L’ISTRUZIONE RENDE L'UOMO FELICE? - Meeting di Rimini

L’ISTRUZIONE RENDE L’UOMO FELICE?

L’istruzione rende l'uomo felice?

Interviene Marco Bussetti, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; interventi e testimonianze di studenti e insegnanti. Introduce Alberto Bonfanti, Fondatore e Direttore Educativo di Portofranco, Liceo Scientifico Statale "R. Donatelli – B. Pascal" di Milano.

 

Ore: 19.00 Salone Intesa Sanpaolo A3
L’ISTRUZIONE RENDE L’UOMO FELICE?

Interviene Marco Bussetti, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; interventi e testimonianze di studenti e insegnanti. Introduce Alberto Bonfanti, Fondatore e Direttore Educativo di Portofranco, Liceo Scientifico Statale "R. Donatelli – B. Pascal" di Milano.

ALBERTO BONFANTI:
Buongiorno, buonasera ormai. Siamo contenti di poter incontrare Marco Bussetti, nostro ministro della Pubblica istruzione. Non è la prima volta che viene un ministro della Pubblica Istruzione al Meeting direi che sono venuti quasi tutti, con alcuni è nato un rapporto di stima e amicizia a tutti abbiamo posto le questioni che ci stanno a cuore che hanno nel mondo della scuola e dell’educazione il punto più decisivo per il nostro carisma e la nostra storia. Ma è la prima volta che ho io il compito di introdurlo. Perché io, un semplice insegnante? Perché ho avuto l’onore di conoscere Marco Bussetti in tempi non sospetti, negli anni in cui è stato provveditore provinciale di Milano e mi ha colpito non solo la sua competenza ma anche la sua umanità, la sua semplicità nel lasciarsi provocare, colpire da ciò che incontrava nel suo lavoro e tra le tante realtà ha incontrato Portofranco Sono passate tante autorità a Portofranco e tutti rimangono colpiti da questa realtà, da questo mare di gratuità che è Portofranco, un luogo pieno di «luce, giovani e Mistero» lo definì Enzo Jannacci in un incontro/dialogo il 4 dicembre 2011. Il ministro Bussetti è una delle persone che più sinceramente ho visto emozionarsi e appassionarsi a questo luogo, tanto che il 24 maggio, quando abbiamo festeggiato i diciotto anni e abbiamo istituito il premio don Giorgio Pontiggia, indimenticabile ideatore di Portofranco, in cui, secondo lo stile di don Giorgio, volevamo corrispondere con un premio in danaro ai bisogni, non semplicemente scolastici, che i ragazzi ci sottoponevano, Marco Bussetti ha accettato di far parte della giuria ed è stato con noi tutto il pomeriggio, indimenticabile per il caldo, per lo spettacolo dei ragazzi, per la presenza di Giacomo Poretti. Allora stasera vorremmo proprio incontrarlo e fargli incontrare alcune esperienze. In questo incontro vorremmo porgli alcune domande a partire da quello che abbiamo visto vivere nella scuola in questi anni. La prima domanda voglio fargliela io chiedendole: cosa l’ha colpito di Portofanco, cosa c’è in questo luogo che può essere decisivo per la scuola e anche per la sua responsabilità di ministro?

MARCO BUSSETTI:
Grazie Alberto. Buonasera a tutti. Riassumere in due parole cosa mi ha colpito di Portofranco è difficile perché vorrebbe dire anche elencare tutta una serie di emozioni che si provano alla vista di persone che hanno la completa conoscenza e consapevolezza di cosa è il disagio giovanile e si provano di fronte a dei ragazzi che hanno paura di questo momento di disagio che fa parte della vita di tutti noi, che chiaramente serve per superare queste crisi, per poi trovare dei nuovi equilibri, nuovi aggiustamenti, che ci riportano magari in crisi ancora nel futuro e che a volte penalizzano fin troppo dei momenti di vita e che limitano delle potenzialità enormi che questi ragazzi hanno rispetto a una ricchezza interiore che invece in quel momento non emerge. Ho trovato delle persone che dedicano il loro tempo con amore, con passione, con attenzione, con ricerca del successo e del risultato, nei confronti dei ragazzi che vengono a chiedere aiuto. Questa è la cosa bella. La cosa poi che mi ha ancora affascinato e colpito, è che questi ragazzi superano la loro crisi, raggiungono i risultati, proseguono i loro studi, si laureano, tornano da Portofranco e vogliono restituire quanto hanno ricevuto, ed è una forma di vero, come poter trovare un nome diverso, amore e passione per quella che è la vita, la loro esperienza e riconoscenza nei confronti di adulti che hanno dedicato una parte della loro esistenza per il loro bene. Voi siete capaci di trasformare queste situazioni in qualcosa di meraviglioso. Bravi!

ALBERTO BONFANTI:
Grazie. Allora adesso chiamerei su il nostro Matteo Sama per raccontare brevemente una sua esperienza e una domanda.

MATTEO SAMA:
Salve, mi chiamo Matteo Sama e sono un ragazzo che ha appena terminato il proprio percorso di studi all’Itc di Bologna dove sono stato rappresentante di istituto e poi in rappresentante in Consulta e anche presidente della Consulta stessa per la provincia di Bologna. Vorrei raccontare un fatto che è successo quando ero rappresentante di istituto. Per l’occasione dell’assemblea di istituto, ho pensato di chiamare Silvio Cattarina della comunità Imprevisto di Pesaro, che è una comunità di recupero di ragazzi tossicodipendenti. Avevo chiesto di fare questo incontro perché nella nostra scuola un ragazzo molto noto si era suicidato qualche mese prima a causa della droga e la particolarità di questo incontro era che erano i ragazzi stessi tossicodipendenti a raccontare la loro esperienza, ragazzi di 18-19 anni, in una scuola come la mia appunto dove il problema della droga era molto grave. Tant’è che il giorno dopo sono venuti un po’ di ragazzi, noti a scuola per essere delle persone che fanno uso di queste sostanze, a ringraziarmi di questo incontro. Infatti la ricreazione di quel giorno mi è rimasta impressa perché è stata la ricreazione dove, in cinque anni, non ho sentito odore di canna nella scuola. Mi è rimasta impressa perché i ragazzi che ne facevano uso erano lì per ringraziarmi. A questo incontro era presente il vicepreside della scuola con cui avevo già stretto un legame per il fatto che ero rappresentante d’istituto. È stato il primo a ringraziarmi per l’incontro e io di conseguenza ho iniziato a confidarmi con lui. Quando i miei genitori mi hanno detto che non sarei riuscito ad andare alla gita di classe perché dovevo scegliere tra la gita di classe e gli esercizi spirituali di Gs, io scelsi gli esercizi, andai dal vicepreside e gli dissi che non potevo partecipare alla gita e lui si propose di pagare personalmente la mia gita di classe e convinse anche il preside e alcuni professori del mio consiglio di classe. Da lì è nata col vicepreside una grande amicizia. Un’amicizia che mi ha cambiato profondamente, tant’è che quest’anno, che ho finito la quinta superiore e ho fatto la maturità, io, che non sono mai stato un ragazzo particolarmente studioso, sono stato sempre tra il 6 e il 7 rosicato, grazie all’amicizia con il vicepreside con cui ogni venerdì mi fermavo a pranzo a parlare dei miei voti, mi sono aperto allo studio, coinvolgendomi con alcuni amici, compagni di classe che sono molto più bravi di me. E appunto in quinta, quando i prof. ci hanno chiesto di pensare alla tesina per l’esame, io ho pensato di portare una tesina che non avesse lo scopo di collegarsi a tutte le materie, ma che parlasse di me, della mia esperienza e quindi ho voluto parlare del cuore, perché come il vicepreside è stato mio amico e ha lavorato sul mio cuore, così io volevo far vedere come il cuore nella prima guerra mondiale aveva cambiato tutto. Ho fatto una tesina che mi ha permesso di portare all’esame il coro alpino di cui faccio parte. Abbiamo cantato una canzone in quindici persone dentro la piccola aula della mia scuola. È stato molto bello e la prof. di matematica con cui presi tanti tre, si commosse e piangendo mi ringraziò di questi anni. Con il colloquio d’esame è terminato il mio percorso scolastico, la scuola dove attraverso il rapporto con il prof e con gli amici sono cambiato io, è cambiato l’approccio alla scuola e alla vita. Per questo volevo chiederle: nella mia esperienza ho visto che anche solo un professore che entra in rapporto con me, non guardandomi soltanto come un numero del registro, cambia totalmente l’approccio alla scuola e alla vita. Come si possono valutare positivamente i professori che insegnando si impegnano con il cuore dei propri studenti?

MARCO BUSSETTI:
Domanda difficile ma bella. Matteo?

ALBERTO BONFANTI:
Sì, Matteo.

MARCO BUSSETTI:
Domanda difficile, Matteo. Il tema della valutazione è un tema molto delicato, sotto tutti i profili. A me piace parlare da papà, del tema della valutazione, in generale per quanto riguarda gli studenti. Qualsiasi voto prende mia figlia, io dico sempre: «Guarda che il voto non l’hai preso tu, l’ha preso il tuo compito, tu sei un’altra cosa, l’ha preso la tua interrogazione». Perché tu hai detto una cosa giustissima: sono le persone quelle con le quali i docenti e la scuola si rapportano, quotidianamente; ma è anche giusto fare una premessa di tipo generale. Il sistema, l’organizzazione prevede tutta una serie di figure. Noi siamo abituati a pensare: ecco, inizia la scuola, vediamo il docente e vediamo il discente. Voi forse non lo sapete, ma perché ci sia una classe, dei ragazzi in quel momento presenti e un docente, dietro c’è un lavoro che fa una macchina amministrativa che parte mesi prima e che mentre i docenti magari hanno terminato le lezioni, in questo momento sta ancora lavorando per arrivare a far sì che si avvii l’anno scolastico in tempo il primo settembre. E questi sono il personale amministrativo delle scuole, sono i dirigenti scolastici, sono le persone che occupano i posti nei vari uffici provinciali, nelle sezioni scolastiche regionali. Parlare di valutazione, poi, rispetto ai docenti, anche questo è un tema che, vi dico, ho affrontato subito, perché quello che è successo l’anno scorso a me non è piaciuto molto, nel senso che alla fine dell’anno scolastico sono arrivati dei fondi che i dirigenti scolastici dovevano distribuire ai propri docenti, e questo fatto un po’ ha scontentato. Io penso invece che una persona che deve essere valutata debba sapere su che cosa deve essere valutata e quindi ho chiesto da subito un incontro con i sindacati che ho trovato da questo punto di vista collaborativi al massimo e abbiamo determinato dall’inizio, da subito, quindi entro settembre, che siano chiari a tutti i docenti, di ruolo e non, quali saranno gli indicatori e gli obiettivi per i quali loro verranno valutati, in maniera che così ci sia una valutazione vera. Tra questi, forse, vista la tua domanda, è utile suggerire anche quali sono quegli aspetti che un docente dovrebbe avere, forse innati ma che si possono comunque costruire, legati ad una sensibilità, un’attenzione alle persone, al loro vissuto, alla loro presenza, ai tanti perché, ai loro comportamenti e atteggiamenti, che dovrebbe far sì che vengano tutti quanti valutati e seguiti in maniera personale. Non voglio dire “diverso”, “personale”. Quello che è successo a te non è stato altro che un momento dove è arrivata una forza esterna, è quello che succede anche spesso a Portofranco, che rimotiva, rigenera, ridà forza propulsiva, motivazione, ridà voglia di ripartire, ridà autostima. Io penso che dare senso di appartenenza sia anche uno degli obiettivi veri della scuola. Dare senso di appartenenza e mirare ad una formazione molto più allargata, come dicevo prima, un po’ più olistica, permette a volte, e questo lo diamo spesso per scontato, di valorizzare di più le attitudini delle capacità. È un tema anche questo su cui dovremmo riflettere: a volte diamo per scontato che le attitudini… vabbè, non le guardiamo neanche. «Guardiamo cosa sa fare, in cosa riesce». Ecco perché poi la valutazione ricade anche sulla persona. L’atteggiamento pedagogico da questo punto di vista deve rifarsi molto a Rosmini: Rosmini diceva che i ragazzi non hanno diritto ma sono il diritto e che quindi vanno amati. Ed è questa la parola magica che bisogna usare sempre, in qualsiasi relazione. Empatia, relazione, affetto, scambio di opinioni, conoscenza. Allora io posso sì aver forse un po’ di presunzione nel giudicare anche una persona e non solo un compito. Spero di essere stato sufficientemente esauriente, grazie.

LIDIA ROSSETTO:
Buonasera a tutti. Mi chiamo Lidia. Io sono un insegnante di matematica e quest’anno ho cominciato ad insegnare in una scuola statale, in un istituto tecnico professionale. La prima sfida con cui ho dovuto confrontarmi è stato il cambiamento di indirizzo perché venivo da un liceo scientifico e degli studenti con cui mi sono trovata a lavorare. La sfida maggiore è stata soprattutto con gli alunni del biennio del professionale. Grande è stata la provocazione rispetto al senso di insegnare loro la matematica perché come mostrar loro la bellezza contenuta in questa disciplina e che cosa della mia materia può essere facilmente rintracciato nel lavoro che andranno a fare? E nell’affronto di questa circostanza mi sono trovata spesso a scontrarmi con altri bisogni e diversi problemi. Perché se da un lato io vedevo emergere dai ragazzi la necessità per loro di essere seguiti da vicino, presi per mano e guidati passo passo, dall’altra mi sono trovata a far fronte ad alcune difficoltà, ad esempio alla difficoltà di non avere dei mezzi sempre adeguati, perché magari a volte è mancata la lavagna o si rompeva la Lim o non sempre c’era la rete internet. Però questo contesto non impedisce che accadano dei fatti imprevisti, da cui si può ripartire. E scoprire questi fatti è stata la bellezza di quest’anno per me. Allora racconto un episodio che mi ha colpito. Nella mia prima del professionale, i ragazzi sono 31, sono tutti maschi, ci sono molti stranieri, undici ripetenti. Tanti di loro hanno situazioni complesse e fin dall’inizio dell’anno il lavoro era così duro con loro che il lamento e lo sconforto erano il tema dominante dei dialoghi con i miei colleghi. Ma in questa situazione ad un certo punto si è aperta un’ipotesi: anziché aspettarmi un loro cambiamento, perché non cercare di scoprire io qualcosa nel rapporto con quei ragazzi? Questo ha cominciato a cambiare tutto per me. E allora avevo da un po’ di tempo notato ad esempio che c’era un ragazzo, uno di quelli più difficili, che dettano un po’ il clima in classe, ripetente, che ad un certo punto aveva come assunto una certa docilità con me e in qualche modo si era accorto che ci tenevo a lui. Lui mi aspettava e aspettava che io lo guardassi. Guardare questo atteggiamento mi colpiva perché era come vedere un desiderio più grande in lui anche se lo soffocava, lo nascondeva. Allora ad un certo punto, a gennaio, ho potuto incontrare i suoi genitori in un colloquio e questi quasi in lacrime mi dicono: «Professoressa, questo nostro figlio va ancora molto male, si comporta molto male, noi non sappiamo più cosa fare con lui». Ed effettivamente lui faceva fatica, a scuola faceva fatica, poteva essere probabilmente bocciato di nuovo. Io capivo, però, che questo non poteva essere tutto di lui, perché fosse anche stato bocciato, cosa potevamo saperne di quello che sarebbe accaduto in lui nei mesi successivi? Se solo avesse scoperto una passione o deciso di cominciare a studiare una materia, sarebbe stato un passo avanti, poteva essere un passo grandissimo per la sua strada. Quindi, in mezzo ai consigli pratici, ad un certo punto mi ero trovata a dire loro di questa speranza, perché si può scommettere sul suo cuore perché nella realtà c’è davvero un bene e una bellezza da riconoscere. Ma cosa accade? Una cosa che non mi aspettavo: quei genitori che io avevo visto sconfortati, ad un certo punto si sono come fidati, accettando la sfida di questo ricominciare e hanno proposto al figlio di ripartire iscrivendolo ad un centro di aiuto allo studio pomeridiano e lui ha accettato. Quando arrivavo nella sua classe, lui usciva dalla classe, in corridoio, come cercandomi, e diceva: «Professoressa, ho fatto i compiti, questi sono i suoi schemi!». Era una novità per lui, e mi colpiva il fatto che uno riparte quando si sente stimato. Ho quindi scoperto che dinanzi ai problemi ci sono due posizioni: cedere al lamento e alla recriminazione, per poi limitare l’impegno e un vero coinvolgimento (cioè, ci si tira indietro) o partire da quello che accade, che magari è piccolo, che sembra piccolo, per valorizzare e costruire, assecondando il punto di bene che c’è. Per me questa sfida si gioca nella mia scuola e nelle mie classi ma immagino che possa essere la stessa di fronte a qualsiasi lavoro e compito. E allora io, a partire però dalla mia esperienza, le vorrei chiedere quali possibilità concrete ci sono per gestire in modo più adeguato le risorse presenti o per incrementarle? E dal momento che parte del mio lavoro dell’ultimo anno si è svolto all’interno di un indirizzo di istruzione professionale, vorrei capire meglio quali modifiche apporta il nuovo decreto e se lo scopo è, da un lato, quello di raccordare i due percorsi, di istruzione professionale e di formazione professionale e insieme preservarne la distinzione, mi chiedo cosa caratterizza e cosa si vuole preservare dell’istruzione professionale rispetto ai percorsi regionali di formazione?
Grazie.

MARCO BUSSETTI:
Beh, per certi aspetti ha toccato ancora un po’ i temi di cui abbiamo parlato poco fa, le strategie educative, le strategie didattiche, le strategie metodologiche, le competenze che un docente dovrebbe avere ma che dovrebbero essere patrimonio di un consiglio di classe, di un dipartimento. A volte questi temi vengono affrontati maggiormente in certe tipologie di indirizzi di scuole, nei professionali si tende un po’ così a vivere certe situazioni come quelle del tipo: «Beh, che cosa ci posso fare?». Invece la reazione che ha avuto questa docente sta a significare che con l’impegno, con l’attenzione, con la riflessione, attivando tutta una serie di strategie relazionali, è riuscita a recuperare una persona, comunque si è messa in gioco rispetto a tante altre questioni che magari altri suoi colleghi non hanno affrontato. È chiaro che quella della classe numerosa spesso è un tema che emerge. Qui dobbiamo rivolgerci alla statistica, le statistiche ci dicono che le nostre scuole hanno una media di 21,2 alunni per classe, parlo delle statali, quindi certe tipologie di scuole e di corsi invece che hanno 31 alunni, sono in una situazione che non ti permette di sdoppiare la classe in due corsi da 16. Però la tendenza è sempre quella di rispettare la media statistica, magari a volte, ma in casi rari, c’è una tendenza invece a mantenere un numero più alto di alunni. Considerate poi che a questo sono legati problemi della sicurezza, problemi di tipo normativo che impongono determinate scelte. I percorsi di formazione, ritorniamo al discorso di prima, fanno parte del nostro sistema ordinamentale ma nascono negli anni Cinquanta, insieme agli istituti tecnici, perché si esce dal dopoguerra, la nostra industria e le nostre imprese stanno ripartendo, c’è bisogno di tecnici e operai specializzati. Ecco la necessità che la scuola diventi funzionale a un processo di crescita e di industrializzazione. Adesso, paradossalmente, stiamo rivivendo alcuni aspetti di quei momenti, c’è forse un potenziale pronto, attento a quelle che sono le attività Steam, ad avere ragazzi smart, pronti a reagire. Ecco che i professionali possono avere un ruolo fondamentale nella crescita del percorso perché, come dicevo prima, andiamo prima di tutto a guardare le attitudini dei ragazzi, le potenzialità di questi ragazzi e soprattutto è importante che le scuole in questo momento storico particolare debbano tornare a essere fulcro della propria formazione nei confronti dei ragazzi, dandosi una vera identità, senso di appartenenza. Le scuole professionali sono importanti, ma ancora più importante è la ricerca di quel passaggio e per questo le articolazioni nuove dei professionali son passati da sei a undici, se ricordo bene, c’è più attenzione sull’attività laboratoriale, ci sono momenti in cui la collegialità interviene anche in maniera forte da questo punto di vista. Il passaggio scuole regionali e scuole professionali è anche previsto da questo punto di vista. Qui non deve finire, c’è anche una prosecuzione in avanti, ma soprattutto non deve mancare, come non è mancato negli anni Cinquanta e Sessanta, l’aggancio con il mondo dell’imprenditoria, delle aziende, delle industrie, dell’impresa. Ecco allora l’aggancio tra il mondo della formazione come attività didattica, che diventa sinergica con il mondo dell’impresa, è un legame che diventa vincente e che può produrre sicuramente dei risultati che vedremo tra qualche anno ma che andranno sicuramente non solo a soddisfare quelli che saranno dei bisogni di personale di un certo tipo, estremamente specializzato e formato, ma anche a consentire ai nostri studenti la piena realizzazione di loro stessi.

SILVIO DI TELLA:
Buongiorno, mi chiamo Silvio Di Tella e nella vita sono un medico ma sono qui in qualità di presidente di una scuola paritaria. Mi permetto di leggerle una breve introduzione per poi arrivare alle domande. Gentile Ministro, è venerdì, solitamente il terzo venerdì del mese, la settimana lavorativa volge al termine, siamo tutti un po’ stanchi e affaticati ma un ultimo appuntamento ci aspetta. È il Consiglio di amministrazione del mese, appuntamento alle 20.30 puntuali, scuola La Carovana di Modena, in Via Piccinini, nome del Fondatore. 830 alunni circa divisi nei vari ordini, dal nido fino alla secondaria di primo grado. Numerosi i punti all’ordine del giorno. Mentre si cena insieme si inizia a discutere uno dietro l’altro i vari argomenti. Il presidente, ovvero il sottoscritto, un medico, padre di quattro figli divisi nei vari pezzi della scuola, nido, materna, primaria e secondaria di primo grado, introduce l’argomento. Stasera di parla di finanziamenti da destinare alle famiglie in difficoltà. Discussione tosta. Si parte dalle ragioni dell’aiuto, le famiglie scelgono la nostra scuola perché desiderano un’istruzione di qualità e noi desideriamo formare bambini e ragazzi pronti ad affrontare le sfide del mondo. Metodo esclusivo ma proposta inclusiva, tentativamente per tutti. Giulio, ex presidente, geologo, che ha avuto i figli a scuola ma oggi sono all’università o già al lavoro, ricorda che questi aiuti in passato sono stati la porta di ingresso per molte famiglie che non possono permettersi di pagare la retta per intero ma che desideravano più di ogni altra cosa poter fornire una possibilità in più ai propri figli. Ma allora quanto destinare? Le richieste sono tante, e i soldi ovviamente mai abbastanza. Stefano, l’anima economica del consiglio, padre di tre figli, lavora per una società di consulenza e non di rado è in trasferta per lavoro. Per non perdere questo consiglio lo fa dalla camera dell’albergo con un collegamento via Skype. Ricorda che ogni nostro sforzo deve essere compatibile con il bilancio. La discussione prosegue, ormai è passata più di un’ora, si chiude questo punto, si prende una decisione, si mette a verbale e si passa al successivo. Argomento decisamente più leggero per certi versi, il terribile whatsapp, particolarmente in voga tra le mamme, che al pari della luna piena in certe fiabe le trasforma in lupi famelici. Fa sorridere per certi versi ma per altri occorre prendere sul serio il tema e gli strumenti in uso oggi. Decisioni importanti della scuola, selezione delle maestre, scelte della gita, le proposte per il post scuola, prese dopo attenta riflessione e valutazione possono essere vanificate o sminuite da questi tribunali virtuali fatti di elementi molto soggettivi o umorali. E giù a discutere di come migliorare il rapporto tra scuola e famiglia. Via, si passa al punto seguente, il terzo, e poi al quarto e così fino alla fine, quando ci si riesce. Ad un certo punto suona l’allarme della scuola. Giovanni, l’attuale direttore, guarda l’orologio e come sempre ci dice: «anche stasera siamo andati oltre la mezzanotte». Ci affrettiamo a discutere le ultime cose, ci dividiamo i compiti per la prossima volta, ci raccomandiamo di mettere tutto su drive, l’ambiente condiviso per lavorare meglio, e poi un ultimo saluto nel parcheggio della scuola. Si torna a casa ed è circa l’una di notte. Signor ministro, le ho voluto raccontare questa giornata tipo per sottolineare da un lato che, a parte il direttore, figura essenziale per una scuola di queste dimensioni, siamo nove volontari che svolgono questo compito gratuitamente, mossi soltanto dal desiderio di educare nel miglior modo i propri come quelli degli altri, dall’altro per rimarcare che alle istituzioni e quindi a lei, che oggi qui le rappresenta, chiediamo semplicemente che questa realtà, quella delle scuole paritarie, possa essere sostenuta. Formare ragazzi in grado di affrontare le sfide della vita oggi, quelle scolastiche, quelle lavorative, come tante altre domani, è un bene non solo per le famiglie che ce li affidano ma per tutta la società. In sintesi non le chiediamo più sussidi, ma più sussidiarietà, ovvero uno sguardo diretto delle istituzioni che, guardando al tentativo appassionato di parte della società, in questo caso le scuole paritarie, lo possa incoraggiare, affiancare, riconoscendo il valore che lo stesso può portare al bene comune. Quindi sono due le domande che vorrei porle. Una più generale e una più tecnica. La prima: secondo lei quali prospettive si possono immaginare per le scuole paritarie nel sistema nazionale di istruzione? E la seconda, un po’ più tecnica: le scuole paritarie devono utilizzare docenti abilitati ma già da diversi anni non ci sono strade perché i giovani possano conseguire il titolo necessario per insegnare nella secondaria. Questa situazione genera grande disorientamento nei giovani e gravi difficoltà alle scuole. Per cui le chiediamo, quando si attiveranno i percorsi perché i giovani laureati possano conseguire il diploma di specializzazione all’insegnamento o altro titolo utile per insegnare nella scuola secondaria? Grazie.

MARCO BUSSETTI:
Domanda trabocchetto, trappolina, va beh. Nella mia attività, per un paio d’anni, ho gestito tutte le scuole paritarie della Lombardia e quindi conosco perfettamente i temi che mi ha sottoposto. Prospettive. Le scuole paritarie sono parte integrante del sistema nazionale di istruzione e su questo non si deve neanche minimamente mettere nulla in discussione. Sono regolate da una legge, la Legge 62 del 2000 che prevede tutta una serie di adempimenti, caratteristiche particolari e soprattutto raccomandazioni di livello normativo e anche organizzativo, che tutte le scuole paritarie devono avere sia per avere la parità che per mantenerla. E tra queste, è vero, bisogna avere docenti abilitati, lo prevede la legge. Ora cosa è successo? Da questo punto di vista non c’è mai stato un grosso problema negli anni scorsi, perché le Gae raccoglievano questi docenti abilitati che, se non trovavano supplenze o immissioni in ruolo nello Stato, normalmente tendevano poi a occupare i posti nelle scuole paritarie. La Buona Scuola ha generato questa attività di reclutamento nuovo, che a me non è piaciuto molto perché ha condizionato la vita di migliaia di persone sradicandole dal proprio territorio, facendole andare a chilometri di distanza, creando veramente tantissimi disagi in famiglie e in persone con un contenzioso che ancora oggi è presente nei nostri uffici, però, diciamo, ha prosciugato un po’ queste graduatorie ad esaurimento, che era un po’ lo scopo di questa riforma. E quindi le scuole paritarie si trovano a perdere docenti che vengono immessi in ruolo nello Stato, a dovere ricercarne altri e a non trovarli. È vero, è un problema. È un tema che, come quello dei rapporti e del sistema di istruzione ho ben chiaro e dovremo sicuramente affrontarlo e ri-normarlo, perché così non può andare avanti. È evidente però che le scuole paritarie per essere paritarie devono essere e dovranno comunque avvicinarsi molto agli standard delle scuole statali da questo punto di vista, questo è chiaro. Ci metteremo al lavoro perché questo è sicuramente un tema che, se le cose proseguono in questo modo, va affrontato in tempi molto brevi per dare garanzie ai lavoratori, dare garanzie ai gestori, a chi si impegna quotidianamente in modo volontario. Ricordiamo però che anche nello Stato chi fa parte di un Consiglio di istituto è un volontario, mica viene pagato. Quindi il lavoro dei genitori che si prestano a collaborare per il bene dell’istituto frequentato dai propri figli, va lodato sicuramente, ma non prevede compensi, questo è normale. Però è una ricchezza la scuola paritaria, di questo ne sono convinto e noi cercheremo in tutti i modi di valorizzarla.

PAOLO MAINO:
Buonasera, signor ministro sono Paolo Maino, sono dirigente scolastico di un Istituto comprensivo di Busto Arsizio. Premetto un ringraziamento per quello che ha detto prima, facendo presente tutta la macchina che sta alle spalle, che magari non si conosce e che dietro le fila, lavora nel back-office: gli assistenti amministrativi, aggiungo anche i collaboratori scolastici. Tutti gli anni a settembre il collaboratore scolastico viene da me e orgoglioso mi dice: «Preside, venga a vedere il corridoio com’è pulito, ci si può specchiare». Ecco, io inizio spesso il mio collegio docenti a settembre descrivendo questa scena e volendo coinvolgere i docenti, in quello che secondo me è l’obiettivo centrale: siamo una comunità educante, lo si è tutti, tutti gli adulti che vivono la scuola collaborano all’educazione e si collabora anche come il collaboratore scolastico nel tenere pulita quell’aula e nel venire a dire al preside «i ragazzi si sono comportati male e l’hanno sporcata troppo: non va bene». Quindi la ringrazio per questo, perché non sempre si ringraziano queste figure che lavorano dietro le linee. Dicevo, ho iniziato la mia avventura come dirigente scolastico nel giugno del 2014 dopo quindici anni di insegnamento tra scuole paritarie e scuole statali e ho intrapreso questa strada, animato dal desiderio di supportare i colleghi docenti nell’entusiasmante ma sempre più complesso cammino di educazione delle giovani generazioni che vivono in un contesto in cui saper scegliere e saper giudicare sono diventati saperi essenziali, perché il contesto attorno è un contesto che può facilmente far cadere i nostri studenti vittime di luoghi comuni, quando non di false notizie fatte girare ad arte per in qualche modo manovrare i sentimenti e, di conseguenza, l’agire delle persone. L’esperienza di questi quattro anni è stata un’esperienza molto interessante, abbiamo provato, come Istituto comprensivo, a percorrere tante strade, guardando ai bisogni, tanti progetti avviati ma anche tante situazioni minute, cioè le singole criticità, del singolo studente che richiedono un lavoro di rete: il consiglio di classe, il dirigente scolastico, attori del territorio che possono essere educativi e non, per cercare di far fronte ad un bisogno, anche piccolo, del singolo. A fianco al tempo dedicato a questo, spesso però il tempo e le energie, soprattutto di noi dirigenti scolastici, vanno dietro ad uno strano cortocircuito di richieste: richieste che vengono a volte doppie, triple dall’ufficio scolastico provinciale, da quello regionale o direttamente dal ministero. Faccio un piccolo esempio: per far partire un modulo di trenta ore degli interessantissimi bandi del Pon del Fondo Sociale Europeo – che sono oggettivamente una grande occasione – bisogna consegnare ai genitori undici pagine che devono compilare, poi le pagine devono essere restituite alla segreteria, devono essere passate dallo scanner, trasformate in pdf, inserite in un sistema dove poi bisogna compilare una serie di menù a tendina reinserendo esattamente gli stessi dati. Si conclude il percorso, si fa per avviare il modulo e si scopre che bisognava caricare un altro documento che non era previsto all’inizio. Quindi dov’è l’uso accorto del tempo in questo? Soprattutto negli istituti comprensivi dove le segreterie sono sparute, non vi nascondo il fatto che quest’estate la maggior parte di queste scansioni, di questi inserimenti li ho fatti io. Ho del tempo, lo dedico. La parola su cui volevo soffermarmi, su cui volevo fare la domanda, è proprio la parola autonomia. Perché ci sia autonomia prima del “che cosa fare” (che corrisponde al “nomos” greco, la legge) c’è chiaramente bisogno di identificare e dare riconoscimento al “chi fa le cose” (l’ “autos” cioè al soggetto che pensa, progetta, agisce, giudica) e che definisce il proprio piano di azione nel riferimento con chi è sopra, il ministero, che ha il compito di stabilire traguardi, regole comuni a livello nazionale e regionale. Cosa che il ministero fa. Il Regolamento dell’autonomia, che è del 1999, poneva al centro come soggetto dell’autonomia scolastica una collegialità fatta di docenti, famiglie, studenti, operatori, coordinati dal dirigente scolastico, nella redazione e attuazione di un Piano dell’offerta formativa. Ma in questi vent’anni, mi perdoni magari la semplificazione, però ci capiamo, l’autonomia scolastica è invece rimasta vittima di un processo di tipo discendente dal centro alla periferia, di una sorta di imposizione alle scuole e dell’assenza di una definizione chiara ed operativa delle modalità di governo da parte dei soggetti della comunità scolastica. Contemporaneamente a questo processo, con quello che secondo me è un grave errore di prospettiva, il ruolo del dirigente scolastico individuato come responsabile della gestione unitaria dell’Istituzione Scolastica e, di fatto, diventato responsabile in toto dell’organizzazione autonoma, ha subito una progressiva burocratizzazione: siamo invasi dalle carte che dobbiamo fare. La legge 107 (la Buona Scuola) che citava prima, che prometteva ad esempio la necessaria nuova definizione dei compiti e delle responsabilità degli organi collegiali, è stata, anche in questo punto, tradita ma è un punto che diventa sempre più urgente. Allora la domanda secca che le faccio è questa: cosa intende fare oggi il ministero e quindi che indicazioni intende dare lei, ministro Bussetti, per avviare un processo di reale e concreta realizzazione di quell’autonomia della comunità educativa che è indicata da quel bel documento che è il Dpr 275, Regolamento dell’autonomia?

MARCO BUSSETTI:
Bisogna fare un po’ di storia dalla Bassanini, per capire anche lo spirito della parola autonomia in questi casi, che non è quella di autodeterminarsi, ma è quella di avere un’istituzione, un soggetto in grado di negoziare nel territorio: questo dovrebbe essere lo scopo vero dell’autonomia scolastica. E si è realizzato. Adesso, siamo sinceri, si sono fatti tanti passi avanti. È vero, c’è un regolamento del 1999, è evidente che una revisione del Testo unico è essenziale. Il Testo unico nostro è ancora più antico e, all’interno del Testo unico andrà rivista anche quella che è la gestione degli organi collegiali che ci sono tutt’oggi. Ma, se permette, io credo che, alla base dell’autonomia – e lo voglio ripetere come ho detto prima – debba esserci il principio di identità. La scuola deve tornare ad essere il fulcro della formazione dell’identità dell’individuo e l’ autonomia da questo punto di vista lo può favorire, dando senso di appartenenza, ponendo un’ampiezza di sguardo verso il futuro e una grande sinergia con quello che si chiama territorio, con quegli attori che vivono la scuola. Il dirigente scolastico (che è diventato sì, sotto certi aspetti un po’ burocrate, come prevede il 165, se non ricordo male art. 25) ha anche questo compito: quello di diventare quell’elemento che riesce a fare sintesi tra quello che è un bisogno di un territorio e quelle che sono le sue potenzialità. E il lavoro di tanti dirigenti scolastici da questo punto di vista, attraverso l’autonomia, si è visto: è chiaro che non è più sufficiente oggi. Forse il dirigente scolastico ha bisogno di avere qualcuno intorno che lo sostenga. È una figura sola, sola al comando, probabilmente in questo genere di organizzazione, ha bisogno degli uffici amministrativi che lo sostengano, ha bisogno degli enti e istituzioni che gli siano vicini e ha bisogno di trasmettere quella che è la sua visione di impostazione di un piano dell’offerta formativa che poi venga condiviso con gli organi collegiali di riferimento. Sono materie che, tratte dall’esperienza vissuta, andranno sicuramente affrontate e riviste, perché è vero, i Pon prevedono procedure, dal punto di vista amministrativo, incredibili. Quello che raccontate è vero ma mettetevi nei panni dei revisori dei conti: è ancora peggio, credetemi. Revisori che vengono chiamati tre anni dopo a rivedere i progetti dei tre anni precedenti. Quindi se c’è un ritardo nella presentazione dei documenti, diventa ancora più complicato recuperare e mettere in ordine le carte. Però la figura del dirigente scolastico, per quanto riguarda l’autonomia, è il cardine, è fondamentale. Io vorrei che voi veramente riusciste a considerare il vostro ruolo, la responsabilità diretta che avete su tutti e soprattutto quello che bisognerà fare sicuramente in futuro è avere un controllo degli obiettivi che dovranno essere trasparenti, condivisi all’inizio e poi, chiaramente, dovranno essere valutati alla fine. È questo lavoro che manca forse un po’ alle scuole oggi; si confondono molto le competenze con gli obiettivi e un piano della performance vero che deve partire forse dall’amministrazione centrale e poi essere declinato in maniera da poter offrire un punto di riferimento importante alle istituzioni scolastiche. Penso che questo sia il punto di partenza fondamentale. L’autonomia è una ricchezza, è un valore, e darle un giusto taglio, rispetto ai tempi nostri e non più quelli del 1999, è essenziale. L’anno prossimo festeggiamo i vent’anni dalla nascita dell’autonomia e magari diamole anche una nuova vita, una nuova veste; però è un valore che va preservato e anche da un punto di vista costituzionale ricordate che è ben presente nella nostra Carta costituzionale. Grazie

ALBERTO BONFANTI:
Il titolo di questo incontro poneva questa domanda: «L’istruzione rende felici?». Dopo l’incontro di stasera possiamo dire che l’istruzione rende felici se è educazione, se è introduzione alla realtà, e alla realtà totale, come ci ha insegnato don Giussani, alla realtà e al suo significato, nei vari ambiti, nelle varie materie, nei vari aspetti che si affrontano nelle aule scolastiche: è questa educazione che può far scoprire a ciascun io la propria identità, perché fa crescere in ciascuno la propria autocoscienza. E questa educazione che fa scoprire l’identità dell’io come la scoperta di sé, come la scoperta di ciò che muove il proprio cuore, come ci stiamo richiamando in questi giorni al Meeting, non può che avvenire in un dialogo, in un dialogo tra docente e studente, in un dialogo libero tra la ragione del docente e la ragione dello studente, in un dialogo e, uso questa espressione che ha usato il Papa nella giornata sulla scuola qualche anno fa, in un villaggio, cioè in una comunità educante, come ha detto il giovane preside Maino, in un villaggio, dentro una comunità educante che possa, ciascuno per la propria funzione, favorire, incrementare la scoperta di sé che un ragazzo e un docente sono chiamati a fare insegnando e imparando. Per questo noi abbiamo voluto questo incontro, vogliamo sempre questo incontro col ministro. Quello che chiediamo sempre ai nostri interlocutori politici, al ministro è che, nell’architettura della scuola, nei tanti nodi che il ministro dovrà affrontare, l’alternanza, l’autonomia, la parità, la riforma eventuale dell’esame di maturità, è che nell’architettura della scuola si tenga conto, si possa discernere e stabilire ciò che più favorisce questo nucleo centrale del fare scuola, che è questo dialogo educativo dentro una comunità educante, questo dialogo tra l’autocoscienza dello studente e quella del professore. Noi, come insegnanti, noi continueremo a fare il nostro compito di costruire, di appassionarci a questo lavoro, che è il lavoro più bello del mondo proprio perché educando nell’insegnamento scopriamo sempre di più la verità di noi stessi e la verità come significato delle cose che spieghiamo e come valore ultimo della persona che abbiamo davanti quando entriamo in classe. Grazie, buona serata a tutti e buona cena.
Grazie a voi per l’attenzione, grazie.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2018

Ora

19:00

Edizione

2018

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo A3
Categoria