mondo politico, il che rende molto più difficile chiudere i tempi di quella forbice di cui parlavo. Questi sono soltanto due aspetti fondamentali, che presuppongono da un lato il rispetto dei valori della Costituzione e dall’altro, finché è in vigore, il rispetto dei principi del processo accusatorio. Si è scelto il processo accusatorio, il processo accusatorio deve camminare, può camminare solo con questa duplice condizione. Nel secondo giro potremmo dire anche altre cose, se volete.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Io vorrei chiedere di deviare un attimo dall’aspetto legislativo, giuridico, e provare a fare un’ipotesi: vietare ai giornali di dare le notizie degli avvisi di garanzia, verrebbe visto come un bavaglio alla democrazia, un bavaglio al diritto di cronaca? Dai tempi di “mani pulite” in poi, dalle fiaccolate degli onesti, è montato un sentimento collettivo di odio, di rancore, di sospetto nei confronti di chiunque sia classe dirigente, ed è un sentimento di rancore che ha avuto delle sponde importanti nei giornali e, ahimè, nella magistratura. C’è un magistrato molto noto che ha detto una cosa terribilmente opposta a quella che ha detto il presidente Canzio, che giustamente ha ricordato che per la Costituzione siamo tutti innocenti fino a prova contraria. Uno dei magistrati più importanti negli ultimi decenni in Italia ha detto che non ci sono innocenti, ma soltanto colpevoli che la fanno franca. Questa cultura, se vogliamo dircelo, è andata al Governo a un certo punto, ha vinto le elezioni. La cultura del “tutti ladri”, del “vaffa”, la cultura del rancore, del livore… Io penso sia questo il motivo per cui ci sono giornali per bene che fanno il loro dovere, non danno le notizie peggio che pornografiche delle intercettazioni telefoniche, ma basta che qualcuno lanci la fotocopiatrice sui mandati di cattura, sulle intercettazioni e sparga veleno in giro che si crea… anche recentemente noi abbiamo avuto dei membri del Governo che sono finiti sotto inchiesta con avvisi di garanzia – ora, magari sarà la persona più colpevole del mondo… non mi ricordo nemmeno più come si chiama… va beh, uno della Lega, Siri. Ora io non conosco Siri, non so neanche che faccia abbia, ma guardate che quello che è successo nel caso Siri è di una gravita spaventosa, perché per giorni e giorni sui giornali e in Parlamento si è discusso se Siri doveva dimettersi o no, senza che lo stesso Siri avesse ancora ricevuto l’avviso di garanzia. Si sapeva da fonti giornalistiche che era indagato, non era stato interrogato, non aveva avuto visione della contestazione che gli faceva la magistratura, il suo avvocato non aveva nessuna carta in mano, eppure si stava celebrando il processo a Siri. Dove si stava celebrando? Sui giornali, nelle piazze, in televisione e anche in Parlamento, perché c’era chi diceva si deve dimettere e chi diceva di no. Ripeto, io Siri non so neanche che faccia abbia, magari è la persona più colpevole del mondo, ma che si celebrino dei processi prima ancora che, neanche l’imputato, l’indagato abbia ricevuto notizia di essere indagato, questo è quello che è successo in Italia e io credo che sia frutto di un clima che non si può cambiare con una norma. Io penso che ci dovrebbe essere uno sforzo da parte di tutti. Vicepresidente della Csm, lei è stato anche parlamentare, quindi sa bene cosa vuol dire anche per un politico finire sulla graticola di questo sistema. Come siamo arrivati a questo clima di odio di piazza?

 

DAVID ERMINI:

