PER ME VIVERE È CRISTO. METROPOLITA ANTONIJ - Meeting di Rimini

PER ME VIVERE È CRISTO. METROPOLITA ANTONIJ

Per me vivere è Cristo. Metropolita Antonij

Per me vivere è Cristo. Metropolita Antonij

Presentazione della mostra. Partecipano: Aleksandr Filonenko, Docente di Filosofia all’Università Nazionale di Char’kov, Ucraina; Constantin Sigov, Filosofo e Docente all’Università Nazionale di Kiev-Mohyla, Ucraina; Dimitrij Strotsev, Poeta, Editore e Membro del Fondo per l’eredità del Metropolita Antonij di Surozh, Bielorussia. Introduce Francesco Braschi, Dottore della Biblioteca Ambrosiana e Presidente Associazione Russia Cristiana.

 

FRANCESCO BRASCHI:
Buonasera a tutti e benvenuti all’incontro di presentazione della mostra Per me vivere è Cristo. Il metropolita Antonij di Surozh.
L’iniziativa di Cristo si identifica con colui che egli sceglie e afferra e questo avviene sempre per la crescita di molti. Poche ore fa in questa stessa sala è stata detta la medesima cosa riguardo la figura di Abramo. Iniziando questo incontro mi sembra importante che ci poniamo in piena continuità con questo concetto, perché il metropolita Antonij è stato scelto per mostrare l’iniziativa di Dio in condizioni che sembravano ostative, sfavorevoli, in un contesto di perdita della patria, della cittadinanza, dell’identità a causa l’emigrazione russa. Oggi siamo qui a riconoscere come questa figura attraverso la sua azione di pastore non solo ha operato nei confronti di chi faceva parte della sua stessa situazione, per chi, come lui, aveva perso tutto. Siamo qui a riconoscere che la sua figura è stata suscitata anche per la nostra crescita, perché anche in noi si mostrasse la potenza dell’iniziativa di Dio. Non voglio rubare altro tempo ai tre amici che sono qui con noi e che hanno avuto un ruolo decisivo perché questa mostra prendesse forma. Dico solo una parola di presentazione, dopodiché ci introdurranno ai diversi significati di questa mostra. Ciascuno di loro potrà offrirci una prospettiva differente per comporre un quadro completo. Il primo amico a cui lascio la parola è il professor Aleksandr Filonenko. La sua formazione è stata innanzitutto quella fisica, scientifica. In seguito all’incontro con il metropolita Antonij ha deciso di specializzarsi come docente universitario in filosofia e teologia. È docente di teoria della cultura, filosofia della scienza e teologia all’università statale di Char’kov in Ucraina e insegna anche in altre università in Ucraina, Russia e Bielorussia. Nel 2011 ha fondato un’agenzia socioculturale, Emmaus, che si occupa dell’inserimento sociale di ragazzi orfani e disabili. Nel 2014 ha voluto anche affiancare al centro Emmaus un centro di cultura europea – il centro Dante – nato per portare nella società ucraina delle testimonianze di vita nuova. La personalità di Aleksandr è all’origine di questa mostra e per questo è a lui che vorremmo chiedere di raccontare chi è il metropolita Antonij e soprattutto da dove nasce la mostra. Grazie.

