L’ECONOMIA CIRCOLARE PER LA CASA COMUNE - Meeting di Rimini

L’ECONOMIA CIRCOLARE PER LA CASA COMUNE

L’ECONOMIA CIRCOLARE PER LA CASA COMUNE

Partecipano: Simone Crolla, Consigliere Delegato di American Chamber of Commerce in Italy; Walter Facciotto, Direttore Generale di CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi); Alberto Frausin, Amministratore Delegato di Carlsberg; Aldo Patruno, Direttore del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia; Nicola Semeraro, Presidente del Consorzio Rilegno (Consorzio Nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno). Introduce Emanuele Bompan, Giornalista di LifeGate e Autore di “Cos’è l’economia circolare” (Edizioni Ambiente).

 

EMANUELE BOMPAN:
Bene, la compagine è completa. Buon pomeriggio a tutti, benvenuti all’evento Che cos’è l’economia circolare per l’economia circolare per la casa comune, affronteremo appunto il tema per scoprire che cos’è questa economia circolare, quali sono gli attori di questa economia circolare qui in Italia, quali sono le sfide e le opportunità del futuro. Presento subito i relatori di questa giornata partendo dalla mia sinistra Simone Crolla, Consigliere Delegato di American Chambers of Commerce in Italia, Nicola Semeraro, Presidente del Consorzio Rilegno, alla mia destra Walter Facciotto Direttore Generale di CONAI, Alberto Frausin, Amministratore Delegato di Carlsberg e infine Aldo Patruno, Direttore del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia. Il tema di quest’anno del meeting è quello dell’eredità dei padri per riguadagnarselo e per possederlo, in realtà quello che noi abbiamo ereditato oggi è un pianeta fortemente trasformato, un pianeta fortemente in pericolo. Il rispetto di questa casa comune, il rispetto della vita per noi ma soprattutto per le generazioni future in quello che si definisce principio di equità intergenerazionale è fortemente a rischio. Il nostro dovere è quello di conservare il pianeta in modo da poterlo dare così come lo abbiamo trovato, se non meglio, alle generazioni future.
L’economia, che è la gestione della casa perché oikos in greco vuol dire casa, quindi economia e gestione della casa, negli ultimi 150 anni è stata un’economia disastrosa, un’economia lineare, basata su un assunto molto semplice: quello di estrarre, estrarre materie prime, sia organiche che inorganiche, produrre oggetti, consumarli e infine buttarli via. In 150 anni, seguendo questo modello di sviluppo economico, abbiamo completamente, chiedo di far partire la presentazione cortesemente, abbiamo completamente trasformato il nostro pianeta. Vedete in questo schema ci sono tutta una serie di limiti, i limiti legati al consumo del suolo, ai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità, e ancora il buco dell’ozono, l’ aerosol atmosferico, noi tutti questi limiti li stiamo lentamente sorpassando uno a uno, cosa vuol dire? Che la terra non è in grado di rigenerarsi, non è in grado più di fornire un servizio tale per garantire il proseguimento della vita sul pianeta stesso. La biodiversità è quella più in pericolo oggi, noi perdiamo circa 10.000 specie animali di piante ogni anno, il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti, non è più solamente una ricerca scientifica astratta, una questione di orsi polari, l’abbiamo visto quest’estate, lo vedono i coltivatori di vino, lo vedono i produttori di mele, lo vede chi deve gestire le acque, è una questione che ci tocca tutti direttamente, non è più un tema astratto. Abbiamo riempito i mari di plastica, abbiamo prodotto decine e centinaia di prodotti in imballaggi e li abbiamo dispersi nell’ambiente al punto che oggi esistono isole artificiali di plastica che galleggiano negli oceani. L’acqua, che un tempo era un bene comune abbondante, oggi è diventato un bene scarso, un bene conteso perché gestito in maniera assolutamente irresponsabile. Abbiamo trasformato il pianeta a un tal punto che i geologi hanno definito una nuova era geologica a partire dall’impatto dell’uomo sul pianeta: l’antropocene. Noi abbiamo estratto talmente tanta materia e abbiamo buttato talmente tanta materia che oggi ci sono strati geologici di scarti, di rifiuti, di prodotti derivati dal nostro consumo, dalla nostra economia. E quindi negli ultimi 50 anni l’uomo ha cominciato a ripensare il modo in cui produce, abbiamo parlato di sostenibilità, abbiamo parlato di economia dei servizi ambientali, abbiamo parlato di aumentare l’efficienza della produttività, si è parlato poi di energie rinnovabili, si è parlato di un modo sempre più intelligente di disegnare i prodotti che appunto durino più a lungo e siano più resistenti. Questa riflessione intellettuale che ha attraversato tutto il ‘900 arriva finalmente a creare quella che è l’economia circolare. L’economia circolare è un modello esattamente alternativo a quello dell’economia lineare: se un tempo appunto si estraeva e si arrivava a consumare, produrre, consumare e infine buttare, noi oggi questa linea l’abbiamo piegata fino al punto che il rifiuto cessa di essere tale e diventa nuova materia. Appunto, questa è una definizione che vedete del termine economia circolare che è stata data dalla Mac Arthur Foundation che è una dei principali enti di ricerca che in Europa ha lavorato su questa definizione. È un termine per definire un’economia rigenerativa, quindi che va ad affrontare queste tematiche, questi problemi planetari che abbiamo introdotto molto brevemente, che vada sia nel flusso di materia biologica, organica che in quello di materia inorganica, quindi sia il legno, che abbiamo qua rappresentato, ma anche la plastica, e poi vedremo l’agricoltura coi prodotti come la birra, tutte le materie prime, pensiamo appunto l’alluminio, l’acciaio e via dicendo. E questo modo di fare economia deve essere pensato per rivitalizzare la biosfera, deve essere pensato per poter tenere un pianeta nelle condizioni tali di come è oggi anche per le generazioni a venire. L’economia circolare è un’economia a ciclo chiuso, è un’ economia che si lavora ad ogni livello, non solamente alla fine vita, quindi non solo quando il prodotto diventa rifiuto ma è un nuovo modo di intendere tutto il ciclo produttivo, nel momento del design, nei processi di