Io non parlerò di casi specifici perché non si sembra assolutamente opportuno, però vorrei dire che ultimamente, negli ultimi decenni, si è sviluppato quello che poi è sfociato in quello che noi chiamiamo comunemente “populismo giudiziario”, cioè c’è la necessità di indicare un colpevole, il prima possibile si deve dare in pasto un colpevole. Io ne ho già parlato altre volte, ne ho parlato anche in televisione, quindi non vi dico nulla di nuovo, anche se per me è totalmente importante, è fondamentale. Come diceva giustamente il presidente Canzio, il giudice non deve inseguire il consenso popolare. Il giudice emette le norme in nome del popolo italiano, ma non secondo la volontà del popolo. Il giudice ha dei beni preziosi che deve difendere, che sono: l’indipendenza e l’autonomia. Il giudice può difendere questi beni preziosi se all’interno della sua coscienza, con il suo lavoro, con la sua dedizione, con la sua competenza, con l’applicazione, con il sacrificio, con la sofferenza – perché quando sono stato invitato a parlare alla scuola dei giovani magistrati ho detto: «Ricordate che dietro a un fascicolo, dentro ad un fascicolo, ci sono delle persone, degli affetti, ci sono una serie di rapporti, ognuno dovrebbe pensare che potrebbe essere lui stesso un giorno dentro a quel fascicolo». Per cui la sofferenza di dover decidere sulla vita degli altri è una cosa che deve dare al cittadino un sentimento importante, che è quello della fiducia nella magistratura. Il rapporto non è quello del consenso, ma è quello della fiducia. Purtroppo questa cosa sta saltando, se non è già saltata. Il fatto che comunque ci deve essere un colpevole, per cui uno deve marcire in galera prima ancora che sia stato interrogato, è una cosa che non può funzionare. Se voi vi ricordate, c’è stato il processo ad Avellino, il processo di quell’incidente terribile dove un pullman precipitò dal viadotto dell’autostrada, dove morirono mi sembra quaranta persone, una tragedia immane. Io incontrai, quando ero parlamentare e anche quando fu fatta la norma sull’omicidio stradale, incontrai anche alcuni rappresentanti dell’Associazione delle vittime, devo dire incontri molto toccanti. Quando c’è stata quella sentenza di primo grado, il giudice emise la sentenza condannando – ora non mi ricordo il numero preciso e non vorrei sbagliare – mi sembra sei o sette funzionari e dirigenti di Autostrade, ma assolse l’amministratore delegato di Autostrade. Io ho sentito immediatamente, dopo questa sentenza, dei politici che hanno criticato la sentenza perché non era stato condannato l’amministratore delegato. Allora, io dico, non si può fare questo, perché il giudice studia il processo, applica la legge e dà il suo potere giurisdizionale. Io da esterno non posso indicare un responsabile, senza conoscere il fascicolo. Oggi purtroppo si va alla ricerca di un consenso popolare, che non può essere collegabile al sistema giurisdizionale. Oggi bisogna tutelare la giurisdizione nella sua totale indipendenza e quando si parla di giurisdizione, si parla di un cardine di una democrazia liberale. La giurisdizione, che è composta da avvocati, da magistrati, da dipendenti che si occupano di fare andare avanti il sistema giustizia, deve essere totalmente autonomo ed è per questo che io dico che i giudici devono dare maggiore garanzia. Gli errori fatti come nel caso Tortora non devono mai più riaccadere. Il giudice ci deve mettere tutto se stesso, deve avere un sistema di lavoro che deve essere al di sopra di qualsiasi aspettativa, ed è giusto che sia così, perché al giudice viene chiesto tanto, perché proprio questo chiedere tanto al giudice vuol dire garantire l’autonomia e l’indipendenza. Quando sento i politici che si inseriscono nei processi penali, quando mettono bocca sulle sentenze senza conoscere sostanzialmente nulla del processo, in qualche modo mi si rizzano i capelli, perché non è giusto che sia così, perché ripeto, il rapporto tra cittadino e magistratura è la fiducia. Nel ’93 il rapporto di fiducia c’era, ma era anche basato sul fatto che comunque i magistrati facevano pulizia, poi naturalmente anche in quel periodo c’è stato qualcuno che era innocente e che è rimasto nella maglie della giustizia. Il magistrato deve seguire i principi che diceva prima il presidente Canzio, i principi che sono previsti dalla nostra Costituzione, però bisogna che la giurisdizione faccia il suo compito, la politica faccia il suo compito, ognuno faccia il suo compito e le persone non devono farsi prendere la mano da questi aggeggi qua, in cui si legge di tutto, perché nel momento in cui viene arrestata una persona perché sospettata di aver partecipato ad un delitto, immediatamente si scatena la gogna per dire: «Deve stare in galera!». Mi ricordo di un intervista ad un procuratore, non dico di quale città, dopo un caso di legittima difesa. Un soggetto sparò ad una persona che era entrata in un suo domicilio e subito al procuratore i giornalisti andarono a chiedere: «Ma allora è legittima difesa o no?» e giustamente il procuratore gli disse: «Scusate, prima fatemi studiare gli atti, prima dovrò valutare quello che è successo, fatemi fare gli accertamenti balistici, fatemi ascoltare i testimoni, fatemi vedere quello che è successo». Invece immediatamente, voi giornalisti, voi ce l’avete un po’ questo vizio, volete subito…