ALEKSANDR FILONENKO:
Buonasera. “Dio ci ha permesso oggi di incontrarci”: così cominciò una delle sue prediche il metropolita Antonij di Surozh quando venne in Unione Sovietica. Spesso, parlando, incontrandoci, diciamo queste parole, senza neppure pensare alla loro profondità. Si può dire che in questa frase c’è tutta la sua teologia, tutta la sua testimonianza. È stato realmente un teologo dell’incontro; vorrei dargli la parola e leggere una citazione da una delle sue prediche in cui parla dell’incontro: “L’incontro è sempre una gioia perché ogni incontro viene da Dio, perché è l’istante in cui le persone si trovano faccia a faccia, a volte per un brevissimo istante, ma, nello stesso tempo, anche per sempre perché, quando ci si incontra con il cuore, con fede, carità, con una speranza comune, nel segno della comune croce, nella luce della comune vittoriosa resurrezione che verrà, ormai non ci si può più separare. Le distanze terrene non separano più, non separeranno più, le persone”. Il metropolita Antonij nacque nel 1914; era coetaneo della prima guerra mondiale e per tutta la vita ha sempre sognato di ritornare nella patria in cui non era mai stato. Ci riuscì la prima volta nel 1960, quando era già vescovo, già il fondatore della chiesa in Gran Bretagna. I suoi genitori erano diplomatici ed hanno vissuto totalmente la catastrofe della Russia. Per noi oggi è molto difficile capire le dimensioni di questa catastrofe. Oggi l’Europa contemporanea ha grandissime difficoltà legate all’immigrazione. Il numero dei migranti oggi, di persone che stanno migrando in Europa, sono milioni. Negli anni Venti in Europa ad un certo punto tre milioni di cittadini dell’Impero russo avevano perso tutto e soprattutto avevano perso la possibilità stessa di ritornare nelle loro case. Questo era vietato, a rischio della vita. La storia di questa generazione, della generazione dei genitori del nostro protagonista, è la storia di uomini e donne che hanno vissuto la perdita di tutto quello che ci si può immaginare. È perciò la storia della scoperta di una mancanza. Ma la grandezza di questa generazione sta nel fatto che ad essi fu concesso di capire che questa perdita era un dono che Dio faceva loro; innanzitutto era il dono della libertà. I figli di questa generazione di profughi, così mirabilmente incarnata nella figura del metropolita Antonij, sono persone che avevano perso la Chiesa stessa. Il metropolita diceva sempre che, una volta perso tutto, il Paese, la famiglia, se stessi e anche la Chiesa come istituzione legata alla propria patria, hanno scoperto una mancanza, e da questa mancanza c’erano solo due vie d’uscita. O la morte o l’incontro con Dio; un Dio per il quale loro erano necessari. Questa generazione scoprì il tema a cui è dedicato il nostro meeting: soltanto l’incontro con Cristo può riempire il bisogno umano, questa mancanza umana. La storia del nostro eroe è la storia di un uomo che, in un primo momento, ha combattuto contro la Chiesa. La sua era l’ostilità di un ragazzino che a quattordici anni ad un certo punto incontra Cristo e scopre Cristo come colui che può riempire il cuore e fargli scoprire di nuovo tutto il mondo. Diventa monaco, diventa medico e insegnante. Si trasferisce poi in Inghilterra e diventa sacerdote; crea una comunità, ne diventa capo e diventa vescovo di questa comunità. Fu sempre la voce libera della Chiesa che a quell’epoca era perseguitata in Unione Sovietica e nello stesso tempo, quando andava in Unione Sovietica, rappresentava la voce libera della generazione di quei cristiani, di quei santi, che erano nati in Occidente e avevano conservato la fedeltà a Cristo. Abbiamo trovato l’idea per la realizzazione di questa mostra proprio qui, al Meeting. Quattro anni fa, per la prima volta, alcuni studenti ortodossi avevano preparato e spiegato qui una mostra su Dostoevskij e in quell’occasione è nata una grande amicizia tra persone provenienti da diversi paesi, dalla Russia, dall’Ucraina, dalla Bielorussia, dall’Italia. È diventato evidente che noi dovevamo capire meglio l’esperienza di questa nostra amicizia e cercare di raccontarne, di parlarne ai nostri amici. È nata un’esperienza di fiducia tra di noi. Un anno dopo a Rimini è stata esposta una mostra sui martiri del ventesimo secolo. Abbiamo cominciato a scherzare e tutti ci dicevano che era nata una comunità volante che però avrebbe dovuto in qualche modo vivere non soltanto il Meeting ma cominciare a capire meglio la nostra amicizia in Cristo. Questa comunità è diventata per noi un grandissimo segno dell’amore di Dio e della sua misericordia, perché poi sono seguiti alcuni avvenimenti molto duri nei nostri paesi, e sembrava che tutto fosse finito perché sembrava che tutto cercasse di creare delle divisioni tra di noi. Questa esperienza di amicizia in Cristo, invece, è stata l’unica cosa che ci ha permesso, e ci permette, di vivere in piena misura e di testimoniare la nostra unità. È intorno al metropolita Antonij che siamo riusciti ad incontrarci, e a riunirci insieme: cattolici, ortodossi, russi, ucraini, bielorussi, inglesi, italiani. La cosa più preziosa in questo incontro è il fatto che non abbiamo capito subito quale fosse l’aspetto più grandioso. Vorrei raccontare solo due storie. Nel 2014, Dio ci ha permesso di festeggiare insieme la Pasqua a Char’kov, nell’Ucraina orientale, la nostra città. Questi giorni per noi erano giorni di grande difficoltà perché molti nostri amici non erano potuti venire, noi stessi vivevamo con timore quei giorni di guerra, eppure molti amici sono riusciti a venire. Questo è stato un grandissimo segno, una testimonianza di amicizia. C’è stata la cerimonia della notte di Pasqua ortodossa in una chiesetta molto piccola nei dintorni di Char’kov; durante questa lunga celebrazione notturna, Franco Nembrini mi ha detto che aveva appena capito una cosa importantissima e voleva farmi una domanda. Mi ha portato un attimo fuori dalla chiesa. Io non so l’italiano, lui non sa il russo, per questo ci siamo praticamente parlati a gesti; grazie a questo discorso che abbiamo avuto, ho capito che riguardo le cose importanti si può parlare anche se non si sa la lingua, si può parlare col cuore. Mi ha chiesto: “C’è la guerra, una guerra in cui io non sto capendo niente ma ne soffro. La mia anima soffre vedendo come tra i nostri amici si stanno creando delle mura, delle barriere. Cosa possiamo fare? Tu credi che Cristo abbia vinto e possa vincere ogni guerra?”. Io gli ho risposto di sì. Ha continuato: “Questo vuol dire che Cristo ha già vinto anche questa guerra?” Io gli ho risposto di sì. Allora mi ha proposto, con la grazia di Dio, di portare tutti gli amici di vari paesi insieme da Cristo lì dove Cristo ha già vinto. E così a Natale ci siamo trovati in 108 persone a Gerusalemme per vivere insieme di fronte a Cristo, non soltanto il dolore, non soltanto la sofferenza, ma la gratitudine del fatto di riconoscere nella propria esperienza quella pace di Cristo che Lui ci ha donato. È seguito un altro incontro ancora di cui abbiamo parlato molto. In tutti questi anni abbiamo sempre intuito che noi stavamo vivendo una specie di esperienza molto simile che avrà bisogno di essere riconosciuta. Alcuni amici ortodossi raccontavano con grande gioia del Metropolita Antonij che per molte generazioni è stato il volto vivo della tradizione ortodossa; i nostri amici italiani condividevano l’esperienza del loro incontro con Don Giussani e una settimana prima dell’incontro con il Papa. A Varigotti c’è stato un incontro di cui vorrei parlare. Si sono raccolte ottanta persone in quel luogo dove tutto è iniziato. Guardare questa esperienza, stare di fronte all’esperienza della strada compiuta del cammino di Don Giussani e del Metropolita Antonij faceva dominare un’atmosfera di gioia e di esultanza. Questa gioia è la gioia che volevamo condividere con tutti in questa mostra e io speriamo in qualche modo di esserci riusciti. Grazie.

FRANCESCO BRASCHI:
Grazie di cuore Aleksandr. Vogliamo arricchire questa storia, ancora del tutto in sviluppo, di un’altra sfaccettatura. Lascio ora la parola all’amico Constantin Sigov di Kiev nato nel 1962. Anche lui ha iniziato la sua formazione nel campo dell’ingegneria, ma poi ha proseguito con il dottorato in filosofia ed ora è filosofo e Professore universitario presso l’Università Nazionale Accademia di Kiev Mohyla. È docente invitato alla Sorbona a Parigi, è accademico ambrosiano – come anche Aleksandr. È direttore dell’associazione scientifica ed editoriale Lo Spirito e lettera che pubblica saggi di teologia, filosofia e di diverso contenuto culturale ed è anche Presidente del centro San Clemente di Kiev, un centro per il dialogo tra i cristiani, che vede tra i suoi fondatori la Metropolia di Kiev della chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca. A Constantin vorrei fare questa domanda. Tu hai avuto più occasioni di incontrare il metropolita Antonij e la tua esperienza è un’esperienza che si allarga a tutta l’Europa. Qual è il dono che il Metropolita Antonij è per l’Europa, dell’est e dell’ovest. Cosa ci consegna il ricordo e l’esperienza di lui?

CONSTANTIN SIGOV:
La pubblicazione dei libri del Metropolita Antonij in URSS era proibita. I suoi testi ci arrivavano a Kiev e in altre città attraverso il samizdat. Come i vangeli, e altri libri proibiti, potevano attraversare la cortina di ferro dall’Occidente nell’Europa Orientale? Di questa storia ci ha parlato in una maniera meravigliosa recentemente a Seriate Padre Romano Scalfi. Una giovane italiana ha attraversato la frontiera dell’URSS facendo finta di essere incinta al nono mese, ma in realtà nascondeva nella pancia molti libri e questi libri trovavano nuova vita là dove erano proibiti, tra le mani dei nostri lettori. Quando, per esempio io e mia moglie leggevamo a voce alta questi libri proibiti, nascevamo a una nuova vita e questa gioia che ci veniva dai libri era un forte stimolo per la nostra storia. Dopo la caduta dell’URSS noi abbiamo creato a Kiev la casa editrice Lo Spirito e la lettera e abbiamo cominciato a pubblicare i libri del Metropolita Antonij. All’inizio, c’è stato un primo incontro mio col metropolita Antonij proprio nell’anno in cui si ricordava il millennio del battesimo della Russia, il 1988. A Mosca, in casa di amici, ci ha parlato del suo padre spirituale, grazie al quale aveva visto la luce, lo splendore di Cristo nel volto di un uomo. Lui aveva incontrato una persona in cui si vedeva la Gloria di Cristo, e il metropolita Antonij parlava non soltanto della propria opera, ma era una testimonianza vivente nella sua stessa persona. La sua testimonianza di Cristo ha portato me, mia moglie e il mio bambino di quattro anni al battesimo. Metropolita Antonij ci ha liberato da tutta una serie di barriere che fino a quel momento ci avevano separato dalla Chiesa. È stato il primo sacerdote per il quale io ho cessato di provare anche il minimo senso di sfiducia. Noi non eravamo stati battezzati nell’infanzia come molte persone della nostra generazione, e amavamo il Vangelo, ma non conoscevamo la Chiesa. Eravamo vittime di un anticlericalismo che era stato creato in maniera speciale. Era l’anticlericalismo che avevano creato gli agenti del KGB. Il KGB diffondeva molte voci in modo tale che la gente avesse paura, per esempio, di andare a confessarsi o di aprire il cuore a persone a cui avevano insegnato di non fidarsi. Il metropolita Antonij ci ha liberato da questo, e per questo abbiamo incontrato la Chiesa e io ricordo come il metropolita aveva in mano la croce e benediceva tutti quelli che si avvicinavano a lui. Soprattutto mi ricordo l’incontro con i suoi occhi. Erano gli occhi di un uomo che con i suoi occhi aveva visto Cristo: in lui questo si vedeva, lo faceva vedere con tutto il corpo. Io mi stavo rispecchiando nelle pupille di un uomo che vedeva di fronte a sé Cristo vivente. Davanti a lui, cominciavi ad entrare nello spazio dell’infinito, dell’eternità. In un giorno solo, io, mia moglie Irina e mio figlio Alioscia abbiamo ricevuto il battesimo. Abbiamo ricevuto un dono, un tesoro spirituale che adesso siamo chiamati a condividere. Quando abbiamo vissuto a Parigi abbiamo cominciato a pensare che bisognava pubblicare uno dei libri più importanti del Metropolita Antonij, intitolato Nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Era una raccolta di alcune sue prediche. Mentre eravamo a Londra da lui, il Vescovo ha scritto su questo libro una dedica a mia moglie: “A Irina per la gioia della comunione” e Irina così ha fatto una nuova copertina per questo libro che doveva diffondersi nello spazio sovietico. Pubblicarlo significava la gioia della comunione di tutti quelli con cui il metropolita voleva condividere la gioia del suo incontro con Cristo, con Dio. Per noi era molto importante che il Metropolita si chiamasse Antonij, perché quello è il primo fondatore della Lavra, il primo monastero della Russia di Kiev nell’XI secolo. Il metropolita Antonij era andato una volta a visitare la Lavra sotto Brežnev quando la Lavra era ancora chiusa. Per lui certamente era stata una ferita, un dolore, eppure da lì, da Kiev per la prima volta ha ricevuto la tradizione russa, una pubblicazione russa del suo libro più importante. Dopo la sua morte c’è stato un incontro a Parigi con una donna molto amica del metropolita, quando ancora e viveva nella Parigi occupata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. In quel momento, Antonij aveva finito l’Università della Sorbona, partecipava alla resistenza, faceva il medico nella Parigi occupata. Pochi anni dopo la liberazione, sarebbe andato a Londra. Da lì, ha cominciato a lavorare prima come sacerdote e poi come Vescovo. Andò via per sempre dalla Francia dove aveva vissuto la sua giovinezza, la sua fanciullezza, per andare a Londra; questo fa vedere proprio come la sua vita era cambiata per sempre. Ancora però non si capisce perché abbia smesso di fare il medico, proprio in quegli anni così importanti. I pochi dati che noi abbiamo della vita del dottor Andrej Bloom – questo il nome del metropolita prima di diventare sacerdote – durante la guerra sono veramente poco conosciuti, ne sappiamo molto poco. Comunque, a Parigi questa donna ormai anziana, ma ancora bellissima, mi fa vedere ben sette lettere autografe di quel periodo. Da questa fonte io ho potuto vedere questa intonazione per cui il metropolita Antonij è diventato per noi tutti la voce della nostra epoca. A chi, tra i contemporanei, sente forte l’epidemia della meschinità, si rivolge il Metropolita Antonij, dicendo: “Desidero per voi della baldanza di spirito e fortezza perché nulla possa ferire o spezzare la vostra anima. Conservate come un tesoro la sensibilità, la tenerezza del vostro cuore, fate in modo di non abituarvi mai alle cose amare, alle cose vergognose, cercate di non essere mai abituati al male nella vostra vita, quello che vi capiterà sotto gli occhi”.
All’interno di una società occupata dalla follia del totalitarismo, il dottor Bloom faceva vedere qual era il prezzo terribile di una felicità narcotica, dell’ illusione narcotica di diventare indifferente a tutti. È estremamente aperta. Io so cosa vuol dire trovarsi in ore di angoscia e di impotenza e allora si vorrebbe tanto essere tranquilli, diventare come tutti, non avere problemi, non avere preoccupazioni. Ma Dio ci salvi da questa meschinità e da questa indifferenza, da questo cuore indifferente. Non desidero che voi possiate mai comprare la felicità e la tranquillità a prezzo della morte dell’anima indurendo il vostro cuore come pietra. Questo prezzo oggi sconvolge molte persone? Una psicologa russa, Ludmilla Petranovskaya recentemente ha parlato del ruolo della propaganda oggi in Russia, affermando che succedeva come in un romanzo di Stephen King, in cui la gente riceve un sms e tutti diventano zombie. È come se la propaganda riuscisse a contagiare le persone con una specie di virus, facendole tramutare in zombie. In questo modo, non si capisce più se è una persona o uno zombie. Il dottor Andrej Bloom, il metropolita Antonij ci parla dell’antivirus che ci aiuta a liberarci dall’indifferenza e dall’indurimento del cuore. È qualcosa che non si può fare in modo psicologico o medico, occorre l’amore per chi è malato, occorre la compassione per l’uomo che si trova al confine tra la morte e la vita. La vera guarigione è reale, personale e concreta: è il cammino verso una presenza di Dio nell’uomo, nell’altro. Che cosa unisce l’esperienza della generazione del metropolita Antonij e di Don Giussani? Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, entrambi hanno partecipato alla ricostruzione dell’Europa a partire da un cumulo di macerie, una nuova fase per superare l’isolazionismo creato dalla cortina di ferro. Questa nuova costruzione partiva dal gettare ponti di solidarietà tra Oriente e Occidente, tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest. Dopo la caduta del muro di Berlino cominciò la seconda Europa. Questa non è stata creata solo da Gorbaciov o Havel, ma anche quella donna che, facendo finta di essere incinta ha portato i libri nel nostro Paese. Oggi il nostro continente si scontra con una crisi particolarmente dura e profonda. Dopo l’annessione della Crimea e dopo l’inizio di una guerra ibrida, si pone in modo particolare la domanda della dignità dell’uomo e del discernimento tra bene e male. Queste sono le domande chiave, cruciali della terza Europa. È la domanda: essere o non essere. Il primo tema per la crisi di oggi in Europa è la liberazione dalle illusioni di una falsa neutralità. Ascoltiamo cosa dice il metropolita Antonij. Sulla rivista La nuova Europa è stata pubblicata questa citazione. “Siamo noi testimoni che il Signore è vivo, che io sono suo, che egli mi è caro, vicino che è la mia vita, che è la verità della vita, l’unica verità?”
Questa presenza tra le persone è realmente una testimonianza? Perché non esiste un’altra strada, non c’è una terza via d’uscita. Più vanno avanti gli anni più noi vediamo che la vita non ha senso. Allora uno sguardo approfondito su questo problema, dissolve un certo stereotipo secondo cui qualcuno può essere testimone mentre altri hanno il diritto di non essere testimoni. In realtà l’idea di una posizione neutra è utopica. La scelta che abbiamo davanti è un’altra: o noi testimoniamo la mancanza di senso o testimoniamo che un senso c’è. Non esiste una terza via d’uscita. Noi viviamo senza alibi. Non è possibile oggi non essere testimoni. In Siria o in Europa chi sono i martiri? La parola “martire” significa testimone. La cosa più importante nel testimone non è il sangue, ma l’amore indefettibile. Così era ancora ai tempi in cui i cristiani finivano alle tigri e ai leoni a Roma, ma il problema non era lo spettacolo nel Colosseo, il problema era l’amore a Dio e agli uomini per il quale questi uomini morivano. Voglio fare solo un esempio del metropolita Antonij. Nel 1923 a Pietrogrado un giovane sacerdote predica il Vangelo; per questo viene arrestato, lo mettono in prigione lo interrogano, lo torturano, lo picchiano e dopo qualche mese lo rimettono in libertà. Era entrato in prigione giovane, pieno di forza e di vita, di energia, ma ne esce come un vecchio canuto e spezzato. E i suoi cari attorniatolo gli chiedono: “Ma che cosa è rimasto di te dopo questi mesi?” E lui risponde: “La sofferenza ha bruciato tutto, rimane solo una cosa, solo l’amore”. In conclusione, voglio farvi due esempi di una profonda unità della vicinanza di pensiero del metropolita Antonij e di don Giussani. Voglio offrirvi due citazioni e poi vi chiedo di pensare chi è l’autore, se Don Giussani o il metropolita Antonij. Non vi dirò la risposta. Il primo pensiero è dedicato al padre nostro: “Il padre è colui che educa con il rigore esigente di un amore smisurato, è colui che non scende a nessun compromesso ed esige da noi che siamo ciò a cui siamo chiamati. È colui che non si accontenta di niente che in noi sia al di sotto della nostra dignità”. La seconda citazione è un pensiero su come nel momento più profondo della crisi, nel momento cruciale di prova della nostra vita, nel momento della scelta non ci aiutano gli schemi inventati di altri. Occorre un testimone vivo che sia capace di dire: “sì, non avere paura! Quello che tu stai cercando, quello che sogni è reale. Io posso dire con certezza che questa è la verità”. Noi siamo mandati nel mondo per essere dei testimoni davanti a questo mondo. Ma come possiamo essere testimoni se non riconosciamo noi stessi la nostra fede? Se non possiamo dire all’altro “ho percorso la stessa strada e ti mostrerò almeno i primi passi su questa strada?”. La tradizione e la testimonianza. La nostra testimonianza può in qualche modo trasmettere nuova educazione e quello che abbiamo ricevuto? Questo dipende solo dalla testimonianza viva. Questa la questione cruciale, a Kiev, a Minsk, a Mosca e anche qui a Rimini. Grazie per la vostra attenzione.

FRANCESCO BRASCHI:
Grazie Constantin anche per averci resi partecipi in un qualche modo di un dinamismo che continua. È chiaro che persone come il metropolita Antonij, come don Giussani non si capiscono quando cerchi di scolpirli in un immagine immobile. Il loro diventa un processo, un camminare su strade simili, diventa un seguire dei passi. Inevitabilmente in questo processo noi stessi non siamo mai gli stessi per più di un minuto, per più di un secondo. Noi stessi vediamo come il confronto, il paragone, il cammino insieme modifichino profondamente lo sguardo che abbiamo su di noi. Questo non si capisce soltanto con la freddezza della scienza storica o della rievocazione cronachistica o della capacità di scavare negli archivi. Il terzo amico che introduciamo, Dimitrij Strotsev, bielorusso, nato a Minsk nel 1963, inizialmente si laurea in architettura, ma poi ha iniziato ad occuparsi di editoria, ha fondato una casa editrice che si chiama Otri Nuovi. Pubblica in particolare poesia e letteratura di carattere religioso. Lui stesso è un poeta di lingua russa, noto anche all’estero; il linguaggio poetico che lui ben padroneggia e che fa parte della sua esperienza ci offe un registro in più per capire la personalità di Antonij. Dimitrij è anche membro del Fondo che si occupa di conservare e trasmettere l’eredità del metropolita Antonij. Ha un compito che lo porta a condividere la responsabilità di custodire e di far conoscere questa eredità. A lui lasciamo la parola.

DIMITRIJ STROTSEV:
Pochi giorni fa a Siena, nella città della giovinezza di Mario Luzi, il poeta i cui versi sono diventati il tema dominante di questo Meeting, io ho chiesto a degli amici di Comunione e Liberazione perché il movimento sulle orme di don Giussani fosse così attento alla parola poetica. Perché crede tanto nei poeti? A questa domanda il nostro amico Francesco Massetti inaspettatamente ha risposto in modo che sembrerebbe un po’ paradossale: “Perché il Movimento e tutta la chiesa è poesia”. Ma in che senso? Come possiamo capire questa cosa? Ha poi continuato: “Giussani dice che in ogni suo movimento il discorso poetico può essere soltanto nuovo. Questo è il tratto distintivo della poesia. Per rimanere tale, la poesia deve continuamente ridiventare nuova, riproporre una novità. In ogni istante diventa per noi una novità che ci colma di stupore. Deve continuamente svelarsi e soltanto in modo nuovo. Così allo stesso modo Cristo ci arriva come una novità inesauribile e vede noi cristiani, la sua Chiesa, come un popolo nuovo e ci invita continuamente ad essere nuovi. Non bisogna mai perdere la sensibilità, l’apertura dell’infanzia, la capacità di stupirsi, ma anche una decisione a un passo nuovo, a un movimento nuovo”. Io vorrei incominciare il mio racconto sul metropolita Antonij con una citazione da una conversazione privata che è avvenuta l’otto giugno del 2000: “Ho la sensazione molto chiara e netta, anzi no, ho più che altro una sensazione oscura, che entrando nel terzo millennio noi ci addentriamo in un periodo scuro, difficile, in un certo senso sgradevole. Per quanto riguarda la vita della Chiesa, la fede deve rimanere integra, ma noi non dobbiamo temere di pensare in modo libero e di esprimerci in modo libero. Tutto si sistemerà a tempo debito. Se noi invece continueremo a ripetere soltanto all’infinito quello che è stato detto tanto tempo prima, allora sempre più gente si allontanerà dalla fede e non penso soltanto alla Russia, ma a tutto il mondo. E si allontaneranno non perché quello che dicevano una volta era sbagliato, ma perché è cambiato il linguaggio, è cambiato l’approccio. Gli uomini sono diventati diversi, i tempi sono diversi, si pensa diversamente e a me sembra che noi dobbiamo radicarci in Dio e non aver paura di pensare e di sentire con libertà”. Ci sono due episodi nell’esperienza del metropolita Antonij che lui ogni tanto raccontava in contesti diversi. Mi sembra che non li abbia mai proposti insieme, ma io da un po’ di tempo non riesco più a pensarli e ricordarli distintamente. Il primo riguarda un pastore metodista che recandosi da lui – che era responsabile di un’intera regione dell’Inghilterra – e chiede di ospitare suo figlio adulto nella comunità ortodossa. Il metropolita si meravigliò molto di questa richiesta, ma il pastore protestante gli spiegò che suo figlio era sordo e che la celebrazione metodista protestante era tutta costruita sulla parola e sul suono, quindi il figlio era escluso da tutto. Una volta per caso questo ragazzo entrò in una chiesa ortodossa e raccontò al padre: “Ho sentito di essere entrato nel Nuovo Testamento perché lo vedevo, mi veniva incontro da ogni parte, dalle pareti della chiesa, dall’azione liturgica”. Il metropolita acconsenti a incontrare questo giovane e dopo un periodo di preparazione lo accolse nella chiesa ortodossa e quindi questo ragazzo protestante diventò membro della chiesa ortodossa. Il secondo episodio è legato al Vescovo della Chiesa greca in Inghilterra. Una volta parlando con il metropolita Antonij questo vescovo gli dice: “Che bello Eccellenza che da voi ci sia tanta gente in chiesa, tanti giovani! Invece le nostre parrocchie stanno invecchiando e ai giovani che stanno dimenticando il greco non interessa stare con i vecchi. Per questo stanno smettendo di venire in chiesa”. Il metropolita Antonij allora gli rispose: “Che vengano da noi, faranno amicizia con i nostri ragazzi!”. Ma il greco obiettò: “No, meglio che si perdano, che muoiano per Dio piuttosto che andare in una chiesa diversa, estranea”. Questi esempi sono molto eloquenti e mostrano come si possano avere atteggiamenti diversi, di fiducia o di totale chiusura nei confronti dell’esperienza dell’altro. Il futuro metropolita incontrò Cristo da bambino ed era giunto alla fede nella cattolica Francia. Andreij Bloom era un giovane di vedute patriottiche e per questo entra nella chiesa ortodossa in Francia. Era nella parrocchia dei Tre Santi Dottori della Chiesa a Parigi, la parrocchia ortodossa più povera e meno numerosa della città, ma l’unica comunità fedele al patriarcato di Mosca. La maggior parte degli emigrati si erano allontanati da questa Chiesa e la condannavano per i suoi contatti e la sua collaborazione con il regime sovietico. Inoltre, il metropolita Antonij diceva che i bambini ortodossi russi erano stati influenzati dal proselitismo cattolico e diceva: “Abbiamo provato di persona sulla nostra pelle come cercavano di staccarci e di farci cambiare idee uno a uno”. A questo riguardo, il metropolita avrebbe ricordato per tutta la vita che, mentre erano a Parigi, in gravi difficoltà economiche, la mamma voleva mandarlo a scuola. Ma la scuola disse che lo avrebbero accettato soltanto se si fosse convertito al cattolicesimo. La famiglia di Andreij Bloom, il futuro metropolita Antonij, rifiutò categoricamente. Questo fatto è rimasto dolorosamente impresso nella memoria del metropolita tutta la vita. Finita la guerra, quando padre Antonij fu nominato parroco della comunità ortodossa di Londra, a proposito dei rapporti con il Cattolicesimo disse: “Addirittura si può essere o Cristiani o Cattolici”. In seguito avrebbe detto: “A me sembrava che non ci fosse nessun’altra scelta, se volevi essere veramente cristiano dovevi essere soltanto Ortodosso”. Certo in queste parole non è che c’è un’avversione radicale al Cattolicesimo, ma ci sono piuttosto il suo dolore e la sua preoccupazione per le sorti della Chiesa russa in esilio, quasi sull’orlo di scomparire. È molto diverso pensare all’unità di una Chiesa universale diffusa in tutto il mondo, oppure a quello di una Chiesa perseguitata che sta assottigliandosi a vista d’occhio. Nel corso degli anni gli fu posta molte volte la domanda riguardo i rapporti tra Ortodossi e non Ortodossi, con i rappresentanti di altre confessioni come i Cattolici. E ci sono delle lunghe discussioni in cui il metropolita parla delle differenze tra Cattolicesimo ed Ortodossia, differenze teologiche e anche di comportamento.
Tante volte il metropolita si sentì fare questa domanda. In Russia gliela pose il patriarca Aleksij II, gliela ponevano i laici della Chiesa ortodossa russa quando il metropolita andava in Unione Sovietica. E di tutte le sue varie risposte possiamo ricavare in sintesi la concezione che il metropolita aveva riguardo i rapporti tra Chiesa ortodossa e Chiesa Cattolica. Diceva che gli ortodossi potevano fare amicizie e collaborare con i cattolici, laici, sacerdoti e vescovi, che in caso di guerra o di gravi calamità si sarebbero sostenuti reciprocamente; diceva che si sarebbero potuti riconoscere i santi cattolici, i doni della Chiesa cattolica, ma che gli ortodossi non avrebbero mai potuto fidarsi del Vaticano e della sua politica ecclesiastica, perché uno dei compiti di questa politica è di annacquare e assorbire l’ortodossia. Ma allora che cosa possiamo fare della nostra sete, della nostra intuizione di unità? Voglio rileggervi ancora una volta la citazione con cui ho cominciato: “Ho la sensazione molto chiara e netta, anzi no, la sensazione oscura che entrando nel terzo millennio, ci addentriamo in un periodo oscuro, difficile, in un certo senso sgradevole. Per quanto riguarda la vita della Chiesa, la fede deve rimanere integra, ma noi non dobbiamo temere di pensare in modo libero e di esprimerci in modo libero. Tutto a suo tempo si sistemerà, ma se noi continueremo semplicemente all’infinito quello che si diceva tanto tempo fa, allora sempre più gente si allontanerà dalla fede, e non so pensando tanto alla Russia quanto a tutto il mondo. E si allontanerà non tanto perché quel si diceva un tempo era sbagliato, ma perché è cambiato il linguaggio, è cambiato l’approccio, la gente è diventata diversa, i tempi sono diversi, si pensa diversamente. E a me sembra che dobbiamo radicarci in Dio e non aver paura di pensare e sentire con libertà”. Con libertà non significa dar spazio al libero pensiero o disprezzare il passato, la tradizione, perché Dio non vuole dei servi: “Io non vi chiamo più servi, io vi ho chiamato amici”. Nel settembre scorso io ero stato invitato dagli amici di Comunione e Liberazione a un incontro di Responsabili di CL a La Thuile insieme a decine di persone che provenivano da tutto il mondo, Canada, America Latina, Africa, Russia, e ho ascoltato il leader del Movimento, Julián Carrón, che ha parlato ai membri della sua comunità e ai Responsabili del Movimento. Ha detto qualcosa di molto importante: “Noi non possiamo fare del proselitismo, la nostra via è l’amicizia. Noi dobbiamo imparare ad accogliere l’altro in tutta la totalità della sua esperienza, dobbiamo accogliere l’esperienza dell’altro con tutta l’attenzione e con tutta la fiducia, determinati a entrare in questa esperienza, per quanto incomprensibile e inquietante ci possa sembrare”. Sto riportando a memoria le parole che ricordo. Il metropolita Antonij non ha potuto sentire le parole di Carrón perché era morto dieci anni prima, ma comunque mi sono sembrate è un’esperienza nuova, una parola nuova anche nella Chiesa cattolica. Il metropolita Antonij ha trascorso praticamente tutta la sua vita in Occidente, è stato l’esarca patriarcale dell’Europa occidentale, ha rappresentato la Chiesa ortodossa russa al Consiglio mondiale delle Chiese, ha avuto grandissime esperienze di rapporti con membri di altre chiese e ha detto molte cose importanti sull’ecumenismo. Una volta, nel 1970, il metropolita partecipò ad alcuni incontri ecumenici in Francia; incontrò molte persone, fece vari interventi – abbiamo ad esempio il testo della predica pronunciata nella cattedrale di Chartres. Dal tono dello scritto, si potrebbe pensare che questa omelia fosse rivolta ai suoi parrocchiani, e invece era rivolta ai partecipanti all’incontro, che erano per la maggior parte cattolici. Voglio leggervi due citazioni da questa predica: “Le nostre comunità cristiane si sono separate molti secoli fa. Per lungo tempo abbiamo interrotto i rapporti e ci siamo sempre più allontanati gli uni dagli altri, ma poi ci siamo fermati, e poi ci siamo di nuovo rivolti gli uni verso gli altri, per vedere coloro che erano stati nostri fratelli e che poi erano diventati estranei e spesso anche nemici. Ma noi eravamo troppo lontani per distinguere i loro lineamenti, non potevamo più vedere l’immagine di Dio in quelli da cui ci eravamo così tanti allontanati e che a loro volta ci avevano abbandonato. E così è cominciato un nuovo pellegrinaggio, un nuovo viaggio, che pian piano ci ha di nuovo riavvicinato, e oggi siamo abbastanza vicini per poterci guardare reciprocamente, guardarci negli occhi, penetrare con lo sguardo nel profondo dei nostri cuori vivi, scrutare il pensiero, apprezzare le azioni gli uni egli altri e vedere in tutto ciò una libertà tesa verso Dio. Ma qui occorre così tanta buona volontà, perché è molto semplice vedere nell’altro soltanto quello che ci disgusta o ci rende estranei o ci rende estranei, è molto facile vedere soltanto le qualità migliori in quelli che stanno dalla nostra parte, che appartengono alla nostra comunità cristiana, al nostro partito politico e alla nostra stessa razza. Ma com’è difficile essere giusti! E il primo indispensabile atto di giustizia sta nel riconoscere all’altro il diritto ad essere se stesso e non di essere la brutta copia di quello che siamo noi. L’altro è una creatura di Dio, non è stato creato a nostra immagine e somiglianza, è rivolto a Dio, non a noi, e deve diventare se stesso, e non semplicemente adattarsi a quelle che sono le nostre pretese. Ed ecco questo è un atto fondamentale di giustizia, che però talvolta è così pericoloso”. Vorrei sottolineare che il metropolita dice queste parole non nella sua parrocchia, noi nei membri della comunità che aveva educato nel corso degli anni. Lui stava dicendo queste cose a persone totalmente nuove, che vedeva in gran parte per la prima volta. Parlava veramente con l’audacia degli Apostoli. La seconda citazione: “Ciascuno di voi indubbiamente ha il suo gruppetto di amici che si conoscono molto bene tra di loro, ma cosa ne dite se infrangeste l’intimità di questo gruppo per mescolarvi, invece, a quello che non conoscete? Perché è da qui che bisogna partire”. Quando noi comprenderemo la scienza dell’incontro, semplice e creativa, quando impareremo a vederci ed accoglierci gli uni gli altri, ad amarci gli uni gli altri, cioè a morire noi stessi per vivere per amore dell’altro, allora faremo quel grande passo verso l’unità che Cristo ha desiderato, quell’unità in cui Lui credeva. La Sua fede in noi è così grande e così perfetta, che ha dato la Sua vita, perché Lui non dubitava che noi avremmo accolto ciò che ci annunciava, sapeva che non si era sacrificato invano. I membri della nostra comunità volante, di cui ha già parlato prima Sasha, conoscono bene una parola greca, pericoresi: è una parola che vuol dire al tempo stesso girotondo e compenetrazione gli uni con gli altri. I teologi usano questa immagine per descrivere i tipi di relazione che esistono tra le persone della Santa Trinità. Il metropolita Antonij dice: “I tre si amano tanto gli uni gli altri, che uno dei tre ad un certo punto fa un passo indietro, si sacrifica, affinché gli altri due possano unirsi, svelarsi nella pienezza dell’amore reciproco”. Io vedo che l’unità delle Chiese cristiane è veramente una pericoresi, cioè una danza d’amore, in cui ciascuno dei membri partecipi è disponibile a fare un passo indietro, affinché l’altro dal profondo della sua esperienza, dalla pienezza della ricchezza della sua tradizione possa testimoniare liberamente Cristo, la bellezza e la grandezza del disegno di Dio. Un esempio: un inizio di questa danza d’amore è proprio l’avvenimento che oggi ci ha riuniti qui insieme: la mostra su questo grande cristiano, un vescovo della Chiesa ortodossa russa, il metropolita Antonij di Surozh, nel cuore dell’Italia cattolica, del Meeting di Rimini.

FRANCESCO BRASCHI:
Grazie all’amico Dima, perché ripercorrere il cammino sul tema dell’incontro col cristiano di un’altra tradizione significa mettere in pratica un principio che il metropolita stesso insegnava. Parlando della preghiera – ricordandoci che lui stesso dice che la preghiera è essenzialmente un incontro – diceva: “La preghiera è essenzialmente un incontro tra l’anima e Dio, ma perché l’incontro sia reale, entrambe le persone che vi partecipano devono essere realmente se stesse. Invece noi siamo in grandissima misura irreali e Dio nelle nostre relazioni è altrettanto spesso irreale per noi. Pensiamo di rivolgerci a Dio ma in realtà ci rivolgiamo a un’immagine di Dio creata dalla nostra immaginazione. Pensiamo di essere davanti a Lui in tutta verità, mentre in realtà esponiamo al posto nostro qualcuno che non è il nostro vero io”. Quando ho letto questa frase mi trovavo ad Oxford, proprio vicino alla biblioteca Bodleian, sui gradini della quale il metropolita Antonij aveva iniziato una serie di prediche di strada. Predicava nel freddo dell’inverno inglese e le persone si fermavano e restavano colpite da quest’uomo. Da quando ho letto questa frase, proprio in quel luogo, ho potuto ricomprendere il mio essere prete come la possibilità riaperta di una verità maggiore su me stesso. Ma soprattutto ho dovuto riconoscere – con un po’ di vergogna, a dire il vero – un’altra realtà: che il problema più grande non è solamente che io non conosca me stesso. Il problema più grande è la presunzione di conoscere Dio, di pensare di conoscerLo meglio di quanto conosca me stesso. Rimettersi in un cammino come quello che ci è stato delineato, significa ricominciare a desiderare ogni giorno una verità che è un dono da ricevere.
Voglio lasciare il microfono all’amico Constantin per un’ultima parola breve. Stiamo per concludere questo incontro con un solo scopo ed un solo desiderio: quello di trasferire quello che abbiamo sentito in un cammino che riprende da qui.

CONSTANTIN SIGOV:
Vedendo come siamo accolti dai giovani del Movimento qui e guardando i volti dei vostri giovani, io penso alla ragazza di Parigi alla quale il metropolita Antonij aveva scritto quelle lettere famose, durante l’occupazione. Lei è ancora viva, ha novant’anni, e siamo in corrispondenza. A me sembra che il legame tra persone che vivono da tanti anni e quelli che adesso stanno entrando in questa vita di libertà e di responsabilità, sia un momento cruciale di quello che voleva, pensava e desiderava il metropolita Antonij. Lui l’ha espresso in questa frase, in questo invito: “Ritornate in Galilea”. Dopo la Risurrezione, Cristo chiama i discepoli a raggiungerlo in Galilea, là dove erano stati giovani e dove c’era stato il primo incontro. Dopo i terribili tempi della cattiveria, dell’odio, della crocifissione, ha voluto ritornare con i discepoli nel luogo della primavera del loro amore. Il ritorno al primo incontro, è ciò di cui ha bisogno il nostro continente così esaurito, estenuato dalla sofferenza, dalla crisi, dalla guerra. L’esperienza di un profondo incontro tra giovinezza e vecchiaia – come un vecchio che appare in forma di una specie di eroe biblico – era raccontato una volta in una piccola parabola. Un ebreo, un rabbino che viveva in Europa, nonostante la fame e la povertà continuamente ringraziava Dio. Un suo vicino allora gli chiese: “Come fai a essere così ipocrita? Come fai a parlare di gratitudine? Come può Dio pensare che tu sei veramente grato, visto che non ti ha mai dato niente di male?”. Il vecchio lo guarda: “Ma come capisci poco della vita! Dio ha guardato il mio cuore e ha detto: «Cosa serve a quest’uomo perché possa crescere fino alla sua piena misura? Lui ha bisogno la fame, la povertà, in modo tale che, povero privato di tutto, possa essere davanti a me come un uomo». Proprio per questo, perché io potessi conoscerLo, mi ha dato fame e povertà in abbondanza. E io per questo sono grato a Dio, perché in questo modo ho potuto incontrarLo”.
Ecco, è esattamente il modo con cui oggi il metropolita Antonij ci sta venendo incontro. E questa gratitudine, quello che noi viviamo vedendo la vostra ospitalità, la vostra accoglienza verso di noi, verso la nostra tradizione, l’attenzione e l’affetto con cui il Movimento ha accolto la nostra mostra e il metropolita, ci riempie il cuore. Grazie a tutti voi.

FRANCESCO BRASCHI:
La verità di un incontro si misura dalle tracce che questo incontro lascia. Si misura dallo stupore che l’incontro genera, si misura dalla crescita in noi della gratitudine per l’incontro che ci è stato dato. Ci veniva ricordato come all’inizio di ogni incontro il metropolita Antonij diceva: “Dio ci ha dato di incontrarci”. È un modo inconsueto per iniziare un incontro, è un modo non convenzionale per rompere il silenzio. È il riconoscimento che, come scriveva il metropolita Antonij: “Da quando Dio si è fatto uomo, la vicenda di ogni uomo è diventata la possibilità per lui di incontrarci”.
Io ringrazio gli amici Aleksandr, Constantin e Dimitrij, per l’incontro che ci hanno donato e dico grazie anche a tutti i giovani e agli adulti che hanno preparato la mostra, perché la preparazione è stata innanzitutto un incontro. Nessuno tra coloro che legge gli scritti del metropolita Antonij – esattamente come accade quando incontriamo gli scritti di don Luigi Giussani – può rimanere del tutto indifferente. Chi li accoglie, sperimenta su di sé una possibilità di crescita. Chi distoglie lo sguardo, comunque ha voluto fare una scelta. Chiediamo che per tutti noi sia la prima la scelta che facciamo. Grazie.

Data

20 Agosto 2015

Ora

19:00

Edizione

2015

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri