LO SVILUPPO NASCE DALL’IO - Meeting di Rimini
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LO SVILUPPO NASCE DALL’IO

Partecipano: Giuseppe Folloni, Docente di Economia all’Università degli Studi di Trento e Direttore Scientifico Dipartimento Sviluppo e Cooperazione Internazionale Fondazione per la Sussidiarietà; Cleuza Ramos, Responsabile dell’Associazione Trabalhadores Sem Terra di San Paolo, Brasile; Marcos Zerbini, Deputato al Parlamento dello Stato di San Paolo, Brasile. Introduce Alberto Piatti, Segretario Generale Fondazione AVSI. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Elisabetta Belloni, Direttore Generale Cooperazione e Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri.

 

ALBERTO PIATTI:
Benvenuti al trentesimo Meeting di Rimini, dove c’è la possibilità di ascoltarsi e soprattutto di incontrarsi. Se la conoscenza è sempre un avvenimento, questa mattina abbiamo la possibilità di approfondire la conoscenza con c’è Cleuza, Marcos, il professor Folloni. Lo sviluppo nasce dall’io, ha un volto, e il volto prende la sua fisionomia dal desiderio del cuore dell’uomo, dalla scintilla del desiderio che mette in moto tutta la sua capacità di crescita, di sviluppo, dal desiderio di bellezza di giustizia. Ieri, con il ministro Frattini, cinque rappresentanti africani hanno detto qualcosa di grande e di nuovo sull’Africa, hanno parlato della possibilità di essere protagonisti del loro sviluppo in un partenariato reale. Il ministro Frattini ha sottolineato la centralità della persona, come beneficiario degli aiuti, e non della burocrazia. Abbiamo l’opportunità di avere un saluto del direttore generale della cooperazione che, in questa fase di ristrettezza economica, sta cercando di dare grande efficienza alla macchina e di seguire con passione le indicazioni politiche del ministro Frattini. Perché è la persona, al centro della politica della cooperazione, e non la struttura della burocrazia. Invito la dottoressa Belloni sul palco per un saluto.

ELISABETTA BELLONI:
Innanzi tutto voglio adempiere al compito che mi è stato assegnato, quello di portarvi il saluto del ministero degli esteri. In primis, naturalmente, quello del ministro Frattini, che è stato con noi ieri e ha dato, credo, un contributo significativo al dibattito sui conflitti in Africa. E poi anche il saluto della cooperazione italiana, che oggi ho il difficile compito di dirigere, un ringraziamento a chi ha voluto estenderci l’invito a partecipare a questo importante evento. Però credo che trasmettere un saluto in un contesto così importante, così incisivo come il Meeting di Rimini, debba avere a sua volta un significato che cercherò di trasmettere a tutti voi, almeno da quello che è il mio punto di vista. Ad un anno esatto dall’assunzione delle mie responsabilità come direttore generale, posso confermarvi che ho accolto subito l’invito che era stato rivolto alla cooperazione Italiana ad essere oggi qui. Cosa vuol dire accettare e rivolgere un invito ad un’istituzione a fare parte di questo convegno? Me lo sono chiesta, soprattutto mi sono chiesta il perché del mio entusiasmo e dell’entusiasmo dei miei collaboratori a partecipare oggi a questo scambio di idee. Beh, credetemi, è con ferma convinzione e con grande senso di responsabilità che oggi abbiamo voluto partecipare, non solo con la mia partecipazione fisica ma anche col piccolo stand che trovate all’ingresso. Beh, ieri ho letto, con una certa emozione, le parole che il Segretario di Stato, il cardinal Bertone, ha rivolto al convegno del Meeting, pubblicate su Avvenire, laddove il cardinal Bertone ci ricorda il ruolo determinante del soggetto della conoscenza nell’atto stesso del conoscere. Un ruolo – e cito le sue parole – che contraddice “i presupposti del dogma positivista della pura obiettività“. Mi sono chiesta cosa vuole dire questo, e mi sono resa conto che l’entusiasmo con il quale la cooperazione italiana oggi vuole essere qui, è dovuto al fatto che siamo consapevoli che in questo momento storico noi, come istituzioni che facciamo o cerchiamo di fare cooperazione allo sviluppo, siamo uno dei soggetti che deve partecipare all’innescamento di questi progetti. Quindi, siamo qui per dimostrarvi che abbiamo qualcosa da dire, spero, qualcosa che vogliamo approfondire. Ma voglio anche dirvi che, come ci ricorda il card. Bertone, siamo consapevoli che la conoscenza o la verità, il risultato che ci prefiggiamo, non lo possiamo conseguire da soli. Perché, come ricordava il card. Bertone, si consegue solamente quando i soggetti si incontrano. Io spero in questo incontro di poter dimostrare che la cooperazione come istituzione ha qualcosa da dire. Vorrei confermarvi che lo stato deve e vuole continuare ad assumersi la responsabilità di intervenire in questo settore, però voglio anche essere qui come un soggetto che ascolta, voglio essere qui come un soggetto che deve contribuire insieme agli altri, e non da solo, a ricercare quella verità e quella conoscenza che tutti noi vogliamo approfondire e conseguire. Voglio cioè dire che i tempi sono cambiati e sarebbe un errore, oggi, in un momento – come ricordava Alberto – di ristrutturazione della cooperazione italiana, pensare di farlo prescindendo dalla realtà nella quale ci dobbiamo inserire, questa realtà della quale tutti voi fate parte. Questi momenti di ascolto sono molteplici: quando sono entrata, insieme agli oratori che seguiranno in questa breve discussione o riunione, ecco, mi ha molto colpito l’applauso con cui avete accolto, immagino, soprattutto Cleuza e Marcos. Anche questa è una testimonianza, e per noi è motivo di ascolto e di apprendimento perché, insieme, dobbiamo cercare poi di conseguire quella che è la realtà contingente nella quale anche noi dovremmo dare il nostro contributo che io auspico comune. Non voglio fare una lezione storica, ma evidentemente lo sviluppo è passato attraverso fasi – senza volere arrivare a dare dei giudizi, cioè a dire ciò che è stato bene e ciò che è stato male – positive nell’innescamento dei processi di sviluppo, e momenti molto difficili, forse anche fallimenti che vanno riconosciuti. Certamente, oggi la realtà con cui ci confrontiamo è molto diversa rispetto al passato. Da un’era colonialista, dove forse il cosiddetto Terzo Mondo, come veniva definito allora, era considerato terra di sfruttamento, siamo passati alla fase post bellica, dove forse gli stati erano gli unici soggetti che avevano come all’azione di sviluppo. E non parlo solo di sfruttamento, ma anche del mantenimento delle sfere di influenza in un mondo bipolare, dove si doveva mantenere un determinato equilibro. Allora dobbiamo chiederci: dopo la caduta del muro, chi sono oggi i soggetti che fanno cooperazione? Ieri sera, ad un pranzo con padre Aldo, lui mi diceva: sono troppi, oggi, i soggetti. Ha perfettamente ragione: sono tanti. La sfida che ci troviamo ad affrontare è quella di metterli insieme, affinché con tutti i soggetti – ritornando al messaggio del cardinale Bertone – si possa definire quella che è la realtà che, a prescindere dal dogma dell’obbiettività, è quella nella quale noi ci dobbiamo inserire, quella che viene creata dalla possibilità di incontro di tutti i soggetti che oggi si rivolgono al mondo dello sviluppo. Questi soggetti sono, oggi più che mai, in primis la società civile. Ma sono anche il mondo dell’imprenditoria, sono il mondo delle multinazionali, sono i nuovi stati che emergono, sono i destinatari dell’aiuto e sono i singoli individui che, come voi stessi oggi testimoniate, sono interessati al nuovo mondo e alle problematiche dei paesi in via di sviluppo. Io, che ho il difficile compito, forse, di trarre le fila – e questo certamente noi lo dobbiamo fare – mi rendo conto di quanto importante sia trovare il punto di convergenza, cioè quello che tutti i soggetti hanno da dire in questo settore, cercando di metterlo a sistema, di fare in modo, cioè, che non si disperdano queste risorse fondamentali che arrivano dai vari soggetti. Prima era lo stato, ed era molto più facile con un singolo soggetto che agiva in determinati contesti. Ma oggi, in un mondo dove la molteplicità dei soggetti rende difficile il trovare un percorso vero di sviluppo, per me è fondamentale poter ascoltare quello che emergerà oggi, quello che emerge soprattutto – mi si permetta di dirlo – da questi momenti di scambio di idee, quello che emerge dai vostri applausi e soprattutto dai corridoi, dove veramente le idee si scambiano. E’ un approfondimento che io ritengo fondamentale e sul quale abbiamo basato – permettetemi di trasmettervelo – tutta l’impostazione della nuova cooperazione allo sviluppo. Abbiamo cioè cercato di coinvolgere nella definizione delle nostre linee strategiche tutti i soggetti che oggi fanno parte del processo di sviluppo. Lo abbiamo fatto in maniera empirica, all’inizio, invitando la società civile ai nostri tavoli, facendoli lavorare al nostro interno. Il mio invito è a non lasciarci soli, ai permetterci di ascoltare ciò che di buono i vari soggetti che oggi sono intellettualmente, onestamente impegnati in questo settore, hanno da trasmetterci. E’ con questo auspicio, soprattutto con questa volontà di recepire tutto quello che possiamo da voi, e al tempo stesso chiedendovi di riconoscere quello che di buono noi possiamo dare, per innescare un processo di sviluppo, che io trasmetto il significato del saluto che ho voluto darvi. Grazie.

ALBERTO PIATTI:
E’ passato poco più di un anno dal famoso 24 febbraio 2008, quando Cleuza disse: “La pioggia caduta oggi rappresenta le lacrime di venti anni di lotta per la costruzioni di case per tutto il nostro movimento”. Quel 24 febbraio, che ho avuto la fortuna di vedere, in cui Marcos e Cleuza si rimettevano nelle mani di Carrón, avendo colto nell’incontro con l’esperienza cristiana di Comunione e Liberazione il compimento e il significato della loro lotta. E’ passato poco più di un anno, ma sembrano molti di più come intensità di conoscenza e come reciproca esperienza da cui abbiamo imparato. E ringrazio anche la dottoressa Belloni, ringrazio Elisabetta, che ha dichiarato esplicitamente di essere qui ad ascoltare per imparare. Noi siamo qui oggi per approfondire questa conoscenza, cercando di comprendere, prima nell’intervento di Cleuza, e poi di Marcos, con il professor Giuseppe Folloni, meglio conosciuto dagli amici come Beppe, che questo tipo umano, questo incontro che mette in moto la scintilla del desiderio nel cuore dell’uomo, cambia la realtà, ha una dignità civile e sociale. E’ questo il percorso che questa mattina vorremmo cercare di fare insieme.

CLEUZA RAMOS:
Buongiorno amici, non ho parole per ringraziare la vostra compagnia. Ho cominciato a lavorare nelle favelas, nei quartieri poveri, molto presto, avevo circa quattordici anni. Io ero molto povera, però non abitavo in una favela, mi radunavo allora con le donne della chiesa nella parrocchia, mettevamo le cose insieme e le portavamo alle famiglie delle favelas. E’ cominciato a nascere nel mio cuore un grande desiderio, di portare la gente che viveva in baracche da lì ad un altro luogo. Tutti i giorni pregavo: “Signore, fammi capire la strada”. E poi, quando nel 1985, all’interno della chiesa, nasce quello che chiamiamo, in Brasile, la campagna della fraternità, il cui tema era “Terra di Dio, terra dei fratelli”, e in tutta la città nascono movimenti popolari che lottano per le case, allora abbiamo iniziato ad organizzare la gente per costruire veri quartieri. Erano quartieri nelle periferie della città di San Paolo, e abbiamo visto che con la nostra lotta nascevano nuovi quartieri nella città. Però erano situazioni molto difficili: non c’era la luce, non c’era l’acqua, mancavano scuole, trasporti, asili nido. Io continuavo triste, perché vedevo che la gente viveva in mezzo alle difficoltà. E’ cominciata la lotta, a ogni tappa dicevamo: “oggi ci manca una scuola”. Quel gruppetto non viveva più nelle favelas, però continuava in mezzo alle difficoltà. Ogni volta inventavamo un motivo per spiegarci la nostra tristezza. Siamo riusciti ad avere la scuola, però ci manca l’ospedale, siamo riusciti ad avere l’ospedale, ma ci mancano i mezzi di trasporto. E adesso ci manca la luce: passo passo, tutto questo lo abbiamo acquistato. Ma io guardavo lì, nel quartiere, e c’era qualcosa di diverso. Non erano più baracche, erano case, però c’era tanta spazzatura per le strade, coppie che si separavano tutti i giorni, ragazzi che andavano in galera. E io chiedevo: “Signore, fammi capire la strada”. Un giorno li ho guardati e ho avuto un sentimento: abbiamo tolto la gente dalle favelas, però la favela abita dentro loro, ancora. “Signore, fammi capire la strada”. In tre anni ho visto quattro persone che si sono suicidate, ogni cosa cattiva che succedeva mi lasciava più triste. Nel 2001 ho pensato che a niente era valsa la pena: “Signore, perché mi hai fatto fare questa lotta, se a niente è valsa la pena?”. E un giorno, per caso – così dicevo io, “per caso” -, ci siamo conosciuti. Era il primo incontro della Compagnia delle Opere, la gente parlava strano e io non capivo niente. Ho pensato: “Signore perché mi hai portato qua, cosa sono venuta a fare? Non capisco niente”. Quando gli italiani parlano, per me è molto difficile capire, ma quando Vittadini parla è ancora peggio. E lui ci ha raccontato una storia – io facevo da traduttore -. Ha detto che qua in Italia c’era un gruppetto di giovani che faceva caritativa. Hanno incontrato per strada una donna molto povera, hanno messo insieme i soldi e li hanno dati alla donna perché potesse comprarsi da mangiare. Dopo sono andati da don Giussani e gli hanno detto: “Sai, quella donna li con i soldi si è comprata il rossetto, non vogliamo più aiutarla”. E don Giussani ha risposto: “Ma chi siete voi per giudicarla così? Forse oggi è il giorno più felice della sua vita, perché si è sentita una donna”. Per me quella storia è stata la chiave di volta. Pensavo a quelle donne che erano uscite dalle favelas e alle favelas che però non erano uscite da loro. Appena tornata, ho cominciato a ragionare su questo, ho cominciato a guardare queste donne diversamente. Abbiamo iniziato a fare, dentro i nostri centri comunitari, dei corsi di parrucchiere, di musica, e abbiamo cominciato a vedere che questo cambiava loro la vita. Da allora, cominciarono ad invitarmi ad altri eventi del movimento. Io ero la prima ad arrivare, volevo sapere tutto sul movimento. E tutto quello che imparavo del movimento, lo mettevo in pratica lì, nella nostra associazione. Quelle donne hanno cominciato a cambiare, sia dal punto di vista estetico che con la partecipazione ai corsi. E hanno cominciato anche a sistemare in forma adeguata la spazzatura: il quartiere ha cominciato a cambiare, è diventato più bello. Ogni incontro del movimento a cui partecipavo mi insegnava qualcosa e io lo ponevo in pratica. Il governo fa molte più case di noi, il governo porta via tanta gente, moltissime persone, fuori dalle favelas, ma l’unica cosa che può cambiare una persona è lo sguardo che un altro le rivolge. Non è possibile cambiare uno, se lui o lei non è abbracciato. Io sono una cambiata, perché sono stata abbracciata, prima, dal dottor Alessandro, poi abbracciata da ogni persona del movimento. La gente sempre mi domanda: “Ma come accade?”. Ho imparato dentro al movimento che Cristo non è un‘idea, non è una credenza. Cristo è una presenza. Nella mia vita ho imparato questo, dentro CL. Ho vissuto tutta la vita dentro la chiesa, la tradizione, ma uno sguardo, un abbraccio, l’ho imparato dentro il movimento. Ed è questo sguardo, questo abbraccio, che offro ai miei associati. Oggi una donna mi ha fatto questa domanda: “Come riesci a lavorare con 120 mila persone?”. Io non ce la faccio, sono sicura che è un altro. In questo sono debitrice a voi, siete voi che mi avete insegnato. Ringrazio tutti i giorni Dio, e dopo tutte le persone di CL che ho incontrato. Perché voi avete cambiato la mia vita, è stato qua che ho imparato tutto, é questo sguardo che mi fa capace, è questo vostro sguardo pieno di tenerezza che mi rende forte. Ognuno di voi, per me, è presenza di Cristo. Vi ringrazio tanto di aver portato il movimento fino ad ora, perché io lo potessi incontrare. Un popolo è cambiato, io sono cambiata, perché ho incontrato voi, ho incontrato lo sguardo di ognuno di voi. Grazie.

ALBERTO PIATTI:
Voi capirete con che stato d’animo io riprendo la parola, e mi perdonerete. Grazie, Cleuza. Ieri era molto preoccupata, perché la tensione di comunicare, rispetto ad una aspettativa che è palpabile, rende tutto più difficile. Come sempre, sei stata bravissima. E introducendo Marcos, che è anche deputato dello stato di San Paolo, osservando loro e quello che fanno, mi viene da pensare a come questa frattura fra il sapere e il credere, fra il sapere e il conoscere, si saldi nella loro azione. Perché quello che stiamo imparando, che stiamo ascoltando da don Carrón, si svolge nella realtà, non è un pensiero religioso astratto. La testimonianza di Cleuza, quello che adesso aggiungerà con originalità Marcos, sono la testimonianza che questa frattura tra sapere e credere si può saldare. A te.

MARCOS ZERBINI:
Vorrei cominciare ringraziando ognuno di voi perché di qua, guardando voi, mi rendo conto che non importa da che parte dell’oceano uno sia. Noi apparteniamo allo stesso popolo, un popolo che nasce dallo stesso padre, che nasce da don Giussani. Pensavo al tema di questo incontro e guardavo la mia vita, la mia esperienza, perché è solo così che sono capace di spiegare. Mi ricordo quando ero giovane e ho iniziato questo lavoro: lavoravo in una favela di Villa Prudente, nella città di San Paolo, mi occupavo dell’alfabetizzazione degli adulti. Come tutti i giovani, ero un po’ pretenzioso, credevo di andare lì a insegnare alla gente a leggere e a scrivere. Però non ho resistito neanche fino al secondo incontro, perché ho capito che avevo più da imparare che da insegnare. Loro non sapevano né leggere né scrivere, però avevano vissuto tante esperienze, avevano tanto da raccontare, che mi affascinavano. Dopo un po’ di tempo ho pensato: lo faccio per un ideale. All’epoca volevo fare un corso di ingegneria ma, per affrontare il problema legale di una di queste famiglie che doveva abbandonare la casa, ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza. Pensavo ancora, a quell’epoca, che facevo tutto per un grande ideale. Oggi capisco – perché l’incontro con CL mi ha reso possibile capire i motivi, le ragioni adeguate per ogni cosa – che il percorso della mia vita non era stato cambiato perché avevo un ideale ma per l’incontro con una donna chiamata Maria Jose, che tutti i sabati mi preparava qualcosa da mangiare. O col signor Caitano, che tutti i sabati e le domeniche aiutava la gente della favelas a costruire le case, il centro comunitario. O col signor Gonzalo, Pedro. Allora ho capito che quello che ha cambiato la mia vita non è stato un ideale ma volti concreti di persone. Non me ne rendevo conto allora, ma erano persone importanti per la mia vita, a cui non potevo girare le spalle. Non puoi aiutare la gente a crescere, a svilupparsi, se non ti coinvolgi affettivamente con loro. Tu non aiuti l’altro ad essere se stesso se non costruisci te stesso. Due settimane fa, padre Aldo ci ha detto una cosa che mi ha colpito tanto: l’opera più grande è stata costruire me stesso. Amici miei, se costruiamo grandi opere ma non costruiamo noi stessi, non abbiamo fatto niente. L’ho capito solo con questo incontro. Abbiamo avuto il privilegio, negli ultimi cinque giorni, di restare insieme a Carrón. E’ impressionante perché, ogni anno che passa, lui cresce in libertà, è evidente che fa un lavoro personale che lo rende ogni volta migliore. Il 20 novembre dello scorso anno, abbiamo avuto l’opportunità di andare in Paraguay a conoscere l’opera di padre Aldo. E’ impossibile non commuoversi guardando padre Aldo e la sua opera. Non ho mai conosciuto uno che si dia totalmente e ami tanto quanto lui. Non ho mai incontrato uno che creda così intensamente che io sono un “Tu che mi fai”. Padre Aldo e Carrón per me sono testimoni; ogni amico che vive veramente è per me testimone. Ma cosa significa questo? Che io mi commuovo con loro, che è bello, punto e basta? No. Testimoni significa che io voglio imparare ad essere libero come Carrón. Voglio guardare lui e imparare ad essere libero come lui, voglio guardare padre Aldo e imparare ad amare come lui, imparare a credere, come lui crede, che io sono “Tu che mi fai”. L’unico modo per aiutare la gente a crescere, a svilupparsi, è che io possa essere per loro testimone delle cose belle che nella vita ho incontrato. Amici, tante volte crediamo di fare un atto caritatevole, e in verità stiamo distruggendo le persone. Perché in America Latina, in Africa, ovunque, non abbiamo bisogno di persone che diano soldi alla gente. Abbiamo bisogno di gente che vuole condividere la vita; abbiamo bisogno di opere come quella di padre Aldo, che sì, ha bisogno di soldi, ma più dei soldi ha bisogno di un cuore, un cuore umano che possa testimoniare la bellezza di Cristo per la nostra vita. Quello che desidero di più per tutti quelli che incontro è che la gente possa capire questo: che dobbiamo consegnarci senza riserve. Oggi posso dirvi che capisco quando Cristo dice: “Chi non perde la sua vita non la salverà”. Perché, se non abbiamo la capacità di consegnarci, donarci, non capiamo il senso della vita. Ancora di più: quando diamo tutto, incontriamo la nostra stessa felicità. Voglio ringraziare perché ho capito che quello che mi rende felice non è tanto perseguire un’ideale, ma il rapporto con le persone dopo l’incontro che ho fatto. Non so cosa sarebbe la mia vita se non avessi incontrato Comunione e Liberazione, ma posso dirvi che questo incontro mi ha fatto incontrare la mia felicità. Grazie.

ALBERTO PIATTI:
Il poeta Vinicius de Moraes, che gli amici brasiliani conoscono molto bene dice che “la vita è l’arte dell’incontro”, sebbene ci sia tanto scontro nella vita. Nella testimonianza di Cleuza e Marcos ci sono parole che ricorrono: guardare diversamente le donne, cioè lo sguardo, che ha cambiato anche il modo con cui si raccoglie l’immondizia; credevo di vivere per un ideale e invece ho capito che c’erano dei volti concreti, quindi la parola incontro; si conosce solo se c’è un coinvolgimento affettivo, se il cuore, nella sua dimensione, è coinvolto. Bene, spero che voi riusciate ad apprezzare il fatto che, in queste parole, quello che io chiamo lo scientismo umanitario – quelli che studiano, dal MIT di Boston in giù, come si deve sviluppare il mondo, quanti bambini devono crescere e quanti si devono lasciar morire, quali sono gli indici – in queste parole che loro ci hanno ripetuto con insistenza, non ci sia. Esiste un uomo teorico pensato nell’asettico ufficio di un’università, l’uomo che deve svilupparsi secondo quello che decide chi normalmente ha la pancia molto piena, che deve rientrare in questo schema. Ma noi vorremmo alzare un po’ la sfida e dire che queste parole, che non sono comprese nel vocabolario dello scientismo umanitario, cambiano la realtà. E’ per questo che ringrazio in modo particolare Beppe Folloni, Gabriella, Ilaria, Mariateresa, che in un’avventura molto particolare stanno cercando di svolgere, insieme alla Fondazione per la Sussidiarietà, una riflessione critica e sistematica, perché si possano cogliere dei buoni esempi. Non mi piace l’espressione good practices, buone pratiche, perché la pratica è qualcosa di astratto, l’esempio implica una persona, un cuore coinvolto. E allora vorremmo chiedere a Beppe, come ultimo intervento, di cercare di comprendere come, con i piedi nella terra rossa afro-brasiliana, dobbiamo avere anche la testa a Washington, a Bruxelles, a Roma, là dove si decide. Per scardinare questo scientismo umanitario, come possiamo fare questa battaglia culturale?

GIUSEPPE FOLLONI:
Io chiedo innanzitutto venia perché lo stile del mio parlare è meno – come dire – implicante di quello di Cleuza e di Marcos. La causa principale della crisi finanziaria attuale è che le regole di funzionamento di taluni mercati, finanziari e assicurativi, erano deboli e lacunose. Questa fragilità, conseguenza dell’ondata di deregolamentazioni iniziata negli anni ottanta, in ambito finanziario ha trovato più ampi spazi di manovra. Il “luogo” in cui la crisi si è per prima evidenziata sono gli Stati Uniti d’America, ma da anni comportamenti simili a quelli delle banche e delle istituzioni finanziarie e assicurative statunitensi erano stati fatti propri dalle istituzioni di altri paesi. La globalizzazione e l’interdipendenza fra i diversi sistemi si è tradotta in omogeneizzazione e conformismo nei comportamenti: nessun manager bancario o di istituzioni finanziarie ha seguito comportamenti diversi e più attenti agli effetti di lungo periodo, perché avrebbe messo a rischio gli elevati profitti attesi a breve, che la partecipazione al gioco speculativo prometteva. Di fronte alla crisi, molti Stati hanno promosso misure di stimolo fiscale per sostenere la domanda, sia di consumi sia d’investimenti. Autorevoli commentatori (si veda Stiglitz, 2009) hanno rilevato che le misure di stimolo fiscale sono state e sono insufficienti. Molti paesi in via di sviluppo non hanno la capacità di spesa per sostenere simili pacchetti di sostegno fiscale e anche molti paesi ad elevato reddito hanno un livello di deficit pubblico talmente elevato da rendere improponibili ulteriori impegni di spesa sufficienti a contrastare la carente domanda effettiva. Il problema è grave soprattutto per i paesi meno ricchi, dove la diminuzione della domanda effettiva può essere rilevante: per la diminuzione dei flussi privati in entrata (Foreign Direct Investments), per la diminuzione dei ricavi da esportazione (a causa della diminuita domanda mondiale), per la diminuzione dei flussi derivanti da rimesse degli emigrati. Vale la pena fare una nota. E’ evidente che paesi marginali poco aperti al commercio internazionale per sé risentono meno della crisi. Un male – la marginalità – si trasforma paradossalmente in vantaggio perché impedisce di subire le conseguenze della crisi. Tuttavia è un beneficio più apparente che reale: il vero effetto, nel lungo periodo, è la conferma del carattere marginale di queste società e quindi la loro difficoltà ad iniziare sentieri di sviluppo. Ma non basta: misure di breve periodo (il sostegno della domanda) possono avere effetti permanenti non positivi, cioè essere un costo che si dovrà pagare domani. L’aumentato interventismo porrà grossi problemi a Stati con una già elevata quota di deficit e debito pubblico sul PIL; inoltre l’abitudine a ricevere incentivi o forme di finanziamento può essere un meccanismo difficile da smontare domani. Molti stanno proponendo (Commissione Stiglitz) un aumento degli aiuti immediati ai paesi poveri per contrastare l’emergenza. Dobbiamo domandarci se, al di là della necessaria risposta all’emergenza (ad esempio alimentare), tali politiche possono avviare un reale sviluppo. Se così non fosse, non staremmo facendo la cosa più importante. Diciamolo subito: un simile trasferimento di risorse può non aiutare in nulla la capacità di crescita nel lungo periodo, anzi può persino aumentare forme di dipendenza e aspettative perverse. Se lo sviluppo – come diremo più oltre – è il mettersi in moto di persone e gruppi sociali in forza di una personale esperienza del possibile cambiamento e di un diverso assetto di fronte alla realtà, l’aiuto monetario, in particolare se è sistematicamente filtrato da amministrazioni statali e governi, può valere poco o niente. Occorre che esso si accompagni a qualcosa d’altro. Che cosa? Sul fronte istituzionale la crisi attuale sta orientando i decisori verso una profonda riforma delle istituzioni di controllo dei mercati finanziari internazionali, attraverso il disegno di un sistema di governo basato su un’autorità sovranazionale simile all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Anche qui dobbiamo porci la domanda: un cambiamento delle “regole del gioco” e la concentrazione del potere in un’istituzione sovranazionale “rappresentativa”, come vorrebbe chi ritiene l’istituzionalismo multinazionale una panacea ai mali del mondo, è sufficiente a garantire lo sviluppo? E’ questa la lezione della storia? Nel sesto secolo della nostra storia, l’inizio del cambiamento nella modalità di vita delle popolazioni barbariche non nacque da grandi strategie, ma da un incontro con gente che viveva in modo più umano: i monaci e, nel tempo, le popolazioni che vennero ad abitare attorni ai grandi monasteri e a lavorare le terre che le invasioni precedenti avevano fatto abbandonare. Mentre i bizantini ritenevano che l’unica possibile strategia fosse combattere e sconfiggere le popolazioni barbare, il papa – Gregorio Magno – decise per un’altra strategia: quella dell’incontro. E’ il ripetersi di una più famosa storia, che Péguy riassume mirabilmente in poche righe: “c’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne, fece il Cristianesimo”. Non si mise a fare politiche e istituzioni, “fece il cristianesimo” conquistò chi lo ha incontrato ad una vita diversa. E’ uguale anche oggi, come cercheremo di dire.
Aiuti, politiche e piani.
Domandiamoci se l’ipotesi portata avanti dalle istituzioni internazionali, dagli Stati, da economisti e opinion makers: dare aiuti ai paesi poveri perché possano crescere e iniziare il decollo verso lo sviluppo, è una politica che raggiunge l’obiettivo. Il 6 marzo 1957, la Costa d’Oro, piccola colonia britannica, fu la prima nazione dell’Africa sub-sahariana ad ottenere l’indipendenza, rinominandosi Ghana. Sembrava un inizio pieno di speranze. Il Ghana forniva i due terzi della produzione mondiale di cacao; aveva le migliori scuole dell’Africa, compagnie americane, inglesi e tedesche avevano deciso di investire in questa nuova nazione. Gli obiettivi erano grandi: il progetto di costruzione di una grande diga idroelettrica sul fiume Volta avrebbe prodotto abbastanza elettricità per costruire una fonderia d’alluminio. Una volta che la fonderia fosse stata operativa sarebbe stata sviluppata anche un’industria integrata dell’alluminio. La nuova fonderia avrebbe trattato l’allumina proveniente da una raffineria, che avrebbe trattato a sua volta la bauxite estratta da miniere recentemente scoperte. Ferrovie e un nuovo impianto di soda caustica avrebbero completato questo complesso industriale. Il lago creato arginando il Volta avrebbe anche fornito un collegamento di trasporto tra il nord e il sud del paese. Il progetto avrebbe generato una importante attività di pesca presso il lago. L’agricoltura basata sull’irrigazione mediante l’acqua del lago, avrebbe più che compensato la perdita, dovuta all’inondazione, di 3.500 miglia quadrate di terreni. Nell’aprile del 1982, uno studente ghaniano dell’Università di Pittsburgh nella tesi di dottorato mise a confronto le attese e i risultati del progetto del fiume Volta. Era stata costruita la diga (e quindi il lago Volta), c’erano un generatore elettrico e una fonderia di alluminio. La produzione di alluminio fu quasi nulla nei venti anni successivi. Non c’era alcuna miniera di bauxite, né una raffineria di alluminio, né un’industria di soda caustica, né una ferrovia. I tentativi di costruire impianti per la pesca furono annullati dagli errori di un’amministrazione carente e dalla mancanza di un’adeguata attrezzatura meccanica. Le persone che abitavano vicino al lago soffrivano di malattie trasmesse via acqua, come cecità, anchilostoma, malaria e scistosomiasi. I progetti d’irrigazione su larga scala non funzionarono mai. Il trasporto su acqua da nord a sud, che doveva risolvere le difficoltà di collegamento fallirono. La popolazione del Ghana era povera quasi quanto lo era all’inizio degli anni ’50 (vedi Easterly 2001). Quanto è accaduto in Ghana si è ripetuto in molti altri casi. Negli ultimi 60 anni (1950-2000), i paesi sviluppati e le istituzioni internazionali hanno speso oltre 2.700 miliardi di dollari per aiuti ai paesi in via di sviluppo (circa 14 volte il PIL dell’Africa sub sahariana nel 2000). Il flusso ufficiale di aiuti, dopo aver subito una stagnazione negli anni novanta, è di nuovo cresciuto fortemente nei primi anni del millennio (fatto salvo quanto è successo l’anno scorso e quest’anno a causa della crisi). Una gran parte di tali aiuti sono “development aid”, aiuto per la crescita economica e lo sviluppo del paese. E’ dunque più che mai importante capire se l’aiuto è stato effettivamente efficace. Ecco i risultati. Una numerosa serie di studi empirici mostra che la correlazione fra aiuti e investimenti e fra aiuti e investimenti spesso non esiste e a volte è persino negativa, cioè la presenza di aiuti non si associa a un aumento degli investimenti nel paese. Ciò significa che esiste uno spiazzamento pressoché totale: gli aiuti sono utilizzati per altro; per quanto riguarda il rapporto fra aiuti e crescita, solo in meno della metà dei casi analizzati in studi empirici si individua un legame significativo e positivo fra i due fenomeni (Doucouliagos e Paldam, 2008). Inoltre, gran parte degli studi mostra che una eccessiva presenza di aiuti può favorire una forma di dipendenza difficile da eliminare: può favorire la corruzione, il formarsi di sistemi istituzionali orientati alla redistribuzione e non alla valorizzazione produttiva delle risorse (Hansen e Tarp, 2001). Nonostante questi risultati, la posizione culturale dominante è la seguente: “dobbiamo forse cambiare il modo di concedere gli aiuti, ma questi sono necessari, anzi decisivi, per far uscire i paesi poveri dalla condizione di povertà”. Ha detto l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan: “We must more than double global development assistance over the next few years. Nothing less will help to achieve the Goals” (Kofi Annan July 6, 2005). Esiste un ampio movimento internazionale di opinione ( il cosiddetto “biggest ever antipoverty movement”) il cui obiettivo è “Make Poverty History” (fare della povertà un problema del passato). Anche l’opinione pubblica è sensibile alla spinta culturale indicata. La quota delle persone che ritengono molto importanti o importanti gli aiuti per lo sviluppo dei paesi poveri eccede il 90% (era il 70% venti anni or sono – vedi Zimmermann 2007). Lo strumento sono i piani integrati contro la povertà, grandi piani che considerano tutte le componenti, istituzionali, economiche, sociali e politiche che devono essere considerate per l’efficacia di determinate attività. Ma i grandi piani non funzionano! Proprio nel tentativo di essere comprensivi, gli analisti della banca mondiale hanno catalogato 449 condizioni che devono essere ottemperate (in maniera complementare) per raggiungere i famosi “Millennium Development Goals”. Se ciascuna avesse la probabilità del 99% di riuscita, la probabilità finale di successo del piano (tenendo conto delle interdipendenze) sarebbe minore dell’1% (Easterly 2008). Lo notava già nel 1952 uno dei più eminenti esperti di economia africana della seconda metà del secolo scorso, Herbert Frankel: ‘‘gli autori [parla di un rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo] vedono lo sviluppo economico primariamente come un esercizio intellettuale o architettonico attuato da leaders e governi; per questo falliscono nel loro esame dei fatti reali nei paesi che non hanno conosciuto lo sviluppo. Questo non dipende da obiettivi astratti nazionali o dalle più o meno obbliganti decisioni di un ceto di pianificatori, ma dal graduale adattamento degli individui a obiettivi che emergono lentamente e si chiariscono solo in quanto questi individui lavorano con i mezzi a loro disposizione e in quanto essi stessi divengono coscienti, nel processo del fare, di ciò che può e deve essere fatto” (Frankel 1952). E pochi anni dopo Albert Hirschman (1958) affermava che lo scopo dello sviluppo non è trovare una combinazione ottimale delle risorse umane e materiali date, come pretende di fare un piano (passando sulla testa della gente), ma mobilitare e valorizzare capacità nascoste, disperse o male impiegate già esistenti all’interno delle realtà dei paesi economicamente arretrati(perciò implicando la gente). Il problema è come questa mobilitazione avviene e continua nel tempo. Il problema è come la gente si mette in moto.
Il punto di partenza
Noi quindi rovesciamo il paradigma dominante. Non sono le politiche che fanno scaturire la scintilla dello sviluppo, ma il costituirsi di un soggetto. Le buone politiche sono un aspetto necessario (come è necessario un certo contesto familiare per la crescita di un piccolo bimbo) ma non sono il punto focale dello sviluppo, né quello originale. Il punto originale è che ci sia il bimbo, ci sia un soggetto che vive e cresce! Spesso ci dimentichiamo proprio di questo. Il punto di partenza dello sviluppo è l’accadere di qualcosa per cui la persona acquista una nuova coscienza di sé, della propria dignità, del proprio cammino umano, del reale e del suo valore. Lo sviluppo non riguarda semplicemente le economie, i governi, le istituzioni internazionali e le attività o le politiche che essi attuano; è principalmente una questione che riguarda la persona umana che, all’interno di una trama di rapporti, comincia a muoversi per soddisfare i propri desideri e per migliorare le condizioni di vita proprie e della comunità in cui vive. Qual è il metodo con cui questo avviene? Perché inizi quel fenomeno che chiamiamo sviluppo, occorre innanzitutto un incontro, attraverso il quale la persona percepisce un’opportunità di cammino, si muove e ne diventa protagonista. Perché questo incontro porti frutto, occorre un accompagnamento nel tempo. Come ci ha sempre ricordato chi ci ha educato, don Giussani, è nella convivenza che questo avviene: “La necessaria sintonia con l’oggetto che si vuole arrivare a conoscere è una disposizione viva che si costruisce nel tempo, nella convivenza” (Giussani 2001, p. 49), cioè è un’esperienza educativa stabile e con cui ci si coinvolge; non è un meccanismo, implica la mossa della libertà, implica una mossa di conoscenza. Terzo, occorrono dei fatti che rendono esperienza personale un cambiamento possibile. Non è una teoria – come non era meccanismo l’esperienza dell’incontro e dell’accompagnamento – è la constatazione di qualcosa che accade a sé e attorno a sé. In questa esperienza di fatti viene percepita e fatta propria la convenienza umana di una posizione di apertura, la disponibilità ad affrontare da protagonisti le problematiche e le occasioni che si presentano. Cambia la mentalità. Che questo sia il metodo lo confermano i risultati dello studio di due casi, che presentiamo, comparativamente.

Presentazione delle slides

Ed è confermato da alcune testimonianze che riprendiamo dall’esperienza di Ribeira Azul.
Non dal bisogno, ma dall’incontro. Se parti dall’incontro cambia il modo con cui guardi il bisogno. “Una ragazza giovane che ha vinto un concorso ed è venuta a lavorare qui, mi ha detto: «io delle volte mi sento impotente di fronte al bisogno che loro portano; io che cosa posso fare?», allora le ho detto che il valore nostro qui è che comunque loro ti incontrano e da quel momento, tu sei una persona che esiste per loro, come la persona che incontri comincia ad esistere per te. Quindi tu cominci a far parte della loro realtà, come loro entrano a far parte della tua realtà e se tu sei sincera, sei vera e riesci a parlare da persona a persona, questo ha un valore che uno se lo porta dietro per sempre. Nessuno pretende che tu risolva i problemi di un altro, ma vedendo magari una cosa da fuori, puoi dirgli qualcosa che al momento a quella persona non viene in mente. Rimane il fatto che tu sei una presenza che rimane, come per te sono presenze che rimangono” (testimonianza di Paola Cigarini).
Una presenza, un incontro che cambia. “[È cambiato, ndr] tutto! Tutto! Tutto, perché quando tu stai in un vincolo come questo del passato, tu non hai un orizzonte davanti a te. Il massimo che desideri è diventare un poliziotto per vendicarti di quello che hai sofferto, picchiare e aggredire. E quindi tu, a partire da opportunità come questa, l’opportunità di apprendere qualcosa di nuovo, si apre per te il mondo, è lì tu finisci per identificarti con qualcosa, o nell’area della costruzione, o nell’area dell’insegnamento, o come medico, in qualche cosa… perché quando tu fai questo salto, tu esci da una palafitta, da quella situazione e ne incontri un’altra, tu cominci a credere in te, tu cominci a dire «guarda! io posso!» (testimonianza di Elismar, collaboratore CEDEP); “Perciò il modo di pensare del quartiere è cambiato. Noi non rimaniamo indietro. Quando una porta si chiude, si apre una finestra. Noi abbiamo imparato questo, noi siamo cambiati, le persone sono cambiate; dove una volta c’era una baracca adesso c’è una casa di due piani, alcuni addirittura hanno una macchina che nessuno si poteva sognare tempo fa. Noi siamo fragili ma non siamo incapaci. Stiamo riuscendo ad ottenere delle cose” (testimonianza di Romilson, portinaio COF); “Sempre ci dicevano che non eravamo capaci di cambiare la nostra propria storia,… Perché noi prima pensavamo che la partecipazione fosse semplicemente una rivendicazione e basta; noi adesso abbiamo capito che la partecipazione è una cosa molto più ampia. Non è solo rivendicare ma è anche far parte di un processo … l’idea è che noi ci sentiamo inseriti davvero in questo processo, come se fosse un nostro figlio… penso che adesso noi potremo affrontare nuove sfide: la sfida di poter dare ancora più potere, più capacità alla comunità nel Ribeira Azul, perché è un tipo di sviluppo che non è più costruito solo a partire dai tecnici ma a partire dagli abitanti” (testimonianza di Maria Lourdes do Nacimiento (Lourdinha), Presidente AMCSL).
Cambia anche chi è lì ad aiutare. “Senti, c’è una professoressa là che non ha figli che mi ha detto: «sto pensando di adottare». Quando uno arriva a pensare così? O un’altra che dice così: «Al lavoro sto imparando ad avere pazienza, adesso mi sto realizzando perché prima non avevo pazienza, prima risolvevo tutto reagendo, e adesso percepisco che sto guadagnando pazienza, e riesco a dialogare», la stessa mi ha detto l’anno scorso, all’inizio dell’anno «I bambini stanno crescendo affettivamente», sono parole che uno non usa normalmente” (testimonianza di Regina Nunes, Direttrice CEJPII).
Alcune conseguenze
La prima conseguenza è un cambiamento nella nostra stessa mentalità. Un mio collega che insegna politica economica ed è esperto di crisi finanziarie, sapendo che collaboravo con AVSI mi disse: “a cosa serve tutto il vostro lavoro, che in due, tre anni permette a 10.000 persone di uscire dalla povertà, se poi l’anno seguente una crisi finanziaria genera un milione di poveri? E’ inutile!” Io gli risposi che se era avvenuto il processo educativo di cui abbiamo parlato, la gente, dopo un momento di stordimento, si sarebbe rimessa in moto; in caso contrario sarebbe rimasta ferma, come le conchiglie gettate sulla spiaggia da un’ondata più grande delle altre. Dobbiamo prendere coscienza che quello che veniamo dicendo non è una rifinitura, un lavoro di maquillage, mentre il “grosso” dell’opera è fatto da politiche e grandi progetti. E’ invece il seme, è la radice, il punto originale da cui fiorisce, secondo un cammino di umanità, quell’esperienza che chiamiamo sviluppo.
La seconda conseguenza è che deve radicalmente cambiare il modo di fare cooperazione. E’ attraverso l’esserci di un soggetto, con i passi descritti, che le attività di cooperazione, progetti, programmi o politiche di sviluppo possono recuperare efficacia. Lo accennava il papa nel messaggio al G8 dello scorso luglio quando, dopo aver ricordato che l’aiuto in condizioni di emergenza è essenziale (“l’aiuto allo sviluppo, soprattutto quello rivolto a valorizzare la risorsa umana, sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione”), aggiungeva: “il sostegno allo sviluppo non può non tener conto della capillare azione educatrice che svolgono la Chiesa Cattolica e altre confessioni religiose nelle regioni più povere e abbandonate del globo”. Oggi, ancor più di ieri, la cooperazione ufficiale intende passare attraverso programmi e piani statali, pensando in tal modo di essere più efficace nell’affrontare la complessità dei problemi. Facendo così si dimentica il punto d’origine, il soggetto dello sviluppo.

ALBERTO PIATTI:
Grazie, carissimo Beppe, perché cercare di rappresentare in un modo accademicamente degno, magari con qualche slide e qualche disegnino, cercare di rendere una vita in una forma che abbia dignità accademica, non è facile, e può sembrare anche un po’ difficile da seguire come livello di attenzione. Ma dobbiamo renderci conto che, se non vogliamo essere rinchiusi nel recinto dei buoni che hanno un ideale religioso, dobbiamo accettare anche questa sfida, dobbiamo accettare anche il fatto che le istituzioni internazionali si pieghino alla realtà di quello che è l’uomo, l’essere umano, il mistero dell’essere umano, e non pieghino noi al loro schema. E allora, ciò che caratterizza l’essere umano, come ci ha ricordato recentemente Carrón citando il don Giuss, questo incontro che mette in moto la scintilla del desiderio, questa tensione al bene, è la scintilla che accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo dinamismo costitutivo dell’uomo, che allora si mette a cercare il pane e l’acqua e non fa i piani per fare l’alluminio e la diga, “si mette a cercare il lavoro, una poltrona più comoda, un alloggio più decente, si interessa come mai taluni altri e altri no, si interessa a come mai certi sono trattati in un certo modo e lui no, proprio in forza di questa tensione che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente cuore”. Noi, queste cose, grazie ad Elisabetta e al ministro Frattini, siamo riusciti a dirle anche al G8 dei ministri dello sviluppo, perché questa è la sfida. E questa sfida è possibile perché ci siete voi, perché c’è un padre che ha generato questo popolo, che dà forza alle nostre mani. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2009

Ora

11:15

Edizione

2009

Luogo

Salone B7
Categoria
Incontri