 

MICHELE BRAMBILLA:

Noi andiamo anche a chiedere ai parenti delle vittime: «Ha perdonato, sta perdonando…?», dopo dieci minuti…

 

DAVID ERMINI:

Vi racconto questa cosa che mi è rimasta impressa: un giorno mi ha chiamato la redazione di un programma in cui mi chiedevano notizie sulla legittima difesa, nella mia precedente vita da parlamentare. Allora io provai a spiegare quali sono i requisiti della legittima difesa: l’attualità del pericolo, l’ingiusta aggressione, la proporzione, tutti quelli che ci fanno studiare quando si va all’Università e ad un certo punto mi resi conto che questa signora che c’era di là non aveva le idee molto chiare, allora le dissi: «Guardi, vada sul computer, l’articolo 52, l’articolo 55, l’articolo 59», e allora cominciai a rispiegare e a un certo punto la domanda fu: «Sì, ma insomma, se uno mi entra in casa, io gli posso sparare?». Allora diventa difficile fare oggi giurisdizione, con un clima di questo genere, perché come si va da un primario a farsi operare al cuore, si va da un avvocato o dal giudice ad affrontare un processo ed è difficile… è come quando si dice «siamo tutti allenatori di calcio», oggi con questi telefonini non ci sono più solo sessanta milioni di ct della nazionale italiana di calcio, ma ci sono sessanta milioni di ingegneri, sessanta milioni di medici, sessanta milioni di giudici, sessanta milioni di avvocati. Allora, compito delle istituzioni è quello di far capire che ogni tipo di lavoro ha le sue specialità e che non si può sempre ridurre tutto a domande semplici e secche, sì o no, bianco o nero. La giurisdizione è uno di questi e però, ripeto, tutto sta nelle mani dei magistrati; io mi sono trovato a difendere i magistrati e li difendo, anche in un momento particolarmente difficile che c’è stato nell’ultimo periodo e che io ho anche vissuto personalmente. Io sono sicuro di potere dire ai cittadini italiani «fidatevi della magistratura italiana, perché essa è una delle migliori del mondo». Ci sono degli errori che vanno corretti, attraverso anche delle leggi, ma non solo attraverso delle leggi. La magistratura italiana è una magistratura sana e bisogna ogni tanto trovare il modo di evitare degli errori che purtroppo sono stati fatti. Gli errori eclatanti, perché giustamente si contano e si elencano e uno può anche dire «non sono tanti», ma quando tocca una persona per quella persona è la vita, quindi bisogna sempre stare attenti quando si apre un fascicolo, a sapere cosa c’è lì dentro. Ed è questo che cerco sempre di dire, perché è importante che i magistrati guardino sempre le singole persone e le vite delle singole persone.

 

GIOVANNI CANZIO:

Lei ha perfettamente ragione quando parla di sentimento collettivo. Sentimento collettivo si porta sul terreno della cultura e dell’educazione civica dei cittadini italiani. Però l’intreccio con il legislatore, con le leggi e le istituzioni più in generale è innegabile, perché le leggi, chi fa le leggi, chi governa, chi giudica, chi esercita il potere esecutivo, può promuovere o non promuovere un più elevato livello di educazione civica o di cultura. Se si fa una legge anti-culturale e non civile, si promuove oppure si abbassa ancora di più e si degrada la civiltà di un Paese? Quindi l’intreccio è profondo. Porto un esempio: tutto l’anno scorso l’ho dedicato con l’unione delle comunità ebraiche a celebrare gli ottanta anni delle leggi razziali, 1938-2018, girando per tutta l’Italia e parlando di questa che è stata una fase della vita della nostra nazione da farci vergognare: siamo diventati in quel periodo uno Stato razziale per quelle leggi. Ma quelle leggi del 1938 nascevano, come ha detto Ermini, da anni e anni, metà degli anni Venti, inizi anni Trenta, in cui scrittori, uomini di cultura, giuristi, giornalisti, stampa, avevano incitato all’odio e avevano stimolato un clima di inciviltà e di incultura nei confronti della razza ebraica. Quelle leggi si innestano in quel caso, senza che le istituzioni di garanzia, a cominciare dal re, avessero fatto nulla per eliminare quella vergogna, perché da quel disprezzo e da quell’eliminazione dalla società della popolazione ebraica, nacque poi l’Olocausto, l’eliminazione fisica attraverso il loro trasferimento nei campi di concentramento e nelle camere a gas. Quindi l’intreccio è sempre tra clima di odio, ignoranza, incultura. I comportamenti di tutti, a cominciare dai magistrati, dei giornalisti, delle istituzioni di garanzia, degli uomini politici, non sono indifferenti rispetto al fenomeno; se si fa leva sulla fake new, o si fa leva su quella che si chiama la post-truth, cioè la non-verità, o si fa leva su quello che gli americani chiamano name and the shame, cioè faccio un nome, lo addito e quel nome viene meramente diffamato. L’utilizzare questo schema, name and the shame, significa inserire un clima di odio, un clima di inciviltà, significa inserire in quei media, in quei social, inserire quel nome che viene poi colpito da decine di migliaia di minacce, ingiurie, minacce di morte così via. Lo mette al bando. Quindi detto questo sull’intreccio, io insisto nel dire che la legge può essere giudicata a seconda che vada in una certa direzione o in un’altra direzione. Se si consentono cadenze asfittiche del processo penale, nella sua fisiologia, attraverso leggi sbagliate, è evidente che tutto si riversa poi sulle indagini, perché è lì l’unico momento catalizzatore dell’attenzione dell’opinione pubblica, in virtù dei media, in virtù anche di qualche ansia di protagonismo dei magistrati, in virtù della partita che si gioca, politica, su quel nome o su quell’altro nome. Quindi lavorare sulle cadenze asfittiche, significa riportare civiltà nel processo penale. Ecco perché io insisto su riforme che facciano funzionare il processo secondo cadenze ordinarie, secondo scansioni fisiologiche e nel rispetto, questo sì, dal punto di vista deontologico e professionale, di tutti i protagonisti, a cominciare dai magistrati: quanti errori commettono i magistrati! Ma è l’errore, quello è normale. Milioni di cause all’anno si decidono in questo Paese. Pensate agli errori che si possono commettere, ma qual è l’errore imperdonabile? È quel giudice che perde di vista l’etica e la deontologia che deve reggere il principio di indipendenza e autonomia della magistratura, che non deve essere un privilegio, non è un’armatura che ci si mette per difendersi e per poter poi arbitrariamente svolgere il proprio ruolo. L’indipendenza è una garanzia dei cittadini, laddove non è garantita l’indipendenza dell’autonomia della Magistratura, gli altri poteri hanno la prevalenza. L’altro esempio, poi concludo questo mio breve intervento: io presiedevo le sezioni della Corte di cassazione penale quando, a proposito dell’intrusore informatico (vero trojan horse), nel 2017, noi abbiamo detto: «Non si può fermare la tecnologia». L’intercettazione segue necessariamente tutti gli sviluppi della tecnologia; se la tecnologia consente il trojan horse, come si fa a dire: non si può utilizzare il trojan horse? Però che cosa abbiamo detto: siccome l’intrusione è molto forte e può veramente distruggere la vita, la dignità delle persone, va limitato a quei delitti particolarmente gravi e odiosi, come sono quelli di criminalità organizzata, a cominciare da quelli di mafia, perché il mafioso delinque sempre, anche quando dorme è in attesa di ordini e quindi che venga intercettato il suo cellulare… ma io lo capisco, perché occorre anche sentire se dorme bene o se viene risvegliato mentre sta dormendo. Ma al di fuori della criminalità organizzata, in particolare di quella mafiosa, l’esagerare nell’utilizzo di questi strumenti invasivi, non lo so, vorrei sentire anche il vostro parere, abbassa o alza il livello di civiltà di un Paese? Questo ascoltare le vite degli altri, per citare il film girato in Germania che riguarda quello che avveniva con la Stasi: vi assicuro che dopo quasi cinquant’anni in magistratura, non mi sono mai sentito un cittadino tranquillo.