produzione, perché io posso produrre qualcosa cercando di minimizzare gli sprechi d’acqua, gli sprechi d’energia, gli sprechi di materia che rientrano addirittura all’interno del ciclo di produzione nella fabbrica, nell’industria, nuovi modi di distribuire, oggi invece che magari semplicemente acquistare un prodotto, lo si può condividere, si può fare sharing economy, si può dare un prodotto in noleggio, in solo comodato d’uso invece che cedere la proprietà diretta. E ancora il modo in cui poi raccogliamo e lo smaltiamo è fondamentale, oggi chiaramente l’Italia è un paese che lavora tantissimo sulla raccolta degli imballaggi, della frazione organica, del legno, dell’alluminio, d’altronde chi butterebbe ad esempio l’oro? E la plastica come l’oro è un materiale che ha valore, che non ha senso continuare a estrarre nuovo petrolio per produrre plastica quando abbiamo un potenziale, un pull di materia immenso che può essere riciclato o rigenerato. È un modo diverso proprio anche di disegnare gli oggetti, un tempo gli oggetti si disegnavano per essere belli o per avere una funzione, oggi sempre di più gli oggetti si disegnano per essere riciclati, oggi trovate facilmente le indicazioni su dove mettere questo imballaggio o questo prodotto a fine vita. Gli oggetti possono essere disegnati per essere riparati facilmente, per durare di più, per avere nuovi modelli di distribuzione. Per cercare di spiegare un po’ che cos’è l’economia circolare e sistematizzare quello che di fatto poi è una pratica già in corso, in Italia ci sono aziende che da 20-30 anni già mettono in atto l’economia circolare, ho scritto questo libro che si chiama “Che cos’è l’economia circolare” che cerca di sistematizzare un pochino quali sono le idee dell’economia circolare e vedendo appunto tutti questi esempi che poi vedremo anche oggi raccontati dai vari player, dai vari manager appunto qua presenti, ho dedotto 3 principi che definiscono in maniera facile e intelligibile l’economia circolare: innanzitutto la riduzione dello scarto, quindi diminuire il numero di rifiuto e questo rifiuto qualora diventi tale possa essere rigenerato, riciclato o riutilizzato quindi senza neanche un processo di intervento meccanico energetico. Il secondo principio è quello della massimizzazione del valore d’uso della materia, questo è un fatto magari meno noto quando si parla di economia circolare ma tantissimi oggetti di uso quotidiano, pensiamo alla vostra automobile o a un trapano, giacciono per la stragrande maggioranza del tempo inutilizzati. Che cosa significa un’automobile ferma per il 95% del suo tempo? Significano leghe, significano plastiche, significano radica, significa acciaio, significa metalli preziosi, metalli rari che rimangono fermi, e allora come si possono pensare nuovi modi commerciali che portino profitto, che massimizzino il valore di questa materia? E allora nascono nuove funzioni, nasce tutta la sharing economy, nascono nuovi modi di condividere gli spazi dei condomini dove ci sono le lavatrici di condominio, ad esempio, la sala degli attrezzi, nascono nuovi business, nuove application, nuove start up che lavorano su questa condivisione degli oggetti, un’auto del car sharing, ad esempio, è usata per ben il 60% del suo tempo vita contro il solo 10%, 5-10% di un’auto di proprietà privata. Il terzo principio è quello dell’allungamento della vita del prodotto, molti dei prodotti che voi usate, di uso quotidiano, sono disegnati per durare un certo periodo o, in maniera tecnica, pensate un cellulare, o in maniera culturale, la moda, la moda è un modo per far diventare obsoleti in maniera molto molto rapida i vostri vestiti o i vostri oggetti di design. E quindi oggi bisogna anche ripensare questo modo di allungare la vita dei prodotti, rendendoli più riparabili, sacrificando magari la moda un pochino in funzione di quello della durabilità di un vestito, magari scambiandoselo, magari semplicemente non più comprandolo, infatti ci sono tantissimi nuovi modelli di business, una compagnia come H&M oggi non vi da più il vestito ma ve lo presta, ve lo fa pagare per il tempo d’uso e poi a fine vita alcuni prodotti vengono ritirati dalla compagnia che vi dà un buono che potete spendere per acquistare e tenere per un certo periodo di tempo il vostro capo, c’è una compagnia di jeans, Mad jeans, che vi affitta i jeans, non ve li vende neanche, 7,99 euro al mese potete cambiare i jeans ogni volta che volete. In questo modo le compagnie si appropriano anche del flusso di materia prima creando anche una resilienza industriale sull’approvvigionamento delle materie e gli esempi, vedremo, sono tantissimi, possibilità di aggiornare i propri prodotti, possibilità di prendere in affitto, possibilità di noleggiarli, oppure pagare per le performance del prodotto, oggi sempre di più i modelli degli ex modelli energetici si possono acquistare in base alle performance, io ti pago il pannello solare per quanti kwatt io produco, non ti compro più il pannello solare, ma ti compro l’efficienza e la produttività del tuo prodotto. E vediamo appunto sono tantissime le compagnie, non parliamo di piccole start up ma parliamo di colossi come Philips, Google, Sisco, Arup, Unilever e ovviamente i presenti qua oggi. La Mac Arthur Foundation che appunto citavo prima, ha cominciato a dare delle stime che ovviamente sono ancora, come dire, tentative perché l’economia circolare è ancora una fase aurorale, primordiale del suo sviluppo: 600 miliardi l’anno a partire dal 2025, la stima di questo nuovo modo di fare economia, 11% del PIL europeo, questo sono dati che sono stati presentati al Word Economic Forum non a un convivio di ambientalisti, e quindi, chiudo qua le domande, in realtà è una vecchia presentazione ci doveva essere la scritta domande, quindi adesso chiederò ai nostri speaker oggi di raccontarci cosa fa l’Italia in questo mondo dell’economia circolare e che cosa sarà questo futuro dell’economia circolare in Italia e in Europa. Vi lascio però con un video fatto dalla American Chamber of Commerce che ravviva un pochino il dibattito dando un po’ di ritmo, visto che siamo comunque nella fase post pranzo, chiedo alla regia di farlo partire cortesemente e poi partiamo con gli interventi, grazie. Grazie Simone.

SIMONE CROLLA:
No, grazie a voi.

EMANUELE BOMPAN:
La domanda che ovviamente viene subito da chiederti è in America che interesse sta suscitando l’economia circolare. Voi rappresentate le più grandi corporation del pianeta come, Chamber of Commerce, e quindi sono molto curioso di sapere chi si sta muovendo e che tipo di interesse c’è dietro questa nuova visione dell’economia.

SIMONE CROLLA:
Allora, grazie intanto dell’invito e dell’opportunità, chiaramente i video che abbiamo visto non sono video della Camera di Commercio americana ma sono video di corporation americane che sono impegnate sui progetti di economia circolare. È chiaro che noi come confindustria americana rappresentanza italiana cerchiamo di dare applicazione a quelle che sono tutta una serie di attività che le aziende americane nel loro paese portano avanti soprattutto sul tema della sustainability e dell’economia circolare. È un tema molto importante che come hai ricordato anche tu nel tuo intervento sta generando grande interesse, sta generando nuove opportunità di lavoro e sicuramente sta cambiando il paradigma con il quale viene considerata la produzione e di conseguenza poi la fine del prodotto che viene utilizzato. In America questo concetto di green technology, di sensibilità al riuso è cominciato negli anni 50 quando sono state costruite anche le prime autostrade americane, c’era il fenomeno della highway litter, cioè dei rifiuti che si gettavano ai bordi dell’autostrada e da allora è nata anche una grossissima fondazione che tuttora esiste che si chiama, Keep America Beautiful, tieni l’America bella, che raccoglie milioni e milioni di persone che è fondata dalle principali corporation americane. Tutto questo poi si è trasformato in quello che loro chiamano American Recycles Day, cioè una giornata dedicata al riciclo che in America cade il 15 di Novembre, viene celebrata anche in Europa in un’altra data, ma questo consente sia di stimolare la sensibilità del consumatore verso il tema del riciclo, che anche quello di impegnare le aziende verso questo tipo di attività che è un’attività che, come hai ricordato tu, giustamente produce anche nuove opportunità di business. Perché questo succede? In America si chiama Reverse Logistic, si chiama Life Cycle Managment, tutta una serie di teorie di business che servono per dare una nuova vita ai prodotti che vengono scartati, che vengono gettati, che finirebbero la loro esistenza con il loro utilizzo. Abbiamo visto un filmatino di quanto i telefonini, i nostri devices siano inquinanti e come siamo tutti soggetti un pochino alla moda dell’appena arrivo il modello nuovo lo cambiamo, ne compriamo un altro e quello vecchio o lo teniamo nel cassetto e rimane lì e lo guardiamo dopo 10 anni come un oggetto di antiquariato, oppure lo buttiamo via. Anche su questo sono stati fatti dei passi avanti, le grandi corporation che producono telefonini stanno cominciando sotto la sigla e waste, cioè electronic waste, a gestire anche questo aspetto e ad esempio, per parlare di un’azienda americana, proprio l’anno scorso la Apple ha presentato questo robot che si chiama Liam che è in grado di aprire un I-phone usato in 10 secondi e separare i minerali rari e tutti i prodotti che sono all’interno che se gettati nella discarica sarebbero potenzialmente molto nocivi e difficilmente smaltibili. In più hanno anche un altro programma che tutti noi possiamo far funzionare che si chiama Apple Renew dove sostanzialmente tu riporti indietro nel tuo Apple store il tuo telefonino e dopo di che viene riciclato e in cambio ottieni un buono del valore simbolico di qualche euro in base al valore del tuo telefonino, insomma c’è una nuova sensibilità, c’è un nuovo approccio rispetto a questo tema che è molto importante.
Ci sono diverse considerazioni da fare. Sappiamo tutti che gli Stati Uniti sono il Paese tra i più inquinanti al mondo: gli Stati Uniti con solo il 5% della popolazione mondiale contribuiscono al 30% dell’inquinamento mondiale e quindi insieme alla Cina sono i più grossi inquinanti. Però, per paradosso, è anche il Paese che investe di più e consente alle aziende della Green Technology, e della Clean Technology, che sono le aziende che poi producono anche le innovazioni che le aziende importanti, tradizionali poi applicano in questo concetto dell’economia circolare, è il Paese che, dicevo, investe di più in questo settore, dove i settori delle innovazioni tecnologiche sono i più avanzati, che poi vengono applicati anche da tutti gli altri settori. È il Paese nel quale alcune corporation, e se volete posso fare qualche esempio, hanno questa sensibilità che stanno portando avanti: un’azienda importante che si chiama Mohawk, che è il più grande produttore di tappeti mondiale, che ha fatto un investimento recente anche in Italia (ha comprato la poltrona Frau), ha elaborato un progetto in base al quale i tappetini non vengono più mandati nelle discariche – e considerate che, per quanto banale può essere il tappetino, rappresenta una delle principali fonti di oggetti che vengono mandati in tutto il mondo nelle discariche –, perché ne ha brevettato un sistema in base al quale il tappetino non viene più buttato via, perché viene prodotto con dei materiali che sono totalmente riciclati, che non contengono vari gas o prodotti nocivi. Dow Chemicals ha inventato un sistema che si chiama cool roofing, per evitare che in città o ambienti particolarmente caldi il condizionare gli immobili costituisca una fonte di inquinamento per l’atmosfera: semplicemente imbiancando il tetto con una vernice particolare, questo contribuisce a una minore emissione di sostanze nocive nell’aria. Gli esempi potrebbero essere tanti, però sicuramente la sensibilità del riciclo, la bio-imitazione rispetto a, come tu raccontavi, il ciclo di vita delle cose umane in America è un fatto concreto e sta sicuramente contribuendo anche uno, ad abbattere quella percentuale di inquinamento che oggi li rende i più grandi inquinatori al mondo, due grazie alle nuove tecnologie che vengono fortemente incentivate e sussidiate negli Stati Uniti a essere un “esportatore di tecnologie”, che poi può aiutare anche altre aziende in altri Stati.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie Simone. Quando si parla di economia circolare spesso si pensa a prodotti come appunto cellulari, tappeti e via dicendo, eppure c’è un elemento, che noi tutti tocchiamo e usiamo ogni giorno, che ci sembra irrilevante, ma che in realtà, se non sbaglio, costituisce oltre il 75% della frazione urbana del rifiuto.

WALTER FACCIOTTO:
Il 25%.

EMANUELE BOMPAN:
Il 25%, scusami ho sbagliato. Comunque una quota molto consistente, che è quella degli imballaggi. Walter Facciotto, direttore del Consorzio nazionale degli imballaggi, un’eccellenza italiana, cosa ci racconta un pochino dell’economia circolare? Quali sono i risultati che avete ottenuto in questi vent’anni di lavoro? Appunto, voi celebrate quest’anno il vostro ventennale, quindi che risultati avete un po’ raggiunto?

WALTER FACCIOTTO:
Grazie. Io ho delle slide, dove volevo rappresentare, se la regia mi consente di presentarle, perfetto. Buongiorno. Come è stato detto già in questi due primi interventi, l’economia circolare è qualche cosa di molto vasto, che riguarda appunto attività e prodotti molto, molto più larghi di quello che è la singola gestione degli imballaggi. Noi ci occupiamo, come è stato detto, ormai da vent’anni, come Conai, della gestione dei rifiuti di imballaggio sul territorio nazionale. Conai nasce vent’anni fa grazie a una legge, 22/97: è un consorzio privato senza fini di lucro, che ha come obbiettivo quello di garantire le istituzioni nazionali sul raggiungimento degli obbiettivi di riciclo e di recupero di rifiuti di imballaggio sul territorio nazionale. Sottolineo questo fatto, che utilizzatori, produttori e utilizzatori di imballaggi si fanno carico dell’avvio al riciclo su tutto il territorio nazionale dei rifiuti di imballaggio senza avere nessun tipo di contributo pubblico. È un impegno dei produttori, quindi dell’industria e del commercio per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti di imballaggio. Dal punto di vista dei risultati, i risultati che sono stati ottenuti io direi che sono non solo significativi, ma sono particolarmente importanti soprattutto nel nostro Paese. Qui ci sono alcuni numeri, come potete vedere. Quindi, dal 1998 sono stati avviati al recupero complessivamente… Cioè, ciò che è stato gestito dal Conai e dai consorzi di filiera: il sistema è formato, appunto, dal Conai e da sei consorzi di filiera (di cui uno è rappresentato a questo tavolo), che sono carta, vetro, plastica, alluminio, acciaio e legno, e sono i consorzi del sistema che si occupano effettivamente dell’avvio al riciclo dei rifiuti di imballaggio che gli vengono loro conferiti. Ebbene, dal 1998 sono stati avviati complessivamente (quindi gestione consortile e gestione indipendente) qualcosa come 142 milioni di tonnellate di imballaggi, di cui una parte, cioè 123 milioni di tonnellate, sono state avviate al riciclo, permettendo al nostro Paese di passare dal 31% del 1998 (che è l’anno in cui è diventato operativo il sistema Conai e consorzi) al 67,1% dello scorso anno. Come vi dicevo, Conai è garante del raggiungimento di questi obbiettivi: grazie alla gestione consortile, che è prevalentemente dedicata all’avvio, al riciclo dei rifiuti provenienti dal circuito domestico (cioè da quello che noi cittadini separiamo nelle case e che poi viene avviato al riciclo), siamo passati da poco meno di 190 mila tonnellate del 1998 a poco più di 4 milioni di tonnellate nel solo 2016. In venti anni abbiamo sottratto e avviato al riciclo 50 milioni di tonnellate di imballaggi – tanto per dare un parametro –, evitando la costruzione di 130 nuove discariche e l’emissione in atmosfera di 40 milioni di CO2 equivalente. Quindi, un risultato non solo dal punto di vista della materia che è stata avviata al riciclo, ma anche e soprattutto per un contributo alla riduzione dei gas serra, dal punto di vista anche climatico. Citando un’autorevole pubblicazione, L’Italia del riciclo (2016), ricordiamo che non solo sono stati raggiunti questi obbiettivi, ma dal punto di vista occupazionale, il sistema complessivo della gestione dei rifiuti e dei rifiuti di imballaggio occupa circa 150 mila addetti sul territorio nazionale, sono oltre 6 mila le imprese che lavorano in questo settore, a cui vanno aggiunte oltre 3 mila imprese e 180 mila addetti che vivono proprio del recupero dei materiali, quindi proprio dell’attività legata all’avvio al riciclo (come ad esempio, le cartiere e le vetrerie, piuttosto che i riciclatori della plastica). L’istituzione del Conai ha avuto fondamentalmente un ruolo di stimolo allo sviluppo: i dati che vi ho presentato vi hanno fatto vedere com’era la situazione, prima che il Conai nascesse, e di un vero e proprio settore industriale. Questo è un argomento che bisognerà in qualche modo riprendere, perché a questo punto non è più corretto parlare di “rifiuti”, ma bisogna parlare di “nuove risorse”; ma questo significa anche che chi si occupa attualmente della gestione dei rifiuti dovrà cambiare modalità, perché dovrà diventare una vera e propria industria di materia prima. Questo è un processo che nel nostro Paese è in fase di sviluppo, ma non è ancora stato completato. Qual è stato lo strumento che ha concesso questo risultato? Fondamentalmente un accordo, che noi abbiamo sottoscritto con l’associazione dei Comuni italiani, l’ANCI, che dà quella garanzia ai comuni che tutto quello che viene avviato al riciclo attraverso i consorzi di filiera viene effettivamente avviato al riciclo e anche viene riconosciuto un contributo che il sistema consortile riconosce ai comuni convenzionati come riconoscimento per i maggiori oneri che i comuni hanno avuto per la raccolta dei rifiuti di imballaggio di origine domestica. A quanto ammonta questo contributo? Ebbene, in tutti questi anni siamo arrivati, appunto in vent’anni, a circa 4 miliardi di euro, cioè il sistema consortile ha garantito ai comuni qualcosa come 4 miliardi di euro. Nel solo 2016 sono stati 450 milioni di euro i contributi che sono stati riconosciuti ai comuni. Vado velocemente. Dal punto di vista anche ambientale, i risultati che sono stati ottenuti sono particolarmente eclatanti: come vedete in questa slide, sono 3,8 milioni di materia prima vergine risparmiata, 19 TWh di energia da fonti fossili risparmiate, 3,6 milioni di CO2 evitate, 901 milioni di euro di benefici economici diretti e 104 milioni di euro di benefici economici indiretti. Per quello che riguarda il nostro impegno nell’economia circolare, i risultati sono particolarmente significativi perché noi abbiamo raggiunto il 67,1% di riciclo e praticamente noi avremmo, anzi abbiamo già superato l’obbiettivo, non ancora confermato però sulla base delle informazioni che abbiamo sulla emissione delle nuove direttive sugli imballaggi e sui rifiuti, che è fissato al 65%. Vedete in questa slide, o non la vedete forse, qual è la situazione attuale: noi siamo al 67%, gli obbiettivi sono al 65% al 2025 complessivamente, vedete che tutti i materiali salvo uno hanno già raggiunto questo obiettivo, ma complessivamente l’obiettivo è stato superato; per l’obiettivo del 2030, che è quello al 75%, come vedete, non siamo messi malissimo. Ecco questo è importante da sottolineare, perché la nostra realtà nella gestione dei rifiuti di imballaggio in Italia non è molto conosciuta e ci sono molte situazioni di non conoscenza complessiva, ma noi siamo i secondi in Europa, dopo la Germania, per il riciclo dei rifiuti di imballaggio in Italia. Quindi, è una delle realtà che sicuramente ha avuto successo – non perché lo dico io, ma perché si vede dai dati –, ed è importante che tutti noi lo sappiamo. Grazie.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie Walter Facciotto. La cosa interessante dell’economia circolare è che interessa praticamente tutti i settori del mondo industriale: anche una impresa che produce birra come Carlsberg, che si sta attivando in maniera molto molto forte nell’economia circolare. Cosa state facendo per entrare anche voi nella circular economy?

ALBERTO FRAUSIN:
Allora, l’economia circolare è un argomento abbastanza nuovo – almeno, come riportato nella chart, ne stiamo parlando dal 2010 –, quindi è tutta una strada da percorrere e da capire. Vi faccio qui qualche punto, qualche carotaggio sul nostro mondo. Primo dato importante: i prodotti di largo consumo (alimentari e non food) incidono il 25% dell’emissione di CO2 nell’atmosfera, quindi un quarto di quello che noi abbiamo di emissione di CO2 sono in realtà legate al mondo di largo consumo – è un impatto molto molto rilevante. Questo in realtà è legato a varie ragioni: nel campo alimentare certamente pesa la materia prima, la produzione di materia prima in certi comparti è molto importante (pensate alle carni, pensate ai formaggi dove la materia prima incide anche il 70% di emissione di CO2 nell’atmosfera), l’altra variabile è il packaging, perché il packaging è un elemento estremamente rilevante nel senso che il packaging ha: uno, la funzione di far durare il prodotto più a lungo (quindi un packaging corretto evita lo spreco del prodotto: risparmiare sul packaging alle volte vuol dire in realtà produrre poi un rifiuto alimentare, quindi fare un danno ancora maggiore), ma il packaging ha un impatto ambientale che è poi in realtà quello che il Conai ha mostrato con una capacità di riciclo in Italia eccellente, perché, come hai ricordato, solo la Germania ha dei dati migliori dei nostri, quindi in qualche modo è importante. Poi abbiamo tutto il materiale che dev’essere in qualche modo riutilizzato: qui diventa un argomento delicato, quindi giustamente, come hai detto, riduzione di scarto ma anche l’allungamento della vita del prodotto e nel campo alimentare questo è di fondamentale importanza per ridurre. Adesso provo a far vedere, se riesco, eccolo qua la slide. Quindi, l’economia circolare è lì. Nel campo delle bevande, sul life cycle assessment, cioè sul peso dell’emissione di CO2 nell’atmosfera, pesa sicuramente il packaging molto e i trasporti legati al packaging. Perché pesano molto queste due variabili? Perché, per esempio nel campo della birra, pensate che quando esce un camion dal mio cancello, 100 litri di prodotto pesano 170 kg, quindi abbiamo 100 litri che beviamo e 70 litri che sono composti da cartone e ovviamente dalle bottiglie molto pesanti. Quindi pensate l’impatto di emissione di CO2 che abbiamo nell’atmosfera di questi 70 kg, che poi vengono recuperati grazie al Conai, ma che a loro volta hanno un impatto di CO2 perché il riciclo di queste materie prime ha un impatto di CO2 anche lui. Quindi, uno dei primi argomenti su cui la Carlsberg si è impegnata è la riduzione della quantità di packaging che esce dalla nostra fabbrica: abbiamo sviluppato una nuova tecnologia, che è un fusto in PET in 300 grammi teniamo 20 litri di prodotto il che vuol dire che quando io esco dalla mia fabbrica invece di 170 kg ne ho 104, quindi pensate quanto si riduce la quantità di packaging, con un impatto ovviamente uno sul riciclo (perché questo ovviamente è materiale plastico riciclabile), ma l’altro sull’impatto dei sistemi di trasporto che ricordo che nel nostro Paese è un impatto importantissimo, perché il nostro Paese è lungo, stretto, montagnoso, che purtroppo ha il 96% dei trasporti su gomma, quindi purtroppo manchiamo ancora di infrastrutture – anche se per fortuna qualche passo avanti lo stiamo facendo per esempio sul treno (per esempio, noi trasportiamo via nave da Genova alla Sicilia per cercare di risparmiare in CO2), ma in realtà l’impatto del nostro sistema Paese è enorme proprio nel sistema dei trasporti –. Una delle cose fondamentali nella circular economy è darsi dei criteri oggettivi di valutazione. L’Europa si sta muovendo, per esempio, nel dimensionare il life cycle assessment: 28 categorie oggi sono verificate dalla commissione europea, di cui alcune hanno già finito il processo (inclusa la birra) e altre sono in fase di sviluppo. Questo è un esempio di ciclo di vita del prodotto riferito alla birra: come vedete, il primo impatto deriva dalle materie prime (luppolo, orzo che evidentemente vanno nel processo produttivo), qui vi ho spiegato quel sistema di fusto che vi raccontavo, poi abbiamo certamente il sistema dei trasporti e poi abbiamo il ciclo di vita e il riciclaggio di tutto questo materiale, che in questo caso è un fusto. Ora, noi misuriamo l’impatto di emissione di CO2 di tutto ciò che produciamo dalla nostra fabbrica: siamo l’unica birreria al mondo in Italia che sa perfettamente l’impatto di CO2 di tutti i prodotti che produciamo. Non lo facciamo solo per raccontarcelo, ma perché, avendo numeri e dati su tutti i singoli passaggi, noi sappiamo quali sono i progetti di miglioramento fondamentali per far dei passi avanti: se non ci si misura, non si sa dover poter crescere, dove potersi migliorare. Quindi cerchiamo di migliorare tutti questi aspetti qua. Questo è un esempio: come vedete, il fusto è in PET, la bottiglia di vetro ha un impatto di peso enorme, come dicevo prima, quindi qui vedete le emissioni di co2 sia per quanto riguarda il rapporto al food, l’altro è rispetto al fusto, vedete tutte le singole fasi sono di fatto misurate, dalla produzione alla logistica, allo smaltimento alla fase d’uso ecc. quindi noi sappiamo esattamente nel dettaglio che cosa accade.
Per la casa, per esempio, il vetro oggi è insostituibile, abbiamo, sostanzialmente oggi la birra viene distribuita in due modi: vetro e lattina. Per esempio, visto che c’è qui il rappresentante, il presidente del legno, stiamo studiando una fibra di legno che un domani possa essere utilizzata al posto del vetro, e quindi ho delle bottiglie fisiche che sono fatte in fibra di legno che tengono la birra perfettamente, perché la birra deve essere protetta, quindi più è coperta meglio è, e che consentono con questo materiale che è organico quindi evidentemente ha il vantaggio di essere organico, con un peso che è evidentemente vicino a quello della plastica e certamente migliore del vetro, quindi con l’impatto sui trasporti e con l’impatto di essere un prodotto organico.
Il futuro quindi è molto legato all’innovazione e questo è l’ultimo messaggio che volevo dare, cioè, la circolar economy gira e porterà in tutti i settori grande fermento di innovazione e questo è un paese dove innovazione c’è ne è molta, quindi noi abbiamo molta possibilità di sviluppare idee. Proprio ieri sul corriere leggevo di questo italiano che in Svezia riceverà un premio sui nuovi materiali, credo legati al mondo del pannelli solari, quindi in questo nostro mondo italiano abbiamo molto da poterci giocare, non solo come citava Simone Crolla è un business che crescerà nel futuro ma è un business in cui il nostro paese può fare una partita importante nel prossimo futuro e guadagnare quel terreno che purtroppo forse negli ultimi dieci, quindici anni abbiamo perso.
Qui chiudo, faccio solo vedere l’impatto, come vedete l’impatto della crescita del prodotto fuori casa, siamo riusciti grazie a una innovazione a far salire il consumo di fusti verso il consumo di bottiglia, quindi teoricamente fuori casa noi non dovremmo bere prodotto in bottiglia, ma possiamo berlo in fusti con un impatto ambientale decisamente migliore. Grazie.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie Alberto.
E giustamente sì, l’Italia ha tantissime start up che continuano a vincere premi a livello europeo e che sviluppano nuove idee anche con grandi aziende e con molte realtà imprenditoriali. Ma per fare questo servono anche territori per attivare questo fattore di innovazione, questo fattore di ricerca di start up e di nuove imprese. Aldo, tu lavori, sul turismo, anche il turismo, che io non pensavo potesse essere un settore di economia circolare, anche il turismo si sta iniziando a ripensare e innovare in questo senso.
Cosa sta facendo la regione Puglia, cioè che tipo di infrastruttura sta mettendo in atto anche per attivare questo tipo di innovazione dell’impresa circolar nel turismo?

ALDO PATRUNO:
grazie, buonasera a tutti, io sono l’unico rappresentante di un soggetto pubblico a questo tavolo quindi con una responsabilità grande. Io ho molto riflettuto a seguito dell’invito a questo convegno su quanto il concetto dell’economia circolare potesse applicarsi alle politiche di valorizzazione del territorio, che questa è la mia responsabilità valorizzare il territorio attraverso il turismo e l’economia della cultura.
E sono giunto alla conclusione che diciamo, l’economia della cultura è uno degli strumenti e delle modalità attuative forse più efficaci la dove è attuato in un certo modo, dell’economia circolare, che chiaramente una economia della cultura ruota intorno al patrimonio culturale che è un patrimonio immateriale per un verso, ma è un patrimonio materiale per altri versi. Tutto il grande sistema del patrimonio culturale, dei beni culturali in molta parte dismessi, pensate al sistema delle caserme, pensate al sistema dei grandi uffici che sono stati progressivamente dismessi e che ingombrano i centri storici delle città.
Pensate agli archivi, ai provveditorati, gli archivi giudiziari che riempiono palazzi storici nell’ambito del cuore dei centri storici. Ora rispetto a questi temi ci sono due alternative, anzi forse tre: l’una è non occuparsene, cosa che per tanto tempo si è fatta. L’altra è quella di dismetterli, secondo un principio di economia lineare, per cui l’ho utilizzato, ha finito il suo uso lo dismetto. Ed è invalso il principio per il quale la dismissione di questo patrimonio pubblico avrebbe potuto contribuire alla riduzione del debito pubblico, tanto patrimonio pubblico è stato venduto in questi anni, evidentemente il debito pubblico non ne ha giovato.
C’è una terza via, una terza strada, che è quella della valorizzazione: una valorizzazione che non è semplicemente la costruzione, o il restauro, il recupero di un contenitore, ma è l’esigenza di riempire quel contenitore di contenuti, quindi di animarlo e quindi lavorando, secondo un principio di economia circolare, non già nel breve periodo ma nell’ambito di un medio lungo periodo. Chiaramente, innanzitutto le imprese ci insegnano che per lavorare sul medio lungo periodo occorre programmare, occorre pianificare, ed è questo il principale obiettivo che la regione Puglia si è data nell’avvio del mandato dell’amministrazione del presidente Emiliano per il quale tra l’altro porto il suo saluto, la pianificazione della cultura del turismo.
Attraverso due piani strategici il cui nome è già significativo da questo punto di vista: il piano del turismo l’abbiamo chiamato Puglia 365, che significa fruizione, fruibilità del territorio 365 giorni all’anno, il territorio va utilizzato, valorizzato fruito tutto l’anno.
Ma perché questo territorio sia fruito occorre appunto valorizzare i suoi tesori, le sue eccellenze, non dismetterli, valorizzarli come H&M e le industrie del jeans oggi affittano i loro prodotti, anche il patrimonio culturale è preferibile che sia affittato, che sia dato in concessione, perché coloro che lo possono animare, lo possono gestire in maniera efficace, in maniera efficiente, possono fare quello che sanno meglio realizzare.
E quindi da questo punto di vista il piano strategico della cultura che è il secondo asse della pianificazione strategica regione Puglia, si chiama PIL cultura dove abbiamo lavorato su un gioco di parole evidentemente, perché appunto l’economia della cultura dal nostro punto di vista è il nuovo strumento di generazione del prodotto interno lordo, di un prodotto interno lordo che non può più essere declinato, come tutti ormai dicono, secondo criteri meramente finanziari, ma deve essere declinato secondo nuovi criteri di responsabilità sociale, dentro i quali la cultura e la valorizzazione del territorio rappresentano l’eccellenza, soprattutto per un territorio come quello italiano, che di questo patrimonio culturale è ricchissimo e soprattutto per il mezzogiorno di Italia e soprattutto per realtà nel mezzogiorno di Italia, cito quella più nota a ciascuno dei presenti in questa sala, Taranto, dove da decenni combattiamo in questo conflitto irrisolvibile tra salute e lavoro, tra morte, cancro e occupazione, senza considerare che Taranto invece, è un territorio, la capitale vera della Magna Grecia, di questo paese, ricchissimo di un patrimonio culturale paesaggistico e naturale che, vi do un dato, fanno di Taranto la location preferita delle grandi major che vengono a girare i film in Puglia. Nessuno lo direbbe ma così è, e su questo per esempio, stiamo costruendo una location gallery per la promozione dei luoghi del territorio preferiti dalle grandi case cinematografiche per valorizzarne l’identità e quindi gli aspetti turistici.
Ma PIL oltre a essere un gioco di parole è un acronimo che dentro contiene i grandi obiettivi sui quali il piano intende sviluppare la propria azione: la P sta per prodotto perché noi abbiamo la necessità di confezionare un prodotto culturale, che si autorigeneri appunto secondo i principi dell’economia circolare; la seconda lettera dell’acronimo è identità, perché un prodotto culturale nel nostro paese, nel mezzogiorno in particolare non può che fondarsi sulla valorizzazione dell’identità di un territorio, ma l’identità, e vengo alla terza lettera perché le i di pil sono 3, non può essere semplicemente memoria del passato ma deve essere fortemente in linea con l’innovazione, cioè con il mondo glocalizzato nel quale una regione si trova a competere, e infine le ultime due lettere dell’acronimo, la I di industria culturale e creativa perché la cultura, l’economia della cultura non può essere un modello alternativo di sviluppo economico se non genera impresa, e infine la L di lavoro, perché non c’è impresa e non c’è sviluppo economico e territoriale senza la generazione di buona occupazione.
Ecco noi siamo convinti che attraverso questo meccanismo la valorizzazione dei contenuti all’interno dei contenitori, non il semplice restauro dei contenitori e ma la valorizzazione si possa rideclinare, se mi permetti Emanuele e chiudo, quella definizione di economia circolare che Ellen Mc Artur, tu la citavi all’inizio, dava.
Ho provato a riformularla così, che cosa è un’economia circolare, che cosa è una economia della cultura intesa come economia circolare: un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, va benissimo, in una economia circolare i flussi di materiale sono di due tipi: a quelli diciamo bio, noi sostituiremmo quelli immateriali e creativi, che sono in grado di essere integrati in una atmosfera culturale, in un contesto culturale, e poi quelli materiali, i beni culturali destinati a essere rivalorizzati senza rappresentare come attualmente spesso accade, un costo passivo per la casa comune. Il patrimonio culturale può essere invece una straordinaria occasione di conservazione attiva, e quindi di sviluppo territoriale sulla quale regione Puglia è attivamente impegnata in partenariato con quei privati, perché mi spiegava prima Alberto, che Carlsberg è una di quelle fondazioni danesi che sostengono in maniera fondamentale il recupero del patrimonio culturale di quella nazione. Ancora troppo poco questo accade in Italia e ancor meno nel mezzogiorno dove le fondazioni, innanzitutto quelle bancarie sono inesistenti, sono assenti e quindi questo contributo partenariale a questa economia circolare è ancora troppo scarso, però anche questo se lo guardiamo dal punto di vista del bicchiere mezzo pieno è un’occasione per riempire la parte restante del bicchiere. Grazie.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie Aldo Patruno.
Insomma vediamo un’Italia che ha tantissimo da offrire a questa economia circolare, che per una volta forse, non è dietro la Germania, non è dietro a Stati Uniti non è dietro la Francia.
Nicola Semeraro il consorzio Rilegno è un’altra grande eccellenza italiana e tra l’altro ragionando proprio stamattina su Rilegno, il legno è una materia importantissima dal punto di vista del cambiamento climatico perché sappiamo tutti che la co2 è il principale elemento che contribuisce al cambiamento climatico e il legno è uno stock un sistema che assorbe questa co2 e quindi riciclare il legno non solo è un sistema virtuoso, di garanzia di approvvigionamento di materia prima ma anche svolge una funzione fondamentale in quella che è la sfida del cambiamento climatico. Evita che questo legno venga o bruciato o buttato in discarica, quindi ci racconti un pochino, so che avete anche un video da farci vedere per raccontare un po’ quello che fate.

NICOLA SEMERARO:
Sì abbiamo anche un video da far vedere, forse è meglio vedere il video così si capisce bene quello che noi facciamo, e poi puntualizziamo un po’ quelli che sono gli aspetti della economia circolare nel nostro sistema e nel nostro pensiero, ecco.

Video

Allora per me è facile parlare di economia circolare, rappresento un materiale come il legno, un materiale antico, nobile, non è creato in laboratorio, nasce dalla natura e quindi diventa molto semplice riportarlo in maniera sostenibile verso un altro ciclo di vita. Io credo che quando si parla di economia circolare è arrivato il momento che bisogna andare via dai tavoli tecnici e spiegare bene alla gente, alle persone, perché secondo me tanta gente non ha capito bene l’economia circolare che cosa è.
Oggi noi abbiamo il problema della plastica in Italia, però se entriamo in un supermercato ci rendiamo conto che il 90% di quello che è contenuto è contenuto nella plastica, cosa possiamo farci? Ha ragione l’amico quando dice bisogna fare innovazione, bisogna fare ricerca, bisogna fare prevenzione laddove è possibile farla. Quindi servono investimenti: il conai prima ci ha fatto vedere quanti soldi noi diamo ai comuni, tantissimi soldi, 450 milioni di euro sono una cifra enorme, soldi che sono del sistema consortile dei cittadini italiani, questa è la mia opinione e considerazione.
Quindi bisogna ristabilire certi criteri e certi principi. È molto importante perché l’economia circolare e quindi tutto quello che sta all’interno del circuito dei rifiuti appartiene a tutti, non appartiene a chi lo gestisce, appartiene ai consumatori, appartiene ai cittadini, alle imprese, alle aziende; e quindi bisogna cercare di fare quello che è possibile, non utilizzare l’economia circolare come un’azione di marketing, perché io sto vedendo in giro tantissimi soggetti che utilizzano l’economia circolare come se fosse una finestra, un modo per farsi pubblicità. È vero, come dicevi prima, che ci sono dei sistemi dove comunque è più comodo e più sostenibile affittare una macchina piuttosto che una bici, ma tornando nel nostro mondo noi siamo un consorzio che è presente su tutto il territorio nazionale, abbiamo più di quattrocento piattaforme, quindi siamo il consorzio all’interno di CONAI che è più diffuso sul territorio italiano. Abbiamo un sistema logistico molto importante per poter trasportare 1.650.000 tonnellate di legno, prenderlo da Trapani e da Bolzano e portarlo all’industria del riciclo; noi abbiamo bisogno di 90.000 trasporti. Se vi dico a voi 1.700.000 tonnellate, è un dato che comunque si fa fatica, se vi dico che servono 90.000 camion per portarlo, questa è la realtà italiana, non si può fare a meno, non è che possiamo lasciarlo a Trapani o a Palermo o a Bolzano, e qualcuno gli dà fuoco e lo bruciamo. Assolutamente no. C’è tutto un sistema dove si usano le cose, poi si raccolgono, si recuperano, si riciclano, quindi si gira quest’economia, ci sono dei punti fermi e sono quelli. Che cosa succede nel momento in cui si danno delle informazioni sbagliate? Nel nostro sistema siamo anche i rappresentanti di chi crea l’imballo per l’ortofrutta; tutta la frutta che in Italia viene coltivata e commercializzata deve essere contenuta in una cassetta che può essere di cartone, di plastica, o può essere di legno. Nel momento in cui dei sistemi cosiddetti legati alla green economy, quindi del riutilizzo allo stato puro, parliamo dei sistemi con materiale in plastica che non sono monouso come se essere un imballaggio monouso fosse un delitto; in realtà non lo è perché Facciotto prima ci ha spiegato che cosa succede nei consorzi del CONAI con i prodotti monouso: vengono raccolti tutti e vengono anche riconosciuti economicamente dei fondi ai vari comuni. Nel nostro sistema, ultimamente sta prendendo piede questa storia delle cassette riutilizzabili, dove comunque è contenuta la frutta che poi noi mangiamo. Nessuno ha mai avuto il coraggio – io lo dico qua, ma non è una denuncia perché è una cosa che si sa, lo sanno tutti – non totalmente quelle cassette nel loro ciclo di vita vengono lavate al 100%; io so che sto facendo un’affermazione molto forte, però siccome dall’altra parte ci sono degli attacchi molto forti, come se il legno fosse un qualcosa che deve essere sostituito – in realtà non è così perché sfido chiunque a mettere dei prodotti ortofrutticoli all’interno di una cassetta di legno e metterli in una cassetta di plastica. Sicuramente è una questione letteralmente diversa, come sistema di gestione. Ci tengo a precisare che in alcuni casi va benissimo: l’economia circolare è molto, è un punto molto legato all’innovazione e alla prevenzione, è molto legata, è molto stretta quella cosa lì, però purtroppo ci sono pochi fondi per cercare di fare prevenzione. Come dicevo prima sulla plastica, come facciamo a sostituire il 90% degli imballaggi in plastica che contiene il cibo nei supermercati? Fateci caso, andate a vedere: è impossibile, se non fai ricerca e prevenzione. Chi la fa, chi la deve fare? Questo è il punto vero: fino a quando abbiamo un’azienda che va a investire, ma quante sono queste aziende? Ecco perché secondo me è arrivato il momento in cui certi temi devono essere molto affrontati con i consumatori perché non sanno nulla. Se andate a comprare un qualsiasi tipo di frutta ed è contenuto in un qualcosa che non è stato lavato da tre o da sei mesi, o da tre anni, nessuno lo sa. Quindi io credo che sono temi molto importanti, io sono venuto a quest’incontro proprio perché il Meeting io lo trovo un punto dove incontri la gente. Noi siamo abituati a incontrare i tecnici nelle fiere quando facciamo le fiere, quindi abbiamo sempre questo riscontro tra tecnici, tra gente che parla la stessa lingua, ma andare a parlare a chi poi va a consumare certi prodotti – noi chiaramente ci occupiamo di imballaggi, il nostro è un sistema dove tutto quello che viene utilizzato ha bisogno di un supporto, tutto quello che viene venduto deve essere contenuto in un imballo. Noi rappresentiamo il legno, abbiamo chiaramente adesso sul tavolo questa questione delle cassette della frutta che per me è molto importante, tutto quello che si dice, che la cassetta di legno potrebbe essere il nemico dei mercati e quindi dobbiamo andare a sostituirla con la plastica, cosa che io non accetto minimamente, uno dei dati importanti in Italia che pochi sanno è che attualmente in Italia su una capacità di mercato di circa 800 milioni di casse per contenere l’ortofrutta italiana, quasi la metà, il 50% si fa ancora di legno. Quindi state tranquilli, perché la metà di quello che voi comprate come ortofrutta si fa nel legno. Su questo siamo abbastanza fiduciosi. Quindi è chiaro che noi come consorzio stiamo facendo delle ricerche, delle innovazioni; io sono molto contento quando lei ha fatto quella sua dichiarazione, noi con il Politecnico di Milano a settembre inizieremo una collaborazione di monitoraggio a livello mondiale su quello che potrebbero essere i futuri usi dell’applicazione del legno riciclato. È una cosa a cui ci tengo molto, perché secondo me chi rappresenta determinati materiali ha l’obbligo di fare tutto quello che è possibile, ma non per il suo consorzio, perché noi come consorzio potremmo vivere di rendita. Noi è vent’anni che siamo diventati un’eccellenza ma non perché noi volevamo creare un’eccellenza, perché quando tu crei un’eccellenza non la crei mai. Con il tempo poi ci siamo resi conto e quindi abbiamo apportato sempre delle novità, anche nello stesso sistema del riutilizzo: il legno ha dei numeri impressionanti. Noi recuperiamo un milione e 700 mila tonnellate di legno, ma noi facciamo 700 milioni di recupero e rimesso sul mercato. 700 milioni di tonnellate di pallet equivalgono a qualcosa come sessantamila trasporti di camion, quando vengono consegnati, sessantamila per portarli nei centri di riciclo e di riutilizzo. Quindi noi diamo lavoro a un sistema economico che è mostruoso: sono dati che non sono mai emersi però è chiaro che, nel momento in cui un determinato materiale, perché qua sia arrivato attraverso l’economia circolare a utilizzare proprio delle tecniche per andare a prendersi il mercato. Io non ci sto perché comunque il legno, ma non l’ho stabilito io, chi ha creato il legno, come dicevo prima, non è un’industria chimica ma l’ha creato la natura, e di conseguenza ho il dovere di difendere tutto quello che ancora di naturale può esserci nel nostro sistema. Quindi non voglio rubare più tempo, vi ringrazio.

EMANUELE BOMPAN:
Visto che abbiamo a disposizione la sala ancora un po’, magari facciamo un ultima battuta veloce, un giro tra tutti gli speaker. L’Italia oggi appunto ha dimostrato di avere tante eccellenze, di avere attori importanti che ci credono nell’economia circolare, che investono, vediamo territori, vediamo le associazioni di categoria anche che stanno iniziando a esprimere un grande interesse nei confronti dell’economia circolare, proprio per questo fatto che crea innovazione, crea posti di lavoro, crea una visione, crea anche una certa resilienza del mondo industriale, perché appunto questo approvvigionamento di materia prima in un paese che non è così ricco di materia prima diventa fondamentale, i nuovi modelli di business, quindi va a creare anche un vantaggio competitivo su altre imprese. La cosa che chiedo a voi, che siete un po’ capitani di impresa o comunque siete leader di questo mondo, servirebbe in Italia una vera politica industriale nazionale, fortemente centrata sull’economia circolare, o devono essere le imprese a continuare a fare da leader e quindi deve essere il mercato a esprimere la direzione dell’economia circolare? Chiunque vuole rispondere, microfono aperto. Prego.

ALBERTO FRAUSIN:
Certamente serve, perché ci deve essere una spinta all’innovazione e poi ci deve essere una spinta a far sì che il cambiamento avvenga, perché molto spesso in Italia vengono sviluppate delle cose e le aziende poi hanno successo fuori dai confini italiani, come ogni tanto racconto alle start-up: pensate subito a livello internazionale, perché il mercato italiano è molto resistente al cambiamento e quindi occorre uno stato che aiuti il processo di cambiamento e che in qualche modo dia le risorse anche nella ricerca e sviluppo, che siano in vario modo, e oggi in realtà questo non sta avvenendo o sta avvenendo molto poco. C’è bisogno di una spinta alle start-up per esempio: voglio dire, sui materiali, e questo ancora una volta non so bene perché l’Italia è molto indietro. Parlavo recentemente a un convegno e in realtà le banche possono finanziare, sono coperte sui finanziamenti all’80%, quindi possono rischiare solo il 20% di quello che investono in start-up, eppure in Italia i soldi sulle start-up sono poche decine di milioni di euro, in Germania sono 5 miliardi. Chi perde questi treni, non li recupera più. Questi sono treni comunque europei su cui noi dobbiamo saltare perché abbiamo una capacità di innovazione anche con collaborazioni con l’università, nel sistema nel suo complesso, enorme e noi stiamo ancora una volta rischiando di perdere un treno che siamo assolutamente capaci di prendere.

EMANUELE BOMPAN:
Volevi aggiungere qualcosa?

SIMONE CROLLA:
Seguo il ragionamento di Alberto e lo approvo. Negli Stati Uniti, se posso tornare agli Stati Uniti, sicuramente c’è un programma di incentivi che è emerso recentemente Stato per Stato. È chiaro che parliamo della nazione che ha uno dei tassi di inquinamento più alti e uno dei tassi di riciclo più bassi, si parla del 34% a fronte del 41 italiano, la Germania oltre il 60, eccetera eccetera; però è anche vero che là ci sono questi finanziamenti alle start-up che poi contribuiscono a innovare tutto il processo. Ma guardavo adesso anche qui questa bottiglietta, c’è scritto “meno plastica, più facile da riciclare”: ormai siamo entrati in questo mood, è così; parafrasando un video americano che ho visto prima di venire qua, dove si dice che il cambio di paradigma, proprio pensando a bottigliette di plastica è che tu devi andare al supermercato, devi comprare il contenuto e affittare l’involucro, nel senso che ci sono questi programmi incentivanti in base ai quali tu ti bevi la tua bottiglietta di acqua, di coca, eccetera eccetera, e poi la riporti dove l’hai comprata o dove la devi depositare e prendi dei soldi indietro. Alla fine del mese, se tu hai riconsegnato le tue bottigliette di plastica o di alluminio, tu hai un buono del valore di, che ti spendi poi nell’economia. Oppure ci sono società, adesso sono corporation enormi, e quindi è difficile da replicare anche in Italia, ma ci sono corporation come la Intel che producono la parte esterna di plastica del computer solo quasi con plastica riciclata. Dove la vanno a prendere questa plastica riciclata? Oltre che dal riciclo dei computer vecchi, da un programma che li vede raccogliere con dei fornitori, quindi anche lì si attiva un meccanismo occupazionale molto importante, vanno a raccogliere tutti i sacchetti di plastica o le bottiglie di plastica che vengono abbandonate sulle spiagge nei mari americani. E quella quantità di plastica che viene tolta dall’inquinamento dei mari, viene poi riutilizzata e non solo per i computer della Del, perché c’è una sovraccapacità, e viene poi messa in circolo. Quindi, si tratta semplicemente di avere accortezze da buon padre di famiglia, anche nella gestione del proprio prodotto, che naturalmente non deve più avere come era stato con la prima rivoluzione industriale quello che veniva chiamata l’obsolescenza programmata ma deve avere un’obsolescenza che è la più lunga possibile, affinché ci sia un uso ancora più prolungato del prodotto stesso. Sono sensibilità che in America si stanno sviluppando, in ritardo rispetto all’Europa ma secondo me con uno sforzo comune possono diventare realtà per tutti e per le aziende e per la nostra vita in comune.

EMANUELE BOMPAN:
Vuoi aggiungere qualcosa?

WALTER FACCIOTTO:
Sì, che la domanda è apparentemente molto semplice e la risposta è molto complessa. Il rischio che si corre in questi casi è di dare delle risposte molto parziali, perché veramente la realtà è molto complessa. Credo che non abbiamo qui il tempo per approfondire l’argomento; io a questo punto lo riduco a quella che è la nostra esperienza. Si parla di economia circolare, ma poi bisogna realizzarla, l’economia circolare. Allora, se parliamo di gestione dei rifiuti, bisogna cambiare il paradigma, il modello; se io devo avviare al riciclo la raccolta differenziata di provenienza domestica, chi fa la raccolta differenziata deve cambiare modello, perché a questo punto non parliamo più di rifiuto, parliamo di un’altra risorsa. Se parliamo di un’altra risorsa, significa che io mi devo attrezzare non come faccio adesso, molto bene, per l’amor di Dio, ma io devo fare in modo di poter dare alle imprese che riciclano delle materie prime; e quindi, il concetto di fondo, la modalità, l’organizzazione, si deve adeguare a questo nuovo modello. Altrimenti, se io vado a raccogliere la raccolta differenziata solo dove posso, solo dove mi è consentito, magari anche male, a questo punto fare l’economia circolare diventa molto complesso. Dico questo perché è facile parlare di economia circolare, poi per realizzarla… Quindi, se la tua domanda è: è giusto che il governo abbia una strategia da questo punto di vista, assolutamente sì. Però deve essere una strategia valutata nel suo complesso, altrimenti commettiamo degli errori madornali, madornali, perché è facile, ripeto: è stato accennato, uso questo esempio della cauzione, questo è l’esempio classico. È semplice: io applico una cauzione su questa bottiglia, quando la compro ho la cauzione, quindi la restituisco e ho trovato un sistema perfetto, perché siccome ci sono dei soldi, è chiaro che questo imballaggio non lo butto, perché se lo restituisco mi ridanno i soldi. Questo è un concetto chiaro. Benissimo, io abito a Milano, vado alla stazione Centrale, compro la bottiglia di acqua minerale, arrivo a Roma e vado dal negozio, al bar di Roma, e dico: “guardi, ho comprato questa bottiglia al bar di Milano, io gliela rendo a lei, lei mi ridà i soldi”. Non ti dico il gesto che questo mi farebbe se facessi una cosa del genere; lo dico semplicemente, perché non basta valutare la cosa a un certo livello, bisogna capire come questo discorso si concretizza, a quali costi, quali sono le responsabilità di ognuno, come funziona. In Germania, la cauzione costa ai cittadini uno sproposito perché poi il rischio – scusate se banalizzo, spero che non ci siano Napoletani in sala –, in Germania hanno dovuto creare una società che stampa le etichette come se stampasse carta moneta, perché sarebbe facile produrre a questo punto solo degli imballaggi, mica devo mettere il contenuto, e poi portarli a qualcuno che mi dà i soldi della cauzione. Allora voi ve lo immaginate nel nostro Paese che cosa potrebbe succedere? Non lo dico perché io sono contro la cauzione, dico semplicemente come esempio che bisogna ragionare, bisogna pensare a tutto il ciclo, e allora poi si possono fare le scelte, ma non fermarsi a affermazioni che poi hanno dei risultati assolutamente disastrosi. Grazie.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie. Certo, come anche nella Green Economy c’è sempre il rischio che diventi un termine generico dietro cui nascondersi, è fondamentale oggi capire veramente che cos’è l’economia circolare, quali sono i processi più efficaci da un punto di vista anche occupazionale; non è detto che il prodotto come servizio sia la soluzione per tutti idonea, così come bisogna valutare certi procedimenti come appunto il vuoto a rendere oppure capire come anche integrare certi flussi di materie prime col mondo della produzione e col mondo anche dei consumatori, che devono essere sempre di più istruiti, che devono anche capire il ruolo che essi giocano, consumare di meno, consumare in maniera consapevole, scegliere un prodotto in base anche a tipologie di packaging; oggi ci sono tantissimi tipi di plastica, alcuni riciclabili, altri no. Questo è uno dei grandi problemi che il consorzio si trova ad affrontare, forse anche questa è la ragione di quei dati che vedevamo. Sicuramente è un’economia che si andrà a ibridare sempre di più con anche quella che è l’industria 4.0, perché in qualche modo tra additive printing, tra robotica e quindi sempre un maggiore controllo anche di processi di trasformazione della materia, si vedrà innovazione, si vedranno nuovi flussi di prodotto. Io a questo punto direi che abbiamo sforato oltremodo il tempo, visto che sono le 16.30 passate, io voglio ringraziare veramente tutti gli speaker, mi spiace, magari non ho dato a tutti la parola anche una seconda volta. In ogni modo, potete seguire il lavoro di queste imprese, di questi consorzi anche sui loro siti internet, CONAI fa una comunicazione fantastica, così come RILEGNO; se siete interessati, trovate anche il libro qua alla libreria del Meeting, quindi se volete un pochino approfondire…

WALTER FACCIOTTO:
Posso dire una cosa?

EMANUELE BOMPAN:
Vai, vai.

WALTER FACCIOTTO:
Io l’ho letto durante le vacanze questo libro e ve lo consiglio veramente perché non ho mai visto un libro parlare di economia circolare in modo così semplice, pratico e comprensibile a tutti. Non ho nessun ritorno economico sulla vendita del libro, quindi lo dico tranquillamente, però vi consiglio veramente di leggerlo perché è molto, molto interessante e fatto molto bene.

EMANUELE BOMPAN:
Grazie a tutti voi, e buon pomeriggio.

Data

21 Agosto 2017

Ora

15:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Poste Italiane A4
Categoria