 

MICHELE BRAMBILLA:

Io adesso faccio il provocatore, perché si è parlato di magistrati che in gran parte sono onesti e sono bravi. È la miglior magistratura del mondo. Io sono convintissimo di questo, io ho fatto sette anni il cronista giudiziario a Milano per “Il Corriere della Sera”, io vivevo con i pubblici ministeri e sono convintissimo che la stragrande maggioranza dei magistrati sia addirittura quasi eroica nel proprio mestiere e so benissimo che qualunque essere umano, non solo qualunque categoria, può sbagliare, soprattutto se si fanno milioni di cause all’anno; quello che però io pongo come provocazione è un fatto, questa volta sì, di sistema e cioè della punibilità dei magistrati, perché, se devo dirla tutta, i pubblici ministeri del caso Tortora, furono poi promossi per anzianità e arrivarono a dirigere delle importantissime strutture dello Stato. Io vorrei in due minuti raccontare l’episodio che ho raccontato in febbraio a un convegno con magistrati e avvocati, che poi ha portato l’avvocato Tosoni, che oggi non c’è, a invitarmi qua ed è il caso di Miriam Schillaci. Io non so chi di voi conosce questo caso. Era una bambina di due anni, mi pare nel ’90 o ’91, una mattina un magistrato del tribunale dei minori di Milano accusò il padre di averla sodomizzata e tolse la bambina ai genitori. Fece una conferenza stampa e il mio collega che seguiva la procura dei minori fece un articolo che uscì su “Il Corriere della Sera”, dicendo che una bambina di due anni era stata sodomizzata, la procura dei minori aveva tolto la bambina ai genitori e aveva aperto la pratica di adottabilità, addirittura già la mattina stessa la davano in adozione. Io arrivai al giornale e il capo cronista mi disse: «Noi abbiamo dato questa notizia, oggi arrestano questo disgraziato, vai nella Procura della repubblica che ti daranno la notizia dell’arresto. Naturalmente – mi disse – noi siamo stati corretti, non abbiamo chiamato questa bambina col suo vero nome, per garantirne l’anonimato, l’abbiamo chiamata Sabrina, con un nome di fantasia, per cui abbiamo tutelato la privacy». E qui parlo delle porcherie della mia categoria, perché nell’articolo scritto dal collega, è vero che i nomi non c’erano, ma c’era scritto che la bambina di due anni era figlia di due genitori che abitavano a Limbiate, in via tal dei tali, al numero tal dei tali, erano entrambi siciliani, anzi di Enna, il padre era insegnante di educazione fisica, la madre era insegnante di matematica, avevano un’unica bambina, lei, per cui… Allora uscivano ancora i quotidiani al pomeriggio, usciva la notte, infatti la notte, vista l’edizione de “Il Corriere della Sera” uscita alle sei di mattina, feci in tempo entro le dieci a mandare un fotografo a casa di questi poveracci, a Limbiate, a fotografare la casa dicendo: «Questa è la casa del mostro». Mi spinsero alla Procura della repubblica per prendere la notizia del sicuro arresto di questo povero papà. Io andai da Borrelli, che è appena morto – Borrelli era un grande magistrato, è stato ingiustamente ricordato soltanto come il pm di “mani pulite”, perché ha fatto molto di più e Borrelli non era un magistrato che faceva politica, era un magistrato – allora io andai da Borrelli e dissi: «Dottore, mi risulta che oggi arrestate quest’uomo che ha sodomizzato la sua bambina di due anni» e Borrelli, mantenendo il segreto, mi fece capire che le cose non erano affatto così sicure: «Stiamo indagando, non è detto, vediamo, stia cauto». «Ma lo arrestate oggi?», «No, no, non lo arrestiamo. Indaga la dottoressa Borgonovo, pubblico ministero». Io andai dalla dottoressa Borgonovo e anche lei mi fece capire che non erano affatto sicuri della versione che era stata trasmessa loro dalla Procura dei minori, però anche lei mantenendo il segreto, non poteva dirmi di più. Io feci per uscire dal Palazzo di giustizia e nell’atrio del secondo piano incontrai l’avvocato, per puro caso, l’avvocato del papà della bambina, si chiamava avvocato Degli Occhi, – era uno che aveva fatto negli anni Sessanta la maggioranza silenziosa, qualcuno si ricorderà chi era – e mi disse: «Sono io che difendo il papà di questa bambina, è innocente». E dico: «E va beh, è ovvio che tu mi dici che è innocente, sei il suo avvocato». Dice: «No, no, ma io te lo dimostro che è innocente, te lo dimostro documentalmente». E io dissi: «Scusa, quali documenti possono documentare l’innocenza di un uomo accusato di violenza carnale?». «Ti faccio vedere i documenti» dice «allora guarda, questa è l’accusa: la bambina sarebbe stata violentata questo giorno. Quel giorno era il compleanno del papà e aveva dato una festa in casa con venticinque persone, questi sono i nomi dei venticinque testimoni, i quali raccontano tutti che a un certo punto la bambina piangeva perché aveva la febbre alta, talmente alta che a un certo punto i genitori la portano al pronto soccorso dell’ospedale di Garbagnate. Tornano dopo un quarto d’ora con gli amici tutti in casa e tornano con un certificato dell’ospedale con scritto: ha la febbre, datele della Tachipirina. Mettono la supposta di Tachipirina, con tutti gli amici in casa e dopo un po’ la bambina ha una devastante reazione allergica nella zona rettale ovviamente. Allora ritornano all’ospedale di Garbagnate, sempre con tutte le persone in casa e all’ospedale di Garbagnate riscontrano questa lesione nella zona rettale, ma nel primo documento non si parla di alcuna lesione, quella della prima visita, si parla di febbre. Quindi se l’hanno violentata la possono aver violentata soltanto nel viaggio tra la prima e la seconda visita all’ospedale di Garbagnate in macchina, lui con la moglie di fianco presente». È chiaro che era un cosa che non stava in piedi. Infatti la procura non arrestò il padre. Io tornai al giornale, il capocronista Ercole Botti, che era un bravissimo giornalista mi disse: «Tu vuoi sempre sminchiare le notizie, tu non vuoi dare la notizia, questo lo arrestano, questo è…». Gli dico: «No! Fidati, la procura della repubblica mi ha detto così e gli spiego perché l’uomo è innocente e “Il Corriere della Sera” non ne volle sapere e io mi rifiutai di scrivere l’articolo che volevano scrivere loro e – ho fatto anche io le mie porcate intendiamoci – scrissi un articolo in cui io dicevo: quest’uomo è innocente e il vice capo cronista Mario Palumbo mi spalleggiò in questo braccio di ferro con il capo cronista. Insomma, la bambina aveva un tumore al retto di cui è morta nel giro di un paio di mesi, non c’era stata alcuna violenza carnale. Quando si scopre il tumore, mi chiama il vicedirettore Neirotti, tra l’altro un galantuomo, dicendo: «Fai un pezzo che metteremo in prima pagina. Enzo Biagi va a intervistare il padre, lo scagioniamo e tu devi scrivere un pezzo intitolato: chiamiamola Miriam, per dire oggi possiamo chiamarla col suo vero nome, l’abbiamo chiamata con un nome finto per tutto questo tempo per tutelare la privacy della famiglia». Dico: «No, direttore, no perché noi li abbiamo sputtanati subito dicendo l’indirizzo, cosa facevano i genitori, eccetera, questa è ipocrisia». Allora ci fu un diverbio e io mi rifiutai di scrivere quell’articolo e poi uscì un articolo non firmato eccetera. Perché vi ho raccontato tutto questo? Per dire come può capitare a chiunque di noi di finire nel tritacarne della stampa e di un’indagine sbagliata ed è terribile, perché non si vive più. Per dire anche quali omicidi possiamo commettere noi nei giornali. E qui arrivo alla provocazione, per dire, ahimè, che il sostituto procuratore della repubblica dei minori che accusò il padre di violenza carnale, nonostante potesse avere l’evidenza dell’innocenza come io la vidi quel giorno stesso, quel sostituto procuratore è diventato procuratore capo del tribunale dei minori di Milano per anzianità: è questa la provocazione che io lancio. Perché il meccanismo di autocontrollo della magistratura, che non prevede un organo esterno che interviene, può portare a delle cose del genere che sono terribili? Perché tutti possiamo sbagliare, non esiste categoria di santi e peccatori, anzi all’interno di ciascuno di noi c’è il santo e il peccatore, tutti possiamo sbagliare, però qua c’è un problema di sistema, che è quello della responsabilità di un giudice che si macchia non di un errore ma di colpa grave. C’è stato un referendum che ha sancito il… però quando un signore viene accusato di essere un trafficante di droga e fa otto anni di carcere, come è successo, perché hanno sbagliato a prendere il numero di targa della macchina e viene risarcito con quattro milioni di euro, scusate, quei quattro milioni li ha pagati lo Stato, il ministero di giustizia, noi giornalisti nel nostro piccolo qualche cosa paghiamo. Un giorno ho scritto un articolo – adesso mi tolgo un sassolino dalla scarpa – intitolato “Roulette russa in tribunale”, dicendo che a Milano a una famiglia erano stati tolti tutti i figli, perché un papà aveva dato una sberla a un figlio perché non aveva fatto bene i compiti e lo stesso giorno un altro giudice lasciava i figli ad Anna Maria Franzoni, che aveva una condanna definitiva a trenta anni per l’omicidio di un figlio. Allora dicevo: quale è il criterio di valutazione? Dipende da come uno capita in tribunale? Io mi sono preso una querela da parte di un magistrato, sono stato giudicato dal suo collega e ho pagato 36mila euro per fargli ritirare la querela. Ora, questo è un tema che io pongo come provocazione, cioè la responsabilità del giudice e il fatto che ci sia un organo di autocontrollo che è il Csm che autogestisce le carriere dei magistrati, con le promozioni per anzianità, come sono avvenute nel caso Tortora nonostante errori gravi. Questo mi permetto di dire.

 

DAVID ERMINI:

Allora, io non conosco il caso, non conoscevo il caso che lei ha esposto, che è veramente terribile, però è anche vero, – qui voglio spezzare una lancia – che il sostituto procuratore presso il tribunale dei minorenni trasmette alla procura competente e la procura competente non arresta tant’è che poi verifica. Il problema è perché è stata data la trasmissione degli atti.

 

MICHELE BRAMBILLA:

L’ha data il magistrato, ha scritto anche: l’hanno usata come una bambola gonfiabile.

 

DAVID ERMINI:

Questo qui è certamente un atteggiamento da condannare. Il tema del Csm l’ho detto prima e lo ripeto. Il Consiglio superiore non può intervenire sull’attività giurisdizionale, il Consiglio superiore ha la sua sezione disciplinare che giudica i magistrati sugli illeciti disciplinari, su iniziativa del Ministro o della Procura generale presso la Corte di cassazione. Però c’è un altro elemento su cui due parole le può dire anche il presidente Canzio che ha molta più esperienza di me in questo settore. Il lavoro della quarta commissione sulle valutazioni. Gli avanzamenti di carriera adesso non avvengono più solo per anzianità, può essere un criterio che può essere utilizzato o meno, però anche questo tema dell’anzianità è un tema che ha dei pro e ha dei contro. Io credo che invece il compito del Consiglio sulla valutazione deve essere molto rigoroso, molto rigoroso. E quando anche si danno gli incarichi dei direttivi o magari si assegnano dei semi-direttivi, anche in Corte di cassazione, bisognerebbe riuscire a capire quali sono i magistrati che veramente fanno delle sentenze che reggono fino alla cassazione. Questo è un compito che il Consiglio può fare attraverso un modo più rigido di affrontare il tema delle valutazioni. Sull’aspetto disciplinare invece noi ci possiamo muovere solo se gli organi che hanno la possibilità dell’iniziativa si rivolgono a noi. Devo dire che ultimamente il Consiglio è stato anche non severo perché la sanzione disciplinare applica la legge. Vi posso dire, essendo io presidente della sezione disciplinare, che quella giustizia domestica che si paventava all’interno dei magistrati nel senso di “cane non morde cane”, questa cosa non c’è o per lo meno adesso non c’è. Questo ve lo posso garantire, siamo molto, molto attenti, però soltanto se veniamo chiamati in causa. Sul sistema delle valutazioni, invece, credo che si possa fare ancora di più e si debba essere molto più rigorosi.

 

GIOVANNI CANZIO:

Il disciplinare: il disciplinare funziona e funziona perché vi è un organo che promuove l’azione disciplinare e un organo che decide che non è poi solo la sezione disciplinare del Csm, perché quella decisione è poi sottoposta al vaglio critico delle Sezioni unite della Corte di cassazione. Quindi, se voi vedete un po’ il panorama dei procedimenti disciplinari dei vari impiegati dello Stato e direi anche dei vari giornalisti, di qualunque altro uomo delle istituzioni in questo Paese, non troverete nessun organo che applica il procedimento disciplinare, la sanzione disciplinare in modo più rigoroso del Consiglio superiore della magistratura. I numeri parlano da soli, non sono assolutamente esigui, sono significativi. Le sanzioni, quando ci sono, sono severe, anche quando sembrano non severe, anche perché la carriera del magistrato è chiusa dopo un sanzione anche minima, e le valutazioni che si fanno in sede disciplinare sono sempre molto attente e molto motivate. E comunque i risultati ci sono. Cos’è che non funziona? Quello che non funziona è proprio il meccanismo delle valutazioni di professionalità. Quando ero nel Comitato di presidenza del Csm, chiesi i dati statistici delle valutazioni professionali a opera della quarta commissione, che ho richiesto anche recentemente: non sono mutati, perché allora rilevai che quasi il 99% delle valutazioni erano positive e oggi sono il 99% meno 1 o il 99% più uno. Allora, qualunque struttura complessa non può tollerare che 99% dei suoi componenti abbia una valutazione di professionalità non solo positiva ma, in genere, anche alte, elevate. Non solo perché non è giusto che non si premi secondo il merito chi merita di più rispetto a chi merita di meno, ma perché si creano problemi gravissimi allorquando occorra scegliere i capi degli uffici o i vicecapi degli uffici, perché se le valutazioni di professionalità non sono tecnicamente elaborate in modo da consentire la selezione, se sono tutti i migliori, se sono tutti bravissimi, se sono tutti altamente specializzati e qualificati, il conflitto tra i vari pretendenti non si risolve più soltanto sulla base sulle risultanze tecnico-professionali, ma cominciano a incidere altre pressioni. Se noi lavoriamo attentamente sulle valutazioni di professionalità ne guadagnerà tutto il sistema, la credibilità e la fiducia dell’intero sistema. Ultimo, io chiedo una più forte presenza dell’avvocatura all’interno dei consigli giudiziari, laddove si elaborano i pareri sulle valutazioni di professionalità all’interno del livello distrettuale e in cui vi è ancora quella che si chiama la geometria variabile della partecipazione degli avvocati presso le Università. Rispetto alle valutazioni di professionalità, in taluni luoghi, alcuni avvocati professori devono uscire dal consiglio e non hanno diritto di tribuna, cosa assicurata in altri distretti come Milano, come l’Aquila, come pochi altri. Ma la presenza e il diritto di parlare, di elaborare il proprio pensiero, di votare dell’avvocatura e dell’Università è importantissimo, perché il contributo dei laici è necessario per rendere più snelle e più meritocratiche le valutazioni di professionalità. Quindi come vedete c’è da lavorare su questo e siccome abbiamo fatto tardi concludo dicendo che vi è spazio quindi per legislazioni di riforma anche su questo terreno. Però vorrei ricordare che i magistrati, oltre ad avere il codice disciplinare dettato dal legislatore dal 2006, – la riforma Castelli del 2006 -, hanno un codice dei magistrati, il codice etico della magistratura fin dalla fine degli anni Novanta, che impone tutta una serie di doveri deontologici più stringenti e più forti di quelli che detta perfino il legislatore e che si possono racchiudere solo in due paroline: l’etica del limite dei propri poteri e l’etica del dubbio rispetto all’accertamento da fare. Se noi riuscissimo a introitare fino in fondo l’etica del dubbio, e parlo per i magistrati, e l’etica del limite, probabilmente promuoveremmo una più alta civiltà giuridica in questo Paese. Grazie a tutti.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

22 Agosto 2019

Ora

19:00

Edizione

2019

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria